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2021-02-02
Il Cts attacca i sindaci sui controlli. L’Anci: «Basta, pensino a lavorare»
Ansa
La zona gialla per quasi tutta Italia non era ancora ufficialmente partita, e già il Cts, nella persona del suo coordinatore Agostino Miozzo, aveva individuato una exit-strategy dalle responsabilità sue e del governo, puntando l'indice su altri. Che, nella fattispecie, sarebbero i sindaci, rei a suo parere di omettere i dovuti controlli e di non elevare le sanzioni del caso ai cittadini che nel week-end hanno deciso di fare una passeggiata in città e magari di dare un'occhiata ai saldi. Dopo i governatori anarchici, i cittadini irresponsabili e la movida selvaggia, dunque, il nuovo spauracchio pronto a spiegare l'eventuale fallimento del «semaforo» inventato da tecnici ed esecutivo è incarnato dalla figura del «sindaco negligente», incline a voltarsi dall'altra parte di fronte agli assembramenti provocati da torme di barbari incuranti del rischio contagio.
Un attacco, quello di Miozzo, sferrato a freddo e portato con toni irritualmente aggressivi, che non ha potuto non suscitare la durissima reazione del presidente dell'Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro, di fronte alla quale il coordinatore del Cts ha dovuto battere mestamente in ritirata. Tutto è cominciato quando siti web e telegiornali, nel pomeriggio di sabato, diffondono le immagini dei centri delle principali città italiane attraversati da persone intente a passeggiare, attratte anche dal tempo mite e dai saldi e, sebbene nella gran parte del territorio nazionale bar e ristoranti siano ancora chiusi poiché le ordinanze sulle zone gialle sarebbero entrate in vigore da lunedì, si ricomincia a parlare di «movida», tanto che Miozzo, interpellato in merito, spara a zero parlando di «assembramenti inaccettabili» e puntando il dito contro i primi cittadini chiedendosi «che fanno?».
Per Decaro la misura è colma, e la risposta non si fa attendere: «Dare la colpa ai sindaci sta diventando il nuovo sport nazionale», afferma il presidente dell'Anci, che prima puntualizza («noi sindaci non siamo responsabili della sorveglianza di strade e piazze») poi affonda: «Miozzo, che ci accusa di immobilismo di fronte agli assembramenti nelle città, sembra impegnato in un disperato tentativo di allontanare da sé le responsabilità e addossarle sugli obiettivi più facili, che per senso del dovere sono abituati a esporsi in prima persona. Il Cts», chiude Decaro, pensi a lavorare, invece di andare alla ricerca di capri espiatori».
Per chiudere il caso, e per non aprire un ulteriore, imbarazzante fronte polemico tra potere centrale e amministratori locali (che a differenza dei governatori in questo caso provengono in maggioranza dal Pd), arriva a stretto giro di posta una precisazione dello stesso Miozzo che sa tanto di marcia indietro: «Non ho contestato i sindaci», puntualizza il coordinatore del Cts. «Ho fatto un appello affinché aiutino il sistema per controllare il territorio. Non era assolutamente mia intenzione addossare ai sindaci responsabilità diverse da quelle che hanno».
Ma le tensioni tra Roma e gli enti locali sembrano destinate a non sopirsi, anzi: le prossime due settimane, infatti, saranno decisive su due punti estremamente delicati, e cioè le possibili riaperture dei confini regionali e degli impianti sciistici. Le scadenze coincidono, poiché i precedenti provvedimenti governativi le hanno fissate entrambe al 15 febbraio, ma il ministro della Salute, Roberto Speranza, è stato chiaro, a suo tempo, nel sottolineare che nel caso la curva dei contagi non presentasse un rallentamento soddisfacente, sarebbe altamente probabile un ulteriore rinvio delle aperture. Il che cozza con le aspettative dei governatori maggiormente interessati dal provvedimento sugli impianti, che a loro volta si stanno facendo interpreti delle istanze di lavoratori e imprenditori. Il presidente lombardo Attilio Fontana, nel fare appello alla responsabilità dei cittadini affinché rispettino, anche in zona gialla, tutte le misure anti contagio, ha reclamato dal governo «misure più coerenti che evitino interventi altalenanti, incomprensibili, che spesso si sono dimostrati inefficaci».
