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2019-02-27
«Il cardinale Pell è un pedofilo». Il tesoriere del Papa rischia 50 anni
Ansa
Nessuno lo dice apertamente, ma la sentenza di condanna per abusi nei confronti del cardinale australiano George Pell, 77 anni, già membro del gruppo di nove cardinali che papa Francesco si era scelto per coadiuvarlo nel governo della Chiesa, lascia molti dubbi. Il cardinale, prefetto della segreteria vaticana per l'Economia dal 2014, è stato condannato da un tribunale di Melbourne per un'aggressione sessuale nei confronti di due minori, uno di 12 e l'altro di 13 anni, quando era arcivescovo di Melbourne nel 1996, nella sacrestia della cattedrale dopo una messa domenicale delle ore 10.30. La sentenza ritiene colpevole Pell per altri quattro capi d'accusa riguardanti atti osceni sempre nei confronti di minori e in totale la sua pena potrebbe ammontare a 50 anni di galera.
Il cardinale continua a dichiararsi innocente e ha già presentato ricorso, mentre il direttore della sala stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha ribadito ieri la fiducia della Santa sede nelle autorità australiane e, ha aggiunto, che ora si attende «l'esito del processo d'appello, ricordando che il cardinale Pell ha ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all'ultimo grado». Nel frattempo al cardinale viene proibito «in via cautelativa, l'esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».
La condanna del tribunale di Melbourne in realtà risale all'11 dicembre 2018, ma con un «suppression order» veniva impedita la divulgazione del risultato, anche se La Verità aveva informato i suoi lettori il 13 dicembre, nel silenzio delle altre testate. Questo ordine era stato dato per non influenzare in qualche modo un secondo processo con imputato Pell, per accuse di abusi quando il cardinale era semplice sacerdote a Ballarat negli anni Settanta. Ma il 26 febbraio questa seconda serie di accuse è stata ritirata e quindi si è potuto rendere pubblica la sentenza di condanna di dicembre. Il risultato è arrivato dopo che una giuria, in un precedente processo avviato nell'agosto 2018, non aveva raggiunto un verdetto unanime, e secondo alcune fonti divulgate da Catholic news agency questo primo verdetto si sarebbe concluso con un risultato di 10 a 2 in favore di Pell. Il caso è stato quindi ridiscusso nel novembre scorso e dopo appena tre giorni di deliberazione la giuria è arrivata a un verdetto di unanimità per la colpevolezza del cardinale.
L'accusa sarebbe frutto della testimonianza di uno solo dei due abusati: l'altra vittima è morta per overdose nel 2014. Sempre secondo Catholic news agency, questa seconda vittima avrebbe riferito a sua madre almeno due volte di non essere stato vittima di abusi sessuali, ma il testimone vivente avrebbe detto alla madre dell'uomo deceduto (dopo la morte del figlio) che entrambi erano stati maltrattati da Pell. L'abuso si sarebbe verificato al termine di una celebrazione, quando Pell e le due vittime «sono scomparsi» dalla processione al termine della messa e il fatto criminoso sarebbe quindi avvenuto da qualche parte all'interno della sacrestia. Le prove fornite dalla difesa puntano a mostrare come nelle due occasioni in cui Pell celebrò la messa domenicale delle 10.30, subito dopo la celebrazione il coro era impegnato in prove per uno spettacolo natalizio e l'assenza di due coristi sarebbe stata immediatamente notata, inoltre la struttura della cattedrale secondo la difesa non sarebbe compatibile con quanto è stato raccontato nel processo. Il gesuita padre Frank Brennan, docente di diritto all'università cattolica australiana, ha scritto sul quotidiano The Australian che «i giurati devono aver giudicato il denunciante onesto e affidabile anche se molti dettagli riferiti erano improbabili se non impossibili». Altre fonti vicine al cardinale riportate dal National catholic register, dichiarano che «questo è un atto di oltraggiosa malizia da parte di una giuria prevenuta. I media lo hanno condannato molto tempo fa alla corte dell'opinione pubblica e non ha ricevuto un processo equo».
