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2019-06-01
I venditori di cannabis preparano la causa
Ansa
La sentenza della Cassazione di fine maggio segna il destino dei negozi di cannabis legale, che però si preparano a una battaglia giuridica, fino all'ultimo cavillo.
I giudici della Suprema corte, chiamati a fare chiarezza sull'interpretazione della legge 242/2016, hanno decretato che è reato la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti «derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L.» come l'olio, le foglie, le inflorescenze e la resina. Certo, mancano le motivazioni della sentenza, che arriveranno nelle prossime settimane, ma, di fatto, ci sono le basi perché vengano chiusi i negozi dove si vende la cannabis legale (light) per il basso contenuto, tra lo 0,2 e 06%, della sostanza psicoattiva, Thc (Tetraidrocannabinolo). Plaude alla sentenza il ministro dell'Interno Matteo Salvini, dichiarando: «Siamo contro qualsiasi droga, senza se e senza ma. A noi piace il divertimento sano».
Del resto lo stesso Salvini aveva annunciato, a inizio maggio, di voler chiudere tutti i negozi, emanando una direttiva ai prefetti per aumentare i controlli. Ovviamente di parere opposto, i radicali sollevano il dubbio che si tratti di «una sentenza politica in linea con il volere di un ministro che ha annunciato un' offensiva contro la cannabis light». Parla di una sentenza frutto «del mutato clima politico che si respira in Italia» anche Adriano Zaccagnini, M5s della scorsa legislatura che ha lavorato alla legge 242. Una cosa è certa: la Cassazione ha fatto chiarezza su una questione che in realtà non era oscura, perché, come spiega il Centro studi Livatino, «la legge n. 242/2016 disciplina la coltivazione della canapa» e nell'elenco delle parti commercializzabili della pianta non figurano i fiori, l'olio e la resina, che i coltivatori buttavano via, dato che la canapa per uso industriale non si fuma.
Il vuoto normativo ha di fatto consentito, dal 2017, l'apertura di negozi che hanno iniziato a vendere le infiorescenza con l'escamotage di trattarle come prodotti da collezione e piante ornamentali (tanto a trasformale in fumo ci pensa chi le compra). Anche se non sarà più possibile vendere i derivati della cannabis, in realtà i negozi non verranno chiusi. La motivazione è nell'ultima riga della sentenza: «La commercializzazione al pubblico di questi prodotti è reato salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». Come si legge nella nota di Federcanapa, da anni «la soglia di efficacia drogante del principio attivo Thc è stata fissata nello 0,5% come da consolidata letteratura scientifica e dalla tossicologia forense. Pertanto non può considerarsi reato vendere prodotti derivati delle coltivazioni di canapa industriale con livelli di Thc sotto quei limiti». Inoltre, nei cannabis shop si trovano anche creme, saponi e shampoo, alimenti come cracker, biscotti o caramelle, ma anche indumenti e molto altro ancora realizzati con la pianta legale. Se la vendita di questi prodotti può continuare, i negozi non chiudono.
«Tuttavia», fa notare Marco de Morpurgo, partner e global co-chair del settore Life Sciences dello studio legale Dla Piper, «il divieto di vendita al pubblico di infiorescenze di cannabis potrebbe avere un impatto sulla sostenibilità economica di questi negozi». I commercianti, però, hanno annunciato una class action. Come rivela Riccardo Ricci, imprenditore e presidente dell'Associazione italiana cannabis light (Aical), « il 90% del fatturato arriva da infiorescenze e oli, quindi mi pare ovvio che se non si potranno più vendere, queste attività commerciali chiuderanno». Oggi in Italia ci sono circa 3.000 cannabis shop: 2.500 aperti negli ultimi due anni. L'Aical, che rappresenta produttori, trasformatori e negozi della filiera della cannabis, calcola un business di circa 80 milioni di euro, con crescite esponenziali negli ultimi anni fino al 100%. «Il modello di business di tali negozi potrebbe cambiare direzione», osserva de Morpurgo, «focalizzandosi sui prodotti alimentari e cosmetici» a base di Cbd (cannabidiolo, sostanze non stupefacente) e basso contenuto di Thc, «che rappresentano un mercato in forte espansione in Europa ed altri Paesi».