Per quanto riguarda gli impianti sciistici, sarà a breve al vaglio del Cts un documento delle Regioni con le ipotesi di linee guida per la riapertura, che riguarderanno ad esempio gli ingressi nelle piste, negli alberghi e negli impianti di ristorazione, così come è attesa nei prossimi giorni una risposta del ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, su palestre e piscine. Trattative complesse e soggette, come già visto più volte negli ultimi mesi, a rigidità ideologiche che però risultano oggi ancor più inopportune, con in ballo comparti ormai al collasso.
«La vera catastrofe è il virus della stupidità»
Paolo Musso è docente di filosofia della scienza e membro del Seti permanent study group per la ricerca della vita nel cosmo nell'ambito della International Academy of astronautics. È autore, tra gli altri, di un poderoso saggio intitolato La Scienza e l'Idea di Ragione (2a ed. ampliata), edito da Mimesis nel 2019.
Come mai un filosofo come lei da qualche mese scrive articoli sul virus per la Fondazione Hume, diretta da un sociologo come Luca Ricolfi?
«Anzitutto, io sono un filosofo della scienza e ho sempre lavorato molto più (e molto meglio) con gli scienziati che con i filosofi. Ma, soprattutto, la confusione è oggi così totale che considero un dovere morale cercare di spiegare ciò che sta realmente accadendo».
E dunque cosa è successo?
«È successo che un virus di per sé non particolarmente pericoloso è stato trasformato in una catastrofe planetaria da un virus ben più terribile: quello della stupidità».
Come può dire questo?
«Non lo dico io, lo dicono i numeri. Lasciamo pure da parte l'Africa, che per diversi motivi è un caso anomalo. Ma Europa e Usa hanno più morti per abitante di qualsiasi Paese dell'America Latina. Certo, lì il numero dei morti è probabilmente sottostimato, ma se anche fossero il doppio o perfino il triplo non cambierebbe molto. Il punto è che se stiamo appena un po' meglio di Paesi che, avendo sistemi sanitari pressoché inesistenti, non hanno potuto far nulla contro il virus, ciò significa che le misure che abbiamo adottato sono state appena un po' meglio del non far nulla. E noi siamo quelli messi peggio di tutti: anche degli Usa, di cui continuiamo irragionevolmente a pretenderci migliori».
Donald Trump ha gestito bene la crisi?
«No, Trump l'ha gestita molto male. Ma noi siamo riusciti a far peggio. E avrebbero fatto peggio di lui anche Joe Biden e Anthony Fauci. Buon per l'America che stanno arrivando i vaccini».
Quindi lei dei vaccini si fida?
«L'ostilità ai vaccini è pura follia. Il vero problema è che l'attesa dei vaccini è diventata la scusa perfetta per la nostra inettitudine».
Ma il mondo non è tutto nella nostra stessa situazione?
«Assolutamente no! Questo è quello che ci raccontano i mass media, per ignoranza o per nascondere gli errori dei governi. Ma quasi un quarto dell'umanità è tornato alla normalità già da mesi, a cominciare dalla Cina, che ha colpe gravissime per aver mentito spudoratamente all'inizio dell'epidemia, facilitandone la diffusione, ma poi ha agito con grande efficacia».
La Cina, però, è una dittatura e ha usato metodi per noi inaccettabili.
«Una delle poche cose positive dell'epidemia è averci ricordato che la Cina non è un Paese normale. Ma il lockdown l'hanno attuato anche molti Paesi democratici e ha funzionato».
Scusi, ma il lockdown non c'è stato anche in Italia?
«Assolutamente no! Lockdown significa: stanno aperti solo supermercati e farmacie e si esce di casa solo per fare la spesa. È molto più duro, ma anche molto più rapido e soprattutto molto più efficace. Purché si chiuda davvero “tutto", però. Da noi, invece, nel momento di teorica chiusura totale lavoravano e circolavano legalmente 9,4 milioni di persone e il governo se la prendeva con le poche migliaia di irregolari... Comunque, esistono anche altri sistemi: anzitutto la chiusura delle frontiere, come ha fatto per prima Taiwan. Risultato: poche centinaia di contagi e appena 7 morti su 23 milioni di abitanti. In proporzione, noi avremmo dovuto averne 18! Con la Sars le frontiere le chiudemmo e ci furono appena 4 casi e nessun morto. Stavolta, invece, chi l'ha proposto si è preso del razzista e perfino del fascista».
L'Oms ha delle colpe?
