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2022-02-12
Idroelettrico e carbone contro i rincari
Non v’è talk show oggigiorno che non tocchi l’argomento dell’aumento delle bollette energetiche. La cosa straordinaria è che tutti i conduttori cadono dalle nuvole. L’ultima che ho sentito è la brava Barbara Palombelli su Rete 4. Anche lei chiedeva all’intervistato pronunciando parole del tipo: ma come mai... ma chi se l’aspettava... così all’improvviso... Peccato che lo chiedesse a Maria Rita Gismondo, che è una brava virologa - cui con piacere porgiamo gli auguri di buon compleanno per l’imminente 18 febbraio - ma che, proprio perché è brava, ha risposto dicendo che della questione nulla sa. In effetti, per qualche misteriosa ragione, in questi programmi, sull’argomento chiedono lumi a tutti fuorché a qualcuno che abbia un minimo di competenza. Quest’ultima, però, pur necessaria, non è sufficiente: se il «competente» è in conflitto d’interessi, le sue risposte non servono.
sole e vento
Per capire l’origine delle elevate bollette elettriche bisogna comprendere un punto fondamentale, e cioè che l’umanità sa produrre energia elettrica in modo efficiente ed efficace con due sole tecnologie (che chiamerò convenzionali): l’idroelettrico e il termoelettrico. Le fonti di quest’ultimo sono: nucleare, carbone, gas naturale e petrolio (in misura minore, quasi irrisoria, biomassa, rifiuti solidi urbani, e geotermico). È vero che possiamo produrre elettricità anche con l’eolico e con il fotovoltaico (chiamerò queste tecnologie non convenzionali), ma è elettricità, per così dire, di bassa qualità, perché è erogata a piacimento del sole e del vento, e non a piacimento nostro. Questa è una circostanza con importanti implicazioni economiche, e cioè: se il nostro Paese avesse bisogno, che so, di 50 gigawatt elettrici di picco, dovremmo comunque avere 50 gigawatt convenzionali, e questo anche se gli impianti non convenzionali fossero gratis! L’immediata conseguenza di questa cosa è una e una sola: gli impianti non convenzionali sono pressoché inutili.
Siccome poi non sono gratis ma costano un occhio della testa, essi sono anche economicamente dannosi. Per esempio, in Italia sono installati quasi 32 gigawatt non convenzionali (11 di eolico e 21 di fotovoltaico) che però, appunto per la loro intermittenza, producono meno di 5 gigawatt elettrici. Le tecnologie sono quindi farlocche, e nessuno ci investirebbe un centesimo se non un governo che può farlo solo con la forza della legge e con il denaro che non è suo ma di noi cittadini. Gli incentivi statali a queste tecnologie si attestano a oltre 8 miliardi di euro ogni anno. Dai telegiornali di questi giorni apprendiamo che Mario Draghi sarebbe alla ricerca di una tantum di 4 miliardi per frenare l’ascesa delle bollette. Se solo cancellasse questi 8 miliardi (che non sono una tantum ma ogni anno) otterrebbe già un risultato. Ma il suo ministro Roberto Cingolani non sembra capire queste cose, visto che avrebbe dichiarato di avere in programma l’installazione di altri impianti farlocchi al largo delle nostre coste (una ubicazione, questa, che come minimo raddoppia il già elevato costo di questi impianti).
Insomma, il primo passo per la riduzione delle bollette è mettere la pietra tombale su eolico e fotovoltaico. Il secondo è riequilibrare il contributo tra le fonti convenzionali. Il contributo dell’idroelettrico è al 17% del fabbisogno grazie al lodevole impegno delle generazioni che avrebbero rubato il futuro ai «Gretini». I quali, oggigiorno al potere, hanno ben pensato di bloccare gli impianti idroelettrici di grossa taglia. Penso a un progetto di collaborazione Italia-Svizzera per un grosso impianto in Val Engadina inutilmente fermo da quasi 20 anni e sul quale anche questo governo non batte alcun colpo. Rimangono nucleare, carbone e gas. La scelta scellerata di inibirci il nucleare è certamente un’altra causa delle nostre elevate bollette. Purtroppo, un eventuale ripensamento, anche oggi stesso, non potrà incidere sul problema del momento.
