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2019-09-18
Il 38% degli investimenti esteri passa ancora dai paradisi fiscali
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I tentativi internazionali messi in campo dall'Ocse per porre un freno all'evasione fiscale non hanno raggiunto l'obiettivo sperato. Le multinazionali continuano infatti ad eludere lo scambio automatico di informazioni fiscali fra i vari stati e i programmi anti evasione messi in campo dalle varie organizzazioni internazionali, riuscendo a spostare i loro capitali in paradisi fiscali. Secondo lo studio The rise of phantom investments (La nascita di investimenti fantasma) pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dall'Università di Copenhagen, un terzo degli investimenti nel mondo (15.000 miliardi di dollari) è costituito da capitali spostati dalle multinazionali in società di comodo, localizzate in paradisi fiscali. Si parla in questo caso di investimenti diretti esteri (Ide) fantasma, perché non portano nuove attività commerciali reali o maggiore occupazione locale, ma servono alla multinazionale per far pagare meno tasse a livello di gruppo.
I paradisi fiscali accettano di essere usati per questo obiettivo, perché le corporate contribuiscono a loro modo all'economia locale. Per mantenere in vita queste società di facciata le multinazionali devono infatti pagare i servizi di consulenza fiscale, legale e contabili locali, oltre che versare la tassa di costituzione e di registrazione di una società al registro delle imprese nazionali. Questo denaro, non è però da sottovalutare, dato che per diversi paesi rappresenta una delle fonti maggiori di rendita. I Caraibi, per esempio, ricavano da questi servizi, insieme al turismo, la quota maggioritaria del Pil nazionale.
Per cercare di porre un freno a questo fenomeno, e far pagare alle multinazionali la giusta quantità di tasse, si sono messe in campo diverse normative internazionali: Beps (Base erosion and profit shifting che ha come obiettivo abbattere l'evasione fiscale internazionale delle multinazionali), lo scambio automatico di informazioni fiscali tra i vari stati, la muta assistenza amministrativa in campo fiscale e molto altro. Tutti questi strumenti non sono però serviti a molto. Secondo il report, infatti, negli ultimi dieci anni gli Ide fantasma sono aumentati passando dal 30 al 40%, rispetto alla totalità degli investimenti diretti esteri. Nel 2009 gli Ide fantasma erano il 32% (circa 8.000 miliardi) del totale degli investimenti esteri. Dopo otto anni si è arrivati al 38% (circa 15.000 miliardi), con una crescita costante nel tempo che non ha nemmeno risentito della crisi economica del 2008. Gli investimenti diretti esteri normali sono sì cresciuti nel corso degli anni, ma in maniera inferiore rispetto ai corrispettivi fantasma.
Questi Ide fantasma sono però indirizzati solo su particolari paesi: Svizzera, Cayman, Lussemburgo, Olanda, Hong Kong, Singapore, Irlanda, Isole Vergini Britanniche, Bermuda e Mauritius ricevono infatti l'85% di tutti gli investimenti diretti esteri fantasma a livello globale. Ma come fanno queste giurisdizioni ad attrarre così tanti ide fantasma? In alcuni casi si tratta di strategie politiche. Abbassando le imposte sulla società, concedono sgravi fiscali di varia natura per chi investe nel paese, unito alla poca trasparenza fiscale, si possono attrarre molti investimenti esteri. In Irlanda, per esempio, la tassa sulle società è stata ridotta del 37,5% nel corso degli ultimi anni, facendola passare dal 50 al 12,5%. Inoltre, alcune multinazionali sfruttando lacune normative sulle leggi irlandesi hanno reso il Paese la patria delle società di facciata. Questo modo di operare ha fatto crescere il Pil irlandese del 26% nel 2015, provocato però danni ad altri stati dato che le multinazionali non hanno pagato le tasse dove avrebbero dovuto.
