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2018-11-08
Il decreto sicurezza passa al Senato, abolita la protezione umanitaria
ANSA
Una vittoria per Matteo Salvini, una grana per Luigi Di Maio. Alle ore 12,19 di ieri, il vicepremier leghista ha twittato: «Decreto sicurezza e immigrazione, il Senato approva!!! Decreto Salvini, giornata storica!». Finisce dunque la «pacchia» per i clandestini con lo stop al permesso umanitario, la riduzione degli Sprar, e via libera agli interventi per la pubblica sicurezza e contro la criminalità organizzata.
I cinque grillini dissidenti, grattacapo per l'alleato Di Maio, non hanno rovinato la giornata al ministro dell'Interno che prima del voto aveva assicurato: «Il governo non è assolutamente a rischio, manterrà uno per uno tutto gli impegni presi con gli italiani. Con buon senso e umiltà, si risolve tutto». All'orizzonte c'è la prescrizione che il M5s vuole tenere dentro il disegno di legge anticorruzione con il vicepremier Di Maio che, subito dopo l'approvazione del dl bandiera salviniana in una diretta Facebook ha ribadito: «La battaglia contro la prescrizione fa parte del Dna del M5s. Si raggiungerà un accordo con la Lega». Il leader del Carroccio, che ha incassato per primo l'ok a un suo pilastro del contratto, ha quasi tranquillizzando l'alleato pentastellato ribadendo: «Sulla prescrizione chiudiamo tra qualche ora. Tra persone ragionevoli una soluzione si trova sempre». Sicuramente sull'argomento c'è da far conciliare l'anima garantista della Lega e quella giustizialista del M5s, ma si sa, c'è un contratto da rispettare. Tornando al dl sicurezza, con una schiacciante maggioranza il Senato ha dato il via libera alla fiducia con 163 sì, 59 no e 19 astenuti. Il dl ora passa alla Camera, dove è stato calendarizzato per il 22 novembre.
I voti mancanti alla maggioranza di governo (che a giugno aveva ottenuto 171 voti) sono quelli dei grillini. Il gruppetto dei dissidenti si è allargato a cinque senatori: a Gregorio De Falco, Elena Fattori, Paola Nugnes e Matteo Mantero ha preferito disertare l'Aula anche Virginia La Mura (che aveva firmato alcuni emendamenti con De Falco). A loro, poi, si sono aggiunti Vittoria Bogo Deledda e Michele Giarrusso (in congedo, dunque assenti giustificati).
I vertici del Movimento ritengono il comportamento dei dissidenti «dannoso» e grave visto che si trattava di un voto di fiducia al governo e per questo nei loro confronti hanno avviato un'istruttoria ai probiviri. Probabilmente non saranno espulsi ma, dice un pentastellato, «di fatto si sono messi fuori dai gruppi».
No alla fiducia da Pd e da Leu. Fratelli d'Italia, che aveva assicurato il suo sì, si è invece astenuta perché contraria all'imposizione della fiducia. Neanche Forza Italia ha partecipato alla votazione e i senatori hanno protestato esponendo cartelli con la scritta «sì alla sicurezza, no al governo». E la Lega invece ha approfittato per attaccare le opposizioni: «Non ce la farete a rompere il collante Lega-Movimento 5 stelle». Il «carrarmato» Salvini, incassato il successo, non ha perso tempo: «Alle 12,32 ho la gioia di presentare questo strumento che prefetti sindaci e volontari veri e non mangioni avranno a disposizione. Chi vedeva l'immigrazione come mangiatoia oggi è a dieta, molti finti volontari non parteciperanno più a bandi, se invece di 35 euro ne porti a casa 19 non ci mangia più né mafia né 'ndrangheta, ma rimarranno volontari veri e sono convinto che molte cooperative si daranno alla macchia».
Infatti il decreto, malgrado qualche correzione e raccomandazione del presidente Sergio Mattarella, preoccupato del rispetto della Costituzione, impone una stretta in particolare sul diritto d'asilo per i migranti. Non esiste più il permesso di soggiorno per motivi umanitari che viene sostituito da permessi speciali temporanei, che possono essere concessi anche per meriti speciali e sono rinnovabili ogni due anni. Il periodo di tempo si allunga se ci sono gravi motivi sanitari. Viene invece prolungato il tempo di permanenza nei centri per i rimpatri che aumenta da tre a sei mesi.
