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2018-04-28
Salvini rassicura Forza Italia ma il Carroccio in Friuli vuole fare il pienone
ANSA
La svolta di Matteo Salvini arriva a 48 ore dalle elezioni in Friuli Venezia Giulia, regione che domani il centrodestra, salvo clamorosi imprevisti, strapperà al Pd.
I sondaggi sono eloquenti: la Lega vola, trascinando la coalizione e il candidato alla presidenza, il leghista Massimiliano Fedriga, verso la vittoria. Sarebbe la seconda regione in sette giorni, dopo il Molise, che da un governo targato Pd passa al centrodestra. Salvini, impegnato nella giornata conclusiva della campagna elettorale per Fedriga, al quale è legatissimo, manda un preciso segnale a avversari e alleati: «Non possiamo», dice Salvini, «tenere il Paese sospeso per altre settimane o altri mesi. Per quanto mi riguarda, la via maestra è che bisogna cercare un accordo tra i primi e i secondi: se questo non è possibile si torni alle urne subito, entro l'estate. Non sta scritto né in cielo né in terra che si debba arrivare a ottobre. Anche perché, con l'aria che tira, io penso che una buona maggioranza qualcuno la porta a casa se si vota a giugno. Una nuova legge elettorale? Se si vuole», aggiunge Salvini, «la approviamo in 15 giorni, siamo totalmente disponibili. Chi prende un voto in più governa, lista o coalizione. Ma anche con la legge elettorale invariata il centrodestra vincerebbe. Tanto lo sanno tutti che Mateo Renzi e Luigi Di Maio non c'azzeccano l'uno con l'altro».
Salvini è scatenato. Ha letto alcuni retroscena che danno per imminente la rottura con Silvio Berlusconi, e risponde netto: «Non romperò con Berlusconi, lasciare Berlusconi», sottolinea Salvini, «non è l'unica strada per fare il governo: non cedo a veti, controveti e capricci. Il centrodestra ha vinto con un programma comune e siamo ben disponibili a dialogare con i secondi arrivati ma non coi terzi. Se Mattarella regala agli italiani una settimana di telenovela su Renzi e Di Maio non so cosa possono scrivere i giornali, e così riempiono le pagine con ipotesi non vere che ci riguardano. La mia parola vale più delle ambizioni di Di Maio. Io non riuscirei», attacca Salvini, «a fare quello che fa Di Maio, che un giorno parla con la Lega e il giorno dopo parla con il Pd. Io rispetto gli elettori. Spero che Di Maio faccia un bagno di umiltà e torni a sedersi al tavolo del centrodestra».
Per Salvini, dunque, il «forno» di un'ipotesi di alleanza di governo tra centrodestra e M5s è tutt'altro che spento: «Se dovessi scommettere un euro», spiega il leader della Lega, «scommetterei su un governo che rispetti il voto del 4 marzo quindi con centrodestra e 5 stelle. Se così non fosse: elezioni, anche prima di ottobre». Il messaggio a Di Maio è chiaro: basta veti e mettiamoci al lavoro. Quello a Berlusconi è altrettanto cristallino: niente inciuci col Pd e stop alle accuse ai 5 stelle. Sulla ipotesi di un accordo tra Pd e M5s, il leader del Carroccio è lapidario: «Le possibilità che nasca un governo Pd - M5s», dice Salvini, «sono pari a zero: è un accordo contro natura e soprattutto una presa in giro agli italiani. Fossi un elettore dei 5 stelle avrei o problemi o vergogna: però ognuno fa le proprie scelte».
Secca smentita anche sulle presunte minacce da parte di Berlusconi attraverso Mediaset, ipotizzate da Luigi Di Maio: «Non mi sento assolutamente minacciato», risponde Salvini, «dalle tv di Berlusconi. Ognuno è libero di scrivere o raccontare quello che vuole: non penso che in Italia ci siano rischi di questo tipo».
Matteo Salvini affida invece a Twitter il suo commento su quanto accaduto a Pavia, dove sono comparsi adesivi dove appare appeso a testa in giù insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, al presidente americano Donald Trump e al presidente turco Recep Tayyip Erdogan: «Salvini a testa in giù per le vie di Pavia. Idioti e vigliacchi», scrive Salvini, «non ci fate paura. Io vado avanti!».
E Berlusconi? Anche lui in Friuli Venezia Giulia, il presidente di Forza Italia mantiene alcune distanze rispetto all'alleato, in particolare sull'ipotesi di una riapertura del «forno» tra centrodestra e M5s: «Salvini», dice il cavaliere, a Trieste, «è assolutamente convinto di andare al governo con il centrodestra. È leale e mai spezzerà la nostra coalizione che non è artificiale ma è insieme da 20 anni. Salvini riapre il forno con il M5s? Tutte menzogne che mettono in giro i nemici del centrodestra. Io non ho posto veti», aggiunge Berlusconi, «ma con il M5s non c'è nessuna possibilità, visto che Di Maio dice che sono il male assoluto e non si vuole sedere a un tavolo, non vuole ministri e sottosegretari di Forza Italia, nemmeno uomini d'area. Con chi ragiona in questo modo non si possa fare nessun accordo di questo tipo. L'Europa», attacca Berlusconi, «si augura che ci sia un argine al M5s e al movimento populista italiano».
Berlusconi, rispetto a Salvini, è contrario al ritorno alle urne: «Sarebbe un male», spiega il Cav, «tornare al voto. Ci vuole un governo di minoranza a guida centrodestra, cosa che in altri paesi non ha suscitato nessuna sorpresa: è un governo di chi ha vinto le elezioni, che si presenta con un programma molto concreto, e che chiede al parlamento la maggioranza su questo progetto». L'idea di cercare in Parlamento i voti (50 deputati e 30 senatori) che mancano per varare un governo di centrodestra è da sempre il chiodo fisso di Giorgia Meloni, che ribadisce la sua linea: «Fratelli d'Italia», dice la Meloni, «chiede al presidente della Repubblica il rispetto della volontà popolare e un incarico pieno al centrodestra, a Salvini, per andare a cercare i voti in Parlamento».
Carlo Tarallo
E Di Maio non può ammetterlo però sotto sotto tifa la Lega
Il bello della democrazia diretta al tempo della Rete è che alle cinque di pomeriggio l'ultimo appello al voto sul Blog delle stelle di Alessandro Fraleoni Morgera, candidato grillino alla presidenza del Friuli Venezia Giulia, ha già 1,2 milioni di «like». Più o meno quanti sono gli abitanti dell'intera Regione del Nord Est, poppanti compresi. Poi però c'è la realtà non virtuale, che lunedì mattina potrebbe consegnare una vittoria strepitosa a Massimiliano Fedriga e alla Lega. E in questo caso, se l'umiliazione di Silvio Berlusconi e Forza Italia sarà evidente, Luigi Di Maio sarà il primo a gioire per la sconfitta del suo candidato. Perché si riaprirà la strada del negoziato con Matteo Salvini.
