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2019-09-18
Il 38% degli investimenti esteri passa ancora dai paradisi fiscali
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I tentativi internazionali messi in campo dall'Ocse per porre un freno all'evasione fiscale non hanno raggiunto l'obiettivo sperato. Le multinazionali continuano infatti ad eludere lo scambio automatico di informazioni fiscali fra i vari stati e i programmi anti evasione messi in campo dalle varie organizzazioni internazionali, riuscendo a spostare i loro capitali in paradisi fiscali. Secondo lo studio The rise of phantom investments (La nascita di investimenti fantasma) pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dall'Università di Copenhagen, un terzo degli investimenti nel mondo (15.000 miliardi di dollari) è costituito da capitali spostati dalle multinazionali in società di comodo, localizzate in paradisi fiscali. Si parla in questo caso di investimenti diretti esteri (Ide) fantasma, perché non portano nuove attività commerciali reali o maggiore occupazione locale, ma servono alla multinazionale per far pagare meno tasse a livello di gruppo.
I paradisi fiscali accettano di essere usati per questo obiettivo, perché le corporate contribuiscono a loro modo all'economia locale. Per mantenere in vita queste società di facciata le multinazionali devono infatti pagare i servizi di consulenza fiscale, legale e contabili locali, oltre che versare la tassa di costituzione e di registrazione di una società al registro delle imprese nazionali. Questo denaro, non è però da sottovalutare, dato che per diversi paesi rappresenta una delle fonti maggiori di rendita. I Caraibi, per esempio, ricavano da questi servizi, insieme al turismo, la quota maggioritaria del Pil nazionale.
Per cercare di porre un freno a questo fenomeno, e far pagare alle multinazionali la giusta quantità di tasse, si sono messe in campo diverse normative internazionali: Beps (Base erosion and profit shifting che ha come obiettivo abbattere l'evasione fiscale internazionale delle multinazionali), lo scambio automatico di informazioni fiscali tra i vari stati, la muta assistenza amministrativa in campo fiscale e molto altro. Tutti questi strumenti non sono però serviti a molto. Secondo il report, infatti, negli ultimi dieci anni gli Ide fantasma sono aumentati passando dal 30 al 40%, rispetto alla totalità degli investimenti diretti esteri. Nel 2009 gli Ide fantasma erano il 32% (circa 8.000 miliardi) del totale degli investimenti esteri. Dopo otto anni si è arrivati al 38% (circa 15.000 miliardi), con una crescita costante nel tempo che non ha nemmeno risentito della crisi economica del 2008. Gli investimenti diretti esteri normali sono sì cresciuti nel corso degli anni, ma in maniera inferiore rispetto ai corrispettivi fantasma.
Questi Ide fantasma sono però indirizzati solo su particolari paesi: Svizzera, Cayman, Lussemburgo, Olanda, Hong Kong, Singapore, Irlanda, Isole Vergini Britanniche, Bermuda e Mauritius ricevono infatti l'85% di tutti gli investimenti diretti esteri fantasma a livello globale. Ma come fanno queste giurisdizioni ad attrarre così tanti ide fantasma? In alcuni casi si tratta di strategie politiche. Abbassando le imposte sulla società, concedono sgravi fiscali di varia natura per chi investe nel paese, unito alla poca trasparenza fiscale, si possono attrarre molti investimenti esteri. In Irlanda, per esempio, la tassa sulle società è stata ridotta del 37,5% nel corso degli ultimi anni, facendola passare dal 50 al 12,5%. Inoltre, alcune multinazionali sfruttando lacune normative sulle leggi irlandesi hanno reso il Paese la patria delle società di facciata. Questo modo di operare ha fatto crescere il Pil irlandese del 26% nel 2015, provocato però danni ad altri stati dato che le multinazionali non hanno pagato le tasse dove avrebbero dovuto.
Le varie regole fiscali internazionali e le decisioni prese anche a livello di G20 non hanno posto un freno all'evasione fiscale delle multinazionali. E uno dei motivi principali è che lo schema fiscale di base, sopra cui si decidono tutte le nuove norme internazionali, è legato al secolo scorso. L'economia e il modo di operare delle società, con l'arrivo di internet, è cambiato radicalmente e si sarebbe dovuto evolvere anche il contesto normativo internazionale.
A sottolineare la presenza di paradigmi fiscali non allineati con l'economia attuale è stato lo stesso Fmi, che ha proposto recentemente una revisione dell'architettura fiscale internazionale.
Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno
Meno entrate per gli Stati e più profitti per le multinazionali. I dati degli ultimi decenni mostrano come la contribuzione fiscale da parte delle diverse multinazionali stia diminuendo progressivamente, mentre i governi fanno a gare a chi riduce di più la tassa sui redditi societari.
Il The new global competition profit pubblicato da McKinsey, sottolinea infatti come negli ultimi 30 anni i profitti dichiarati dalle multinazionali sono triplicati, passando da 2.000 miliardi di dollari (1980) a 7.200 miliardi nel 2013. All'aumento non è però corrisposto un incremento nelle entrate fiscali da parte dei diversi stati. Questo è stato possibile grazie all'esistenza di paradisi fiscali, paesi cioè che offrono una tassazione molto bassa e incentivi che permettono alle multinazionali di azzerare la bolletta fiscale nel paese di origine. Fra questi troviamo sia stati membri dell'Unione europea (Malta, Olanda, Lussemburgo) sia giurisdizione extra Ue come Panama, Hong Kong, Mauritius, le Isole Vergini britanniche, Cipro o le Cayman.
Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo le multinazionali possiedono in media quasi 70 distaccamenti in ciascun paradiso fiscale, il che gli consente di pagare, a livello di gruppo, un'aliquota fiscale effettiva inferiore rispetto a chi non ha sedi in paradisi fiscali. In pratica una multinazionale paga meno tasse rispetto ad una piccola e media impresa nazionale che non ha la possibilità di aprire società fantasma in paradisi fiscali.
Le corporate si trovano dunque a scegliere quale paese gli offre la tassazione più favorevole. E la corsa verso il ribasso ha proprio inizio dai paradisi fiscali, che riescono a garantire una tassazione anche vicino allo 0%. Per cercare di attirare a se parte degli investimenti delle multinazionali le economie più avanzate hanno iniziato ad abbassare di anno in anno la tassa sui profitti aziendali. E a parlare sono i numeri. Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno. E secondo i dati Ocse le entrate medie generate da redditi e profitti societari nei paesi membri sono scese dal 3,6% al 2,8% del Pil nel periodo compreso tra il 2007 e il 2014.
Per tamponare questa discesa fiscale il G20, l'Ocse e l'Unione europea hanno introdotto diverse regole come i Beps, lo scambio automatico di informazioni tra gli stati, e le direttive antiriciclaggio. Al tavolo delle trattative c'erano però seduti la maggior parte dei paradisi fiscali mondiali (Svizzera, Olanda, Lussemburgo) che hanno plasmato le norme internazionali a loro vantaggio, lasciando cioè aperti margini di manovra, per non compromettere la loro attrattività internazionale. I governi hanno infatti mantenuto la flessibilità necessaria per poter abbassare le aliquote d'imposta e garantire un vantaggio fiscale alle multinazionali. La prova di tutto ciò la si può trovare nel progetto Beps, che ha prodotto un'accelerazione nella corsa al ribasso sulle aliquote. Dopo la sua approvazione vari paesi europei tra cui il Regno Unito, l'Ungheria, il Belgio e il Lussemburgo hanno annunciato tagli alle aliquote fiscali sui redditi d'impresa, per compensare la chiusura di alcune scappatoie fiscali.
I governi danno incentivi fiscali alle multinazionali. Senza perderebbero investimenti locali
La corsa al ribasso sulla tassa sui profitti dell'impresa e i continui incentivi fiscali che vengono garantiti alle multinazionali, a livello globale, in aggiunta alla mancanza di regolamentazione e trasparenza fiscale danneggia soprattutto le economie dei paesi in via di sviluppo. E questo perché le agevolazioni fiscali in queste giurisdizioni vengono mal usate e rappresentano la base per abusi di potere e corruzione. Un recente sondaggio condotto dalla Banca Mondiale tra gli investitori in Africa orientale, ha evidenziato come il 93% degli intervistati avrebbe comunque effettuato investimenti in quelle area anche in assenza di incentivi fiscali.
Le società internazionali scelgono infatti uno Stato per investire non solo perché sono presenti agevolazioni fiscali favorevoli ma anche perché ci sono condizioni, a livello di sistema paese, vantaggiose per il business di quella determinata multinazionale. Nonostante questa evidenza la gara a chi offre più incentivi fiscali continua su scala mondiale. Uno degli ultimi rapporti pubblicati da Oxfam, con il focus sull'Africa, ha evidenziato la presenza di paesi come il Kenya, che per cercare di essere attrattivo a livello internazionale, offre esenzioni e incentivi fiscali alle multinazionali. Questi determinano però ogni anno, la perdita di circa 1,1 miliardi di dollari, quasi il doppio di ciò che il governo spende per l'intero budget sanitario. Il motivo? Molto spesso gli incentivi vengono usate per scopi illeciti (corruzione).
