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2019-02-27
«Il cardinale Pell è un pedofilo». Il tesoriere del Papa rischia 50 anni
Ansa
Nessuno lo dice apertamente, ma la sentenza di condanna per abusi nei confronti del cardinale australiano George Pell, 77 anni, già membro del gruppo di nove cardinali che papa Francesco si era scelto per coadiuvarlo nel governo della Chiesa, lascia molti dubbi. Il cardinale, prefetto della segreteria vaticana per l'Economia dal 2014, è stato condannato da un tribunale di Melbourne per un'aggressione sessuale nei confronti di due minori, uno di 12 e l'altro di 13 anni, quando era arcivescovo di Melbourne nel 1996, nella sacrestia della cattedrale dopo una messa domenicale delle ore 10.30. La sentenza ritiene colpevole Pell per altri quattro capi d'accusa riguardanti atti osceni sempre nei confronti di minori e in totale la sua pena potrebbe ammontare a 50 anni di galera.
Il cardinale continua a dichiararsi innocente e ha già presentato ricorso, mentre il direttore della sala stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha ribadito ieri la fiducia della Santa sede nelle autorità australiane e, ha aggiunto, che ora si attende «l'esito del processo d'appello, ricordando che il cardinale Pell ha ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all'ultimo grado». Nel frattempo al cardinale viene proibito «in via cautelativa, l'esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».
La condanna del tribunale di Melbourne in realtà risale all'11 dicembre 2018, ma con un «suppression order» veniva impedita la divulgazione del risultato, anche se La Verità aveva informato i suoi lettori il 13 dicembre, nel silenzio delle altre testate. Questo ordine era stato dato per non influenzare in qualche modo un secondo processo con imputato Pell, per accuse di abusi quando il cardinale era semplice sacerdote a Ballarat negli anni Settanta. Ma il 26 febbraio questa seconda serie di accuse è stata ritirata e quindi si è potuto rendere pubblica la sentenza di condanna di dicembre. Il risultato è arrivato dopo che una giuria, in un precedente processo avviato nell'agosto 2018, non aveva raggiunto un verdetto unanime, e secondo alcune fonti divulgate da Catholic news agency questo primo verdetto si sarebbe concluso con un risultato di 10 a 2 in favore di Pell. Il caso è stato quindi ridiscusso nel novembre scorso e dopo appena tre giorni di deliberazione la giuria è arrivata a un verdetto di unanimità per la colpevolezza del cardinale.
L'accusa sarebbe frutto della testimonianza di uno solo dei due abusati: l'altra vittima è morta per overdose nel 2014. Sempre secondo Catholic news agency, questa seconda vittima avrebbe riferito a sua madre almeno due volte di non essere stato vittima di abusi sessuali, ma il testimone vivente avrebbe detto alla madre dell'uomo deceduto (dopo la morte del figlio) che entrambi erano stati maltrattati da Pell. L'abuso si sarebbe verificato al termine di una celebrazione, quando Pell e le due vittime «sono scomparsi» dalla processione al termine della messa e il fatto criminoso sarebbe quindi avvenuto da qualche parte all'interno della sacrestia. Le prove fornite dalla difesa puntano a mostrare come nelle due occasioni in cui Pell celebrò la messa domenicale delle 10.30, subito dopo la celebrazione il coro era impegnato in prove per uno spettacolo natalizio e l'assenza di due coristi sarebbe stata immediatamente notata, inoltre la struttura della cattedrale secondo la difesa non sarebbe compatibile con quanto è stato raccontato nel processo. Il gesuita padre Frank Brennan, docente di diritto all'università cattolica australiana, ha scritto sul quotidiano The Australian che «i giurati devono aver giudicato il denunciante onesto e affidabile anche se molti dettagli riferiti erano improbabili se non impossibili». Altre fonti vicine al cardinale riportate dal National catholic register, dichiarano che «questo è un atto di oltraggiosa malizia da parte di una giuria prevenuta. I media lo hanno condannato molto tempo fa alla corte dell'opinione pubblica e non ha ricevuto un processo equo».
Padre Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, e membro del comitato organizzativo dell'incontro avvenuto in Vaticano la settimana scorsa, ha dichiarato a Vatican news che «il cardinale farà ricorso e poi vedremo quale sarà il risultato. Abbiamo già avuto il caso dell'arcivescovo di Adelaide, monsignor Wilson , che in prima istanza è stato condannato non di abuso ma di aver “insabbiato" e in seconda istanza è stato assolto… Quindi vediamo cosa verrà fuori in questo caso».
Pell era nel mirino di queste accuse da circa quindici anni, e la sua venuta a Roma nel 2013 per assumere un ruolo chiave nella curia di Francesco è stata vista da alcuni suoi detrattori come una fuga dalla sue responsabilità, magari benedetta dal Vaticano. Il ruolo di Pell, chiamato per fare chiarezza dentro al calderone torbido delle finanze vaticane, aveva sollevato malumori anche dentro alle sacre stanze nei delicati equilibri dei forzieri vaticani dove i modi spicci del «ranger» australiano avevano indispettito molti. Le accuse di abusi nel periodo vaticano del cardinale si erano infittite anziché diradarsi.
Inutile dire che la condanna di Pell si abbatte come una ulteriore tegola sul pontificato di Francesco che, piano piano, ha visto sgretolarsi la sua credibilità in merito alla lotta agli abusi dopo i casi di Theodore McCarrick e quello della chiesa cilena. Il Papa aveva sospeso Pell nel 2017, concedendogli di rientrare in patria proprio per difendersi dalle accuse di abuso che pendevano sulla sua testa. La prima mossa che il Papa ora dovrà compiere è quella di nominare finalmente un nuovo prefetto della segreteria per l'Economia, una delle figure chiave della tanto decantata riforma della curia che dopo sei anni appare sempre più difficile e zoppicante.