Le varie regole fiscali internazionali e le decisioni prese anche a livello di G20 non hanno posto un freno all'evasione fiscale delle multinazionali. E uno dei motivi principali è che lo schema fiscale di base, sopra cui si decidono tutte le nuove norme internazionali, è legato al secolo scorso. L'economia e il modo di operare delle società, con l'arrivo di internet, è cambiato radicalmente e si sarebbe dovuto evolvere anche il contesto normativo internazionale.
A sottolineare la presenza di paradigmi fiscali non allineati con l'economia attuale è stato lo stesso Fmi, che ha proposto recentemente una revisione dell'architettura fiscale internazionale.
Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno
Meno entrate per gli Stati e più profitti per le multinazionali. I dati degli ultimi decenni mostrano come la contribuzione fiscale da parte delle diverse multinazionali stia diminuendo progressivamente, mentre i governi fanno a gare a chi riduce di più la tassa sui redditi societari.
Il The new global competition profit pubblicato da McKinsey, sottolinea infatti come negli ultimi 30 anni i profitti dichiarati dalle multinazionali sono triplicati, passando da 2.000 miliardi di dollari (1980) a 7.200 miliardi nel 2013. All'aumento non è però corrisposto un incremento nelle entrate fiscali da parte dei diversi stati. Questo è stato possibile grazie all'esistenza di paradisi fiscali, paesi cioè che offrono una tassazione molto bassa e incentivi che permettono alle multinazionali di azzerare la bolletta fiscale nel paese di origine. Fra questi troviamo sia stati membri dell'Unione europea (Malta, Olanda, Lussemburgo) sia giurisdizione extra Ue come Panama, Hong Kong, Mauritius, le Isole Vergini britanniche, Cipro o le Cayman.
Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo le multinazionali possiedono in media quasi 70 distaccamenti in ciascun paradiso fiscale, il che gli consente di pagare, a livello di gruppo, un'aliquota fiscale effettiva inferiore rispetto a chi non ha sedi in paradisi fiscali. In pratica una multinazionale paga meno tasse rispetto ad una piccola e media impresa nazionale che non ha la possibilità di aprire società fantasma in paradisi fiscali.
Le corporate si trovano dunque a scegliere quale paese gli offre la tassazione più favorevole. E la corsa verso il ribasso ha proprio inizio dai paradisi fiscali, che riescono a garantire una tassazione anche vicino allo 0%. Per cercare di attirare a se parte degli investimenti delle multinazionali le economie più avanzate hanno iniziato ad abbassare di anno in anno la tassa sui profitti aziendali. E a parlare sono i numeri. Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno. E secondo i dati Ocse le entrate medie generate da redditi e profitti societari nei paesi membri sono scese dal 3,6% al 2,8% del Pil nel periodo compreso tra il 2007 e il 2014.
Per tamponare questa discesa fiscale il G20, l'Ocse e l'Unione europea hanno introdotto diverse regole come i Beps, lo scambio automatico di informazioni tra gli stati, e le direttive antiriciclaggio. Al tavolo delle trattative c'erano però seduti la maggior parte dei paradisi fiscali mondiali (Svizzera, Olanda, Lussemburgo) che hanno plasmato le norme internazionali a loro vantaggio, lasciando cioè aperti margini di manovra, per non compromettere la loro attrattività internazionale. I governi hanno infatti mantenuto la flessibilità necessaria per poter abbassare le aliquote d'imposta e garantire un vantaggio fiscale alle multinazionali. La prova di tutto ciò la si può trovare nel progetto Beps, che ha prodotto un'accelerazione nella corsa al ribasso sulle aliquote. Dopo la sua approvazione vari paesi europei tra cui il Regno Unito, l'Ungheria, il Belgio e il Lussemburgo hanno annunciato tagli alle aliquote fiscali sui redditi d'impresa, per compensare la chiusura di alcune scappatoie fiscali.
