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2022-02-12
Idroelettrico e carbone contro i rincari
Non v’è talk show oggigiorno che non tocchi l’argomento dell’aumento delle bollette energetiche. La cosa straordinaria è che tutti i conduttori cadono dalle nuvole. L’ultima che ho sentito è la brava Barbara Palombelli su Rete 4. Anche lei chiedeva all’intervistato pronunciando parole del tipo: ma come mai... ma chi se l’aspettava... così all’improvviso... Peccato che lo chiedesse a Maria Rita Gismondo, che è una brava virologa - cui con piacere porgiamo gli auguri di buon compleanno per l’imminente 18 febbraio - ma che, proprio perché è brava, ha risposto dicendo che della questione nulla sa. In effetti, per qualche misteriosa ragione, in questi programmi, sull’argomento chiedono lumi a tutti fuorché a qualcuno che abbia un minimo di competenza. Quest’ultima, però, pur necessaria, non è sufficiente: se il «competente» è in conflitto d’interessi, le sue risposte non servono.
sole e vento
Per capire l’origine delle elevate bollette elettriche bisogna comprendere un punto fondamentale, e cioè che l’umanità sa produrre energia elettrica in modo efficiente ed efficace con due sole tecnologie (che chiamerò convenzionali): l’idroelettrico e il termoelettrico. Le fonti di quest’ultimo sono: nucleare, carbone, gas naturale e petrolio (in misura minore, quasi irrisoria, biomassa, rifiuti solidi urbani, e geotermico). È vero che possiamo produrre elettricità anche con l’eolico e con il fotovoltaico (chiamerò queste tecnologie non convenzionali), ma è elettricità, per così dire, di bassa qualità, perché è erogata a piacimento del sole e del vento, e non a piacimento nostro. Questa è una circostanza con importanti implicazioni economiche, e cioè: se il nostro Paese avesse bisogno, che so, di 50 gigawatt elettrici di picco, dovremmo comunque avere 50 gigawatt convenzionali, e questo anche se gli impianti non convenzionali fossero gratis! L’immediata conseguenza di questa cosa è una e una sola: gli impianti non convenzionali sono pressoché inutili.
Siccome poi non sono gratis ma costano un occhio della testa, essi sono anche economicamente dannosi. Per esempio, in Italia sono installati quasi 32 gigawatt non convenzionali (11 di eolico e 21 di fotovoltaico) che però, appunto per la loro intermittenza, producono meno di 5 gigawatt elettrici. Le tecnologie sono quindi farlocche, e nessuno ci investirebbe un centesimo se non un governo che può farlo solo con la forza della legge e con il denaro che non è suo ma di noi cittadini. Gli incentivi statali a queste tecnologie si attestano a oltre 8 miliardi di euro ogni anno. Dai telegiornali di questi giorni apprendiamo che Mario Draghi sarebbe alla ricerca di una tantum di 4 miliardi per frenare l’ascesa delle bollette. Se solo cancellasse questi 8 miliardi (che non sono una tantum ma ogni anno) otterrebbe già un risultato. Ma il suo ministro Roberto Cingolani non sembra capire queste cose, visto che avrebbe dichiarato di avere in programma l’installazione di altri impianti farlocchi al largo delle nostre coste (una ubicazione, questa, che come minimo raddoppia il già elevato costo di questi impianti).
Insomma, il primo passo per la riduzione delle bollette è mettere la pietra tombale su eolico e fotovoltaico. Il secondo è riequilibrare il contributo tra le fonti convenzionali. Il contributo dell’idroelettrico è al 17% del fabbisogno grazie al lodevole impegno delle generazioni che avrebbero rubato il futuro ai «Gretini». I quali, oggigiorno al potere, hanno ben pensato di bloccare gli impianti idroelettrici di grossa taglia. Penso a un progetto di collaborazione Italia-Svizzera per un grosso impianto in Val Engadina inutilmente fermo da quasi 20 anni e sul quale anche questo governo non batte alcun colpo. Rimangono nucleare, carbone e gas. La scelta scellerata di inibirci il nucleare è certamente un’altra causa delle nostre elevate bollette. Purtroppo, un eventuale ripensamento, anche oggi stesso, non potrà incidere sul problema del momento.