Un’altra scelleratezza è stata la riduzione dell’uso del carbone (dieci anni fa contribuiva per il 17% al nostro fabbisogno elettrico, oggi per il 5%). È, questo, un combustibile economico, facilmente trasportabile e competitivo, e farebbe da calmiere al prezzo del gas, l’unico dei convenzionali da cui dipendiamo e al quale ci siamo legati mani e piedi (e non solo per il fabbisogno elettrico ma anche per il riscaldamento). Non bisogna essere dei geni in economia per comprendere che questa dipendenza da un’unica fonte ci rende estremamente vulnerabili.
Insomma, fra le sovvenzioni alle farlocche non convenzionali, lo stallo dell’idroelettrico, l’inesistenza dell’elettronucleare (peggio, ne abbiamo fatto un altro bene d’importazione), con l’uso del carbone in via d’estinzione e con l’esserci messi alla mercé di un solo combustibile - il gas - chi mostra di cadere dalle nuvole, fa pensare che cada dalle nuvole di un altro mondo.
Rateizzazione
In ogni caso, parlare a vanvera sembra lo sport favorito. C’è chi chiede la rateizzazione delle bollette, che però son già rateizzate. Chi invoca il nucleare di IV generazione, che però non esiste. Chi invoca la fusione nucleare, che però esiste ancora meno, a dispetto di alcuni annunci sensazionalistici recenti che nulla aggiungono al pio desiderio di sempre. Nell’immediato, le cose da fare sulla generazione elettrica son tre:
1 ) cancellare le sovvenzioni a eolico e fotovoltaico;
2 ) abolire i certificati sulle emissioni di CO2;
3 ) favorire al massimo il carbone rispetto al gas.
Nel lungo termine e per il beneficio delle generazioni future:
1 ) installare impianti nucleari di III generazione;
2 ) ridurre al minimo, 5-10%, l’uso del gas (questo va riservato all’autotrazione) a favore del carbone.
La benzina supera i 2 euro al litro «Accise da ridurre di 20 centesimi»
Mai così alta da 40 anni l’inflazione negli Stati Uniti: a gennaio i prezzi al consumo sono saliti al +7,5% sull’anno dal +7% di dicembre, ai massimi dal 1982. Si tratta di un dato superiore alle attese degli analisti, che stimavano una crescita del 7,3%; su base mensile l’inflazione è ferma al +0,6% come a dicembre, contro un’attesa del +0,5%. Anche Oltreoceano il dato riflette la corsa dei prezzi di cibo, elettricità e alloggi. In Germania, invece, l’inflazione a gennaio è salita del +4,9%, contro il +5,3% di dicembre: il tasso, ha spiegato il presidente dell’istituto nazionale di statistica Destatis, «si è leggermente indebolito a gennaio dopo aver raggiunto il livello più alto in quasi 30 anni a dicembre. Tuttavia, rimane a un livello elevato».
Sul tema è intervenuta anche Christine Lagarde, presidente della Bce, che continua a parlare di un possibile rallentamento dell’inflazione nei prossimi mesi nonostante abbia dovuto ammettere il balzo in corso. «I prezzi elevati dell’energia non sono un fenomeno temporaneo; saranno con noi per un po’ di tempo a venire. Ma il livello dei prezzi è già molto alto», ha spiegato il numero uno dell’Eurotower in un’intervista, «Il prezzo del petrolio è passato da meno di 20 euro nell’aprile 2020 a 90 euro al barile ed è altamente improbabile che continui a salire a quel ritmo. Quindi, anche solo per questo motivo, l’inflazione rallenterà». Tuttavia, il livello generale dei prezzi «rimarrà relativamente alto nei prossimi mesi. Dobbiamo analizzare attentamente in che modo gli alti prezzi dell’energia stanno influenzando altri prezzi. L’energia costosa fa salire il costo dei fertilizzanti, i fertilizzanti costosi fanno salire il prezzo del cibo e così via», ha spiegato il presidente della Bce aggiungendo: «Agiremo se necessario, ma tutte le nostre mosse dovranno essere graduali. Se adesso agissimo in modo precipitoso, la ripresa economica potrebbe risentirne e potremmo mettere a rischio posti di lavoro».
Sulla stessa linea il presidente del Consiglio Mario Draghi, che nella conferenza stampa in cui ha annunciato il nuovo decreto per affrontare i rincari di elettricità e il gas ha commentato: «Sull’inflazione la Bce e la Banca d’Italia sono le istituzioni più accreditate per fare previsioni. E le previsioni danno un’inflazione alta e crescente ancora per un po’, che poi inizia a calare nel corso di quest’anno. Questo spiega la cautela con la quale la Bce si è mossa». Per Draghi «l’inflazione non va sottovalutata perché riduce il potere d’acquisto delle famiglie»: l’aumento dei prezzi, insieme al caro energia, per il premier fa parte dei rischi che minacciano la crescita.