I governi danno incentivi fiscali alle multinazionali. Senza perderebbero investimenti locali
La corsa al ribasso sulla tassa sui profitti dell'impresa e i continui incentivi fiscali che vengono garantiti alle multinazionali, a livello globale, in aggiunta alla mancanza di regolamentazione e trasparenza fiscale danneggia soprattutto le economie dei paesi in via di sviluppo. E questo perché le agevolazioni fiscali in queste giurisdizioni vengono mal usate e rappresentano la base per abusi di potere e corruzione. Un recente sondaggio condotto dalla Banca Mondiale tra gli investitori in Africa orientale, ha evidenziato come il 93% degli intervistati avrebbe comunque effettuato investimenti in quelle area anche in assenza di incentivi fiscali.
Le società internazionali scelgono infatti uno Stato per investire non solo perché sono presenti agevolazioni fiscali favorevoli ma anche perché ci sono condizioni, a livello di sistema paese, vantaggiose per il business di quella determinata multinazionale. Nonostante questa evidenza la gara a chi offre più incentivi fiscali continua su scala mondiale. Uno degli ultimi rapporti pubblicati da Oxfam, con il focus sull'Africa, ha evidenziato la presenza di paesi come il Kenya, che per cercare di essere attrattivo a livello internazionale, offre esenzioni e incentivi fiscali alle multinazionali. Questi determinano però ogni anno, la perdita di circa 1,1 miliardi di dollari, quasi il doppio di ciò che il governo spende per l'intero budget sanitario. Il motivo? Molto spesso gli incentivi vengono usate per scopi illeciti (corruzione).
La Nigeria è allineata con il Kenya. Spende in agevolazioni fiscali circa 2,9 miliardi di dollari, il doppio di quanto investe in educazione nonostante i sei milioni di bambine che nel Paese non frequentano la scuola. E anche in questo caso gli effetti negativi superano quelli positivi. Il tutto è sempre da ricollegare alla mancanza di regolamentazione e trasparenza negli atti.
Gli effetti negativi si realizzano però anche nelle economie più avanzate. Nei Paesi Bassi, per esempio, si stima che l'innovation box, un particolare incentivo fiscale concesso dal governo che ha l'obiettivo di offrire sgravi fiscali sugli utili delle multinazionali che sono stati investiti in innovazione, ha portato nel 2016 ha quasi 1,2 miliardi di euro di perdite erariali, una cifra equivalente al 7,6% del gettito fiscale totale da tassazione d'impresa.
Questa continua corsa all'incentivo fiscale per cercare di attirare a se le maggiori multinazionali non porta dunque così tanti benefici. Anzi, gli unici soggetti ad avvantaggiarsi dalla continua corsa al ribasso fiscale sono proprio le multinazionali. I governi, in ogni parte del mondo, non possono però uscire da questo trend perché significherebbe perdere attrattività fiscale e quel poco di investimenti nell'economia locale che le multinazionali concedono.
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Nonostante le dichiarazioni dei politici, un terzo dei flussi nel mondo (15.000 miliardi di dollari) è costituito da capitali spostati in società di comodo. Si parla in questo caso di investimenti diretti esteri (Ide) fantasma, perché non portano nuove attività commerciali reali o maggiore occupazione locale, ma servono per pagare meno tasse.Meno entrate per gli Stati e più profitti per le multinazionali. I dati degli ultimi decenni mostrano come la contribuzione fiscale da parte delle corporation stia diminuendo progressivamente, mentre i governi fanno a gare a chi riduce di più la tassa sui redditi societari.Negli ultimi 33 anni i profitti dichiarati dai colossi sono più che triplicati, passando dai 2.000 miliardi di dollari del 1980 ai 7.200 miliardi. Lo speciale contiene tre articoli.I tentativi internazionali messi in campo dall'Ocse per porre un freno all'evasione fiscale non hanno raggiunto l'obiettivo sperato. Le multinazionali continuano infatti ad eludere lo scambio automatico di informazioni fiscali fra i vari stati e i programmi anti evasione messi in