Un’altra scelleratezza è stata la riduzione dell’uso del carbone (dieci anni fa contribuiva per il 17% al nostro fabbisogno elettrico, oggi per il 5%). È, questo, un combustibile economico, facilmente trasportabile e competitivo, e farebbe da calmiere al prezzo del gas, l’unico dei convenzionali da cui dipendiamo e al quale ci siamo legati mani e piedi (e non solo per il fabbisogno elettrico ma anche per il riscaldamento). Non bisogna essere dei geni in economia per comprendere che questa dipendenza da un’unica fonte ci rende estremamente vulnerabili.
Insomma, fra le sovvenzioni alle farlocche non convenzionali, lo stallo dell’idroelettrico, l’inesistenza dell’elettronucleare (peggio, ne abbiamo fatto un altro bene d’importazione), con l’uso del carbone in via d’estinzione e con l’esserci messi alla mercé di un solo combustibile - il gas - chi mostra di cadere dalle nuvole, fa pensare che cada dalle nuvole di un altro mondo.
Rateizzazione
In ogni caso, parlare a vanvera sembra lo sport favorito. C’è chi chiede la rateizzazione delle bollette, che però son già rateizzate. Chi invoca il nucleare di IV generazione, che però non esiste. Chi invoca la fusione nucleare, che però esiste ancora meno, a dispetto di alcuni annunci sensazionalistici recenti che nulla aggiungono al pio desiderio di sempre. Nell’immediato, le cose da fare sulla generazione elettrica son tre:
1 ) cancellare le sovvenzioni a eolico e fotovoltaico;
2 ) abolire i certificati sulle emissioni di CO2;
3 ) favorire al massimo il carbone rispetto al gas.
Nel lungo termine e per il beneficio delle generazioni future:
1 ) installare impianti nucleari di III generazione;
2 ) ridurre al minimo, 5-10%, l’uso del gas (questo va riservato all’autotrazione) a favore del carbone.
La benzina supera i 2 euro al litro «Accise da ridurre di 20 centesimi»
Mai così alta da 40 anni l’inflazione negli Stati Uniti: a gennaio i prezzi al consumo sono saliti al +7,5% sull’anno dal +7% di dicembre, ai massimi dal 1982. Si tratta di un dato superiore alle attese degli analisti, che stimavano una crescita del 7,3%; su base mensile l’inflazione è ferma al +0,6% come a dicembre, contro un’attesa del +0,5%. Anche Oltreoceano il dato riflette la corsa dei prezzi di cibo, elettricità e alloggi. In Germania, invece, l’inflazione a gennaio è salita del +4,9%, contro il +5,3% di dicembre: il tasso, ha spiegato il presidente dell’istituto nazionale di statistica Destatis, «si è leggermente indebolito a gennaio dopo aver raggiunto il livello più alto in quasi 30 anni a dicembre. Tuttavia, rimane a un livello elevato».