«Alla fine il Carroccio ha ottenuto quello che voleva: tirarla in lungo fino al voto friulano. E deve dire grazie alla lentezza e alle spaccature del Pd, che su di noi deciderà nell'assemblea di giovedì prossimo», ragionano ai vertici di M5s, dove dopo altre 24 ore di trattative informali con il Pd sono sempre più convinti che sarà fumata nera. «Loro sono spaccatissimi, al massimo parlano di appoggio esterno, ma così ci terrebbero per le…orecchie», racconta uno degli uomini più vicini a Di Maio. Lo stesso candidato premier grillino, ormai, ha pochi dubbi. «Noi stiamo fermi sui nostri punti, a cominciare da quel reddito di cittadinanza che secondo il Pd sfascerebbe i conti», dice Di Maio, «e il resto verrà da solo: si divideranno e scapperanno».
E allora è gioco facile, anche per il capogruppo al Senato, Danilo Toninelli, ripetere che «il candidato premier del Movimento è e resta Luigi Di Maio». È verissimo, non solo perché davvero Roberto Fico non sembra intenzionato a tagliare la strada all'ex rivale interno («Sa che Lega e Forza Italia vogliono solo usarlo per bruciare Luigi»), ma perché Pd e M5s sono così lontani che non esiste al momento la possibilità di trovare un nome «terzo», magari il classico magistrato avvelenato con Arcore, a cui affidare la guida di Palazzo Chigi.
E a proposito di Silvio Berlusconi, anche se l'ordine di scuderia di Davide Casaleggio e Di Maio è quello di abbassare i toni sul Cavaliere e non attaccare più la Lega (per non dare alibi a Salvini), nel Movimento sono divisi tra coloro che temono il potere mediatico del proprietario di Mediaset e quelli che invece lo ritengono un vecchio fantasma della sinistra. Per esempio, il fatto che da un paio di giorni si vociferi di un servizio delle Iene di Italia 1 dedicato a una colf di Fico, per i più anziani (quelli che negli anni scorsi hanno combattuto Forza Italia) sarebbe il ritorno nientemeno della «macchina del fango». Per i più giovani sarebbe invece una cosa «che non dobbiamo collegare assolutamente al Movimento, perché le Iene fanno così con tutti». Resta il fatto che il programma elettorale dei 5 stelle sul tema dell'informazione è chiarissimo. Oltre a promettere ai giornalisti e ai direttori che chi chiederà loro risarcimenti milionari, se perde la causa, dovrà versare esattamente quanto aveva chiesto a scopo intimidatorio, rovina la vita a tutti gli editori «impuri», ovvero che non hanno nei giornali e nelle tv il loro interesse unico. E allora, per giornali e tv ci sarebbe il tetto massimo al 10% per il singolo azionista di ogni singolo mezzo di comunicazione. E per la Rai, solo un canale mantenuto dal canone, con il resto venduto ai privati. È tutto nero su bianco nel programma ufficiale del Movimento e, come si vede dalla sostanza (miliardaria), vale di più di una singola battuta di Di Maio sul conflitto d'interessi.
Se Matteo Renzi è ritenuto da Di Maio il «fattore ingombrante» di un accordo con il Pd, lo stesso vale per Berlusconi sul fronte della Lega. Ma che cosa si aspettano, di preciso, in casa grillina, dal voto del Friuli Venezia Giulia? È presto detto. Con tanti saluti al generoso candidato di bandiera, si aspettano che Fedriga lasci Forza Italia a una cifra soltanto e che questo inneschi la fuga dei deputati forzisti verso il Carroccio. Poi, si attendono che Salvini alzi il telefono, ovviamente dopo che Fico e Mattarella avranno certificato il fallimento del governo M5s-Pd, e riapra le trattative con Di Maio. A quel punto, ragionano sempre i pentastellati, «accordo stringato in 7-8 punti» e via con il famoso governo dei «populisti».
Sono due ipotesi date, per prudenza dello stesso Di Maio, al 50% ciascuna. Davvero nessuno, oggi, si sbilancia su come farà il Movimento ad andare al governo. Ma la novità di giornata è che anche nel caso di un accordo con la Lega, tra i 5 stelle si è fatta strada la convinzione che si tratterà di un appoggio esterno. Una condizione che consentirebbe a Salvini di ultimare l'Opa sul centrodestra, senza essere accusato di tradimenti plateali da Berlusconi. E poi c'è sempre il fatto che Di Maio, di Salvini, si fida umanamente. E insomma è convinto che da alleato «esterno» non giocherebbe al massacro di Palazzo Chigi.
Francesco Bonazzi
La Roba del Cav è tornata centrale
L'orizzonte è più immobile di una foresta pietrificata. Ti svegli una mattina di fine aprile 2018 e ti sembra di essere tornato agli albori della Seconda repubblica (1994), quando la neonata Forza Italia sbaragliava la gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto. «Quasi quasi riprendiamo in mano il conflitto di interessi» (Luigi Di Maio). Ti svegli la stessa mattina e ti sembra di essere tornato al tempo in cui una squadra di calcio faceva vincere le elezioni. «Quasi quasi mi ricompro il Milan» (Silvio Berlusconi).
Questi stucchevoli 50 giorni di balletti istituzionali alla ricerca di una maggioranza ci costringono a ripassare la storia. Una storia di amicizie e omissioni, la storia di una classe politica in cui tutti si davano del tu e tutti pranzavano gratis alla buvette. Una lunga stagione in cui giganteggiava, esattamente come adesso, la figura di Berlusconi. Centrale da dentro il Parlamento esattamente come è tornato ad essere centrale da fuori. Allora tre volte premier o altrettante leader dell'opposizione; adesso alleato, agitatore, tessitore, consigliere, nonno della Repubblica che, mentre platealmente conta i punti del programma accanto a Matteo Salvini, pensa a come salvare il suo centro democratico in difficoltà e pure la sua Roba.
Siamo di nuovo nei pressi di Giovanni Verga perché c'è qualcosa di letterario e grottesco in quest'alba della Terza Repubblica che tanto somiglia - nei tic, nei difetti, nelle furberie da sacrestia - alle prime due. Già allora tutta la sinistra girotondina capitanata da Nanni Moretti aveva molti sogni e una certezza: regolare i conti con il conflitto d'interessi di Berlusconi. Tv, giornali, l'impero multimediale minacciato come spauracchio: tutti hanno provato a dire qualcosa di dirompente, da Walter Veltroni a Romano Prodi, da Francesco Rutelli ai pasdaran rossi di passaggio. Ma nessuno ha saputo andare oltre l'invettiva di principio. E quando Massimo D'Alema ha finalmente passeggiato nei corridoi di Mediaset celebrando la positività e l'efficienza di un'eccellenza internazionale, la guerriglia si è spenta nel sottobosco della «politica dei rapporti». L'allora Lider Massimo detto anche Spezzaferro incassò quel feroce «di' qualcosa di sinistra, ma soprattutto fallo» e salendo sul Baltic con le scarpe da un milione (di lire) in mano decise di fregarsene.
Oggi l'eterno ritorno del sempre uguale porta Di Maio a riprovarci. Il tema è come l'antifascismo: coagula nei giorni dispari le anime disperse, fa garrire le bandiere ammosciate e diventa la luce in fondo al tunnel che attira grillini e Pidioti (così venivano definiti dai pentastellati i radical chic renziani) alla processione comune. «Il contratto con il Pd è fattibile solo se verrà inserito anche un capitolo su questo continuo conflitto d'interessi che c'è in Italia», ha buttato lì il leader 5 stelle con l'effetto di una bomba in platea. «Penso ad esempio al fatto che Berlusconi, usando le sue tv, continua a mandare velate minacce a Salvini». Il numero uno del Carroccio ha risposto chiaro: «Non mi sento minimamente minacciato».
