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2019-02-27
«Il cardinale Pell è un pedofilo». Il tesoriere del Papa rischia 50 anni
Ansa
Nessuno lo dice apertamente, ma la sentenza di condanna per abusi nei confronti del cardinale australiano George Pell, 77 anni, già membro del gruppo di nove cardinali che papa Francesco si era scelto per coadiuvarlo nel governo della Chiesa, lascia molti dubbi. Il cardinale, prefetto della segreteria vaticana per l'Economia dal 2014, è stato condannato da un tribunale di Melbourne per un'aggressione sessuale nei confronti di due minori, uno di 12 e l'altro di 13 anni, quando era arcivescovo di Melbourne nel 1996, nella sacrestia della cattedrale dopo una messa domenicale delle ore 10.30. La sentenza ritiene colpevole Pell per altri quattro capi d'accusa riguardanti atti osceni sempre nei confronti di minori e in totale la sua pena potrebbe ammontare a 50 anni di galera.
Il cardinale continua a dichiararsi innocente e ha già presentato ricorso, mentre il direttore della sala stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha ribadito ieri la fiducia della Santa sede nelle autorità australiane e, ha aggiunto, che ora si attende «l'esito del processo d'appello, ricordando che il cardinale Pell ha ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all'ultimo grado». Nel frattempo al cardinale viene proibito «in via cautelativa, l'esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».
La condanna del tribunale di Melbourne in realtà risale all'11 dicembre 2018, ma con un «suppression order» veniva impedita la divulgazione del risultato, anche se La Verità aveva informato i suoi lettori il 13 dicembre, nel silenzio delle altre testate. Questo ordine era stato dato per non influenzare in qualche modo un secondo processo con imputato Pell, per accuse di abusi quando il cardinale era semplice sacerdote a Ballarat negli anni Settanta. Ma il 26 febbraio questa seconda serie di accuse è stata ritirata e quindi si è potuto rendere pubblica la sentenza di condanna di dicembre. Il risultato è arrivato dopo che una giuria, in un precedente processo avviato nell'agosto 2018, non aveva raggiunto un verdetto unanime, e secondo alcune fonti divulgate da Catholic news agency questo primo verdetto si sarebbe concluso con un risultato di 10 a 2 in favore di Pell. Il caso è stato quindi ridiscusso nel novembre scorso e dopo appena tre giorni di deliberazione la giuria è arrivata a un verdetto di unanimità per la colpevolezza del cardinale.
L'accusa sarebbe frutto della testimonianza di uno solo dei due abusati: l'altra vittima è morta per overdose nel 2014. Sempre secondo Catholic news agency, questa seconda vittima avrebbe riferito a sua madre almeno due volte di non essere stato vittima di abusi sessuali, ma il testimone vivente avrebbe detto alla madre dell'uomo deceduto (dopo la morte del figlio) che entrambi erano stati maltrattati da Pell. L'abuso si sarebbe verificato al termine di una celebrazione, quando Pell e le due vittime «sono scomparsi» dalla processione al termine della messa e il fatto criminoso sarebbe quindi avvenuto da qualche parte all'interno della sacrestia. Le prove fornite dalla difesa puntano a mostrare come nelle due occasioni in cui Pell celebrò la messa domenicale delle 10.30, subito dopo la celebrazione il coro era impegnato in prove per uno spettacolo natalizio e l'assenza di due coristi sarebbe stata immediatamente notata, inoltre la struttura della cattedrale secondo la difesa non sarebbe compatibile con quanto è stato raccontato nel processo. Il gesuita padre Frank Brennan, docente di diritto all'università cattolica australiana, ha scritto sul quotidiano The Australian che «i giurati devono aver giudicato il denunciante onesto e affidabile anche se molti dettagli riferiti erano improbabili se non impossibili». Altre fonti vicine al cardinale riportate dal National catholic register, dichiarano che «questo è un atto di oltraggiosa malizia da parte di una giuria prevenuta. I media lo hanno condannato molto tempo fa alla corte dell'opinione pubblica e non ha ricevuto un processo equo».
Padre Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, e membro del comitato organizzativo dell'incontro avvenuto in Vaticano la settimana scorsa, ha dichiarato a Vatican news che «il cardinale farà ricorso e poi vedremo quale sarà il risultato. Abbiamo già avuto il caso dell'arcivescovo di Adelaide, monsignor Wilson , che in prima istanza è stato condannato non di abuso ma di aver “insabbiato" e in seconda istanza è stato assolto… Quindi vediamo cosa verrà fuori in questo caso».
