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2021-01-01
Il caccia europeo Tempest avanza, l’Italia è ferma
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Nei primi giorni di dicembre la componente spagnola di Airbus ha firmato il contratto quadro per poter partecipare alla fase dimostrativa del progetto Future Combat Air System (Fcas), ovvero il caccia di nuova generazione che dopo il 2030 dovrebbe sostituire l'Eurofighter Typhoon. Il coinvolgimento degli spagnoli, seppur atteso, di fatto rafforza il ruolo del colosso aerospaziale di Tolosa trasformandolo nel maggior appaltatore nell'ambito del futuro programma di difesa europeo, superando per dimensioni il gruppo di lavoro del concorrente Tempest formato da tra Bae, Mbda, Leonardo, AvioAero, Rolls-Royce, Gkn e Saab. Programma per il quale noi italiani avremmo dovuto stanziare fondi per poter quantificare la nostra partecipazione e le nostre commesse, decisione rimandata continuamente con non poco imbarazzo da parte delle aziende che invece stanno ghiò lavorando ai concetti del nuovo aereo. Ora il contratto spagnolo completa un processo iniziato dieci mesi fa e copre il lavoro iniziale sullo sviluppo dei dimostratori del programma e sulla maturazione di tecnologie all'avanguardia, con l'ambizione di iniziare i test di volo dimostrativi dei prototipi nella seconda metà del 2026. Alberto Gutiérrez, presidente di Airbus Spain, ha dichiarato: «Questa firma si basa sul ruolo riconosciuto di Airbus come principale appaltatore aerospaziale e della difesa in Spagna e garantisce che possiamo supportare i migliori interessi nazionali contribuendo con le nostre comprovate capacità di progettazione, industriali e tecniche, nonché la nostra esperienza in programmi sovrani europei di successo».
Sul fronte franco-tedesco-spagnolo da questo momento può partire anche la valutazione dei risultati dell'iniziativa annunciata e finanziata nell'aprile 2020 dal Ministero della Difesa di Berlino e definita «Innovations for Fcas» che mirava a coinvolgere nel progetto e nello sviluppo del sistema d'arma attori non tradizionali della Difesa tra i quali startup, piccole e medie imprese e istituti di ricerca. Ma tutti rigorosamente teutonici.
Dirk Hoke, ceo di Airbus difesa e spazio, ha recentemente spiegato: «L'iniziativa mostra che Fcas non è paragonabile ai precedenti progetti. Implementando il numero di soggetti giovani e innovativi, alcuni dei quali non sono mai stati in contatto con il settore della difesa, ci assicuriamo di sfruttare tutte le competenze disponibili per un programma high-tech rivoluzionario; lo Fcas promuoverà anche le ricadute tecnologiche tra il mondo militare e quello civile. La nostra ambizione è portare avanti l'iniziativa a partire dal 2021 rendendola una pietra miliare della strategia di innovazione». Finora, durante la fase pilota, sono stati sviluppati 14 progetti che coprono l'intera gamma di elementi che compongono lo Fcas: il cloud da combattimento, la connettività, le caratteristiche dei caccia di nuova generazione, il controllo remoto, i sistema complessi e i sensori di ultima generazione. Per realizzarli e declinarli verso l'impiego militare gli ingegneri Airbus hanno lavorato a stretto contatto con le Pmi e le startup costruendo, per esempio, un prototipo di drone, già approvato per test di volo, che viene portato in quota da un aereo da trasporto A-400M. Lo hanno fatto coinvolgendo la Geradts GmbH per il lanciatore e SFL GmbH di Stoccarda per l'integrazione, entrambe supportate dal centro di ricerche aerospaziali Dlr. Un approccio di progettazione e sviluppo agile ha consentito la prototipazione rapida e la disponibilità al volo in soli 6 mesi. Parallelamente è stato realizzato un dimostratore di servizi cloud sicuri per la Difesa che si basa sul trasferimento di sistemi operativi protetti in un ambiente remoto, esperimento fatto dalla Kernkonzept di Dresda insieme con Airbus Cyber Security. Le due realtà hanno dimostrato come anche il cloud possa essere utilizzato ai massimi requisiti di sicurezza per uso governativo. In arrivo c'è anche un dimostratore di intelligenza artificiale applicata all'analisi delle radiofrequenze progettato dalla Hellsicht GmbH di Monaco, che ha addestrato i propri algoritmi su quantità di dati forniti da Airbus, consentendo una capacità unica di rilevamento in tempo reale delle «impronte digitali» di determinate emissioni come i radar. Di fatto la capacità di riconoscere una minaccia dalle sue emissioni radio è tra le più efficaci per mantenere la supremazia in campo della difesa aerea e navale. Come grandi programmi di difesa europea per i prossimi decenni, lo Fcas e il Tempest mirano a incoraggiare l'innovazione tecnologica fino all'utilizzo di soluzioni dirompenti come l'intelligenza artificiale, il lavoro coordinato di un velivolo pilotato insieme con mezzi senza pilota e altro ancora. Per questi motivi è importante che l'Italia resti tra i protagonisti del programma, definendo una volta per tutte l'investimento iniziale anche dopo l'accordo che il Regno Unito ha ottenuto con Bruxelles riguardo la Brexit.