Però il contesto è tornato a somigliare a quello di un tempo non lontano (2008), in cui Gianfranco Fini si sentiva sotto assedio addirittura da parte di Striscia la Notizia, che faceva incursioni nella sua vita privata con spericolati «spetteguless» su Elisabetta Tulliani in dolce attesa. Alla fine furono tutti bacchettati da Fedele Confalonieri in persona («La derisione che si trasforma in dileggio non è accettabile»).
La Roba che aiuta, la Roba in pericolo. C'è sempre qualcosa di epico e di border line nelle mosse di Berlusconi, che dal Friuli stupisce e spiega secondo un canone classico che perfino noi sappiamo a memoria: «Non c'è possibilità commerciale che l'azienda possa prendere partito per qualcuno perché eliminerebbe dalla sua audience altri. E poi mi lamento che Mediaset sia sempre con tutti e un po' meno con noi per non essere tv partigiana».
C'è tutto in Wikipedia. È tutto lì, dentro un antico copione che in fondo a Berlusconi piace perché lo rimette al centro della galassia. E poiché un ricordo tira l'altro, ecco che arriva il rimpianto elettorale, quel 14% inaspettato e non ancora metabolizzato. Il mondo che cambia? Una nuova generazione alle porte? La sommessa richiesta di dedicarsi ai colori pastello di un tramonto? No, per Berlusconi la sconfitta è tutta dentro un abbandono percepito come un tradimento: la vendita del Milan. Non c'è più il calcio a moltiplicare i consensi. Non ci sono più Rivaldo, Ronaldinho e Balotelli (comprati come ultimo botto elettorale) a far colpo sul tifoso e sulle urne. Per il Cavaliere senza tribuna d'onore il riassunto è elementare: «Il motivo per il quale una parte di elettori non ci ha votato è perché il sottoscritto ha venduto il Milan. In molti mi fermano e mi chiedono perché ho ceduto a chissà chi la squadra e mi rimproverano per le condizioni in cui versa. Se va avanti così non nego che prima o poi il Milan me lo ricompro».
Qui non si tratta di soppesare una boutade, l'analisi è logica e sociologica. All'uomo già entrato nei libri di storia (come sottolinea la figlia Marina) mancavano due capisaldi per tornare a quasi 82 anni al centro di tutto: il conflitto di interessi e il Milan, il fantasma della paura e quello del trionfo. Non potendo rivivere un passato a 1.000 all'ora bastano i flash a rievocarlo, quasi a renderlo eterno. Berlusconi è lì, sempre un passo davanti a Di Maio e Salvini, sempre oltre gli eccessi onirici di Paolo Sorrentino. Con la sua Roba nel cuore e una coppa dalle grandi orecchie tenuta a cappello sulla testa.
Giorgio Gandola
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Domani il centrodestra, a trazione lumbard, può stravincere. Matteo Salvini sereno: «Con Silvio Berlusconi non rompo». Sul governo: «Intesa con il M5s o voto subito». Il leader pentastellato Luigi Di Maio punta a una forte affermazione «padana» sull'alleato azzurro. Così da rimettere in moto le trattative per l'esecutivo, una volta fallita l'intesa con il Pd. Le minacce grilline a Mediaset e la nostalgia per il Milan appena venduto riempiono l'agenda politica. Come 20 anni fa, tutto ruota attorno alle «dimensioni» di Arcore.Lo speciale contiene tre articoli. La svolta di Matteo Salvini arriva a 48 ore dalle elezioni in Friuli Venezia Giulia, regione che domani il centrodestra, salvo clamorosi imprevisti, strapperà al Pd. I sondaggi sono eloquenti: la Lega vola, trascinando la coalizione e il candidato alla presidenza, il leghista Massimiliano Fedriga, verso la vittoria. Sarebbe la seconda regione in sette giorni, dopo il Molise, che da un governo targato Pd passa al centrodestra. Salvini, impegnato nella giornata conclusiva della campagna elettorale per Fedriga, al quale è legatissimo, manda un preciso segnale a avversari e alleati: «Non possiamo», dice Salvini, «tenere il Paese sospeso per altre settimane o altri mesi. Per quanto mi riguarda, la via maestra è che bisogna cercare un accordo tra i primi e i secondi: se questo non è possibile si torni alle urne subito, entro l'estate. Non sta scritto né in cielo né in terra che si debba arrivare a ottobre. Anche perché, con l'aria che tira, io penso che una buona maggioranza qualcuno la porta a casa se si vota a giugno. Una nuova legge elettorale? Se si vuole», aggiunge Salvini, «la approviamo in 15 giorni, siamo totalmente disponibili. Chi prende un voto in più governa, lista o coalizione. Ma anche con la legge elettorale invariata il centrodestra vincerebbe. Tanto lo sanno tutti che Mateo Renzi e Luigi Di Maio non c'azzeccano l'uno con l'altro». Salvini è scatenato. Ha letto alcuni retroscena che danno per imminente la rottura con Silvio Berlusconi, e risponde netto: «Non romperò con Berlusconi, lasciare Berlusconi», sottolinea Salvini, «non è l'unica strada per fare il governo: non cedo a veti, controveti e capricci. Il centrodestra ha vinto con un programma comune e siamo ben disponibili a dialogare con i secondi arrivati ma non coi terzi. Se Mattarella regala agli italiani una settimana di telenovela su Renzi e Di Maio non so cosa possono scrivere i giornali, e così riempiono le pagine con ipotesi non vere che ci riguardano. La mia parola vale più delle ambizioni di Di Maio. Io non riuscirei», attacca Salvini, «a fare quello che fa Di Maio, che un giorno parla con la Lega e il giorno dopo parla con il Pd. Io rispetto gli elettori. Spero che Di Maio faccia un bagno di umiltà e torni a sedersi al tavolo del centrodestra». Per Salvini, dunque, il «forno» di un'ipotesi di alleanza di governo tra centrodestra e M5s è tutt'altro che spento: «Se dovessi scommettere un euro», spiega il leader della Lega, «scommetterei su un governo che rispetti il voto del 4 marzo quindi con centrodestra e 5 stelle. Se così non fosse: elezioni, anche prima di ottobre». Il messaggio a Di Maio è chiaro: basta veti e mettiamoci al lavoro. Quello a Berlusconi è altrettanto cristallino: niente inciuci col Pd e stop alle accuse ai 5 stelle. Sulla ipotesi di un accordo tra Pd e M5s, il leader del Carroccio è lapidario: «Le possibilità che nasca un governo Pd - M5s», dice Salvini, «sono pari a zero: è un accordo contro natura e soprattutto una presa in giro agli italiani. Fossi un elettore dei 5 stelle avrei o problemi o vergogna: però ognuno fa le proprie scelte». Secca smentita anche sulle presunte minacce da parte di Berlusconi attraverso Mediaset, ipotizzate da Luigi Di Maio: «Non mi sento assolutamente minacciato», risponde Salvini, «dalle tv di Berlusconi. Ognuno è libero di scrivere o raccontare quello che vuole: non penso che in Italia ci siano rischi di questo tipo». Matteo Salvini affida invece a Twitter il suo commento su quanto accaduto a Pavia, dove sono comparsi adesivi dove appare appeso a testa in giù insieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, al presidente americano Donald Trump e al presidente turco Recep Tayyip Erdogan: «Salvini a