La Nigeria è allineata con il Kenya. Spende in agevolazioni fiscali circa 2,9 miliardi di dollari, il doppio di quanto investe in educazione nonostante i sei milioni di bambine che nel Paese non frequentano la scuola. E anche in questo caso gli effetti negativi superano quelli positivi. Il tutto è sempre da ricollegare alla mancanza di regolamentazione e trasparenza negli atti.
Gli effetti negativi si realizzano però anche nelle economie più avanzate. Nei Paesi Bassi, per esempio, si stima che l'innovation box, un particolare incentivo fiscale concesso dal governo che ha l'obiettivo di offrire sgravi fiscali sugli utili delle multinazionali che sono stati investiti in innovazione, ha portato nel 2016 ha quasi 1,2 miliardi di euro di perdite erariali, una cifra equivalente al 7,6% del gettito fiscale totale da tassazione d'impresa.
Questa continua corsa all'incentivo fiscale per cercare di attirare a se le maggiori multinazionali non porta dunque così tanti benefici. Anzi, gli unici soggetti ad avvantaggiarsi dalla continua corsa al ribasso fiscale sono proprio le multinazionali. I governi, in ogni parte del mondo, non possono però uscire da questo trend perché significherebbe perdere attrattività fiscale e quel poco di investimenti nell'economia locale che le multinazionali concedono.
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Nonostante le dichiarazioni dei politici, un terzo dei flussi nel mondo (15.000 miliardi di dollari) è costituito da capitali spostati in società di comodo. Si parla in questo caso di investimenti diretti esteri (Ide) fantasma, perché non portano nuove attività commerciali reali o maggiore occupazione locale, ma servono per pagare meno tasse.Meno entrate per gli Stati e più profitti per le multinazionali. I dati degli ultimi decenni mostrano come la contribuzione fiscale da parte delle corporation stia diminuendo progressivamente, mentre i governi fanno a gare a chi riduce di più la tassa sui redditi societari.Negli ultimi 33 anni i profitti dichiarati dai colossi sono più che triplicati, passando dai 2.000 miliardi di dollari del 1980 ai 7.200 miliardi. Lo speciale contiene tre articoli.I tentativi internazionali messi in campo dall'Ocse per porre un freno all'evasione fiscale non hanno raggiunto l'obiettivo sperato. Le multinazionali continuano infatti ad eludere lo scambio automatico di informazioni fiscali fra i vari stati e i programmi anti evasione messi in campo dalle varie organizzazioni internazionali, riuscendo a spostare i loro capitali in paradisi fiscali. Secondo lo studio The rise of phantom investments (La nascita di investimenti fantasma) pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dall'Università di Copenhagen, un terzo degli investimenti nel mondo (15.000 miliardi di dollari) è costituito da capitali spostati dalle multinazionali in società di comodo, localizzate in paradisi fiscali. Si parla in questo caso di investimenti diretti esteri (Ide) fantasma, perché non portano nuove attività commerciali reali o maggiore occupazione locale, ma servono alla multinazionale per far pagare meno tasse a livello di gruppo. I paradisi fiscali accettano di essere usati per questo obiettivo, perché le corporate contribuiscono a loro modo all'economia locale. Per mantenere in vita queste società di facciata le multinazionali devono infatti pagare i servizi di consulenza fiscale, legale e contabili locali, oltre che versare la tassa di costituzione e di registrazione di una società al registro delle imprese nazionali. Questo denaro, non è però da sottovalutare, dato che per diversi paesi rappresenta una delle fonti maggiori di rendita. I Caraibi, per esempio, ricavano da questi servizi, insieme al turismo, la quota maggioritaria del Pil nazionale. Per cercare di porre un freno a questo fenomeno, e far pagare alle multinazionali la giusta quantità di tasse, si sono messe in campo diverse normative internazionali: Beps (Base erosion and profit shifting che ha come obiettivo abbattere l'evasione fiscale internazionale delle multinazionali), lo scambio automatico di informazioni fiscali tra i vari stati, la muta assistenza amministrativa in campo fiscale e molto altro. Tutti questi strumenti non sono però serviti a molto. Secondo il report, infatti, negli ultimi dieci anni gli Ide fantasma sono aumentati passando dal 30 al 40%, rispetto alla totalità degli investimenti diretti esteri. Nel 2009 gli Ide fantasma erano il 32% (circa 8.000 miliardi) del totale degli investimenti esteri. Dopo otto anni si è arrivati al 