Sul tema è intervenuta anche Christine Lagarde, presidente della Bce, che continua a parlare di un possibile rallentamento dell’inflazione nei prossimi mesi nonostante abbia dovuto ammettere il balzo in corso. «I prezzi elevati dell’energia non sono un fenomeno temporaneo; saranno con noi per un po’ di tempo a venire. Ma il livello dei prezzi è già molto alto», ha spiegato il numero uno dell’Eurotower in un’intervista, «Il prezzo del petrolio è passato da meno di 20 euro nell’aprile 2020 a 90 euro al barile ed è altamente improbabile che continui a salire a quel ritmo. Quindi, anche solo per questo motivo, l’inflazione rallenterà». Tuttavia, il livello generale dei prezzi «rimarrà relativamente alto nei prossimi mesi. Dobbiamo analizzare attentamente in che modo gli alti prezzi dell’energia stanno influenzando altri prezzi. L’energia costosa fa salire il costo dei fertilizzanti, i fertilizzanti costosi fanno salire il prezzo del cibo e così via», ha spiegato il presidente della Bce aggiungendo: «Agiremo se necessario, ma tutte le nostre mosse dovranno essere graduali. Se adesso agissimo in modo precipitoso, la ripresa economica potrebbe risentirne e potremmo mettere a rischio posti di lavoro».
Sulla stessa linea il presidente del Consiglio Mario Draghi, che nella conferenza stampa in cui ha annunciato il nuovo decreto per affrontare i rincari di elettricità e il gas ha commentato: «Sull’inflazione la Bce e la Banca d’Italia sono le istituzioni più accreditate per fare previsioni. E le previsioni danno un’inflazione alta e crescente ancora per un po’, che poi inizia a calare nel corso di quest’anno. Questo spiega la cautela con la quale la Bce si è mossa». Per Draghi «l’inflazione non va sottovalutata perché riduce il potere d’acquisto delle famiglie»: l’aumento dei prezzi, insieme al caro energia, per il premier fa parte dei rischi che minacciano la crescita.
Su questo fronte non va sottovalutato il caro carburanti, con la benzina che è arrivata a superare i 2 euro al litro. «Bene che il governo sia consapevole di questi rischi, ma allora devono seguire subito i fatti. Il rincaro della benzina, salita del 5,8% in meno di un mese e mezzo, non è nemmeno nell’agenda del governo, mentre sarebbe fondamentale ridurre le accise di almeno 20 centesimi per calmierare l’inflazione», ha fatto notare Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. «Il caro carburanti, infatti, oltre agli effetti diretti sulle tasche degli automobilisti e dei camionisti, con il gasolio salito del 6,6% solo nel corso del 2022, produce effetti indiretti sul rialzo dei prezzi di tutti i beni trasportati su gomma. Anche per questo stanno esplodendo i prezzi dei prodotti alimentari, che passano dal +2,8% tendenziale di dicembre al +4% di gennaio».
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Riduci
Per rallentare l’inflazione occorrerebbe abolire i certificati sulla CO2, eliminare gli incentivi a eolico e fotovoltaico, limitare il gas e, sul medio periodo, puntare sul nucleare. Peccato che nessuno affronti i veri nodi: si preferisce cascare dalle nuvole a ogni crisi.Caro benzina: appello al governo dell’Unione consumatori. Usa, carovita a livelli record da 40 anni.Lo speciale contiene due articoli.Non v’è talk show oggigiorno che non tocchi l’argomento dell’aumento delle bollette energetiche. La cosa straordinaria è che tutti i conduttori cadono dalle nuvole. L’ultima che ho sentito è la brava Barbara Palombelli su Rete 4. Anche lei chiedeva all’intervistato pronunciando parole del tipo: ma come mai... ma chi se l’aspettava... così all’improvviso... Peccato che lo chiedesse a Maria Rita Gismondo, che è una brava virologa - cui con piacere porgiamo gli auguri di buon compleanno per l’imminente 18 febbraio - ma che, proprio perché è