Il decreto riserva esclusivamente ai titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati i progetti di integrazione e inclusione sociale previsti dagli Sprar (Sistema protezione e richiedenti asilo e rifugiati) che saranno ridimensionati. I richiedenti asilo troveranno invece accoglienza nei Cara. La domanda di asilo viene sospesa in caso di condanna in primo grado per gravi reati (omicidio, violenza sessuale). Chi viene condannato in via definitiva per terrorismo perde la cittadinanza italiana. Novità anche sugli hotspot, ovvero i centri dove venivano accolti gli immigrati appena sbarcati: adesso sono sempre aperti (e quindi costosi) anche in assenza di ospiti. Col nuovo decreto ci sarà solo un responsabile, che nel giro di 8 ore dovrà aprire la struttura per i nuovi arrivati.
Più controlli e meno sprechi, come ha detto Salvini subito in conferenza stampa al Viminale, facendo una sintesi del «suo» decreto. Risparmi pur garantendo a tutti i servizi di base (vestiti, cibo, pulizia) parametrandoli a quelli erogati negli ospedali. Chi sbarca in Italia e chiede l'asilo, farà corsi di italiano e di orientamento solo se ha diritto a rimanere nel Paese. Previste sanzioni severe, fino alla revoca del contratto, per chi farà accoglienza senza rispettare le regole.
Ci sono poi tutta una serie di altre misure, dal taser (la pistola elettrica) anche ai vigili urbani alla stretta sui noleggi di auto e furgoni contro il terrorismo, dal Daspo urbano più severo ai quasi 360 milioni fino al 2025 per «contingenti e straordinarie esigenze» di polizia e vigili del fuoco. Ora l'obiettivo è rendere operativo il decreto entro la fine dell'anno, considerato che, come assicurato dal Viminale, non ci sono problemi di coperture.
La maggioranza barcolla ma regge l’urto
«Se sono single? Non sono sul mercato…»: poche ore dopo il voto di fiducia al Senato sul decreto sicurezza, Matteo Salvini se ne va sereno e tranquillo a farsi intervistare da Barbara D'Urso, a Pomeriggio 5, su Canale 5, e risponde così alla domanda delle domande, quella sulla fine della sua storia d'amore con Elisa Isoardi e sulla sua attuale situazione sentimentale. Non è sul mercato, Salvini, neanche dal punto di vista politico: possono mettersi il cuore in pace i gufi, l'alleanza Lega-M5s regge ed è destinata a durare, almeno fino a quando Luigi Di Maio riuscirà a tenere le redini del partito. Cinque dissidenti su un totale di 109 senatori del M5s sono una percentuale trascurabile, considerato che il dl sicurezza non è certamente strutturato secondo i canoni dell'ortodossia grillina.
Salvini esclude categoricamente l'ipotesi di elezioni anticipate: «Urne a marzo? No assolutamente», sottolinea il vicepremier, «quando prendo un impegno lo rispetto fino in fondo. Non riesco a fare tutto e subito, per rispettare gli impegni presi servono cinque anni, io non faccio saltare i governi perché i sondaggi dicono che la Lega è il primo partito. I giornali a volta scrivono cose incredibili. Con Di Maio e Conte si lavora bene. Sulla giustizia dobbiamo trovare la quadra, ma i processi devono avere un inizio e una fine».
«Troveremo la quadra»: chi l'avrebbe mai detto che Salvini avrebbe mutuato la frase resa celebre da Umberto Bossi, ai tempi delle coalizioni (e delle colazioni) con Silvio Berlusconi? Dimenticate contratti e votazioni on line: l'alleanza Lega-M5s è una coalizione vera e propria, e come ogni coalizione discute al suo interno e poi raggiunge un equilibrio.
È successo sempre, fino ad ora, e sempre succederà, anche sulla prescrizione: «La riforma della giustizia», dice Salvini a Stasera Italia su Rete 4, «è fondamentale, non ci possono essere milioni di italiani che attendono anni. La prescrizione è una di queste parti. C'è nel contratto la sua riforma, non verrà abolita. Vogliamo punire i furbetti che pagavano gli avvocati per tirare in lungo», aggiunge Salvini, «ma non possiamo tenere neanche 60 milioni di italiani ostaggio per anni e anni in processi che si sa quando iniziano ma non quando finiscono».