Lorenzo Bertocchi
Molte buone intenzioni, poche epurazioni: la cura Bergoglio non decolla
Il caso Pell e la sua condanna aprono un capitolo scomodo per tutti, perché il furore della «tolleranza zero» potrebbe non essere sufficiente per affrontare davvero la piaga degli abusi nel clero. Né lo possono essere le ambiguità con cui si è chiuso il recente vertice vaticano per affrontare gli abusi sui minori. In attesa che il ricorso del cardinale australiano si compia fino all'ultimo grado si deve dire che per estirpare la malapianta sarebbe necessario essere fermi e precisi, senza ricorrere a concetti generici come il «clericalismo» o redigendo l'ennesimo vademecum. Perché altrimenti il clima di furore e il tintinnar di manette potrebbero innescare una caccia alle streghe utile a far fuori chiunque.
È chiaro che di fronte alla tragedia non bisogna nascondere la realtà sul fatto che esistono sacerdoti e vescovi che hanno abusato di minori e di adulti vulnerabili, i casi paradigmatici del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, e dell'ex cardinale di Washington, Theodore McCarrick, lo dimostrano in modo evidente. Ma accanto a questa vergognosa realtà esiste una narrazione mediatica che tende a creare un panico morale che si ciba dello scandalo, e ha il suo obiettivo nel far fuori la Chiesa a prescindere. Una narrazione che, a volte, sembra non avere come obiettivo principale la protezione dei minori, ma togliersi dai piedi un'istituzione morale che rappresenta una pietra d'inciampo rispetto a un'agenda che promuove una rivoluzione antropologica e sociale (aborto, omosessualismo, moderne schiavitù, gender).
Innanzitutto, quando ci sono accuse la Chiesa deve fare serie inchieste previe, il più possibile celeri e in accordo alle leggi del Paese in cui si verificano. Poi, di fronte ad accuse credibili si aprano processi e se ne dia conto in modo trasparente. Questo è quanto emerso anche nel recente summit tra i capi dei vescovi di tutto il mondo: le norme ci sono e oltre alla preghiera e alla penitenza occorre metterle in pratica.
Anche il memoriale dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò, pubblicato su questo giornale nell'agosto scorso, poteva essere un'occasione per recuperare credibilità. Magari anche confutandolo completamente, ma non lasciando libertà di interpretazione. Come è possibile pensare di fare chiarezza quando alcuni prelati legati in vario modo all'ex cardinale Theodore McCarrick sembrano essere dei punti di riferimento per questo pontificato? Basti ricordare la recente la nomina a Camerlengo di santa romana Chiesa del cardinale Kevin Farrel, prefetto al dicastero per laici famiglia e vita, già coinquilino di McCarrick per almeno quattro anni.
Non è possibile bypassare completamente la questione dell'omosessualità nel clero lasciando così proliferare facili pamphlet come il recente Sodoma, redatto dall'attivista Lgbt e giornalista francese Frédéric Martel. Bisogna governare i seminari e indagare laddove vi fossero accuse, come ad esempio quelle rivolte al seminario di Tegucicalpa in Honduras, la diocesi del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, considerato vicinissimo a Francesco. Se poi esiste la lobby gay la si smantelli, e si dica se davvero il dossier commissionato da Benedetto XVI a tre cardinali nel 2012 ne rivelava l'esistenza.
Si deve avere il coraggio di custodire il gregge. Anche pagando un prezzo, altrimenti si pagheranno solo i miliardi di dollari che la prossima class action chiederà come risarcimento, magari su accuse sempre più dubbie. Per uscire da una crisi, che ha radici profonde, Francesco dovrebbe avere la forza di non guardare in faccia a nessuno. Nemmeno i suoi amici.
Lorenzo Bertocchi
La piaga degli abusi costa 3 miliardi Diocesi in bancarotta
Ve l'immaginate il Papa che svende San Pietro per risarcire le vittime delle violenze sessuali subite dal clero? Se non ve l'immaginate, sappiate che un giorno la realtà potrebbe superare la fantasia.
Le conseguenze dello scandalo degli abusi, soprattutto negli Usa, sono già costate care alle singole diocesi. Secondo uno studio della National public radio, ente che riunisce 900 emittenti americane, l'ammontare dei risarcimenti che finora le diocesi hanno versato, o si sono impegnate a versare, ammonta a circa 3 miliardi di dollari. Vi sembra una cifra astronomica? Considerate allora uno studio del National Catholic Reporter, che ha scandagliato 7.800 articoli e il database di Bishopaccountability.org. Questa ricerca parla addirittura di 4 miliardi di dollari dal 1950 a oggi. Solo negli Stati Uniti. E senza contare le somme che potrebbero essere erogate in futuro: ad esempio, il vaso di Pandora scoperchiato dal gran giurì della Pennsylvania, che ha raccolto 1.000 pagine di dossier su 3.000 casi di abusi finora coperti e che rischia di tradursi in centinaia di milioni di dollari di risarcimenti. Con un'inquietante prospettiva: che sia chiamato in causa pure il Vaticano.