Pell era nel mirino di queste accuse da circa quindici anni, e la sua venuta a Roma nel 2013 per assumere un ruolo chiave nella curia di Francesco è stata vista da alcuni suoi detrattori come una fuga dalla sue responsabilità, magari benedetta dal Vaticano. Il ruolo di Pell, chiamato per fare chiarezza dentro al calderone torbido delle finanze vaticane, aveva sollevato malumori anche dentro alle sacre stanze nei delicati equilibri dei forzieri vaticani dove i modi spicci del «ranger» australiano avevano indispettito molti. Le accuse di abusi nel periodo vaticano del cardinale si erano infittite anziché diradarsi.
Inutile dire che la condanna di Pell si abbatte come una ulteriore tegola sul pontificato di Francesco che, piano piano, ha visto sgretolarsi la sua credibilità in merito alla lotta agli abusi dopo i casi di Theodore McCarrick e quello della chiesa cilena. Il Papa aveva sospeso Pell nel 2017, concedendogli di rientrare in patria proprio per difendersi dalle accuse di abuso che pendevano sulla sua testa. La prima mossa che il Papa ora dovrà compiere è quella di nominare finalmente un nuovo prefetto della segreteria per l'Economia, una delle figure chiave della tanto decantata riforma della curia che dopo sei anni appare sempre più difficile e zoppicante.
Lorenzo Bertocchi
Molte buone intenzioni, poche epurazioni: la cura Bergoglio non decolla
Il caso Pell e la sua condanna aprono un capitolo scomodo per tutti, perché il furore della «tolleranza zero» potrebbe non essere sufficiente per affrontare davvero la piaga degli abusi nel clero. Né lo possono essere le ambiguità con cui si è chiuso il recente vertice vaticano per affrontare gli abusi sui minori. In attesa che il ricorso del cardinale australiano si compia fino all'ultimo grado si deve dire che per estirpare la malapianta sarebbe necessario essere fermi e precisi, senza ricorrere a concetti generici come il «clericalismo» o redigendo l'ennesimo vademecum. Perché altrimenti il clima di furore e il tintinnar di manette potrebbero innescare una caccia alle streghe utile a far fuori chiunque.
È chiaro che di fronte alla tragedia non bisogna nascondere la realtà sul fatto che esistono sacerdoti e vescovi che hanno abusato di minori e di adulti vulnerabili, i casi paradigmatici del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, e dell'ex cardinale di Washington, Theodore McCarrick, lo dimostrano in modo evidente. Ma accanto a questa vergognosa realtà esiste una narrazione mediatica che tende a creare un panico morale che si ciba dello scandalo, e ha il suo obiettivo nel far fuori la Chiesa a prescindere. Una narrazione che, a volte, sembra non avere come obiettivo principale la protezione dei minori, ma togliersi dai piedi un'istituzione morale che rappresenta una pietra d'inciampo rispetto a un'agenda che promuove una rivoluzione antropologica e sociale (aborto, omosessualismo, moderne schiavitù, gender).
Innanzitutto, quando ci sono accuse la Chiesa deve fare serie inchieste previe, il più possibile celeri e in accordo alle leggi del Paese in cui si verificano. Poi, di fronte ad accuse credibili si aprano processi e se ne dia conto in modo trasparente. Questo è quanto emerso anche nel recente summit tra i capi dei vescovi di tutto il mondo: le norme ci sono e oltre alla preghiera e alla penitenza occorre metterle in pratica.
Anche il memoriale dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò, pubblicato su questo giornale nell'agosto scorso, poteva essere un'occasione per recuperare credibilità. Magari anche confutandolo completamente, ma non lasciando libertà di interpretazione. Come è possibile pensare di fare chiarezza quando alcuni prelati legati in vario modo all'ex cardinale Theodore McCarrick sembrano essere dei punti di riferimento per questo pontificato? Basti ricordare la recente la nomina a Camerlengo di santa romana Chiesa del cardinale Kevin Farrel, prefetto al dicastero per laici famiglia e vita, già coinquilino di McCarrick per almeno quattro anni.
Non è possibile bypassare completamente la questione dell'omosessualità nel clero lasciando così proliferare facili pamphlet come il recente Sodoma, redatto dall'attivista Lgbt e giornalista francese Frédéric Martel. Bisogna governare i seminari e indagare laddove vi fossero accuse, come ad esempio quelle rivolte al seminario di Tegucicalpa in Honduras, la diocesi del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, considerato vicinissimo a Francesco. Se poi esiste la lobby gay la si smantelli, e si dica se davvero il dossier commissionato da Benedetto XVI a tre cardinali nel 2012 ne rivelava l'esistenza.
Si deve avere il coraggio di custodire il gregge. Anche pagando un prezzo, altrimenti si pagheranno solo i miliardi di dollari che la prossima class action chiederà come risarcimento, magari su accuse sempre più dubbie. Per uscire da una crisi, che ha radici profonde, Francesco dovrebbe avere la forza di non guardare in faccia a nessuno. Nemmeno i suoi amici.
Lorenzo Bertocchi
La piaga degli abusi costa 3 miliardi Diocesi in bancarotta
Ve l'immaginate il Papa che svende San Pietro per risarcire le vittime delle violenze sessuali subite dal clero? Se non ve l'immaginate, sappiate che un giorno la realtà potrebbe superare la fantasia.
Le conseguenze dello scandalo degli abusi, soprattutto negli Usa, sono già costate care alle singole diocesi. Secondo uno studio della National public radio, ente che riunisce 900 emittenti americane, l'ammontare dei risarcimenti che finora le diocesi hanno versato, o si sono impegnate a versare, ammonta a circa 3 miliardi di dollari. Vi sembra una cifra astronomica? Considerate allora uno studio del National Catholic Reporter, che ha scandagliato 7.800 articoli e il database di Bishopaccountability.org. Questa ricerca parla addirittura di 4 miliardi di dollari dal 1950 a oggi. Solo negli Stati Uniti. E senza contare le somme che potrebbero essere erogate in futuro: ad esempio, il vaso di Pandora scoperchiato dal gran giurì della Pennsylvania, che ha raccolto 1.000 pagine di dossier su 3.000 casi di abusi finora coperti e che rischia di tradursi in centinaia di milioni di dollari di risarcimenti. Con un'inquietante prospettiva: che sia chiamato in causa pure il Vaticano.
Di questa ipotesi ha discusso Steve Bannon nella sua intervista alla Verità. A suo avviso, negli Stati Uniti si starebbe facendo largo l'ipotesi di ricorrere alla legge Rico (Racketeer influenced and corrupt organizations act), una normativa antiracket promulgata nel 1970, che consentirebbe ai procuratori di perseguire l'intera Chiesa cattolica come un'organizzazione criminale. Oltre che di ottenere confische (anche preventive) dei suoi beni mobili e immobili. Parrocchie, scuole, università, ospedali. Qualunque proprietà ecclesiastica, giacché riconducibile, appunto, a un'unica associazione a delinquere. Sacerdoti, vescovi, cardinali, fino allo stesso Pontefice, trattati come Al Capone. Gli avvocati delle vittime e i pubblici ministeri si preparano a spolpare la Chiesa e, per assurdo, a costringere la Santa Sede a ipotecare le sue basiliche.
Si tratta di uno scenario tutt'altro che implausibile. Lo scorso novembre, il Washington Post riportava già il primo caso in cui un gruppo di vittime di abusi ha lanciato una class action riferendosi alla legge Rico. Il ricorso, presentato nella capitale americana, «cita come imputata anche la Santa Sede», accusando «la Chiesa cattolica di cospirazione e di aver gestito in modo continuativo un'impresa criminale».
Alcuni commentatori, sui media statunitensi, hanno fatto notare che l'abuso sessuale non è incluso tra i reati che un'organizzazione deve aver commesso per poter essere perseguita ai sensi della legge Rico. Ma anche in seguito a un'intervista del procuratore generale della Pennsylvania, Josh Shapiro, che in agosto, sostanzialmente, confermava al New York Times che si stava valutando di aprire un'inchiesta federale sulle violenze sessuali del clero, l'ipotesi di mettere alla sbarra il Vaticano, in virtù della sua presunta responsabilità oggettiva negli abusi, si è fatta sempre più concreta.
Intanto, sono una ventina le diocesi americane costrette negli anni a dichiarare bancarotta per trascinare le cause davanti ai tribunali fallimentari ed evitare di coinvolgere nei contenziosi asset come i fondi per le scuole (quei beni cui ora puntano gli studi legali, in virtù della norma antiracket). In uno dei procedimenti, quello che ha portato al fallimento della diocesi di Portland, nel 2004 (in ballo c'erano 53 milioni di dollari), i ricorrenti avevano già rilevato che la Chiesa cattolica è una singola entità e, pertanto, il Vaticano doveva rispondere in solido dei risarcimenti.
Tra i casi più eclatanti bisogna menzionare indubbiamente la diocesi di San Diego, finita in bancarotta nel 2007, quando fu condannata a versare 198 milioni di dollari a 144 vittime di violenze sessuali. Fu la seconda più onerosa liquidazione della storia delle diocesi statunitensi, superata solo da quella di due mesi prima a Los Angeles: 660 milioni di dollari per oltre 508 vittime. Solo tre anni prima, un'altra diocesi californiana, quella di Orange, aveva dovuto sborsare 100 milioni di dollari. Cifre che superavano di gran lunga il record di Boston, con gli oltre 84 milioni di dollari del 2004. Più di recente, a giugno 2018, l'arcidiocesi di Saint Paul e Minneapolis, nel Minnesota, ha accettato di versare 210 milioni di dollari a 450 vittime. A settembre 2018 è toccato alla diocesi di Brooklyn: 27 milioni e mezzo per le violenze commesse da un catechista, Angelo Serrano, tra il 2003 e il 2009. Pochi mesi fa, l'arcivescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, aveva calcolato che, alla sua arcidiocesi, i risarcimenti erano costati circa 87 milioni di dollari in 15 anni. Denaro che finora, come ha spiegato padre Kenneth Doyle a CatholicPhilly.com, proviene da «una combinazione di liquidi, proventi della cessione di terreni e palazzi e dai pagamenti delle assicurazioni». Prima o poi, però, la Santa Sede potrebbe essere costretta a vendere i suoi gioielli.
