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2018-04-28
Salvini rassicura Forza Italia ma il Carroccio in Friuli vuole fare il pienone
ANSA
La svolta di Matteo Salvini arriva a 48 ore dalle elezioni in Friuli Venezia Giulia, regione che domani il centrodestra, salvo clamorosi imprevisti, strapperà al Pd.
I sondaggi sono eloquenti: la Lega vola, trascinando la coalizione e il candidato alla presidenza, il leghista Massimiliano Fedriga, verso la vittoria. Sarebbe la seconda regione in sette giorni, dopo il Molise, che da un governo targato Pd passa al centrodestra. Salvini, impegnato nella giornata conclusiva della campagna elettorale per Fedriga, al quale è legatissimo, manda un preciso segnale a avversari e alleati: «Non possiamo», dice Salvini, «tenere il Paese sospeso per altre settimane o altri mesi. Per quanto mi riguarda, la via maestra è che bisogna cercare un accordo tra i primi e i secondi: se questo non è possibile si torni alle urne subito, entro l'estate. Non sta scritto né in cielo né in terra che si debba arrivare a ottobre. Anche perché, con l'aria che tira, io penso che una buona maggioranza qualcuno la porta a casa se si vota a giugno. Una nuova legge elettorale? Se si vuole», aggiunge Salvini, «la approviamo in 15 giorni, siamo totalmente disponibili. Chi prende un voto in più governa, lista o coalizione. Ma anche con la legge elettorale invariata il centrodestra vincerebbe. Tanto lo sanno tutti che Mateo Renzi e Luigi Di Maio non c'azzeccano l'uno con l'altro».
Salvini è scatenato. Ha letto alcuni retroscena che danno per imminente la rottura con Silvio Berlusconi, e risponde netto: «Non romperò con Berlusconi, lasciare Berlusconi», sottolinea Salvini, «non è l'unica strada per fare il governo: non cedo a veti, controveti e capricci. Il centrodestra ha vinto con un programma comune e siamo ben disponibili a dialogare con i secondi arrivati ma non coi terzi. Se Mattarella regala agli italiani una settimana di telenovela su Renzi e Di Maio non so cosa possono scrivere i giornali, e così riempiono le pagine con ipotesi non vere che ci riguardano. La mia parola vale più delle ambizioni di Di Maio. Io non riuscirei», attacca Salvini, «a fare quello che fa Di Maio, che un giorno parla con la Lega e il giorno dopo parla con il Pd. Io rispetto gli elettori. Spero che Di Maio faccia un bagno di umiltà e torni a sedersi al tavolo del centrodestra».
Per Salvini, dunque, il «forno» di un'ipotesi di alleanza di governo tra centrodestra e M5s è tutt'altro che spento: «Se dovessi scommettere un euro», spiega il leader della Lega, «scommetterei su un governo che rispetti il voto del 4 marzo quindi con centrodestra e 5 stelle. Se così non fosse: elezioni, anche prima di ottobre». Il messaggio a Di Maio è chiaro: basta veti e mettiamoci al lavoro. Quello a Berlusconi è altrettanto cristallino: niente inciuci col Pd e stop alle accuse ai 5 stelle. Sulla ipotesi di un accordo tra Pd e M5s, il leader del Carroccio è lapidario: «Le possibilità che nasca un governo Pd - M5s», dice Salvini, «sono pari a zero: è un accordo contro natura e soprattutto una presa in giro agli italiani. Fossi un elettore dei 5 stelle avrei o problemi o vergogna: però ognuno fa le proprie scelte».
Secca smentita anche sulle presunte minacce da parte di Berlusconi attraverso Mediaset, ipotizzate da Luigi Di Maio: «Non mi sento assolutamente minacciato», risponde Salvini, «dalle tv di Berlusconi. Ognuno è libero di scrivere o raccontare quello che vuole: non penso che in Italia ci siano rischi di questo tipo».
Matteo Salvini affida invece a Twitter il suo commento su quanto accaduto a Pavia, dove sono comparsi adesivi dove appare appeso a testa in giù insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, al presidente americano Donald Trump e al presidente turco Recep Tayyip Erdogan: «Salvini a testa in giù per le vie di Pavia. Idioti e vigliacchi», scrive Salvini, «non ci fate paura. Io vado avanti!».
E Berlusconi? Anche lui in Friuli Venezia Giulia, il presidente di Forza Italia mantiene alcune distanze rispetto all'alleato, in particolare sull'ipotesi di una riapertura del «forno» tra centrodestra e M5s: «Salvini», dice il cavaliere, a Trieste, «è assolutamente convinto di andare al governo con il centrodestra. È leale e mai spezzerà la nostra coalizione che non è artificiale ma è insieme da 20 anni. Salvini riapre il forno con il M5s? Tutte menzogne che mettono in giro i nemici del centrodestra. Io non ho posto veti», aggiunge Berlusconi, «ma con il M5s non c'è nessuna possibilità, visto che Di Maio dice che sono il male assoluto e non si vuole sedere a un tavolo, non vuole ministri e sottosegretari di Forza Italia, nemmeno uomini d'area. Con chi ragiona in questo modo non si possa fare nessun accordo di questo tipo. L'Europa», attacca Berlusconi, «si augura che ci sia un argine al M5s e al movimento populista italiano».
Berlusconi, rispetto a Salvini, è contrario al ritorno alle urne: «Sarebbe un male», spiega il Cav, «tornare al voto. Ci vuole un governo di minoranza a guida centrodestra, cosa che in altri paesi non ha suscitato nessuna sorpresa: è un governo di chi ha vinto le elezioni, che si presenta con un programma molto concreto, e che chiede al parlamento la maggioranza su questo progetto». L'idea di cercare in Parlamento i voti (50 deputati e 30 senatori) che mancano per varare un governo di centrodestra è da sempre il chiodo fisso di Giorgia Meloni, che ribadisce la sua linea: «Fratelli d'Italia», dice la Meloni, «chiede al presidente della Repubblica il rispetto della volontà popolare e un incarico pieno al centrodestra, a Salvini, per andare a cercare i voti in Parlamento».