brava, ha risposto dicendo che della questione nulla sa. In effetti, per qualche misteriosa ragione, in questi programmi, sull’argomento chiedono lumi a tutti fuorché a qualcuno che abbia un minimo di competenza. Quest’ultima, però, pur necessaria, non è sufficiente: se il «competente» è in conflitto d’interessi, le sue risposte non servono.sole e ventoPer capire l’origine delle elevate bollette elettriche bisogna comprendere un punto fondamentale, e cioè che l’umanità sa produrre energia elettrica in modo efficiente ed efficace con due sole tecnologie (che chiamerò convenzionali): l’idroelettrico e il termoelettrico. Le fonti di quest’ultimo sono: nucleare, carbone, gas naturale e petrolio (in misura minore, quasi irrisoria, biomassa, rifiuti solidi urbani, e geotermico). È vero che possiamo produrre elettricità anche con l’eolico e con il fotovoltaico (chiamerò queste tecnologie non convenzionali), ma è elettricità, per così dire, di bassa qualità, perché è erogata a piacimento del sole e del vento, e non a piacimento nostro. Questa è una circostanza con importanti implicazioni economiche, e cioè: se il nostro Paese avesse bisogno, che so, di 50 gigawatt elettrici di picco, dovremmo comunque avere 50 gigawatt convenzionali, e questo anche se gli impianti non convenzionali fossero gratis! L’immediata conseguenza di questa cosa è una e una sola: gli impianti non convenzionali sono pressoché inutili. Siccome poi non sono gratis ma costano un occhio della testa, essi sono anche economicamente dannosi. Per esempio, in Italia sono installati quasi 32 gigawatt non convenzionali (11 di eolico e 21 di fotovoltaico) che però, appunto per la loro intermittenza, producono meno di 5 gigawatt elettrici. Le tecnologie sono quindi farlocche, e nessuno ci investirebbe un centesimo se non un governo che può farlo solo con la forza della legge e con il denaro che non è suo ma di noi cittadini. Gli incentivi statali a queste tecnologie si attestano a oltre 8 miliardi di euro ogni anno. Dai telegiornali di questi giorni apprendiamo che Mario Draghi sarebbe alla ricerca di una tantum di 4 miliardi per frenare l’ascesa delle bollette. Se solo cancellasse questi 8 miliardi (che non sono una tantum ma ogni anno) otterrebbe già un risultato. Ma il suo ministro Roberto Cingolani non sembra capire queste cose, visto che avrebbe dichiarato di avere in programma l’installazione di altri impianti farlocchi al largo delle nostre coste (una ubicazione, questa, che come minimo raddoppia il già elevato costo di questi impianti). Insomma, il primo passo per la riduzione delle bollette è mettere la pietra tombale su eolico e fotovoltaico. Il secondo è riequilibrare il contributo tra le fonti convenzionali. Il contributo dell’idroelettrico è al 17% del fabbisogno grazie al lodevole impegno delle generazioni che avrebbero rubato il futuro ai «Gretini». I quali, oggigiorno al potere, hanno ben pensato di bloccare gli impianti idroelettrici di grossa taglia. Penso a un progetto di collaborazione Italia-Svizzera per un grosso impianto in Val Engadina inutilmente fermo da quasi 20 anni e sul quale anche questo governo non batte alcun colpo. Rimangono nucleare, carbone e gas. La scelta scellerata di inibirci il nucleare è certamente un’altra causa delle nostre elevate bollette. Purtroppo, un eventuale ripensamento, anche oggi stesso, non potrà incidere sul problema del momento. Un’altra scelleratezza è stata la riduzione dell’uso del carbone (dieci anni fa contribuiva per il 17% al nostro fabbisogno elettrico, oggi per il 5%). È, questo, un combustibile economico, facilmente trasportabile e competitivo, e farebbe da calmiere al prezzo del gas, l’unico dei convenzionali da cui dipendiamo e al quale ci siamo legati mani e piedi (e non solo per il fabbisogno