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2019-09-18
Il 38% degli investimenti esteri passa ancora dai paradisi fiscali
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I tentativi internazionali messi in campo dall'Ocse per porre un freno all'evasione fiscale non hanno raggiunto l'obiettivo sperato. Le multinazionali continuano infatti ad eludere lo scambio automatico di informazioni fiscali fra i vari stati e i programmi anti evasione messi in campo dalle varie organizzazioni internazionali, riuscendo a spostare i loro capitali in paradisi fiscali. Secondo lo studio The rise of phantom investments (La nascita di investimenti fantasma) pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dall'Università di Copenhagen, un terzo degli investimenti nel mondo (15.000 miliardi di dollari) è costituito da capitali spostati dalle multinazionali in società di comodo, localizzate in paradisi fiscali. Si parla in questo caso di investimenti diretti esteri (Ide) fantasma, perché non portano nuove attività commerciali reali o maggiore occupazione locale, ma servono alla multinazionale per far pagare meno tasse a livello di gruppo.
I paradisi fiscali accettano di essere usati per questo obiettivo, perché le corporate contribuiscono a loro modo all'economia locale. Per mantenere in vita queste società di facciata le multinazionali devono infatti pagare i servizi di consulenza fiscale, legale e contabili locali, oltre che versare la tassa di costituzione e di registrazione di una società al registro delle imprese nazionali. Questo denaro, non è però da sottovalutare, dato che per diversi paesi rappresenta una delle fonti maggiori di rendita. I Caraibi, per esempio, ricavano da questi servizi, insieme al turismo, la quota maggioritaria del Pil nazionale.
Per cercare di porre un freno a questo fenomeno, e far pagare alle multinazionali la giusta quantità di tasse, si sono messe in campo diverse normative internazionali: Beps (Base erosion and profit shifting che ha come obiettivo abbattere l'evasione fiscale internazionale delle multinazionali), lo scambio automatico di informazioni fiscali tra i vari stati, la muta assistenza amministrativa in campo fiscale e molto altro. Tutti questi strumenti non sono però serviti a molto. Secondo il report, infatti, negli ultimi dieci anni gli Ide fantasma sono aumentati passando dal 30 al 40%, rispetto alla totalità degli investimenti diretti esteri. Nel 2009 gli Ide fantasma erano il 32% (circa 8.000 miliardi) del totale degli investimenti esteri. Dopo otto anni si è arrivati al 38% (circa 15.000 miliardi), con una crescita costante nel tempo che non ha nemmeno risentito della crisi economica del 2008. Gli investimenti diretti esteri normali sono sì cresciuti nel corso degli anni, ma in maniera inferiore rispetto ai corrispettivi fantasma.
Questi Ide fantasma sono però indirizzati solo su particolari paesi: Svizzera, Cayman, Lussemburgo, Olanda, Hong Kong, Singapore, Irlanda, Isole Vergini Britanniche, Bermuda e Mauritius ricevono infatti l'85% di tutti gli investimenti diretti esteri fantasma a livello globale. Ma come fanno queste giurisdizioni ad attrarre così tanti ide fantasma? In alcuni casi si tratta di strategie politiche. Abbassando le imposte sulla società, concedono sgravi fiscali di varia natura per chi investe nel paese, unito alla poca trasparenza fiscale, si possono attrarre molti investimenti esteri. In Irlanda, per esempio, la tassa sulle società è stata ridotta del 37,5% nel corso degli ultimi anni, facendola passare dal 50 al 12,5%. Inoltre, alcune multinazionali sfruttando lacune normative sulle leggi irlandesi hanno reso il Paese la patria delle società di facciata. Questo modo di operare ha fatto crescere il Pil irlandese del 26% nel 2015, provocato però danni ad altri stati dato che le multinazionali non hanno pagato le tasse dove avrebbero dovuto.
Le varie regole fiscali internazionali e le decisioni prese anche a livello di G20 non hanno posto un freno all'evasione fiscale delle multinazionali. E uno dei motivi principali è che lo schema fiscale di base, sopra cui si decidono tutte le nuove norme internazionali, è legato al secolo scorso. L'economia e il modo di operare delle società, con l'arrivo di internet, è cambiato radicalmente e si sarebbe dovuto evolvere anche il contesto normativo internazionale.
