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2019-06-01
I venditori di cannabis preparano la causa
Ansa
La sentenza della Cassazione di fine maggio segna il destino dei negozi di cannabis legale, che però si preparano a una battaglia giuridica, fino all'ultimo cavillo.
I giudici della Suprema corte, chiamati a fare chiarezza sull'interpretazione della legge 242/2016, hanno decretato che è reato la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti «derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L.» come l'olio, le foglie, le inflorescenze e la resina. Certo, mancano le motivazioni della sentenza, che arriveranno nelle prossime settimane, ma, di fatto, ci sono le basi perché vengano chiusi i negozi dove si vende la cannabis legale (light) per il basso contenuto, tra lo 0,2 e 06%, della sostanza psicoattiva, Thc (Tetraidrocannabinolo). Plaude alla sentenza il ministro dell'Interno Matteo Salvini, dichiarando: «Siamo contro qualsiasi droga, senza se e senza ma. A noi piace il divertimento sano».
Del resto lo stesso Salvini aveva annunciato, a inizio maggio, di voler chiudere tutti i negozi, emanando una direttiva ai prefetti per aumentare i controlli. Ovviamente di parere opposto, i radicali sollevano il dubbio che si tratti di «una sentenza politica in linea con il volere di un ministro che ha annunciato un' offensiva contro la cannabis light». Parla di una sentenza frutto «del mutato clima politico che si respira in Italia» anche Adriano Zaccagnini, M5s della scorsa legislatura che ha lavorato alla legge 242. Una cosa è certa: la Cassazione ha fatto chiarezza su una questione che in realtà non era oscura, perché, come spiega il Centro studi Livatino, «la legge n. 242/2016 disciplina la coltivazione della canapa» e nell'elenco delle parti commercializzabili della pianta non figurano i fiori, l'olio e la resina, che i coltivatori buttavano via, dato che la canapa per uso industriale non si fuma.
Il vuoto normativo ha di fatto consentito, dal 2017, l'apertura di negozi che hanno iniziato a vendere le infiorescenza con l'escamotage di trattarle come prodotti da collezione e piante ornamentali (tanto a trasformale in fumo ci pensa chi le compra). Anche se non sarà più possibile vendere i derivati della cannabis, in realtà i negozi non verranno chiusi. La motivazione è nell'ultima riga della sentenza: «La commercializzazione al pubblico di questi prodotti è reato salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». Come si legge nella nota di Federcanapa, da anni «la soglia di efficacia drogante del principio attivo Thc è stata fissata nello 0,5% come da consolidata letteratura scientifica e dalla tossicologia forense. Pertanto non può considerarsi reato vendere prodotti derivati delle coltivazioni di canapa industriale con livelli di Thc sotto quei limiti». Inoltre, nei cannabis shop si trovano anche creme, saponi e shampoo, alimenti come cracker, biscotti o caramelle, ma anche indumenti e molto altro ancora realizzati con la pianta legale. Se la vendita di questi prodotti può continuare, i negozi non chiudono.
«Tuttavia», fa notare Marco de Morpurgo, partner e global co-chair del settore Life Sciences dello studio legale Dla Piper, «il divieto di vendita al pubblico di infiorescenze di cannabis potrebbe avere un impatto sulla sostenibilità economica di questi negozi». I commercianti, però, hanno annunciato una class action. Come rivela Riccardo Ricci, imprenditore e presidente dell'Associazione italiana cannabis light (Aical), « il 90% del fatturato arriva da infiorescenze e oli, quindi mi pare ovvio che se non si potranno più vendere, queste attività commerciali chiuderanno». Oggi in Italia ci sono circa 3.000 cannabis shop: 2.500 aperti negli ultimi due anni. L'Aical, che rappresenta produttori, trasformatori e negozi della filiera della cannabis, calcola un business di circa 80 milioni di euro, con crescite esponenziali negli ultimi anni fino al 100%. «Il modello di business di tali negozi potrebbe cambiare direzione», osserva de Morpurgo, «focalizzandosi sui prodotti alimentari e cosmetici» a base di Cbd (cannabidiolo, sostanze non stupefacente) e basso contenuto di Thc, «che rappresentano un mercato in forte espansione in Europa ed altri Paesi».