campo dalle varie organizzazioni internazionali, riuscendo a spostare i loro capitali in paradisi fiscali. Secondo lo studio The rise of phantom investments (La nascita di investimenti fantasma) pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dall'Università di Copenhagen, un terzo degli investimenti nel mondo (15.000 miliardi di dollari) è costituito da capitali spostati dalle multinazionali in società di comodo, localizzate in paradisi fiscali. Si parla in questo caso di investimenti diretti esteri (Ide) fantasma, perché non portano nuove attività commerciali reali o maggiore occupazione locale, ma servono alla multinazionale per far pagare meno tasse a livello di gruppo. I paradisi fiscali accettano di essere usati per questo obiettivo, perché le corporate contribuiscono a loro modo all'economia locale. Per mantenere in vita queste società di facciata le multinazionali devono infatti pagare i servizi di consulenza fiscale, legale e contabili locali, oltre che versare la tassa di costituzione e di registrazione di una società al registro delle imprese nazionali. Questo denaro, non è però da sottovalutare, dato che per diversi paesi rappresenta una delle fonti maggiori di rendita. I Caraibi, per esempio, ricavano da questi servizi, insieme al turismo, la quota maggioritaria del Pil nazionale. Per cercare di porre un freno a questo fenomeno, e far pagare alle multinazionali la giusta quantità di tasse, si sono messe in campo diverse normative internazionali: Beps (Base erosion and profit shifting che ha come obiettivo abbattere l'evasione fiscale internazionale delle multinazionali), lo scambio automatico di informazioni fiscali tra i vari stati, la muta assistenza amministrativa in campo fiscale e molto altro. Tutti questi strumenti non sono però serviti a molto. Secondo il report, infatti, negli ultimi dieci anni gli Ide fantasma sono aumentati passando dal 30 al 40%, rispetto alla totalità degli investimenti diretti esteri. Nel 2009 gli Ide fantasma erano il 32% (circa 8.000 miliardi) del totale degli investimenti esteri. Dopo otto anni si è arrivati al 38% (circa 15.000 miliardi), con una crescita costante nel tempo che non ha nemmeno risentito della crisi economica del 2008. Gli investimenti diretti esteri normali sono sì cresciuti nel corso degli anni, ma in maniera inferiore rispetto ai corrispettivi fantasma. Questi Ide fantasma sono però indirizzati solo su particolari paesi: Svizzera, Cayman, Lussemburgo, Olanda, Hong Kong, Singapore, Irlanda, Isole Vergini Britanniche, Bermuda e Mauritius ricevono infatti l'85% di tutti gli investimenti diretti esteri fantasma a livello globale. Ma come fanno queste giurisdizioni ad attrarre così tanti ide fantasma? In alcuni casi si tratta di strategie politiche. Abbassando le imposte sulla società, concedono sgravi fiscali di varia natura per chi investe nel paese, unito alla poca trasparenza fiscale, si possono attrarre molti investimenti esteri. In Irlanda, per esempio, la tassa sulle società è stata ridotta del 37,5% nel corso degli ultimi anni, facendola passare dal 50 al 12,5%. Inoltre, alcune multinazionali sfruttando lacune normative sulle leggi irlandesi hanno reso il Paese la patria delle società di facciata. Questo modo di operare ha fatto crescere il Pil irlandese del 26% nel 2015, provocato però danni ad altri stati dato che le multinazionali non hanno pagato le tasse dove avrebbero dovuto. Le varie regole fiscali internazionali e le decisioni prese anche a livello di G20 non hanno posto un freno all'evasione fiscale delle multinazionali. E uno dei motivi principali è che lo schema fiscale di base, sopra cui si decidono tutte le nuove norme internazionali, è legato al secolo scorso. L'economia e il modo di operare delle società, con l'arrivo di internet, è cambiato radicalmente e si sarebbe dovuto evolvere anche il contesto normativo internazionale. A sottolineare la presenza di paradigmi fiscali non allineati con l'economia attuale è stato lo stesso Fmi, che ha proposto recentemente una revisione dell'architettura fiscale internazionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ide-pacione-2640414419.