Carlo Tarallo
E Di Maio non può ammetterlo però sotto sotto tifa la Lega
Il bello della democrazia diretta al tempo della Rete è che alle cinque di pomeriggio l'ultimo appello al voto sul Blog delle stelle di Alessandro Fraleoni Morgera, candidato grillino alla presidenza del Friuli Venezia Giulia, ha già 1,2 milioni di «like». Più o meno quanti sono gli abitanti dell'intera Regione del Nord Est, poppanti compresi. Poi però c'è la realtà non virtuale, che lunedì mattina potrebbe consegnare una vittoria strepitosa a Massimiliano Fedriga e alla Lega. E in questo caso, se l'umiliazione di Silvio Berlusconi e Forza Italia sarà evidente, Luigi Di Maio sarà il primo a gioire per la sconfitta del suo candidato. Perché si riaprirà la strada del negoziato con Matteo Salvini.
«Alla fine il Carroccio ha ottenuto quello che voleva: tirarla in lungo fino al voto friulano. E deve dire grazie alla lentezza e alle spaccature del Pd, che su di noi deciderà nell'assemblea di giovedì prossimo», ragionano ai vertici di M5s, dove dopo altre 24 ore di trattative informali con il Pd sono sempre più convinti che sarà fumata nera. «Loro sono spaccatissimi, al massimo parlano di appoggio esterno, ma così ci terrebbero per le…orecchie», racconta uno degli uomini più vicini a Di Maio. Lo stesso candidato premier grillino, ormai, ha pochi dubbi. «Noi stiamo fermi sui nostri punti, a cominciare da quel reddito di cittadinanza che secondo il Pd sfascerebbe i conti», dice Di Maio, «e il resto verrà da solo: si divideranno e scapperanno».
E allora è gioco facile, anche per il capogruppo al Senato, Danilo Toninelli, ripetere che «il candidato premier del Movimento è e resta Luigi Di Maio». È verissimo, non solo perché davvero Roberto Fico non sembra intenzionato a tagliare la strada all'ex rivale interno («Sa che Lega e Forza Italia vogliono solo usarlo per bruciare Luigi»), ma perché Pd e M5s sono così lontani che non esiste al momento la possibilità di trovare un nome «terzo», magari il classico magistrato avvelenato con Arcore, a cui affidare la guida di Palazzo Chigi.
E a proposito di Silvio Berlusconi, anche se l'ordine di scuderia di Davide Casaleggio e Di Maio è quello di abbassare i toni sul Cavaliere e non attaccare più la Lega (per non dare alibi a Salvini), nel Movimento sono divisi tra coloro che temono il potere mediatico del proprietario di Mediaset e quelli che invece lo ritengono un vecchio fantasma della sinistra. Per esempio, il fatto che da un paio di giorni si vociferi di un servizio delle Iene di Italia 1 dedicato a una colf di Fico, per i più anziani (quelli che negli anni scorsi hanno combattuto Forza Italia) sarebbe il ritorno nientemeno della «macchina del fango». Per i più giovani sarebbe invece una cosa «che non dobbiamo collegare assolutamente al Movimento, perché le Iene fanno così con tutti». Resta il fatto che il programma elettorale dei 5 stelle sul tema dell'informazione è chiarissimo. Oltre a promettere ai giornalisti e ai direttori che chi chiederà loro risarcimenti milionari, se perde la causa, dovrà versare esattamente quanto aveva chiesto a scopo intimidatorio, rovina la vita a tutti gli editori «impuri», ovvero che non hanno nei giornali e nelle tv il loro interesse unico. E allora, per giornali e tv ci sarebbe il tetto massimo al 10% per il singolo azionista di ogni singolo mezzo di comunicazione. E per la Rai, solo un canale mantenuto dal canone, con il resto venduto ai privati. È tutto nero su bianco nel programma ufficiale del Movimento e, come si vede dalla sostanza (miliardaria), vale di più di una singola battuta di Di Maio sul conflitto d'interessi.
Se Matteo Renzi è ritenuto da Di Maio il «fattore ingombrante» di un accordo con il Pd, lo stesso vale per Berlusconi sul fronte della Lega. Ma che cosa si aspettano, di preciso, in casa grillina, dal voto del Friuli Venezia Giulia? È presto detto. Con tanti saluti al generoso candidato di bandiera, si aspettano che Fedriga lasci Forza Italia a una cifra soltanto e che questo inneschi la fuga dei deputati forzisti verso il Carroccio. Poi, si attendono che Salvini alzi il telefono, ovviamente dopo che Fico e Mattarella avranno certificato il fallimento del governo M5s-Pd, e riapra le trattative con Di Maio. A quel punto, ragionano sempre i pentastellati, «accordo stringato in 7-8 punti» e via con il famoso governo dei «populisti».
Sono due ipotesi date, per prudenza dello stesso Di Maio, al 50% ciascuna. Davvero nessuno, oggi, si sbilancia su come farà il Movimento ad andare al governo. Ma la novità di giornata è che anche nel caso di un accordo con la Lega, tra i 5 stelle si è fatta strada la convinzione che si tratterà di un appoggio esterno. Una condizione che consentirebbe a Salvini di ultimare l'Opa sul centrodestra, senza essere accusato di tradimenti plateali da Berlusconi. E poi c'è sempre il fatto che Di Maio, di Salvini, si fida umanamente. E insomma è convinto che da alleato «esterno» non giocherebbe al massacro di Palazzo Chigi.
Francesco Bonazzi
La Roba del Cav è tornata centrale
L'orizzonte è più immobile di una foresta pietrificata. Ti svegli una mattina di fine aprile 2018 e ti sembra di essere tornato agli albori della Seconda repubblica (1994), quando la neonata Forza Italia sbaragliava la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto. «Quasi quasi riprendiamo in mano il conflitto di interessi» (Luigi Di Maio). Ti svegli la stessa mattina e ti sembra di essere tornato al tempo in cui una squadra di calcio faceva vincere le elezioni. «Quasi quasi mi ricompro il Milan» (Silvio Berlusconi).
Questi stucchevoli 50 giorni di balletti istituzionali alla ricerca di una maggioranza ci costringono a ripassare la storia. Una storia di amicizie e omissioni, la storia di una classe politica in cui tutti si davano del tu e tutti pranzavano gratis alla buvette. Una lunga stagione in cui giganteggiava, esattamente come adesso, la figura di Berlusconi. Centrale da dentro il Parlamento esattamente come è tornato ad essere centrale da fuori. Allora tre volte premier o altrettante leader dell'opposizione; adesso alleato, agitatore, tessitore, consigliere, nonno della Repubblica che, mentre platealmente conta i punti del programma accanto a Matteo Salvini, pensa a come salvare il suo centro democratico in difficoltà e pure la sua Roba.