«L'Oms ha più colpe di tutti. Anzitutto ha sempre avallato le menzogne cinesi. Poi ha sconsigliato le misure attuate dai Paesi più virtuosi, come Taiwan (0,3 morti per milione di abtanti), Nuova Zelanda (5) e Australia (35), solo perché da tempo contestano la gestione del suo segretario Tedros Adhanom, un tipo che va a braccetto con i peggiori dittatori del pianeta. Addirittura, sul suo sito ufficiale l'Oms nemmeno nomina Taiwan perché la considera parte della Cina!».
Ma almeno all'inizio non eravamo stati bravi?
«No. L'Italia è sempre stata il peggior Paese al mondo dopo il Belgio».
Fare tanti tamponi serve?
«Anzitutto non ne facciamo così tanti: siamo solo al 40° posto nel mondo. E poi, come ha detto anche Crisanti, i tamponi aiutano, ma non bastano: bisogna abbinarli al tracciamento dei contagi. Ma la app Immuni è arrivata con mesi di ritardo e non l'ha usata nessuno perché il governo non l'ha resa obbligatoria. Dove ciò è stato fatto, come in Corea del Sud, Giappone e Australia, la situazione è da 40 a 60 volte migliore che da noi. Anche se io preferisco sempre il modello neozelandese: lockdown totale al primo segno di contagio».
Non le sembra eccessivo?
«È esattamente il contrario. Le epidemie si propagano esponenzialmente, quindi anche il costo per fermarle cresce esponenzialmente col tempo, così come il rischio che il virus muti, come infatti è accaduto. Comunque, sa qual è la cosa più agghiacciante?».
Quale?
«Che perfino gli sgangherati pseudo-lockdown contiani, se attuati al momento giusto e nell'ordine giusto, sarebbero bastati a ridurre i contagi dell'85%, permettendoci una vita “quasi normale", con poche migliaia di morti e danni economici limitati. Capisce perché dico che il vero problema è la stupidità?».
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Agostino Miozzo, coordinatore dei tecnici, mette le mani avanti sull'eventuale fallimento delle zone colorate. La replica del pd Antonio Decaro, presidente dell'associazione Comuni: «Disperato tentativo di spostare da sé le responsabilità».Il filosofo della scienza Paolo Musso: «Con la Sars abbiamo chiuso le frontiere e ci furono appena 4 casi e nessun morto».Lo speciale contiene due articoli.La zona gialla per quasi tutta Italia non era ancora ufficialmente partita, e già il Cts, nella persona del suo coordinatore Agostino Miozzo, aveva individuato una exit-strategy dalle responsabilità sue e del governo, puntando l'indice su altri. Che, nella fattispecie, sarebbero i sindaci, rei a suo parere di omettere i dovuti controlli e di non elevare le sanzioni del caso ai cittadini che nel week-end hanno deciso di fare una passeggiata in città e magari di dare un'occhiata ai saldi. Dopo i governatori anarchici, i cittadini irresponsabili e la movida selvaggia, dunque, il nuovo spauracchio pronto a spiegare l'eventuale fallimento del «semaforo» inventato da tecnici ed esecutivo è incarnato dalla figura del «sindaco negligente», incline a voltarsi dall'altra parte di fronte agli assembramenti provocati da torme di barbari incuranti del rischio contagio. Un attacco, quello di Miozzo, sferrato a freddo e portato con toni irritualmente aggressivi, che non ha potuto non suscitare la durissima reazione del presidente dell'Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro, di fronte alla quale il coordinatore del Cts ha dovuto battere mestamente in ritirata. Tutto è cominciato quando siti web e telegiornali, nel pomeriggio di sabato, diffondono le immagini dei centri delle principali città italiane attraversati da persone intente a passeggiare, attratte anche dal tempo mite e dai saldi e, sebbene nella gran parte del territorio nazionale bar e ristoranti siano ancora chiusi poiché le ordinanze sulle zone gialle sarebbero entrate in vigore da lunedì, si ricomincia a parlare di «movida», tanto che Miozzo, interpellato in merito, spara a zero parlando di «assembramenti inaccettabili» e puntando il dito contro i primi cittadini chiedendosi «che fanno?».Per Decaro la misura è colma, e la risposta non si fa attendere: «Dare la colpa ai sindaci sta diventando il nuovo sport nazionale», afferma il presidente dell'Anci, che prima puntualizza («noi sindaci non siamo responsabili della sorveglianza di strade