Alessandro Rico
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Giudicato colpevole il prelato australiano accusato di aggressione sessuale su due minori. Il porporato si dichiara innocente, ma la Santa Sede lo sospende. Smacco per il Consiglio dei nove voluto da Bergoglio.L'ultimo summit ha prodotto l'ennesimo vademecum, alcune figure discusse restano però al loro posto. Così la crisi si aggrava.La battaglia legale sulla pedofilia causa alla Chiesa americana 20 crac. E il Vaticano rischia di pagare come ente criminale.Lo speciale contiene tre articoliNessuno lo dice apertamente, ma la sentenza di condanna per abusi nei confronti del cardinale australiano George Pell, 77 anni, già membro del gruppo di nove cardinali che papa Francesco si era scelto per coadiuvarlo nel governo della Chiesa, lascia molti dubbi. Il cardinale, prefetto della segreteria vaticana per l'Economia dal 2014, è stato condannato da un tribunale di Melbourne per un'aggressione sessuale nei confronti di due minori, uno di 12 e l'altro di 13 anni, quando era arcivescovo di Melbourne nel 1996, nella sacrestia della cattedrale dopo una messa domenicale delle ore 10.30. La sentenza ritiene colpevole Pell per altri quattro capi d'accusa riguardanti atti osceni sempre nei confronti di minori e in totale la sua pena potrebbe ammontare a 50 anni di galera. Il cardinale continua a dichiararsi innocente e ha già presentato ricorso, mentre il direttore della sala stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha ribadito ieri la fiducia della Santa sede nelle autorità australiane e, ha aggiunto, che ora si attende «l'esito del processo d'appello, ricordando che il cardinale Pell ha ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all'ultimo grado». Nel frattempo al cardinale viene proibito «in via cautelativa, l'esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».La condanna del tribunale di Melbourne in realtà risale all'11 dicembre 2018, ma con un «suppression order» veniva impedita la divulgazione del risultato, anche se La Verità aveva informato i suoi lettori il 13 dicembre, nel silenzio delle altre testate. Questo ordine era stato dato per non influenzare in qualche modo un secondo processo con imputato Pell, per accuse di abusi quando il cardinale era semplice sacerdote a Ballarat negli anni Settanta. Ma il 26 febbraio questa seconda serie di accuse è stata ritirata e quindi si è potuto rendere pubblica la sentenza di condanna di dicembre. Il risultato è arrivato dopo che una giuria, in un precedente processo avviato nell'agosto 2018, non aveva raggiunto un verdetto unanime, e secondo alcune fonti divulgate da Catholic news agency questo primo verdetto si sarebbe concluso con un risultato di 10 a 2 in favore di Pell. Il caso è stato quindi ridiscusso nel novembre scorso e dopo appena tre giorni di deliberazione la giuria è arrivata a un verdetto di unanimità per la colpevolezza del cardinale.L'accusa sarebbe frutto della testimonianza di uno solo dei due abusati: l'altra vittima è morta per overdose nel 2014. Sempre secondo Catholic news agency, questa seconda vittima avrebbe riferito a sua madre almeno due volte di non essere stato vittima di abusi sessuali, ma il testimone vivente avrebbe detto alla madre dell'uomo deceduto (dopo la morte del figlio) che entrambi erano stati maltrattati da Pell. L'abuso si sarebbe verificato al termine di una celebrazione, quando Pell e le due vittime «sono scomparsi» dalla processione al termine della messa e il fatto criminoso sarebbe quindi avvenuto da qualche parte all'interno della sacrestia. Le prove fornite dalla difesa puntano a mostrare come nelle due occasioni in cui Pell celebrò la messa domenicale delle 10.30, subito dopo la celebrazione il coro era impegnato in prove per uno spettacolo natalizio e l'assenza di due coristi sarebbe stata immediatamente notata, inoltre la struttura della cattedrale secondo la difesa non sarebbe compatibile con quanto è stato raccontato nel processo. Il gesuita padre Frank Brennan, docente di diritto all'università cattolica australiana, ha scritto sul quotidiano The Australian che «i giurati devono aver giudicato il denunciante onesto e affidabile anche se molti dettagli riferiti erano improbabili se non impossibili». Altre fonti vicine al cardinale riportate dal National catholic register, dichiarano che «questo è un atto di oltraggiosa malizia da parte di