Anche su questo tema era incentrato il colloquio avvenuto all'inizio di dicembre tra il ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il suo collega inglese Ben Wallace, durante il quale l'italiano ha ribadito di voler comunque intensificare ulteriormente la cooperazione bilaterale, ma includendo oltre al Tempest anche le situazioni della Libia e del Mediterraneo. Come fossero più urgenti o pressanti e non, invece, tre temi certo differenti ma di assoluta attualità e urgenza.
In quella occasione Guerini aveva detto: «Il progetto Tempest è di estremo valore strategico e può risultare determinante nel ridefinire a livello europeo e globale i futuri equilibri delle capacità militari e industriali nel settore aerospaziale (...) è essenziale che la cooperazione tra i nostri Paesi possa fare affidamento su un modello di collaborazione industriale tale da garantire la bilanciata condivisione delle tecnologie e del know-how, quale virtuosa innovazione delle esperienze maturate nell'ambito di altri programmi comuni».
Parole importanti ma di fatto perfette per temporeggiare, come dimostra il fatto che nel Documento programmatico pluriennale della Difesa per il triennio 2020-2022 pubblicato in autunno non appare alcuna cifra per il finanziamento del Tempest, mentre il peso del programma Fcas in seno alle nazioni più influenti dell'Unione è ormai tale che il fatto di essere nella squadra «avversaria» pone evidentemente il Governo in imbarazzo, poiché si troverebbe a finanziare la progettazione di un'arma e anche di una manovra non certo considerata europeista.
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Per l'aereo di sesta generazione, la Spagna si schiera con Airbus per lo Fcas, il progetto condiviso con la Germania, ma Roma ancora non finanzia il programma concorrente fatto con inglesi e svedesi. Cresce l'imbarazzo mentre la Difesa prende tempo. E rischiamo di essere fuori da entrambi i progetti senza sviluppare nuove tecnologie.Nei primi giorni di dicembre la componente spagnola di Airbus ha firmato il contratto quadro per poter partecipare alla fase dimostrativa del progetto Future Combat Air System (Fcas), ovvero il caccia di nuova generazione che dopo il 2030 dovrebbe sostituire l'Eurofighter Typhoon. Il coinvolgimento degli spagnoli, seppur atteso, di fatto rafforza il ruolo del colosso aerospaziale di Tolosa trasformandolo nel maggior appaltatore nell'ambito del futuro programma di difesa europeo, superando per dimensioni il gruppo di lavoro del concorrente Tempest formato da tra Bae, Mbda, Leonardo, AvioAero, Rolls-Royce, Gkn e Saab. Programma per il quale noi italiani avremmo dovuto stanziare fondi per poter quantificare la nostra partecipazione e le nostre commesse, decisione rimandata continuamente con non poco imbarazzo da parte delle aziende che invece stanno ghiò lavorando ai concetti del nuovo aereo. Ora il contratto spagnolo completa un processo iniziato dieci mesi fa e copre il lavoro iniziale sullo sviluppo dei dimostratori del programma e sulla maturazione di tecnologie all'avanguardia, con l'ambizione di iniziare i test di volo dimostrativi dei prototipi nella seconda metà del 2026. Alberto Gutiérrez, presidente di Airbus Spain, ha dichiarato: «Questa firma si basa sul ruolo riconosciuto di Airbus come principale appaltatore aerospaziale e della difesa in Spagna e garantisce che possiamo supportare i migliori interessi nazionali contribuendo con le nostre comprovate capacità di progettazione, industriali e tecniche, nonché la nostra esperienza in programmi sovrani europei di successo».Sul fronte franco-tedesco-spagnolo da questo momento può partire anche la valutazione dei risultati dell'iniziativa annunciata e finanziata nell'aprile 2020 dal Ministero della Difesa di Berlino e definita «Innovations for Fcas» che mirava a coinvolgere nel progetto e nello sviluppo del sistema d'arma attori non tradizionali della Difesa tra i quali startup, piccole e medie imprese e istituti di ricerca. Ma tutti rigorosamente teutonici.Dirk Hoke, ceo di Airbus difesa e spazio, ha recentemente spiegato: «L'iniziativa mostra che Fcas non è paragonabile ai precedenti progetti. Implementando il numero di soggetti giovani e innovativi, alcuni dei quali non sono mai stati in contatto