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2021-02-02
Il Cts attacca i sindaci sui controlli. L’Anci: «Basta, pensino a lavorare»
Ansa
La zona gialla per quasi tutta Italia non era ancora ufficialmente partita, e già il Cts, nella persona del suo coordinatore Agostino Miozzo, aveva individuato una exit-strategy dalle responsabilità sue e del governo, puntando l'indice su altri. Che, nella fattispecie, sarebbero i sindaci, rei a suo parere di omettere i dovuti controlli e di non elevare le sanzioni del caso ai cittadini che nel week-end hanno deciso di fare una passeggiata in città e magari di dare un'occhiata ai saldi. Dopo i governatori anarchici, i cittadini irresponsabili e la movida selvaggia, dunque, il nuovo spauracchio pronto a spiegare l'eventuale fallimento del «semaforo» inventato da tecnici ed esecutivo è incarnato dalla figura del «sindaco negligente», incline a voltarsi dall'altra parte di fronte agli assembramenti provocati da torme di barbari incuranti del rischio contagio.
Un attacco, quello di Miozzo, sferrato a freddo e portato con toni irritualmente aggressivi, che non ha potuto non suscitare la durissima reazione del presidente dell'Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro, di fronte alla quale il coordinatore del Cts ha dovuto battere mestamente in ritirata. Tutto è cominciato quando siti web e telegiornali, nel pomeriggio di sabato, diffondono le immagini dei centri delle principali città italiane attraversati da persone intente a passeggiare, attratte anche dal tempo mite e dai saldi e, sebbene nella gran parte del territorio nazionale bar e ristoranti siano ancora chiusi poiché le ordinanze sulle zone gialle sarebbero entrate in vigore da lunedì, si ricomincia a parlare di «movida», tanto che Miozzo, interpellato in merito, spara a zero parlando di «assembramenti inaccettabili» e puntando il dito contro i primi cittadini chiedendosi «che fanno?».
Per Decaro la misura è colma, e la risposta non si fa attendere: «Dare la colpa ai sindaci sta diventando il nuovo sport nazionale», afferma il presidente dell'Anci, che prima puntualizza («noi sindaci non siamo responsabili della sorveglianza di strade e piazze») poi affonda: «Miozzo, che ci accusa di immobilismo di fronte agli assembramenti nelle città, sembra impegnato in un disperato tentativo di allontanare da sé le responsabilità e addossarle sugli obiettivi più facili, che per senso del dovere sono abituati a esporsi in prima persona. Il Cts», chiude Decaro, pensi a lavorare, invece di andare alla ricerca di capri espiatori».
Per chiudere il caso, e per non aprire un ulteriore, imbarazzante fronte polemico tra potere centrale e amministratori locali (che a differenza dei governatori in questo caso provengono in maggioranza dal Pd), arriva a stretto giro di posta una precisazione dello stesso Miozzo che sa tanto di marcia indietro: «Non ho contestato i sindaci», puntualizza il coordinatore del Cts. «Ho fatto un appello affinché aiutino il sistema per controllare il territorio. Non era assolutamente mia intenzione addossare ai sindaci responsabilità diverse da quelle che hanno».
Ma le tensioni tra Roma e gli enti locali sembrano destinate a non sopirsi, anzi: le prossime due settimane, infatti, saranno decisive su due punti estremamente delicati, e cioè le possibili riaperture dei confini regionali e degli impianti sciistici. Le scadenze coincidono, poiché i precedenti provvedimenti governativi le hanno fissate entrambe al 15 febbraio, ma il ministro della Salute, Roberto Speranza, è stato chiaro, a suo tempo, nel sottolineare che nel caso la curva dei contagi non presentasse un rallentamento soddisfacente, sarebbe altamente probabile un ulteriore rinvio delle aperture. Il che cozza con le aspettative dei governatori maggiormente interessati dal provvedimento sugli impianti, che a loro volta si stanno facendo interpreti delle istanze di lavoratori e imprenditori. Il presidente lombardo Attilio Fontana, nel fare appello alla responsabilità dei cittadini affinché rispettino, anche in zona gialla, tutte le misure anti contagio, ha reclamato dal governo «misure più coerenti che evitino interventi altalenanti, incomprensibili, che spesso si sono dimostrati inefficaci».
Per quanto riguarda gli impianti sciistici, sarà a breve al vaglio del Cts un documento delle Regioni con le ipotesi di linee guida per la riapertura, che riguarderanno ad esempio gli ingressi nelle piste, negli alberghi e negli impianti di ristorazione, così come è attesa nei prossimi giorni una risposta del ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, su palestre e piscine. Trattative complesse e soggette, come già visto più volte negli ultimi mesi, a rigidità ideologiche che però risultano oggi ancor più inopportune, con in ballo comparti ormai al collasso.
