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2021-02-02
Il Cts attacca i sindaci sui controlli. L’Anci: «Basta, pensino a lavorare»
Ansa
La zona gialla per quasi tutta Italia non era ancora ufficialmente partita, e già il Cts, nella persona del suo coordinatore Agostino Miozzo, aveva individuato una exit-strategy dalle responsabilità sue e del governo, puntando l'indice su altri. Che, nella fattispecie, sarebbero i sindaci, rei a suo parere di omettere i dovuti controlli e di non elevare le sanzioni del caso ai cittadini che nel week-end hanno deciso di fare una passeggiata in città e magari di dare un'occhiata ai saldi. Dopo i governatori anarchici, i cittadini irresponsabili e la movida selvaggia, dunque, il nuovo spauracchio pronto a spiegare l'eventuale fallimento del «semaforo» inventato da tecnici ed esecutivo è incarnato dalla figura del «sindaco negligente», incline a voltarsi dall'altra parte di fronte agli assembramenti provocati da torme di barbari incuranti del rischio contagio.
Un attacco, quello di Miozzo, sferrato a freddo e portato con toni irritualmente aggressivi, che non ha potuto non suscitare la durissima reazione del presidente dell'Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro, di fronte alla quale il coordinatore del Cts ha dovuto battere mestamente in ritirata. Tutto è cominciato quando siti web e telegiornali, nel pomeriggio di sabato, diffondono le immagini dei centri delle principali città italiane attraversati da persone intente a passeggiare, attratte anche dal tempo mite e dai saldi e, sebbene nella gran parte del territorio nazionale bar e ristoranti siano ancora chiusi poiché le ordinanze sulle zone gialle sarebbero entrate in vigore da lunedì, si ricomincia a parlare di «movida», tanto che Miozzo, interpellato in merito, spara a zero parlando di «assembramenti inaccettabili» e puntando il dito contro i primi cittadini chiedendosi «che fanno?».
Per Decaro la misura è colma, e la risposta non si fa attendere: «Dare la colpa ai sindaci sta diventando il nuovo sport nazionale», afferma il presidente dell'Anci, che prima puntualizza («noi sindaci non siamo responsabili della sorveglianza di strade e piazze») poi affonda: «Miozzo, che ci accusa di immobilismo di fronte agli assembramenti nelle città, sembra impegnato in un disperato tentativo di allontanare da sé le responsabilità e addossarle sugli obiettivi più facili, che per senso del dovere sono abituati a esporsi in prima persona. Il Cts», chiude Decaro, pensi a lavorare, invece di andare alla ricerca di capri espiatori».
Per chiudere il caso, e per non aprire un ulteriore, imbarazzante fronte polemico tra potere centrale e amministratori locali (che a differenza dei governatori in questo caso provengono in maggioranza dal Pd), arriva a stretto giro di posta una precisazione dello stesso Miozzo che sa tanto di marcia indietro: «Non ho contestato i sindaci», puntualizza il coordinatore del Cts. «Ho fatto un appello affinché aiutino il sistema per controllare il territorio. Non era assolutamente mia intenzione addossare ai sindaci responsabilità diverse da quelle che hanno».
Ma le tensioni tra Roma e gli enti locali sembrano destinate a non sopirsi, anzi: le prossime due settimane, infatti, saranno decisive su due punti estremamente delicati, e cioè le possibili riaperture dei confini regionali e degli impianti sciistici. Le scadenze coincidono, poiché i precedenti provvedimenti governativi le hanno fissate entrambe al 15 febbraio, ma il ministro della Salute, Roberto Speranza, è stato chiaro, a suo tempo, nel sottolineare che nel caso la curva dei contagi non presentasse un rallentamento soddisfacente, sarebbe altamente probabile un ulteriore rinvio delle aperture. Il che cozza con le aspettative dei governatori maggiormente interessati dal provvedimento sugli impianti, che a loro volta si stanno facendo interpreti delle istanze di lavoratori e imprenditori. Il presidente lombardo Attilio Fontana, nel fare appello alla responsabilità dei cittadini affinché rispettino, anche in zona gialla, tutte le misure anti contagio, ha reclamato dal governo «misure più coerenti che evitino interventi altalenanti, incomprensibili, che spesso si sono dimostrati inefficaci».