con il settore della difesa, ci assicuriamo di sfruttare tutte le competenze disponibili per un programma high-tech rivoluzionario; lo Fcas promuoverà anche le ricadute tecnologiche tra il mondo militare e quello civile. La nostra ambizione è portare avanti l'iniziativa a partire dal 2021 rendendola una pietra miliare della strategia di innovazione». Finora, durante la fase pilota, sono stati sviluppati 14 progetti che coprono l'intera gamma di elementi che compongono lo Fcas: il cloud da combattimento, la connettività, le caratteristiche dei caccia di nuova generazione, il controllo remoto, i sistema complessi e i sensori di ultima generazione. Per realizzarli e declinarli verso l'impiego militare gli ingegneri Airbus hanno lavorato a stretto contatto con le Pmi e le startup costruendo, per esempio, un prototipo di drone, già approvato per test di volo, che viene portato in quota da un aereo da trasporto A-400M. Lo hanno fatto coinvolgendo la Geradts GmbH per il lanciatore e SFL GmbH di Stoccarda per l'integrazione, entrambe supportate dal centro di ricerche aerospaziali Dlr. Un approccio di progettazione e sviluppo agile ha consentito la prototipazione rapida e la disponibilità al volo in soli 6 mesi. Parallelamente è stato realizzato un dimostratore di servizi cloud sicuri per la Difesa che si basa sul trasferimento di sistemi operativi protetti in un ambiente remoto, esperimento fatto dalla Kernkonzept di Dresda insieme con Airbus Cyber Security. Le due realtà hanno dimostrato come anche il cloud possa essere utilizzato ai massimi requisiti di sicurezza per uso governativo. In arrivo c'è anche un dimostratore di intelligenza artificiale applicata all'analisi delle radiofrequenze progettato dalla Hellsicht GmbH di Monaco, che ha addestrato i propri algoritmi su quantità di dati forniti da Airbus, consentendo una capacità unica di rilevamento in tempo reale delle «impronte digitali» di determinate emissioni come i radar. Di fatto la capacità di riconoscere una minaccia dalle sue emissioni radio è tra le più efficaci per mantenere la supremazia in campo della difesa aerea e navale. Come grandi programmi di difesa europea per i prossimi decenni, lo Fcas e il Tempest mirano a incoraggiare l'innovazione tecnologica fino all'utilizzo di soluzioni dirompenti come l'intelligenza artificiale, il lavoro coordinato di un velivolo pilotato insieme con mezzi senza pilota e altro ancora. Per questi motivi è importante che l'Italia resti tra i protagonisti del programma, definendo una volta per tutte l'investimento iniziale anche dopo l'accordo che il Regno Unito ha ottenuto con Bruxelles riguardo la Brexit.Anche su questo tema era incentrato il colloquio avvenuto all'inizio di dicembre tra il ministro della Difesa Lorenzo Guerini e il suo collega inglese Ben Wallace, durante il quale l'italiano ha ribadito di voler comunque intensificare ulteriormente la cooperazione bilaterale, ma includendo oltre al Tempest anche le situazioni della Libia e del Mediterraneo. Come fossero più urgenti o pressanti e non, invece, tre temi certo differenti ma di assoluta attualità e urgenza.In quella occasione Guerini aveva detto: «Il progetto Tempest è di estremo valore strategico e può risultare determinante nel ridefinire a livello europeo e globale i futuri equilibri delle capacità militari e industriali nel settore aerospaziale (...) è essenziale che la cooperazione tra i nostri Paesi possa fare affidamento su un modello di collaborazione industriale tale da garantire la bilanciata condivisione delle tecnologie e del know-how, quale virtuosa innovazione delle esperienze maturate nell'ambito di altri programmi comuni».Parole importanti ma di fatto perfette per temporeggiare, come dimostra il fatto che nel Documento programmatico pluriennale della Difesa per il triennio 2020-2022 pubblicato in autunno non appare alcuna cifra per il finanziamento del Tempest, mentre il peso del programma Fcas in seno alle nazioni più influenti dell'Unione è ormai tale che il fatto di essere nella squadra «avversaria» pone evidentemente il Governo in imbarazzo, poiché si troverebbe a finanziare la progettazione di un'arma e anche di una manovra non certo considerata europeista.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara