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2019-09-18
Il 38% degli investimenti esteri passa ancora dai paradisi fiscali
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I tentativi internazionali messi in campo dall'Ocse per porre un freno all'evasione fiscale non hanno raggiunto l'obiettivo sperato. Le multinazionali continuano infatti ad eludere lo scambio automatico di informazioni fiscali fra i vari stati e i programmi anti evasione messi in campo dalle varie organizzazioni internazionali, riuscendo a spostare i loro capitali in paradisi fiscali. Secondo lo studio The rise of phantom investments (La nascita di investimenti fantasma) pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dall'Università di Copenhagen, un terzo degli investimenti nel mondo (15.000 miliardi di dollari) è costituito da capitali spostati dalle multinazionali in società di comodo, localizzate in paradisi fiscali. Si parla in questo caso di investimenti diretti esteri (Ide) fantasma, perché non portano nuove attività commerciali reali o maggiore occupazione locale, ma servono alla multinazionale per far pagare meno tasse a livello di gruppo.
I paradisi fiscali accettano di essere usati per questo obiettivo, perché le corporate contribuiscono a loro modo all'economia locale. Per mantenere in vita queste società di facciata le multinazionali devono infatti pagare i servizi di consulenza fiscale, legale e contabili locali, oltre che versare la tassa di costituzione e di registrazione di una società al registro delle imprese nazionali. Questo denaro, non è però da sottovalutare, dato che per diversi paesi rappresenta una delle fonti maggiori di rendita. I Caraibi, per esempio, ricavano da questi servizi, insieme al turismo, la quota maggioritaria del Pil nazionale.
Per cercare di porre un freno a questo fenomeno, e far pagare alle multinazionali la giusta quantità di tasse, si sono messe in campo diverse normative internazionali: Beps (Base erosion and profit shifting che ha come obiettivo abbattere l'evasione fiscale internazionale delle multinazionali), lo scambio automatico di informazioni fiscali tra i vari stati, la muta assistenza amministrativa in campo fiscale e molto altro. Tutti questi strumenti non sono però serviti a molto. Secondo il report, infatti, negli ultimi dieci anni gli Ide fantasma sono aumentati passando dal 30 al 40%, rispetto alla totalità degli investimenti diretti esteri. Nel 2009 gli Ide fantasma erano il 32% (circa 8.000 miliardi) del totale degli investimenti esteri. Dopo otto anni si è arrivati al 38% (circa 15.000 miliardi), con una crescita costante nel tempo che non ha nemmeno risentito della crisi economica del 2008. Gli investimenti diretti esteri normali sono sì cresciuti nel corso degli anni, ma in maniera inferiore rispetto ai corrispettivi fantasma.
Questi Ide fantasma sono però indirizzati solo su particolari paesi: Svizzera, Cayman, Lussemburgo, Olanda, Hong Kong, Singapore, Irlanda, Isole Vergini Britanniche, Bermuda e Mauritius ricevono infatti l'85% di tutti gli investimenti diretti esteri fantasma a livello globale. Ma come fanno queste giurisdizioni ad attrarre così tanti ide fantasma? In alcuni casi si tratta di strategie politiche. Abbassando le imposte sulla società, concedono sgravi fiscali di varia natura per chi investe nel paese, unito alla poca trasparenza fiscale, si possono attrarre molti investimenti esteri. In Irlanda, per esempio, la tassa sulle società è stata ridotta del 37,5% nel corso degli ultimi anni, facendola passare dal 50 al 12,5%. Inoltre, alcune multinazionali sfruttando lacune normative sulle leggi irlandesi hanno reso il Paese la patria delle società di facciata. Questo modo di operare ha fatto crescere il Pil irlandese del 26% nel 2015, provocato però danni ad altri stati dato che le multinazionali non hanno pagato le tasse dove avrebbero dovuto.
Le varie regole fiscali internazionali e le decisioni prese anche a livello di G20 non hanno posto un freno all'evasione fiscale delle multinazionali. E uno dei motivi principali è che lo schema fiscale di base, sopra cui si decidono tutte le nuove norme internazionali, è legato al secolo scorso. L'economia e il modo di operare delle società, con l'arrivo di internet, è cambiato radicalmente e si sarebbe dovuto evolvere anche il contesto normativo internazionale.
A sottolineare la presenza di paradigmi fiscali non allineati con l'economia attuale è stato lo stesso Fmi, che ha proposto recentemente una revisione dell'architettura fiscale internazionale.
Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno
Meno entrate per gli Stati e più profitti per le multinazionali. I dati degli ultimi decenni mostrano come la contribuzione fiscale da parte delle diverse multinazionali stia diminuendo progressivamente, mentre i governi fanno a gare a chi riduce di più la tassa sui redditi societari.
Il The new global competition profit pubblicato da McKinsey, sottolinea infatti come negli ultimi 30 anni i profitti dichiarati dalle multinazionali sono triplicati, passando da 2.000 miliardi di dollari (1980) a 7.200 miliardi nel 2013. All'aumento non è però corrisposto un incremento nelle entrate fiscali da parte dei diversi stati. Questo è stato possibile grazie all'esistenza di paradisi fiscali, paesi cioè che offrono una tassazione molto bassa e incentivi che permettono alle multinazionali di azzerare la bolletta fiscale nel paese di origine. Fra questi troviamo sia stati membri dell'Unione europea (Malta, Olanda, Lussemburgo) sia giurisdizione extra Ue come Panama, Hong Kong, Mauritius, le Isole Vergini britanniche, Cipro o le Cayman.
Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo le multinazionali possiedono in media quasi 70 distaccamenti in ciascun paradiso fiscale, il che gli consente di pagare, a livello di gruppo, un'aliquota fiscale effettiva inferiore rispetto a chi non ha sedi in paradisi fiscali. In pratica una multinazionale paga meno tasse rispetto ad una piccola e media impresa nazionale che non ha la possibilità di aprire società fantasma in paradisi fiscali.
Le corporate si trovano dunque a scegliere quale paese gli offre la tassazione più favorevole. E la corsa verso il ribasso ha proprio inizio dai paradisi fiscali, che riescono a garantire una tassazione anche vicino allo 0%. Per cercare di attirare a se parte degli investimenti delle multinazionali le economie più avanzate hanno iniziato ad abbassare di anno in anno la tassa sui profitti aziendali. E a parlare sono i numeri. Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno. E secondo i dati Ocse le entrate medie generate da redditi e profitti societari nei paesi membri sono scese dal 3,6% al 2,8% del Pil nel periodo compreso tra il 2007 e il 2014.
Per tamponare questa discesa fiscale il G20, l'Ocse e l'Unione europea hanno introdotto diverse regole come i Beps, lo scambio automatico di informazioni tra gli stati, e le direttive antiriciclaggio. Al tavolo delle trattative c'erano però seduti la maggior parte dei paradisi fiscali mondiali (Svizzera, Olanda, Lussemburgo) che hanno plasmato le norme internazionali a loro vantaggio, lasciando cioè aperti margini di manovra, per non compromettere la loro attrattività internazionale. I governi hanno infatti mantenuto la flessibilità necessaria per poter abbassare le aliquote d'imposta e garantire un vantaggio fiscale alle multinazionali. La prova di tutto ciò la si può trovare nel progetto Beps, che ha prodotto un'accelerazione nella corsa al ribasso sulle aliquote. Dopo la sua approvazione vari paesi europei tra cui il Regno Unito, l'Ungheria, il Belgio e il Lussemburgo hanno annunciato tagli alle aliquote fiscali sui redditi d'impresa, per compensare la chiusura di alcune scappatoie fiscali.
I governi danno incentivi fiscali alle multinazionali. Senza perderebbero investimenti locali
La corsa al ribasso sulla tassa sui profitti dell'impresa e i continui incentivi fiscali che vengono garantiti alle multinazionali, a livello globale, in aggiunta alla mancanza di regolamentazione e trasparenza fiscale danneggia soprattutto le economie dei paesi in via di sviluppo. E questo perché le agevolazioni fiscali in queste giurisdizioni vengono mal usate e rappresentano la base per abusi di potere e corruzione. Un recente sondaggio condotto dalla Banca Mondiale tra gli investitori in Africa orientale, ha evidenziato come il 93% degli intervistati avrebbe comunque effettuato investimenti in quelle area anche in assenza di incentivi fiscali.
Le società internazionali scelgono infatti uno Stato per investire non solo perché sono presenti agevolazioni fiscali favorevoli ma anche perché ci sono condizioni, a livello di sistema paese, vantaggiose per il business di quella determinata multinazionale. Nonostante questa evidenza la gara a chi offre più incentivi fiscali continua su scala mondiale. Uno degli ultimi rapporti pubblicati da Oxfam, con il focus sull'Africa, ha evidenziato la presenza di paesi come il Kenya, che per cercare di essere attrattivo a livello internazionale, offre esenzioni e incentivi fiscali alle multinazionali. Questi determinano però ogni anno, la perdita di circa 1,1 miliardi di dollari, quasi il doppio di ciò che il governo spende per l'intero budget sanitario. Il motivo? Molto spesso gli incentivi vengono usate per scopi illeciti (corruzione).
La Nigeria è allineata con il Kenya. Spende in agevolazioni fiscali circa 2,9 miliardi di dollari, il doppio di quanto investe in educazione nonostante i sei milioni di bambine che nel Paese non frequentano la scuola. E anche in questo caso gli effetti negativi superano quelli positivi. Il tutto è sempre da ricollegare alla mancanza di regolamentazione e trasparenza negli atti.
Gli effetti negativi si realizzano però anche nelle economie più avanzate. Nei Paesi Bassi, per esempio, si stima che l'innovation box, un particolare incentivo fiscale concesso dal governo che ha l'obiettivo di offrire sgravi fiscali sugli utili delle multinazionali che sono stati investiti in innovazione, ha portato nel 2016 ha quasi 1,2 miliardi di euro di perdite erariali, una cifra equivalente al 7,6% del gettito fiscale totale da tassazione d'impresa.
Questa continua corsa all'incentivo fiscale per cercare di attirare a se le maggiori multinazionali non porta dunque così tanti benefici. Anzi, gli unici soggetti ad avvantaggiarsi dalla continua corsa al ribasso fiscale sono proprio le multinazionali. I governi, in ogni parte del mondo, non possono però uscire da questo trend perché significherebbe perdere attrattività fiscale e quel poco di investimenti nell'economia locale che le multinazionali concedono.
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Nonostante le dichiarazioni dei politici, un terzo dei flussi nel mondo (15.000 miliardi di dollari) è costituito da capitali spostati in società di comodo. Si parla in questo caso di investimenti diretti esteri (Ide) fantasma, perché non portano nuove attività commerciali reali o maggiore occupazione locale, ma servono per pagare meno tasse.Meno entrate per gli Stati e più profitti per le multinazionali. I dati degli ultimi decenni mostrano come la contribuzione fiscale da parte delle corporation stia diminuendo progressivamente, mentre i governi fanno a gare a chi riduce di più la tassa sui redditi societari.Negli ultimi 33 anni i profitti dichiarati dai colossi sono più che triplicati, passando dai 2.000 miliardi di dollari del 1980 ai 7.200 miliardi. Lo speciale contiene tre articoli.I tentativi internazionali messi in campo dall'Ocse per porre un freno all'evasione fiscale non hanno raggiunto l'obiettivo sperato. Le multinazionali continuano infatti ad eludere lo scambio automatico di informazioni fiscali fra i vari stati e i programmi anti evasione messi in campo dalle varie organizzazioni internazionali, riuscendo a spostare i loro capitali in paradisi fiscali. Secondo lo studio The rise of phantom investments (La nascita di investimenti fantasma) pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dall'Università di Copenhagen, un terzo degli investimenti nel mondo (15.000 miliardi di dollari) è costituito da capitali spostati dalle multinazionali in società di comodo, localizzate in paradisi fiscali. Si parla in questo caso di investimenti diretti esteri (Ide) fantasma, perché non portano nuove attività commerciali reali o maggiore occupazione locale, ma servono alla multinazionale per far pagare meno tasse a livello di gruppo. I paradisi fiscali accettano di essere usati per questo obiettivo, perché le corporate contribuiscono a loro modo all'economia locale. Per mantenere in vita queste società di facciata le multinazionali devono infatti pagare i servizi di consulenza fiscale, legale e contabili locali, oltre che versare la tassa di costituzione e di registrazione di una società al registro delle imprese nazionali. Questo denaro, non è però da sottovalutare, dato che per diversi paesi rappresenta una delle fonti maggiori di rendita. I Caraibi, per esempio, ricavano da questi servizi, insieme al turismo, la quota maggioritaria del Pil nazionale. Per cercare di porre un freno a questo fenomeno, e far pagare alle multinazionali la giusta quantità di tasse, si sono messe in campo diverse normative internazionali: Beps (Base erosion and profit shifting che ha come obiettivo abbattere l'evasione fiscale internazionale delle multinazionali), lo scambio automatico di informazioni fiscali tra i vari stati, la muta assistenza amministrativa in campo fiscale e molto altro. Tutti questi strumenti non sono però serviti a molto. Secondo il report, infatti, negli ultimi dieci anni gli Ide fantasma sono aumentati passando dal 30 al 40%, rispetto alla totalità degli investimenti diretti esteri. Nel 2009 gli Ide fantasma erano il 32% (circa 8.000 