Certo, servirebbero «decisioni politiche in questo ambito», più che sentenze. Ma anche su questi prodotti per uso alimentare e cosmetico, in crescita esponenziale in tutto il mondo, si stanno accumulando tanti punti di domanda su sicurezza ed efficacia. Se per il Thc, anche a basse concentrazioni, non si possono escludere problemi di salute a lungo termine, dicono gli studi, anche sul Cbd, altro costituente chiave della cannabis, osannato ormai come la pancea onnipresente per risolvere ansia, dolori e spasmi muscolari, il mondo scientifico ha delle riserve.
L'Agenzia americana del farmaco (Fda), che ha autorizzato un farmaco a base di Cbd per l'impiego nell'epilessia che non risponde alle altre terapie, ha però aperto un'audizione pubblica per fare chiarezza sull'impiego di questa sostanza in alimenti e bevande perché non ci sono dati certi che ne provino la sicurezza e tantomeno l'efficacia. Ma intanto si possono vendere.
Dai magistrati una lezione di buonsenso: la droga fa male e resta proibita
Chiuderanno, non chiuderanno, dovranno vendere anche i derivati dell'origano. Del futuro dei cannabis shop, messi a rischio dalla decisione della corte di Cassazione pubblicata giovedì, importa davvero poco.
Non sono queste né l'economia né l'occupazione che servono all'Italia per restare nel G7, a meno di avere un'idea folcloristica e stracciona del nostro sviluppo. Quello che lascia il segno di questa sentenza, in attesa di poterne leggere le motivazioni, è che finalmente siamo di fronte a uno stop, piccolo ma non per questo meno importante, all'inarrestabile trenino del «vale tutto». Non solo, ma questa notizia dà modo di riportare al centro del dibattito una dicotomia semplice quanto fondamentale per ogni comunità, quella di valore e disvalore. Non drogarsi è un valore, drogarsi (anche poco, in attesa di drogarsi di più) è un disvalore.
L'edificio dove ha sede la Cassazione è detto Palazzaccio non per caso. Specialmente nei pomeriggi d'inverno, quando nei corridoi infiniti si accendono luci violacee che pendono da lampadari pesantissimi, sembra ricordarci che il termine «giustiziato» è un derivato di «giustizia». Certo, sentita per radio, o intravista sui social, questa sentenza che ristabilisce il divieto di mettere in commercio i prodotti derivati dalla cosiddetta cannabis light pare la zampata oscurantista di un pugno di parrucconi, contrari al nostro divertimento e che, non a caso, lavorano nel palazzo oscuro di cui sopra. Ma intanto occorre ricordare che è una pronuncia delle sezioni unite penali, ovvero il massimo immaginabile della dottrina giuridica in materia di processo e diritto penale.
Questa sentenza prova che il futuro non è lastricato solo di divieti che cadono, inevitabilmente, uno dopo l'altro. Ogni tanto, si può anche dire di no. Permissivismo è una parola malata, d'accordo. Prendersela con questa società «dove è tutto permesso» è da vecchi barbagianni, come guardare i cantieri per strada e ostinarsi a prendere la metropolitana alle otto del mattino (lamentandosi dei «giovani») quando non si deve andare né a scuola né al lavoro. Ma che libertà è quella che, sul fine vita come sui diritti civili, passando per la potestà di devastare il pianeta per il mitico «sviluppo», non conosce confini, non vuole limiti, non si ferma davanti a nulla? Soprattutto, non si vergogna di nulla?
I nostri nonni hanno lottato per la libertà, ma mentre arretrano tutta una serie di diritti sul lavoro, in economia e nei rapporti con lo Stato, dobbiamo consolarci con la possibilità, in futuro, di adottare o sposare il nostro animale domestico, avere un bambino a novant'anni, farci seppellire con una scimmietta? Ecco, sulla cannabis, la Cassazione ha dimostrato che la strada verso l'abbattimento di ogni divieto non è obbligata.
Ma questa sentenza permette di entrare anche nel merito del dibattito sulle droghe cosiddette leggere. E in attesa delle motivazioni, ci si può entrare dal punto di vista etico e politico. E' importante che lo Stato affermi che non tutti i comportamenti sono sullo stesso piano e che alcuni sono reato. Se come genitori abbiamo il diritto di dire ai ragazzi che il divertimento di una gita con gli amici ci trova d'accordo, mentre ubriacarsi e stordirsi di fumo non ci piace, anche lo Stato ha il diritto di lanciare i suoi messaggi ai cittadini. Vendere saponi profumati non è la stessa cosa di vendere i derivati della cannabis. È evidente, ma se nessuno lo dice mai, alla fine vince il principio che ognuno ha il diritto di devastarsi e ammazzarsi come vuole. E gli altri, i più furbi, hanno il diritto di guadagnarci sopra.