Non sembra pensarla allo stesso modo, Luigi Di Maio: «Il blocco della prescrizione è sacrosanto», dice il leader del M5s nel corso di una diretta Facebook, «è una battaglia di civiltà e sono sicuro che raggiungeremo il miglior accordo per i cittadini italiani. Combattere la prescrizione vuol dire fermare i furbetti, si tratta di un impegno scritto nel contratto». Sembrano distanti, quasi inconciliabili, le posizioni di Salvini e Di Maio, ma la realtà è diversa: il leader del M5s ha bisogno di dimostrare al suo elettorato, storicamente giustizialista, che le bandiere storiche del grillismo non sono state ammainate. Alla fine, si arriverà a un compromesso: la prescrizione verrà modificata, ma non abolita, e tutti saranno felici e contenti. Sul vertice a tre, Conte-Salvini-Di Maio, è in realtà nato un piccolo giallo: l'incontro è stato più volte rimandato, con il premier e il leader leghista che hanno addotto motivi «calcistici» (ieri sera hanno giocato Juve e Roma in Champions League). Ma le sensazioni sembravano comunque positive.
Dovrà rassegnarsi anche Alessandro Di Battista, che ieri è tornato a bombardare il governo: «So che il M5s», ha detto Di Battista, «in materia di anticorruzione deve andare avanti, deve essere molto duro, la prescrizione secondo me va sospesa con il rinvio a giudizio, neanche dopo la sentenza di primo grado. È un istituto che ha favorito solo i ladri e coloro che hanno a disposizione denari per pagare avvocati e allungare il brodo. Non si capisce», ha aggiunto Di Battista, «da che parte sta la Lega. Si sapeva che il reddito di cittadinanza e la riforma della Fornero li avrebbero accettati, ma la battaglia si vede sulla giustizia: si capirà a breve se la Lega sta pensando un minimo al Paese o se l'unico paese a cui pensa sia Arcore». Di Battista è l'unico del M5s che si impegni per far cadere il governo. Il fatto che sia anche l'unico ad essere rimasto fuori dal Parlamento è certamente una coincidenza.
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Palazzo Madama, con voto di fiducia, vara il testo di legge su immigrazione e criminalità. Sono previsti più strumenti per le forze dell'ordine. Addio anche ai 35 euro. Cinque dissidenti M5s deferiti ai probiviri.Il leader leghista smentisce la rottura E fra i grillini i malumori restano contenuti.Lo speciale contiene due articoli.Una vittoria per Matteo Salvini, una grana per Luigi Di Maio. Alle ore 12,19 di ieri, il vicepremier leghista ha twittato: «Decreto sicurezza e immigrazione, il Senato approva!!! Decreto Salvini, giornata storica!». Finisce dunque la «pacchia» per i clandestini con lo stop al permesso umanitario, la riduzione degli Sprar, e via libera agli interventi per la pubblica sicurezza e contro la criminalità organizzata.I cinque grillini dissidenti, grattacapo per l'alleato Di Maio, non hanno rovinato la giornata al ministro dell'Interno che prima del voto aveva assicurato: «Il governo non è assolutamente a rischio, manterrà uno per uno tutto gli impegni presi con gli italiani. Con buon senso e umiltà, si risolve tutto». All'orizzonte c'è la prescrizione che il M5s vuole tenere dentro il disegno di legge anticorruzione con il vicepremier Di Maio che, subito dopo l'approvazione del dl bandiera salviniana in una diretta Facebook ha ribadito: «La battaglia contro la prescrizione fa parte del Dna del M5s. Si raggiungerà un accordo con la Lega». Il leader del Carroccio, che ha incassato per primo l'ok a un suo pilastro del contratto, ha quasi tranquillizzando l'alleato pentastellato ribadendo: «Sulla prescrizione chiudiamo tra qualche ora. Tra persone ragionevoli una soluzione si trova sempre». Sicuramente sull'argomento c'è da far conciliare l'anima garantista della Lega e quella giustizialista del M5s, ma si sa, c'è un contratto da rispettare. Tornando al dl sicurezza, con una schiacciante maggioranza il Senato ha dato il via libera alla fiducia con 163 sì, 59 no e 19 astenuti. Il dl ora passa alla Camera, dove è stato calendarizzato per il 22 novembre. I voti mancanti alla maggioranza di governo (che a giugno aveva ottenuto 171 voti) sono quelli dei grillini. Il gruppetto dei dissidenti si è allargato a cinque senatori: a Gregorio