Per quanto riguarda gli impianti sciistici, sarà a breve al vaglio del Cts un documento delle Regioni con le ipotesi di linee guida per la riapertura, che riguarderanno ad esempio gli ingressi nelle piste, negli alberghi e negli impianti di ristorazione, così come è attesa nei prossimi giorni una risposta del ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, su palestre e piscine. Trattative complesse e soggette, come già visto più volte negli ultimi mesi, a rigidità ideologiche che però risultano oggi ancor più inopportune, con in ballo comparti ormai al collasso.
«La vera catastrofe è il virus della stupidità»
Paolo Musso è docente di filosofia della scienza e membro del Seti permanent study group per la ricerca della vita nel cosmo nell'ambito della International Academy of astronautics. È autore, tra gli altri, di un poderoso saggio intitolato La Scienza e l'Idea di Ragione (2a ed. ampliata), edito da Mimesis nel 2019.
Come mai un filosofo come lei da qualche mese scrive articoli sul virus per la Fondazione Hume, diretta da un sociologo come Luca Ricolfi?
«Anzitutto, io sono un filosofo della scienza e ho sempre lavorato molto più (e molto meglio) con gli scienziati che con i filosofi. Ma, soprattutto, la confusione è oggi così totale che considero un dovere morale cercare di spiegare ciò che sta realmente accadendo».
E dunque cosa è successo?
«È successo che un virus di per sé non particolarmente pericoloso è stato trasformato in una catastrofe planetaria da un virus ben più terribile: quello della stupidità».
Come può dire questo?
«Non lo dico io, lo dicono i numeri. Lasciamo pure da parte l'Africa, che per diversi motivi è un caso anomalo. Ma Europa e Usa hanno più morti per abitante di qualsiasi Paese dell'America Latina. Certo, lì il numero dei morti è probabilmente sottostimato, ma se anche fossero il doppio o perfino il triplo non cambierebbe molto. Il punto è che se stiamo appena un po' meglio di Paesi che, avendo sistemi sanitari pressoché inesistenti, non hanno potuto far nulla contro il virus, ciò significa che le misure che abbiamo adottato sono state appena un po' meglio del non far nulla. E noi siamo quelli messi peggio di tutti: anche degli Usa, di cui continuiamo irragionevolmente a pretenderci migliori».
Donald Trump ha gestito bene la crisi?
«No, Trump l'ha gestita molto male. Ma noi siamo riusciti a far peggio. E avrebbero fatto peggio di lui anche Joe Biden e Anthony Fauci. Buon per l'America che stanno arrivando i vaccini».
Quindi lei dei vaccini si fida?
«L'ostilità ai vaccini è pura follia. Il vero problema è che l'attesa dei vaccini è diventata la scusa perfetta per la nostra inettitudine».
Ma il mondo non è tutto nella nostra stessa situazione?
«Assolutamente no! Questo è quello che ci raccontano i mass media, per ignoranza o per nascondere gli errori dei governi. Ma quasi un quarto dell'umanità è tornato alla normalità già da mesi, a cominciare dalla Cina, che ha colpe gravissime per aver mentito spudoratamente all'inizio dell'epidemia, facilitandone la diffusione, ma poi ha agito con grande efficacia».
La Cina, però, è una dittatura e ha usato metodi per noi inaccettabili.
«Una delle poche cose positive dell'epidemia è averci ricordato che la Cina non è un Paese normale. Ma il lockdown l'hanno attuato anche molti Paesi democratici e ha funzionato».
Scusi, ma il lockdown non c'è stato anche in Italia?
«Assolutamente no! Lockdown significa: stanno aperti solo supermercati e farmacie e si esce di casa solo per fare la spesa. È molto più duro, ma anche molto più rapido e soprattutto molto più efficace. Purché si chiuda davvero “tutto", però. Da noi, invece, nel momento di teorica chiusura totale lavoravano e circolavano legalmente 9,4 milioni di persone e il governo se la prendeva con le poche migliaia di irregolari... Comunque, esistono anche altri sistemi: anzitutto la chiusura delle frontiere, come ha fatto per prima Taiwan. Risultato: poche centinaia di contagi e appena 7 morti su 23 milioni di abitanti. In proporzione, noi avremmo dovuto averne 18! Con la Sars le frontiere le chiudemmo e ci furono appena 4 casi e nessun morto. Stavolta, invece, chi l'ha proposto si è preso del razzista e perfino del fascista».
L'Oms ha delle colpe?