Padre Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, e membro del comitato organizzativo dell'incontro avvenuto in Vaticano la settimana scorsa, ha dichiarato a Vatican news che «il cardinale farà ricorso e poi vedremo quale sarà il risultato. Abbiamo già avuto il caso dell'arcivescovo di Adelaide, monsignor Wilson , che in prima istanza è stato condannato non di abuso ma di aver “insabbiato" e in seconda istanza è stato assolto… Quindi vediamo cosa verrà fuori in questo caso».
Pell era nel mirino di queste accuse da circa quindici anni, e la sua venuta a Roma nel 2013 per assumere un ruolo chiave nella curia di Francesco è stata vista da alcuni suoi detrattori come una fuga dalla sue responsabilità, magari benedetta dal Vaticano. Il ruolo di Pell, chiamato per fare chiarezza dentro al calderone torbido delle finanze vaticane, aveva sollevato malumori anche dentro alle sacre stanze nei delicati equilibri dei forzieri vaticani dove i modi spicci del «ranger» australiano avevano indispettito molti. Le accuse di abusi nel periodo vaticano del cardinale si erano infittite anziché diradarsi.
Inutile dire che la condanna di Pell si abbatte come una ulteriore tegola sul pontificato di Francesco che, piano piano, ha visto sgretolarsi la sua credibilità in merito alla lotta agli abusi dopo i casi di Theodore McCarrick e quello della chiesa cilena. Il Papa aveva sospeso Pell nel 2017, concedendogli di rientrare in patria proprio per difendersi dalle accuse di abuso che pendevano sulla sua testa. La prima mossa che il Papa ora dovrà compiere è quella di nominare finalmente un nuovo prefetto della segreteria per l'Economia, una delle figure chiave della tanto decantata riforma della curia che dopo sei anni appare sempre più difficile e zoppicante.
Lorenzo Bertocchi
Molte buone intenzioni, poche epurazioni: la cura Bergoglio non decolla
Il caso Pell e la sua condanna aprono un capitolo scomodo per tutti, perché il furore della «tolleranza zero» potrebbe non essere sufficiente per affrontare davvero la piaga degli abusi nel clero. Né lo possono essere le ambiguità con cui si è chiuso il recente vertice vaticano per affrontare gli abusi sui minori. In attesa che il ricorso del cardinale australiano si compia fino all'ultimo grado si deve dire che per estirpare la malapianta sarebbe necessario essere fermi e precisi, senza ricorrere a concetti generici come il «clericalismo» o redigendo l'ennesimo vademecum. Perché altrimenti il clima di furore e il tintinnar di manette potrebbero innescare una caccia alle streghe utile a far fuori chiunque.
È chiaro che di fronte alla tragedia non bisogna nascondere la realtà sul fatto che esistono sacerdoti e vescovi che hanno abusato di minori e di adulti vulnerabili, i casi paradigmatici del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, e dell'ex cardinale di Washington, Theodore McCarrick, lo dimostrano in modo evidente. Ma accanto a questa vergognosa realtà esiste una narrazione mediatica che tende a creare un panico morale che si ciba dello scandalo, e ha il suo obiettivo nel far fuori la Chiesa a prescindere. Una narrazione che, a volte, sembra non avere come obiettivo principale la protezione dei minori, ma togliersi dai piedi un'istituzione morale che rappresenta una pietra d'inciampo rispetto a un'agenda che promuove una rivoluzione antropologica e sociale (aborto, omosessualismo, moderne schiavitù, gender).