De Falco, Elena Fattori, Paola Nugnes e Matteo Mantero ha preferito disertare l'Aula anche Virginia La Mura (che aveva firmato alcuni emendamenti con De Falco). A loro, poi, si sono aggiunti Vittoria Bogo Deledda e Michele Giarrusso (in congedo, dunque assenti giustificati).I vertici del Movimento ritengono il comportamento dei dissidenti «dannoso» e grave visto che si trattava di un voto di fiducia al governo e per questo nei loro confronti hanno avviato un'istruttoria ai probiviri. Probabilmente non saranno espulsi ma, dice un pentastellato, «di fatto si sono messi fuori dai gruppi». No alla fiducia da Pd e da Leu. Fratelli d'Italia, che aveva assicurato il suo sì, si è invece astenuta perché contraria all'imposizione della fiducia. Neanche Forza Italia ha partecipato alla votazione e i senatori hanno protestato esponendo cartelli con la scritta «sì alla sicurezza, no al governo». E la Lega invece ha approfittato per attaccare le opposizioni: «Non ce la farete a rompere il collante Lega-Movimento 5 stelle». Il «carrarmato» Salvini, incassato il successo, non ha perso tempo: «Alle 12,32 ho la gioia di presentare questo strumento che prefetti sindaci e volontari veri e non mangioni avranno a disposizione. Chi vedeva l'immigrazione come mangiatoia oggi è a dieta, molti finti volontari non parteciperanno più a bandi, se invece di 35 euro ne porti a casa 19 non ci mangia più né mafia né 'ndrangheta, ma rimarranno volontari veri e sono convinto che molte cooperative si daranno alla macchia». Infatti il decreto, malgrado qualche correzione e raccomandazione del presidente Sergio Mattarella, preoccupato del rispetto della Costituzione, impone una stretta in particolare sul diritto d'asilo per i migranti. Non esiste più il permesso di soggiorno per motivi umanitari che viene sostituito da permessi speciali temporanei, che possono essere concessi anche per meriti speciali e sono rinnovabili ogni due anni. Il periodo di tempo si allunga se ci sono gravi motivi sanitari. Viene invece prolungato il tempo di permanenza nei centri per i rimpatri che aumenta da tre a sei mesi. Il decreto riserva esclusivamente ai titolari di protezione internazionale e ai minori non accompagnati i progetti di integrazione e inclusione sociale previsti dagli Sprar (Sistema protezione e richiedenti asilo e rifugiati) che saranno ridimensionati. I richiedenti asilo troveranno invece accoglienza nei Cara. La domanda di asilo viene sospesa in caso di condanna in primo grado per gravi reati (omicidio, violenza sessuale). Chi viene condannato in via definitiva per terrorismo perde la cittadinanza italiana. Novità anche sugli hotspot, ovvero i centri dove venivano accolti gli immigrati appena sbarcati: adesso sono sempre aperti (e quindi costosi) anche in assenza di ospiti. Col nuovo decreto ci sarà solo un responsabile, che nel giro di 8 ore dovrà aprire la struttura per i nuovi arrivati.Più controlli e meno sprechi, come ha detto Salvini subito in conferenza stampa al Viminale, facendo una sintesi del «suo» decreto. Risparmi pur garantendo a tutti i servizi di base (vestiti, cibo, pulizia) parametrandoli a quelli erogati negli ospedali. Chi sbarca in Italia e chiede l'asilo, farà corsi di italiano e di orientamento solo se ha diritto a rimanere nel Paese. Previste sanzioni severe, fino alla revoca del contratto, per chi farà accoglienza senza rispettare le regole.Ci sono poi tutta una serie di altre misure, dal taser (la pistola elettrica) anche ai vigili urbani alla stretta sui noleggi di auto e furgoni contro il terrorismo, dal Daspo urbano più severo ai quasi 360 milioni fino al 2025 per «contingenti e straordinarie esigenze» di polizia e vigili del fuoco. Ora l'obiettivo è rendere operativo il decreto entro la fine dell'anno, considerato che, come assicurato dal Viminale, non ci sono problemi di coperture.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-decreto-sicurezza-passa-al-senato-abolita-la-protezione-umanitaria-2618572492.