Certo, servirebbero «decisioni politiche in questo ambito», più che sentenze. Ma anche su questi prodotti per uso alimentare e cosmetico, in crescita esponenziale in tutto il mondo, si stanno accumulando tanti punti di domanda su sicurezza ed efficacia. Se per il Thc, anche a basse concentrazioni, non si possono escludere problemi di salute a lungo termine, dicono gli studi, anche sul Cbd, altro costituente chiave della cannabis, osannato ormai come la pancea onnipresente per risolvere ansia, dolori e spasmi muscolari, il mondo scientifico ha delle riserve.
L'Agenzia americana del farmaco (Fda), che ha autorizzato un farmaco a base di Cbd per l'impiego nell'epilessia che non risponde alle altre terapie, ha però aperto un'audizione pubblica per fare chiarezza sull'impiego di questa sostanza in alimenti e bevande perché non ci sono dati certi che ne provino la sicurezza e tantomeno l'efficacia. Ma intanto si possono vendere.
Dai magistrati una lezione di buonsenso: la droga fa male e resta proibita
Chiuderanno, non chiuderanno, dovranno vendere anche i derivati dell'origano. Del futuro dei cannabis shop, messi a rischio dalla decisione della corte di Cassazione pubblicata giovedì, importa davvero poco.
Non sono queste né l'economia né l'occupazione che servono all'Italia per restare nel G7, a meno di avere un'idea folcloristica e stracciona del nostro sviluppo. Quello che lascia il segno di questa sentenza, in attesa di poterne leggere le motivazioni, è che finalmente siamo di fronte a uno stop, piccolo ma non per questo meno importante, all'inarrestabile trenino del «vale tutto». Non solo, ma questa notizia dà modo di riportare al centro del dibattito una dicotomia semplice quanto fondamentale per ogni comunità, quella di valore e disvalore. Non drogarsi è un valore, drogarsi (anche poco, in attesa di drogarsi di più) è un disvalore.
L'edificio dove ha sede la Cassazione è detto Palazzaccio non per caso. Specialmente nei pomeriggi d'inverno, quando nei corridoi infiniti si accendono luci violacee che pendono da lampadari pesantissimi, sembra ricordarci che il termine «giustiziato» è un derivato di «giustizia». Certo, sentita per radio, o intravista sui social, questa sentenza che ristabilisce il divieto di mettere in commercio i prodotti derivati dalla cosiddetta cannabis light pare la zampata oscurantista di un pugno di parrucconi, contrari al nostro divertimento e che, non a caso, lavorano nel palazzo oscuro di cui sopra. Ma intanto occorre ricordare che è una pronuncia delle sezioni unite penali, ovvero il massimo immaginabile della dottrina giuridica in materia di processo e diritto penale.
Questa sentenza prova che il futuro non è lastricato solo di divieti che cadono, inevitabilmente, uno dopo l'altro. Ogni tanto, si può anche dire di no. Permissivismo è una parola malata, d'accordo. Prendersela con questa società «dove è tutto permesso» è da vecchi barbagianni, come guardare i cantieri per strada e ostinarsi a prendere la metropolitana alle otto del mattino (lamentandosi dei «giovani») quando non si deve andare né a scuola né al lavoro. Ma che libertà è quella che, sul fine vita come sui diritti civili, passando per la potestà di devastare il pianeta per il mitico «sviluppo», non conosce confini, non vuole limiti, non si ferma davanti a nulla? Soprattutto, non si vergogna di nulla?
I nostri nonni hanno lottato per la libertà, ma mentre arretrano tutta una serie di diritti sul lavoro, in economia e nei rapporti con lo Stato, dobbiamo consolarci con la possibilità, in futuro, di adottare o sposare il nostro animale domestico, avere un bambino a novant'anni, farci seppellire con una scimmietta? Ecco, sulla cannabis, la Cassazione ha dimostrato che la strada verso l'abbattimento di ogni divieto non è obbligata.
Ma questa sentenza permette di entrare anche nel merito del dibattito sulle droghe cosiddette leggere. E in attesa delle motivazioni, ci si può entrare dal punto di vista etico e politico. E' importante che lo Stato affermi che non tutti i comportamenti sono sullo stesso piano e che alcuni sono reato. Se come genitori abbiamo il diritto di dire ai ragazzi che il divertimento di una gita con gli amici ci trova d'accordo, mentre ubriacarsi e stordirsi di fumo non ci piace, anche lo Stato ha il diritto di lanciare i suoi messaggi ai cittadini. Vendere saponi profumati non è la stessa cosa di vendere i derivati della cannabis. È evidente, ma se nessuno lo dice mai, alla fine vince il principio che ognuno ha il diritto di devastarsi e ammazzarsi come vuole. E gli altri, i più furbi, hanno il diritto di guadagnarci sopra.