«La vera catastrofe è il virus della stupidità»
Paolo Musso è docente di filosofia della scienza e membro del Seti permanent study group per la ricerca della vita nel cosmo nell'ambito della International Academy of astronautics. È autore, tra gli altri, di un poderoso saggio intitolato La Scienza e l'Idea di Ragione (2a ed. ampliata), edito da Mimesis nel 2019.
Come mai un filosofo come lei da qualche mese scrive articoli sul virus per la Fondazione Hume, diretta da un sociologo come Luca Ricolfi?
«Anzitutto, io sono un filosofo della scienza e ho sempre lavorato molto più (e molto meglio) con gli scienziati che con i filosofi. Ma, soprattutto, la confusione è oggi così totale che considero un dovere morale cercare di spiegare ciò che sta realmente accadendo».
E dunque cosa è successo?
«È successo che un virus di per sé non particolarmente pericoloso è stato trasformato in una catastrofe planetaria da un virus ben più terribile: quello della stupidità».
Come può dire questo?
«Non lo dico io, lo dicono i numeri. Lasciamo pure da parte l'Africa, che per diversi motivi è un caso anomalo. Ma Europa e Usa hanno più morti per abitante di qualsiasi Paese dell'America Latina. Certo, lì il numero dei morti è probabilmente sottostimato, ma se anche fossero il doppio o perfino il triplo non cambierebbe molto. Il punto è che se stiamo appena un po' meglio di Paesi che, avendo sistemi sanitari pressoché inesistenti, non hanno potuto far nulla contro il virus, ciò significa che le misure che abbiamo adottato sono state appena un po' meglio del non far nulla. E noi siamo quelli messi peggio di tutti: anche degli Usa, di cui continuiamo irragionevolmente a pretenderci migliori».
Donald Trump ha gestito bene la crisi?
«No, Trump l'ha gestita molto male. Ma noi siamo riusciti a far peggio. E avrebbero fatto peggio di lui anche Joe Biden e Anthony Fauci. Buon per l'America che stanno arrivando i vaccini».
Quindi lei dei vaccini si fida?
«L'ostilità ai vaccini è pura follia. Il vero problema è che l'attesa dei vaccini è diventata la scusa perfetta per la nostra inettitudine».
Ma il mondo non è tutto nella nostra stessa situazione?
«Assolutamente no! Questo è quello che ci raccontano i mass media, per ignoranza o per nascondere gli errori dei governi. Ma quasi un quarto dell'umanità è tornato alla normalità già da mesi, a cominciare dalla Cina, che ha colpe gravissime per aver mentito spudoratamente all'inizio dell'epidemia, facilitandone la diffusione, ma poi ha agito con grande efficacia».
La Cina, però, è una dittatura e ha usato metodi per noi inaccettabili.
«Una delle poche cose positive dell'epidemia è averci ricordato che la Cina non è un Paese normale. Ma il lockdown l'hanno attuato anche molti Paesi democratici e ha funzionato».
Scusi, ma il lockdown non c'è stato anche in Italia?
«Assolutamente no! Lockdown significa: stanno aperti solo supermercati e farmacie e si esce di casa solo per fare la spesa. È molto più duro, ma anche molto più rapido e soprattutto molto più efficace. Purché si chiuda davvero “tutto", però. Da noi, invece, nel momento di teorica chiusura totale lavoravano e circolavano legalmente 9,4 milioni di persone e il governo se la prendeva con le poche migliaia di irregolari... Comunque, esistono anche altri sistemi: anzitutto la chiusura delle frontiere, come ha fatto per prima Taiwan. Risultato: poche centinaia di contagi e appena 7 morti su 23 milioni di abitanti. In proporzione, noi avremmo dovuto averne 18! Con la Sars le frontiere le chiudemmo e ci furono appena 4 casi e nessun morto. Stavolta, invece, chi l'ha proposto si è preso del razzista e perfino del fascista».
L'Oms ha delle colpe?
«L'Oms ha più colpe di tutti. Anzitutto ha sempre avallato le menzogne cinesi. Poi ha sconsigliato le misure attuate dai Paesi più virtuosi, come Taiwan (0,3 morti per milione di abtanti), Nuova Zelanda (5) e Australia (35), solo perché da tempo contestano la gestione del suo segretario Tedros Adhanom, un tipo che va a braccetto con i peggiori dittatori del pianeta. Addirittura, sul suo sito ufficiale l'Oms nemmeno nomina Taiwan perché la considera parte della Cina!».
Ma almeno all'inizio non eravamo stati bravi?
«No. L'Italia è sempre stata il peggior Paese al mondo dopo il Belgio».
Fare tanti tamponi serve?
«Anzitutto non ne facciamo così tanti: siamo solo al 40° posto nel mondo. E poi, come ha detto anche Crisanti, i tamponi aiutano, ma non bastano: bisogna abbinarli al tracciamento dei contagi. Ma la app Immuni è arrivata con mesi di ritardo e non l'ha usata nessuno perché il governo non l'ha resa obbligatoria. Dove ciò è stato fatto, come in Corea del Sud, Giappone e Australia, la situazione è da 40 a 60 volte migliore che da noi. Anche se io preferisco sempre il modello neozelandese: lockdown totale al primo segno di contagio».
Non le sembra eccessivo?
«È esattamente il contrario. Le epidemie si propagano esponenzialmente, quindi anche il costo per fermarle cresce esponenzialmente col tempo, così come il rischio che il virus muti, come infatti è accaduto. Comunque, sa qual è la cosa più agghiacciante?».
Quale?
«Che perfino gli sgangherati pseudo-lockdown contiani, se attuati al momento giusto e nell'ordine giusto, sarebbero bastati a ridurre i contagi dell'85%, permettendoci una vita “quasi normale", con poche migliaia di morti e danni economici limitati. Capisce perché dico che il vero problema è la stupidità?».
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Agostino Miozzo, coordinatore dei tecnici, mette le mani avanti sull'eventuale fallimento delle zone colorate. La replica del pd Antonio Decaro, presidente dell'associazione Comuni: «Disperato tentativo di spostare da sé le responsabilità».Il filosofo della scienza Paolo Musso: «Con la Sars abbiamo chiuso le frontiere e ci furono appena 4 casi e nessun morto».Lo speciale contiene due articoli.La zona gialla per quasi tutta Italia non era ancora ufficialmente partita, e già il Cts, nella persona del suo coordinatore Agostino Miozzo, aveva individuato una exit-strategy dalle responsabilità sue e del governo, puntando l'indice su altri. Che, nella fattispecie, sarebbero i sindaci, rei a suo parere di omettere i dovuti controlli e di non elevare le sanzioni del caso ai cittadini che nel week-end hanno deciso di fare una passeggiata in città e magari di dare un'occhiata ai saldi. Dopo i governatori anarchici, i cittadini irresponsabili e la movida selvaggia, dunque, il nuovo spauracchio pronto a spiegare l'eventuale fallimento del «semaforo» inventato da tecnici ed esecutivo è incarnato dalla figura del «sindaco negligente», incline a voltarsi dall'altra parte di fronte agli assembramenti provocati da torme di barbari incuranti del rischio contagio. Un attacco, quello di Miozzo, sferrato a freddo e portato con toni irritualmente aggressivi, che non ha potuto non suscitare la durissima reazione del presidente dell'Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro, di fronte alla quale il coordinatore del Cts ha dovuto battere mestamente in ritirata. Tutto è cominciato quando siti web e telegiornali, nel pomeriggio di sabato, diffondono le immagini dei centri delle principali città italiane attraversati da persone intente a passeggiare, attratte anche dal tempo mite e dai saldi e, sebbene nella gran parte del territorio nazionale bar e ristoranti siano ancora chiusi poiché le ordinanze sulle zone gialle sarebbero entrate in vigore da lunedì, si ricomincia a parlare di «movida», tanto che Miozzo, interpellato in merito, spara a zero parlando di «assembramenti inaccettabili» e puntando il dito contro i primi cittadini chiedendosi «che fanno?».Per Decaro la misura è colma, e la risposta non si fa attendere: «Dare la colpa ai sindaci sta diventando il nuovo sport nazionale», afferma il presidente dell'Anci, che prima puntualizza («noi sindaci non siamo responsabili della sorveglianza di strade e piazze») poi affonda: «Miozzo, che ci accusa di immobilismo di fronte agli assembramenti nelle città, sembra impegnato in un disperato tentativo di allontanare da sé le responsabilità e addossarle sugli obiettivi più facili, che per senso del dovere sono abituati a esporsi in prima persona. Il Cts», chiude Decaro, pensi a lavorare, invece di andare alla ricerca di capri espiatori». Per chiudere il caso, e per non aprire un ulteriore, imbarazzante fronte polemico tra potere centrale e amministratori locali (che a differenza dei governatori in questo caso provengono in maggioranza dal Pd), arriva a stretto giro di posta una precisazione dello stesso Miozzo che sa tanto di marcia indietro: «Non ho contestato i sindaci», puntualizza il coordinatore del Cts. «Ho fatto un appello affinché aiutino il sistema per controllare il territorio. Non era assolutamente mia intenzione addossare ai sindaci responsabilità diverse da quelle che hanno». Ma le tensioni tra Roma e gli enti locali sembrano destinate a non sopirsi, anzi: le prossime due settimane, infatti, saranno decisive su due punti estremamente delicati, e cioè le possibili riaperture dei confini regionali e degli impianti sciistici. Le scadenze coincidono, poiché i precedenti provvedimenti governativi le hanno fissate entrambe al 15 febbraio, ma il ministro della Salute, Roberto Speranza, è stato chiaro, a suo tempo, nel sottolineare che nel caso la curva dei contagi non presentasse un rallentamento soddisfacente, sarebbe altamente probabile un ulteriore rinvio delle aperture. Il che cozza con le aspettative dei governatori maggiormente interessati dal provvedimento sugli impianti, che a loro volta si stanno facendo interpreti delle istanze di lavoratori e imprenditori. Il presidente lombardo Attilio Fontana, nel fare appello alla responsabilità dei cittadini affinché rispettino, anche in zona gialla, tutte le misure anti contagio, ha reclamato dal governo «misure più coerenti che evitino interventi altalenanti, incomprensibili, che spesso si sono dimostrati inefficaci». Per quanto riguarda gli impianti sciistici, sarà a breve al vaglio del Cts un documento delle Regioni con le ipotesi di linee guida per la riapertura, che riguarderanno ad esempio gli ingressi nelle piste, negli alberghi e negli impianti di ristorazione, così come è attesa nei prossimi giorni una risposta del ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, su palestre e piscine. Trattative complesse e soggette, come già visto più volte negli ultimi mesi, a rigidità ideologiche che però risultano oggi ancor più inopportune, con in ballo comparti ormai al collasso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cts-attacca-i-sindaci-sui-controlli-lanci-basta-pensino-a-lavorare-2650238935.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-vera-catastrofe-e-il-virus-della-stupidita" data-post-id="2650238935" data-published-at="1612210636" data-use-pagination="False"> «La vera catastrofe è il virus della stupidità» Paolo Musso è docente di filosofia della scienza e membro del Seti permanent study group per la ricerca della vita nel cosmo nell'ambito della International Academy of astronautics. È autore, tra gli altri, di un poderoso saggio intitolato La Scienza e l'Idea di Ragione (2a ed. ampliata), edito da Mimesis nel 2019. Come mai un filosofo come lei da qualche mese scrive articoli sul virus per la Fondazione Hume, diretta da un sociologo come Luca Ricolfi? «Anzitutto, io sono un filosofo della scienza e ho sempre lavorato molto più (e molto meglio) con gli scienziati che con i filosofi. Ma, soprattutto, la confusione è oggi così totale che considero un dovere morale cercare di spiegare ciò che sta realmente accadendo». E dunque cosa è successo? «È successo che un virus di per sé non particolarmente pericoloso è stato trasformato in una catastrofe planetaria da un virus ben più terribile: quello della stupidità». Come può dire questo? «Non lo dico io, lo dicono i numeri. Lasciamo pure da parte l'Africa, che per diversi motivi è un caso anomalo. Ma Europa e Usa hanno più morti per abitante di qualsiasi Paese dell'America Latina. Certo, lì il numero dei morti è probabilmente sottostimato, ma se anche fossero il doppio o perfino il triplo non cambierebbe molto. Il punto è che se stiamo appena un po' meglio di Paesi che, avendo sistemi sanitari pressoché inesistenti, non hanno potuto far nulla contro il virus, ciò significa che le misure che abbiamo adottato sono state appena un po' meglio del non far nulla. E noi siamo quelli messi peggio di tutti: anche degli Usa, di cui continuiamo irragionevolmente a pretenderci migliori». Donald Trump ha gestito bene la crisi? «No, Trump l'ha gestita molto male. Ma noi siamo riusciti a far peggio. E avrebbero fatto peggio di lui anche Joe Biden e Anthony Fauci. Buon per l'America che stanno arrivando i vaccini». Quindi lei dei vaccini si fida? «L'ostilità ai vaccini è pura follia. Il vero problema è che l'attesa dei vaccini è diventata la scusa perfetta per la nostra inettitudine». Ma il mondo non è tutto nella nostra stessa situazione? «Assolutamente no! Questo è quello che ci raccontano i mass media, per ignoranza o per nascondere gli errori dei governi. Ma quasi un quarto dell'umanità è tornato alla normalità già da mesi, a cominciare dalla Cina, che ha colpe gravissime per aver mentito spudoratamente all'inizio dell'epidemia, facilitandone la diffusione, ma poi ha agito con grande efficacia». La Cina, però, è una dittatura e ha usato metodi per noi inaccettabili. «Una delle poche cose positive dell'epidemia è averci ricordato che la Cina non è un Paese normale. Ma il lockdown l'hanno attuato anche molti Paesi democratici e ha funzionato». Scusi, ma il lockdown non c'è stato anche in Italia? «Assolutamente no! Lockdown significa: stanno aperti solo supermercati e farmacie e si esce di casa solo per fare la spesa. È molto più duro, ma anche molto più rapido e soprattutto molto più efficace. Purché si chiuda davvero “tutto", però. Da noi, invece, nel momento di teorica chiusura totale lavoravano e circolavano legalmente 9,4 milioni di persone e il governo se la prendeva con le poche migliaia di irregolari... Comunque, esistono anche altri sistemi: anzitutto la chiusura delle frontiere, come ha fatto per prima Taiwan. Risultato: poche centinaia di contagi e appena 7 morti su 23 milioni di abitanti. In proporzione, noi avremmo dovuto averne 18! Con la Sars le frontiere le chiudemmo e ci furono appena 4 casi e nessun morto. Stavolta, invece, chi l'ha proposto si è preso del razzista e perfino del fascista». L'Oms ha delle colpe? «L'Oms ha più colpe di tutti. Anzitutto ha sempre avallato le menzogne cinesi. Poi ha sconsigliato le misure attuate dai Paesi più virtuosi, come Taiwan (0,3 morti per milione di abtanti), Nuova Zelanda (5) e Australia (35), solo perché da tempo contestano la gestione del suo segretario Tedros Adhanom, un tipo che va a braccetto con i peggiori dittatori del pianeta. Addirittura, sul suo sito ufficiale l'Oms nemmeno nomina Taiwan perché la considera parte della Cina!». Ma almeno all'inizio non eravamo stati bravi? «No. L'Italia è sempre stata il peggior Paese al mondo dopo il Belgio». Fare tanti tamponi serve? «Anzitutto non ne facciamo così tanti: siamo solo al 40° posto nel mondo. E poi, come ha detto anche Crisanti, i tamponi aiutano, ma non bastano: bisogna abbinarli al tracciamento dei contagi. Ma la app Immuni è arrivata con mesi di ritardo e non l'ha usata nessuno perché il governo non l'ha resa obbligatoria. Dove ciò è stato fatto, come in Corea del Sud, Giappone e Australia, la situazione è da 40 a 60 volte migliore che da noi. Anche se io preferisco sempre il modello neozelandese: lockdown totale al primo segno di contagio». Non le sembra eccessivo? «È esattamente il contrario. Le epidemie si propagano esponenzialmente, quindi anche il costo per fermarle cresce esponenzialmente col tempo, così come il rischio che il virus muti, come infatti è accaduto. Comunque, sa qual è la cosa più agghiacciante?». Quale? «Che perfino gli sgangherati pseudo-lockdown contiani, se attuati al momento giusto e nell'ordine giusto, sarebbero bastati a ridurre i contagi dell'85%, permettendoci una vita “quasi normale", con poche migliaia di morti e danni economici limitati. Capisce perché dico che il vero problema è la stupidità?».
(Ansa)
Il metallo più prezioso nel giorno del destino arriva dal sacrificio disumano di una specialità militare. Si fatica col fucile in spalla e si spara. Per sei chilometri, è il Biathlon bellezza. Si arriva sfiniti al poligono dove quelle mani gelate e tremanti devono centrare il bersaglio. «Un respiro troppo corto, un indugio troppo lungo e hai perso». Ma Lisa Vittozzi di Sappada riesce a trovare l’armonia anche dentro la più infernale delle prove e sull’anello di Anterselva porta la staffetta mista a vincere l’argento olimpico nel delirio di una folla incredula. A 31 anni, con il suo cuore enorme, la ragazza che voleva fare la modella di Victoria Secrets trascina sul podio il treno azzurro (Tommaso Giacomel, Lukas Hofer, Dorothea Wierer) nella più incredibile delle rimonte. Oro alla Francia, bronzo alla Germania, risucchiata dall’irriducibile friulana partita per fare legna e arrivata per fare la storia.
Il volto del giorno è quello di lady Vittozzi, iperattiva fin da bambina, esasperata dal desiderio di vincere anche la tombola a Natale. Giocava a calcio con i maschi, poi provò nuoto, arrampicata, danza. Ricorda con la medaglia al collo: «Il mio segreto è non arrendermi mai. Quando mi sono distrutta tibia e perone sugli sci da discesa ho deciso di passare al fondo. Ma non mi bastava, ho trovato la pace mettendomi in spalla anche il fucile ad aria compressa». Un argento vivo, metafora che oggi funziona in quello sport mutuato da guerre vere e reso famoso sui campi di battaglia di Finlandia dove nel secolo scorso un intero popolo seppe fermare due volte l’imperialismo sovietico.