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nei-paesi-del-g20-l-aliquota-fiscale-media-applicata-ai-redditi-societari-e-passata-dal-40-di-25-anni-fa-a-meno-del-30-odierno" data-post-id="2640414419" data-published-at="1776598272" data-use-pagination="False"> Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno Meno entrate per gli Stati e più profitti per le multinazionali. I dati degli ultimi decenni mostrano come la contribuzione fiscale da parte delle diverse multinazionali stia diminuendo progressivamente, mentre i governi fanno a gare a chi riduce di più la tassa sui redditi societari. Il The new global competition profit pubblicato da McKinsey, sottolinea infatti come negli ultimi 30 anni i profitti dichiarati dalle multinazionali sono triplicati, passando da 2.000 miliardi di dollari (1980) a 7.200 miliardi nel 2013. All'aumento non è però corrisposto un incremento nelle entrate fiscali da parte dei diversi stati. Questo è stato possibile grazie all'esistenza di paradisi fiscali, paesi cioè che offrono una tassazione molto bassa e incentivi che permettono alle multinazionali di azzerare la bolletta fiscale nel paese di origine. Fra questi troviamo sia stati membri dell'Unione europea (Malta, Olanda, Lussemburgo) sia giurisdizione extra Ue come Panama, Hong Kong, Mauritius, le Isole Vergini britanniche, Cipro o le Cayman. Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo le multinazionali possiedono in media quasi 70 distaccamenti in ciascun paradiso fiscale, il che gli consente di pagare, a livello di gruppo, un'aliquota fiscale effettiva inferiore rispetto a chi non ha sedi in paradisi fiscali. In pratica una multinazionale paga meno tasse rispetto ad una piccola e media impresa nazionale che non ha la possibilità di aprire società fantasma in paradisi fiscali. Le corporate si trovano dunque a scegliere quale paese gli offre la tassazione più favorevole. E la corsa verso il ribasso ha proprio inizio dai paradisi fiscali, che riescono a garantire una tassazione anche vicino allo 0%. Per cercare di attirare a se parte degli investimenti delle multinazionali le economie più avanzate hanno iniziato ad abbassare di anno in anno la tassa sui profitti aziendali. E a parlare sono i numeri. Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno. E secondo i dati Ocse le entrate medie generate da redditi e profitti societari nei paesi membri sono scese dal 3,6% al 2,8% del Pil nel periodo compreso tra il 2007 e il 2014. Per tamponare questa discesa fiscale il G20, l'Ocse e l'Unione europea hanno introdotto diverse regole come i Beps, lo scambio automatico di informazioni tra gli stati, e le direttive antiriciclaggio. Al tavolo delle trattative c'erano però seduti la maggior parte dei paradisi fiscali mondiali (Svizzera, Olanda, Lussemburgo) che hanno plasmato le norme internazionali a loro vantaggio, lasciando cioè aperti margini di manovra, per non compromettere la loro attrattività internazionale. I governi hanno infatti mantenuto la flessibilità necessaria per poter abbassare le aliquote d'imposta e garantire un vantaggio fiscale alle multinazionali. La prova di tutto ciò la si può trovare nel progetto Beps, che ha prodotto un'accelerazione nella corsa al ribasso sulle aliquote. Dopo la sua approvazione vari paesi europei tra cui il Regno Unito, l'Ungheria, il Belgio e il Lussemburgo hanno annunciato tagli alle aliquote fiscali sui redditi d'impresa, per compensare la chiusura di alcune scappatoie fiscali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ide-pacione-2640414419.