elettrico ma anche per il riscaldamento). Non bisogna essere dei geni in economia per comprendere che questa dipendenza da un’unica fonte ci rende estremamente vulnerabili.Insomma, fra le sovvenzioni alle farlocche non convenzionali, lo stallo dell’idroelettrico, l’inesistenza dell’elettronucleare (peggio, ne abbiamo fatto un altro bene d’importazione), con l’uso del carbone in via d’estinzione e con l’esserci messi alla mercé di un solo combustibile - il gas - chi mostra di cadere dalle nuvole, fa pensare che cada dalle nuvole di un altro mondo. RateizzazioneIn ogni caso, parlare a vanvera sembra lo sport favorito. C’è chi chiede la rateizzazione delle bollette, che però son già rateizzate. Chi invoca il nucleare di IV generazione, che però non esiste. Chi invoca la fusione nucleare, che però esiste ancora meno, a dispetto di alcuni annunci sensazionalistici recenti che nulla aggiungono al pio desiderio di sempre. Nell’immediato, le cose da fare sulla generazione elettrica son tre: 1 ) cancellare le sovvenzioni a eolico e fotovoltaico; 2 ) abolire i certificati sulle emissioni di CO2; 3 ) favorire al massimo il carbone rispetto al gas. Nel lungo termine e per il beneficio delle generazioni future: 1 ) installare impianti nucleari di III generazione;2 ) ridurre al minimo, 5-10%, l’uso del gas (questo va riservato all’autotrazione) a favore del carbone.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/idroelettrico-e-carbone-contro-i-rincari-2656641926.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-benzina-supera-i-2-euro-al-litro-accise-da-ridurre-di-20-centesimi" data-post-id="2656641926" data-published-at="1644655244" data-use-pagination="False"> La benzina supera i 2 euro al litro «Accise da ridurre di 20 centesimi» Mai così alta da 40 anni l’inflazione negli Stati Uniti: a gennaio i prezzi al consumo sono saliti al +7,5% sull’anno dal +7% di dicembre, ai massimi dal 1982. Si tratta di un dato superiore alle attese degli analisti, che stimavano una crescita del 7,3%; su base mensile l’inflazione è ferma al +0,6% come a dicembre, contro un’attesa del +0,5%. Anche Oltreoceano il dato riflette la corsa dei prezzi di cibo, elettricità e alloggi. In Germania, invece, l’inflazione a gennaio è salita del +4,9%, contro il +5,3% di dicembre: il tasso, ha spiegato il presidente dell’istituto nazionale di statistica Destatis, «si è leggermente indebolito a gennaio dopo aver raggiunto il livello più alto in quasi 30 anni a dicembre. Tuttavia, rimane a un livello elevato». Sul tema è intervenuta anche Christine Lagarde, presidente della Bce, che continua a parlare di un possibile rallentamento dell’inflazione nei prossimi mesi nonostante abbia dovuto ammettere il balzo in corso. «I prezzi elevati dell’energia non sono un fenomeno temporaneo; saranno con noi per un po’ di tempo a venire. Ma il livello dei prezzi è già molto alto», ha spiegato il numero uno dell’Eurotower in un’intervista, «Il prezzo del petrolio è passato da meno di 20 euro nell’aprile 2020 a 90 euro al barile ed è altamente improbabile che continui a salire a quel ritmo. Quindi, anche solo per questo motivo, l’inflazione rallenterà». Tuttavia, il livello generale dei prezzi «rimarrà relativamente alto nei prossimi mesi. Dobbiamo analizzare attentamente in che modo gli alti prezzi dell’energia stanno influenzando altri prezzi. L’energia costosa fa salire il costo dei fertilizzanti, i fertilizzanti costosi fanno salire il prezzo del cibo e così via», ha spiegato il presidente della Bce aggiungendo: «Agiremo se necessario, ma tutte le nostre mosse dovranno essere graduali. Se adesso agissimo in modo precipitoso, la ripresa economica potrebbe risentirne e potremmo mettere a rischio posti di lavoro». Sulla stessa linea il presidente del Consiglio Mario