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Fa discutere la sentenza della Cassazione che mette fuori legge la canapa «light»: Matteo Salvini esulta, M5s e radicali protestano. I commercianti pensano alla class action: il 90% del loro fatturato, infatti, arriva da infiorescenze e oli, ora non più vendibili.Dai magistrati una lezione di buonsenso: la droga fa male e resta proibita. La Suprema corte ha fissato un principio: non è affatto vero che il permissivismo e il relativismo siano il nostro destino.Lo speciale comprende due articoli. La sentenza della Cassazione di fine maggio segna il destino dei negozi di cannabis legale, che però si preparano a una battaglia giuridica, fino all'ultimo cavillo. I giudici della Suprema corte, chiamati a fare chiarezza sull'interpretazione della legge 242/2016, hanno decretato che è reato la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti «derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L.» come l'olio, le foglie, le inflorescenze e la resina. Certo, mancano le motivazioni della sentenza, che arriveranno nelle prossime settimane, ma, di fatto, ci sono le basi perché vengano chiusi i negozi dove si vende la cannabis legale (light) per il basso contenuto, tra lo 0,2 e 06%, della sostanza psicoattiva, Thc (Tetraidrocannabinolo). Plaude alla sentenza il ministro dell'Interno Matteo Salvini, dichiarando: «Siamo contro qualsiasi droga, senza se e senza ma. A noi piace il divertimento sano». Del resto lo stesso Salvini aveva annunciato, a inizio maggio, di voler chiudere tutti i negozi, emanando una direttiva ai prefetti per aumentare i controlli. Ovviamente di parere opposto, i radicali sollevano il dubbio che si tratti di «una sentenza politica in linea con il volere di un ministro che ha annunciato un' offensiva contro la cannabis light». Parla di una sentenza frutto «del mutato clima politico che si respira in Italia» anche Adriano Zaccagnini, M5s della scorsa legislatura che ha lavorato alla legge 242. Una cosa è certa: la Cassazione ha fatto chiarezza su una questione che in realtà non era oscura, perché, come spiega il Centro studi Livatino, «la legge n. 242/2016 disciplina la coltivazione della canapa» e nell'elenco delle parti commercializzabili della pianta non figurano i fiori, l'olio e la resina, che i coltivatori buttavano via, dato che la canapa per uso industriale non si fuma. Il vuoto normativo ha di fatto consentito, dal 2017, l'apertura di negozi che hanno iniziato a vendere le infiorescenza con l'escamotage di trattarle come prodotti da collezione e piante ornamentali (tanto a trasformale in fumo ci pensa chi le compra). Anche se non sarà più possibile vendere i derivati della cannabis, in realtà i negozi non verranno chiusi. La motivazione è nell'ultima riga della sentenza: «La commercializzazione al pubblico di questi prodotti è reato salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». Come si legge nella nota di Federcanapa, da anni «la soglia di efficacia drogante del principio attivo Thc è stata fissata nello 0,5% come da consolidata letteratura scientifica e dalla tossicologia forense. Pertanto non può considerarsi reato vendere prodotti derivati delle coltivazioni di canapa industriale con livelli di Thc sotto quei limiti». Inoltre, nei cannabis shop si trovano anche creme, saponi e shampoo, alimenti come cracker, biscotti o caramelle, ma anche indumenti e molto altro ancora realizzati con la pianta legale. Se la vendita di questi prodotti può continuare, i negozi non chiudono. «Tuttavia», fa notare Marco de Morpurgo, partner e global co-chair del settore Life Sciences dello studio legale Dla Piper, «il divieto di vendita al pubblico di infiorescenze di cannabis potrebbe avere un impatto sulla sostenibilità economica di questi negozi». I commercianti, però, hanno annunciato una class action. Come rivela Riccardo Ricci, imprenditore e presidente dell'Associazione italiana cannabis light (Aical), « il 90% del fatturato arriva da infiorescenze e oli, quindi mi pare ovvio che se non si potranno più vendere, queste attività commerciali chiuderanno». Oggi in Italia ci sono circa 3.000 cannabis shop: 2.500 aperti negli ultimi due anni. L'Aical, che rappresenta produttori, trasformatori e negozi della filiera della cannabis, calcola un business di circa 80 milioni di euro, con crescite esponenziali negli ultimi anni fino al 100%. «Il modello di business di tali negozi potrebbe cambiare direzione», osserva de Morpurgo, «focalizzandosi