Innanzitutto, quando ci sono accuse la Chiesa deve fare serie inchieste previe, il più possibile celeri e in accordo alle leggi del Paese in cui si verificano. Poi, di fronte ad accuse credibili si aprano processi e se ne dia conto in modo trasparente. Questo è quanto emerso anche nel recente summit tra i capi dei vescovi di tutto il mondo: le norme ci sono e oltre alla preghiera e alla penitenza occorre metterle in pratica.
Anche il memoriale dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò, pubblicato su questo giornale nell'agosto scorso, poteva essere un'occasione per recuperare credibilità. Magari anche confutandolo completamente, ma non lasciando libertà di interpretazione. Come è possibile pensare di fare chiarezza quando alcuni prelati legati in vario modo all'ex cardinale Theodore McCarrick sembrano essere dei punti di riferimento per questo pontificato? Basti ricordare la recente la nomina a Camerlengo di santa romana Chiesa del cardinale Kevin Farrel, prefetto al dicastero per laici famiglia e vita, già coinquilino di McCarrick per almeno quattro anni.
Non è possibile bypassare completamente la questione dell'omosessualità nel clero lasciando così proliferare facili pamphlet come il recente Sodoma, redatto dall'attivista Lgbt e giornalista francese Frédéric Martel. Bisogna governare i seminari e indagare laddove vi fossero accuse, come ad esempio quelle rivolte al seminario di Tegucicalpa in Honduras, la diocesi del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, considerato vicinissimo a Francesco. Se poi esiste la lobby gay la si smantelli, e si dica se davvero il dossier commissionato da Benedetto XVI a tre cardinali nel 2012 ne rivelava l'esistenza.
Si deve avere il coraggio di custodire il gregge. Anche pagando un prezzo, altrimenti si pagheranno solo i miliardi di dollari che la prossima class action chiederà come risarcimento, magari su accuse sempre più dubbie. Per uscire da una crisi, che ha radici profonde, Francesco dovrebbe avere la forza di non guardare in faccia a nessuno. Nemmeno i suoi amici.
Lorenzo Bertocchi
La piaga degli abusi costa 3 miliardi Diocesi in bancarotta
Ve l'immaginate il Papa che svende San Pietro per risarcire le vittime delle violenze sessuali subite dal clero? Se non ve l'immaginate, sappiate che un giorno la realtà potrebbe superare la fantasia.
Le conseguenze dello scandalo degli abusi, soprattutto negli Usa, sono già costate care alle singole diocesi. Secondo uno studio della National public radio, ente che riunisce 900 emittenti americane, l'ammontare dei risarcimenti che finora le diocesi hanno versato, o si sono impegnate a versare, ammonta a circa 3 miliardi di dollari. Vi sembra una cifra astronomica? Considerate allora uno studio del National Catholic Reporter, che ha scandagliato 7.800 articoli e il database di Bishopaccountability.org. Questa ricerca parla addirittura di 4 miliardi di dollari dal 1950 a oggi. Solo negli Stati Uniti. E senza contare le somme che potrebbero essere erogate in futuro: ad esempio, il vaso di Pandora scoperchiato dal gran giurì della Pennsylvania, che ha raccolto 1.000 pagine di dossier su 3.000 casi di abusi finora coperti e che rischia di tradursi in centinaia di milioni di dollari di risarcimenti. Con un'inquietante prospettiva: che sia chiamato in causa pure il Vaticano.
Di questa ipotesi ha discusso Steve Bannon nella sua intervista alla Verità. A suo avviso, negli Stati Uniti si starebbe facendo largo l'ipotesi di ricorrere alla legge Rico (Racketeer influenced and corrupt organizations act), una normativa antiracket promulgata nel 1970, che consentirebbe ai procuratori di perseguire l'intera Chiesa cattolica come un'organizzazione criminale. Oltre che di ottenere confische (anche preventive) dei suoi beni mobili e immobili. Parrocchie, scuole, università, ospedali. Qualunque proprietà ecclesiastica, giacché riconducibile, appunto, a un'unica associazione a delinquere. Sacerdoti, vescovi, cardinali, fino allo stesso Pontefice, trattati come Al Capone. Gli avvocati delle vittime e i pubblici ministeri si preparano a spolpare la Chiesa e, per assurdo, a costringere la Santa Sede a ipotecare le sue basiliche.