Siamo di nuovo nei pressi di Giovanni Verga perché c'è qualcosa di letterario e grottesco in quest'alba della Terza Repubblica che tanto somiglia - nei tic, nei difetti, nelle furberie da sacrestia - alle prime due. Già allora tutta la sinistra girotondina capitanata da Nanni Moretti aveva molti sogni e una certezza: regolare i conti con il conflitto d'interessi di Berlusconi. Tv, giornali, l'impero multimediale minacciato come spauracchio: tutti hanno provato a dire qualcosa di dirompente, da Walter Veltroni a Romano Prodi, da Francesco Rutelli ai pasdaran rossi di passaggio. Ma nessuno ha saputo andare oltre l'invettiva di principio. E quando Massimo D'Alema ha finalmente passeggiato nei corridoi di Mediaset celebrando la positività e l'efficienza di un'eccellenza internazionale, la guerriglia si è spenta nel sottobosco della «politica dei rapporti». L'allora Lider Massimo detto anche Spezzaferro incassò quel feroce «di' qualcosa di sinistra, ma soprattutto fallo» e salendo sul Baltic con le scarpe da un milione (di lire) in mano decise di fregarsene.
Oggi l'eterno ritorno del sempre uguale porta Di Maio a riprovarci. Il tema è come l'antifascismo: coagula nei giorni dispari le anime disperse, fa garrire le bandiere ammosciate e diventa la luce in fondo al tunnel che attira grillini e Pidioti (così venivano definiti dai pentastellati i radical chic renziani) alla processione comune. «Il contratto con il Pd è fattibile solo se verrà inserito anche un capitolo su questo continuo conflitto d'interessi che c'è in Italia», ha buttato lì il leader 5 stelle con l'effetto di una bomba in platea. «Penso ad esempio al fatto che Berlusconi, usando le sue tv, continua a mandare velate minacce a Salvini». Il numero uno del Carroccio ha risposto chiaro: «Non mi sento minimamente minacciato».
Però il contesto è tornato a somigliare a quello di un tempo non lontano (2008), in cui Gianfranco Fini si sentiva sotto assedio addirittura da parte di Striscia la Notizia, che faceva incursioni nella sua vita privata con spericolati «spetteguless» su Elisabetta Tulliani in dolce attesa. Alla fine furono tutti bacchettati da Fedele Confalonieri in persona («La derisione che si trasforma in dileggio non è accettabile»).
La Roba che aiuta, la Roba in pericolo. C'è sempre qualcosa di epico e di border line nelle mosse di Berlusconi, che dal Friuli stupisce e spiega secondo un canone classico che perfino noi sappiamo a memoria: «Non c'è possibilità commerciale che l'azienda possa prendere partito per qualcuno perché eliminerebbe dalla sua audience altri. E poi mi lamento che Mediaset sia sempre con tutti e un po' meno con noi per non essere tv partigiana».
C'è tutto in Wikipedia. È tutto lì, dentro un antico copione che in fondo a Berlusconi piace perché lo rimette al centro della galassia. E poiché un ricordo tira l'altro, ecco che arriva il rimpianto elettorale, quel 14% inaspettato e non ancora metabolizzato. Il mondo che cambia? Una nuova generazione alle porte? La sommessa richiesta di dedicarsi ai colori pastello di un tramonto? No, per Berlusconi la sconfitta è tutta dentro un abbandono percepito come un tradimento: la vendita del Milan. Non c'è più il calcio a moltiplicare i consensi. Non ci sono più Rivaldo, Ronaldinho e Balotelli (comprati come ultimo botto elettorale) a far colpo sul tifoso e sulle urne. Per il Cavaliere senza tribuna d'onore il riassunto è elementare: «Il motivo per il quale una parte di elettori non ci ha votato è perché il sottoscritto ha venduto il Milan. In molti mi fermano e mi chiedono perché ho ceduto a chissà chi la squadra e mi rimproverano per le condizioni in cui versa. Se va avanti così non nego che prima o poi il Milan me lo ricompro».
Qui non si tratta di soppesare una boutade, l'analisi è logica e sociologica. All'uomo già entrato nei libri di storia (come sottolinea la figlia Marina) mancavano due capisaldi per tornare a quasi 82 anni al centro di tutto: il conflitto di interessi e il Milan, il fantasma della paura e quello del trionfo. Non potendo rivivere un passato a 1.000 all'ora bastano i flash a rievocarlo, quasi a renderlo eterno. Berlusconi è lì, sempre un passo davanti a Di Maio e Salvini, sempre oltre gli eccessi onirici di Paolo Sorrentino. Con la sua Roba nel cuore e una coppa dalle grandi orecchie tenuta a cappello sulla testa.