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Fa discutere la sentenza della Cassazione che mette fuori legge la canapa «light»: Matteo Salvini esulta, M5s e radicali protestano. I commercianti pensano alla class action: il 90% del loro fatturato, infatti, arriva da infiorescenze e oli, ora non più vendibili.Dai magistrati una lezione di buonsenso: la droga fa male e resta proibita. La Suprema corte ha fissato un principio: non è affatto vero che il permissivismo e il relativismo siano il nostro destino.Lo speciale comprende due articoli. La sentenza della Cassazione di fine maggio segna il destino dei negozi di cannabis legale, che però si preparano a una battaglia giuridica, fino all'ultimo cavillo. I giudici della Suprema corte, chiamati a fare chiarezza sull'interpretazione della legge 242/2016, hanno decretato che è reato la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti «derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L.» come l'olio, le foglie, le inflorescenze e la resina. Certo, mancano le motivazioni della sentenza, che arriveranno nelle prossime settimane, ma, di fatto, ci sono le basi perché vengano chiusi i negozi dove si vende la cannabis legale (light) per il basso contenuto, tra lo 0,2 e 06%, della sostanza psicoattiva, Thc (Tetraidrocannabinolo). Plaude alla sentenza il ministro dell'Interno Matteo Salvini, dichiarando: «Siamo contro qualsiasi droga, senza se e senza ma. A noi piace il divertimento sano». Del resto lo stesso Salvini aveva annunciato, a inizio maggio, di voler chiudere tutti i negozi, emanando una direttiva ai prefetti per aumentare i controlli. Ovviamente di parere opposto, i radicali sollevano il dubbio che si tratti di «una sentenza politica in linea con il volere di un ministro che ha annunciato un' offensiva contro la cannabis light». Parla di una sentenza frutto «del mutato clima politico che si respira in Italia» anche Adriano Zaccagnini, M5s della scorsa legislatura che ha lavorato alla legge 242. Una cosa è certa: la Cassazione ha fatto chiarezza su una questione che in realtà non era oscura, perché, come spiega il Centro studi Livatino, «la legge n. 242/2016 disciplina la coltivazione della canapa» e nell'elenco delle parti commercializzabili della pianta non figurano i fiori, l'olio e la resina, che i coltivatori buttavano via, dato che la canapa per uso industriale non si fuma. Il vuoto normativo ha di fatto consentito, dal 2017, l'apertura di negozi che hanno iniziato a vendere le infiorescenza con l'escamotage di trattarle come prodotti da collezione e piante ornamentali (tanto a trasformale in fumo ci pensa chi le compra). Anche se non sarà più possibile vendere i derivati della cannabis, in realtà i negozi non verranno chiusi. La motivazione è nell'ultima riga della sentenza: «La commercializzazione al pubblico di questi prodotti è reato salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». Come si legge nella nota di Federcanapa, da anni «la soglia di efficacia drogante del principio attivo Thc è stata fissata nello 0,5% come da consolidata letteratura scientifica e dalla tossicologia forense. Pertanto non può considerarsi reato vendere prodotti derivati delle coltivazioni di canapa industriale con livelli di Thc sotto quei limiti». Inoltre, nei cannabis shop si trovano anche creme, saponi e shampoo, alimenti come cracker, biscotti o caramelle, ma anche indumenti e molto altro ancora realizzati con la pianta legale. Se la vendita di questi prodotti può continuare, i negozi non chiudono. «Tuttavia», fa notare Marco de Morpurgo, partner e global co-chair del settore Life Sciences dello studio legale Dla Piper, «il divieto di vendita al pubblico di infiorescenze di cannabis potrebbe avere un impatto sulla sostenibilità economica di questi negozi». I commercianti, però, hanno annunciato una class action. Come rivela Riccardo Ricci, imprenditore e presidente dell'Associazione italiana cannabis light (Aical), « il 90% del fatturato arriva da infiorescenze e oli, quindi mi pare ovvio che se non si potranno più vendere, queste attività commerciali chiuderanno». Oggi in Italia ci sono circa 3.000 cannabis shop: 2.500 aperti negli ultimi due anni. L'Aical, che rappresenta produttori, trasformatori e negozi della filiera della cannabis, calcola un business di circa 80 milioni di euro, con crescite esponenziali negli ultimi anni fino al 100%. «Il modello di business di tali negozi potrebbe cambiare direzione», osserva de Morpurgo, «focalizzandosi sui prodotti alimentari e cosmetici» a base di Cbd (cannabidiolo, sostanze non stupefacente) e basso contenuto di Thc, «che rappresentano un mercato in forte espansione in Europa ed altri Paesi». Certo, servirebbero «decisioni politiche in questo ambito», più che sentenze. Ma anche su questi prodotti per uso alimentare e cosmetico, in crescita esponenziale in tutto il mondo, si stanno accumulando tanti punti di domanda su sicurezza ed efficacia. Se per il Thc, anche a basse concentrazioni, non si possono escludere problemi di salute a lungo termine, dicono gli studi, anche sul Cbd, altro costituente chiave della cannabis, osannato ormai come la pancea onnipresente per risolvere ansia, dolori e spasmi muscolari, il mondo scientifico ha delle riserve. L'Agenzia americana del farmaco (Fda), che ha autorizzato un farmaco a base di Cbd per l'impiego nell'epilessia che non risponde alle altre terapie, ha però aperto un'audizione pubblica per fare chiarezza sull'impiego di questa sostanza in alimenti e bevande perché non ci sono dati certi che ne provino la sicurezza e tantomeno l'efficacia. 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Quello che lascia il segno di questa sentenza, in attesa di poterne leggere le motivazioni, è che finalmente siamo di fronte a uno stop, piccolo ma non per questo meno importante, all'inarrestabile trenino del «vale tutto». Non solo, ma questa notizia dà modo di riportare al centro del dibattito una dicotomia semplice quanto fondamentale per ogni comunità, quella di valore e disvalore. Non drogarsi è un valore, drogarsi (anche poco, in attesa di drogarsi di più) è un disvalore. L'edificio dove ha sede la Cassazione è detto Palazzaccio non per caso. Specialmente nei pomeriggi d'inverno, quando nei corridoi infiniti si accendono luci violacee che pendono da lampadari pesantissimi, sembra ricordarci che il termine «giustiziato» è un derivato di «giustizia». Certo, sentita per radio, o intravista sui social, questa sentenza che ristabilisce il divieto di mettere in commercio i prodotti derivati dalla cosiddetta cannabis light pare la zampata oscurantista di un pugno di parrucconi, contrari al nostro divertimento e che, non a caso, lavorano nel palazzo oscuro di cui sopra. Ma intanto occorre ricordare che è una pronuncia delle sezioni unite penali, ovvero il massimo immaginabile della dottrina giuridica in materia di processo e diritto penale. Questa sentenza prova che il futuro non è lastricato solo di divieti che cadono, inevitabilmente, uno dopo l'altro. Ogni tanto, si può anche dire di no. Permissivismo è una parola malata, d'accordo. Prendersela con questa società «dove è tutto permesso» è da vecchi barbagianni, come guardare i cantieri per strada e ostinarsi a prendere la metropolitana alle otto del mattino (lamentandosi dei «giovani») quando non si deve andare né a scuola né al lavoro. Ma che libertà è quella che, sul fine vita come sui diritti civili, passando per la potestà di devastare il pianeta per il mitico «sviluppo», non conosce confini, non vuole limiti, non si ferma davanti a nulla? Soprattutto, non si vergogna di nulla? I nostri nonni hanno lottato per la libertà, ma mentre arretrano tutta una serie di diritti sul lavoro, in economia e nei rapporti con lo Stato, dobbiamo consolarci con la possibilità, in futuro, di adottare o sposare il nostro animale domestico, avere un bambino a novant'anni, farci seppellire con una scimmietta? Ecco, sulla cannabis, la Cassazione ha dimostrato che la strada verso l'abbattimento di ogni divieto non è obbligata. Ma questa sentenza permette di entrare anche nel merito del dibattito sulle droghe cosiddette leggere. E in attesa delle motivazioni, ci si può entrare dal punto di vista etico e politico. E' importante che lo Stato affermi che non tutti i comportamenti sono sullo stesso piano e che alcuni sono reato. Se come genitori abbiamo il diritto di dire ai ragazzi che il divertimento di una gita con gli amici ci trova d'accordo, mentre ubriacarsi e stordirsi di fumo non ci piace, anche lo Stato ha il diritto di lanciare i suoi messaggi ai cittadini. Vendere saponi profumati non è la stessa cosa di vendere i derivati della cannabis. È evidente, ma se nessuno lo dice mai, alla fine vince il principio che ognuno ha il diritto di devastarsi e ammazzarsi come vuole. E gli altri, i più furbi, hanno il diritto di guadagnarci sopra.