Si tratta di uno scenario tutt'altro che implausibile. Lo scorso novembre, il Washington Post riportava già il primo caso in cui un gruppo di vittime di abusi ha lanciato una class action riferendosi alla legge Rico. Il ricorso, presentato nella capitale americana, «cita come imputata anche la Santa Sede», accusando «la Chiesa cattolica di cospirazione e di aver gestito in modo continuativo un'impresa criminale».
Alcuni commentatori, sui media statunitensi, hanno fatto notare che l'abuso sessuale non è incluso tra i reati che un'organizzazione deve aver commesso per poter essere perseguita ai sensi della legge Rico. Ma anche in seguito a un'intervista del procuratore generale della Pennsylvania, Josh Shapiro, che in agosto, sostanzialmente, confermava al New York Times che si stava valutando di aprire un'inchiesta federale sulle violenze sessuali del clero, l'ipotesi di mettere alla sbarra il Vaticano, in virtù della sua presunta responsabilità oggettiva negli abusi, si è fatta sempre più concreta.
Intanto, sono una ventina le diocesi americane costrette negli anni a dichiarare bancarotta per trascinare le cause davanti ai tribunali fallimentari ed evitare di coinvolgere nei contenziosi asset come i fondi per le scuole (quei beni cui ora puntano gli studi legali, in virtù della norma antiracket). In uno dei procedimenti, quello che ha portato al fallimento della diocesi di Portland, nel 2004 (in ballo c'erano 53 milioni di dollari), i ricorrenti avevano già rilevato che la Chiesa cattolica è una singola entità e, pertanto, il Vaticano doveva rispondere in solido dei risarcimenti.
Tra i casi più eclatanti bisogna menzionare indubbiamente la diocesi di San Diego, finita in bancarotta nel 2007, quando fu condannata a versare 198 milioni di dollari a 144 vittime di violenze sessuali. Fu la seconda più onerosa liquidazione della storia delle diocesi statunitensi, superata solo da quella di due mesi prima a Los Angeles: 660 milioni di dollari per oltre 508 vittime. Solo tre anni prima, un'altra diocesi californiana, quella di Orange, aveva dovuto sborsare 100 milioni di dollari. Cifre che superavano di gran lunga il record di Boston, con gli oltre 84 milioni di dollari del 2004. Più di recente, a giugno 2018, l'arcidiocesi di Saint Paul e Minneapolis, nel Minnesota, ha accettato di versare 210 milioni di dollari a 450 vittime. A settembre 2018 è toccato alla diocesi di Brooklyn: 27 milioni e mezzo per le violenze commesse da un catechista, Angelo Serrano, tra il 2003 e il 2009. Pochi mesi fa, l'arcivescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, aveva calcolato che, alla sua arcidiocesi, i risarcimenti erano costati circa 87 milioni di dollari in 15 anni. Denaro che finora, come ha spiegato padre Kenneth Doyle a CatholicPhilly.com, proviene da «una combinazione di liquidi, proventi della cessione di terreni e palazzi e dai pagamenti delle assicurazioni». Prima o poi, però, la Santa Sede potrebbe essere costretta a vendere i suoi gioielli.