testa in giù per le vie di Pavia. Idioti e vigliacchi», scrive Salvini, «non ci fate paura. Io vado avanti!». E Berlusconi? Anche lui in Friuli Venezia Giulia, il presidente di Forza Italia mantiene alcune distanze rispetto all'alleato, in particolare sull'ipotesi di una riapertura del «forno» tra centrodestra e M5s: «Salvini», dice il cavaliere, a Trieste, «è assolutamente convinto di andare al governo con il centrodestra. È leale e mai spezzerà la nostra coalizione che non è artificiale ma è insieme da 20 anni. Salvini riapre il forno con il M5s? Tutte menzogne che mettono in giro i nemici del centrodestra. Io non ho posto veti», aggiunge Berlusconi, «ma con il M5s non c'è nessuna possibilità, visto che Di Maio dice che sono il male assoluto e non si vuole sedere a un tavolo, non vuole ministri e sottosegretari di Forza Italia, nemmeno uomini d'area. Con chi ragiona in questo modo non si possa fare nessun accordo di questo tipo. L'Europa», attacca Berlusconi, «si augura che ci sia un argine al M5s e al movimento populista italiano». Berlusconi, rispetto a Salvini, è contrario al ritorno alle urne: «Sarebbe un male», spiega il Cav, «tornare al voto. Ci vuole un governo di minoranza a guida centrodestra, cosa che in altri paesi non ha suscitato nessuna sorpresa: è un governo di chi ha vinto le elezioni, che si presenta con un programma molto concreto, e che chiede al parlamento la maggioranza su questo progetto». L'idea di cercare in Parlamento i voti (50 deputati e 30 senatori) che mancano per varare un governo di centrodestra è da sempre il chiodo fisso di Giorgia Meloni, che ribadisce la sua linea: «Fratelli d'Italia», dice la Meloni, «chiede al presidente della Repubblica il rispetto della volontà popolare e un incarico pieno al centrodestra, a Salvini, per andare a cercare i voti in Parlamento». 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E in questo caso, se l'umiliazione di Silvio Berlusconi e Forza Italia sarà evidente, Luigi Di Maio sarà il primo a gioire per la sconfitta del suo candidato. Perché si riaprirà la strada del negoziato con Matteo Salvini. «Alla fine il Carroccio ha ottenuto quello che voleva: tirarla in lungo fino al voto friulano. E deve dire grazie alla lentezza e alle spaccature del Pd, che su di noi deciderà nell'assemblea di giovedì prossimo», ragionano ai vertici di M5s, dove dopo altre 24 ore di trattative informali con il Pd sono sempre più convinti che sarà fumata nera. «Loro sono spaccatissimi, al massimo parlano di appoggio esterno, ma così ci terrebbero per le…orecchie», racconta uno degli uomini più vicini a Di Maio. Lo stesso candidato premier grillino, ormai, ha pochi dubbi. «Noi stiamo fermi sui nostri punti, a cominciare da quel reddito di cittadinanza che secondo il Pd sfascerebbe i conti», dice Di Maio, «e il resto verrà da solo: si divideranno e scapperanno». E allora è gioco facile, anche per il capogruppo al Senato, Danilo Toninelli, ripetere che «il candidato premier del Movimento è e resta Luigi Di Maio». È verissimo, non solo perché davvero Roberto Fico non sembra intenzionato a tagliare la strada all'ex rivale interno («Sa che Lega e Forza Italia vogliono solo usarlo per bruciare Luigi»), ma perché Pd e M5s sono così lontani che non esiste al momento la possibilità di trovare un nome «terzo», magari il classico magistrato avvelenato con Arcore, a cui affidare la guida di Palazzo Chigi. E a proposito di Silvio Berlusconi, anche se l'ordine di scuderia di Davide Casaleggio e Di Maio è quello di abbassare i toni sul Cavaliere e non attaccare più la Lega (per non dare alibi a Salvini), nel Movimento sono divisi tra coloro che temono il potere mediatico del proprietario di Mediaset e quelli che invece lo ritengono un vecchio fantasma della sinistra. Per esempio, il fatto che da un paio di giorni si vociferi di un servizio delle Iene di Italia 1 dedicato a una colf di Fico, per i più anziani (quelli che negli anni scorsi hanno combattuto Forza Italia) sarebbe il ritorno nientemeno della «macchina del fango». Per i più giovani sarebbe invece una cosa «che non dobbiamo collegare assolutamente al Movimento, perché le Iene fanno così con tutti». Resta il fatto che il programma elettorale dei 5 stelle sul tema dell'informazione è chiarissimo. Oltre a promettere ai giornalisti e ai direttori che chi chiederà loro risarcimenti milionari, se perde la causa, dovrà versare esattamente quanto aveva chiesto a scopo intimidatorio, rovina la vita a tutti gli editori «impuri», ovvero che non hanno nei giornali e nelle tv il loro interesse unico. E allora, per giornali e tv ci sarebbe il tetto massimo al 10% per il singolo azionista di ogni singolo mezzo di comunicazione. E per la Rai, solo un canale mantenuto dal canone, con il resto venduto ai privati. È tutto nero su bianco nel programma ufficiale del Movimento e, come si vede dalla sostanza (miliardaria), vale di più di una singola battuta di Di Maio sul conflitto d'interessi. Se Matteo Renzi è ritenuto da Di Maio il «fattore ingombrante» di un accordo con il Pd, lo stesso vale per Berlusconi sul fronte della Lega. Ma che cosa si aspettano, di preciso, in casa grillina, dal voto del Friuli Venezia Giulia? È presto detto. Con tanti saluti al generoso candidato di bandiera, si aspettano che Fedriga lasci Forza Italia a una cifra soltanto e che questo inneschi la fuga dei deputati forzisti verso il Carroccio. Poi, si attendono che Salvini alzi il telefono, ovviamente dopo che Fico e Mattarella avranno certificato il fallimento del governo M5s-Pd, e riapra le trattative con Di Maio. A quel punto, ragionano sempre i pentastellati, «accordo stringato in 7-8 punti» e via con il famoso governo dei «populisti». Sono due ipotesi date, per prudenza dello stesso Di Maio, al 50% ciascuna. Davvero nessuno, oggi, si sbilancia su come farà il Movimento ad andare al governo. Ma la novità di giornata è che anche nel caso di un accordo con la Lega, tra i 5 stelle si è fatta strada la convinzione che si tratterà di un appoggio esterno. Una condizione che consentirebbe a Salvini di ultimare l'Opa sul centrodestra, senza essere accusato di tradimenti plateali da Berlusconi. E poi c'è sempre il fatto che Di Maio, di Salvini, si fida umanamente. 