una giuria prevenuta. I media lo hanno condannato molto tempo fa alla corte dell'opinione pubblica e non ha ricevuto un processo equo».Padre Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, e membro del comitato organizzativo dell'incontro avvenuto in Vaticano la settimana scorsa, ha dichiarato a Vatican news che «il cardinale farà ricorso e poi vedremo quale sarà il risultato. Abbiamo già avuto il caso dell'arcivescovo di Adelaide, monsignor Wilson , che in prima istanza è stato condannato non di abuso ma di aver “insabbiato" e in seconda istanza è stato assolto… Quindi vediamo cosa verrà fuori in questo caso».Pell era nel mirino di queste accuse da circa quindici anni, e la sua venuta a Roma nel 2013 per assumere un ruolo chiave nella curia di Francesco è stata vista da alcuni suoi detrattori come una fuga dalla sue responsabilità, magari benedetta dal Vaticano. Il ruolo di Pell, chiamato per fare chiarezza dentro al calderone torbido delle finanze vaticane, aveva sollevato malumori anche dentro alle sacre stanze nei delicati equilibri dei forzieri vaticani dove i modi spicci del «ranger» australiano avevano indispettito molti. Le accuse di abusi nel periodo vaticano del cardinale si erano infittite anziché diradarsi. Inutile dire che la condanna di Pell si abbatte come una ulteriore tegola sul pontificato di Francesco che, piano piano, ha visto sgretolarsi la sua credibilità in merito alla lotta agli abusi dopo i casi di Theodore McCarrick e quello della chiesa cilena. Il Papa aveva sospeso Pell nel 2017, concedendogli di rientrare in patria proprio per difendersi dalle accuse di abuso che pendevano sulla sua testa. La prima mossa che il Papa ora dovrà compiere è quella di nominare finalmente un nuovo prefetto della segreteria per l'Economia, una delle figure chiave della tanto decantata riforma della curia che dopo sei anni appare sempre più difficile e zoppicante.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cardinale-pell-e-un-pedofilo-il-tesoriere-del-papa-rischia-50-anni-2630093108.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="molte-buone-intenzioni-poche-epurazioni-la-cura-bergoglio-non-decolla" data-post-id="2630093108" data-published-at="1770517397" data-use-pagination="False"> Molte buone intenzioni, poche epurazioni: la cura Bergoglio non decolla Il caso Pell e la sua condanna aprono un capitolo scomodo per tutti, perché il furore della «tolleranza zero» potrebbe non essere sufficiente per affrontare davvero la piaga degli abusi nel clero. Né lo possono essere le ambiguità con cui si è chiuso il recente vertice vaticano per affrontare gli abusi sui minori. In attesa che il ricorso del cardinale australiano si compia fino all'ultimo grado si deve dire che per estirpare la malapianta sarebbe necessario essere fermi e precisi, senza ricorrere a concetti generici come il «clericalismo» o redigendo l'ennesimo vademecum. Perché altrimenti il clima di furore e il tintinnar di manette potrebbero innescare una caccia alle streghe utile a far fuori chiunque. È chiaro che di fronte alla tragedia non bisogna nascondere la realtà sul fatto che esistono sacerdoti e vescovi che hanno abusato di minori e di adulti vulnerabili, i casi paradigmatici del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, e dell'ex cardinale di Washington, Theodore McCarrick, lo dimostrano in modo evidente. Ma accanto a questa vergognosa realtà esiste una narrazione mediatica che tende a creare un panico morale che si ciba dello scandalo, e ha il suo obiettivo nel far fuori la Chiesa a prescindere. Una narrazione che, a volte, sembra non avere come obiettivo principale la protezione dei minori, ma togliersi dai piedi un'istituzione morale che rappresenta una pietra d'inciampo rispetto a un'agenda che promuove una rivoluzione antropologica e sociale (aborto, omosessualismo, moderne schiavitù, gender). Innanzitutto, quando ci sono accuse la Chiesa deve fare serie inchieste previe, il più possibile celeri e in accordo alle leggi del Paese in cui si verificano. Poi, di fronte ad accuse credibili si aprano processi e se ne dia conto in modo trasparente. Questo è quanto emerso anche nel recente summit tra i capi dei vescovi di tutto il mondo: le norme ci sono e oltre alla preghiera e alla penitenza occorre metterle in pratica. Anche il memoriale dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò, pubblicato su questo giornale