Su questo fronte non va sottovalutato il caro carburanti, con la benzina che è arrivata a superare i 2 euro al litro. «Bene che il governo sia consapevole di questi rischi, ma allora devono seguire subito i fatti. Il rincaro della benzina, salita del 5,8% in meno di un mese e mezzo, non è nemmeno nell’agenda del governo, mentre sarebbe fondamentale ridurre le accise di almeno 20 centesimi per calmierare l’inflazione», ha fatto notare Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. «Il caro carburanti, infatti, oltre agli effetti diretti sulle tasche degli automobilisti e dei camionisti, con il gasolio salito del 6,6% solo nel corso del 2022, produce effetti indiretti sul rialzo dei prezzi di tutti i beni trasportati su gomma. Anche per questo stanno esplodendo i prezzi dei prodotti alimentari, che passano dal +2,8% tendenziale di dicembre al +4% di gennaio».
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Riduci
Per rallentare l’inflazione occorrerebbe abolire i certificati sulla CO2, eliminare gli incentivi a eolico e fotovoltaico, limitare il gas e, sul medio periodo, puntare sul nucleare. Peccato che nessuno affronti i veri nodi: si preferisce cascare dalle nuvole a ogni crisi.Caro benzina: appello al governo dell’Unione consumatori. Usa, carovita a livelli record da 40 anni.Lo speciale contiene due articoli.Non v’è talk show oggigiorno che non tocchi l’argomento dell’aumento delle bollette energetiche. La cosa straordinaria è che tutti i conduttori cadono dalle nuvole. L’ultima che ho sentito è la brava Barbara Palombelli su Rete 4. Anche lei chiedeva all’intervistato pronunciando parole del tipo: ma come mai... ma chi se l’aspettava... così all’improvviso... Peccato che lo chiedesse a Maria Rita Gismondo, che è una brava virologa - cui con piacere porgiamo gli auguri di buon compleanno per l’imminente 18 febbraio - ma che, proprio perché è brava, ha risposto dicendo che della questione nulla sa. In effetti, per qualche misteriosa ragione, in questi programmi, sull’argomento chiedono lumi a tutti fuorché a qualcuno che abbia un minimo di competenza. Quest’ultima, però, pur necessaria, non è sufficiente: se il «competente» è in conflitto d’interessi, le sue risposte non servono.sole e ventoPer capire l’origine delle elevate bollette elettriche bisogna comprendere un punto fondamentale, e cioè che l’umanità sa produrre energia elettrica in modo efficiente ed efficace con due sole tecnologie (che chiamerò convenzionali): l’idroelettrico e il termoelettrico. Le fonti di quest’ultimo sono: nucleare, carbone, gas naturale e petrolio (in misura minore, quasi irrisoria, biomassa, rifiuti solidi urbani, e geotermico). È vero che possiamo produrre elettricità anche con l’eolico e con il fotovoltaico (chiamerò queste tecnologie non convenzionali), ma è elettricità, per così dire, di bassa qualità, perché è erogata a piacimento del sole e del vento, e non a piacimento nostro. Questa è una circostanza con importanti implicazioni economiche, e cioè: se il nostro Paese avesse bisogno, che so, di 50 gigawatt elettrici di picco, dovremmo comunque avere 50 gigawatt convenzionali, e questo anche se gli impianti non convenzionali fossero gratis! L’immediata conseguenza di questa cosa è una e una sola: gli impianti non convenzionali sono pressoché inutili. Siccome poi non sono gratis ma costano un occhio della testa, essi sono anche economicamente dannosi. Per esempio, in Italia sono installati quasi 32 gigawatt non convenzionali (11 di eolico e 21 di fotovoltaico) che però, appunto per la loro intermittenza, producono meno di 5 gigawatt elettrici. Le tecnologie sono quindi farlocche, e nessuno ci investirebbe un centesimo se non un governo che può farlo solo con la forza della legge e con il denaro che non è suo ma di noi cittadini. Gli incentivi statali a queste tecnologie si attestano a oltre 8 miliardi di euro ogni anno. Dai telegiornali di questi giorni apprendiamo che Mario Draghi sarebbe alla ricerca di una tantum di 4 miliardi per frenare l’ascesa