Draghi, che nella conferenza stampa in cui ha annunciato il nuovo decreto per affrontare i rincari di elettricità e il gas ha commentato: «Sull’inflazione la Bce e la Banca d’Italia sono le istituzioni più accreditate per fare previsioni. E le previsioni danno un’inflazione alta e crescente ancora per un po’, che poi inizia a calare nel corso di quest’anno. Questo spiega la cautela con la quale la Bce si è mossa». Per Draghi «l’inflazione non va sottovalutata perché riduce il potere d’acquisto delle famiglie»: l’aumento dei prezzi, insieme al caro energia, per il premier fa parte dei rischi che minacciano la crescita. Su questo fronte non va sottovalutato il caro carburanti, con la benzina che è arrivata a superare i 2 euro al litro. «Bene che il governo sia consapevole di questi rischi, ma allora devono seguire subito i fatti. Il rincaro della benzina, salita del 5,8% in meno di un mese e mezzo, non è nemmeno nell’agenda del governo, mentre sarebbe fondamentale ridurre le accise di almeno 20 centesimi per calmierare l’inflazione», ha fatto notare Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. «Il caro carburanti, infatti, oltre agli effetti diretti sulle tasche degli automobilisti e dei camionisti, con il gasolio salito del 6,6% solo nel corso del 2022, produce effetti indiretti sul rialzo dei prezzi di tutti i beni trasportati su gomma. Anche per questo stanno esplodendo i prezzi dei prodotti alimentari, che passano dal +2,8% tendenziale di dicembre al +4% di gennaio».
Xi Jinping (Ansa)
Dopo una visita sia nel nuovo Centro di studi strategici di Pechino sia presso l’ufficio scenari (Net assessment) del Pentagono nei primi anni Novanta mi convinsi di raccomandare ai miei studenti in International futures (Futuri internazionali, cioè scenaristica) presso la University of Georgia, nei pressi di Atlanta, di studiare il gioco cinese del «Go» oltre che quello degli scacchi, cosa che continuo a fare all’Università G. Marconi, Roma, agli studenti che chiedono metodi per gli scenari di geopolitica. Il primo gioco richiede una capacità di strategia paziente per occupare in modo prevalente, circolare e flessibile uno spazio, derivabile dal pensiero strategico di Sun Tsu. Il secondo richiede una strategia rapida e strutturata per abbattere il re avversario, compatibile con l’idea di vittoria veloce di Carl von Clausewitz. Semplificando, la raccomandazione fu ed è di usare nell’analisi strategica il blitz quando c’erano/ci sono le condizioni di superiorità per farlo e la circolarità di lungo periodo nei casi di inferiorità in attesa di un’inversione.
Pechino mostra di saper usare molto bene le due azioni strategiche in relazione alle condizioni di realtà: nel caso del dominio di Hong Kong, violando gli accordi siglati con Londra nel 1997, ha fatto un blitz; in quello di Taiwan adotta una strategia di dominio nel lungo termine aspettando o la superiorità militare nei confronti degli Stati Uniti oppure un loro cedimento, ricercando ambedue. L’America ha condotto con perfezione un’azione lampo di dominio nei confronti del Venezuela, ma con scopi condizionanti e non sostitutivi del regime, mostrando una postura di minimo sforzo per ottenere il risultato. Buona interpretazione di von Clausewitz in relazione ai vincoli di consenso interno. E sia lo sbarramento geopolitico per contenere il potere cinese nel Pacifico via negazione alla crescente flotta cinese degli spazi marini sia il tentativo di staccare la Russia dalla Cina sono buoni esempi di impiego delle logiche del «Go», ma troppo influenzate dal tradizionale concetto di «contenimento» che implica stallo, ma non soluzione. Sarebbe imprudente pensare che a Pechino non valutino contromosse. E ci sono segni che lo stiano facendo cercando posizioni dove l’America è meno forte.