Alessandro Rico
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Giudicato colpevole il prelato australiano accusato di aggressione sessuale su due minori. Il porporato si dichiara innocente, ma la Santa Sede lo sospende. Smacco per il Consiglio dei nove voluto da Bergoglio.L'ultimo summit ha prodotto l'ennesimo vademecum, alcune figure discusse restano però al loro posto. Così la crisi si aggrava.La battaglia legale sulla pedofilia causa alla Chiesa americana 20 crac. E il Vaticano rischia di pagare come ente criminale.Lo speciale contiene tre articoliNessuno lo dice apertamente, ma la sentenza di condanna per abusi nei confronti del cardinale australiano George Pell, 77 anni, già membro del gruppo di nove cardinali che papa Francesco si era scelto per coadiuvarlo nel governo della Chiesa, lascia molti dubbi. Il cardinale, prefetto della segreteria vaticana per l'Economia dal 2014, è stato condannato da un tribunale di Melbourne per un'aggressione sessuale nei confronti di due minori, uno di 12 e l'altro di 13 anni, quando era arcivescovo di Melbourne nel 1996, nella sacrestia della cattedrale dopo una messa domenicale delle ore 10.30. La sentenza ritiene colpevole Pell per altri quattro capi d'accusa riguardanti atti osceni sempre nei confronti di minori e in totale la sua pena potrebbe ammontare a 50 anni di galera. Il cardinale continua a dichiararsi innocente e ha già presentato ricorso, mentre il direttore della sala stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha ribadito ieri la fiducia della Santa sede nelle autorità australiane e, ha aggiunto, che ora si attende «l'esito del processo d'appello, ricordando che il cardinale Pell ha ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all'ultimo grado». Nel frattempo al cardinale viene proibito «in via cautelativa, l'esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».La condanna del tribunale di Melbourne in realtà risale all'11 dicembre 2018, ma con un «suppression order» veniva impedita la divulgazione del risultato, anche se La Verità aveva informato i suoi lettori il 13 dicembre, nel silenzio delle altre testate. Questo ordine era stato dato per non influenzare in qualche modo un secondo processo con imputato Pell, per accuse di abusi quando il cardinale era semplice sacerdote a Ballarat negli anni Settanta. Ma il 26 febbraio questa seconda serie di accuse è stata ritirata e quindi si è potuto rendere pubblica la sentenza di condanna di dicembre. Il risultato è arrivato dopo che una giuria, in un precedente processo avviato nell'agosto 2018, non aveva raggiunto un verdetto unanime, e secondo alcune fonti divulgate da Catholic news agency questo primo verdetto si sarebbe concluso con un risultato di 10 a 2 in favore di Pell. Il caso è stato quindi ridiscusso nel novembre scorso e dopo appena tre giorni di deliberazione la giuria è arrivata a un verdetto di unanimità per la colpevolezza del cardinale.L'accusa sarebbe frutto della testimonianza di uno solo dei due abusati: l'altra vittima è morta per overdose nel 2014. Sempre secondo Catholic news agency, questa seconda vittima avrebbe riferito a sua madre almeno due volte di non essere stato vittima di abusi sessuali, ma il testimone vivente avrebbe detto alla madre dell'uomo deceduto (dopo la morte del figlio) che entrambi erano stati maltrattati da Pell. L'abuso si sarebbe verificato al termine di una celebrazione, quando Pell e le due vittime «sono scomparsi» dalla processione al termine della messa e il fatto criminoso sarebbe quindi avvenuto da qualche parte all'interno della sacrestia. Le prove fornite dalla difesa puntano a mostrare come nelle due occasioni in cui Pell celebrò la messa domenicale delle 10.30, subito dopo la celebrazione il coro era impegnato in prove per uno spettacolo natalizio e l'assenza di due coristi sarebbe stata immediatamente notata, inoltre la struttura della cattedrale secondo la difesa non sarebbe compatibile con quanto è stato raccontato nel