sui prodotti alimentari e cosmetici» a base di Cbd (cannabidiolo, sostanze non stupefacente) e basso contenuto di Thc, «che rappresentano un mercato in forte espansione in Europa ed altri Paesi». Certo, servirebbero «decisioni politiche in questo ambito», più che sentenze. Ma anche su questi prodotti per uso alimentare e cosmetico, in crescita esponenziale in tutto il mondo, si stanno accumulando tanti punti di domanda su sicurezza ed efficacia. Se per il Thc, anche a basse concentrazioni, non si possono escludere problemi di salute a lungo termine, dicono gli studi, anche sul Cbd, altro costituente chiave della cannabis, osannato ormai come la pancea onnipresente per risolvere ansia, dolori e spasmi muscolari, il mondo scientifico ha delle riserve. L'Agenzia americana del farmaco (Fda), che ha autorizzato un farmaco a base di Cbd per l'impiego nell'epilessia che non risponde alle altre terapie, ha però aperto un'audizione pubblica per fare chiarezza sull'impiego di questa sostanza in alimenti e bevande perché non ci sono dati certi che ne provino la sicurezza e tantomeno l'efficacia. 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Quello che lascia il segno di questa sentenza, in attesa di poterne leggere le motivazioni, è che finalmente siamo di fronte a uno stop, piccolo ma non per questo meno importante, all'inarrestabile trenino del «vale tutto». Non solo, ma questa notizia dà modo di riportare al centro del dibattito una dicotomia semplice quanto fondamentale per ogni comunità, quella di valore e disvalore. Non drogarsi è un valore, drogarsi (anche poco, in attesa di drogarsi di più) è un disvalore. L'edificio dove ha sede la Cassazione è detto Palazzaccio non per caso. Specialmente nei pomeriggi d'inverno, quando nei corridoi infiniti si accendono luci violacee che pendono da lampadari pesantissimi, sembra ricordarci che il termine «giustiziato» è un derivato di «giustizia». Certo, sentita per radio, o intravista sui social, questa sentenza che ristabilisce il divieto di mettere in commercio i prodotti derivati dalla cosiddetta cannabis light pare la zampata oscurantista di un pugno di parrucconi, contrari al nostro divertimento e che, non a caso, lavorano nel palazzo oscuro di cui sopra. Ma intanto occorre ricordare che è una pronuncia delle sezioni unite penali, ovvero il massimo immaginabile della dottrina giuridica in materia di processo e diritto penale. Questa sentenza prova che il futuro non è lastricato solo di divieti che cadono, inevitabilmente, uno dopo l'altro. Ogni tanto, si può anche dire di no. Permissivismo è una parola malata, d'accordo. Prendersela con questa società «dove è tutto permesso» è da vecchi barbagianni, come guardare i cantieri per strada e ostinarsi a prendere la metropolitana alle otto del mattino (lamentandosi dei «giovani») quando non si deve andare né a scuola né al lavoro. Ma che libertà è quella che, sul fine vita come sui diritti civili, passando per la potestà di devastare il pianeta per il mitico «sviluppo», non conosce confini, non vuole limiti, non si ferma davanti a nulla? Soprattutto, non si vergogna di nulla? I nostri nonni hanno lottato per la libertà, ma mentre arretrano tutta una serie di diritti sul lavoro, in economia e nei rapporti con lo Stato, dobbiamo consolarci con la possibilità, in futuro, di adottare o sposare il nostro animale domestico, avere un bambino a novant'anni, farci seppellire con una scimmietta? Ecco, sulla cannabis, la Cassazione ha dimostrato che la strada verso l'abbattimento di ogni divieto non è obbligata. Ma questa sentenza permette di entrare anche nel merito del dibattito sulle droghe cosiddette leggere. E in attesa delle motivazioni, ci si può entrare dal punto di vista etico e politico. E' importante che lo Stato affermi che non tutti i comportamenti sono sullo stesso piano e che alcuni sono reato. Se come genitori abbiamo il diritto di dire ai ragazzi che il divertimento di una gita con gli amici ci trova d'accordo, mentre ubriacarsi e stordirsi di fumo non ci piace, anche lo Stato ha il diritto di lanciare i suoi messaggi ai cittadini. Vendere saponi profumati non è la stessa cosa di vendere i derivati della cannabis. È evidente, ma se nessuno lo dice mai, alla fine vince il principio che ognuno ha il diritto di devastarsi e ammazzarsi come vuole. E gli altri, i più furbi, hanno il diritto di guadagnarci sopra.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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