Di questa ipotesi ha discusso Steve Bannon nella sua intervista alla Verità. A suo avviso, negli Stati Uniti si starebbe facendo largo l'ipotesi di ricorrere alla legge Rico (Racketeer influenced and corrupt organizations act), una normativa antiracket promulgata nel 1970, che consentirebbe ai procuratori di perseguire l'intera Chiesa cattolica come un'organizzazione criminale. Oltre che di ottenere confische (anche preventive) dei suoi beni mobili e immobili. Parrocchie, scuole, università, ospedali. Qualunque proprietà ecclesiastica, giacché riconducibile, appunto, a un'unica associazione a delinquere. Sacerdoti, vescovi, cardinali, fino allo stesso Pontefice, trattati come Al Capone. Gli avvocati delle vittime e i pubblici ministeri si preparano a spolpare la Chiesa e, per assurdo, a costringere la Santa Sede a ipotecare le sue basiliche.
Si tratta di uno scenario tutt'altro che implausibile. Lo scorso novembre, il Washington Post riportava già il primo caso in cui un gruppo di vittime di abusi ha lanciato una class action riferendosi alla legge Rico. Il ricorso, presentato nella capitale americana, «cita come imputata anche la Santa Sede», accusando «la Chiesa cattolica di cospirazione e di aver gestito in modo continuativo un'impresa criminale».
Alcuni commentatori, sui media statunitensi, hanno fatto notare che l'abuso sessuale non è incluso tra i reati che un'organizzazione deve aver commesso per poter essere perseguita ai sensi della legge Rico. Ma anche in seguito a un'intervista del procuratore generale della Pennsylvania, Josh Shapiro, che in agosto, sostanzialmente, confermava al New York Times che si stava valutando di aprire un'inchiesta federale sulle violenze sessuali del clero, l'ipotesi di mettere alla sbarra il Vaticano, in virtù della sua presunta responsabilità oggettiva negli abusi, si è fatta sempre più concreta.
Intanto, sono una ventina le diocesi americane costrette negli anni a dichiarare bancarotta per trascinare le cause davanti ai tribunali fallimentari ed evitare di coinvolgere nei contenziosi asset come i fondi per le scuole (quei beni cui ora puntano gli studi legali, in virtù della norma antiracket). In uno dei procedimenti, quello che ha portato al fallimento della diocesi di Portland, nel 2004 (in ballo c'erano 53 milioni di dollari), i ricorrenti avevano già rilevato che la Chiesa cattolica è una singola entità e, pertanto, il Vaticano doveva rispondere in solido dei risarcimenti.
Tra i casi più eclatanti bisogna menzionare indubbiamente la diocesi di San Diego, finita in bancarotta nel 2007, quando fu condannata a versare 198 milioni di dollari a 144 vittime di violenze sessuali. Fu la seconda più onerosa liquidazione della storia delle diocesi statunitensi, superata solo da quella di due mesi prima a Los Angeles: 660 milioni di dollari per oltre 508 vittime. Solo tre anni prima, un'altra diocesi californiana, quella di Orange, aveva dovuto sborsare 100 milioni di dollari. Cifre che superavano di gran lunga il record di Boston, con gli oltre 84 milioni di dollari del 2004. Più di recente, a giugno 2018, l'arcidiocesi di Saint Paul e Minneapolis, nel Minnesota, ha accettato di versare 210 milioni di dollari a 450 vittime. A settembre 2018 è toccato alla diocesi di Brooklyn: 27 milioni e mezzo per le violenze commesse da un catechista, Angelo Serrano, tra il 2003 e il 2009. Pochi mesi fa, l'arcivescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, aveva calcolato che, alla sua arcidiocesi, i risarcimenti erano costati circa 87 milioni di dollari in 15 anni. Denaro che finora, come ha spiegato padre Kenneth Doyle a CatholicPhilly.com, proviene da «una combinazione di liquidi, proventi della cessione di terreni e palazzi e dai pagamenti delle assicurazioni». Prima o poi, però, la Santa Sede potrebbe essere costretta a vendere i suoi gioielli.
Alessandro Rico
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Giudicato colpevole il prelato australiano accusato di aggressione sessuale su due minori. Il porporato si dichiara innocente, ma la Santa Sede lo sospende. Smacco per il Consiglio dei nove voluto da Bergoglio.L'ultimo summit ha prodotto l'ennesimo vademecum, alcune figure discusse restano però al loro posto. Così la crisi si aggrava.La battaglia legale sulla pedofilia causa alla Chiesa americana 20 crac. E il Vaticano rischia di pagare come ente criminale.Lo speciale contiene tre articoliNessuno lo dice apertamente, ma la sentenza di condanna per abusi nei confronti del cardinale australiano George Pell, 77 anni, già membro del gruppo di nove cardinali che papa Francesco si era scelto per coadiuvarlo nel governo della Chiesa, lascia molti dubbi. Il cardinale, prefetto della segreteria vaticana per l'Economia dal 2014, è stato condannato da un tribunale di Melbourne per un'aggressione sessuale nei confronti di due minori, uno di 12 e l'altro di 13 anni, quando era arcivescovo di Melbourne nel 1996, nella sacrestia della cattedrale dopo una messa domenicale delle ore 10.30. La sentenza ritiene colpevole Pell per altri quattro capi d'accusa riguardanti atti osceni sempre nei confronti di minori e in totale la sua pena potrebbe ammontare a 50 anni di galera. Il cardinale continua a dichiararsi innocente e ha già presentato ricorso, mentre il direttore della sala stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha ribadito ieri la fiducia della Santa sede nelle autorità australiane e, ha aggiunto, che ora si attende «l'esito del processo d'appello, ricordando che il cardinale Pell ha ribadito la sua innocenza e ha il diritto di difendersi fino all'ultimo grado». Nel frattempo al cardinale viene