Giorgio Gandola
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Domani il centrodestra, a trazione lumbard, può stravincere. Matteo Salvini sereno: «Con Silvio Berlusconi non rompo». Sul governo: «Intesa con il M5s o voto subito». Il leader pentastellato Luigi Di Maio punta a una forte affermazione «padana» sull'alleato azzurro. Così da rimettere in moto le trattative per l'esecutivo, una volta fallita l'intesa con il Pd. Le minacce grilline a Mediaset e la nostalgia per il Milan appena venduto riempiono l'agenda politica. Come 20 anni fa, tutto ruota attorno alle «dimensioni» di Arcore.Lo speciale contiene tre articoli. La svolta di Matteo Salvini arriva a 48 ore dalle elezioni in Friuli Venezia Giulia, regione che domani il centrodestra, salvo clamorosi imprevisti, strapperà al Pd. I sondaggi sono eloquenti: la Lega vola, trascinando la coalizione e il candidato alla presidenza, il leghista Massimiliano Fedriga, verso la vittoria. Sarebbe la seconda regione in sette giorni, dopo il Molise, che da un governo targato Pd passa al centrodestra. Salvini, impegnato nella giornata conclusiva della campagna elettorale per Fedriga, al quale è legatissimo, manda un preciso segnale a avversari e alleati: «Non possiamo», dice Salvini, «tenere il Paese sospeso per altre settimane o altri mesi. Per quanto mi riguarda, la via maestra è che bisogna cercare un accordo tra i primi e i secondi: se questo non è possibile si torni alle urne subito, entro l'estate. Non sta scritto né in cielo né in terra che si debba arrivare a ottobre. Anche perché, con l'aria che tira, io penso che una buona maggioranza qualcuno la porta a casa se si vota a giugno. Una nuova legge elettorale? Se si vuole», aggiunge Salvini, «la approviamo in 15 giorni, siamo totalmente disponibili. Chi prende un voto in più governa, lista o coalizione. Ma anche con la legge elettorale invariata il centrodestra vincerebbe. Tanto lo sanno tutti che Mateo Renzi e Luigi Di Maio non c'azzeccano l'uno con l'altro». Salvini è scatenato. Ha letto alcuni retroscena che danno per imminente la rottura con Silvio Berlusconi, e risponde netto: «Non romperò con Berlusconi, lasciare Berlusconi», sottolinea Salvini, «non è l'unica strada per fare il governo: non cedo a veti, controveti e capricci. Il centrodestra ha vinto con un programma comune e siamo ben disponibili a dialogare con i secondi arrivati ma non coi terzi. Se Mattarella regala agli italiani una settimana di telenovela su Renzi e Di Maio non so cosa possono scrivere i giornali, e così riempiono le pagine con ipotesi non vere che ci riguardano. La mia parola vale più delle ambizioni di Di Maio. Io non riuscirei», attacca Salvini, «a fare quello che fa Di Maio, che un giorno parla con la Lega e il giorno dopo parla con il Pd. Io rispetto gli elettori. Spero che Di Maio faccia un bagno di umiltà e torni a sedersi al tavolo del centrodestra». Per Salvini, dunque, il «forno» di un'ipotesi di alleanza di governo tra centrodestra e M5s è tutt'altro che spento: «Se dovessi scommettere un euro», spiega il leader della Lega, «scommetterei su un governo che rispetti il voto del 4 marzo quindi con centrodestra e 5 stelle. Se così non fosse: elezioni, anche prima di ottobre». Il messaggio a Di Maio è chiaro: basta veti e mettiamoci al lavoro. Quello a Berlusconi è altrettanto cristallino: niente inciuci col Pd e stop alle accuse ai 5 stelle. Sulla ipotesi di un accordo tra Pd e M5s, il leader del Carroccio è lapidario: «Le possibilità che nasca un governo Pd - M5s», dice Salvini, «sono pari a zero: è un accordo contro natura e soprattutto una presa in giro agli italiani. Fossi un elettore dei 5 stelle avrei o problemi o vergogna: però ognuno fa le proprie scelte». Secca smentita anche sulle presunte minacce da parte di Berlusconi attraverso Mediaset, ipotizzate da Luigi Di Maio: «Non mi sento assolutamente minacciato», risponde Salvini, «dalle tv di Berlusconi. Ognuno è libero di scrivere o raccontare quello che vuole: non penso che in Italia ci siano rischi di questo tipo». Matteo Salvini affida invece a Twitter il suo commento su quanto accaduto a Pavia, dove sono comparsi adesivi dove appare appeso a testa in giù insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, al presidente americano Donald Trump e al presidente turco Recep Tayyip Erdogan: «Salvini a testa in giù per le vie di Pavia. Idioti e vigliacchi», scrive Salvini, «non ci fate paura. Io vado avanti!». E Berlusconi? Anche lui in Friuli Venezia Giulia, il presidente di Forza Italia mantiene alcune distanze rispetto all'alleato, in particolare sull'ipotesi di una riapertura del «forno» tra centrodestra e M5s: «Salvini», dice il cavaliere, a Trieste, «è assolutamente convinto di andare al governo con il centrodestra. È leale e mai spezzerà la nostra coalizione che non è artificiale ma è insieme da 20 anni. Salvini riapre il forno con il M5s? Tutte menzogne che mettono in giro i nemici del centrodestra. Io non ho posto veti», aggiunge Berlusconi, «ma con il M5s non c'è nessuna possibilità, visto che Di Maio dice che sono il male assoluto e non si vuole sedere a un tavolo, non vuole ministri e sottosegretari di Forza Italia, nemmeno uomini d'area. Con chi ragiona in questo modo non si possa fare nessun accordo di questo tipo. L'Europa», attacca Berlusconi, «si augura che ci sia un argine al M5s e al movimento populista italiano». Berlusconi, rispetto a Salvini, è contrario al ritorno alle urne: «Sarebbe un male», spiega il Cav, «tornare al voto. Ci vuole un governo di minoranza a guida centrodestra, cosa che in altri paesi non ha suscitato nessuna sorpresa: è un governo di chi ha vinto le elezioni, che si presenta con un programma molto concreto, e che chiede al parlamento la maggioranza su questo progetto». L'idea di cercare in Parlamento i voti (50 deputati e 30 senatori) che mancano per varare un governo di centrodestra è da sempre il chiodo fisso di Giorgia Meloni, che ribadisce la sua linea: «Fratelli d'Italia», dice la Meloni, «chiede al presidente della Repubblica il rispetto della volontà popolare e un incarico pieno al centrodestra, a Salvini, per andare a cercare i voti in Parlamento». 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E in questo caso, se l'umiliazione di Silvio Berlusconi e Forza Italia sarà evidente, Luigi Di Maio sarà il primo a gioire per la sconfitta del suo candidato. Perché si riaprirà la strada del negoziato con Matteo Salvini. «Alla fine il Carroccio ha ottenuto quello che voleva: tirarla in lungo fino al voto friulano. E deve dire grazie alla lentezza e alle spaccature del Pd, che su di noi deciderà nell'assemblea di giovedì prossimo», ragionano ai vertici di M5s, dove dopo altre 24 ore di trattative informali con il Pd sono sempre più convinti che sarà fumata nera. «Loro sono spaccatissimi, al massimo parlano di appoggio esterno, ma così ci terrebbero per le…orecchie», racconta uno degli uomini più vicini a Di Maio. Lo stesso candidato premier grillino, ormai, ha pochi dubbi. «Noi stiamo fermi sui nostri punti, a cominciare da quel reddito di cittadinanza che secondo il Pd sfascerebbe i conti», dice Di Maio, «e il resto verrà da solo: si divideranno e scapperanno». E allora è gioco facile, anche per il capogruppo al Senato, Danilo Toninelli, ripetere che «il candidato premier del Movimento è e resta Luigi Di Maio». È verissimo, non solo perché davvero Roberto Fico non sembra intenzionato a tagliare la strada all'ex rivale interno («Sa che Lega e Forza Italia vogliono solo usarlo per bruciare Luigi»), ma perché Pd e M5s sono così lontani che non esiste al momento la possibilità di trovare un nome «terzo», magari il classico magistrato avvelenato con Arcore, a cui affidare la guida di Palazzo Chigi. E a proposito di Silvio Berlusconi, anche se l'ordine di scuderia di Davide Casaleggio e Di Maio è quello di abbassare i toni sul Cavaliere e non attaccare più la Lega (per non dare alibi a Salvini), nel Movimento sono divisi tra coloro che temono il potere mediatico del proprietario di Mediaset e quelli che invece lo ritengono un vecchio fantasma della sinistra. Per esempio, il fatto che da un paio di giorni si vociferi di un servizio delle Iene di Italia 1 dedicato a una colf di Fico, per i più anziani (quelli che negli anni scorsi hanno combattuto Forza Italia) sarebbe il ritorno nientemeno della «macchina del fango». Per i più giovani sarebbe invece una cosa «che non dobbiamo collegare assolutamente al Movimento, perché le Iene fanno così con tutti». Resta il fatto che il programma elettorale dei 5 stelle sul tema dell'informazione è chiarissimo. Oltre a promettere ai giornalisti e ai direttori che chi chiederà loro risarcimenti milionari, se perde la causa, dovrà versare esattamente quanto aveva chiesto a scopo intimidatorio, rovina la vita a tutti gli editori «impuri», ovvero che non hanno nei giornali e nelle tv il loro interesse unico. E allora, per giornali e tv ci sarebbe il tetto massimo al 10% per il singolo azionista di ogni singolo mezzo di comunicazione. E per la Rai, solo un canale mantenuto dal canone, con il resto venduto ai privati. È tutto nero su bianco nel programma ufficiale del Movimento e, come si vede dalla sostanza (miliardaria), vale di più di una singola battuta di Di Maio sul conflitto d'interessi. Se Matteo Renzi è ritenuto da Di Maio il «fattore ingombrante» di un accordo con il Pd, lo stesso vale per Berlusconi sul fronte della Lega. Ma che cosa si aspettano, di preciso, in casa grillina, dal voto del Friuli Venezia Giulia? È presto detto. Con tanti saluti al generoso candidato di bandiera, si aspettano che Fedriga lasci Forza Italia a una cifra soltanto e che questo inneschi la fuga dei deputati forzisti verso il Carroccio. Poi, si attendono che Salvini alzi il telefono, ovviamente dopo che Fico e Mattarella avranno certificato il fallimento del governo M5s-Pd, e riapra le trattative con Di Maio. A quel punto, ragionano sempre i pentastellati, «accordo stringato in 7-8 punti» e via con il famoso governo dei «populisti». Sono due ipotesi date, per prudenza dello stesso Di Maio, al 50% ciascuna. Davvero nessuno, oggi, si sbilancia su come farà il Movimento ad andare al governo. Ma la novità di giornata è che anche nel caso di un accordo con la Lega, tra i 5 stelle si è fatta strada la convinzione che si tratterà di un appoggio esterno. Una condizione che consentirebbe a Salvini di ultimare l'Opa sul centrodestra, senza essere accusato di tradimenti plateali da Berlusconi. E poi c'è sempre il fatto che Di Maio, di Salvini, si fida umanamente. 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Ti svegli la stessa mattina e ti sembra di essere tornato al tempo in cui una squadra di calcio faceva vincere le elezioni. «Quasi quasi mi ricompro il Milan» (Silvio Berlusconi). Questi stucchevoli 50 giorni di balletti istituzionali alla ricerca di una maggioranza ci costringono a ripassare la storia. Una storia di amicizie e omissioni, la storia di una classe politica in cui tutti si davano del tu e tutti pranzavano gratis alla buvette. Una lunga stagione in cui giganteggiava, esattamente come adesso, la figura di Berlusconi. Centrale da dentro il Parlamento esattamente come è tornato ad essere centrale da fuori. Allora tre volte premier o altrettante leader dell'opposizione; adesso alleato, agitatore, tessitore, consigliere, nonno della Repubblica che, mentre platealmente conta i punti del programma accanto a Matteo Salvini, pensa a come salvare il suo centro democratico in difficoltà e pure la sua Roba. Siamo di nuovo nei pressi di Giovanni Verga perché c'è qualcosa di letterario e grottesco in quest'alba della Terza Repubblica che tanto somiglia - nei tic, nei difetti, nelle furberie da sacrestia - alle prime due. Già allora tutta la sinistra girotondina capitanata da Nanni Moretti aveva molti sogni e una certezza: regolare i conti con il conflitto d'interessi di Berlusconi. Tv, giornali, l'impero multimediale minacciato come spauracchio: tutti hanno provato a dire qualcosa di dirompente, da Walter Veltroni a Romano Prodi, da Francesco Rutelli ai pasdaran rossi di passaggio. Ma nessuno ha saputo andare oltre l'invettiva di principio. E quando Massimo D'Alema ha finalmente passeggiato nei corridoi di Mediaset celebrando la positività e l'efficienza di