Vittozzi è un volto televisivo, ha partecipato al docufilm «Radici» su Discovery, dove ha raccontato il rapporto speciale con sua nonna Lea, alla quale ha dedicato la medaglia olimpica. Francesca Lollobrigida con il piccolo Tommaso in braccio ha raccontato il profondo senso dell’essere madre, Lisa l’amore di una nonna speciale. Questi sono Giochi di famiglia. «Gareggiavo ad Oberhof in Germania e al telefono mi disse che sarebbe venuta a vedermi. Le ordinai di non muoversi. Le dissi: nonna, non puoi farti 9 ore di macchina e poi stare al freddo. Si è presentata a Oberhof, mi ha visto salire sul podio. È stata la cosa più bella che abbia fatto. È stata l’ultima gara che ha visto».
È il giorno dei nonni e delle donne speciali. «Non ho paura di niente», grida al mondo da Livigno Lucia Dalmasso con la tavola fra le mani; si è messa al collo il bronzo, battuta solo dalla ceka Suzana Maderova e dall’austriaca Sabine Payer. I maschi hanno deluso, lei ha fatto tornare l’azzurro nel cielo. La guerriera di Feltre, 28 anni, era una promessa dello Sci alpino, ma un incidente le ha cambiato il destino: crociati delle due ginocchia rotti e un bivio, o il ritiro o la rinascita. La bellunese vira sullo Snowboard, ecco la cura. Cinque anni di sacrifici per diventare un top, per declinare nel gigante parallelo tutta la sua forza interiore, fino al podio olimpico.
Due donne nuove, due sorprese stupende. Sofia Goggia perdonerà. È di bronzo anche la sua giornata, ma con un fondo di amarezza. Probabilmente ha perso le medaglie nobili della Libera (prima la statunitense Breezy Johnson, seconda la tedesca Emma Aicher) in quei 20 minuti di attesa al cancelletto delle Tofane di Cortina, mentre i medici si occupavano di Lindsey Vonn, mito caduto. Sofia si chiude in se stessa, ripete meccanicamente a gesti tutta la pista, prova a trattenere la concentrazione che scappa via. Ma quando scende è frenata, meno fluida del solito. «Volevo l’oro, so di aver commesso qualche errore ma bisogna guardare al risultato complessivo, è la terza medaglia alla terza olimpiade. Una cosa enorme».
È vero, aveva già vinto l’oro a PyeongChang e l’argento a Pechino. Ora ha completato la collezione, in attesa della rivincita in SuperG e Gigante. Buone sensazioni anche da Federica Brignone, decima dopo mesi ai box. I Giochi durano solo 13” per la fuoriclasse Vonn: alla terza curva un bastoncino si impiglia in un paletto. La caduta è rovinosa, un’esplosione di pulviscolo bianco, con lei che urla a gambe aperte perché gli sci non si sono sganciati. Sul traguardo cala un silenzio irreale mentre le pale dell’elisoccorso scandiscono il trasferimento della sciatrice in ospedale con una gamba fratturata. All’icona dello Sport, che a 41 anni voleva correre con un tutore a protezione del ginocchio con il crociato rotto, il dio delle nevi ha voltato le spalle.
Oggi le speranze italiane di medaglia tornano a rivolgersi a Dominik Paris e Giovanni Franzoni nella Combinata maschile, in attesa di altre sorprese e meraviglie. Siamo in buone mani.
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Friedrich Merz (Ansa)
Così è arrivato il momento di mettere a folle il motore della transazione energetica. Il ministero dell’Economia tedesco starebbe valutando un giro di vite sulle fonti rinnovabili. In particolare, sta studiando di limitare alcuni elementi centrali nel piano di espansione delle energie green, il cosiddetto diritto di priorità di immissione e di allaccio alla rete. Secondo quanto riporta il quotidiano Tagesspiegel, citando fonti del settore, un «pacchetto rete» sarebbe in preparazione parallelamente alla riforma della legge sulle energie rinnovabili (Eeg). In base alle indiscrezioni, nuovi impianti eolici e solari non verrebbero più collegati «senza indugio» e, se nell’area di rete oltre il 3% dell’energia rinnovabile fosse stato limitato l’anno precedente, i gestori dei nuovi impianti dovrebbero rinunciare fino a dieci anni all’indennizzo previsto per le riduzioni di produzione. Inoltre, i gestori delle reti di distribuzione potrebbero definire procedure autonome di allaccio per impianti superiori a 135 chilowatt, con il rischio - secondo il settore - di rallentare i collegamenti, dato che in Germania operano oltre 800 gestori. Critiche sono giunte dalle oltre 1.000 cooperative energetiche attive nel solare, eolico e bioenergia: «Questi investimenti necessitano di condizioni quadro affidabili», ha dichiarato Jan Holthaus dell’associazione Dgrv, chiedendo regole chiare per il rifinanziamento e un accesso sicuro alla rete.