38% (circa 15.000 miliardi), con una crescita costante nel tempo che non ha nemmeno risentito della crisi economica del 2008. Gli investimenti diretti esteri normali sono sì cresciuti nel corso degli anni, ma in maniera inferiore rispetto ai corrispettivi fantasma. Questi Ide fantasma sono però indirizzati solo su particolari paesi: Svizzera, Cayman, Lussemburgo, Olanda, Hong Kong, Singapore, Irlanda, Isole Vergini Britanniche, Bermuda e Mauritius ricevono infatti l'85% di tutti gli investimenti diretti esteri fantasma a livello globale. Ma come fanno queste giurisdizioni ad attrarre così tanti ide fantasma? In alcuni casi si tratta di strategie politiche. Abbassando le imposte sulla società, concedono sgravi fiscali di varia natura per chi investe nel paese, unito alla poca trasparenza fiscale, si possono attrarre molti investimenti esteri. In Irlanda, per esempio, la tassa sulle società è stata ridotta del 37,5% nel corso degli ultimi anni, facendola passare dal 50 al 12,5%. Inoltre, alcune multinazionali sfruttando lacune normative sulle leggi irlandesi hanno reso il Paese la patria delle società di facciata. Questo modo di operare ha fatto crescere il Pil irlandese del 26% nel 2015, provocato però danni ad altri stati dato che le multinazionali non hanno pagato le tasse dove avrebbero dovuto. Le varie regole fiscali internazionali e le decisioni prese anche a livello di G20 non hanno posto un freno all'evasione fiscale delle multinazionali. E uno dei motivi principali è che lo schema fiscale di base, sopra cui si decidono tutte le nuove norme internazionali, è legato al secolo scorso. L'economia e il modo di operare delle società, con l'arrivo di internet, è cambiato radicalmente e si sarebbe dovuto evolvere anche il contesto normativo internazionale. A sottolineare la presenza di paradigmi fiscali non allineati con l'economia attuale è stato lo stesso Fmi, che ha proposto recentemente una revisione dell'architettura fiscale internazionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ide-pacione-2640414419.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nei-paesi-del-g20-l-aliquota-fiscale-media-applicata-ai-redditi-societari-e-passata-dal-40-di-25-anni-fa-a-meno-del-30-odierno" data-post-id="2640414419" data-published-at="1775723701" data-use-pagination="False"> Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno Meno entrate per gli Stati e più profitti per le multinazionali. I dati degli ultimi decenni mostrano come la contribuzione fiscale da parte delle diverse multinazionali stia diminuendo progressivamente, mentre i governi fanno a gare a chi riduce di più la tassa sui redditi societari. Il The new global competition profit pubblicato da McKinsey, sottolinea infatti come negli ultimi 30 anni i profitti dichiarati dalle multinazionali sono triplicati, passando da 2.000 miliardi di dollari (1980) a 7.200 miliardi nel 2013. All'aumento non è però corrisposto un incremento nelle entrate fiscali da parte dei diversi stati. Questo è stato possibile grazie all'esistenza di paradisi fiscali, paesi cioè che offrono una tassazione molto bassa e incentivi che permettono alle multinazionali di azzerare la bolletta fiscale nel paese di origine. Fra questi troviamo sia stati membri dell'Unione europea (Malta, Olanda, Lussemburgo) sia giurisdizione extra Ue come Panama, Hong Kong, Mauritius, le Isole Vergini britanniche, Cipro o le Cayman. Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo le multinazionali possiedono in media quasi 70 distaccamenti in ciascun paradiso fiscale, il che gli consente di pagare, a livello di gruppo, un'aliquota fiscale effettiva inferiore rispetto a chi non ha sedi in paradisi fiscali. In pratica una multinazionale paga meno tasse rispetto ad una piccola e media impresa nazionale che non ha la possibilità di aprire società fantasma in paradisi fiscali. Le corporate si trovano dunque a scegliere quale paese gli offre la tassazione più favorevole. E la corsa verso il ribasso ha proprio inizio dai paradisi fiscali, che riescono a garantire una tassazione anche vicino allo 0%. Per cercare di attirare a se parte degli investimenti delle multinazionali le economie più avanzate hanno iniziato ad abbassare di anno in anno la tassa sui profitti aziendali. E a parlare sono i numeri. Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno. E secondo i dati Ocse le entrate medie generate da redditi e profitti societari nei paesi membri sono scese dal 3,6% al 2,8% del Pil nel periodo compreso tra il 2007 e il 2014. Per tamponare questa discesa fiscale il G20, l'Ocse e l'Unione europea hanno introdotto diverse regole come i Beps, lo scambio automatico di informazioni tra gli stati, e le direttive antiriciclaggio. Al tavolo delle trattative c'erano però seduti la maggior parte dei paradisi fiscali mondiali (Svizzera, Olanda, Lussemburgo) che hanno plasmato le norme internazionali a loro vantaggio, lasciando cioè aperti margini di manovra, per non compromettere la loro attrattività internazionale. I governi hanno infatti mantenuto la flessibilità necessaria per poter abbassare le aliquote d'imposta e garantire un vantaggio fiscale alle multinazionali. La prova di tutto ciò la si può trovare nel progetto Beps, che ha prodotto un'accelerazione nella corsa al ribasso sulle aliquote. Dopo la sua approvazione vari paesi europei tra cui il Regno Unito, l'Ungheria, il Belgio e il Lussemburgo hanno annunciato tagli alle aliquote fiscali sui redditi d'impresa, per compensare la chiusura di alcune scappatoie fiscali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ide-pacione-2640414419.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-governi-danno-incentivi-fiscali-alle-multinazionali-senza-perderebbero-investimenti-locali" data-post-id="2640414419" data-published-at="1775723701" data-use-pagination="False"> I governi danno incentivi fiscali alle multinazionali. Senza perderebbero investimenti locali La corsa al ribasso sulla tassa sui profitti dell'impresa e i continui incentivi fiscali che vengono garantiti alle multinazionali, a livello globale, in aggiunta alla mancanza di regolamentazione e trasparenza fiscale danneggia soprattutto le economie dei paesi in via di sviluppo. E questo perché le agevolazioni fiscali in queste giurisdizioni vengono mal usate e rappresentano la base per abusi di potere e corruzione. Un recente sondaggio condotto dalla Banca Mondiale tra gli investitori in Africa orientale, ha evidenziato come il 93% degli intervistati avrebbe comunque effettuato investimenti in quelle area anche in assenza di incentivi fiscali. Le società internazionali scelgono infatti uno Stato per investire non solo perché sono presenti agevolazioni fiscali favorevoli ma anche perché ci sono condizioni, a livello di sistema paese, vantaggiose per il business di quella determinata multinazionale. Nonostante questa evidenza la gara a chi offre più incentivi fiscali continua su scala mondiale. Uno degli ultimi rapporti pubblicati da Oxfam, con il focus sull'Africa, ha evidenziato la presenza di paesi come il Kenya, che per cercare di essere attrattivo a livello internazionale, offre esenzioni e incentivi fiscali alle multinazionali. Questi determinano però ogni anno, la perdita di circa 1,1 miliardi di dollari, quasi il doppio di ciò che il governo spende per l'intero budget sanitario. Il motivo? Molto spesso gli incentivi vengono usate per scopi illeciti (corruzione). La Nigeria è allineata con il Kenya. Spende in agevolazioni fiscali circa 2,9 miliardi di dollari, il doppio di quanto investe in educazione nonostante i sei milioni di bambine che nel Paese non frequentano la scuola. E anche in questo caso gli effetti negativi superano quelli positivi. Il tutto è sempre da ricollegare alla mancanza di regolamentazione e trasparenza negli atti. Gli effetti negativi si realizzano però anche nelle economie più avanzate. Nei Paesi Bassi, per esempio, si stima che l'innovation box, un particolare incentivo fiscale concesso dal governo che ha l'obiettivo di offrire sgravi fiscali sugli utili delle multinazionali che sono stati investiti in innovazione, ha portato nel 2016 ha quasi 1,2 miliardi di euro di perdite erariali, una cifra equivalente al 7,6% del gettito fiscale totale da tassazione d'impresa. Questa continua corsa all'incentivo fiscale per cercare di attirare a se le maggiori multinazionali non porta dunque così tanti benefici. Anzi, gli unici soggetti ad avvantaggiarsi dalla continua corsa al ribasso fiscale sono proprio le multinazionali. I governi, in ogni parte del mondo, non possono però uscire da questo trend perché significherebbe perdere attrattività fiscale e quel poco di investimenti nell'economia locale che le multinazionali concedono.
Beirut dopo il raid dell'Idf (Ansa)
Il presidente Usa, concentrato sui dividendi politici ed economici di un cessate il fuoco con l’Iran, paga prezzo al ruggente alleato. Come conferma la portavoce Caroline Leavitt: «Il Libano non fa parte del cessate il fuoco». Nello stesso istante l’Idf comincia l’ultima partita, che non è mai davvero l’ultima.