Piazza Enghelab a Teheran (Getty Images)
«Questi brutali attacchi, che hanno preso di mira le strutture di sorveglianza costiera iraniane, costituiscono una palese violazione del memorandum d’intesa», ha tuonato Teheran, che ha lanciato, in rappresaglia, dei droni contro il Bahrain. Dura la reazione del governo di Manama, che ha accusato l’Iran di «sabotare gli sforzi di pace». Gli attacchi di Teheran contro il Bahrain sono stati condannati «con la massima fermezza» anche dal segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo, Jasem Mohamed Albudaiwi.
«L’Iran ha firmato un accordo di cessate il fuoco. Noi lo abbiamo rispettato. Se hanno disaccordi su come viene applicato il memorandum d’intesa, possono chiamarci. Ma alla violenza si risponderà con la violenza», ha affermato, dal canto suo, JD Vance. «L’America, sostenendo le azioni delle sue forze per procura nella regione, ha violato il primo articolo del memorandum d’intesa e, continuando a creare tensioni nello Stretto di Hormuz, ha violato il quinto articolo», ha, nel frattempo, dichiarato il consigliere della Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, Mohsen Rezaei, che ha promesso anche una risposta «rapida e decisa». Frattanto, ieri, una petroliera ha reso noto di essere stata colpita da un proiettile non identificato nello Stretto di Hormuz. Dall’altra parte, sempre ieri, un funzionario statunitense ha riferito alla Cnn che i droni iraniani non avrebbero raggiunto i loro obiettivi. Nel mentre, gli Stati Uniti hanno alzato il livello di allerta nello Stretto di Hormuz.
Insomma, cresce la tensione militare. E il destino del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran appare sempre più appeso a un filo. Questo non significa tuttavia che la diplomazia si sia interrotta. Ieri è stato reso noto che, venerdì, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si è sentito telefonicamente con l’omologo egiziano, Badr Abdelatty, per parlare dei negoziati tra gli Usa e la Repubblica islamica. Nell’occasione, secondo una nota del governo del Cairo, Abdelatty ha «sottolineato l’importanza di proseguire i colloqui tra Stati Uniti e Iran con serietà e buona fede, al fine di raggiungere un accordo definitivo che tenga conto degli interessi e delle preoccupazioni di tutte le parti». Ieri, Araghchi ha avuto una telefonata anche con l’omologo emiratino Sheikh Abdullah bin Zayed, il quale ha chiesto che venga garantita la libertà di navigazione a Hormuz e che sia rispettato il memorandum tra Washington e Teheran. Non solo. Sempre ieri, Al Arabiya ha altresì rivelato che il prossimo ciclo di negoziati tra americani e iraniani dovrebbe tenersi a Doha e che, in particolare, dovrebbe concentrarsi sul tema dei fondi congelati della Repubblica islamica. La stessa testata ha riportato che si dovrebbe tenere un ulteriore incontro in Pakistan dedicato allo spinoso dossier del nucleare.
Nel frattempo, ieri Vance ha difeso la strategia statunitense nei confronti dell’Iran. «Se raggiungiamo l’accordo finale, allora bene. Se non lo raggiungiamo, il loro programma nucleare sarà comunque distrutto. Saranno comunque un Paese molto più debole», ha dichiarato. «Quindi, secondo me, l’America vince in ogni caso», ha aggiunto. «Se guardiamo al petrolio in questo momento, è sceso di nuovo a 73 dollari al barile, per poi risalire a 126 dollari al barile. Quindi, c’è un segnale che qualcosa di reale sta succedendo qui», ha continuato. Ricordiamo che, oltre a essere a capo del team negoziale americano, il vicepresidente è, nell’amministrazione Trump, probabilmente la figura più favorevole a raggiungere una soluzione diplomatica con Teheran. Maggiore scetticismo viene invece nutrito dal capo del Pentagono, Pete Hegseth, e dal direttore della Cia, John Ratcliffe. Come che sia, almeno per il momento, Trump propende per la via diplomatica. E questo per due ragioni principali: vuole evitare il pantano in Iran e portare a un rapido abbassamento del costo della benzina negli Stati Uniti per rafforzare politicamente il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre.