processo. Il gesuita padre Frank Brennan, docente di diritto all'università cattolica australiana, ha scritto sul quotidiano The Australian che «i giurati devono aver giudicato il denunciante onesto e affidabile anche se molti dettagli riferiti erano improbabili se non impossibili». Altre fonti vicine al cardinale riportate dal National catholic register, dichiarano che «questo è un atto di oltraggiosa malizia da parte di una giuria prevenuta. I media lo hanno condannato molto tempo fa alla corte dell'opinione pubblica e non ha ricevuto un processo equo».Padre Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, e membro del comitato organizzativo dell'incontro avvenuto in Vaticano la settimana scorsa, ha dichiarato a Vatican news che «il cardinale farà ricorso e poi vedremo quale sarà il risultato. Abbiamo già avuto il caso dell'arcivescovo di Adelaide, monsignor Wilson , che in prima istanza è stato condannato non di abuso ma di aver “insabbiato" e in seconda istanza è stato assolto… Quindi vediamo cosa verrà fuori in questo caso».Pell era nel mirino di queste accuse da circa quindici anni, e la sua venuta a Roma nel 2013 per assumere un ruolo chiave nella curia di Francesco è stata vista da alcuni suoi detrattori come una fuga dalla sue responsabilità, magari benedetta dal Vaticano. Il ruolo di Pell, chiamato per fare chiarezza dentro al calderone torbido delle finanze vaticane, aveva sollevato malumori anche dentro alle sacre stanze nei delicati equilibri dei forzieri vaticani dove i modi spicci del «ranger» australiano avevano indispettito molti. Le accuse di abusi nel periodo vaticano del cardinale si erano infittite anziché diradarsi. Inutile dire che la condanna di Pell si abbatte come una ulteriore tegola sul pontificato di Francesco che, piano piano, ha visto sgretolarsi la sua credibilità in merito alla lotta agli abusi dopo i casi di Theodore McCarrick e quello della chiesa cilena. Il Papa aveva sospeso Pell nel 2017, concedendogli di rientrare in patria proprio per difendersi dalle accuse di abuso che pendevano sulla sua testa. La prima mossa che il Papa ora dovrà compiere è quella di nominare finalmente un nuovo prefetto della segreteria per l'Economia, una delle figure chiave della tanto decantata riforma della curia che dopo sei anni appare sempre più difficile e zoppicante.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cardinale-pell-e-un-pedofilo-il-tesoriere-del-papa-rischia-50-anni-2630093108.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="molte-buone-intenzioni-poche-epurazioni-la-cura-bergoglio-non-decolla" data-post-id="2630093108" data-published-at="1774134652" data-use-pagination="False"> Molte buone intenzioni, poche epurazioni: la cura Bergoglio non decolla Il caso Pell e la sua condanna aprono un capitolo scomodo per tutti, perché il furore della «tolleranza zero» potrebbe non essere sufficiente per affrontare davvero la piaga degli abusi nel clero. Né lo possono essere le ambiguità con cui si è chiuso il recente vertice vaticano per affrontare gli abusi sui minori. In attesa che il ricorso del cardinale australiano si compia fino all'ultimo grado si deve dire che per estirpare la malapianta sarebbe necessario essere fermi e precisi, senza ricorrere a concetti generici come il «clericalismo» o redigendo l'ennesimo vademecum. Perché altrimenti il clima di furore e il tintinnar di manette potrebbero innescare una caccia alle streghe utile a far fuori chiunque. È chiaro che di fronte alla tragedia non bisogna nascondere la realtà sul fatto che esistono sacerdoti e vescovi che hanno abusato di minori e di adulti vulnerabili, i casi paradigmatici del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, e dell'ex cardinale di Washington, Theodore McCarrick, lo dimostrano in modo evidente. Ma accanto a questa vergognosa realtà esiste una narrazione mediatica che tende a creare un panico morale che si ciba dello scandalo, e ha il suo obiettivo nel far fuori la Chiesa a