nell'agosto scorso, poteva essere un'occasione per recuperare credibilità. Magari anche confutandolo completamente, ma non lasciando libertà di interpretazione. Come è possibile pensare di fare chiarezza quando alcuni prelati legati in vario modo all'ex cardinale Theodore McCarrick sembrano essere dei punti di riferimento per questo pontificato? Basti ricordare la recente la nomina a Camerlengo di santa romana Chiesa del cardinale Kevin Farrel, prefetto al dicastero per laici famiglia e vita, già coinquilino di McCarrick per almeno quattro anni. Non è possibile bypassare completamente la questione dell'omosessualità nel clero lasciando così proliferare facili pamphlet come il recente Sodoma, redatto dall'attivista Lgbt e giornalista francese Frédéric Martel. Bisogna governare i seminari e indagare laddove vi fossero accuse, come ad esempio quelle rivolte al seminario di Tegucicalpa in Honduras, la diocesi del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, considerato vicinissimo a Francesco. Se poi esiste la lobby gay la si smantelli, e si dica se davvero il dossier commissionato da Benedetto XVI a tre cardinali nel 2012 ne rivelava l'esistenza. Si deve avere il coraggio di custodire il gregge. Anche pagando un prezzo, altrimenti si pagheranno solo i miliardi di dollari che la prossima class action chiederà come risarcimento, magari su accuse sempre più dubbie. Per uscire da una crisi, che ha radici profonde, Francesco dovrebbe avere la forza di non guardare in faccia a nessuno. Nemmeno i suoi amici. Lorenzo Bertocchi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cardinale-pell-e-un-pedofilo-il-tesoriere-del-papa-rischia-50-anni-2630093108.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-piaga-degli-abusi-costa-3-miliardi-diocesi-in-bancarotta" data-post-id="2630093108" data-published-at="1770517397" data-use-pagination="False"> La piaga degli abusi costa 3 miliardi Diocesi in bancarotta Ve l'immaginate il Papa che svende San Pietro per risarcire le vittime delle violenze sessuali subite dal clero? Se non ve l'immaginate, sappiate che un giorno la realtà potrebbe superare la fantasia. Le conseguenze dello scandalo degli abusi, soprattutto negli Usa, sono già costate care alle singole diocesi. Secondo uno studio della National public radio, ente che riunisce 900 emittenti americane, l'ammontare dei risarcimenti che finora le diocesi hanno versato, o si sono impegnate a versare, ammonta a circa 3 miliardi di dollari. Vi sembra una cifra astronomica? Considerate allora uno studio del National Catholic Reporter, che ha scandagliato 7.800 articoli e il database di Bishopaccountability.org. Questa ricerca parla addirittura di 4 miliardi di dollari dal 1950 a oggi. Solo negli Stati Uniti. E senza contare le somme che potrebbero essere erogate in futuro: ad esempio, il vaso di Pandora scoperchiato dal gran giurì della Pennsylvania, che ha raccolto 1.000 pagine di dossier su 3.000 casi di abusi finora coperti e che rischia di tradursi in centinaia di milioni di dollari di risarcimenti. Con un'inquietante prospettiva: che sia chiamato in causa pure il Vaticano. Di questa ipotesi ha discusso Steve Bannon nella sua intervista alla Verità. A suo avviso, negli Stati Uniti si starebbe facendo largo l'ipotesi di ricorrere alla legge Rico (Racketeer influenced and corrupt organizations act), una normativa antiracket promulgata nel 1970, che consentirebbe ai procuratori di perseguire l'intera Chiesa cattolica come un'organizzazione criminale. Oltre che di ottenere confische (anche preventive) dei suoi beni mobili e immobili. Parrocchie, scuole, università, ospedali. Qualunque proprietà ecclesiastica, giacché riconducibile, appunto, a un'unica associazione a delinquere. Sacerdoti, vescovi, cardinali, fino allo stesso Pontefice, trattati come Al Capone. Gli avvocati delle vittime e i pubblici ministeri si preparano a spolpare la Chiesa e, per assurdo, a costringere la Santa Sede a ipotecare le sue basiliche. Si tratta di uno scenario tutt'altro che implausibile. Lo scorso novembre, il Washington Post riportava già il primo caso in cui un gruppo di vittime di abusi ha lanciato una class action riferendosi alla legge Rico. Il ricorso, presentato nella capitale americana, «cita come imputata anche la Santa Sede», accusando «la Chiesa cattolica di cospirazione e di aver gestito in modo continuativo un'impresa criminale». Alcuni