«L'Oms ha più colpe di tutti. Anzitutto ha sempre avallato le menzogne cinesi. Poi ha sconsigliato le misure attuate dai Paesi più virtuosi, come Taiwan (0,3 morti per milione di abtanti), Nuova Zelanda (5) e Australia (35), solo perché da tempo contestano la gestione del suo segretario Tedros Adhanom, un tipo che va a braccetto con i peggiori dittatori del pianeta. Addirittura, sul suo sito ufficiale l'Oms nemmeno nomina Taiwan perché la considera parte della Cina!».
Ma almeno all'inizio non eravamo stati bravi?
«No. L'Italia è sempre stata il peggior Paese al mondo dopo il Belgio».
Fare tanti tamponi serve?
«Anzitutto non ne facciamo così tanti: siamo solo al 40° posto nel mondo. E poi, come ha detto anche Crisanti, i tamponi aiutano, ma non bastano: bisogna abbinarli al tracciamento dei contagi. Ma la app Immuni è arrivata con mesi di ritardo e non l'ha usata nessuno perché il governo non l'ha resa obbligatoria. Dove ciò è stato fatto, come in Corea del Sud, Giappone e Australia, la situazione è da 40 a 60 volte migliore che da noi. Anche se io preferisco sempre il modello neozelandese: lockdown totale al primo segno di contagio».
Non le sembra eccessivo?
«È esattamente il contrario. Le epidemie si propagano esponenzialmente, quindi anche il costo per fermarle cresce esponenzialmente col tempo, così come il rischio che il virus muti, come infatti è accaduto. Comunque, sa qual è la cosa più agghiacciante?».
Quale?
«Che perfino gli sgangherati pseudo-lockdown contiani, se attuati al momento giusto e nell'ordine giusto, sarebbero bastati a ridurre i contagi dell'85%, permettendoci una vita “quasi normale", con poche migliaia di morti e danni economici limitati. Capisce perché dico che il vero problema è la stupidità?».
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Agostino Miozzo, coordinatore dei tecnici, mette le mani avanti sull'eventuale fallimento delle zone colorate. La replica del pd Antonio Decaro, presidente dell'associazione Comuni: «Disperato tentativo di spostare da sé le responsabilità».Il filosofo della scienza Paolo Musso: «Con la Sars abbiamo chiuso le frontiere e ci furono appena 4 casi e nessun morto».Lo speciale contiene due articoli.La zona gialla per quasi tutta Italia non era ancora ufficialmente partita, e già il Cts, nella persona del suo coordinatore Agostino Miozzo, aveva individuato una exit-strategy dalle responsabilità sue e del governo, puntando l'indice su altri. Che, nella fattispecie, sarebbero i sindaci, rei a suo parere di omettere i dovuti controlli e di non elevare le sanzioni del caso ai cittadini che nel week-end hanno deciso di fare una passeggiata in città e magari di dare un'occhiata ai saldi. Dopo i governatori anarchici, i cittadini irresponsabili e la movida selvaggia, dunque, il nuovo spauracchio pronto a spiegare l'eventuale fallimento del «semaforo» inventato da tecnici ed esecutivo è incarnato dalla figura del «sindaco negligente», incline a voltarsi dall'altra parte di fronte agli assembramenti provocati da torme di barbari incuranti del rischio contagio. Un attacco, quello di Miozzo, sferrato a freddo e portato con toni irritualmente aggressivi, che non ha potuto non suscitare la durissima reazione del presidente dell'Anci e sindaco di Bari, Antonio Decaro, di fronte alla quale il coordinatore del Cts ha dovuto battere mestamente in ritirata. Tutto è cominciato quando siti web e telegiornali, nel pomeriggio di sabato, diffondono le immagini dei centri delle principali città italiane attraversati da persone intente a passeggiare, attratte anche dal tempo mite e dai saldi e, sebbene nella gran parte del territorio nazionale bar e ristoranti siano ancora chiusi poiché le ordinanze sulle zone gialle sarebbero entrate in vigore da lunedì, si ricomincia a parlare di «movida», tanto che Miozzo, interpellato in merito, spara a zero parlando di «assembramenti inaccettabili» e puntando il dito contro i primi cittadini chiedendosi «che fanno?».Per Decaro la misura è colma, e la risposta non si fa attendere: «Dare la colpa ai sindaci sta diventando il nuovo sport nazionale», afferma il presidente dell'Anci, che prima puntualizza («noi sindaci non siamo responsabili della sorveglianza di