prescindere. Una narrazione che, a volte, sembra non avere come obiettivo principale la protezione dei minori, ma togliersi dai piedi un'istituzione morale che rappresenta una pietra d'inciampo rispetto a un'agenda che promuove una rivoluzione antropologica e sociale (aborto, omosessualismo, moderne schiavitù, gender). Innanzitutto, quando ci sono accuse la Chiesa deve fare serie inchieste previe, il più possibile celeri e in accordo alle leggi del Paese in cui si verificano. Poi, di fronte ad accuse credibili si aprano processi e se ne dia conto in modo trasparente. Questo è quanto emerso anche nel recente summit tra i capi dei vescovi di tutto il mondo: le norme ci sono e oltre alla preghiera e alla penitenza occorre metterle in pratica. Anche il memoriale dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò, pubblicato su questo giornale nell'agosto scorso, poteva essere un'occasione per recuperare credibilità. Magari anche confutandolo completamente, ma non lasciando libertà di interpretazione. Come è possibile pensare di fare chiarezza quando alcuni prelati legati in vario modo all'ex cardinale Theodore McCarrick sembrano essere dei punti di riferimento per questo pontificato? Basti ricordare la recente la nomina a Camerlengo di santa romana Chiesa del cardinale Kevin Farrel, prefetto al dicastero per laici famiglia e vita, già coinquilino di McCarrick per almeno quattro anni. Non è possibile bypassare completamente la questione dell'omosessualità nel clero lasciando così proliferare facili pamphlet come il recente Sodoma, redatto dall'attivista Lgbt e giornalista francese Frédéric Martel. Bisogna governare i seminari e indagare laddove vi fossero accuse, come ad esempio quelle rivolte al seminario di Tegucicalpa in Honduras, la diocesi del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, considerato vicinissimo a Francesco. Se poi esiste la lobby gay la si smantelli, e si dica se davvero il dossier commissionato da Benedetto XVI a tre cardinali nel 2012 ne rivelava l'esistenza. Si deve avere il coraggio di custodire il gregge. Anche pagando un prezzo, altrimenti si pagheranno solo i miliardi di dollari che la prossima class action chiederà come risarcimento, magari su accuse sempre più dubbie. Per uscire da una crisi, che ha radici profonde, Francesco dovrebbe avere la forza di non guardare in faccia a nessuno. Nemmeno i suoi amici. Lorenzo Bertocchi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cardinale-pell-e-un-pedofilo-il-tesoriere-del-papa-rischia-50-anni-2630093108.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-piaga-degli-abusi-costa-3-miliardi-diocesi-in-bancarotta" data-post-id="2630093108" data-published-at="1774134652" data-use-pagination="False"> La piaga degli abusi costa 3 miliardi Diocesi in bancarotta Ve l'immaginate il Papa che svende San Pietro per risarcire le vittime delle violenze sessuali subite dal clero? Se non ve l'immaginate, sappiate che un giorno la realtà potrebbe superare la fantasia. Le conseguenze dello scandalo degli abusi, soprattutto negli Usa, sono già costate care alle singole diocesi. Secondo uno studio della National public radio, ente che riunisce 900 emittenti americane, l'ammontare dei risarcimenti che finora le diocesi hanno versato, o si sono impegnate a versare, ammonta a circa 3 miliardi di dollari. Vi sembra una cifra astronomica? Considerate allora uno studio del National Catholic Reporter, che ha scandagliato 7.800 articoli e il database di Bishopaccountability.org. Questa ricerca parla addirittura di 4 miliardi di dollari dal 1950 a oggi. Solo negli Stati Uniti. E senza contare le somme che potrebbero essere erogate in futuro: ad esempio, il vaso di Pandora scoperchiato dal gran giurì della Pennsylvania, che ha raccolto 1.000 pagine di dossier su 3.000 casi di abusi finora coperti e che rischia di tradursi in centinaia di milioni di dollari di risarcimenti. Con un'inquietante prospettiva: che sia chiamato in causa pure il