un'eccellenza internazionale, la guerriglia si è spenta nel sottobosco della «politica dei rapporti». L'allora Lider Massimo detto anche Spezzaferro incassò quel feroce «di' qualcosa di sinistra, ma soprattutto fallo» e salendo sul Baltic con le scarpe da un milione (di lire) in mano decise di fregarsene. Oggi l'eterno ritorno del sempre uguale porta Di Maio a riprovarci. Il tema è come l'antifascismo: coagula nei giorni dispari le anime disperse, fa garrire le bandiere ammosciate e diventa la luce in fondo al tunnel che attira grillini e Pidioti (così venivano definiti dai pentastellati i radical chic renziani) alla processione comune. «Il contratto con il Pd è fattibile solo se verrà inserito anche un capitolo su questo continuo conflitto d'interessi che c'è in Italia», ha buttato lì il leader 5 stelle con l'effetto di una bomba in platea. «Penso ad esempio al fatto che Berlusconi, usando le sue tv, continua a mandare velate minacce a Salvini». Il numero uno del Carroccio ha risposto chiaro: «Non mi sento minimamente minacciato». Però il contesto è tornato a somigliare a quello di un tempo non lontano (2008), in cui Gianfranco Fini si sentiva sotto assedio addirittura da parte di Striscia la Notizia, che faceva incursioni nella sua vita privata con spericolati «spetteguless» su Elisabetta Tulliani in dolce attesa. Alla fine furono tutti bacchettati da Fedele Confalonieri in persona («La derisione che si trasforma in dileggio non è accettabile»). La Roba che aiuta, la Roba in pericolo. C'è sempre qualcosa di epico e di border line nelle mosse di Berlusconi, che dal Friuli stupisce e spiega secondo un canone classico che perfino noi sappiamo a memoria: «Non c'è possibilità commerciale che l'azienda possa prendere partito per qualcuno perché eliminerebbe dalla sua audience altri. E poi mi lamento che Mediaset sia sempre con tutti e un po' meno con noi per non essere tv partigiana». C'è tutto in Wikipedia. È tutto lì, dentro un antico copione che in fondo a Berlusconi piace perché lo rimette al centro della galassia. E poiché un ricordo tira l'altro, ecco che arriva il rimpianto elettorale, quel 14% inaspettato e non ancora metabolizzato. Il mondo che cambia? Una nuova generazione alle porte? La sommessa richiesta di dedicarsi ai colori pastello di un tramonto? No, per Berlusconi la sconfitta è tutta dentro un abbandono percepito come un tradimento: la vendita del Milan. Non c'è più il calcio a moltiplicare i consensi. Non ci sono più Rivaldo, Ronaldinho e Balotelli (comprati come ultimo botto elettorale) a far colpo sul tifoso e sulle urne. Per il Cavaliere senza tribuna d'onore il riassunto è elementare: «Il motivo per il quale una parte di elettori non ci ha votato è perché il sottoscritto ha venduto il Milan. In molti mi fermano e mi chiedono perché ho ceduto a chissà chi la squadra e mi rimproverano per le condizioni in cui versa. Se va avanti così non nego che prima o poi il Milan me lo ricompro». Qui non si tratta di soppesare una boutade, l'analisi è logica e sociologica. All'uomo già entrato nei libri di storia (come sottolinea la figlia Marina) mancavano due capisaldi per tornare a quasi 82 anni al centro di tutto: il conflitto di interessi e il Milan, il fantasma della paura e quello del trionfo. Non potendo rivivere un passato a 1.000 all'ora bastano i flash a rievocarlo, quasi a renderlo eterno. Berlusconi è lì, sempre un passo davanti a Di Maio e Salvini, sempre oltre gli eccessi onirici di Paolo Sorrentino. Con la sua Roba nel cuore e una coppa dalle grandi orecchie tenuta a cappello sulla testa.Giorgio Gandola
Primo piatto assai gustoso che pesca da un “frutto” di stagione che sta iniziando a entrare a piena maturazione: la melanzana. Se leggeste La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, che resta un monumento della nostra cultura gastronomica, vi imbattereste in ricette a base di petonciani. È l’antico nome toscano dato alla “mela insana”, questa solanacea che al pari di patate pomodori al suo apparire suscitò più di un dubbio. È vero che non si può mangiare cruda, ma è anche vero che la melanzana è oggi uno dei must della nostra profumatissima cucina del Meridione. Noi abbiamo pensato di usarla per un primo piatto che mette insieme Napoli e Firenze.
Ingredienti – Due melanzane per un totale di 250 gr (meglio quelle oblunghe), 150 gr di guanciale di maiale, 360 gr di pasta di semola di grano italiano, un cucchiaio abbondante di concentrato di pomodoro, due spicchi d’aglio, un mazzetto di prezzemolo, 80 gr di Parmigiano Reggiano e Grana Padano (ma volendo anche Provolone del monaco grattugiato in quel caso attenti al sale), olio extravergine di oliva, sale, pepe o peperoncino q.b.
Procedimento – In una capace padella (ci dove saltare la pasta) fate sudare il guanciale ridotto a cubetti. Nel frattempo fate a cubetti piuttosto piccoli le melanzane e mettete sul fuoco una pentola colma d’acqua leggermente salata per la pasta. Quando il guanciale avrà sudato ritiratelo lasciando il grasso di cottura in padella, aggiungete un po’ di olio extravergine di oliva, i due spicchi d’aglio: fate prendere appena colore all’aglio e poi aggiungete i cubetti di melanzana a fuoco brillante in modo che si cuociano bene. A questo punto rimettete in padella anche il guanciale. Nel frattempo lessate la pasta. Quando manca uno paio di minuti alla cottura della pasta aggiungete in padella il concentrato di pomodoro. Scolate la pasta con una schiumarola passandola direttamente in padella e mantecate bene in modo che il concentrato di pomodoro si leghi perfettamente alla pasta e alle melanzane spolverizzando con abbondante formaggio grattugiato. Aggiustate di sale e di pepe o peperoncino macinato e guarnite con generoso prezzemolo tritato.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire a loro i piatti con il prezzemolo
Abbinamento – L’abbinamento ideale con questo piatto è il Syrah che ha Cortona uno dei suoi habitat privilegiati. Vanno benissimo anche tre vini da vitigni autoctoni del Meridione: Primitivo di Manduria e siamo in Puglia, Nero d’Avola e siamo in Sicilia o Magliocco e Gaglioppo con il Cirò e siamo in Calabria.