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-maggioranza-barcolla-ma-regge-lurto" data-post-id="2618572492" data-published-at="1772185038" data-use-pagination="False"> La maggioranza barcolla ma regge l’urto «Se sono single? Non sono sul mercato…»: poche ore dopo il voto di fiducia al Senato sul decreto sicurezza, Matteo Salvini se ne va sereno e tranquillo a farsi intervistare da Barbara D'Urso, a Pomeriggio 5, su Canale 5, e risponde così alla domanda delle domande, quella sulla fine della sua storia d'amore con Elisa Isoardi e sulla sua attuale situazione sentimentale. Non è sul mercato, Salvini, neanche dal punto di vista politico: possono mettersi il cuore in pace i gufi, l'alleanza Lega-M5s regge ed è destinata a durare, almeno fino a quando Luigi Di Maio riuscirà a tenere le redini del partito. Cinque dissidenti su un totale di 109 senatori del M5s sono una percentuale trascurabile, considerato che il dl sicurezza non è certamente strutturato secondo i canoni dell'ortodossia grillina. Salvini esclude categoricamente l'ipotesi di elezioni anticipate: «Urne a marzo? No assolutamente», sottolinea il vicepremier, «quando prendo un impegno lo rispetto fino in fondo. Non riesco a fare tutto e subito, per rispettare gli impegni presi servono cinque anni, io non faccio saltare i governi perché i sondaggi dicono che la Lega è il primo partito. I giornali a volta scrivono cose incredibili. Con Di Maio e Conte si lavora bene. Sulla giustizia dobbiamo trovare la quadra, ma i processi devono avere un inizio e una fine». «Troveremo la quadra»: chi l'avrebbe mai detto che Salvini avrebbe mutuato la frase resa celebre da Umberto Bossi, ai tempi delle coalizioni (e delle colazioni) con Silvio Berlusconi? Dimenticate contratti e votazioni on line: l'alleanza Lega-M5s è una coalizione vera e propria, e come ogni coalizione discute al suo interno e poi raggiunge un equilibrio. È successo sempre, fino ad ora, e sempre succederà, anche sulla prescrizione: «La riforma della giustizia», dice Salvini a Stasera Italia su Rete 4, «è fondamentale, non ci possono essere milioni di italiani che attendono anni. La prescrizione è una di queste parti. C'è nel contratto la sua riforma, non verrà abolita. Vogliamo punire i furbetti che pagavano gli avvocati per tirare in lungo», aggiunge Salvini, «ma non possiamo tenere neanche 60 milioni di italiani ostaggio per anni e anni in processi che si sa quando iniziano ma non quando finiscono». Non sembra pensarla allo stesso modo, Luigi Di Maio: «Il blocco della prescrizione è sacrosanto», dice il leader del M5s nel corso di una diretta Facebook, «è una battaglia di civiltà e sono sicuro che raggiungeremo il miglior accordo per i cittadini italiani. Combattere la prescrizione vuol dire fermare i furbetti, si tratta di un impegno scritto nel contratto». Sembrano distanti, quasi inconciliabili, le posizioni di Salvini e Di Maio, ma la realtà è diversa: il leader del M5s ha bisogno di dimostrare al suo elettorato, storicamente giustizialista, che le bandiere storiche del grillismo non sono state ammainate. Alla fine, si arriverà a un compromesso: la prescrizione verrà modificata, ma non abolita, e tutti saranno felici e contenti. Sul vertice a tre, Conte-Salvini-Di Maio, è in realtà nato un piccolo giallo: l'incontro è stato più volte rimandato, con il premier e il leader leghista che hanno addotto motivi «calcistici» (ieri sera hanno giocato Juve e Roma in Champions League). Ma le sensazioni sembravano comunque positive. Dovrà rassegnarsi anche Alessandro Di Battista, che ieri è tornato a bombardare il governo: «So che il M5s», ha detto Di Battista, «in materia di anticorruzione deve andare avanti, deve essere molto duro, la prescrizione secondo me va sospesa con il rinvio a giudizio, neanche dopo la sentenza di primo grado. È un istituto che ha favorito solo i ladri e coloro che hanno a disposizione denari per pagare avvocati e allungare il brodo. Non si capisce», ha aggiunto Di Battista, «da che parte sta la Lega. Si sapeva che il reddito di cittadinanza e la riforma della Fornero li avrebbero accettati, ma la battaglia si vede sulla giustizia: si capirà a breve se la Lega sta pensando un minimo al Paese o se l'unico paese a cui pensa sia Arcore». Di Battista è l'unico del M5s che si impegni per far cadere il governo. Il fatto che sia anche l'unico ad essere rimasto fuori dal Parlamento è certamente una coincidenza.