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Ti svegli la stessa mattina e ti sembra di essere tornato al tempo in cui una squadra di calcio faceva vincere le elezioni. «Quasi quasi mi ricompro il Milan» (Silvio Berlusconi). Questi stucchevoli 50 giorni di balletti istituzionali alla ricerca di una maggioranza ci costringono a ripassare la storia. Una storia di amicizie e omissioni, la storia di una classe politica in cui tutti si davano del tu e tutti pranzavano gratis alla buvette. Una lunga stagione in cui giganteggiava, esattamente come adesso, la figura di Berlusconi. Centrale da dentro il Parlamento esattamente come è tornato ad essere centrale da fuori. Allora tre volte premier o altrettante leader dell'opposizione; adesso alleato, agitatore, tessitore, consigliere, nonno della Repubblica che, mentre platealmente conta i punti del programma accanto a Matteo Salvini, pensa a come salvare il suo centro democratico in difficoltà e pure la sua Roba. Siamo di nuovo nei pressi di Giovanni Verga perché c'è qualcosa di letterario e grottesco in quest'alba della Terza Repubblica che tanto somiglia - nei tic, nei difetti, nelle furberie da sacrestia - alle prime due. Già allora tutta la sinistra girotondina capitanata da Nanni Moretti aveva molti sogni e una certezza: regolare i conti con il conflitto d'interessi di Berlusconi. Tv, giornali, l'impero multimediale minacciato come spauracchio: tutti hanno provato a dire qualcosa di dirompente, da Walter Veltroni a Romano Prodi, da Francesco Rutelli ai pasdaran rossi di passaggio. Ma nessuno ha saputo andare oltre l'invettiva di principio. E quando Massimo D'Alema ha finalmente passeggiato nei corridoi di Mediaset celebrando la positività e l'efficienza di un'eccellenza internazionale, la guerriglia si è spenta nel sottobosco della «politica dei rapporti». L'allora Lider Massimo detto anche Spezzaferro incassò quel feroce «di' qualcosa di sinistra, ma soprattutto fallo» e salendo sul Baltic con le scarpe da un milione (di lire) in mano decise di fregarsene. Oggi l'eterno ritorno del sempre uguale porta Di Maio a riprovarci. Il tema è come l'antifascismo: coagula nei giorni dispari le anime disperse, fa garrire le bandiere ammosciate e diventa la luce in fondo al tunnel che attira grillini e Pidioti (così venivano definiti dai pentastellati i radical chic renziani) alla processione comune. «Il contratto con il Pd è fattibile solo se verrà inserito anche un capitolo su questo continuo conflitto d'interessi che c'è in Italia», ha buttato lì il leader 5 stelle con l'effetto di una bomba in platea. «Penso ad esempio al fatto che Berlusconi, usando le sue tv, continua a mandare velate minacce a Salvini». Il numero uno del Carroccio ha risposto chiaro: «Non mi sento minimamente minacciato». Però il contesto è tornato a somigliare a quello di un tempo non lontano (2008), in cui Gianfranco Fini si sentiva sotto assedio addirittura da parte di Striscia la Notizia, che faceva incursioni nella sua vita privata con spericolati «spetteguless» su Elisabetta Tulliani in dolce attesa. Alla fine furono tutti bacchettati da Fedele Confalonieri in persona («La derisione che si trasforma in dileggio non è accettabile»). La Roba che aiuta, la Roba in pericolo. C'è sempre qualcosa di epico e di border line nelle mosse di Berlusconi, che dal Friuli stupisce e spiega secondo un canone classico che perfino noi sappiamo a memoria: «Non c'è possibilità commerciale che l'azienda possa prendere partito per qualcuno perché eliminerebbe dalla sua audience altri. E poi mi lamento che Mediaset sia sempre con tutti e un po' meno con noi per non essere tv partigiana». C'è tutto in Wikipedia. È tutto lì, dentro un antico copione che in fondo a Berlusconi piace perché lo rimette al centro della galassia. E poiché un ricordo tira l'altro, ecco che arriva il rimpianto elettorale, quel 14% inaspettato e non ancora metabolizzato. Il mondo che cambia? Una nuova generazione alle porte? La sommessa richiesta di dedicarsi ai colori pastello di un tramonto? No, per Berlusconi la sconfitta è tutta dentro un abbandono percepito come un tradimento: la vendita del Milan. Non c'è più il calcio a moltiplicare i consensi. Non ci sono più Rivaldo, Ronaldinho e Balotelli (comprati come ultimo botto elettorale) a far colpo sul tifoso e sulle urne. Per il Cavaliere senza tribuna d'onore il riassunto è elementare: «Il motivo per il quale una parte di elettori non ci ha votato è perché il sottoscritto ha venduto il Milan. In molti mi fermano e mi chiedono perché ho ceduto a chissà chi la squadra e mi rimproverano per le condizioni in cui versa. Se va avanti così non nego che prima o poi il Milan me lo ricompro». Qui non si tratta di soppesare una boutade, l'analisi è logica e sociologica. All'uomo già entrato nei libri di storia (come sottolinea la figlia Marina) mancavano due capisaldi per tornare a quasi 82 anni al centro di tutto: il conflitto di interessi e il Milan, il fantasma della paura e quello del trionfo. Non potendo rivivere un passato a 1.000 all'ora bastano i flash a rievocarlo, quasi a renderlo eterno. Berlusconi è lì, sempre un passo davanti a Di Maio e Salvini, sempre oltre gli eccessi onirici di Paolo Sorrentino. Con la sua Roba nel cuore e una coppa dalle grandi orecchie tenuta a cappello sulla testa.Giorgio Gandola
Ansa
Tutto avviene in un lasso di tempo brevissimo: solo 20 secondi da quando l’Iryo è deragliato e ha occupato il binario opposto. Troppo poco tempo perché entrasse in azione il sistema di sicurezza: lo stesso macchinista dell’Alvia, che nell’incidente ha perso la vita dopo essere sbalzato a decine di metri dal convoglio, non ha avuto tempo di frenare.
Il bilancio è «ancora provvisorio» ha precisato il ministro dei Trasporti Oscar Puente: «È stato un caos totale. È stato terribile. Siamo stati sbalzati in aria» il racconto di Rocìo Flores, 30 anni, una delle sopravvissute che in questo momento si trova ricoverata a Cordova. «Sono sotto osservazione a causa dei colpi alla testa e del vomito. Le mie costole non sono rotte, solo dislocate. I medici mi hanno fatto un primo controllo in reparto e poi mi hanno mandata in ospedale. Sono piena di dolori e lividi».
«Il treno ha iniziato a frenare all’improvviso e alcuni sedili sono stati scaraventati via. Ho pensato di morire» racconta un’altra passeggera e El Mundo. «Tutto è stato molto veloce e caotico, le valigie hanno iniziato a cadere e quando siamo riusciti a scendere dai vagoni ci siamo trovati di fronte a una situazione catastrofica», ha raccontato alla agenzia Efe uno dei feriti. E ancora un’altra superstite: «Li vedevo morire e non potevo fare nulla». E poi: «Siamo stati sbalzati in aria, c’erano corpi dappertutto. Ho pensato di morire».
Molte delle vittime sono irriconoscibili, per questo il lavoro della Guardia Civil si è concentrato «sull’identificare le vittime dell’incidente e sul lavoro che sta realizzando la criminalistica di Madrid, specializzata nella raccolta di campioni, impronte e Dna. Abbiamo aperto cinque punti per poter assistere e raccogliere informazioni di queste vittime, cinque punti affinché possano accedere i familiari diretti delle vittime: si trovano a Madrid, a Siviglia, Cordova, Huelva e Malaga». Alcuni corpi sono stati trovati a centinaia di distanza, come fosse stata un’esplosione. «Quando arriveranno i macchinari pesanti per sollevare i vagoni è probabile che troveremo altre vittime», ha detto il presidente della regione dell’Andalusia Juanma Moreno.