Fratture si registrano anche nel regime khomeinista. Se i pasdaran premono ancora per la linea dura con Washington, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, auspica un accordo per far fronte alla situazione economica disastrosa in cui versa la Repubblica islamica: secondo dati diffusi ieri, a giugno l’inflazione in Iran è aumentata vertiginosamente. Una situazione, questa, che mette il governo di Teheran ulteriormente sotto pressione.
Bisognerà quindi adesso comprendere se la tensione militare tra Stati Uniti e Iran aumenterà o diminuirà. Da questo dipenderà il destino del memorandum d’intesa sottoscritto dai due rivali. In questo senso, sarà interessante valutare il peso degli ultimi avvenimenti bellici sul prosieguo dei negoziati relativi ai fondi iraniani congelati e, soprattutto, all’uranio arricchito detenuto dal regime khomeinista. Solo il tempo ci dirà se la diplomazia muoverà dei passi avanti. E chi uscirà vincitore dal complicato braccio di ferro in corso tra Washington e Teheran.
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Il ministro degli Esteri Antonio Tajani (Ansa)
La Russia sta combattendo contro l’Ucraina. Noi sosteniamo il diritto internazionale. In futuro vogliamo avere buoni rapporti con la Russia, come in passato. Ma ora dobbiamo rispettare il diritto internazionale e metter fine a questa guerra. Dobbiamo combattere usando la diplomazia. Per questo occorre che gli europei siano più uniti». Tajani ha aggiunto che «l’Italia lavora duramente per l’adesione all’Unione europea dei Paesi balcanici, oltre che di Ucraina e Moldova».
L’amicizia italo-russa era stata rafforzata nell’ultimo ventennio dal premier Silvio Berlusconi, amico personale del presidente russo Vladimir Putin. Rinnovo di un’eredità antica, se si pensa alla visita del 1909 dello zar Nicola II alla reggia piemontese di Racconigi, ospite di re Vittorio Emanuele III, o, in epoca sovietica, agli accordi industriali del 1966 tra la Fiat e la Lada-Vaz per produrre su licenza l’utilitaria Fiat 124, chiamata Zigulì dai russi.
La pace, tuttavia, resta lontana. Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha chiesto un incontro con Putin, ma a condizione di un ritiro delle truppe di Mosca. Irrealistico poiché nessuno abbandona terre pagate sangue se non costretto con la forza. Ha detto: «La Russia deve uscire dall’Ucraina con la sua guerra, non vogliamo alcuna guerra. L’Ucraina ha avanzato proposte ai nostri partner chiave, e gli amici di Putin hanno anche sentito da noi che un incontro è possibile e che porre fine a questa guerra è possibile. La Russia deve ora compiere quel passo verso la pace». Le truppe russe seguitano a pressare in più punti del fronte e ieri avrebbero conquistato il villaggio di Novoskelevatoye, nella zona di Dnipropetrovsk.
Kiev reagisce con lo stillicidio di droni e missili su obbiettivi in Russia. Ciò ha fatto dire al segretario generale della Nato, Mark Rutte, all’Atlantic council di Washington: «L’Ucraina sta andando bene. Sono ancora all’avanguardia rispetto ai russi in innovazione, per esempio nei droni e nei sistemi antidrone. Hanno sempre più successo nel colpire infrastrutture energetiche e di supporto alla difesa in Russia. La produzione delle raffinerie russe è diminuita di un terzo». Ha aggiunto che «spendono oltre il 40% per la Difesa, quasi il 50%, significa che più del 70% delle entrate fiscali in Russia è speso per la Difesa». Il ministero della Difesa di Mosca ha affermato di aver abbattuto in 24 ore «511 droni ucraini e tre missili da crociera Flamingo». Zelensky ha esaltato l’assalto di cinque missili FP-5 Flamingo a una fabbrica militare di Volgograd, l’ex-Stalingrado, che ha causato un morto e dieci feriti. È stato bersagliato il Centro federale di ricerca e produzione Titan-Barrikady, che produce sistemi per missili balistici Yars, Topol-M e Iskander-M, nonché cannoni semoventi. Simbolo della storia della città, che in epoca zarista si chiamava Tsarytsin, la fabbrica nacque nel 1914 come «fabbrica munizioni Tsarytsin». In epoca sovietica, mentre la città veniva intitolata a Stalin, la fabbrica divenne «Barricate rosse» e fu al centro di combattimenti urbani fra russi e tedeschi nella battaglia di Stalingrado del 1942. Il missile Flamingo, più grosso di un Tomahawk americano, è lungo 12 metri, più 2 metri di booster per il lancio dal suolo, e avrebbe una testata da 1150 chili e un raggio d’azione fino a 3000 chilometri. È tra gli esempi di joint venture fra aziende ucraine e straniere, infatti è prodotto dalla Fire point di Kiev, ma il progetto viene dalla ditta anglo-emiratina Milanion, che lo presentò alla fiera Idex del 2025.