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-governi-danno-incentivi-fiscali-alle-multinazionali-senza-perderebbero-investimenti-locali" data-post-id="2640414419" data-published-at="1776598272" data-use-pagination="False"> I governi danno incentivi fiscali alle multinazionali. Senza perderebbero investimenti locali La corsa al ribasso sulla tassa sui profitti dell'impresa e i continui incentivi fiscali che vengono garantiti alle multinazionali, a livello globale, in aggiunta alla mancanza di regolamentazione e trasparenza fiscale danneggia soprattutto le economie dei paesi in via di sviluppo. E questo perché le agevolazioni fiscali in queste giurisdizioni vengono mal usate e rappresentano la base per abusi di potere e corruzione. Un recente sondaggio condotto dalla Banca Mondiale tra gli investitori in Africa orientale, ha evidenziato come il 93% degli intervistati avrebbe comunque effettuato investimenti in quelle area anche in assenza di incentivi fiscali. Le società internazionali scelgono infatti uno Stato per investire non solo perché sono presenti agevolazioni fiscali favorevoli ma anche perché ci sono condizioni, a livello di sistema paese, vantaggiose per il business di quella determinata multinazionale. Nonostante questa evidenza la gara a chi offre più incentivi fiscali continua su scala mondiale. Uno degli ultimi rapporti pubblicati da Oxfam, con il focus sull'Africa, ha evidenziato la presenza di paesi come il Kenya, che per cercare di essere attrattivo a livello internazionale, offre esenzioni e incentivi fiscali alle multinazionali. Questi determinano però ogni anno, la perdita di circa 1,1 miliardi di dollari, quasi il doppio di ciò che il governo spende per l'intero budget sanitario. Il motivo? Molto spesso gli incentivi vengono usate per scopi illeciti (corruzione). La Nigeria è allineata con il Kenya. Spende in agevolazioni fiscali circa 2,9 miliardi di dollari, il doppio di quanto investe in educazione nonostante i sei milioni di bambine che nel Paese non frequentano la scuola. E anche in questo caso gli effetti negativi superano quelli positivi. Il tutto è sempre da ricollegare alla mancanza di regolamentazione e trasparenza negli atti. Gli effetti negativi si realizzano però anche nelle economie più avanzate. Nei Paesi Bassi, per esempio, si stima che l'innovation box, un particolare incentivo fiscale concesso dal governo che ha l'obiettivo di offrire sgravi fiscali sugli utili delle multinazionali che sono stati investiti in innovazione, ha portato nel 2016 ha quasi 1,2 miliardi di euro di perdite erariali, una cifra equivalente al 7,6% del gettito fiscale totale da tassazione d'impresa. Questa continua corsa all'incentivo fiscale per cercare di attirare a se le maggiori multinazionali non porta dunque così tanti benefici. Anzi, gli unici soggetti ad avvantaggiarsi dalla continua corsa al ribasso fiscale sono proprio le multinazionali. I governi, in ogni parte del mondo, non possono però uscire da questo trend perché significherebbe perdere attrattività fiscale e quel poco di investimenti nell'economia locale che le multinazionali concedono.
Matteo Salvini con gli ospiti della manifestazione dei Patrioti di Milano (Ansa)
Tutti in piazza del Duomo (quasi piena) fra un gelato e un selfie, in una giornata rubata alla gita ai laghi, e già questo è un segno di appartenenza. Chi si attendeva una delegazione dell’Ice e gente travestita da Joseph Goebbels; chi prefigurava scenari da deportati con gli schiavettoni; chi per due settimane ha lanciato allarmi democratici sulla «remigrazione» galoppante, dev’essere rimasto parecchio deluso. La solita fake news a mezzo stampa ribadita anche in sede di commento; della serie «non facciamoci condizionare dalla realtà».
Matteo Salvini, che ha organizzato la giornata «Senza paura, padroni a casa nostra», è stato il primo a svestirla dei panni più estremi per puntare su temi drammatici e concreti come pace, lavoro, sicurezza, che sanno di sovranismo solo perché vorrebbero essere declinati in chiave italiana senza dover fare i conti con le trappole di Bruxelles. «Tutte le polemiche su Remigration summit, razzismo e islamofobia sono isterie della sinistra», ha sottolineato il segretario della Lega. E nel suo discorso sul palco milanese ha snocciolato priorità che non hanno niente a che vedere con la propaganda, ma impattano sulla vita dei cittadini.