proibito «in via cautelativa, l'esercizio pubblico del ministero e, come di norma, il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età».La condanna del tribunale di Melbourne in realtà risale all'11 dicembre 2018, ma con un «suppression order» veniva impedita la divulgazione del risultato, anche se La Verità aveva informato i suoi lettori il 13 dicembre, nel silenzio delle altre testate. Questo ordine era stato dato per non influenzare in qualche modo un secondo processo con imputato Pell, per accuse di abusi quando il cardinale era semplice sacerdote a Ballarat negli anni Settanta. Ma il 26 febbraio questa seconda serie di accuse è stata ritirata e quindi si è potuto rendere pubblica la sentenza di condanna di dicembre. Il risultato è arrivato dopo che una giuria, in un precedente processo avviato nell'agosto 2018, non aveva raggiunto un verdetto unanime, e secondo alcune fonti divulgate da Catholic news agency questo primo verdetto si sarebbe concluso con un risultato di 10 a 2 in favore di Pell. Il caso è stato quindi ridiscusso nel novembre scorso e dopo appena tre giorni di deliberazione la giuria è arrivata a un verdetto di unanimità per la colpevolezza del cardinale.L'accusa sarebbe frutto della testimonianza di uno solo dei due abusati: l'altra vittima è morta per overdose nel 2014. Sempre secondo Catholic news agency, questa seconda vittima avrebbe riferito a sua madre almeno due volte di non essere stato vittima di abusi sessuali, ma il testimone vivente avrebbe detto alla madre dell'uomo deceduto (dopo la morte del figlio) che entrambi erano stati maltrattati da Pell. L'abuso si sarebbe verificato al termine di una celebrazione, quando Pell e le due vittime «sono scomparsi» dalla processione al termine della messa e il fatto criminoso sarebbe quindi avvenuto da qualche parte all'interno della sacrestia. Le prove fornite dalla difesa puntano a mostrare come nelle due occasioni in cui Pell celebrò la messa domenicale delle 10.30, subito dopo la celebrazione il coro era impegnato in prove per uno spettacolo natalizio e l'assenza di due coristi sarebbe stata immediatamente notata, inoltre la struttura della cattedrale secondo la difesa non sarebbe compatibile con quanto è stato raccontato nel processo. Il gesuita padre Frank Brennan, docente di diritto all'università cattolica australiana, ha scritto sul quotidiano The Australian che «i giurati devono aver giudicato il denunciante onesto e affidabile anche se molti dettagli riferiti erano improbabili se non impossibili». Altre fonti vicine al cardinale riportate dal National catholic register, dichiarano che «questo è un atto di oltraggiosa malizia da parte di una giuria prevenuta. I media lo hanno condannato molto tempo fa alla corte dell'opinione pubblica e non ha ricevuto un processo equo».Padre Hans Zollner, membro della Pontificia commissione per la tutela dei minori, e membro del comitato organizzativo dell'incontro avvenuto in Vaticano la settimana scorsa, ha dichiarato a Vatican news che «il cardinale farà ricorso e poi vedremo quale sarà il risultato. Abbiamo già avuto il caso dell'arcivescovo di Adelaide, monsignor Wilson , che in prima istanza è stato condannato non di abuso ma di aver “insabbiato" e in seconda istanza è stato assolto… Quindi vediamo cosa verrà fuori in questo caso».Pell era nel mirino di queste accuse da circa quindici anni, e la sua venuta a Roma nel 2013 per assumere un ruolo chiave nella curia di Francesco è stata vista da alcuni suoi detrattori come una fuga dalla sue responsabilità, magari benedetta dal Vaticano. Il ruolo di Pell, chiamato per fare chiarezza dentro al calderone torbido delle finanze vaticane, aveva sollevato malumori anche dentro alle sacre stanze nei delicati equilibri dei forzieri vaticani dove i modi spicci del «ranger» australiano avevano indispettito molti. Le accuse di abusi nel periodo vaticano del cardinale si erano infittite anziché diradarsi. Inutile dire che la condanna di Pell si abbatte come una ulteriore tegola sul pontificato di Francesco che, piano piano, ha visto sgretolarsi la sua credibilità in merito alla lotta agli abusi dopo i casi di Theodore McCarrick e quello della chiesa cilena. Il Papa aveva sospeso Pell nel 2017, concedendogli di rientrare in patria proprio per difendersi dalle accuse di abuso che pendevano sulla sua testa. La prima mossa che il Papa ora dovrà compiere è quella di nominare finalmente un nuovo prefetto della segreteria per l'Economia, una delle figure chiave della tanto decantata riforma della curia che dopo sei anni appare sempre più difficile e zoppicante.Lorenzo Bertocchi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cardinale-pell-e-un-pedofilo-il-tesoriere-del-papa-rischia-50-anni-2630093108.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="molte-buone-intenzioni-poche-epurazioni-la-cura-bergoglio-non-decolla" data-post-id="2630093108" data-published-at="1782014625" data-use-pagination="False"> Molte buone intenzioni, poche epurazioni: la cura Bergoglio non decolla Il caso Pell e la sua condanna aprono un capitolo scomodo per tutti, perché il furore della «tolleranza zero» potrebbe non essere sufficiente per affrontare davvero la piaga degli abusi nel clero. Né lo possono essere le ambiguità con cui si è chiuso il recente vertice vaticano per affrontare gli abusi sui minori. In attesa che il ricorso del cardinale australiano si compia fino all'ultimo grado si deve dire che per estirpare la malapianta sarebbe necessario essere fermi e precisi, senza ricorrere a concetti generici come il «clericalismo» o redigendo l'ennesimo vademecum. Perché altrimenti il clima di furore e il