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Donald Trump (Ansa)
Perché mentre il presidente parlava con Xi Jinping di dazi, chip, Intelligenza artificiale e riapertura del mercato cinese, dalle carte depositate presso l’Ufficio per l’etica governativa americano emergeva un dettaglio non proprio secondario: nei primi tre mesi del 2026 Trump ha movimentato centinaia di milioni di dollari in titoli delle stesse aziende che gli facevano da corteo a Pechino. Una coincidenza? I documenti raccontano una raffica di operazioni su colossi come Nvidia, Apple, Meta, Tesla, Visa, Citigroup, Boeing, Qualcomm, GE Aerospace e Paramount Global. Solo su Nvidia risultano quindici transazioni in pochi mesi. Una frenesia da trader. The Donald non si limita a fare geopolitica. Fa storytelling finanziario. Trasforma ogni summit in un palcoscenico, ogni vertice in un reality globale dove politica, Borsa e propaganda si mescolano come ingredienti di un gigantesco hamburger patriottico servito in salsa Maga .«È stato un onore avere con me questi leader straordinari, incluso il grande Jensen Huang», ha scritto Trump sul suo social Truth. E poi la frase che vale quasi un manifesto economico: «Chiederò al presidente Xi di aprire la Cina affinché queste persone brillanti possano compiere le loro magie». Magie. Non investimenti. In fondo il punto è proprio questo. Trump ha capito prima di molti altri che il nuovo petrolio elettorale sono i chip. Sono i data center. Sono i colossi dell’Intelligenza artificiale. Capitalismo relazionale versione XXL. Naturalmente è esplosa la polemica. Trump e la sua famiglia sono già finiti sotto osservazione per investimenti che potrebbero beneficiare delle politiche della sua amministrazione. Sul tavolo c’è anche il ruolo del figlio Eric, sempre più attivo nella galassia economica trumpiana. La difesa della famiglia è arrivata immediata e chirurgica. Un portavoce della Trump Organization ha spiegato che il presidente, la famiglia e la holding «non svolgono alcun ruolo nella selezione, indicazione o approvazione di investimenti specifici». Tutto sarebbe gestito da istituzioni finanziarie indipendenti. Formalmente impeccabile. Politicamente meno semplice.
Perché il sospetto che aleggia a Washington è che questa gigantesca liquidità possa avere anche un altro obiettivo: preparare la guerra delle elezioni di metà mandato. Ed è qui che il racconto finanziario diventa racconto politico. Mancano meno di sei mesi al voto di midterm e i repubblicani arrivano all’appuntamento con il fiatone. L’economia rallenta. L’inflazione è una ferita aperta. La guerra contro l’Iran è sempre più impopolare. Chi conosce il personaggio sa che Donald Trump può perdere consensi. Mai il senso dello spettacolo. Secondo il Wall Street Journal, il super pac Maga Inc. sarebbe pronto a riversare sulle elezioni una cifra mostruosa: 347 milioni di dollari. Una potenza di fuoco elettorale senza precedenti, pensata per evitare che il voto diventi un referendum contro il presidente. Ecco allora che i pezzi del puzzle iniziano a comporsi. Le operazioni sui mercati. I rapporti con le Big Tech. Il viaggio a Pechino. I manager in delegazione. I disinvestimenti milionari. La macchina elettorale pronta a partire. Tutto dentro un unico gigantesco meccanismo politico-finanziario dove il confine tra Wall Street e Pennsylvania Avenue diventa sempre più sottile.
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Ansa
Si tratta di un piano che prevedrebbe la riscossione di pedaggi e che riguarderebbe le navi commerciali di Paesi che cooperano che l’Iran. «A seguito del passaggio di navi provenienti da paesi dell’Asia orientale, in particolare Cina, Giappone e Pakistan, abbiamo ricevuto oggi informazioni che indicano che anche gli europei hanno avviato negoziati con la marina delle Guardie rivoluzionarie per ottenere il permesso di transito», ha riferito ieri la televisione di Stato iraniana. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che, da quando è in vigore il blocco statunitense ai porti della Repubblica islamica, sono state deviate 78 navi, mentre quattro sono state bloccate.
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a rivelarsi in salita. In questo quadro, secondo il New York Times, Usa e Israele si starebbero preparando a riprendere gli attacchi militari contro la Repubblica islamica la prossima settimana. Tra le opzioni sul tavolo vi sarebbero bombardamenti contro siti militari e infrastrutture, l’occupazione militare dell’isola di Kharg e l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano. «Gli americani capiscono che i negoziati con l’Iran non porteranno da nessuna parte», ha dichiarato un funzionario iraniano a Channel 12, per poi aggiungere: «Ci stiamo preparando a giorni o settimane di lotta e ad attendere la decisione finale di Trump. Ne sapremo di più tra 24 ore».
Dall’altra parte, il Pakistan continua a premere per rilanciare la diplomazia. Ieri, il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, ha infatti effettuato una visita a sorpresa a Teheran per incontrare dei funzionari iraniani e, secondo l’agenzia di stampa Tasnim, per cercare di «facilitare i colloqui» tra Washington e la Repubblica islamica. «La parte americana ha richiesto risposte su punti specifici sollevati da Washington. Si registrano progressi positivi per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz. La porta è aperta ai negoziati sulle questioni ancora in sospeso, incluso il programma nucleare iraniano», hanno riferito, a tal proposito, fonti pakistane.
A questo punto, bisognerà capire che cosa deciderà di fare Donald Trump, il quale ieri ha detto che l’Iran attraverserà un periodo «molto brutto» se non accetterà un accordo. Durante la recentissima visita del presidente americano a Pechino, Xi Jinping ha auspicato la riapertura di Hormuz, sostenendo inoltre che Teheran non dovrebbe avere l’arma atomica. Non è tuttavia chiaro se il presidente cinese cercherà (o sarà anche solo in grado) di convincere la Repubblica islamica ad ammorbidire le sue posizioni. Dall’altra parte, mentre Israele preme per la ripresa delle operazioni belliche, JD Vance, all’interno dell’amministrazione americana, continua a rivelarsi una delle voci più favorevoli alla diplomazia. Mercoledì scorso, il numero due della Casa Bianca si era detto cautamente ottimista sui colloqui con Teheran. «Penso che stiamo facendo progressi. La questione fondamentale è: stiamo facendo progressi sufficienti per soddisfare la linea rossa del presidente?», aveva affermato.
Il problema, per Trump, è che, almeno al momento, nel regime khomeinista sta prevalendo l’ala dei pasdaran: quella, cioè, favorevole alla linea dura con Washington. Di contro, l’anima più dialogante è, per adesso, stata marginalizzata. «L’Iran resta impegnato nella diplomazia e nelle soluzioni pacifiche», ha dichiarato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, in un messaggio indirizzato a Leone XIV, elogiando «la posizione morale e logica» del papa «sulle recenti aggressioni militari contro l’Iran».
