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2019-06-01
I venditori di cannabis preparano la causa
Ansa
La sentenza della Cassazione di fine maggio segna il destino dei negozi di cannabis legale, che però si preparano a una battaglia giuridica, fino all'ultimo cavillo.
I giudici della Suprema corte, chiamati a fare chiarezza sull'interpretazione della legge 242/2016, hanno decretato che è reato la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti «derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L.» come l'olio, le foglie, le inflorescenze e la resina. Certo, mancano le motivazioni della sentenza, che arriveranno nelle prossime settimane, ma, di fatto, ci sono le basi perché vengano chiusi i negozi dove si vende la cannabis legale (light) per il basso contenuto, tra lo 0,2 e 06%, della sostanza psicoattiva, Thc (Tetraidrocannabinolo). Plaude alla sentenza il ministro dell'Interno Matteo Salvini, dichiarando: «Siamo contro qualsiasi droga, senza se e senza ma. A noi piace il divertimento sano».
Del resto lo stesso Salvini aveva annunciato, a inizio maggio, di voler chiudere tutti i negozi, emanando una direttiva ai prefetti per aumentare i controlli. Ovviamente di parere opposto, i radicali sollevano il dubbio che si tratti di «una sentenza politica in linea con il volere di un ministro che ha annunciato un' offensiva contro la cannabis light». Parla di una sentenza frutto «del mutato clima politico che si respira in Italia» anche Adriano Zaccagnini, M5s della scorsa legislatura che ha lavorato alla legge 242. Una cosa è certa: la Cassazione ha fatto chiarezza su una questione che in realtà non era oscura, perché, come spiega il Centro studi Livatino, «la legge n. 242/2016 disciplina la coltivazione della canapa» e nell'elenco delle parti commercializzabili della pianta non figurano i fiori, l'olio e la resina, che i coltivatori buttavano via, dato che la canapa per uso industriale non si fuma.
Il vuoto normativo ha di fatto consentito, dal 2017, l'apertura di negozi che hanno iniziato a vendere le infiorescenza con l'escamotage di trattarle come prodotti da collezione e piante ornamentali (tanto a trasformale in fumo ci pensa chi le compra). Anche se non sarà più possibile vendere i derivati della cannabis, in realtà i negozi non verranno chiusi. La motivazione è nell'ultima riga della sentenza: «La commercializzazione al pubblico di questi prodotti è reato salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». Come si legge nella nota di Federcanapa, da anni «la soglia di efficacia drogante del principio attivo Thc è stata fissata nello 0,5% come da consolidata letteratura scientifica e dalla tossicologia forense. Pertanto non può considerarsi reato vendere prodotti derivati delle coltivazioni di canapa industriale con livelli di Thc sotto quei limiti». Inoltre, nei cannabis shop si trovano anche creme, saponi e shampoo, alimenti come cracker, biscotti o caramelle, ma anche indumenti e molto altro ancora realizzati con la pianta legale. Se la vendita di questi prodotti può continuare, i negozi non chiudono.
«Tuttavia», fa notare Marco de Morpurgo, partner e global co-chair del settore Life Sciences dello studio legale Dla Piper, «il divieto di vendita al pubblico di infiorescenze di cannabis potrebbe avere un impatto sulla sostenibilità economica di questi negozi». I commercianti, però, hanno annunciato una class action. Come rivela Riccardo Ricci, imprenditore e presidente dell'Associazione italiana cannabis light (Aical), « il 90% del fatturato arriva da infiorescenze e oli, quindi mi pare ovvio che se non si potranno più vendere, queste attività commerciali chiuderanno». Oggi in Italia ci sono circa 3.000 cannabis shop: 2.500 aperti negli ultimi due anni. L'Aical, che rappresenta produttori, trasformatori e negozi della filiera della cannabis, calcola un business di circa 80 milioni di euro, con crescite esponenziali negli ultimi anni fino al 100%. «Il modello di business di tali negozi potrebbe cambiare direzione», osserva de Morpurgo, «focalizzandosi sui prodotti alimentari e cosmetici» a base di Cbd (cannabidiolo, sostanze non stupefacente) e basso contenuto di Thc, «che rappresentano un mercato in forte espansione in Europa ed altri Paesi».