Vaticano. Di questa ipotesi ha discusso Steve Bannon nella sua intervista alla Verità. A suo avviso, negli Stati Uniti si starebbe facendo largo l'ipotesi di ricorrere alla legge Rico (Racketeer influenced and corrupt organizations act), una normativa antiracket promulgata nel 1970, che consentirebbe ai procuratori di perseguire l'intera Chiesa cattolica come un'organizzazione criminale. Oltre che di ottenere confische (anche preventive) dei suoi beni mobili e immobili. Parrocchie, scuole, università, ospedali. Qualunque proprietà ecclesiastica, giacché riconducibile, appunto, a un'unica associazione a delinquere. Sacerdoti, vescovi, cardinali, fino allo stesso Pontefice, trattati come Al Capone. Gli avvocati delle vittime e i pubblici ministeri si preparano a spolpare la Chiesa e, per assurdo, a costringere la Santa Sede a ipotecare le sue basiliche. Si tratta di uno scenario tutt'altro che implausibile. Lo scorso novembre, il Washington Post riportava già il primo caso in cui un gruppo di vittime di abusi ha lanciato una class action riferendosi alla legge Rico. Il ricorso, presentato nella capitale americana, «cita come imputata anche la Santa Sede», accusando «la Chiesa cattolica di cospirazione e di aver gestito in modo continuativo un'impresa criminale». Alcuni commentatori, sui media statunitensi, hanno fatto notare che l'abuso sessuale non è incluso tra i reati che un'organizzazione deve aver commesso per poter essere perseguita ai sensi della legge Rico. Ma anche in seguito a un'intervista del procuratore generale della Pennsylvania, Josh Shapiro, che in agosto, sostanzialmente, confermava al New York Times che si stava valutando di aprire un'inchiesta federale sulle violenze sessuali del clero, l'ipotesi di mettere alla sbarra il Vaticano, in virtù della sua presunta responsabilità oggettiva negli abusi, si è fatta sempre più concreta. Intanto, sono una ventina le diocesi americane costrette negli anni a dichiarare bancarotta per trascinare le cause davanti ai tribunali fallimentari ed evitare di coinvolgere nei contenziosi asset come i fondi per le scuole (quei beni cui ora puntano gli studi legali, in virtù della norma antiracket). In uno dei procedimenti, quello che ha portato al fallimento della diocesi di Portland, nel 2004 (in ballo c'erano 53 milioni di dollari), i ricorrenti avevano già rilevato che la Chiesa cattolica è una singola entità e, pertanto, il Vaticano doveva rispondere in solido dei risarcimenti. Tra i casi più eclatanti bisogna menzionare indubbiamente la diocesi di San Diego, finita in bancarotta nel 2007, quando fu condannata a versare 198 milioni di dollari a 144 vittime di violenze sessuali. Fu la seconda più onerosa liquidazione della storia delle diocesi statunitensi, superata solo da quella di due mesi prima a Los Angeles: 660 milioni di dollari per oltre 508 vittime. Solo tre anni prima, un'altra diocesi californiana, quella di Orange, aveva dovuto sborsare 100 milioni di dollari. Cifre che superavano di gran lunga il record di Boston, con gli oltre 84 milioni di dollari del 2004. Più di recente, a giugno 2018, l'arcidiocesi di Saint Paul e Minneapolis, nel Minnesota, ha accettato di versare 210 milioni di dollari a 450 vittime. A settembre 2018 è toccato alla diocesi di Brooklyn: 27 milioni e mezzo per le violenze commesse da un catechista, Angelo Serrano, tra il 2003 e il 2009. Pochi mesi fa, l'arcivescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, aveva calcolato che, alla sua arcidiocesi, i risarcimenti erano costati circa 87 milioni di dollari in 15 anni. Denaro che finora, come ha spiegato padre Kenneth Doyle a CatholicPhilly.com, proviene da «una combinazione di liquidi, proventi della cessione di terreni e palazzi e dai pagamenti delle assicurazioni». Prima o poi, però, la Santa Sede potrebbe essere costretta a vendere i suoi gioielli. Alessandro Rico
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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