A meno che la diplomazia non riparta, Trump, che ha necessità di una rapida riapertura di Hormuz per abbassare il costo dell’energia, si trova davanti a un dilemma. Da una parte, potrebbe dichiarare unilateralmente vittoria e ritirarsi: ciò gli eviterebbe il pantano, sì, ma lasciare lo Stretto in mano agli iraniani significherebbe una vittoria economica, geopolitica e d’immagine per Teheran. Dall’altra parte, l’inquilino della Casa Bianca potrebbe riprendere i bombardamenti, ma il pericolo per lui sarebbe, a quel punto, quello di restare impelagato in una crisi dalla durata indefinita. Tuttavia, non è detto che la Repubblica islamica abbia necessariamente il fattore tempo dalla sua parte. Mercoledì, l’Associated Press rilevava che, in Iran, l’inflazione è alle stelle e che si stanno registrando massicce perdite di posti di lavoro. Ebbene, non è esattamente chiaro quanto il regime possa gestire questa situazione. Frattanto, Vladimir Putin continua a cercare di ritagliarsi uno spazio diplomatico nella crisi in atto, con l’obiettivo di recuperare influenza in Medio Oriente: non a caso, ieri lo zar ha discusso di Iran col presidente degli Emirati arabi, Mohammed bin Zayed al Nahyan.
Nel frattempo, il dipartimento di Stato americano ha annunciato una proroga del cessate il fuoco tra Israele e Libano di 45 giorni, per poi rendere noto che, il 29 maggio, il Pentagono ospiterà un incontro tra le delegazioni militari delle due nazioni. Ciononostante, ieri lo Stato ebraico ha condotto degli attacchi contro Hezbollah nella parte meridionale del Paese dei Cedri, mentre l’Idf ha confermato di aver ucciso il capo dell’ala militare di Hamas a Gaza, Izz ad-Din al-Haddad.
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Jannik Sinner (Ansa)
Sport strano, il tennis. Una partita può durare due giorni e farti attraversare la notte abbracciato ai dubbi e alle incertezze. Chi dorme? Rigiochi mentalmente tutti i colpi dei game appena finiti. Ripassi quel dritto uscito di un centimetro. Rivedi la tattica, il piano gara. Si decide tutto l’indomani, nervi saldi. Però, all’italiano testa fredda basta vincere i suoi due servizi per planare in finale agli Internazionali d’Italia. Oggi, 50 anni dopo Adriano Panatta: «Vincere Roma ti dà un posto nella storia». Mezzo secolo dopo quel formidabile 1976, Roma, Parigi e la Coppa Davis. Jannik lo sa. Conosce l’appuntamento che lo attende oltre l’ostacolo di questi pochi game contro lo scorbutico Medvedev.
Dopo il primo set incamerato venerdì sera in 32 minuti, la sfida con il russo, già numero 1 del mondo, ora sceso al nono posto ma rinato con l’arrivo del nuovo coach Thomas Johansson, sembrava una pratica di rapida soluzione, come i turni precedenti qui al Foro Italico (32 le vittorie consecutive nei Master 1000, record tolto a Novak Djokovic). Invece, il secondo set si era complicato, l’umidità di una giornata piovosa che aveva ritardato l’inizio del match, i problemi di stomaco e il vomito. Nel secondo set Jannik era andato sotto 0-3, mentre dall’altra parte Daniil imprimeva il suo ritmo, comandando il gioco e costringendolo a troppe rincorse. Il numero 1 era risalito nel punteggio fino al 5 pari. Ma poi, alla terza occasione aveva dovuto cedere il set, il primo perso in tutto il torneo. All’inizio del terzo, Sinner scuoteva la testa, sfiduciato, ma un passaggio a vuoto del russo gli consegnava il break. L’arrivo della pioggia costringeva al rinvio al giorno successivo.
Dopo la notte, ora si ricomincia. Anche per uno freddo come il rosso di Sesto Pusteria sono tante le variabili da tenere a bada. L’aspetto psicologico. Il controllo. Il non offrire occasioni all’avversario di recuperare lo svantaggio. Dopo l’ace fulminante che avvicina il russo sul 3-4, Jannik va al servizio e se lo prende senza lasciare un punto. Medvedev, invece, con un doppio fallo gli concede due match point consecutivi, ma li annulla con un altro ace e una prima vincente. Ora Jannik serve sul 5-4 per conquistarsi il posto in finale. Va sotto 0-15 poi risale e con un dritto dopo un’ottima prima conquista un’altra palla match. Un’altra prima e due rovesci incrociati inchiodano l’avversario. L’appuntamento con la storia è confermato. «Anche per uno come me che non ha mai problemi, ieri sera non è stato facile prendere sonno», ha ammesso a fine match.
Oggi è il gran giorno, ma sarebbe sbagliato sottovalutare il norvegese Casper Ruud. È un giocatore che dà il meglio sulla terra rossa, è stato già due volte finalista a Parigi, ha disputato un torneo convincente, impreziosito dall’eliminazione di Luciano Darderi con un inequivocabile doppio 6-1. I precedenti tra i due dicono 4 a 0 per Jannik. Quest’anno il norvegese appare molto più solido e preparato di un anno fa quando, nei quarti qui al Foro Italico, Sinner gli aveva lasciato un solo game. Poi, in finale, a Jannik era sfuggita l’occasione al cospetto di un Carlos Alcaraz superiore e più agonista di lui che veniva dallo stop per il caso Clostebol. Stavolta, in tribuna ci sarà anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Speriamo porti fortuna e che si goda lo spettacolo, preceduto dall’antipasto della finale di doppio maschile che parla anche lei italiano dopo il successo di Simone Bolelli e Andrea Vavassori sui vincitori degli Open d’Australia Harrison-Skupski. Nel 2025 il capo dello Stato aveva presenziato alla finale di Jasmine Paolini, non a quella di Jannik. E qualcuno aveva interpretato quella scelta come una risposta alla mancata partecipazione del numero 1 del mondo al ricevimento al Quirinale delle squadre nazionali dopo la conquista della Coppa Davis e della Billie Jean King Cup. Invece, oggi il presidente ci sarà, a completare un periodo di visibilità sportiva, dopo la recente visita dei tennisti per i trofei conquistati anche nel 2025, e il ricevimento delle squadre finaliste della Coppa Italia di calcio.
Sinner è il numero 1 del mondo, ha già vinto quattro slam, ma non si è ancora consacrato nel torneo di casa. Un italiano che vince gli Internazionali d’Italia fa la storia. Prima di Panatta, nel 1976, ci era riuscito due volte Nicola Pietrangeli, nel 1961 e nel 1957. E andando ancora più indietro, Giovanni Palmieri (1934) e Emanuele Sertorio (1933). Questa, però, è preistoria più che storia. A premiare il vincitore sarà proprio Panatta. E speriamo che, 50 anni dopo il suo 1976, venga il 2026 di Sinner.
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