e piazze») poi affonda: «Miozzo, che ci accusa di immobilismo di fronte agli assembramenti nelle città, sembra impegnato in un disperato tentativo di allontanare da sé le responsabilità e addossarle sugli obiettivi più facili, che per senso del dovere sono abituati a esporsi in prima persona. Il Cts», chiude Decaro, pensi a lavorare, invece di andare alla ricerca di capri espiatori». Per chiudere il caso, e per non aprire un ulteriore, imbarazzante fronte polemico tra potere centrale e amministratori locali (che a differenza dei governatori in questo caso provengono in maggioranza dal Pd), arriva a stretto giro di posta una precisazione dello stesso Miozzo che sa tanto di marcia indietro: «Non ho contestato i sindaci», puntualizza il coordinatore del Cts. «Ho fatto un appello affinché aiutino il sistema per controllare il territorio. Non era assolutamente mia intenzione addossare ai sindaci responsabilità diverse da quelle che hanno». Ma le tensioni tra Roma e gli enti locali sembrano destinate a non sopirsi, anzi: le prossime due settimane, infatti, saranno decisive su due punti estremamente delicati, e cioè le possibili riaperture dei confini regionali e degli impianti sciistici. Le scadenze coincidono, poiché i precedenti provvedimenti governativi le hanno fissate entrambe al 15 febbraio, ma il ministro della Salute, Roberto Speranza, è stato chiaro, a suo tempo, nel sottolineare che nel caso la curva dei contagi non presentasse un rallentamento soddisfacente, sarebbe altamente probabile un ulteriore rinvio delle aperture. Il che cozza con le aspettative dei governatori maggiormente interessati dal provvedimento sugli impianti, che a loro volta si stanno facendo interpreti delle istanze di lavoratori e imprenditori. Il presidente lombardo Attilio Fontana, nel fare appello alla responsabilità dei cittadini affinché rispettino, anche in zona gialla, tutte le misure anti contagio, ha reclamato dal governo «misure più coerenti che evitino interventi altalenanti, incomprensibili, che spesso si sono dimostrati inefficaci». Per quanto riguarda gli impianti sciistici, sarà a breve al vaglio del Cts un documento delle Regioni con le ipotesi di linee guida per la riapertura, che riguarderanno ad esempio gli ingressi nelle piste, negli alberghi e negli impianti di ristorazione, così come è attesa nei prossimi giorni una risposta del ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, su palestre e piscine. Trattative complesse e soggette, come già visto più volte negli ultimi mesi, a rigidità ideologiche che però risultano oggi ancor più inopportune, con in ballo comparti ormai al collasso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cts-attacca-i-sindaci-sui-controlli-lanci-basta-pensino-a-lavorare-2650238935.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-vera-catastrofe-e-il-virus-della-stupidita" data-post-id="2650238935" data-published-at="1612210636" data-use-pagination="False"> «La vera catastrofe è il virus della stupidità» Paolo Musso è docente di filosofia della scienza e membro del Seti permanent study group per la ricerca della vita nel cosmo nell'ambito della International Academy of astronautics. È autore, tra gli altri, di un poderoso saggio intitolato La Scienza e l'Idea di Ragione (2a ed. ampliata), edito da Mimesis nel 2019. Come mai un filosofo come lei da qualche mese scrive articoli sul virus per la Fondazione Hume, diretta da un sociologo come Luca Ricolfi? «Anzitutto, io sono un filosofo della scienza e ho sempre lavorato molto più (e molto meglio) con gli scienziati che con i filosofi. Ma, soprattutto, la confusione è oggi così totale che considero un dovere morale cercare di spiegare ciò che sta realmente accadendo». E dunque cosa è successo? «È successo che un virus di per sé non particolarmente pericoloso è stato trasformato in una catastrofe planetaria da un virus ben più terribile: quello della stupidità». Come può dire questo? «Non lo dico io, lo dicono i numeri. Lasciamo pure da parte l'Africa, che per diversi motivi è un caso anomalo. Ma Europa e Usa hanno più morti per abitante di qualsiasi Paese dell'America Latina. Certo, lì il numero dei morti è probabilmente sottostimato, ma se anche fossero il doppio o perfino