Pechino ha aumentato il corteggiamento delle nazioni colpite dalla strategia dazista, trasformandola in opportunità di convergenza con le stesse. Ha trovato molteplici aperture negli alleati dell’America è ciò influisce sulla postura di convergenza/divergenza tra Ue e Cina. Nei confronti degli Stati Uniti Pechino impiega tre azioni: a) confronto simmetrico, per esempio la minaccia di blocco delle forniture delle terre rare che ha costretto Washington a ridurre la frizione con Pechino e a varare una strategia (Pax Silica) per prendere il controllo di queste materie, ma con tempi lunghi; b) ridurre al minimo le frizioni dirette con l’America a conduzione Donald Trump; c) ma sostenendo in modi il più nascosti possibile una moltiplicazione dei focolai di guerra o geo-turbolenze per disperdere la forza statunitense, per esempio la sospettata sollecitazione a una parte del regime iraniano di attivare Hamas per attaccare Israele e così ottenere una reazione che impedisse la convergenza di Gerusalemme con le nazioni arabe sunnite. O le forniture indirette di missilistica agli Huthi. Ora questa strategia sta cambiando: aumentando l’azione a) della strategia; ammorbidendo il punto b); e non insistendo troppo sul punto c).
In sintesi, Pechino si contrappone all’America cercando di convincerne gli alleati ad avere relazioni positive, per isolarla, ma dando segnali a Washington di non eccessiva ostilità concreta, pur forte quella verbale. Ciò serve per autotutela nelle contingenze e a ridurre le possibili frizioni con l’Ue scossa dalla relazione problematica con l’America per riuscire a penetrarla di più: nel gioco del Go tra le due potenze la Cina tenta di separare gli europei dall’America, non contrastando (al momento) la sua strategia di trattati commerciali globali, e Washington tenta di staccare la Russia dalla Cina stessa. Ma c’è un cambiamento più profondo a Pechino: la sua economia ha bisogno di sostenere l’export e ciò la costringe a una strategia «buonista», ma sta tentando un colpaccio: generare una moneta elettronica con garanzie solide che sostituisca il dollaro nel lungo termine, ma con benefici rapidi. Probabilmente anche per tale motivo Trump ha scelto un nuovo banchiere centrale credibile e il ministro del Tesoro ha corretto Trump stesso dichiarando che la discesa del dollaro non sarà eccessiva. Ma il dato che mostra volontà e potenziale di dominio globale della Cina è l’accelerazione del riarmo e degli investimenti tecnologici. Solo una riconvergenza forte tra Ue e Stati Uniti potrà mantenere la superiorità dell’alleanza tra democrazie sulla Cina autoritaria per condizionarla. In caso contrario saremo condizionati noi.
www.carlopelanda.com
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Riduci
Con lo slogan globale Safety for Everyone, Honda sta ampliando l'impegno nelle tecnologie avanzate di sicurezza e di assistenza alla guida, iniziative per aumentare la sicurezza e influenzare il comportamento dei conducenti, oltre ad azioni indirizzate a migliorare il sistema della sicurezza stradale attraverso la collaborazione con governi, industria e comunità locali. Tra queste rientrano nuove iniziative come il Proactive Roadway Maintenance System, sviluppato dal 2021.
Durante il progetto pilota, i membri del team ODOT hanno guidato auto Honda equipaggiate con sensori avanzati di visione e LiDAR (Light Detection and Ranging) per monitorare circa 4.800 km di strade nell’Ohio centrale e sud-orientale. I veicoli hanno operato in un’ampia gamma di condizioni, comprendendo diversi tipi di strade in contesti rurali e urbani, condizioni meteorologiche variabili e diversi momenti della giornata. Il sistema ha rilevato le condizioni stradali e le carenze infrastrutturali, fornendo a ODOT informazioni operative concrete tramite l’identificazione di segnali stradali usurati o ostruiti, danni ai guardrail e alle barriere stradali, presenza di buche con dimensioni e posizione, dislivelli delle banchine con profondità relativa, segnaletica orizzontale insufficiente che influisce sul funzionamento di alcune funzioni di assistenza alla guida, come il mantenimento della corsia e in generale la scarsa qualità del manto stradale.