Le prime ricostruzioni sulla dinamica dell’incidente hanno escluso immediatamente l’errore umano, mentre a chi indaga è risultato presto evidente un giunto rotto sui binari. I tecnici presenti sul posto, che hanno analizzato le rotaie, hanno individuato una certa usura nella giunzione tra le sezioni della rotaia, nota come piastra di giunzione, il che, secondo loro, dimostra che il guasto era presente da tempo. Gli investigatori hanno scoperto che il giunto difettoso creava uno spazio tra le sezioni della rotaia che si allargava man mano che i treni continuavano a viaggiare sui binari. Ma c’è di più perché il sindacato spagnolo dei macchinisti aveva segnalato anomalie sui binari proprio in quel tratto di ferrovia lo scorso agosto mettendo in guardia su buche e squilibri nelle linee elettriche aeree che stavano causando frequenti guasti e danneggiamenti.
Anche i passeggeri diretti alla stessa stazione che avevano percorso il tratto prima del deragliamento avevano già notato ore prima «problemi» lungo il tragitto.
Jonathan Gomez, direttore dell’ufficio per il Turismo del comune di Malaga, intervistato dal giornale on line Diario Sur, ha detto: «quando avevamo già superato Cordoba, nella zona in cui si è verificata la tragedia, abbiamo sentito il treno sobbalzare così tanto che il mio portatile, su cui stavo lavorando, è caduto dal tavolino. Probabilmente c’era già qualcosa che non andava nei binari che ha causato quel movimento».
Papa Leone XIV si è detto «profondamente addolorato nell’apprendere la tragica notizia dell’incidente ferroviario di Adamuz», e ha offerto «preghiere per il riposo eterno dei defunti». Leone «estende inoltre le sue più sentite condoglianze alle famiglie dei defunti, insieme alle sue parole di conforto, alla sua sincera preoccupazione e ai suoi auguri per la pronta guarigione dei feriti e incoraggia le squadre di soccorso a perseverare nei loro sforzi di soccorso e assistenza». Il primo ministro Pedro Sánchez, che ha promesso una «indagine trasparente», ha deciso di annullare la sua partecipazione al Forum Economico di Davos sospendendo tutti gli impegni ufficiali per seguire da vicino la situazione ed esprimendo «profondo dolore» e vicinanza alle famiglie delle vittime. Anche la Corona spagnola ha inviato messaggi di solidarietà.
«Ho appena parlato con Sánchez per esprimere le mie più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime e ai loro cari. L’Europa è vicina alla Spagna in questo tragico momento e condivide il vostro dolore» ha detto il presidente della Commissione Ursula von der Leyen aggiungendo: «Le bandiere della Commissione europea saranno a mezz’asta».
«Con grande tristezza apprendo dell’incidente ferroviario» ha scritto Giorgia Meloni sui social. «L’Italia è vicina al dolore della Spagna per questa tragedia. I nostri pensieri vanno alle vittime, ai feriti e alle loro famiglie».
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Elio Ciol, Giovani a San Daniele del Friuli, 1957 © Elio Ciol
Autore di immagini profonde e suggestive, che invitano a riflettere sulla bellezza e la spiritualità della vita quotidiana, Eio Ciol è sicuramente fra i più noti ed importanti fotografi contemporanei. Friulano di Casarsa della Delizia, 96 anni portati con la forza e il vigore tipici della sua terra, punto di partenza della sua poetica sono proprio le sue origini, quell’entroterra friulano che comincia a immortalare sin dagli inizi della sua carriera e che ritornerà sempre, come tema ricorrente, negli oltre settantacinque anni della sua lunga e proficua attività. Anche durante il periodo Neorealista degli anni Cinquanta, quando Ciol il Neorealismo lo interpreta «a modo suo», in una maniera assolutamente originale, scegliendo di mettere a centro dei suoi lavori non l’impegno politico, ma il reale in tutte le sue declinazioni: la natura, le architetture, il paesaggio, ma soprattutto l’uomo colto nella normalità della vita quotidiana, più « banale» che eccezionale, ma non per questo meno interessante.
La maestria di Ciol sta proprio in questo, nel saper dare alle immagini una profondità contemplativa e spirituale che nobilita paesaggi, luoghi e persone, regalando dignità alla povertà di contadini, bambini e anziani, sempre rappresentati con delicatezza e rispetto. La sua fotografia è fatta di piccoli gesti, sguardi e silenzi, proprio come ricorda i titolo della bella mostra allestita al Museo Diocesano di Milano, un’importante retrospettiva di oltre 100 immagini che regalano al visitatore una panoramica completa della poetica e dello stile di Ciol, caratterizzato non solo da una grande attenzione al dettaglio e da una profonda sensibilità, ma anche da una continua ricerca di nuove tecniche e sperimentazioni: particolarmente caro a Ciol fotografare in bianco e nero con una pellicola all’infrarosso, per restituire all’occhio di chi guarda una realtà che ha del magico, dell'onirico, con una vegetazione che diventa completamente bianca e i cieli sereni completamenti neri.
La Mostra
Curato dal figlio Stefano Ciol, che ha raccolto l’eredità artistica del celebre genitore, il percorso espositivo si articola in undici sezioni (chiamati più poeticamente «tempi ») che spaziano dalle foto neorealiste degli anni ’50 alle immagini della tragedia del Vajont, di cui Elio Ciol, profondamente turbato dalla catastrofe, racconta un dolore composto e profondamente umano, senza alcuna esibizione cronachistica. Molto interessante «Il tempo delle amicizie » , dove spiccano i ritratti di Pier Paolo Pasolini, di Padre David Maria Turoldo, sacerdote scomodo e poeta della condizione umana, e dell’ artista statunitense William G. Congdon , legato a Ciol da una lunga e profonda amicizia. Fotografo «della spiritualità», molto profondo è il legame che Elio Ciol ha con Assisi, la sua Betlemme, il luogo in cui l‘artista è tornato più e più volte per fotografare l’arte sacra, rimanendo profondamente affascinato dallo spirito del posto e da quell’ inscindibile identità di arte, uomo, natura, che sono poi tra i capisaldi della sua fotografia: ad Assisi, intrisa di spirito francescano come l’anima di Ciol, è dedicato «Il tempo del sacro» ,mentre a chiudere la mostra è «Il tempo della contemplazione » dove a catturare il visitatore sono i luoghi dell’infanzia e i paesaggi, che il fotografo contempla con meraviglia e gratitudine, in quanto parte del Creato «Il paesaggio è per me un dono: lo ricevo, non l’ho fatto io»
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Valentino Garavani durante una sfilata nel 1991 (Getty Images)
Addio a Valentino, l’ultimo imperatore della moda. Dopo di lui, il diluvio. Con la morte di Valentino Garavani, scomparso ieri a Roma all’età di 93 anni, si chiude definitivamente un’epoca. Non soltanto quella dell’alta moda italiana, ma quella di una visione assoluta della bellezza, intesa come disciplina, ossessione e destino. Valentino non è stato semplicemente uno stilista: è stato il couturier per eccellenza, l’ultimo imperatore di un regno fatto di eleganza, rigore e incanto.
«Valentino Garavani si è spento oggi presso la sua residenza romana, circondato dai suoi cari», ha annunciato la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti. La camera ardente sarà allestita presso PM23, in piazza Mignanelli 23, mercoledì 21 e giovedì 22 gennaio, dalle 11 alle 18. I funerali si terranno venerdì 23 gennaio alle 11 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, a Roma.