strade e piazze») poi affonda: «Miozzo, che ci accusa di immobilismo di fronte agli assembramenti nelle città, sembra impegnato in un disperato tentativo di allontanare da sé le responsabilità e addossarle sugli obiettivi più facili, che per senso del dovere sono abituati a esporsi in prima persona. Il Cts», chiude Decaro, pensi a lavorare, invece di andare alla ricerca di capri espiatori». Per chiudere il caso, e per non aprire un ulteriore, imbarazzante fronte polemico tra potere centrale e amministratori locali (che a differenza dei governatori in questo caso provengono in maggioranza dal Pd), arriva a stretto giro di posta una precisazione dello stesso Miozzo che sa tanto di marcia indietro: «Non ho contestato i sindaci», puntualizza il coordinatore del Cts. «Ho fatto un appello affinché aiutino il sistema per controllare il territorio. Non era assolutamente mia intenzione addossare ai sindaci responsabilità diverse da quelle che hanno». Ma le tensioni tra Roma e gli enti locali sembrano destinate a non sopirsi, anzi: le prossime due settimane, infatti, saranno decisive su due punti estremamente delicati, e cioè le possibili riaperture dei confini regionali e degli impianti sciistici. Le scadenze coincidono, poiché i precedenti provvedimenti governativi le hanno fissate entrambe al 15 febbraio, ma il ministro della Salute, Roberto Speranza, è stato chiaro, a suo tempo, nel sottolineare che nel caso la curva dei contagi non presentasse un rallentamento soddisfacente, sarebbe altamente probabile un ulteriore rinvio delle aperture. Il che cozza con le aspettative dei governatori maggiormente interessati dal provvedimento sugli impianti, che a loro volta si stanno facendo interpreti delle istanze di lavoratori e imprenditori. Il presidente lombardo Attilio Fontana, nel fare appello alla responsabilità dei cittadini affinché rispettino, anche in zona gialla, tutte le misure anti contagio, ha reclamato dal governo «misure più coerenti che evitino interventi altalenanti, incomprensibili, che spesso si sono dimostrati inefficaci». Per quanto riguarda gli impianti sciistici, sarà a breve al vaglio del Cts un documento delle Regioni con le ipotesi di linee guida per la riapertura, che riguarderanno ad esempio gli ingressi nelle piste, negli alberghi e negli impianti di ristorazione, così come è attesa nei prossimi giorni una risposta del ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, su palestre e piscine. Trattative complesse e soggette, come già visto più volte negli ultimi mesi, a rigidità ideologiche che però risultano oggi ancor più inopportune, con in ballo comparti ormai al collasso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cts-attacca-i-sindaci-sui-controlli-lanci-basta-pensino-a-lavorare-2650238935.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-vera-catastrofe-e-il-virus-della-stupidita" data-post-id="2650238935" data-published-at="1612210636" data-use-pagination="False"> «La vera catastrofe è il virus della stupidità» Paolo Musso è docente di filosofia della scienza e membro del Seti permanent study group per la ricerca della vita nel cosmo nell'ambito della International Academy of astronautics. È autore, tra gli altri, di un poderoso saggio intitolato La Scienza e l'Idea di Ragione (2a ed. ampliata), edito da Mimesis nel 2019. Come mai un filosofo come lei da qualche mese scrive articoli sul virus per la Fondazione Hume, diretta da un sociologo come Luca Ricolfi? «Anzitutto, io sono un filosofo della scienza e ho sempre lavorato molto più (e molto meglio) con gli scienziati che con i filosofi. Ma, soprattutto, la confusione è oggi così totale che considero un dovere morale cercare di spiegare ciò che sta realmente accadendo». E dunque cosa è successo? «È successo che un virus di per sé non particolarmente pericoloso è stato trasformato in una catastrofe planetaria da un virus ben più terribile: quello della stupidità». Come può dire questo? «Non lo dico io, lo dicono i numeri. Lasciamo pure da parte l'Africa, che per diversi motivi è un caso anomalo. Ma Europa e Usa hanno più morti per abitante di qualsiasi Paese dell'America Latina. Certo, lì il numero dei morti è probabilmente sottostimato, ma se anche