L'amministratore delegato di Stellantis Antonio Filosa (Ansa)
Le parole di ieri dell’amministratore delegato Antonio Filosa, subentrato lo scorso maggio al dimissionario Carlos Tavares, lo riconoscono con chiarezza: «I nostri risultati riflettono il costo della sopravvalutazione del ritmo della transizione energetica e della necessità di reimpostare il nostro business mettendo al centro la libertà dei clienti di scegliere all’interno di una gamma completa di tecnologie: elettrica, ibrida e a combustione interna».
La correzione di rotta sull’elettrico e la decisione di cambiare strategia hanno comportato un onere straordinario di 25,4 miliardi. Stellantis ha chiuso il 2025 con 153,3 miliardi di euro di ricavi, in calo del 2% rispetto all’anno prima, ma, ha detto Filosa, «nella seconda metà dell’anno abbiamo iniziato a vedere i primi segnali positivi di progresso, grazie ai risultati iniziali delle azioni intraprese per migliorare la qualità, alla solida esecuzione dei lanci della nostra nuova ondata di prodotti e al ritorno alla crescita del fatturato». Parole che hanno sospinto in Borsa il titolo, che ha chiuso a 6,778 euro, in rialzo del 4,24% (da inizio anno il titolo ha perso il 30%, negli ultimi 12 mesi il 50%).
Intanto però il gruppo ha deciso che non ci saranno né dividendi per gli azionisti né bonus per i lavoratori, eccezion fatta per i dipendenti in Sudamerica, Nord Africa e Medio Oriente. «Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono beneficio», ha commentato la Fiom, che vede in questa decisione una conferma della «chiara volontà» di Exor, azionista di riferimento di Stellantis, di «disimpegno delle attività industriali in Italia». In una nota unitaria, Fiom, Fim, Uilm e sigle sindacali minori hanno chiesto a Stellantis di «puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche italiane», mentre hanno invitato l’Unione europea ad «adottare i principi di neutralità tecnologica e di libertà di scelta dei consumatori, nonché abolire immediatamente il famigerato sistema delle multe».
Per i lavoratori italiani il mancato bonus, che negli scorsi anni ammontava in media a circa 2.000 euro, rappresenta un danno notevole, considerando anche che più di un dipendente su due si trova in cassa integrazione o con un contratto di solidarietà. Con in sovrappiù la beffa di aver visto premiato un anno fa Tavares, il grande sostenitore della scommessa sull’elettrico, con una buonuscita di 12 milioni di euro, che il manager portoghese ha intascato nel 2025. Ieri lo stabilimento di Pomigliano si è fermato per uno sciopero e altri scioperi sono annunciati per oggi.
Se la linea sull’elettrico è stata bruscamente rettificata dalla nuova dirigenza di Stellantis, rimane invece confermato l’approccio orientato alla stretta collaborazione con il partner cinese Leapmotor. «Quella con Leapmotor», ha sottolineato ieri Filosa, «è una partnership forte dal punto di vista commerciale, grazie alla quale abbiamo aumentato la nostra copertura del mercato ma anche una partnership tecnica che ci porta a livelli superiori in materia di elettrificazione». Una collaborazione, ha aggiunto l’amministratore delegato, che «verrà migliorata sul piano tecnologico». Molti hanno letto in queste parole una conferma alle indiscrezioni secondo cui Stellantis sarebbe intenzionata a utilizzare la tecnologia di Leapmotor per i motori elettrici dei propri marchi europei.
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Imagoeconomica
È l’ennesimo atto di un percorso a ostacoli, in cui a cominciare dai sequestri ordinati dai giudici nel 2012, sono andati in fumo, secondo stime, circa 40 miliardi di euro, in larga parte come mancato Pil e mancato export, ai quali vanno aggiunti 1,5 miliardi tra risorse versate da Invitalia in Acciaierie d’Italia e assorbite dalla cig e 4 miliardi che ArcelorMittal sostiene di aver investito nel gruppo.
Ora il pronunciamento del Tribunale di Milano, genera forti preoccupazioni anche per il negoziato in corso per la vendita al fondo Flacks, nonché sulle sorti del prestito ponte autorizzato di recente dalla Commissione europea fino a un massimo di 390 milioni.