Nato a Voghera l’11 maggio 1932, sotto il segno del Toro, Valentino Ludovico Clemente Garavani scopre prestissimo la sua vocazione. È il cinema, prima ancora della moda, a chiamarlo: le dive hollywoodiane, le donne sofisticate, gli abiti luminosi e i gioielli che riempiono lo schermo. «Mia sorella mi portava al cinema e io sognavo donne bellissime, estremamente eleganti», raccontava. «In quel periodo decisi che avrei fatto questo: rendere belle le donne». Un sogno coltivato con ostinazione e trasformato in destino. Studia figurino a Milano, poi vola a Parigi, dove frequenta l’École de la Chambre Syndicale de la Couture e lavora negli atelier di Jean Dessès e Guy Laroche. Apprende il rigore francese, la costruzione impeccabile, la disciplina dell’haute couture. Ma la sua sensibilità resta profondamente italiana. Alla fine degli anni Cinquanta rientra a Roma, dove si forma accanto a Emilio Schuberth e Vincenzo Ferdinandi, prima di aprire una propria maison. Il ritorno nella Capitale segna l’inizio del mito. Nel 1959 apre l’atelier in via dei Condotti; nel 1960 incontra Giancarlo Giammetti, compagno di vita e di lavoro, di visione e di destino. È l’inizio di una storia che unisce amore, creatività e impresa, una simbiosi rara e irripetibile. Giammetti discreto, riservato, lontano dai riflettori, è stato l’architettura silenziosa dell’impero Valentino, il suo equilibrio. Valentino era l’estro e l’assoluto; Giammetti la misura e la protezione. Insieme hanno costruito non solo una maison, ma un mondo. «Io mi occupo solo della bellezza», amava dire Valentino, «Giancarlo pensa a tutto il resto». Insieme costruiscono un impero che attraversa decenni e rivoluzioni culturali senza mai rinunciare a un’idea precisa di eleganza. Nel 1962 arriva la consacrazione: la sfilata alla Sala Bianca di Pitti a Firenze è un trionfo. Vogue Francia gli dedica due pagine, segno inequivocabile dell’ingresso nel pantheon dei grandi. È l’inizio di un’ascesa inarrestabile, accompagnata da una firma cromatica destinata a diventare leggenda: il rosso Valentino, tonalità intensa e vibrante che non è solo un colore, ma un manifesto estetico diventato la sua cifra stilistica.
Negli anni Valentino veste il potere e il sogno. Jacqueline Kennedy, Audrey Hepburn, Elizabeth Taylor, Sophia Loren, Farah Diba, Nancy Reagan. Jackie Bouvier sceglie un suo abito per sposare Aristotele Onassis, spalancandogli definitivamente le porte degli Stati Uniti. «Ho sempre desiderato rendere belle le donne», ripeteva. E lo faceva con una devozione quasi ossessiva, chiedendo alle sue première di smontare e rimontare un abito fino a quando non fosse perfetto. «Un vestito può tormentarmi la notte», confessava. «Se non è giusto, non è giusto». Negli anni Settanta, mentre Roma era attraversata dalla paura degli anni di piombo, dagli attentati e da una tensione che sembrava non dare tregua, Valentino continuava a muoversi in una dimensione altra. Il suo non era disinteresse né provocazione, ma una sorta di ostinata fedeltà alla bellezza. In una città segnata dall’ideologia e dalla violenza, lui difendeva il lusso, l’eleganza, la grazia come valori assoluti, quasi un atto di resistenza estetica. La moda, per Valentino, non era evasione ma disciplina, un ordine da preservare contro il disordine del tempo. Anche quando tutto intorno sembrava crollare, il suo mondo restava intatto, impermeabile, guidato da un’unica legge: la perfezione. Nel 1991, in piena Guerra del Golfo, Valentino disegnò un abito chiamato «Peace Dress», bianco con la parola «Pace» scritta in 14 lingue, come messaggio di speranza e di pace internazionale - un gesto simbolico che fu riconosciuto anche con un premio - «Man of fashion and peace» - dal Parlamento europeo.
Otto star saliranno sul palco degli Oscar indossando una sua creazione. Le supermodelle - da Claudia Schiffer a Cindy Crawford, da Naomi Campbell in poi - sfileranno per lui. Time lo definisce «the victorious», il vittorioso. Valentino diventa «larger than life», sovrano assoluto di una moda che non insegue le tendenze ma le trascende. Nel corso della carriera riceve tutti i massimi riconoscimenti: il Premio Neiman Marcus (considerato il Nobel della moda), il Leone d’Oro alla carriera, la Legion d’Onore francese, le più alte onorificenze italiane. Ma uno dei tributi più simbolici arriva dalla sua città natale: Voghera gli dedica il Teatro Valentino Garavani, suggellando il legame tra il ragazzo che sognava il cinema e l’uomo che ha trasformato la moda in spettacolo e memoria collettiva. Nel 2008 annuncia il ritiro dalle passerelle con una sfilata memorabile al Musée Rodin di Parigi. Un addio solenne e teatrale. Ma Valentino non smette mai davvero di esserlo. Anche lontano dalle scene, resta custode inflessibile di un’idea di bellezza che non ammette compromessi. Roma rimane il suo centro gravitazionale: via Condotti, piazza Mignanelli, la Dolce Vita che lo aveva visto nascere come personaggio pubblico. Anche oggi che il brand appartiene a un grande gruppo internazionale, la città eterna resta il cuore simbolico della maison.
Valentino ha vissuto come ha creato: senza mezze misure. I viaggi, gli yacht, i cani inseparabili, le amicizie illustri. Ma dietro lo sfarzo c’era una disciplina ferrea, una dedizione assoluta all’haute couture. «La moda non è solo vestire», diceva, «è un modo di essere, di guardare il mondo». Con la scomparsa dello stilista, Giancarlo Giammetti resta l’ultimo testimone di una storia irripetibile: una storia d’amore e di moda che ha attraversato il tempo senza mai piegarsi. Non esiste un Valentino dopo Valentino. Con lui se ne va l’ultima vera icona di una moda intesa come impero personale e visione assoluta. Resta il rosso, restano le linee perfette, resta un’idea di bellezza che non chiede permesso. E che difficilmente tornerà.
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La curcuma non è una sola pianta. Curcuma, difatti, è un genere di piante, genere che appartiene alla famiglia delle Zingiberaceae e la specie longa è la più rinomata e diffusa tra quelle che possono essere «la curcuma». Curcuma longa, quindi, è la principale curcuma. Ma ce ne sono davvero tante, un elenco botanico decisamente lungo, dalla Curcuma aeruginosa alla Curcuma zedoaroides passando per un’infinità di altre. A sua volta, la curcuma è l’ingrediente principale dell’altra spezia che poi è anch’essa un gruppo di spezie, appunto, come la curcuma, ovvero il curry.