il triplo non cambierebbe molto. Il punto è che se stiamo appena un po' meglio di Paesi che, avendo sistemi sanitari pressoché inesistenti, non hanno potuto far nulla contro il virus, ciò significa che le misure che abbiamo adottato sono state appena un po' meglio del non far nulla. E noi siamo quelli messi peggio di tutti: anche degli Usa, di cui continuiamo irragionevolmente a pretenderci migliori». Donald Trump ha gestito bene la crisi? «No, Trump l'ha gestita molto male. Ma noi siamo riusciti a far peggio. E avrebbero fatto peggio di lui anche Joe Biden e Anthony Fauci. Buon per l'America che stanno arrivando i vaccini». Quindi lei dei vaccini si fida? «L'ostilità ai vaccini è pura follia. Il vero problema è che l'attesa dei vaccini è diventata la scusa perfetta per la nostra inettitudine». Ma il mondo non è tutto nella nostra stessa situazione? «Assolutamente no! Questo è quello che ci raccontano i mass media, per ignoranza o per nascondere gli errori dei governi. Ma quasi un quarto dell'umanità è tornato alla normalità già da mesi, a cominciare dalla Cina, che ha colpe gravissime per aver mentito spudoratamente all'inizio dell'epidemia, facilitandone la diffusione, ma poi ha agito con grande efficacia». La Cina, però, è una dittatura e ha usato metodi per noi inaccettabili. «Una delle poche cose positive dell'epidemia è averci ricordato che la Cina non è un Paese normale. Ma il lockdown l'hanno attuato anche molti Paesi democratici e ha funzionato». Scusi, ma il lockdown non c'è stato anche in Italia? «Assolutamente no! Lockdown significa: stanno aperti solo supermercati e farmacie e si esce di casa solo per fare la spesa. È molto più duro, ma anche molto più rapido e soprattutto molto più efficace. Purché si chiuda davvero “tutto", però. Da noi, invece, nel momento di teorica chiusura totale lavoravano e circolavano legalmente 9,4 milioni di persone e il governo se la prendeva con le poche migliaia di irregolari... Comunque, esistono anche altri sistemi: anzitutto la chiusura delle frontiere, come ha fatto per prima Taiwan. Risultato: poche centinaia di contagi e appena 7 morti su 23 milioni di abitanti. In proporzione, noi avremmo dovuto averne 18! Con la Sars le frontiere le chiudemmo e ci furono appena 4 casi e nessun morto. Stavolta, invece, chi l'ha proposto si è preso del razzista e perfino del fascista». L'Oms ha delle colpe? «L'Oms ha più colpe di tutti. Anzitutto ha sempre avallato le menzogne cinesi. Poi ha sconsigliato le misure attuate dai Paesi più virtuosi, come Taiwan (0,3 morti per milione di abtanti), Nuova Zelanda (5) e Australia (35), solo perché da tempo contestano la gestione del suo segretario Tedros Adhanom, un tipo che va a braccetto con i peggiori dittatori del pianeta. Addirittura, sul suo sito ufficiale l'Oms nemmeno nomina Taiwan perché la considera parte della Cina!». Ma almeno all'inizio non eravamo stati bravi? «No. L'Italia è sempre stata il peggior Paese al mondo dopo il Belgio». Fare tanti tamponi serve? «Anzitutto non ne facciamo così tanti: siamo solo al 40° posto nel mondo. E poi, come ha detto anche Crisanti, i tamponi aiutano, ma non bastano: bisogna abbinarli al tracciamento dei contagi. Ma la app Immuni è arrivata con mesi di ritardo e non l'ha usata nessuno perché il governo non l'ha resa obbligatoria. Dove ciò è stato fatto, come in Corea del Sud, Giappone e Australia, la situazione è da 40 a 60 volte migliore che da noi. Anche se io preferisco sempre il modello neozelandese: lockdown totale al primo segno di contagio». Non le sembra eccessivo? «È esattamente il contrario. Le epidemie si propagano esponenzialmente, quindi anche il costo per fermarle cresce esponenzialmente col tempo, così come il rischio che il virus muti, come infatti è accaduto. Comunque, sa qual è la cosa più agghiacciante?». Quale? «Che perfino gli sgangherati pseudo-lockdown contiani, se attuati al momento giusto e nell'ordine giusto, sarebbero bastati a ridurre i contagi dell'85%, permettendoci una vita “quasi normale", con poche migliaia di morti e danni economici limitati. Capisce perché dico che il vero problema è la stupidità?».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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