«I nostri figli non hanno bisogno dell’esercito europeo, invocato da una persona abbastanza permalosa come Emmanuel Macron e dai suoi simili». «Contro la crisi energetica bisogna sospendere il patto di stabilità e permettere di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani in difficoltà». «Gli Stati Uniti hanno sospeso fino al 16 maggio le sanzioni che bloccavano l’acquisto di petrolio russo, deve farlo anche l’Ue». Argomentazioni legittime in un Paese pluralista; si possono discutere, si possono contrastare, ma arrivare (come ha fatto la sinistra milanese in consiglio comunale) a chiedere il divieto di pronunciarle dovrebbe suscitare qualche dubbio sul Dna democratico del progressismo radical in salsa postmarxista.
Quanto ai rimpatri dei migranti clandestini che delinquono, è difficile sostenere che il concetto sia una bestemmia. Salvini propone «il permesso di soggiorno a punti, se fai errori torni a casa». A colpi di accoglienza diffusa Milano è al collasso e lo stesso sindaco Giuseppe Sala (non certo un fiancheggiatore dell’Ice) ha affermato: «La parola remigrazione non mi piace ma non sono tra quelli che dicono no ai rimpatri. Se qualcuno commette crimini tali da giustificare un rimpatrio, ben venga». Sarebbe pure una misura tollerante perché delinquenti e stupratori condannati dovrebbero avere come destinazione naturale il carcere, non il semplice ritorno a casa da eroi indesiderati.
«Padroni a casa nostra». Quando lo gridava Umberto Bossi, era il tuono di un popolo vessato da burocrazia e tasse che annunciava il temporale. Oggi è quasi una supplica, la richiesta di poter continuare a vivere con la propria identità, le proprie speranze. E «senza paura». Temi concreti, punti esclamativi, il ritorno a quei «valori occidentali» richiamati dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, per il quale «il nostro non è aggressivo nazionalismo ma sano patriottismo». Applausi e tutti a casa, proprio mentre si snodavano per Milano altri due cortei, organizzati dalla sinistra con la gastrite permanente e il fegato ingrossato per contestare la manifestazione della Lega.
Il primo allestito da Avs e Anpi, con testimonial Ilaria Salis (senza martello) e con l’intenzione di fare la prova generale per il tradizionale 25 aprile divisivo e antagonista. Il secondo messo in piedi in tutta fretta dai centri sociali storicamente protetti e sostenuti da Pierfrancesco Majorino, che avendo come unica pulsione quella di menare le mani, hanno trovato il modo di sfondare il cordone delle forze dell’ordine, di cercare lo scontro e di strumentalizzarne l’ovvia reazione con gli idranti. Fra minacce ai poliziotti («celerini lapidati») e complimenti agli avversari politici («Salvini appeso»).
Uno scenario surreale. Mentre i presunti «cattivi» hanno portato all’attenzione di tutti argomenti di interesse comune, i «buoni» per decreto sono andati in piazza con due obiettivi: impedire agli altri di parlare (reazione da assemblea studentesca in un liceo occupato) e, per proprietà transitiva, esprimere consenso alle politiche economiche dell’Europa contestate in piazza del Duomo, ma anche dai loro leader Giuseppe Conte ed Elly Schlein. Il solito corto circuito a sinistra, dove abbondano gli strateghi e scarseggiano gli elettricisti.