commentatori, sui media statunitensi, hanno fatto notare che l'abuso sessuale non è incluso tra i reati che un'organizzazione deve aver commesso per poter essere perseguita ai sensi della legge Rico. Ma anche in seguito a un'intervista del procuratore generale della Pennsylvania, Josh Shapiro, che in agosto, sostanzialmente, confermava al New York Times che si stava valutando di aprire un'inchiesta federale sulle violenze sessuali del clero, l'ipotesi di mettere alla sbarra il Vaticano, in virtù della sua presunta responsabilità oggettiva negli abusi, si è fatta sempre più concreta. Intanto, sono una ventina le diocesi americane costrette negli anni a dichiarare bancarotta per trascinare le cause davanti ai tribunali fallimentari ed evitare di coinvolgere nei contenziosi asset come i fondi per le scuole (quei beni cui ora puntano gli studi legali, in virtù della norma antiracket). In uno dei procedimenti, quello che ha portato al fallimento della diocesi di Portland, nel 2004 (in ballo c'erano 53 milioni di dollari), i ricorrenti avevano già rilevato che la Chiesa cattolica è una singola entità e, pertanto, il Vaticano doveva rispondere in solido dei risarcimenti. Tra i casi più eclatanti bisogna menzionare indubbiamente la diocesi di San Diego, finita in bancarotta nel 2007, quando fu condannata a versare 198 milioni di dollari a 144 vittime di violenze sessuali. Fu la seconda più onerosa liquidazione della storia delle diocesi statunitensi, superata solo da quella di due mesi prima a Los Angeles: 660 milioni di dollari per oltre 508 vittime. Solo tre anni prima, un'altra diocesi californiana, quella di Orange, aveva dovuto sborsare 100 milioni di dollari. Cifre che superavano di gran lunga il record di Boston, con gli oltre 84 milioni di dollari del 2004. Più di recente, a giugno 2018, l'arcidiocesi di Saint Paul e Minneapolis, nel Minnesota, ha accettato di versare 210 milioni di dollari a 450 vittime. A settembre 2018 è toccato alla diocesi di Brooklyn: 27 milioni e mezzo per le violenze commesse da un catechista, Angelo Serrano, tra il 2003 e il 2009. Pochi mesi fa, l'arcivescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, aveva calcolato che, alla sua arcidiocesi, i risarcimenti erano costati circa 87 milioni di dollari in 15 anni. Denaro che finora, come ha spiegato padre Kenneth Doyle a CatholicPhilly.com, proviene da «una combinazione di liquidi, proventi della cessione di terreni e palazzi e dai pagamenti delle assicurazioni». Prima o poi, però, la Santa Sede potrebbe essere costretta a vendere i suoi gioielli. Alessandro Rico
iStock
Verdura antica e di poco costo («tre palanche al mazz»), il ramolaccio un tempo era assai più diffuso. Poi, come accade ai poveri in un Paese diventato ricco, il ramolaccio è finito ai margini della società orticola che mira più ai consumi nei supermercati che al bene prezioso della biodiversità.
Originario dell’Est dell’Europa, conosciuto già da Egizi, Greci e Romani che lo apprezzavano per le notevoli proprietà salutari, il ramolaccio invernale, Raphanus sativus, è un ravanello superdotato, di colore nero. Ci sono diverse varietà di Raphanus, differenti tra loro per forma, colore e sapore: piccole, grandi, giganti, allungate, tonde, a candela, rosse, gialle, nere. A noi, qui, interessa il niger, nero, bello grassoccio, rotondo come l’«O» di Giotto, ma con il codino. È molto bello da vedere. Anche se è un ortaggio piuttosto sconosciuto e poco coltivato, capita ancora di adocchiarlo sui banchi del mercato cittadino o in uno dei vari mercatini della terra o in un negozio di ortofrutta il cui proprietario sia particolarmente sensibile alla biodiversità. Quando, pulito dalla terra e ben lavato, si taglia a fette, il forte contrasto che oppone la scorza corvina dalla polpa candida è uno spettacolo. Notte e giorno. Neve e carbone. Corpo scuro, anima candida.
Il ramolaccio invernale è decisamente piccante e questo, presso il consumatore italiano, non depone purtroppo a suo favore. Ma è un ortaggio che fa un monte di bene e si presta a molti usi in cucina: tagliato a striscioline o a fettine sottili in carpaccio o abbinato ad altre verdure crude; cucinato come i crauti; adoperato come ingrediente per salse piccanti; conservato sotto aceto. È utilizzato anche per zuppe e pare impossibile come una radice così acre, così spicy, riesca a trasformarsi in deliziosa e morbida vellutata.