A sottolineare la presenza di paradigmi fiscali non allineati con l'economia attuale è stato lo stesso Fmi, che ha proposto recentemente una revisione dell'architettura fiscale internazionale.
Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno
Meno entrate per gli Stati e più profitti per le multinazionali. I dati degli ultimi decenni mostrano come la contribuzione fiscale da parte delle diverse multinazionali stia diminuendo progressivamente, mentre i governi fanno a gare a chi riduce di più la tassa sui redditi societari.
Il The new global competition profit pubblicato da McKinsey, sottolinea infatti come negli ultimi 30 anni i profitti dichiarati dalle multinazionali sono triplicati, passando da 2.000 miliardi di dollari (1980) a 7.200 miliardi nel 2013. All'aumento non è però corrisposto un incremento nelle entrate fiscali da parte dei diversi stati. Questo è stato possibile grazie all'esistenza di paradisi fiscali, paesi cioè che offrono una tassazione molto bassa e incentivi che permettono alle multinazionali di azzerare la bolletta fiscale nel paese di origine. Fra questi troviamo sia stati membri dell'Unione europea (Malta, Olanda, Lussemburgo) sia giurisdizione extra Ue come Panama, Hong Kong, Mauritius, le Isole Vergini britanniche, Cipro o le Cayman.
Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo le multinazionali possiedono in media quasi 70 distaccamenti in ciascun paradiso fiscale, il che gli consente di pagare, a livello di gruppo, un'aliquota fiscale effettiva inferiore rispetto a chi non ha sedi in paradisi fiscali. In pratica una multinazionale paga meno tasse rispetto ad una piccola e media impresa nazionale che non ha la possibilità di aprire società fantasma in paradisi fiscali.
Le corporate si trovano dunque a scegliere quale paese gli offre la tassazione più favorevole. E la corsa verso il ribasso ha proprio inizio dai paradisi fiscali, che riescono a garantire una tassazione anche vicino allo 0%. Per cercare di attirare a se parte degli investimenti delle multinazionali le economie più avanzate hanno iniziato ad abbassare di anno in anno la tassa sui profitti aziendali. E a parlare sono i numeri. Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno. E secondo i dati Ocse le entrate medie generate da redditi e profitti societari nei paesi membri sono scese dal 3,6% al 2,8% del Pil nel periodo compreso tra il 2007 e il 2014.
Per tamponare questa discesa fiscale il G20, l'Ocse e l'Unione europea hanno introdotto diverse regole come i Beps, lo scambio automatico di informazioni tra gli stati, e le direttive antiriciclaggio. Al tavolo delle trattative c'erano però seduti la maggior parte dei paradisi fiscali mondiali (Svizzera, Olanda, Lussemburgo) che hanno plasmato le norme internazionali a loro vantaggio, lasciando cioè aperti margini di manovra, per non compromettere la loro attrattività internazionale. I governi hanno infatti mantenuto la flessibilità necessaria per poter abbassare le aliquote d'imposta e garantire un vantaggio fiscale alle multinazionali. La prova di tutto ciò la si può trovare nel progetto Beps, che ha prodotto un'accelerazione nella corsa al ribasso sulle aliquote. Dopo la sua approvazione vari paesi europei tra cui il Regno Unito, l'Ungheria, il Belgio e il Lussemburgo hanno annunciato tagli alle aliquote fiscali sui redditi d'impresa, per compensare la chiusura di alcune scappatoie fiscali.
I governi danno incentivi fiscali alle multinazionali. Senza perderebbero investimenti locali
La corsa al ribasso sulla tassa sui profitti dell'impresa e i continui incentivi fiscali che vengono garantiti alle multinazionali, a livello globale, in aggiunta alla mancanza di regolamentazione e trasparenza fiscale danneggia soprattutto le economie dei paesi in via di sviluppo. E questo perché le agevolazioni fiscali in queste giurisdizioni vengono mal usate e rappresentano la base per abusi di potere e corruzione. Un recente sondaggio condotto dalla Banca Mondiale tra gli investitori in Africa orientale, ha evidenziato come il 93% degli intervistati avrebbe comunque effettuato investimenti in quelle area anche in assenza di incentivi fiscali.