delle bollette. Se solo cancellasse questi 8 miliardi (che non sono una tantum ma ogni anno) otterrebbe già un risultato. Ma il suo ministro Roberto Cingolani non sembra capire queste cose, visto che avrebbe dichiarato di avere in programma l’installazione di altri impianti farlocchi al largo delle nostre coste (una ubicazione, questa, che come minimo raddoppia il già elevato costo di questi impianti). Insomma, il primo passo per la riduzione delle bollette è mettere la pietra tombale su eolico e fotovoltaico. Il secondo è riequilibrare il contributo tra le fonti convenzionali. Il contributo dell’idroelettrico è al 17% del fabbisogno grazie al lodevole impegno delle generazioni che avrebbero rubato il futuro ai «Gretini». I quali, oggigiorno al potere, hanno ben pensato di bloccare gli impianti idroelettrici di grossa taglia. Penso a un progetto di collaborazione Italia-Svizzera per un grosso impianto in Val Engadina inutilmente fermo da quasi 20 anni e sul quale anche questo governo non batte alcun colpo. Rimangono nucleare, carbone e gas. La scelta scellerata di inibirci il nucleare è certamente un’altra causa delle nostre elevate bollette. Purtroppo, un eventuale ripensamento, anche oggi stesso, non potrà incidere sul problema del momento. Un’altra scelleratezza è stata la riduzione dell’uso del carbone (dieci anni fa contribuiva per il 17% al nostro fabbisogno elettrico, oggi per il 5%). È, questo, un combustibile economico, facilmente trasportabile e competitivo, e farebbe da calmiere al prezzo del gas, l’unico dei convenzionali da cui dipendiamo e al quale ci siamo legati mani e piedi (e non solo per il fabbisogno elettrico ma anche per il riscaldamento). Non bisogna essere dei geni in economia per comprendere che questa dipendenza da un’unica fonte ci rende estremamente vulnerabili.Insomma, fra le sovvenzioni alle farlocche non convenzionali, lo stallo dell’idroelettrico, l’inesistenza dell’elettronucleare (peggio, ne abbiamo fatto un altro bene d’importazione), con l’uso del carbone in via d’estinzione e con l’esserci messi alla mercé di un solo combustibile - il gas - chi mostra di cadere dalle nuvole, fa pensare che cada dalle nuvole di un altro mondo. RateizzazioneIn ogni caso, parlare a vanvera sembra lo sport favorito. C’è chi chiede la rateizzazione delle bollette, che però son già rateizzate. Chi invoca il nucleare di IV generazione, che però non esiste. Chi invoca la fusione nucleare, che però esiste ancora meno, a dispetto di alcuni annunci sensazionalistici recenti che nulla aggiungono al pio desiderio di sempre. Nell’immediato, le cose da fare sulla generazione elettrica son tre: 1 ) cancellare le sovvenzioni a eolico e fotovoltaico; 2 ) abolire i certificati sulle emissioni di CO2; 3 ) favorire al massimo il carbone rispetto al gas. Nel lungo termine e per il beneficio delle generazioni future: 1 ) installare impianti nucleari di III generazione;2 ) ridurre al minimo, 5-10%, l’uso del gas (questo va riservato all’autotrazione) a favore del carbone.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/idroelettrico-e-carbone-contro-i-rincari-2656641926.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-benzina-supera-i-2-euro-al-litro-accise-da-ridurre-di-20-centesimi" data-post-id="2656641926" data-published-at="1644655244" data-use-pagination="False"> La benzina supera i 2 euro al litro «Accise da ridurre di 20 centesimi» Mai così alta da 40 anni l’inflazione negli Stati Uniti: a gennaio i prezzi al consumo sono saliti al +7,5% sull’anno dal +7% di dicembre, ai massimi dal 1982. Si tratta di un dato superiore alle attese degli analisti, che stimavano una crescita del 7,3%; su base mensile l’inflazione è ferma al +0,6% come a dicembre, contro un’attesa del +0,5%. Anche Oltreoceano il dato riflette la corsa dei prezzi di cibo, elettricità e alloggi. In Germania, invece, l’inflazione a gennaio è salita del +4,9%, contro il +5,3% di dicembre: il tasso, ha spiegato il presidente dell’istituto nazionale di statistica Destatis, «si