tintinnar di manette potrebbero innescare una caccia alle streghe utile a far fuori chiunque. È chiaro che di fronte alla tragedia non bisogna nascondere la realtà sul fatto che esistono sacerdoti e vescovi che hanno abusato di minori e di adulti vulnerabili, i casi paradigmatici del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, e dell'ex cardinale di Washington, Theodore McCarrick, lo dimostrano in modo evidente. Ma accanto a questa vergognosa realtà esiste una narrazione mediatica che tende a creare un panico morale che si ciba dello scandalo, e ha il suo obiettivo nel far fuori la Chiesa a prescindere. Una narrazione che, a volte, sembra non avere come obiettivo principale la protezione dei minori, ma togliersi dai piedi un'istituzione morale che rappresenta una pietra d'inciampo rispetto a un'agenda che promuove una rivoluzione antropologica e sociale (aborto, omosessualismo, moderne schiavitù, gender). Innanzitutto, quando ci sono accuse la Chiesa deve fare serie inchieste previe, il più possibile celeri e in accordo alle leggi del Paese in cui si verificano. Poi, di fronte ad accuse credibili si aprano processi e se ne dia conto in modo trasparente. Questo è quanto emerso anche nel recente summit tra i capi dei vescovi di tutto il mondo: le norme ci sono e oltre alla preghiera e alla penitenza occorre metterle in pratica. Anche il memoriale dell'ex nunzio Carlo Maria Viganò, pubblicato su questo giornale nell'agosto scorso, poteva essere un'occasione per recuperare credibilità. Magari anche confutandolo completamente, ma non lasciando libertà di interpretazione. Come è possibile pensare di fare chiarezza quando alcuni prelati legati in vario modo all'ex cardinale Theodore McCarrick sembrano essere dei punti di riferimento per questo pontificato? Basti ricordare la recente la nomina a Camerlengo di santa romana Chiesa del cardinale Kevin Farrel, prefetto al dicastero per laici famiglia e vita, già coinquilino di McCarrick per almeno quattro anni. Non è possibile bypassare completamente la questione dell'omosessualità nel clero lasciando così proliferare facili pamphlet come il recente Sodoma, redatto dall'attivista Lgbt e giornalista francese Frédéric Martel. Bisogna governare i seminari e indagare laddove vi fossero accuse, come ad esempio quelle rivolte al seminario di Tegucicalpa in Honduras, la diocesi del cardinale Oscar Rodriguez Maradiaga, considerato vicinissimo a Francesco. Se poi esiste la lobby gay la si smantelli, e si dica se davvero il dossier commissionato da Benedetto XVI a tre cardinali nel 2012 ne rivelava l'esistenza. Si deve avere il coraggio di custodire il gregge. Anche pagando un prezzo, altrimenti si pagheranno solo i miliardi di dollari che la prossima class action chiederà come risarcimento, magari su accuse sempre più dubbie. Per uscire da una crisi, che ha radici profonde, Francesco dovrebbe avere la forza di non guardare in faccia a nessuno. Nemmeno i suoi amici. Lorenzo Bertocchi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cardinale-pell-e-un-pedofilo-il-tesoriere-del-papa-rischia-50-anni-2630093108.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-piaga-degli-abusi-costa-3-miliardi-diocesi-in-bancarotta" data-post-id="2630093108" data-published-at="1782014625" data-use-pagination="False"> La piaga degli abusi costa 3 miliardi Diocesi in bancarotta Ve l'immaginate il Papa che svende San Pietro per risarcire le vittime delle violenze sessuali subite dal clero? Se non ve l'immaginate, sappiate che un giorno la realtà potrebbe superare la fantasia. Le conseguenze dello scandalo degli abusi, soprattutto negli Usa, sono già costate care alle singole diocesi. Secondo uno studio della National public radio, ente che riunisce 900 emittenti americane, l'ammontare dei risarcimenti che finora le diocesi hanno versato, o si sono impegnate a versare, ammonta a circa 3 miliardi di dollari. Vi sembra una cifra astronomica? Considerate allora uno studio del National Catholic Reporter, che ha scandagliato 7.800 articoli e il database di Bishopaccountability.org. Questa ricerca parla addirittura di 4 miliardi di dollari dal 1950 a oggi. Solo negli Stati Uniti. E senza contare le somme che potrebbero essere erogate in futuro: ad esempio, il vaso di Pandora scoperchiato dal gran giurì della Pennsylvania, che ha raccolto 1.000 pagine di dossier su 3.000 casi di abusi finora coperti e che rischia di tradursi in centinaia di milioni di dollari di risarcimenti. Con un'inquietante prospettiva: che sia chiamato in causa pure il Vaticano. Di questa ipotesi ha discusso Steve Bannon nella sua intervista alla Verità. A suo avviso, negli Stati Uniti si starebbe facendo largo l'ipotesi di ricorrere alla legge Rico (Racketeer influenced and corrupt organizations act), una normativa antiracket promulgata nel 1970, che consentirebbe ai procuratori di perseguire l'intera Chiesa cattolica come un'organizzazione criminale. Oltre che di ottenere confische (anche preventive) dei suoi beni mobili e immobili. Parrocchie, scuole, università, ospedali. Qualunque proprietà ecclesiastica, giacché riconducibile, appunto, a un'unica associazione a delinquere. Sacerdoti, vescovi, cardinali, fino allo stesso Pontefice, trattati come Al Capone. Gli avvocati delle vittime e i pubblici ministeri si preparano a spolpare la Chiesa e, per assurdo, a costringere la Santa Sede a ipotecare le sue basiliche. Si tratta di uno scenario tutt'altro che implausibile. Lo scorso novembre, il Washington Post riportava già il primo caso in cui un gruppo di vittime di abusi ha lanciato una class action riferendosi alla legge Rico. Il ricorso, presentato nella