Le società internazionali scelgono infatti uno Stato per investire non solo perché sono presenti agevolazioni fiscali favorevoli ma anche perché ci sono condizioni, a livello di sistema paese, vantaggiose per il business di quella determinata multinazionale. Nonostante questa evidenza la gara a chi offre più incentivi fiscali continua su scala mondiale. Uno degli ultimi rapporti pubblicati da Oxfam, con il focus sull'Africa, ha evidenziato la presenza di paesi come il Kenya, che per cercare di essere attrattivo a livello internazionale, offre esenzioni e incentivi fiscali alle multinazionali. Questi determinano però ogni anno, la perdita di circa 1,1 miliardi di dollari, quasi il doppio di ciò che il governo spende per l'intero budget sanitario. Il motivo? Molto spesso gli incentivi vengono usate per scopi illeciti (corruzione).
La Nigeria è allineata con il Kenya. Spende in agevolazioni fiscali circa 2,9 miliardi di dollari, il doppio di quanto investe in educazione nonostante i sei milioni di bambine che nel Paese non frequentano la scuola. E anche in questo caso gli effetti negativi superano quelli positivi. Il tutto è sempre da ricollegare alla mancanza di regolamentazione e trasparenza negli atti.
Gli effetti negativi si realizzano però anche nelle economie più avanzate. Nei Paesi Bassi, per esempio, si stima che l'innovation box, un particolare incentivo fiscale concesso dal governo che ha l'obiettivo di offrire sgravi fiscali sugli utili delle multinazionali che sono stati investiti in innovazione, ha portato nel 2016 ha quasi 1,2 miliardi di euro di perdite erariali, una cifra equivalente al 7,6% del gettito fiscale totale da tassazione d'impresa.
Questa continua corsa all'incentivo fiscale per cercare di attirare a se le maggiori multinazionali non porta dunque così tanti benefici. Anzi, gli unici soggetti ad avvantaggiarsi dalla continua corsa al ribasso fiscale sono proprio le multinazionali. I governi, in ogni parte del mondo, non possono però uscire da questo trend perché significherebbe perdere attrattività fiscale e quel poco di investimenti nell'economia locale che le multinazionali concedono.
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Nonostante le dichiarazioni dei politici, un terzo dei flussi nel mondo (15.000 miliardi di dollari) è costituito da capitali spostati in società di comodo. Si parla in questo caso di investimenti diretti esteri (Ide) fantasma, perché non portano nuove attività commerciali reali o maggiore occupazione locale, ma servono per pagare meno tasse.Meno entrate per gli Stati e più profitti per le multinazionali. I dati degli ultimi decenni mostrano come la contribuzione fiscale da parte delle corporation stia diminuendo progressivamente, mentre i governi fanno a gare a chi riduce di più la tassa sui redditi societari.Negli ultimi 33 anni i profitti dichiarati dai colossi sono più che triplicati, passando dai 2.000 miliardi di dollari del 1980 ai 7.200 miliardi. Lo speciale contiene tre articoli.I tentativi internazionali messi in campo dall'Ocse per porre un freno all'evasione fiscale non hanno raggiunto l'obiettivo sperato. Le multinazionali continuano infatti ad eludere lo scambio automatico di informazioni fiscali fra i vari stati e i programmi anti evasione messi in campo dalle varie organizzazioni internazionali, riuscendo a spostare i loro capitali in paradisi fiscali. Secondo lo studio The rise of phantom investments (La nascita di investimenti fantasma) pubblicato dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dall'Università di Copenhagen, un terzo degli investimenti nel mondo (15.000 miliardi di dollari) è costituito da capitali spostati dalle multinazionali in società di comodo, localizzate in paradisi fiscali. Si parla in questo caso di investimenti diretti esteri (Ide) fantasma, perché non portano nuove attività commerciali reali o maggiore occupazione locale, ma servono alla multinazionale per far pagare meno tasse a livello di gruppo. I paradisi fiscali accettano di essere usati per questo