è leggermente indebolito a gennaio dopo aver raggiunto il livello più alto in quasi 30 anni a dicembre. Tuttavia, rimane a un livello elevato». Sul tema è intervenuta anche Christine Lagarde, presidente della Bce, che continua a parlare di un possibile rallentamento dell’inflazione nei prossimi mesi nonostante abbia dovuto ammettere il balzo in corso. «I prezzi elevati dell’energia non sono un fenomeno temporaneo; saranno con noi per un po’ di tempo a venire. Ma il livello dei prezzi è già molto alto», ha spiegato il numero uno dell’Eurotower in un’intervista, «Il prezzo del petrolio è passato da meno di 20 euro nell’aprile 2020 a 90 euro al barile ed è altamente improbabile che continui a salire a quel ritmo. Quindi, anche solo per questo motivo, l’inflazione rallenterà». Tuttavia, il livello generale dei prezzi «rimarrà relativamente alto nei prossimi mesi. Dobbiamo analizzare attentamente in che modo gli alti prezzi dell’energia stanno influenzando altri prezzi. L’energia costosa fa salire il costo dei fertilizzanti, i fertilizzanti costosi fanno salire il prezzo del cibo e così via», ha spiegato il presidente della Bce aggiungendo: «Agiremo se necessario, ma tutte le nostre mosse dovranno essere graduali. Se adesso agissimo in modo precipitoso, la ripresa economica potrebbe risentirne e potremmo mettere a rischio posti di lavoro». Sulla stessa linea il presidente del Consiglio Mario Draghi, che nella conferenza stampa in cui ha annunciato il nuovo decreto per affrontare i rincari di elettricità e il gas ha commentato: «Sull’inflazione la Bce e la Banca d’Italia sono le istituzioni più accreditate per fare previsioni. E le previsioni danno un’inflazione alta e crescente ancora per un po’, che poi inizia a calare nel corso di quest’anno. Questo spiega la cautela con la quale la Bce si è mossa». Per Draghi «l’inflazione non va sottovalutata perché riduce il potere d’acquisto delle famiglie»: l’aumento dei prezzi, insieme al caro energia, per il premier fa parte dei rischi che minacciano la crescita. Su questo fronte non va sottovalutato il caro carburanti, con la benzina che è arrivata a superare i 2 euro al litro. «Bene che il governo sia consapevole di questi rischi, ma allora devono seguire subito i fatti. Il rincaro della benzina, salita del 5,8% in meno di un mese e mezzo, non è nemmeno nell’agenda del governo, mentre sarebbe fondamentale ridurre le accise di almeno 20 centesimi per calmierare l’inflazione», ha fatto notare Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. «Il caro carburanti, infatti, oltre agli effetti diretti sulle tasche degli automobilisti e dei camionisti, con il gasolio salito del 6,6% solo nel corso del 2022, produce effetti indiretti sul rialzo dei prezzi di tutti i beni trasportati su gomma. Anche per questo stanno esplodendo i prezzi dei prodotti alimentari, che passano dal +2,8% tendenziale di dicembre al +4% di gennaio».
Ansa
A poche ore dall’ultimatum Usa, Trump lancia un avvertimento shock. Teheran interrompe i contatti con Washington e minaccia ritorsioni sul Golfo. Raid su Kharg e tensioni interne al regime mentre cresce il timore di un’escalation fuori controllo.
A poche ore dalla scadenza dell’ultimatum di Donald Trump all’Iran, previsto allo scoccare delle 20 di oggi (ora della costa Est Usa), a tenere con il fiato sospeso è l’ultimo post pubblicato su Truth dal presidente americano. Un messaggio dai toni estremi, che segna uno dei passaggi più delicati di queste settimane di conflitto: «Stasera un'intera civiltà morirà, per non tornare mai più. Non voglio che ciò accada, ma probabilmente accadrà. Tuttavia, ora che abbiamo un cambiamento di regime completo e totale, in cui prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse potrà accadere qualcosa di rivoluzionalmente meraviglioso, Chi lo sa? Lo scopriremo stasera, in uno dei momenti più importanti della lunga e complessa storia del mondo. 47 anni di estorsioni, corruzione e morte finiranno finalmente. Dio benedica il grande popolo iraniano!».