La decisione della magistratura già ha provocato la dura e immediata reazione di due parlamentari di Fratelli d’Italia, il deputato Silvio Giovine e il senatore Matteo Gelmetti. «Questa sentenza», ha dichiarato Giovine, «mette a rischio l’industria italiana che non potrà più approvvigionarsi dagli stabilimenti Ilva e fa saltare anche il piano straordinario di manutenzione». E Gelmetti dice che «sono a rischio ben 25.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti».
Ma vediamo esattamente di cosa si tratta. Dopo la richiesta di residenti del comune di Taranto, il Tribunale civile di Milano ha ordinato, come si diceva, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo, con una decisione nella quale si parla di «rischi attuali e di pregiudizi alla salute». Il decreto allo sato non è esecutivo e lo diventerà solo se non verrà impugnato. Più precisamente il Tribunale di Milano ha disapplicato parzialmente il provvedimento che autorizza l’attività produttiva dello stabilimento, cioè l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025. »La disapplicazione dell’Aia», scrivono i giudici, «è stata disposta con riferimento ad alcune prescrizioni»: in sostanza dovranno essere adottate misure che modifichino in modo sostanziale alcun condizioni produttive ritenute dannose per la salute. Il decreto spiega il Tribunale, è stato emesso non solo a tutela dei ricorrenti, ma anche dei residenti a Taranto, Statte e nei quartieri limitrofi allo stabilimento, «in applicazione di quanto previsto dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024 a cui era stata rimessa la questione».
L’ordine di sospensione dell’attività produttiva cesserà di avere effetto quando la società siderurgica avrà adempiuto agli interventi indicati dal Tribunale di Milano. L’azienda avrebbe così sei mesi di tempo per scongiurare il rischio di blocco dell’impianto. È chiaro che a questo punto emergono una serie di interrogativi e di problemi. Da un lato i tempi concessi per gli interventi necessari ad evitare la chiusura, dall’altro soprattutto l’impatto della sentenza sul negoziato con il fondo Flacks. Secondo fonti vicine al dossier, citate dall’Agi, si teme che l’investitore possa defilarsi ritenendo il nuovo quadro mutato rispetto a quello sul quale si stava trattando. «Se la vendita dovesse eventualmente saltare e l’investitore dovesse manifestare il suo disimpegno perché il contesto complessivo è cambiato, non c’è nemmeno più la condizione per il prestito autorizzato dalla Ue, che è stato concesso a fronte di una trattativa con un potenziale acquirente» osservano sempre le fonti citate dall’Agi. Inoltre, si afferma, la richiesta di riscrittura di alcune prescrizioni Aia da parte del Tribunale di Milano, ha sicuramente un impatto di maggiori costi economici che adesso andrà valutato con molta attenzione, pone limiti più severi alla produzione di acciaio, ma soprattutto cambia le regole con una gara per la vendita in corso e che è stata lanciata ai primi di agosto proprio sulla base dell’Aia autorizzata dal Mase (ministero dell’Ambiente), i cui elementi erano noti.
Intanto i sindacati sono sul piede di guerra. Il ministero del Lavoro li ha convocati per discutere la proroga della cassa integrazione straordinaria richiesta da Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, misura che riguarda 4.450 lavoratori di cui 3.800 nello stabilimento di Taranto a partire dal 1 marzo 2026 per una durata di 12 mesi. Ma i sindacati dei metalmeccanici, Fiom, Fim e Uilm, hanno chiesto di essere convocati dal governo per conoscere lo stato della discussione sul futuro di Taranto e sul destino complessivo dei 20.000 dipendenti del gruppo. Lamentano di non avere avuto risposta a questa richiesta e hanno deciso di auto convocarsi a Roma, a Palazzo Chigi, il 9 marzo. Per Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl, «non c’è tempo da perdere: non basta discutere soltanto di ammortizzatori sociali».