Diciamo il vero: nei nostri ricettari precisamente italiani la curcuma trova poco o zero alloggio. Si possono forse trovare ricette degli anni Ottanta, come il risotto o le pennette curry (quindi anche curcuma) e gamberetti, ma si tratta sempre di prelievi del condimento da ricettari orientali. La curcuma, infatti, è originaria dell’Asia e molto diffusa in India, Indonesia, Thailandia, e da lì anche in altre zone dell’Oriente, l’India ne è il maggior produttore mondiale. Troviamo poi, nei nostri supermercati, nel settore del cibo etnico, preparati come il golden milk, anche detto curcuma latte, un mix in polvere con il quale si realizza la bevanda ayurvedica omonima aggiungendo latte caldo a 1/2 o 1 cucchiaino del preparato di curcuma, zenzero, cannella e pepe nero. Il golden milk è considerato antinfiammatorio e antiossidante in particolar modo grazie al connubio tra curcuma e pepe, che amplifica le proprietà della curcumina, principio attivo della curcuma, tuttavia questi preparati che percepiamo come salutari non vanno presi con leggerezza e consumati a cucchiaiate mane, pomeriggio e sera. Possono essere insalubri (e questo vale per tutto ciò che ci viene detto faccia bene). Ora vedremo perché.
La curcumina è uno dei rimedi di fitoterapia più diffusi nel mondo. Si possono, infatti, trovare spesso pubblicizzati quasi come miracolosi gli integratori alimentari di curcumina. Per il tramite della tradizione medica ayurvedica, nel sud est asiatico la curcuma, per il suo contenuto di curcumina, è considerata un rimedio fitoterapico trasversale da far scendere in campo un po’ per tutto: dai disturbi biliari alla sinusite passando per i dolori mestruali, antisettico, analgesico, antinfiammatorio, antimalarico e repellente per insetti. Anche da quest’altra parte del mondo ormai la curcumina è stata adottata come rimedio fitoterapico ed è considerata innanzitutto antinfiammatoria, poi antidolorifica, in particolar modo nei confronti dei dolori da artrosi e, in generale, articolari. Poi, è considerata un tonico cerebrale e del sistema nervoso, un valido aiuto per la cicatrizzazione delle ferite e per la prevenzione delle infezioni batteriche. Ancora, la curcumina aiuterebbe la digestione. Ma non soltanto. 2 compresse al giorno da 250 mg avrebbero lo stesso effetto dell’omeprazolo, farmaco gastroprotettore inibitore di pompa protonica (IPP) che serve a curare il reflusso gastroesofageo, perché riduce drasticamente la produzione di acido nello stomaco, ma anche le ulcere gastriche, duodenali, associate a Helicobapter pylori o prodotte dall’assunzione di Fans, i farmaci antinfiammatori non steroidei.
La curcumina, poi, preverrebbe il diabete di tipo 2 cioè la patologia metabolica cronica che si verifica quando l’organismo non utilizza correttamente l’insulina a causa di uno stato cosiddetto di insulino-resistenza oppure non produce insulina a sufficienza, così registrando aumento dei livelli di glucosio nel sangue. Il diabete 2 si collega a sovrappeso, obesità, sedentarietà, alimentazione scorretta ed è una vera e propria piaga contemporanea tanto più diffusa quanto più mangiamo male (ultraprocessato, troppo, troppo dolce, troppi cereali raffinati, troppo grasso), un problema sempre più presente che riguarda, pensate, anche i bambini. Ancora, la curcumina è considerata un antiossidante perché limita l’azione dei radicali liberi, poi rinforza il sistema immunitario. Insomma, tra gli innumerevoli integratori alimentari che si possono trovare al banco della farmacia, ma anche on line, svetta sicuramente la curcumina. E qui bisogna fare una prima distinzione tra curcuma assunta come spezia da cucina e integratore: nelle pillole di integratori il quantitativo di curcumina è alto. L’integratore alimentare contiene dosi importanti e talvolta si tratta di integratori che hanno subito anche modifiche per migliorare la biodisponibilità, cioè la quantità con cui la sostanza raggiunge la circolazione sanguigna diventando così più disponibile per l’organismo. Per esempio, legarla col fitosoma, molecola in grado di aumentare la capacità di superare la barriera intestinale che rende la curcumina più facilmente assorbibile. Ci sono stati tanti studi sul rapporto tra curcumina e fitosoma, che hanno messo in evidenza anche altre caratteristiche curative del connubio. Per esempio, negli anziani l’assunzione di curcumina migliora la forza e l’energia, ciò che scongiura la perdita di massa muscolare (sarcopenia) e di massa ossea (osteopenia). In chi ha problemi di tipo oculistico, la curcumina pare aiutare a migliorare la vista, anche nel caso di problemi alla vista causati dal diabete. Ancora, la curcumina parrebbe aiutare anche chi soffre di psoriasi e, ancora, la curcumina sembrerebbe abbassare il colesterolo alto e quindi, indirettamente, diminuirebbe il rischio di problemi cardiocircolatori. Insomma, questa curcumina sembra una vera e propria manna dal cielo, ma c’è il rovescio della medaglia che si può manifestare in particolar modo in soggetti predisposti oppure assumendo la curcumina come integratore ad alto dosaggio magari amplificato da piperina o nanoparticelle. E non bisogna nemmeno dimenticare che acquistata on line, per esempio, di dubbia provenienza, può anche contenere coloranti non naturali e altre aggiunte chimiche che possono essere responsabili di effetti collaterali. Infine, bisogna ricordare che pure in forma di spezia, assunta a grandi dosi può far male, in particolare se si è predisposti o soggetti a rischio. Attenzione, quindi. Se da una parte si registrano effetti collaterali lievi, come disturbi gastrointestinali vari tra i quali nausea e diarrea, mal di testa, eruzione cutanea, dall’altra parte sono stati registrati casi di vera e propria intossicazione e conseguente danneggiamento del fegato, con effetti pesanti come epatite, aumento preoccupante delle transaminasi, ittero, urine concentrate e scure. L’epatotossicità possibile della curcumina è un fatto (ci sono stati vari casi) e sarebbe amplificata dall’alta biodisponibilità (inclusione con piperina o nanoparticelle) oppure da un dosaggio inferiore accompagnato però a un consumo costante in persone predisposte, ma in generale è sempre meglio guardare anche al mezzo cucchiaino di curcuma che si spolverizza su un riso bianco con occhi guardinghi. Questi effetti collaterali sul fegato, infatti, possono anche diventare molto gravi e un altro elemento probante della responsabilità della curcumina in certi casi di problematiche epatiche è che, se il danno al fegato non è irreversibile, queste spariscono una volta interrotta l’assunzione di curcumina. Anche per questa ragione, dal 2022 un decreto ha normato l’impiego di sostanze e preparati negli integratori alimentari inserendo una specifica avvertenza nell’etichettatura degli integratori contenenti ingredienti derivati da Curcuma longa e spp (tutte le sue specie, ndr). L’aggiunta recita: «AVVERTENZA IMPORTANTE In caso di alterazioni della funzione epatica, biliare o di calcolosi delle vie biliari, l’uso del prodotto è sconsigliato. Non usare in gravidanza e allattamento. Non utilizzare per periodi prolungati senza consultare il medico. Se si stanno assumendo farmaci, è opportuno sentire il parere del medico». Teniamolo a mente per tutelare il nostro fegato e prima di assumere integratori alimentari contenenti curcumina a scopo terapeutico chiediamo sempre ad uno specialista, a partire dal nostro medico di base. E, per precauzione, non esageriamo nemmeno con la curcuma come spezia, perché potremmo essere ipersensibili e non saperlo oppure, in caso di fegato già danneggiato, potremmo non reggere nemmeno l’uso frequente ed abbondante della spezia, aggravando le condizioni del nostro amico organo.
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