obiettivo, perché le corporate contribuiscono a loro modo all'economia locale. Per mantenere in vita queste società di facciata le multinazionali devono infatti pagare i servizi di consulenza fiscale, legale e contabili locali, oltre che versare la tassa di costituzione e di registrazione di una società al registro delle imprese nazionali. Questo denaro, non è però da sottovalutare, dato che per diversi paesi rappresenta una delle fonti maggiori di rendita. I Caraibi, per esempio, ricavano da questi servizi, insieme al turismo, la quota maggioritaria del Pil nazionale. Per cercare di porre un freno a questo fenomeno, e far pagare alle multinazionali la giusta quantità di tasse, si sono messe in campo diverse normative internazionali: Beps (Base erosion and profit shifting che ha come obiettivo abbattere l'evasione fiscale internazionale delle multinazionali), lo scambio automatico di informazioni fiscali tra i vari stati, la muta assistenza amministrativa in campo fiscale e molto altro. Tutti questi strumenti non sono però serviti a molto. Secondo il report, infatti, negli ultimi dieci anni gli Ide fantasma sono aumentati passando dal 30 al 40%, rispetto alla totalità degli investimenti diretti esteri. Nel 2009 gli Ide fantasma erano il 32% (circa 8.000 miliardi) del totale degli investimenti esteri. Dopo otto anni si è arrivati al 38% (circa 15.000 miliardi), con una crescita costante nel tempo che non ha nemmeno risentito della crisi economica del 2008. Gli investimenti diretti esteri normali sono sì cresciuti nel corso degli anni, ma in maniera inferiore rispetto ai corrispettivi fantasma. Questi Ide fantasma sono però indirizzati solo su particolari paesi: Svizzera, Cayman, Lussemburgo, Olanda, Hong Kong, Singapore, Irlanda, Isole Vergini Britanniche, Bermuda e Mauritius ricevono infatti l'85% di tutti gli investimenti diretti esteri fantasma a livello globale. Ma come fanno queste giurisdizioni ad attrarre così tanti ide fantasma? In alcuni casi si tratta di strategie politiche. Abbassando le imposte sulla società, concedono sgravi fiscali di varia natura per chi investe nel paese, unito alla poca trasparenza fiscale, si possono attrarre molti investimenti esteri. In Irlanda, per esempio, la tassa sulle società è stata ridotta del 37,5% nel corso degli ultimi anni, facendola passare dal 50 al 12,5%. Inoltre, alcune multinazionali sfruttando lacune normative sulle leggi irlandesi hanno reso il Paese la patria delle società di facciata. Questo modo di operare ha fatto crescere il Pil irlandese del 26% nel 2015, provocato però danni ad altri stati dato che le multinazionali non hanno pagato le tasse dove avrebbero dovuto. Le varie regole fiscali internazionali e le decisioni prese anche a livello di G20 non hanno posto un freno all'evasione fiscale delle multinazionali. E uno dei motivi principali è che lo schema fiscale di base, sopra cui si decidono tutte le nuove norme internazionali, è legato al secolo scorso. L'economia e il modo di operare delle società, con l'arrivo di internet, è cambiato radicalmente e si sarebbe dovuto evolvere anche il contesto normativo internazionale. A sottolineare la presenza di paradigmi fiscali non allineati con l'economia attuale è stato lo stesso Fmi, che ha proposto recentemente una revisione dell'architettura fiscale internazionale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ide-pacione-2640414419.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nei-paesi-del-g20-l-aliquota-fiscale-media-applicata-ai-redditi-societari-e-passata-dal-40-di-25-anni-fa-a-meno-del-30-odierno" data-post-id="2640414419" data-published-at="1780933141" data-use-pagination="False"> Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno Meno entrate per gli Stati e più profitti per le multinazionali. I dati degli ultimi decenni mostrano come la contribuzione fiscale da parte delle diverse multinazionali stia diminuendo progressivamente, mentre i governi fanno a gare a chi riduce di più la tassa sui redditi societari. Il The new global competition