Fra altre incursioni di ieri, il servizio segreto ucraino Sbu ha annunciato che le «unità speciali Alpha hanno colpito con droni» la stazione di pompaggio di Vtorovo, nella regione di Vladimir, asservita all’oleodotto che rifornisce Mosca di gasolio. L’oleodotto, della società Transneft-verkhnyaya olga, alimenta le cisterne della capitale, sia per i consumi locali, sia per l’esportazione, con diramazioni verso i porti del Mar Baltico. La stazione di pompaggio era già stata colpita il 24 maggio e il10 giugno. È sempre arduo quantificare i danni causati dagli ordigni ucraini, che talvolta possono colpire gli obbiettivi di striscio o come rottami di ricaduta, il che limita la portata delle distruzioni.
Di nessun valore militare, se non culturale, è invece il museo «Sambekskie vysoty» di Rostov, dedicato «agli eroi della Grande guerra patriottica (1941-1945)». Qui un velivolo ucraino senza pilota ha ferito 12 persone. Anche i russi martellano. Notevole è stata la distruzione di due caccia ucraini Mig-29 pronti al decollo, già carichi di bombe, sulla pista della base aerea di Voznesensk, nella regione di Nikolaev. Sono stati centrati al suolo con due droni Geran 4, versione potenziata dai russi dello Shahed iraniano, col motore a elica rimpiazzato da un turbogetto. Un terzo Mig-29 ucraino potrebbe essere stato abbattuto in volo dai russi presso Poltava. Kiev ammette solo «la perdita del velivolo», ma il pilota s’è salvato col sedile eiettabile. L’aviazione russa ha lanciato 30, fra droni e bombe aeree, sulle regioni di Sumy e Dnipropetrovsk e ha colpito la raffineria di petrolio Yukoil di Zaporizhzhia. Ognuna delle due parti spera nell’esaurimento del nemico.
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Le foto dell'appartamento di via Montiglio, in zona Pineta Sacchetti a Roma, dove sono stati trovati uccisi a coltellate Kamal Uddin, la moglie Hosnejahan Momotaj e la loro bimba Arowa (Ansa)
Un anno fa ha chiesto all’Italia la protezione internazionale e, in attesa della decisione, l’altra sera, secondo gli investigatori, avrebbe raggiunto una famiglia di connazionali con una mannaia tra le mani. Shahadat Hossain, ProPal quarantatreenne originario del Bangladesh e sedicente (sui suoi social) vicesegretario generale della sezione Monte Mario del Bnp, il Partito nazionalista del Bangladesh, è il sospettato ricercato per il triplice omicidio di Casalotti, periferia ovest di Roma, via Montiglio: qui sono stati uccisi Kamal Uddin, 39 anni, sua moglie Hosnejahan Momotaj, 38, e la loro bambina Arowa di otto anni (le due avevano raggiunto Kamal in Italia meno di un anno fa). L’altro figlio della coppia, Amir, 20 anni, è ricoverato al Policlinico Gemelli con ferite da taglio e politraumi (non sarebbe in pericolo di vita).
A indicare il nome del sospettato agli investigatori sarebbe stato proprio l’unico sopravvissuto: il ragazzo è stato soccorso da un vicino di casa all’ingresso dello stabile dopo essere riuscito a uscire, insanguinato, dall’appartamento. «Era disteso in mezzo alla carreggiata, continuava a chiedere aiuto e perdeva molto sangue», ha poi riferito l’uomo agli investigatori. Il percorso della sua fuga è tracciato dalle impronte insanguinate sulle scale e sul pianerottolo lasciate mentre, scalzo, ha tentato di salvarsi, dopo la colluttazione.
