Un mese dalla strage: a Crans-Montana non si pensa al rogo soltanto sulle piste

A un mese dalla strage del Constellation, dopo giorni di fitte nevicate, splende il sole a Crans Montana. È il fine settimana della Coppa del mondo di sci femminile, l’ultima prima di Milano-Cortina e chi vive e frequenta quei luoghi tenta di andare avanti, di ricominciare, di trovare leggerezza. Una missione difficile. Anche le italiane della squadra di sci, appena arrivate, sono andate a rendere omaggio alle vittime del rogo. Una preghiera, dei fiori, un passaggio che a tutti pare necessario, doveroso. Eppure lì davanti non resta che un piccolo box di legno per ricordare tutti quei ragazzi morti. Per qualche giorno era sparito per poi ricomparire in versione minuta, in una macabra versione turistica.

E se le piste da sci restano piene, il paese fatica a riprendersi. Si respira tristezza, a tratti angoscia. Ogni volta che si passa lì di fronte, nei rari momenti in cui non si trovano gli operatori tv, tutti italiani, c’è sempre qualcuno che si ferma a guardare. Immobile, in silenzio. Anziani, signore, bambini. Difficile andare avanti considerato che qualunque giro si debba fare a Crans-Montana non si può evitare di passare davanti a quel locale, oggi chiuso e impacchettato da pannelli di legno compensato. Sembra quasi che si voglia chiudere una brutta storia in una scatola di legno. Ma tutti sanno cosa è successo in quel posto e nessuno riesce a passare oltre senza fermarsi un secondo, qualunque sia il motivo, che piaccia o meno, non bastano quattro pannelli di legno pressato a cancellare quella notte.

Quello che si vede si traduce poi in realtà. Le autorità vallesane, oltre a non essersi presi alcuna responsabilità per quanto è accaduto la notte di Capodanno hanno pure mostrato segni di astio e risentimento nei confronti degli italiani e del nostro governo, per il semplice fatto di aver posto delle domande. Anche quando, due giorni fa, il Cantone competente ha deciso di accettare la richiesta di collaborare alle indagini arrivata da Roma, qualcuno ha avuto cura di sottolineare che «la Svizzera non ha bisogno di aiuto». Superbia e arroganza che arrivano feroci come coltellate a chi soffre per la terribile e ingiusta perdita del proprio figlio. La verità è che sono gli stessi svizzeri ad aver voglia di giustizia per poter voltare pagina. Insomma non sono solo gli italiani ad aver forti dubbi sull’operato della procura di Sion, ma anche gli svizzeri. Si percepisce a Crans, ma lo evidenzia anche un sondaggio promosso da RSI, la Radio Televisione Svizzera. Il 69% delle persone contattate dichiara di non avere fiducia nell’operato delle autorità. Fra i commenti si legge: «Nessuna fiducia nel modo in cui viene gestita l’inchiesta. È compromessa, il modo di comunicare è lacunoso. I Moretti in libertà, il Comune di Crans-Montana che si nasconde, tutto il tempo per far evaporare le prove. Pessima immagine per il Vallese, la Svizzera, nessun rispetto per le vittime e i loro cari». Molti i messaggi come questo che fanno capire quanto questa malagestione del caso stia facendo enormi danni. Altri danno l’impressione che in fondo c’era da aspettarsi un atteggiamento del genere. «Il Vallese è un po’ la Corsica della Svizzera. I sotterfugi, il clientelismo, la manipolazione vi sono abbastanza diffusi. Il vallesano è cantonalista e disprezza un po’ gli altri confederati. E questo arriva fino al matrimonio, essendo ampiamente diffusa la preferenza cantonale. “Non ce ne sono come noi” è un’espressione che gli si addice perfettamente. Non toccare il mio Cantone, le mie vigne e i miei albicocchi. Inoltre, riguardo al problema che ci occupa, non ha interesse a scalfire l’immagine di Crans-Montana, sede dei campionati mondiali di sci 2027. Purtroppo, gli amministratori e la giustizia del posto non si rendono conto che stanno lavorando contro il buon senso. Tutto questo finirà per ricadere su di loro». Ed è proprio così che si sentono i vallesani, traditi dai loro stessi rappresentanti, con la voglia di dimostrare che sono anche tanto altro e con il timore di non riuscire a farlo. Ieri, a dimostrazione di questo, centinaia di persone si sono date appuntamento a Lutry, cittadina del Canton Vaud, per rendere omaggio alle vittime della tragedia di Crans-Montana, ma anche per chiedere «giustizia e verità». Molti dei giovani che hanno perso la vita erano membri della squadra si calcio locale.

Intanto come già noto, sono quattro persone: i due proprietari del locale (i coniugi Jacques e Jessica Moretti), il funzionario comunale addetto alla sicurezza Christophe Balet ed il suo predecessore Ken Jacquemoud. Il primo verrà interrogato il 6 febbraio mentre lunedì 9 febbraio sarà la volta del suo predecessore.

I Moretti torneranno di fronte alla procura mercoledì 11 e giovedì 12 febbraio. Gli interrogatori che si terranno davanti al procuratore aggiunto del Vallese Christine Seppey e alle decine di avvocati delle famiglie delle vittime, non potranno svolgersi negli uffici della procura, nel centro di Sion, i locali sono troppo piccoli per ospitare la folla attesa per quei giorni.

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