profit pubblicato da McKinsey, sottolinea infatti come negli ultimi 30 anni i profitti dichiarati dalle multinazionali sono triplicati, passando da 2.000 miliardi di dollari (1980) a 7.200 miliardi nel 2013. All'aumento non è però corrisposto un incremento nelle entrate fiscali da parte dei diversi stati. Questo è stato possibile grazie all'esistenza di paradisi fiscali, paesi cioè che offrono una tassazione molto bassa e incentivi che permettono alle multinazionali di azzerare la bolletta fiscale nel paese di origine. Fra questi troviamo sia stati membri dell'Unione europea (Malta, Olanda, Lussemburgo) sia giurisdizione extra Ue come Panama, Hong Kong, Mauritius, le Isole Vergini britanniche, Cipro o le Cayman. Secondo la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo le multinazionali possiedono in media quasi 70 distaccamenti in ciascun paradiso fiscale, il che gli consente di pagare, a livello di gruppo, un'aliquota fiscale effettiva inferiore rispetto a chi non ha sedi in paradisi fiscali. In pratica una multinazionale paga meno tasse rispetto ad una piccola e media impresa nazionale che non ha la possibilità di aprire società fantasma in paradisi fiscali. Le corporate si trovano dunque a scegliere quale paese gli offre la tassazione più favorevole. E la corsa verso il ribasso ha proprio inizio dai paradisi fiscali, che riescono a garantire una tassazione anche vicino allo 0%. Per cercare di attirare a se parte degli investimenti delle multinazionali le economie più avanzate hanno iniziato ad abbassare di anno in anno la tassa sui profitti aziendali. E a parlare sono i numeri. Nei Paesi del G20 l'aliquota fiscale media applicata ai redditi societari è passata dal 40% di 25 anni fa a meno del 30% odierno. E secondo i dati Ocse le entrate medie generate da redditi e profitti societari nei paesi membri sono scese dal 3,6% al 2,8% del Pil nel periodo compreso tra il 2007 e il 2014. Per tamponare questa discesa fiscale il G20, l'Ocse e l'Unione europea hanno introdotto diverse regole come i Beps, lo scambio automatico di informazioni tra gli stati, e le direttive antiriciclaggio. Al tavolo delle trattative c'erano però seduti la maggior parte dei paradisi fiscali mondiali (Svizzera, Olanda, Lussemburgo) che hanno plasmato le norme internazionali a loro vantaggio, lasciando cioè aperti margini di manovra, per non compromettere la loro attrattività internazionale. I governi hanno infatti mantenuto la flessibilità necessaria per poter abbassare le aliquote d'imposta e garantire un vantaggio fiscale alle multinazionali. La prova di tutto ciò la si può trovare nel progetto Beps, che ha prodotto un'accelerazione nella corsa al ribasso sulle aliquote. Dopo la sua approvazione vari paesi europei tra cui il Regno Unito, l'Ungheria, il Belgio e il Lussemburgo hanno annunciato tagli alle aliquote fiscali sui redditi d'impresa, per compensare la chiusura di alcune scappatoie fiscali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ide-pacione-2640414419.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-governi-danno-incentivi-fiscali-alle-multinazionali-senza-perderebbero-investimenti-locali" data-post-id="2640414419" data-published-at="1780933141" data-use-pagination="False"> I governi danno incentivi fiscali alle multinazionali. Senza perderebbero investimenti locali La corsa al ribasso sulla tassa sui profitti dell'impresa e i continui incentivi fiscali che vengono garantiti alle multinazionali, a livello globale, in aggiunta alla mancanza di regolamentazione e trasparenza fiscale danneggia soprattutto le economie dei paesi in via di sviluppo. E questo perché le agevolazioni fiscali in queste giurisdizioni vengono mal usate e rappresentano la base per abusi di potere e corruzione. Un recente sondaggio condotto dalla Banca Mondiale tra gli investitori in Africa orientale, ha evidenziato come il 93% degli intervistati avrebbe comunque effettuato investimenti in quelle area anche in assenza di incentivi fiscali. Le società internazionali scelgono infatti