Ma non è questo l’unico passo indietro sulla transizione ecologica in questo Paese che fino a ieri era uno dei sostenitori più convinti dell’abbandono delle fonti fossili. L’impresa europea di batterie per veicoli Automotive cells (Acc) ha comunicato al sindacato dei metalmeccanici Uilm che accantonerà i piani per costruire gigafactory in Italia e Germania. Che il progetto di Termoli fosse tramontato si vociferava da tempo ma ieri è arrivata la conferma ufficiale insieme a quella dell’analogo piano in Germania. È una vera e propria ritirata dal settore e implicitamente la resa alla Cina. In una nota, Acc, sostenuta da Stellantis, ha affermato che sta valutando la chiusura dei progetti, sospesi dal 2024 a causa di una crescita più lenta del previsto per i veicoli elettrici. I nuovi siti erano tra le decine pianificati in Europa, nel tentativo di ridurre la dipendenza dai produttori cinesi, ma sono stati bloccati quando l’azienda ha valutato il passaggio a una tecnologia di batterie meno costosa. Acc ha detto chiaramente che non ci sono i «prerequisiti per riavviare i progetti in Germania e Italia». Impensabile andare avanti se le auto elettriche non si vendono. D’altronde Stellantis ha avvertito che subirà un calo di 22 miliardi di euro a causa della diffusione più lenta del previsto dei veicoli a batteria. A settembre 2024, l’Italia ha annunciato il ritiro di circa 250 milioni di euro dai fondi dell’Unione europea inizialmente destinati alla gigafactory, a causa dell’incertezza sui tempi di realizzazione del progetto.
Sempre in Germania, il ministero della Difesa ha rifatto il catasto dei campi armati, in modo che le ex aree militari non saranno disponibili per nuovi progetti fotovoltaici o eolici. Caserme dismesse, ex aeroporti e campi di addestramento che negli ultimi decenni erano stati convertiti a usi civili, diventano ora parte di una «riserva strategica». Tredici superfici destinate a ospitare impianti per le energie rinnovabili, serviranno a ospitare basi operative dell’esercito e per l’addestramento. Altro che pannelli solari e pale eoliche.
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(Honda Aircraft Company)
La novità rappresenta un importante passo avanti per la sicurezza aerea. Honda Aircraft Company sta lavorando per ottenere le necessarie autorizzazioni anche in altri Paesi, così da rendere questa tecnologia disponibile a livello internazionale.
«L’introduzione di Emergency Autoland dimostra il nostro impegno nel rendere il volo sempre più sicuro e accessibile», ha dichiarato Hideto Yamasaki, Presidente e Ceo di Honda Aircraft Company. «Questa tecnologia offre ai nostri clienti una maggiore tranquillità, sapendo che l’aereo è in grado di gestire una situazione critica anche nelle circostanze più difficili».
Emergency Autoland è un sistema progettato per far atterrare l’aereo da solo in caso di emergenza, ad esempio se il pilota si sente male o non riesce più a controllare il velivolo.
Il sistema può essere attivato premendo un pulsante in cabina oppure entrare in funzione automaticamente se rileva che il pilota non risponde.
Una volta attivo, Emergency Autoland avvisa automaticamente il controllo del traffico aereo e sceglie l’aeroporto più adatto in base alle condizioni meteo, alla quantità di carburante disponibile e alle caratteristiche delle piste. L’aereo viene quindi guidato in sicurezza fino all’atterraggio e si ferma completamente sulla pista, senza bisogno di interventi esterni.
Già nel 2024 HondaJet Elite II era stato il primo jet della sua categoria a introdurre un sistema automatico di gestione della velocità, un passaggio fondamentale per rendere possibile Emergency Autoland. I test di volo si sono conclusi nel 2025, aprendo la strada a questa importante innovazione.
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Ansa
In realtà sembra assodato che i bambini «socializzassero» adeguatamente con quelli delle famiglie vicine, ma ciò non è apparso sufficiente, in assenza della «socializzazione» in ambito scolastico, dovuta al fatto che i bambini non frequentavano la scuola, avendo i genitori optato per la educazione in famiglia («home schooling»), come consentito, a determinate condizioni, dalla legge. Non risulta chiaro, in verità, se tali condizioni fossero state o meno soddisfatte. Ma non è su questo che si vuole qui puntare l’attenzione, quanto piuttosto sul fatto che è, comunque, la socializzazione in ambito scolastico quella che viene, in sostanza, considerata imprescindibile ai fini di una corretta formazione della personalità del minore. E questo tipo di socializzazione è caratterizzato dal suo svolgersi secondo le direttive e sotto la supervisione di un’autorità che, direttamente o indirettamente, è quella dello Stato.