Tempesta d’acciaio su Beirut con scene di panico, mentre il fumo nero si alza a definire i covi dei terroristi dal lungomare al quartiere di Dahiyeh; qui il primo giorno di tregua è il più lungo della guerra. Numerosi civili sono intrappolati sotto le macerie. Gli obiettivi degli israeliani sono molteplici, vanno dalla valle della Bekaa all’area meridionale del Paese. Vengono messi nel mirino i quartieri generali, le cellule dei servizi segreti, le unità missilistiche e navali di Hezbollah, oltre alle risorse della forza d’élite Radwan. E un comunicato dell’Idf spiega la strategia comune di Hezbollah e Hamas: «La maggior parte delle infrastrutture colpite si trovava nel cuore delle aree abitate, nell’ambito del cinico sfruttamento dei civili libanesi come scudi umani».
Le immagini di Beirut sconvolta dalle bombe testimoniano di un’operazione tutt’altro che chirurgica. L’incidente è dietro l’angolo, e infatti avviene. Mentre è in viaggio da Shama verso la Capitale, è preso di mira anche un convoglio logistico del contingente italiano sotto la bandiera dell’Onu. I mezzi militari vengono fatti oggetto di colpi d’avvertimento israeliani mentre sono a due chilometri dalla base di partenza e sono costretti a rientrare. Nessun soldato italiano ferito, un Lince danneggiato. Quella che sembra una provocazione diventa immediatamente un caso diplomatico. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, tuona: «I militari italiani non si toccano» e convoca l’ambasciatore israeliano Jonathan Peled per chiarimenti. Poi aggiunge: «Ho espresso al presidente libanese Joseph Aoun la solidarietà del governo per gli attacchi ingiustificati e inaccettabili che sta subendo da Israele. Vogliamo evitare una seconda Gaza».
Molto contrariato anche il premier, Giorgia Meloni, che attende le risposte dell’ambasciatore israeliano, convocato ieri sera alla Farnesina. «Esprimo ferma condanna. I militari italiani sono presenti nell’area sulla base di un mandato ricevuto dall’Onu e agiscono nell’interesse della pace. È del tutto inaccettabile che il personale Onu sia messo a rischio con azioni irresponsabili. Israele dovrà chiarire. Il cessate il fuoco concordato fra Iran, Usa e Israele è un’opportunità da cogliere. La decisione di Hezbollah di trascinare la nazione in questo conflitto è stata irresponsabile ma i continui attacchi israeliani devono cessare immediatamente». Sulla stessa linea il vicepremier leghista, Matteo Salvini: «Totale vicinanza e solidarietà ai militari italiani, per nessun motivo possono essere minacciati o attaccati».
Il colpo di coda di Israele destabilizza ogni strategia, ferma la de-escalation. Mentre il premier libanese, Nawaf Salam, chiede «a tutti gli amici del Libano di aiutarci a fermare questi attacchi con ogni mezzo disponibile», anche Bruxelles si sveglia. Un portavoce Ue sottolinea: «La nostra posizione è stata chiara fin dall’inizio e non la cambieremo; chiediamo a Israele di cessare la sua operazione in Libano, nel rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di quel Paese». Netanyahu non ferma l’esercito e a sera precisa la sua strategia, che esclude il Libano dagli accordi: «Il cessate il fuoco è in vigore in pieno coordinamento con Israele. Non si tratta della fine della campagna ma di una tappa verso il raggiungimento dei nostri obiettivi. Li raggiungeremo con un accordo o con la ripresa dei combattimenti. Siamo pronti in qualsiasi momento a ricominciare».
Israele ha fretta. I militari sanno che la guerra permanente non esiste e presto la diplomazia internazionale costringerà Tel Aviv a inserire anche il Paese dei cedri nel perimetro della tregua, a far tacere le armi. Per questo il capo di stato maggiore dell’Idf, generale Eyal Zamir, parla di «crocevia strategico». Lo riferisce il sito Arutz Sheva, che riporta le parole del numero uno militare: «Finora Israele ha ottenuto risultati significativi, anche rispetto agli obiettivi che ci eravamo prefissati all’inizio dell’operazione. Continueremo ad agire con determinazione e ad approfondire il colpo inflitto al regime».
L’azzardo di Netanyahu paga nell’immediato ma rischia di far saltare tutto. I pasdaran minacciano di ribloccare lo Stretto di Hormuz e Ali Bahreini, ambasciatore dell’Iran presso le Nazioni Unite a Ginevra, fa sapere che «qualsiasi ulteriore attacco in Libano complicherebbe la situazione e avrebbe gravi conseguenze». Soprattutto la peggiore, con Trump che in questa partita fatica a prendere palla: ricominciare da zero.