capitale americana, «cita come imputata anche la Santa Sede», accusando «la Chiesa cattolica di cospirazione e di aver gestito in modo continuativo un'impresa criminale». Alcuni commentatori, sui media statunitensi, hanno fatto notare che l'abuso sessuale non è incluso tra i reati che un'organizzazione deve aver commesso per poter essere perseguita ai sensi della legge Rico. Ma anche in seguito a un'intervista del procuratore generale della Pennsylvania, Josh Shapiro, che in agosto, sostanzialmente, confermava al New York Times che si stava valutando di aprire un'inchiesta federale sulle violenze sessuali del clero, l'ipotesi di mettere alla sbarra il Vaticano, in virtù della sua presunta responsabilità oggettiva negli abusi, si è fatta sempre più concreta. Intanto, sono una ventina le diocesi americane costrette negli anni a dichiarare bancarotta per trascinare le cause davanti ai tribunali fallimentari ed evitare di coinvolgere nei contenziosi asset come i fondi per le scuole (quei beni cui ora puntano gli studi legali, in virtù della norma antiracket). In uno dei procedimenti, quello che ha portato al fallimento della diocesi di Portland, nel 2004 (in ballo c'erano 53 milioni di dollari), i ricorrenti avevano già rilevato che la Chiesa cattolica è una singola entità e, pertanto, il Vaticano doveva rispondere in solido dei risarcimenti. Tra i casi più eclatanti bisogna menzionare indubbiamente la diocesi di San Diego, finita in bancarotta nel 2007, quando fu condannata a versare 198 milioni di dollari a 144 vittime di violenze sessuali. Fu la seconda più onerosa liquidazione della storia delle diocesi statunitensi, superata solo da quella di due mesi prima a Los Angeles: 660 milioni di dollari per oltre 508 vittime. Solo tre anni prima, un'altra diocesi californiana, quella di Orange, aveva dovuto sborsare 100 milioni di dollari. Cifre che superavano di gran lunga il record di Boston, con gli oltre 84 milioni di dollari del 2004. Più di recente, a giugno 2018, l'arcidiocesi di Saint Paul e Minneapolis, nel Minnesota, ha accettato di versare 210 milioni di dollari a 450 vittime. A settembre 2018 è toccato alla diocesi di Brooklyn: 27 milioni e mezzo per le violenze commesse da un catechista, Angelo Serrano, tra il 2003 e il 2009. Pochi mesi fa, l'arcivescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, aveva calcolato che, alla sua arcidiocesi, i risarcimenti erano costati circa 87 milioni di dollari in 15 anni. Denaro che finora, come ha spiegato padre Kenneth Doyle a CatholicPhilly.com, proviene da «una combinazione di liquidi, proventi della cessione di terreni e palazzi e dai pagamenti delle assicurazioni». Prima o poi, però, la Santa Sede potrebbe essere costretta a vendere i suoi gioielli. Alessandro Rico
(iStock)
«Felicità/ è un bicchiere di vino con un panino,/ la felicità…». Cuore e vino, la storia continua.
Due settimane fa abbiamo lasciato Noè - primo viticoltore e primo flebotomista della vigna ad estrarre il «sangue dell’uva» - con una domanda da un milione di euro: il vino fa bene o male al cuore? Riprendiamo l’argomento intonando l’inno alla gioia versione Romina Power e Al Bano. Il cantante pugliese produce due milioni di bottiglie nella Tenuta Al Bano Carrisi di Cellino San Marco, in terra salentina. Tra le etichette, guarda caso, spicca Felicità, un Salento bianco Igp ottenuto per il 70% da uve di Sauvignon Blanc e il 30% di Chardonnay in vendita in Internet sui 16 euro. Ovvio che Al Bano sia un supporter del vino, ma lo fa con giudizio, non da ultras. In una recente intervista al periodico dei sommelier Ais del Veneto, ha sottolineato: «Il vino è come una medicina: con la giusta dose tu vivi bene, ma con la dose sbagliata ti freghi il fegato. Il vino è un regalo di Dio: non puoi mai abusarne altrimenti si vendica». Parole sante, già dette dallo scienziato greco Ippocrate, padre della medicina, 2.500 anni prima di Al Bano. Comunque l’invito alla moderazione torna ad onore del cantavignaiolo brindisino.
Ippocrate considerava il vino un pharmakon, un farmaco, raccomandando di usarlo con saggezza: «È una bevanda portentosa, ma va preso nella giusta misura». Per lui era un toccasana multiterapeutico: era l’alcol per disinfettare le ferite, il paracetamolo per ridurre la febbre, il Lasix per eliminare le tossine con la pipì. Il vino ippocratico mescolato con miele ridava vigore al convalescente, era un tonico per il cuore. Rosso, ricco di tannini, alleviava gli afflitti da cacarella gastrointestinale. Il padre della medicina usava il vino come «veicolo» per portare all’interno dell’organismo gli estratti delle erbe medicinali, utili a guarirlo, macerate nello stesso. Non è forse quello che fanno i farmacologi d’oggidì che sfruttano i nanovettori lipidici per veicolare i farmaci nelle parti del corpo dove devono agire?
Ippocrate predicava di usare il vino con buon senso e, a seconda dell’età, in modi diversi. Prima regola, mai puro, ma mescolato con acqua, miele, spezie, erbe. Seconda: niente vino ai giovani che di energia ne hanno da vendere. Allentava le redini per anziani, malinconici, freddolosi e filosofi. Non dimentichiamo che negli ambienti intellettuali dell’antica Ellade era di moda il symposión, parola che significa «bere insieme». Non erano bevute d’osteria, ma intrattenimenti colti, raffinati, praticati da menti superiori: cittadini liberi della polis, politici (pensate agli attuali e immaginate esattamente il contrario), artisti e filosofi. Platone scrisse un dialogo intitolato Symposión nel quale fa discutere sull’amore Socrate che beve vino senza mai perdere la lucidità, acquistando, anzi, in loquacità e acume.