La prima e immediata reazione di Teheran, come riportato dal media governativo Teheran Times, è stata quella di chiudere tutti i canali di comunicazione diplomatici e indiretti con Washington. Al tempo stesso, una fonte vicina al regime iraniano ha riferito alla Reuters che l'Iran, attraverso il Qatar, ha informato gli Stati Uniti che nell'eventualità di un attacco alle centrali elettriche, l'intera regione del Golfo persico, Arabia Saudita compresa, sarà lasciata al buio. La stessa fonte ha inoltre dichiarato che «non c'è nessun negoziato in corso tra Iran e Stati Uniti» e che «gli Usa vogliono che l'Iran si arrenda sotto la pressione degli attacchi», che «l'Iran mostrerà flessibilità quando vedrà flessibilità dal lato americano» e che «lo stretto di Hormuz non sarà riaperto sulla base di promesse vuoti», minacciando inoltre la chiusura di Bab el-Mandeb da parte degli Houthi, qualora «la situazione dovesse andare fuori controllo».
Già nei giorni scorsi il regime degli ayatollah aveva risposto a Trump dicendo che «la sua retorica non ha alcun effetto». Di contro, il tycoon era stato ancora più categorico: «Senza un accordo, potremmo distruggerli in 4 ore». Uno scambio di messaggi che ha portato al post pubblicato poche ore fa da Trump che ha messo in allarme le cancellerie di tutto il mondo.
Il quadro che emerge, infatti, è quello di un conflitto che si sta progressivamente allargando anche a infrastrutture civili o a uso misto, alimentando le preoccupazioni internazionali. L’Unione europea ha ribadito la necessità di evitare attacchi contro obiettivi sensibili, mentre dal Golfo il Qatar avverte che la situazione è ormai vicina a un punto in cui l’escalation potrebbe diventare incontrollabile. Nonostante l’intensità degli attacchi, da Washington arrivano segnali contrastanti. Il vicepresidente JD Vance, in visita a Budapest per la campagna elettorale dell'alleato Viktor Orbán, ha dichiarato che «gli obiettivi militari degli Stati Uniti sono stati raggiunti» e che la guerra potrebbe concludersi a breve, sottolineando però che l’esito dipenderà dalle decisioni di Teheran. Nelle ore che precedono la scadenza dell’ultimatum, sono attesi contatti e negoziati, in un tentativo di evitare un ulteriore salto di livello dello scontro.
Sul fronte iraniano, tuttavia, la risposta resta dura. I pasdaran minacciano ritorsioni su larga scala, parlando apertamente della possibilità di colpire le infrastrutture energetiche degli alleati degli Stati Uniti e di estendere il conflitto oltre la regione. Parallelamente, le autorità hanno lanciato un appello alla mobilitazione interna, invitando i cittadini a proteggere le centrali elettriche formando «catene umane». A rendere ancora più incerto lo scenario contribuiscono le notizie che arrivano dai vertici della Repubblica islamica. Secondo valutazioni dell’intelligence israeliana e statunitense, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sarebbe in stato di incoscienza e ricoverata a Qom, in condizioni tali da escluderlo da qualsiasi processo decisionale. Un elemento che, se confermato, rischia di aprire una fase di ulteriore instabilità interna proprio nel momento più critico. All’interno del Paese emergono anche tensioni politiche. Il presidente Masoud Pezeshkian, secondo fonti vicine alla presidenza, avrebbe accusato i vertici delle Guardie rivoluzionarie di aver compromesso ogni possibilità di cessate il fuoco, spingendo l’Iran verso una crisi economica e militare sempre più difficile da sostenere.
Intanto il conflitto supera i confini iraniani. Missili sono stati lanciati verso gli Emirati Arabi Uniti, mentre Teheran rivendica l’attacco a una nave israeliana in un porto emiratino. In Arabia Saudita, frammenti di missili intercettati sono caduti nei pressi di impianti energetici, confermando la crescente estensione regionale della crisi. E tutto questo mentre il bilancio umano continua a peggiorare. Secondo organizzazioni per i diritti umani, le vittime dall’inizio delle ostilità sono migliaia, con un numero significativo di civili coinvolti. Un dato che restituisce la dimensione reale di una guerra che, al di là delle dichiarazioni politiche, sta già producendo conseguenze profonde.
In questo contesto, la notte indicata da Trump si avvicina come uno spartiacque. Tra la prospettiva di un’escalation irreversibile e quella, ancora incerta, di una soluzione negoziale, il conflitto entra in una delle sue fasi più delicate.