fossero il doppio o perfino il triplo non cambierebbe molto. Il punto è che se stiamo appena un po' meglio di Paesi che, avendo sistemi sanitari pressoché inesistenti, non hanno potuto far nulla contro il virus, ciò significa che le misure che abbiamo adottato sono state appena un po' meglio del non far nulla. E noi siamo quelli messi peggio di tutti: anche degli Usa, di cui continuiamo irragionevolmente a pretenderci migliori». Donald Trump ha gestito bene la crisi? «No, Trump l'ha gestita molto male. Ma noi siamo riusciti a far peggio. E avrebbero fatto peggio di lui anche Joe Biden e Anthony Fauci. Buon per l'America che stanno arrivando i vaccini». Quindi lei dei vaccini si fida? «L'ostilità ai vaccini è pura follia. Il vero problema è che l'attesa dei vaccini è diventata la scusa perfetta per la nostra inettitudine». Ma il mondo non è tutto nella nostra stessa situazione? «Assolutamente no! Questo è quello che ci raccontano i mass media, per ignoranza o per nascondere gli errori dei governi. Ma quasi un quarto dell'umanità è tornato alla normalità già da mesi, a cominciare dalla Cina, che ha colpe gravissime per aver mentito spudoratamente all'inizio dell'epidemia, facilitandone la diffusione, ma poi ha agito con grande efficacia». La Cina, però, è una dittatura e ha usato metodi per noi inaccettabili. «Una delle poche cose positive dell'epidemia è averci ricordato che la Cina non è un Paese normale. Ma il lockdown l'hanno attuato anche molti Paesi democratici e ha funzionato». Scusi, ma il lockdown non c'è stato anche in Italia? «Assolutamente no! Lockdown significa: stanno aperti solo supermercati e farmacie e si esce di casa solo per fare la spesa. È molto più duro, ma anche molto più rapido e soprattutto molto più efficace. Purché si chiuda davvero “tutto", però. Da noi, invece, nel momento di teorica chiusura totale lavoravano e circolavano legalmente 9,4 milioni di persone e il governo se la prendeva con le poche migliaia di irregolari... Comunque, esistono anche altri sistemi: anzitutto la chiusura delle frontiere, come ha fatto per prima Taiwan. Risultato: poche centinaia di contagi e appena 7 morti su 23 milioni di abitanti. In proporzione, noi avremmo dovuto averne 18! Con la Sars le frontiere le chiudemmo e ci furono appena 4 casi e nessun morto. Stavolta, invece, chi l'ha proposto si è preso del razzista e perfino del fascista». L'Oms ha delle colpe? «L'Oms ha più colpe di tutti. Anzitutto ha sempre avallato le menzogne cinesi. Poi ha sconsigliato le misure attuate dai Paesi più virtuosi, come Taiwan (0,3 morti per milione di abtanti), Nuova Zelanda (5) e Australia (35), solo perché da tempo contestano la gestione del suo segretario Tedros Adhanom, un tipo che va a braccetto con i peggiori dittatori del pianeta. Addirittura, sul suo sito ufficiale l'Oms nemmeno nomina Taiwan perché la considera parte della Cina!». Ma almeno all'inizio non eravamo stati bravi? «No. L'Italia è sempre stata il peggior Paese al mondo dopo il Belgio». Fare tanti tamponi serve? «Anzitutto non ne facciamo così tanti: siamo solo al 40° posto nel mondo. E poi, come ha detto anche Crisanti, i tamponi aiutano, ma non bastano: bisogna abbinarli al tracciamento dei contagi. Ma la app Immuni è arrivata con mesi di ritardo e non l'ha usata nessuno perché il governo non l'ha resa obbligatoria. Dove ciò è stato fatto, come in Corea del Sud, Giappone e Australia, la situazione è da 40 a 60 volte migliore che da noi. Anche se io preferisco sempre il modello neozelandese: lockdown totale al primo segno di contagio». Non le sembra eccessivo? «È esattamente il contrario. Le epidemie si propagano esponenzialmente, quindi anche il costo per fermarle cresce esponenzialmente col tempo, così come il rischio che il virus muti, come infatti è accaduto. Comunque, sa qual è la cosa più agghiacciante?». Quale? «Che perfino gli sgangherati pseudo-lockdown contiani, se attuati al momento giusto e nell'ordine giusto, sarebbero bastati a ridurre i contagi dell'85%, permettendoci una vita “quasi normale", con poche migliaia di morti e danni economici limitati. Capisce perché dico che il vero problema è la stupidità?».
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.