Chi indaga sta ora cercando di isolare quelle impronte per stabilire quali siano quelle dell’assassino. La fotografia di Hossain è stata diffusa dalla polizia di Stato sui canali social e agli organi di stampa. La richiesta è precisa: chiunque abbia indicazioni o informazioni utili a rintracciarlo può contattare la Squadra mobile. Si lavora sull’ipotesi passionale. Perché Hossain, considerato dagli Uddin un amico di famiglia, avrebbe in passato rivolto attenzioni a Hosnejahan, per la quale, si sospetta, potrebbe aver maturato un’ossessione. E venerdì sera, mentre i due uomini della famiglia erano ancora fuori a lavorare (Kamal, che viveva a Roma ormai da una quindicina d’anni, era conosciuto come «quello del supermercato», perché aiutava i clienti a imbustare la spesa e a riordinare i carrelli), si sarebbe presentato alla porta dell’abitazione di via Montiglio.
Non è ancora chiaro se la mattanza sia stata premeditata. Di certo, però, il delitto si è consumato in due fasi. Prima sarebbe stata aggredita la donna. Poi la bambina. I cadaveri sarebbero stati quindi trascinati e nascosti sotto un letto. Subito dopo l’assassino avrebbe cercato velocemente di cancellare alcune tracce di sangue dall’appartamento. Verso le 22, però, sarebbero rientrati il marito e il figlio maggiore. A quel punto anche loro sarebbero stati aggrediti. L’allarme è stato dato dai vicini, attirati dalle urla provenienti dall’abitazione al primo piano.
Alcuni condomini hanno riferito agli agenti di aver visto una persona fuggire dal palazzo: «Indossava una maglia blu», ha raccontato un testimone. E proprio una maglia blu è stata poi repertata negli ultimi metri di via Montiglio, nel parcheggio di un’abitazione. Con molta probabilità sarebbe quella indossata dall’assassino. La mannaia, invece, era ancora nell’appartamento. Probabilmente con le impronte del macellaio stampate sopra (bisognerà anche stabilire se l’assassino ce l’aveva con sé o se era già nell’appartamento delle vittime). Di Hossain, però, si sono perse le tracce. Ieri l’area di Marconi è stata mappata dall’alto con l’impiego di droni. Da Bologna, invece, è arrivata una segnalazione che sembrava corrispondere all’alert diramato, ma l’uomo poi rintracciato tra i passeggeri di un Frecciarossa non era il sospettato. L’irruzione nell’abitazione del ricercato, stesso quartiere, a poche centinaia di metri dal luogo della strage, ha dato esito negativo. L’uomo avrebbe lasciato però una traccia social (il profilo è seguito da quasi 10.000 follower), postando, proprio venerdì, tra una foto in moschea e l’altra in compagnia dei leader del principale partito d’opposizione del suo Paese, un’immagine con la copertina dell’album «Suhane Pal» del cantautore indiano Kishore Kumar. La grafica è dominata dal colore rosso e riporta un ritratto dell’artista. Poi un’ambigua frase dal tenore sibillino che il traduttore automatico di Facebook riporta così: «Un uomo non muore da solo […]. Ecco perché dovresti morire con i tuoi cari. Così nessuno deve soffrire per nessuno».
Accanto alla sua foto, invece, si è descritto con queste parole: «Sono emotivo, ma non per questo senza principi. Sono una persona semplice e genuina, ma non per questo debole». Di certo, come certifica una delle foto pubblicate, maglia rossa e megafono in pugno, arringava i suoi connazionali durante una manifestazione politica o, forse, sindacale. Anche per questo le verifiche si stanno allargando. Le ricerche si sono quindi estese a Frosinone, dove aveva lavorato (pare in un’azienda agricola) e chiesto asilo un anno fa in Questura. E dove, pare, abbia mantenuto delle relazioni. Ma anche all’estero (dei collegamenti sarebbero spuntati in Inghilterra). Mentre continua la caccia all’uomo, il procuratore aggiunto Giuseppe Cascini ha disposto le autopsie, che verranno eseguite la prossima settimana nell’Istituto di medicina legale del Policlinico Gemelli. In quello stesso ospedale è ricoverato, in prognosi riservata, con ferite da taglio, il sopravvissuto. È lui, per ora, il testimone chiave. L’unico che potrà raccontare con precisione cosa sia accaduto venerdì sera in quell’appartamento.
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