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Riduci
(Ansa)
«Come fai quando vuoi spezzare un filo di ferro? Prima lo torci in una direzione e poi nell’altra». Nella riuscita trasposizione cinematografica de Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, la sceneggiatura cofirmata da Emmanuel Carrère salva uno dei passaggi più acuti del libro. Il protagonista del romanzo, l’enigmatico consigliori di Vladimir Putin Vadim Baranov, fissa le priorità della guerra ibrida che la Russia deve impegnare sul fronte digitale col suo esercito di hacker. Per farlo, illustra la teoria del filo di ferro: «Man mano che costruirete la vostra rete, vi renderete conto che ci sono dei temi ai quali le persone tengono di più. Io non so quali siano, ve lo diranno i clic. [...] L’essenziale è che ognuno ha qualcosa che gli sta a cuore, e qualcuno che lo fa incazzare. Non dobbiamo convertire nessuno. Solo scoprire in cosa credono e convincerli di più. Dargli notizie, argomenti, veri, falsi, non ha importanza. Farli incazzare. Tutti. Sempre di più. Non abbiamo preferenze. La nostra unica linea è il filo di ferro. Torciamo da una parte e poi dall’altra. Finché il filo si spezza».
Oggi, a oltre un mese di guerra in Iran, a torcere quel filo che saremmo noi non ci sono (solo) gli eredi della disinformatia sovietica ma da un lato la prima potenza mondiale e dall’altro la Repubblica islamica dell’Iran. E, come ha spiegato al New York Times Darren Linvill, direttore del Media forensics hub della Clemson university, «Teheran sta vincendo la guerra di propaganda. Erano più pronti dell’amministrazione americana, perché si erano preparati per questo conflitto da 50 anni». Una preparazione che non include solo gli arsenali di missili e droni (costruito a spese di una difesa del popolo ritenuta non altrettanto strategica), ma anche una sofisticata rete di «attacco» informatico destinato al mondo occidentale, se è vero che la teocrazia ha praticamente «chiuso» Internet ai suoi cittadini.
Un report stilato in marzo dal Network contagion research institute descrive le caratteristiche di questa offensiva: «Un’architettura di influenza ibrida molto efficace, in cui media controllati dallo Stato (iraniano, ndr), piattaforme di intermediari e attivisti interni (americani contrari al conflitto, ndr) operano in un unico ecosistema che si rafforza. Al centro di questo sistema c’è un circolo facilmente attivabile di mobilitazione e amplificazione [...] il cui risultato è una dinamica rapidamente disponibile in cui proteste localizzate (sempre negli Usa, ndr) si trasformano in una narrazione globalmente disseminata di propaganda». In questo ecosistema, una conferenza stampa di Trump è letteralmente equiparata a un meme creato da bot gestiti dai pasdaran in grado di influenzare milioni di utenti, magari irridendo le spacconate del presidente Usa, accanendosi sulle bare americane nello Stretto di Hormuz, giocando sulle purghe dell’esercito a stelle e strisce, vero «regime change». Secondo la già citata Clemnson university, ci sono 62 account affiliati all’Irgc (Corpo di guardia della rivoluzione islamica) che operano protetti da Vpn che li fanno apparire americani e inglesi. Il resto lo fanno sistemi di traduzione automatica con Ia, e gli algoritmi di X, Tiktok, Facebook. Di questa trumpizzazione polarizzante del mondo è finita vittima anche la spettacolare operazione di salvataggio a Pasqua, ampiamente raccontata dai media americani: il pilota ferito che, su suolo nemico, fugge su una cresta a 2.100 metri, si nasconde in un anfratto per 36 ore, viene recuperato con 155 velivoli e al prezzo di due C-130 distrutti e dopo un gigantesco depistaggio a danno forze iraniane. Per Teheran è tutto falso: gli americani volevano l’uranio arricchito e il colonnello precipitato era un pretesto.
La verità in guerra è tra le prime vittime, da sempre. Qui siamo di fronte a un fatto nuovo, cioè che anche l’Iran ha imparato la lezione di Baranov: «Tutto ciò che fa credere alla forza l’accresce per davvero». E la potenza digitale è terribilmente reale.
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Riduci
Nel riquadro: Franco Gattinoni, presidente Fto (Ansa)
Franco Gattinoni, presidente del Fto, la Federazione del Turismo organizzato lancia l’allarme. «Abbiamo fatto presente al governo le problematiche degli esercizi, siamo stati ascoltati con attenzione ma ora alle parole dovrebbero seguire i fatti. Il settore non può essere lasciato da solo».
Avete una stima delle disdette?