miliardi) del totale degli investimenti esteri. Dopo otto anni si è arrivati al 38% (circa 15.000 miliardi), con una crescita costante nel tempo che non ha nemmeno risentito della crisi economica del 2008. Gli investimenti diretti esteri normali sono sì cresciuti nel corso degli anni, ma in maniera inferiore rispetto ai corrispettivi fantasma. Questi Ide fantasma sono però indirizzati solo su particolari paesi: Svizzera, Cayman, Lussemburgo, Olanda, Hong Kong, Singapore, Irlanda, Isole Vergini Britanniche, Bermuda e Mauritius ricevono infatti l'85% di tutti gli investimenti diretti esteri fantasma a livello globale. Ma come fanno queste giurisdizioni ad attrarre così tanti ide fantasma? In alcuni casi si tratta di strategie politiche. Abbassando le imposte sulla società, concedono sgravi fiscali di varia natura per chi investe nel paese, unito alla poca trasparenza fiscale, si possono attrarre molti investimenti esteri. In Irlanda, per esempio, la tassa sulle società è stata ridotta del 37,5% nel corso degli ultimi anni, facendola passare dal 50 al 12,5%. Inoltre, alcune multinazionali sfruttando lacune normative sulle leggi irlandesi hanno reso il Paese la patria delle società di facciata. Questo modo di operare ha fatto crescere il Pil irlandese del 26% nel 2015, provocato però danni ad altri stati dato che le multinazionali non hanno pagato le tasse dove avrebbero dovuto. Le varie regole fiscali internazionali e le decisioni prese anche a livello di G20 non hanno posto un freno all'evasione fiscale delle multinazionali. E uno dei motivi principali è che lo schema fiscale di base, sopra cui si decidono tutte le nuove norme internazionali, è legato al secolo scorso. L'economia e il modo di operare delle società, con l'arrivo di internet, è cambiato radicalmente e si sarebbe dovuto evolvere anche il contesto normativo internazionale. A sottolineare la presenza di paradigmi fiscali non allineati con l'economia attuale è stato lo stesso Fmi, che ha proposto recentemente una revisione dell'architettura fiscale internazionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ide-pacione-2640414419.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nei-paesi-del-g20-l-aliquota-fiscale-media-applicata-ai-redditi-societari-e-passata-dal-40-di-25-anni-fa-a-meno-del-30-odierno" data-post-id="2640414419" data-published-at="1781253069" data-use-pagination="False"> Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno Meno entrate per gli Stati e più profitti per le multinazionali. I dati degli ultimi decenni mostrano come la contribuzione fiscale da parte delle diverse multinazionali stia diminuendo progressivamente, mentre i governi fanno a gare a chi riduce di più la tassa sui redditi societari. Il The new global competition profit pubblicato da McKinsey, sottolinea infatti come negli ultimi 30 anni i profitti dichiarati dalle multinazionali sono triplicati, passando da 2.000 miliardi di dollari (1980) a 7.200 miliardi nel 2013. All'aumento non è però corrisposto un incremento nelle entrate fiscali da parte dei diversi stati. Questo è stato possibile grazie all'esistenza di paradisi fiscali, paesi cioè che offrono una tassazione molto bassa e incentivi che permettono alle multinazionali di azzerare la bolletta fiscale nel paese di origine. Fra questi troviamo sia stati membri dell'Unione europea (Malta, Olanda, Lussemburgo) sia giurisdizione extra Ue come Panama, Hong Kong, Mauritius, le Isole Vergini britanniche, Cipro o le Cayman. Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo le multinazionali possiedono in media quasi 70 distaccamenti in ciascun paradiso fiscale, il che gli consente di pagare, a livello di gruppo, un'aliquota fiscale effettiva inferiore rispetto a chi non ha sedi in paradisi fiscali. In pratica una multinazionale paga meno tasse rispetto ad una piccola e media impresa nazionale che non ha la possibilità di aprire società fantasma in paradisi fiscali. Le corporate si trovano dunque a scegliere quale paese gli offre la tassazione più favorevole. E la corsa verso il ribasso ha proprio inizio dai paradisi fiscali, che riescono a garantire una tassazione anche vicino allo 0%. Per cercare di attirare a se parte degli investimenti delle multinazionali le economie più avanzate hanno iniziato ad abbassare di anno in anno la tassa sui profitti aziendali. E a parlare sono i numeri. Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno. E secondo i dati Ocse le entrate medie generate da redditi e profitti societari nei paesi membri sono scese dal 3,6% al 2,8% del Pil nel periodo compreso tra il 2007 e il 2014. Per tamponare questa discesa fiscale il G20, l'Ocse e l'Unione europea hanno introdotto diverse regole come i Beps, lo scambio automatico di informazioni tra gli stati, e le direttive antiriciclaggio. Al tavolo delle trattative c'erano però seduti la maggior parte dei paradisi fiscali mondiali (Svizzera, Olanda, Lussemburgo) che hanno plasmato le norme internazionali a loro vantaggio, lasciando cioè aperti margini di manovra, per non compromettere la loro attrattività internazionale. I governi hanno infatti mantenuto la flessibilità necessaria per poter abbassare le aliquote d'imposta e garantire un vantaggio fiscale alle multinazionali. La prova di tutto ciò la si può trovare nel progetto Beps, che ha prodotto un'accelerazione nella corsa al ribasso sulle aliquote. Dopo la sua approvazione vari paesi europei tra cui il Regno Unito, l'Ungheria, il Belgio e il Lussemburgo hanno annunciato tagli alle aliquote fiscali sui redditi d'impresa, per compensare la chiusura di alcune scappatoie fiscali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ide-pacione-2640414419.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-governi-danno-incentivi-fiscali-alle-multinazionali-senza-perderebbero-investimenti-locali" data-post-id="2640414419" data-published-at="1781253069" data-use-pagination="False"> I governi danno incentivi fiscali alle multinazionali. Senza perderebbero investimenti locali La corsa al ribasso sulla tassa sui profitti dell'impresa e i continui incentivi fiscali che vengono garantiti alle multinazionali, a livello globale, in aggiunta alla mancanza di regolamentazione e trasparenza fiscale danneggia soprattutto le economie dei paesi in via di sviluppo. E questo perché le agevolazioni fiscali in queste giurisdizioni vengono mal usate e rappresentano la base per abusi di potere e corruzione. Un recente sondaggio condotto dalla Banca Mondiale tra gli investitori in Africa orientale, ha evidenziato come il 93% degli intervistati avrebbe comunque effettuato investimenti in quelle area anche in assenza di incentivi fiscali. Le società internazionali scelgono infatti uno Stato per investire non solo perché sono presenti agevolazioni fiscali favorevoli ma anche perché ci sono condizioni, a livello di sistema paese, vantaggiose per il business di quella determinata multinazionale. Nonostante questa evidenza la gara a chi offre più incentivi fiscali continua su scala mondiale. Uno degli ultimi rapporti pubblicati da Oxfam, con il focus sull'Africa, ha evidenziato la presenza di paesi come il Kenya, che per cercare di essere attrattivo a livello internazionale, offre esenzioni e incentivi fiscali alle multinazionali. Questi determinano però ogni anno, la perdita di circa 1,1 miliardi di dollari, quasi il doppio di ciò che il governo spende per l'intero budget sanitario. Il motivo? Molto spesso gli incentivi vengono usate per scopi illeciti (corruzione). La Nigeria è allineata con il Kenya. Spende in agevolazioni fiscali circa 2,9 miliardi di dollari, il doppio di quanto investe in educazione nonostante i sei milioni di bambine che nel Paese non frequentano la scuola. E anche in questo caso gli effetti negativi superano quelli positivi. Il tutto è sempre da ricollegare alla mancanza di regolamentazione e trasparenza negli atti. Gli effetti negativi si realizzano però anche nelle economie più avanzate. Nei Paesi Bassi, per esempio, si stima che l'innovation box, un particolare incentivo fiscale concesso dal governo che ha l'obiettivo di offrire sgravi fiscali sugli utili delle multinazionali che sono stati investiti in innovazione, ha portato nel 2016 ha quasi 1,2 miliardi di euro di perdite erariali, una cifra equivalente al 7,6% del gettito fiscale totale da tassazione d'impresa. Questa continua corsa all'incentivo fiscale per cercare di attirare a se le maggiori multinazionali non porta dunque così tanti benefici. Anzi, gli unici soggetti ad avvantaggiarsi dalla continua corsa al ribasso fiscale sono proprio le multinazionali. I governi, in ogni parte del mondo, non possono però uscire da questo trend perché significherebbe perdere attrattività fiscale e quel poco di investimenti nell'economia locale che le multinazionali concedono.
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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