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Elly Schlein a Barcellona con Pedro Sánchez (Ansa)
Mentre Giuseppe Conte, a ogni presentazione del suo libro, ripete come un disco rotto che vuole le primarie di coalizione per la scelta del candidato premier dei progressisti del campo largo, sicuro di avere già la vittoria in tasca, Schlein cerca l’abbraccio affettuoso dei leader progressisti appartenenti a una decina di Paesi: si parte dal premier spagnolo, Pedro Sánchez, organizzatore della «festa», per andare poi verso il presidente del Brasile, Luiz Inácio Lula da Silva, la presidente messicana, Claudia Sheinbaum, il presidente della Colombia, Gustavo Petro, e poi Mohammed Chahim del partito laburista olandese e vicepresidente del gruppo dei Socialisti democratici al Parlamento europeo, la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue e braccio destro di Sánchez, Teresa Ribera. C’è pure Hillary Clinton.
Schlein non si presenta davanti a loro solo come semplice segretario del Pd italiano, ci va da candidata premier in pectore, come leader del più grande partito della famiglia socialista e democratica europea e, quindi, come la naturale anti Meloni. «Ho detto a tutti che ci candidiamo alla vittoria», convinta che questo sia il suo momentum per provare a tirare la volata. Conte, per esempio, non è stato invitato nonostante la sua scelta di campo «progressista». La Elly «testardamente unitaria» fa spazio a una Schlein più istituzionale. Cerca di darsi un tono, insomma.
Forte anche del fatto che, in tutta Europa, vale il principio che l’incarico a guidare un governo, in caso di vittoria, spetta al leader del partito che prende più voti. E non è un caso che la segretaria pd ignori il piagnisteo di Giuseppi, buttandosi sulle relazioni con i partner internazionali. Schlein sta lavorando su una nuova immagine: figuriamoci che si è fatta anche vedere per la prima volta alla Festa della polizia e poi al Vinitaly, eventi non proprio della sinistra barricadera.
È già convinta della sua candidatura a Palazzo Chigi, con o senza primarie. Tanto più che gli ultimi sondaggi la vedono, per la prima volta, in testa in una possibile competizione con Conte e con il sindaco di Genova, Silvia Salis.
Ma come al solito Schlein inciampa nelle sue contraddizioni. Grida a gran voce «siamo con Sánchez!» ci si fa fotografare insieme, sostenendo, però, nello stesso momento che «non ci sono le condizioni per riprendere le importazioni di gas dalla Russia, poiché in questo momento Vladimir Putin ne trarrebbe profitto per alimentare la sua criminale invasione dell’Ucraina».
Schlein ignora che il buon Pedro è uno dei maggiori finanziatori di Putin, in quanto il suo governo sta aumentando in modo significativo gli acquisti di gas russo. La leader dem attacca Meloni, colpevole di fare «la guerra alle rinnovabili» invece di seguire l’esempio della Spagna. «È bene che nel Pd qualcuno informi la segretaria che la Spagna è oggi il primo Paese d’Europa per importazioni di energia fossile dalla Russia, con un incremento del 124% rispetto al mese precedente», suggerisce l’europarlamentare di Fratelli d’Italia, Nicola Procaccini.
Elly si sbilancia anche nel commentare la disponibilità espressa venerdì da Meloni alla riunione dei volenterosi, a inviare navi italiane per aiutare lo sminamento dello Stretto di Hormuz e favorire così la ripresa delle forniture di gas e petrolio, «previo via libera del Parlamento». Al «summit rosso» di Barcellona, la segretaria pd arriva con un giorno di ritardo, ripetendo più o meno le stesse cose del premier. Schlein dice di non essere d’accordo sull’invio di militari, a meno che non ci sia «un accordo di pace e un chiaro mandato multilaterale». Senza spiegare quale.
Schlein ha avuto numerosi incontri bilaterali: con il presidente del Pse, Stefan Löfven, con la capogruppo di S&D all’Europarlamento, Iratxe García Pérez, con il leader dell’opposizione turca a Erdogan, con il capo dell’opposizione giapponese, con il segretario del partito rossoverde olandese e col l’ex primo ministro palestinese e la delegazione di Fatah. Ieri sera, cena di gala con Sánchez e Lula. C’è anche la cilena Isabel Allende che la prende a braccetto e le fa i complimenti. L’impressione è che venga apprezzata più fuori che in Italia.
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