«Un paio di settimane fa si è manifestato un rallentamento delle prenotazioni del 20% rispetto alla media stagionale poi salito al 30% e ora nella settimana di Pasqua c’è stato un lieve miglioramento ma siamo sempre al 20% in meno dello standard di questo periodo. Considerate che prima della guerra in Iran, le agenzie turistiche facevano un +6-7% di prenotazioni. Stiamo risentendo del calo delle prenotazioni americane che sono quelle più importanti per il comparto».
C’è chi dice che ci sarà una maggiore scoperta dell’Italia, come avvenuto subito dopo il lockdown, cosa ne pensa?
«È una stupidaggine colossale. Vorrei sapere su quali basi un turista dovrebbe pensare che l’Italia, pur essendo vicino all’area di guerra, dovrebbe essere più sicura di altre mete. Perché dovrebbe venire qui da noi invece che andare in Spagna, o in Brasile o in Giappone. Se poi si ritiene di poter salvare la stagione estiva solo con le presenze italiane si commette un altro errore. Se un connazionale rinuncia al viaggio oltre confine per paura di rimanere bloccato in un aeroporto e decide allora per una meta italiana, non risolve il problema del settore. Il turista che occupa gli alberghi di lusso del nostro Paese, che spende cifre importanti per fare shopping, mangiare e divertirsi, non è certo quello italiano. Se dovesse venire a mancare questo flusso di stranieri, o ridursi in modo consistente, per il turismo sarebbe una stangata».
Rischio chiusure?
«Non siamo ancora a questa emergenza ma ci stiamo avvicinando, perché ogni giorno che passa la situazione si aggrava e sembra senza via d’uscita e la stagione estiva, con l’anticipo delle belle temperature, è già iniziata. Le agenzie di viaggio non hanno un’alta profittabilità, non possono ammortizzare lunghi periodi di cali nelle prenotazioni. Siamo usciti dal Covid con le casse vuote ed è stato durissimo rimetterci in movimento. Poi abbiamo avuto due anni buoni, il movimento turistico è ripreso in modo importante, con numeri anche superiori alle previsioni e pensavamo di essere usciti definitivamente dal tunnel. Questa doccia gelata non ci voleva. Se le prenotazioni crollano, i costi fissi continuano a correre».
Quindi?
«Non possiamo lasciare i dipendenti a casa o non pagare gli affitti dei locali. Poi c’è il tema che la crisi avvantaggia gli operatori digitali che possono sopportare le cancellazioni perché non hanno gli oneri di un esercizio fisico e pagano le tasse all’estero anche extra Ue. Basta vedere quello che è successo con l’e-commerce, con Amazon, che hanno distrutto il commercio tradizionale provocando la chiusura di tanti piccoli esercizi commerciali di prossimità. Le agenzie di viaggio rischiano di fare la stessa fine. Non c’è tempo da perdere. Per questo abbiamo chiesto al governo un sostegno».
Che tipo di aiuti avete chiesto?
«Sarebbe necessario un supporto soprattutto per le piccole e medie imprese, magari solo per affrontare l’emergenza del momento. Il problema però è che non c’è velocità decisionale da parte del governo. Con il Covid gli aiuti sono arrivati un paio di anni dopo la pandemia e nel frattempo le agenzie hanno dovuto far fronte con soldi propri alla crisi. Per far fronte a questa ennesima situazione critica della quale non si intravede un’uscita in tempi brevi, sarebbe necessaria una qualsiasi forma di defiscalizzazione o un intervento sui contributi per i dipendenti. Si fa un gran parlare del valore strategico del turismo che rappresenta il 13% del Pil ma poi al momento di dare un supporto al settore di perde tempo».
Che tempi prevede?
«Le agenzie di viaggio hanno già raschiato il fondo del barile e con un altro mese di incertezza e di calo delle prenotazioni, rischiano il collasso. O di consegnare il comparto a operatori stranieri. L’abitudine dei governi è di curare il malato quando è morto. Ora la situazione è brutta ma non drammatica, continuano ad arrivare le prenotazioni anche se inferiori alla media stagionale. Ma se i voli dovessero subire un drastico ridimensionamento, allora sarebbe un guaio. Perdere l’estate significa perdere un periodo decisivo per ogni agenzia di viaggi. Non si può pensare di poter contare solo sul turismo interno. I grandi alberghi della Costa Smeralda hanno una clientela internazionale. Il ricco italiano che passa le vacanze in Sardegna, ha di solito una propria abitazione, non va nell’hotel cinque stelle lusso. Senza gli americani non andiamo da nessuna parte. Abbiamo già dovuto rinunciare ai russi, a causa della guerra. Sono questi i flussi che fanno business».
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