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Christine Lagarde (Ansa)
E mentre le famiglie stringono i cordoni della borsa, i conti correnti del comitato esecutivo Bce sorridono. Come emerge dal bilancio dell’istituto nel 2025, lo stipendio di Christine Lagarde è salito a 492.204 euro, in aumento del 5,6% rispetto ai 466.092 euro del 2024. Considerando che l’inflazione è stata solo del 2% la signora presidente, sempre assai rigorosa in fatto di buste paga, si è concessa un bel bonus. Un aumento difficile da spiegare soprattutto considerando che la sua retribuzione è quattro volte più alta di quella del collega Jerome Powell che guida la Fed. Ma perchè questa differenza? C’è anche da dire che l’extra-large di Christine non è un caso isolato. Tutto il consiglio direttivo della banca si è fatto un bel regalo portando a 2,3 milioni di euro il totale dei compensi. Il vice presidente Luis de Guindos si accontenta di 421.908 euro; Piero Cipollone, Frank Elderson, Philip R. Lane e Isabel Schnabel si consolano con 351.576 euro ciascuno. La morale? Quando l’inflazione non morde, si aumenta lo stipendio. Quando morde, si alza la voce. Ma qui entra in gioco un dettaglio che merita un applauso ironico. Il nome di Christine Lagarde compare anche nelle conversazioni via mail di Jeffrey Epstein. Al finanziere pedofilo un mittente oscurato la descrive con grande sintesi e grande lusinga: «Really smart lady».
Sì, proprio così. Non «capace», non «competente», ma «proprio intelligente». E se qualcuno stava pensando a un complimento innocuo, aggiungiamo un contesto. Nelle mail di Peter Mandelson, esponente di punta del Partito laburista britannico finito in galera proprio per via dei su antichi rapporti con Epstein, il nome della Lagarde compare nella cabina di regia, insieme a Trichet e Sarkozy del cosiddetto «massacro della Grecia» del 2010. All’epoca era ministro dell’Economia in Francia. Poi, come direttore generale del Fmi, non ha certo brillato per interventi risolutivi. Eppure, il suo stipendio sale e il mondo guarda, tra ironia e incredulità, come se il tempo e i conti pubblici fossero concetti marginali rispetto al potere e alla reputazione.
Ah la Grecia. Nella sua mail di tanti anni fa Mandelson lo spiega senza mezzi termini: gli eurofans non si occupano per niente delle sofferenze della popolazione. Certi atteggiamenti non sembrano essere cambiati. Le «elite» guardano solo il loro ombelico.
«Avanti tutta», dice Lagarde, con il suo aumento del 5,6% appena approvato. La stabilità, per lei, significa crescita dei conti correnti del comitato esecutivo e continuità del proprio stipendio, mentre le famiglie contano ogni centesimo al supermercato e gli scaffali si svuotano. Un binomio perfetto tra realtà e percezione: l’inflazione «misurata» può scendere, quella «vissuta» resta in aumento.
E i file di Epstein? Non sono solo curiosità, ma un vero sigillo di intelligenza - almeno secondo il criminale che si ammantava di buone intenzioni e ospitava i potenti del mondo. «Really smart lady». Sì, ma mentre il mondo contava euro e debiti, Epstein annotava giudizi personali, che oggi risuonano quasi come una vignetta satirica in versione «noir» sulla politica europea.
Se i file di Epstein aggiungono ironia, le mail di Peter Mandelson aggiungono dramma. Lagarde, insieme a Trichet e Sarkozy, viene citata come regista del disastro greco. Un sipario tragico tra obbligazioni, piani fiscali e mercati pronti a scatenare il panico. Non solo numeri: responsabilità politica, scelte strategiche, effetti sul continente. Il tutto mentre il presidente della Bce aumenta il suo stipendio e sorride davanti alle telecamere, incurante di chi paga le conseguenze.
I cittadini europei vivono la spesa quotidiana come un campo minato: latte, pane, pasta, carne, tutto più caro di ieri. La presidente della Bce spiega che l’inflazione è diminuita, ma la percezione resta alta. È il paradosso della politica monetaria: misurata e vissuta non coincidono mai. E mentre le famiglie sospirano, Lagarde firma il proprio aumento e guarda avanti, con l’aria di chi sa di essere davvero intelligente
Così Christine Lagarde avanza sul palcoscenico europeo: stipendio in crescita, famiglie in difficoltà, Grecia al centro del dramma, file di Epstein e mail di Mandelson a testimoniare un ruolo da protagonista, silenziosa e potente. E il mondo osserva, tra ironia, incredulità e un po’ di sbalordimento: perché nella finanza internazionale, come in una commedia tragica, ci sono eroi, cattivi, spettatori e, naturalmente, «really smart ladies».
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