C’è da precisare che il vino nei simposi circolava nelle coppe abbondantemente annacquato: quanta H2O si dovesse aggiungere al nettare di Dioniso nel cratere collettivo lo decideva il simposiarca, ma era sempre un bel po’ di acqua in modo di non permettere al vino di ottundere la mente. Al symposión partecipavano flautisti ed Hetaìrai, le etere, donne colte, dotate di arguzia e cervello fino che offrivano, così lasciò detto Demostene, «il piacere dello spirito». E, diciamolo, il brivido della sensualità.
Nel II secolo prima di Cristo, l’Ellade finisce nelle fauci di Roma. «Graecia capta ferum victorem cepit», scrive Orazio in una delle sue Epistole, «et artes intulit agresti Latio»: la Grecia conquistata conquistò il feroce vincitore e introdusse le arti nel Lazio contadino. Traduzione migliore: nella terra dei bifolchi. Non solo la Grecia capta introdusse nell’Spqr le arti, ma anche la letteratura, la filosofia, il teatro. E il vino. Lo dimostrano ancora oggi alcuni vitigni del sud che affondano le radici nella Magna Grecia o le allungano fino al Pelopponeso: Greco, Primitivo, Negroamaro, Aglianico (deriva da Ellenico?), Fiano… Sia i Greci che i Romani consideravano un barbaro ubriacone chi beveva vino puro. Sia i primi che i secondi allungavano il nettare di Dioniso (Bacco) con acqua calda d’inverno e fredda d’estate secondo i precetti di Ippocrate e di Galeno, medico greco con passaporto romano vissuto nell’Urbe nel II secolo dopo Cristo. Nei banchetti romani a decidere la quantità d’acqua che stemperava il vino era il magister bibendi, erede del simposiarca.
I Romani di allora somigliavano molto, quanto a concretezza e senso degli affari, ai milanesi di adesso: appresa l’arte di fare il vino, non lo mescolarono soltanto con l’acqua nel cratere e nelle coppe dai quali i Greci attingevano cultura, poesia e filosofia, ma secolo dopo secolo, tra la res publica e l’impero, trasformarono quell’arte in agronomia, in viticoltura specializzata grazie agli scritti sull’agricoltura di Catone, Varrone e Columella: tanta conoscenza agraria con l’occhio rivolto agli ettari vitati, al torchio, alla cantina e al fatturato. Se in Grecia il vino filosofava, a Roma generava profitto e democrazia. In Grecia beveva vino la crema della società, a Roma tutti, dall’imperatore all’ultimo schiavo. È vero che non c’era paragone tra il vino dei convivi dei patrizi, dei senatori e dell’augusto signore con quello versato nei pocula delle tabernae e delle thermopolia, le osterie della romanità. Nei primi venivano serviti Falernum, Caecubum o altri vini di pregio, ma plebei, legionari e schiavi s’accontentavano del loro vino quotidiano, d’infimo pregio, ma distributore di illusioni: il posca, praticamente acqua e aceto, il lora ottenuto pressando gli ultimi succhi delle vinacce innaffiate d’acqua. Questo è resistito fino a qualche decennio fa nel mondo della civiltà contadina col nome di «vin piccolo». Per avere un’idea di quanto sangue d’uva circolava nell’impero, basti pensare ai milioni e milioni di anfore vinarie e ai milioni e milioni di ettolitri trasportati dalle navi onerarie in tutti i porti del Mediterraneo. Un Mare nostrum di vino.
Galeno, medico di corte dell’imperatore Marco Aurelio, come Ippocrate, considerava il vino alimento salutare. I suoi scritti influenzarono la medicina e l’enologia fino a medioevo inoltrato. Santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), suora, teologa e mistica innalzata agli altari da papa Benedetto XVI nel 2012, fu colei che inventò il «vino del cuore», una bevanda medicinale preparata con vino rosso, prezzemolo, miele e aceto bolliti insieme. Garantiva la badessa tedesca che la mistura presa tre volte al giorno per una quindicina di giorni fortificava il muscolo cardiaco, faceva correre il sangue nei vasi e preveniva i disturbi al cuore. Se vi scappa da ridere, non fatelo. Non solo il «vino del cuore» di Santa Ildegarda si usa ancora, preparato in casa o venduto nelle erboristerie e nelle farmacie con angolo natura, ma in Germania un’associazione che porta il nome della santa monaca diffonde e difende i suoi insegnamenti: «La medicina di Santa Ildegarda è eccezionale, in quanto trasmessa all’umanità direttamente da Dio. Ildegarda ricevette il compito dal Signore di annotare quello che vedeva nelle sue visioni e di portarlo a conoscenza degli uomini». Insomma, la mistica anticipò di quasi 900 anni il paradosso di Serge Renaud e Michel de Longeril, i ricercatori che sostennero alla vigilia del 2000 che il robusto vino rosso grazie al resveratrolo, polifenolo con qualità antiossidanti e antinfiammatorie, è un protettore cardiovascolare. A differenza dei due scienziati francesi, Sant’Ildegarda ha finora evitato gli strali dell’Organizzazione mondiale della sanità che confuta il paradosso sostenendo che è statisticamente sbagliato e sconsiglia assolutamente il consumo del vino.
Il vino, dunque, ha santi in calendario che sostengono che un cuore ce l’ha se bevuto con moderazione. «E ha anche un’anima», garantisce il patron della Masi, Sandro Boscaini, Mister Amarone. «Il cuore è la porta della dimensione più profonda dell’uomo: l’anima».