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Kaja Kallas (Ansa)
E il quadro non è meno desolante sulle varie missioni possibili per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz: Emmanuel Macron sostiene che comanderà una forza internazionale e coglie di sorpresa la Gran Bretagna; l’Ue poi mette insieme otto Stati membri, tra cui l’Italia, e il Canada e infine c’è sempre in pista l’Onu, non meno ansiosa di Bruxelles di trovare un qualche ruolo.
Kaja Kallas, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, già da qualche giorno, aveva preparato una missione in Arabia Saudita. «È nella regione per l’attivazione dei nostri strumenti», dice un portavoce con fare misterioso, nel tentativo di accreditare un qualche ruolo di Bruxelles nella tregua. Certo, i canali diplomatici esistono e ovviamente non vanno sventolati, ma quando la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ringrazia il Pakistan per la sua opera di mediazione, non è facile far finta di nulla e non pensare che ancora una volta l’Ue non è stata capace di mettersi con autorevolezza tra Usa, Israele e Iran. Del resto, forse qualche attacco verbale in meno contro Teheran, da parte dei big di Bruxelles, avrebbe lasciato qualche spazio di manovra in più.
Tre settimane fa, la stessa Kallas aveva sbandierato il proprio impegno per un possibile intervento dell’Onu. «Ho parlato con il segretario generale, Antonio Guterres, per capire se è possibile un’iniziativa a Hormuz come quella sul Mar Nero per il grano dell’Ucraina», aveva raccontato. Il riferimento era anche al mandato dell’operazione Aspides, lo scudo europeo sulle rotte del Mar Rosso, nato a febbraio 2024 dopo i continui attacchi dei ribelli houthi contro il traffico commerciale. L’Italia si era detta disponibile, come lo è anche oggi. Solo che nel giorno della tregua sembra nuovamente che i leader europei facciano a gara a sgomitare.
Il primo della lista, ovviamente, è Macron. Appena scopre che nell’accordo di cessate il fuoco concordato da Iran e Usa c’è la riapertura dello Stretto di Hormuz, annuncia alle tv francesi che «una quindicina di Paesi sono oggi mobilitati e partecipano alla pianificazione sotto la guida della Francia» per «agevolare la ripresa» della circolazione delle navi. Non fa l’elenco dei Paesi satelliti, ma basta quel «sotto la guida della Francia» per farsi un’idea della sortita. Per altro, nei giorni scorsi, a proporre una missione del genere era stato Keir Starmer. Qualche ora e arriva una nuova versione dei Nuovi volenterosi dello Stretto. Le agenzie di stampa diffondono una nota ufficiale congiunta in cui si legge: «I nostri governi contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz». Seguono le rassicurazioni e le firme di Giorgia Meloni, dello stesso Macron, del cancelliere tedesco, Friedrich Merz, di Starmer, del premier canadese, Mark Carney, della premier danese, Mette Frederiksen, del collega olandese, Rob Jetten, dello spagnolo Pedro Sánchez, e i vertici dell’Ue, ovvero la presidente Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa. Comanderà comunque Macron? Lo scopriremo più avanti. Intanto è impossibile non ricordare che fino a ieri la Germania faceva sapere di essere impegnata a trovare canali riservati per la tregua. E lo stesso Merz, tre settimane fa, mostrò i denti a Donald Trump: «Questa guerra non è voluta, non partecipiamo a missioni per Hormuz».
Già, ma poi c’è anche l’Onu, che sempre ieri ha dichiarato di essere al lavoro su un meccanismo per garantire il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz e di essersi già mosso con tutte le parti interessate, a cominciare da Teheran. Insomma, tra Onu e Ue, non si sa chi ha contato di meno, ma oggi sono tutti in movimento e agitano le bandierine.
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Orazio Sciortino, pianista concertista e compositore contemporaneo, ci guida nel mondo della musica «colta» di oggi. Un'apparente Babele del linguaggio nella quale tutti gli ingredienti del passato sono a disposizione degli artisti.
Da sinistra: JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner (Ansa)
I colloqui, ha annunciato Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, proseguiranno sabato a Islamabad con la mediazione del Pakistan. Al tavolo negoziale siederanno per Washington JD Vance, l’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner. Sul fronte iraniano, invece, la delegazione sarà composta da emissari vicini ai pasdaran e ai vertici politici della Repubblica islamica. I colloqui, tuttavia, si svolgeranno sullo sfondo di una tregua che è stata definita «fragile» dallo stesso Vance. Non a caso, il Pentagono ha ammonito che «un cessate il fuoco è solo una pausa», mentre i pasdaran hanno dichiarato di avere ancora «il dito sul grilletto», dato che non si fidano delle promesse americane.