Man mano che i veicoli di prova Honda rilevavano lo stato delle superfici stradali critiche, della segnaletica orizzontale e degli elementi a bordo strada, gli operatori ODOT hanno analizzato le criticità in tempo reale tramite dashboard web sviluppate da Honda e Parsons. ODOT ha utilizzato questi dati per confrontarli con le normali ispezioni visive.
I dati raccolti dai veicoli sono stati elaborati tramite modelli di Edge AI, trasmessi a una piattaforma cloud Honda per l’analisi e integrati nel sistema iNET® Asset Guardian di Parsons.
Ciò ha permesso di implementare una pipeline capace di generare automaticamente ordini di lavoro prioritizzati per i team di manutenzione ODOT. Gli ordini di lavoro possono essere raggruppati per gravità e prossimità, mentre il sistema iNET® Asset Guardian semplifica i flussi di lavoro, migliorando l’efficienza delle operazioni di manutenzione sul campo.
i-Probe ha fornito la validazione dei dati e competenze analitiche per la valutazione della rugosità stradale e delle condizioni della segnaletica orizzontale. L’Università di Cincinnati ha supportato Honda nell’integrazione dei sensori sui veicoli di prova, ha guidato lo sviluppo delle funzionalità di rilevamento dei danni (inclusi buche, guardrail, segnali e dislivelli delle banchine) e ha fornito il servizio di manutenzione del sistema a ODOT durante la fase di sperimentazione.
I risultati hanno confermato che il rilevamento automatizzato tramite il Proactive Roadway Maintenance System ha raggiunto un’elevata accuratezza per segnali, guardrail e dislivelli delle banchine, oltre a garantire un’ottima capacità di individuazione delle buche sulla maggior parte dei tipi di strada: 99% di accuratezza per segnali danneggiati o ostruiti 93% per guardrail danneggiati e 89% nel rilevamento delle buche.
È stata inoltre realizzata una pipeline di feedback basata sull’intelligenza artificiale che ha consentito ai membri del team ODOT di segnalare le rilevazioni errate, permettendo al sistema di apprendere e migliorare nel tempo.
Le analisi condotte hanno mostrato che solo una piccola percentuale presentava una segnaletica orizzontale insufficiente, suggerendo la possibilità di ottimizzare i programmi di ritracciatura. I dati dei sensori dei veicoli hanno inoltre misurato in modo affidabile i livelli di rugosità stradale, fornendo informazioni preziose per la pianificazione della manutenzione. Il Proactive Roadway Maintenance System ha anche individuato dislivelli delle banchine ad alta gravità, difficili da identificare tramite le ispezioni visive di routine, segnalando con successo queste condizioni lungo la rete stradale.
Riducendo la necessità di ispezioni manuali, il sistema migliora la sicurezza delle squadre di manutenzione e ne limita l’esposizione ai rischi del traffico. Il team di progetto stima che il rilevamento automatizzato delle condizioni stradali potrebbe consentire a ODOT un risparmio annuo superiore a 4,5 milioni di dollari, grazie alla riduzione del tempo dedicato alle ispezioni manuali, all’ottimizzazione dei programmi di manutenzione e alla prevenzione di costose riparazioni rinviate tramite controlli proattivi.
Nella fase successiva di test, il team di progetto sta valutando le modalità per scalare il prototipo del Proactive Roadway Maintenance System verso un utilizzo operativo reale. In futuro, Honda mira a consentire ai propri clienti di contribuire a strade più sicure e migliori attraverso la condivisione anonimizzata dei dati dei loro veicoli. Questo approccio orientato alla comunità crea un senso di responsabilità condivisa a livello di gestione della rete stradale, permettendo agli automobilisti di passare dal semplice utilizzo delle strade a un contributo attivo al loro miglioramento.
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