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Nel riquadro, lo stilista Brett Johnson
Settantacinque appuntamenti, tra cui 16 sfilate fisiche, 6 eventi digitali, 44 presentazioni, 2 presentazioni su appuntamento e 7 eventi speciali. Un programma ricco che testimonia la vitalità del settore e la capacità di Milano di attrarre brand affermati e nuove realtà creative. Questi i numeri della fashion week (19/23 giugno) dedicata all’abbigliamento da uomo. In calendario anche Brett Johnson, stilista americano specializzato nel lusso maschile di alta gamma. Ha lanciato il suo marchio durante la settimana della moda di New York nel 2013-2014 e successivamente ha trasferito il centro operativo a Milano, dove oggi ha showroom e uffici. Dietro a ogni sua collezione c’è molto di più: una visione della qualità fondata sull’artigianalità italiana, sul valore della permanenza e sulla volontà di costruire una nuova eredità culturale nel panorama internazionale dell’ultra-lusso. In questa conversazione, Brett Johnson racconta la sua idea di stile, il rapporto con il made in Italy e l’ambizione di creare una maison capace di lasciare un segno nella storia della moda contemporanea.
La Costiera Amalfitana è stata la principale fonte d’ispirazione per la Primavera-estate 2027. Quali emozioni o immagini desiderava tradurre in questa collezione?
«La Costiera ha qualcosa di magnetico, un luogo sospeso tra mare e roccia, dove la luce scolpisce le superfici, i colori si fondono con il paesaggio e il tempo sembra seguire un ritmo diverso. Ho voluto evocare la naturale eleganza del territorio sia attraverso i colori sia i materiali e le costruzioni. Ho scelto per questo il bianco della calce, le sfumature minerali della sabbia, l’acquamarina del mare, il verde salvia della vegetazione costiera. Ho voluto utilizzare lini superfini, cotoni mercerizzati, blend di seta e cotone, suede impalpabili e pelli ultraleggere, molto confortevoli. Anche il tailoring segue questa filosofia: le forme sono leggere, le strutture morbide e rilassate. Giacche destrutturate, pantaloni fluidi, bermuda sartoriali, overshit. Questa collezione racchiude un equilibrio perfetto tra eleganza disinvolta, artigianalità ed energia vibrante».
Nelle sue collezioni il concetto di «lusso silenzioso» emerge con grande forza. Come definirebbe oggi il vero lusso in un’epoca dominata dalla velocità e dall’ostentazione?
«Credo che oggi il vero lusso sia avere il tempo e la libertà di fare le cose nel modo giusto. Quando acquisti qualcosa, dovresti sapere che è stato prodotto con cura, con materiali straordinari e da artigiani capaci di valorizzare i capi. Questo, per me, è il lusso. In un mondo che corre sempre più veloce e premia l’ostentazione, penso che le persone sentano il bisogno di qualcosa di più autentico. Un abito non dovrebbe gridare per essere notato: dovrebbe parlare attraverso la sua costruzione, il comfort e il modo in cui ti fa sentire quando lo indossi. Il lusso è anche correttezza. È offrire il miglior prodotto possibile, realizzato con rispetto per chi lo crea e a un prezzo che rifletta il suo vero valore. Non mi interessa il lusso come simbolo di status. Mi interessa creare capi destinati a durare».
Lei lavora esclusivamente con manifatture d’eccellenza in Toscana e Umbria. Che cosa ha imparato dagli artigiani italiani e in che modo questa esperienza ha influenzato la sua visione creativa?
«Gli artigiani italiani mi hanno insegnato prima di tutto il rispetto. Rispetto per il materiale, per il tempo necessario a realizzare qualcosa bene e per un sapere che si tramanda da generazioni. Quando ho iniziato, non avevo una formazione tradizionale nella moda: ho imparato osservando, facendo domande e lavorando ogni giorno al loro fianco. È stata un’esperienza che ha cambiato completamente il mio modo di pensare il design. Oggi, quando sviluppo una collezione, non parto solo da un’idea estetica, ma da ciò che una manifattura è realmente in grado di esprimere al massimo livello. Credo che il miglior design nasca proprio da questo dialogo continuo tra creatività e artigianalità. L’Italia mi ha insegnato che l’eccellenza non è mai il risultato di una scorciatoia. È disciplina, pazienza e attenzione ai dettagli. Lavorare con le manifatture in Toscana e in Umbria significa confrontarsi ogni giorno con persone che fanno questo mestiere da tutta la vita e che hanno un livello di competenza incredibile. Il mio ruolo è valorizzare quel patrimonio di conoscenze e trasformarlo in qualcosa di contemporaneo».
La ricerca delle materie prime è un elemento centrale del suo lavoro. Quando seleziona una pelle o un tessuto, quali caratteristiche cerca per capire se quel materiale è davvero straordinario?
«La prima cosa che cerco è il carattere. Un materiale straordinario non deve solo essere bello da vedere, deve trasmettere qualcosa già al primo contatto. Mi interessa la mano del tessuto, il modo in cui cade sul corpo, come reagisce al movimento e, soprattutto, come evolve nel tempo. Mi interessa capire se possiede un’autenticità che il cliente percepirà anche tra dieci anni. I materiali migliori hanno una qualità quasi silenziosa. Dietro una pelle o un tessuto ci sono persone, competenze e decenni di esperienza. Non acquisto semplicemente una materia prima: scelgo di lavorare con aziende che condividono i miei stessi valori. Se un materiale è eccellente ma nasce da una filiera che non rispetta le persone o il territorio, per me perde immediatamente gran parte del suo valore. La qualità non può essere separata dall’integrità».
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Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
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(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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