Il cuore della trattativa, in ogni caso, riguarda una serie di dossier concatenati: nucleare, sanzioni, sicurezza regionale e, soprattutto, lo status dello Stretto di Hormuz. Ma il problema di fondo è che Washington e Teheran sembrano muoversi su basi diverse. Da un lato, c’è il piano iraniano in dieci punti, che prevede tra l’altro il diritto a mantenere il programma nucleare, la revoca delle sanzioni e un ruolo diretto di Teheran nel controllo di Hormuz. Dall’altro, resiste la linea americana, evocata da Donald Trump come un pacchetto più ampio di «15 punti», di cui «molti sono già stati concordati», ma senza che vi sia alcuna reale chiarezza.
La distanza tra le parti emerge soprattutto sul nucleare. Trump, di concerto con Benjamin Netanyahu, insiste su una linea di azzeramento: «Non ci sarà alcun arricchimento dell’uranio». Teheran, al contrario, non sembra disposta a rinunciare al proprio programma, considerato un pilastro della sua sovranità strategica. Accanto al nucleare, il secondo nodo da sciogliere è quello economico. Washington apre alla possibilità di ridurre le sanzioni, ma contemporaneamente alza il livello dello scontro minacciando misure punitive: «A qualsiasi Paese che fornisca armamenti all’Iran verranno applicati dazi al 50%, senza alcuna deroga o esenzione».
Il punto d’attrito maggiore, tuttavia, resta Hormuz. Gli Stati Uniti hanno accettato la tregua a condizione di una riapertura «completa, immediata e sicura» dello Stretto. L’Iran, invece, parla di un’apertura «limitata e controllata», subordinata a un’intesa più ampia. Il rischio è evidente: trasformare una rotta energetica globale, finora sostanzialmente libera, in uno strumento di pressione politica. Non a caso, dopo il passaggio delle prime due navi, gli iraniani hanno bloccato di nuovo il traffico a causa dei violenti raid israeliani su Beirut. Ed è proprio il Libano a mostrare i limiti della tregua. Gli attacchi dell’Idf contro Hezbollah proseguono e, come ha chiarito Trump, si tratta di «scaramucce separate» non incluse nell’accordo. Una distinzione che però Teheran contesta: una delle condizioni per porre fine al conflitto, ha affermato il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, è un cessate il fuoco in Libano.
In questo scenario teso e allo stesso tempo confuso, chi ci guadagna è soprattutto la Cina. Pechino è da anni il principale partner economico dell’Iran e il suo primo acquirente di petrolio. Un eventuale allentamento delle restrizioni e una riapertura controllata di Hormuz, pertanto, rischiano di rafforzare ulteriormente questo asse, offrendo a Teheran nuove risorse e a Pechino - che ha confermato un dialogo ad alto livello con la Casa bianca - una leva geopolitica ancora più solida in Medio Oriente, che finirebbe per ridurre ulteriormente il peso degli Usa.
Anche sul piano politico, l’intesa mostra crepe evidenti. Israele, come riferito dal Wall Street Journal, sarebbe stato informato solo all’ultimo del cessate il fuoco e non avrebbe gradito i termini dell’accordo. E la stessa Casa Bianca ha precisato che il piano in dieci punti diffuso dall’Iran «non è quello in discussione» nei colloqui. Lo stesso Trump, tagliando corto, ha detto: «C’è solo un gruppo di punti significativi che sono accettabili per gli Stati Uniti e ne discuteremo a porte chiuse». Il New York Times ha spiegato che, oltre al nucleare, Washington pretende anche la riduzione della gittata dei missili balistici iraniani: un ulteriore segnale di quanto le due parti stiano negoziando senza una base comune realmente condivisa.
La sensazione, insomma, è che il negoziato proceda più per impellente necessità che per reale convergenza. A questo punto, il rischio è che, nel tentativo di disinnescare la crisi, si finisca per creare un problema più grande di quello che si voleva risolvere: riaprire lo Stretto in cambio di pedaggi e concessioni che legittimano il controllo iraniano, trasformando il nucleare in una leva negoziale permanente. In questo modo, è chiaro, gli Stati Uniti rischiano di trovarsi in una posizione meno solida di quella precedente al conflitto.
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