Nella civiltà contadina era famoso come rimedio naturale antitosse e antinfiammatorio per le vie respiratorie. Qualche nonna avanti con gli anni lo consiglia ancora. E non solo lei, come vedremo più sotto. Una ricetta popolare suggerisce di scavare la rapa, farcirla di zucchero o miele e lasciarla riposare per 24 ore: si ottiene così uno sciroppo naturale espettorante. Il ramolaccio invernale è noto anche per la sua capacità di drenare le tossine e stimolare la produzione di bile, migliorando la digestione dei grassi. Per questo la tradizione popolare consiglia di consumarlo dopo pasti abbondanti. Il consiglio vale anche per chi eccede con il vino. Il medico di Alessandro Magno, il pitagorico Androcide, ne consigliava l’uso al suo poco docile paziente, grande condottiero e grande bevitore, per evitare le conseguenze dannose dell’uso eccessivo del «sangue della terra». Pare che l’antico medico vissuto a cavallo tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, si basasse sull’osservazione che la vite si ritraeva o non fruttava bene se piantata accanto alle coltivazioni di rafani. È Plinio il Vecchio che ci racconta l’episodio. Il suggerimento di Androcide deve funzionare se dopo 2.000 e passa anni è arrivato fino alla soglia dei nostri giorni, fino all’altroieri. Nelle osterie dei nostri nonni era facile trovare una terrina di rapanelli sul bancone di mescita come rimedio popolare contro gli effetti dell’eccesso di vino. L’usanza si basava, appunto, sull’antica convinzione che i rapanelli, grazie alle loro proprietà rinfrescanti e depurative, potessero aiutare a mitigare i postumi di una sbornia o comunque favorire il benessere dopo aver tracannato parecchio.
Oltre alle proprietà medicinali, i Romani apprezzavano le qualità alimentari del ramolaccio invernale: lo dimostrano gli scritti di Columella e dello stesso Plinio, ma anche i moderni studi storici sulle risorse alimentari delle popolazioni vesuviane compiuti, tra gli altri, da Annamaria Ciarallo, compianta archeologa e botanica, autrice di numerosi libri sul «verde» pompeiano mediante la ricostruzione degli horti in base ai calchi delle radici.
Pare che i Romani facessero anche un terribile uso improprio - almeno quando Roma viveva tempi più casti e castigati moralmente - del ramolaccio. Una legge non scritta, ma crudelmente applicata, permetteva al marito tradito, in caso di flagrante adulterio, di sodomizzare con la radice piccante di un raphanus (la storia non ne specifica la varietà, ma sicuramente non era un rapanello) l’amante della moglie colto in fallo.
Durante il Medioevo il raphanus, probabilmente per la sua piccantezza, era considerato simbolo della lite. Aveva, quindi, valore negativo ma si poteva neutralizzarlo e consumare benissimo l’ortaggio purché, prima di mangiarlo, lo si benedicesse.
Come detto, il ramolaccio invernale ha stretti legami di parentela con il ravanello (Raphanus Sativus): appartengono entrambi alla famiglia delle Brassicaceae. Il niger rispetto al cuginetto rosso ha foglie e radici molto più grandi e resiste bene al freddo. L’apparato fogliare può raggiungere i 30 cm di altezza; la radice può arrivare anche al mezzo chilo. Ci sono diversi tipi di ramolaccio invernale nero: rotondi, conici e allungati a cilindro, di grosso o medio calibro.
Per la buona presenza di vitamine e la lunga conservabilità, veniva stivato in botti sulle navi per combattere lo scorbuto, terribile malattia che affliggeva i marinai causata dalla prolungata carenza di vitamina C. A confermare i rimedi della nonna a base di ramolaccio, ci sono le attestazioni degli studiosi moderni: il raphanus stimola l’appetito, la tonicità dell’apparato respiratorio e l’attivazione delle cellule epatiche; è diuretico, antiallergico. Il ravanello nero, in particolare, è utile nel curare bronchiti, tosse convulsa, reumatismi, malattie dell’apparato genito-urinario e coliche epatiche. A quanto pare fa bene anche ai giovani che patiscono la stanchezza. Mangiare ramolacci sotto esami o nei periodi di stress scolastico o di cambio di stagione, aiuta l’organismo a tener duro. A ulteriore conferma delle virtù salutari del ramolaccio nero c’è anche un modo di dire lituano che corrisponde al nostro «sano come un pesce». Nel Paese baltico, per descrivere lo stato di ottima salute di un individuo, dicono: «È sano come un ravanello nero».
Concludiamo suggerendo il più semplice dei modi di mangiare il Raphanus sativus niger: la sua preparazione al carpaccio. Per due persone basteranno due ramolacci invernali neri di media grossezza. Dopo averli lavati - se si vuole togliere un po’ di piccantezza basta lavarli ancora sotto acqua corrente - e sbucciati (volendo si può tenere anche la buccia nera, che fa un bell’effetto, ma in questo caso si deve strofinare ben bene il rafano per togliere tutta la terra), si affettano a rondelle sottili e si stendono su un piatto di portata. A questo punto si usa il sale q.b. sul carpaccio in modo che faccia perdere all’ortaggio acqua e piccantezza. Buttata l’acqua in eccesso e benedetto il ramolaccio con una emulsione di olio d’oliva extravergine buono (due terzi), aceto balsamico (un terzo), senape e un pizzichino di pepe, il carpaccio è pronto. È un buon abbinamento per i piatti di carne.
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Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
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I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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