uno Stato per investire non solo perché sono presenti agevolazioni fiscali favorevoli ma anche perché ci sono condizioni, a livello di sistema paese, vantaggiose per il business di quella determinata multinazionale. Nonostante questa evidenza la gara a chi offre più incentivi fiscali continua su scala mondiale. Uno degli ultimi rapporti pubblicati da Oxfam, con il focus sull'Africa, ha evidenziato la presenza di paesi come il Kenya, che per cercare di essere attrattivo a livello internazionale, offre esenzioni e incentivi fiscali alle multinazionali. Questi determinano però ogni anno, la perdita di circa 1,1 miliardi di dollari, quasi il doppio di ciò che il governo spende per l'intero budget sanitario. Il motivo? Molto spesso gli incentivi vengono usate per scopi illeciti (corruzione). La Nigeria è allineata con il Kenya. Spende in agevolazioni fiscali circa 2,9 miliardi di dollari, il doppio di quanto investe in educazione nonostante i sei milioni di bambine che nel Paese non frequentano la scuola. E anche in questo caso gli effetti negativi superano quelli positivi. Il tutto è sempre da ricollegare alla mancanza di regolamentazione e trasparenza negli atti. Gli effetti negativi si realizzano però anche nelle economie più avanzate. Nei Paesi Bassi, per esempio, si stima che l'innovation box, un particolare incentivo fiscale concesso dal governo che ha l'obiettivo di offrire sgravi fiscali sugli utili delle multinazionali che sono stati investiti in innovazione, ha portato nel 2016 ha quasi 1,2 miliardi di euro di perdite erariali, una cifra equivalente al 7,6% del gettito fiscale totale da tassazione d'impresa. Questa continua corsa all'incentivo fiscale per cercare di attirare a se le maggiori multinazionali non porta dunque così tanti benefici. Anzi, gli unici soggetti ad avvantaggiarsi dalla continua corsa al ribasso fiscale sono proprio le multinazionali. I governi, in ogni parte del mondo, non possono però uscire da questo trend perché significherebbe perdere attrattività fiscale e quel poco di investimenti nell'economia locale che le multinazionali concedono.
Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.
Xi Jinping (Ansa)
«Le relazioni tra la Cina e la Repubblica Popolare Democratica di Corea si trovano a un nuovo punto di partenza storico, di fronte a nuove opportunità di sviluppo e con nuove missioni dettate dai tempi», ha dichiarato il presidente cinese poco prima del suo arrivo. Era dallo scorso settembre che Xi non si vedeva con Kim Jong-un. Ma a che cosa punta esattamente il presidente cinese con questa visita?
Gli obiettivi principali sembrano essere due. Innanzitutto, rafforzando i legami con Pyongyang, Xi potrebbe mirare a migliorare i propri rapporti con gli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti più volte espresso l’intenzione di riavviare un processo diplomatico con la Corea del Nord: in quest’ottica, il presidente cinese potrebbe quindi cercare di ritagliarsi il delicato ruolo di mediatore tra Washington e Pyongyang.
In secondo luogo, non è un mistero che, al netto delle dichiarazioni di facciata, Xi abbia sovente guardato con preoccupazione ai crescenti legami tra la Corea del Nord e la Russia nel settore della Difesa. Era il giugno 2024, quando Kim e Vladimir Putin firmarono il Trattato di partenariato strategico globale tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Lo zar vede del resto nella sponda con Pyongyang uno strumento per allentare l’abbraccio soffocante del Cremlino con la Cina. Xi è consapevole di questa strategia e punta quindi a disinnescarla (o comunque ad arginarla). È dunque anche in quest’ottica che va letto il nuovo viaggio del presidente cinese in Corea del Nord.
Nonostante il rafforzamento della partnership tra Mosca e Pechino, i rapporti tra le due capitali non sono esenti da tensioni, sospetti e contraddizioni. E’ quindi proprio in questo quadro che viene a inserirsi Kim Jong-un: un Kim Jong-un che punta a massimizzare i suoi interessi, facendo leva sulla rivalità latente tra Xi e Putin.