In sostanza, si lascia, quindi, intendere che, pur nel dichiarato rispetto dell’articolo 30 della Costituzione secondo cui è «dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli», è però preferibile che l’istruzione e l’educazione siano affidate allo Stato. E su questa stessa linea si pongono le forze politiche e gli «opinion makers» che sostengono la necessità o, quanto meno, l’opportunità che nei programmi scolastici venga inserita l’educazione «sessuo-affettiva» per supplire alle presunte carenze o distorsioni frequentemente riscontrabili - si afferma - nell’educazione che, in materia sessuo-affettiva, i minori ricevono in famiglia. Il tutto riconducibile a una visione generale secondo cui spetterebbe allo Stato curare la formazione della personalità di ogni cittadino, fin dalla più tenera età, in modo da renderla conforme a un modello ideale precostituito, funzionale al modello assunto come proprio dallo Stato nel suo complesso. Visione, questa, che ben può trovare la sua collocazione nell’ambito di quella che viene oggi da molti definita come «democrazia totalitaria», riprendendo, pur sotto varie e diverse angolature, un concetto enunciato per la prima volta, nel 1952, dallo storico israeliano Jakob Talmon nel suo libro The origins of totalitarian democracy.
Ma si tratta di una visione le cui radici, risalendo addirittura all’antichità, possiamo ritrovare nella Repubblica di Platone, in cui si immaginava uno Stato governato dai «filosofi», nel quale, tra l’altro, la famiglia tradizionale fosse abolita e i figli, nati da accoppiamenti decisi dalla sorte, fossero affidati, fin dalla più tenera età, alla pubblica autorità. Questa raffigurazione di quello che avrebbe dovuto essere, secondo l’autore, lo Stato ideale rimase, in realtà, pressoché isolata nel pensiero dell’antichità greco-romana. Essa venne, però, ripresa a partire dal XVI secolo in varie opere le più note delle quali sono l’Utopia di Thomas More e La città del Sole, di Tommaso Campanella. In quest’ultima, in particolare, si torna a predicare l’abolizione della famiglia e l’esclusiva competenza dello Stato a provvedere all’educazione dei figli nati dalle unioni sessuali decise, peraltro, non più dalla sorte ma dalle autorità. Più moderata risulta la posizione del More, il quale lascia sussistere la famiglia tradizionale salvo, però, prevedere che il numero dei figli per ogni famiglia sia fissato dall’autorità, per cui, in caso di superamento, i figli in eccedenza sono assegnati a un’altra famiglia che non ne ha avuti a sufficienza.
Una radicale avversione alla famiglia, accompagnata alla pretesa che i figli, comunque venuti al mondo, debbano essere affidati, il prima possibile, alle cure esclusive dello Stato o della «comunità», costituisce
poi - come messo bene in luce da Igor Safarevich nel suo Il socialismo come fenomeno storico mondiale, pubblicato la prima volta nel 1977 - elemento ricorrente in pressoché tutti i numerosi progetti di società qualificabili, in senso lato, come «socialisti» in quanto basati sul rifiuto di ogni forma di libera iniziativa e di proprietà individuale, comparsi a partire dal XVIII secolo. Fra essi, a titolo di esempio: Il codice della natura, ovvero l’autentico spirito delle leggi, di Morelly (probabile pseudonimo di Denis Diderot); Il vero sistema, di Léger DeschampsIl nuovo mondo industriale e societario, di François Fourier; la Congiura per l’eguaglianza, di Filippo Buonarroti. Sulla stessa linea si ritrova, poi, l’opera specificamente dedicata, da Friedrich Engels, alla Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.
Ci si potrebbe chiedere, tuttavia, a questo punto, come mai l’attuale pretesa dello Stato di estromettere, per quanto possibile, le famiglie dall’educazione dei figli, pur essendo ricollegabile, come si è visto, a originarie visioni di tipo collettivistico, si accompagni invece, oggi, a una diffusa mentalità di tipo edonistico-individualista, in buona parte avallata anche dallo stesso Stato. Può rispondersi che ciò appare come uno dei frutti della commistione, verificatasi a partire dal 1968, tra l’edonismo individualista proprio della tradizione anglo-sassone, resosi dominante in Occidente ma non più compensato dal moralismo di stampo calvinista, proprio anch’esso di quella tradizione, e l’egualitarismo delle visioni collettiviste, fatte proprie ed in parte realizzate nel marxismo, ma non più compensate, a loro volta, dalla dichiarata finalità della creazione di un ordinamento statuale in cui esse trovassero compiuta realizzazione; finalità, quella ora detta, la cui scomparsa ha lasciato, tuttavia, come residuo, l’antico e talvolta confessato convincimento di molti fra i politici e pensatori della sinistra marxista che quelli in favore dei quali doveva promuoversi e garantirsi l’eguaglianza, essendo privi di adeguata intelligenza (Engels definì una volta, in una lettera a Marx, gli operai come «una massa spaventosamente idiota»), dovessero essere guidati e diretti, fin dalla nascita, da chi ne sapeva più di loro.
Ed è proprio, quindi, quella commistione che bisognerebbe decidersi, una volta o l’altra, a spezzare.
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