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Gli Usa hanno già imposto severe restrizioni all’ingresso per 30 giorni ai viaggiatori che sono stati in Congo, in Uganda e nel Sud Sudan, ma da domani saranno posti sotto controllo anche chi arriva da Ruanda, Burundi e Tanzania. Anche l’Italia si è mossa rapidamente ed è già tornato dall’Africa un team di esperti dell’Istituto Nazionale per le Malattie infettive dello Spallanzani, inviato a Kinshasa per capire la situazione. I viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda hanno l’obbligo di dichiarazione, mentre l’Unione europea sta pensando a un’azione coordinata e sono allo studio farmaci e vaccini che al momento non esistono per questo ceppo.
Il rischio maggiore è però l’arrivo di persone dalle zone sotto osservazione attraverso canali non ufficiali. Se l’aeroporto di Fiumicino, come tutti gli altri aeroporti d’Europa, sarà attentamente monitorato, chi arriva attraverso il Mediterraneo sulle coste italiane rimane difficilmente controllabile.
Negli anni sono state tante le malattie ricomparse in Italia dopo essere state debellate, portate da aree del mondo dove sono ancora presenti. Il 2014 è stato l’anno dell’allarme della Tubercolosi, dovuto, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’incidenza nel paese d’origine, ma anche alle condizioni di vita e all’accesso ai servizi sanitari. Negli ultimi anni invece è stato il caso della scabbia, che nel 2015 aveva portato alla temporanea chiusura delle frontiere e migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane. La scabbia un’infezione della pelle causata da un parassita favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni tipiche dei viaggi sui barconi. Anche la difterite ha visto crescere i suoi numeri, con focolai tra le popolazioni vulnerabili con i casi concentrati nei centri di accoglienza.
Più complesso il caso della crescita della malaria che vede la maggioranza dei pazienti contagiati in viaggi nei Paesi africani sia di europei che di africani già residenti in Europa.
Il virus Ebola rappresenta però un altro livello di pericolosità sociale con una mortalità che arriva al 50% dei contagiati e una capacità di reazione delle nazioni coinvolte praticamente inesistente. Scoperto a metà degli anni settanta proprio in Congo si è presentato già 16 volte nella nazione africana, mietendo migliaia di vittime, ma questa volta sembra ancora più letale. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, non controlla il 60% del territorio dove sta dilagando il virus, dato che da oltre un anno è nelle mani di milizie ribelli che costringono la popolazione a continui spostamenti.
I campi profughi sono un veicolo di contagio, visto l’enorme affollamento e la possibilità di uscire e rientrare senza controllo. Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha fatto appello alle milizie per una tregua per affrontare la situazione, chiedendo allo stesso tempo aiuto finanziario al mondo per approntare ospedali da campo. Washington ha annunciato di aver stanziato circa 40 milioni di dollari per le attività di risposta all’Ebola. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus è volato in Congo, dove ha incontrato il ministro della Salute Samuel Roger Kamba che sta cercando di rassicurare la popolazione. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i partner internazionali», spiega alla Verità il responsabile della sanità di Kinshasa, «purtroppo nelle province di Ituri e Kivu non esistono strade e i collegamenti sono molto complicati. Invitiamo la popolazione a segnalare ogni movimento ed ogni caso sospetto, ma soprattutto di andare in ospedale e non curarsi con la medicina tradizionale nei villaggi».
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Dalle intercettazioni sarebbe emerso che l’organizzazione criminale era collegata al clan Mazzei e che uno degli indagati, ritenuto affiliato alla cosca, avrebbe fornito droga a esponenti di Cosa Nostra collaborando con due nipoti del capo storico della famiglia mafiosa. L’inchiesta ha coinvolto anche altri familiari del boss, tra cui una figlia. Nel corso del blitz le forze dell’ordine hanno sequestrato quantitativi di marijuana e cocaina, oltre a un arsenale di armi.
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