Certo, servirebbero «decisioni politiche in questo ambito», più che sentenze. Ma anche su questi prodotti per uso alimentare e cosmetico, in crescita esponenziale in tutto il mondo, si stanno accumulando tanti punti di domanda su sicurezza ed efficacia. Se per il Thc, anche a basse concentrazioni, non si possono escludere problemi di salute a lungo termine, dicono gli studi, anche sul Cbd, altro costituente chiave della cannabis, osannato ormai come la pancea onnipresente per risolvere ansia, dolori e spasmi muscolari, il mondo scientifico ha delle riserve.
L'Agenzia americana del farmaco (Fda), che ha autorizzato un farmaco a base di Cbd per l'impiego nell'epilessia che non risponde alle altre terapie, ha però aperto un'audizione pubblica per fare chiarezza sull'impiego di questa sostanza in alimenti e bevande perché non ci sono dati certi che ne provino la sicurezza e tantomeno l'efficacia. Ma intanto si possono vendere.
Dai magistrati una lezione di buonsenso: la droga fa male e resta proibita
Chiuderanno, non chiuderanno, dovranno vendere anche i derivati dell'origano. Del futuro dei cannabis shop, messi a rischio dalla decisione della corte di Cassazione pubblicata giovedì, importa davvero poco.
Non sono queste né l'economia né l'occupazione che servono all'Italia per restare nel G7, a meno di avere un'idea folcloristica e stracciona del nostro sviluppo. Quello che lascia il segno di questa sentenza, in attesa di poterne leggere le motivazioni, è che finalmente siamo di fronte a uno stop, piccolo ma non per questo meno importante, all'inarrestabile trenino del «vale tutto». Non solo, ma questa notizia dà modo di riportare al centro del dibattito una dicotomia semplice quanto fondamentale per ogni comunità, quella di valore e disvalore. Non drogarsi è un valore, drogarsi (anche poco, in attesa di drogarsi di più) è un disvalore.
L'edificio dove ha sede la Cassazione è detto Palazzaccio non per caso. Specialmente nei pomeriggi d'inverno, quando nei corridoi infiniti si accendono luci violacee che pendono da lampadari pesantissimi, sembra ricordarci che il termine «giustiziato» è un derivato di «giustizia». Certo, sentita per radio, o intravista sui social, questa sentenza che ristabilisce il divieto di mettere in commercio i prodotti derivati dalla cosiddetta cannabis light pare la zampata oscurantista di un pugno di parrucconi, contrari al nostro divertimento e che, non a caso, lavorano nel palazzo oscuro di cui sopra. Ma intanto occorre ricordare che è una pronuncia delle sezioni unite penali, ovvero il massimo immaginabile della dottrina giuridica in materia di processo e diritto penale.
Questa sentenza prova che il futuro non è lastricato solo di divieti che cadono, inevitabilmente, uno dopo l'altro. Ogni tanto, si può anche dire di no. Permissivismo è una parola malata, d'accordo. Prendersela con questa società «dove è tutto permesso» è da vecchi barbagianni, come guardare i cantieri per strada e ostinarsi a prendere la metropolitana alle otto del mattino (lamentandosi dei «giovani») quando non si deve andare né a scuola né al lavoro. Ma che libertà è quella che, sul fine vita come sui diritti civili, passando per la potestà di devastare il pianeta per il mitico «sviluppo», non conosce confini, non vuole limiti, non si ferma davanti a nulla? Soprattutto, non si vergogna di nulla?
I nostri nonni hanno lottato per la libertà, ma mentre arretrano tutta una serie di diritti sul lavoro, in economia e nei rapporti con lo Stato, dobbiamo consolarci con la possibilità, in futuro, di adottare o sposare il nostro animale domestico, avere un bambino a novant'anni, farci seppellire con una scimmietta? Ecco, sulla cannabis, la Cassazione ha dimostrato che la strada verso l'abbattimento di ogni divieto non è obbligata.
Ma questa sentenza permette di entrare anche nel merito del dibattito sulle droghe cosiddette leggere. E in attesa delle motivazioni, ci si può entrare dal punto di vista etico e politico. E' importante che lo Stato affermi che non tutti i comportamenti sono sullo stesso piano e che alcuni sono reato. Se come genitori abbiamo il diritto di dire ai ragazzi che il divertimento di una gita con gli amici ci trova d'accordo, mentre ubriacarsi e stordirsi di fumo non ci piace, anche lo Stato ha il diritto di lanciare i suoi messaggi ai cittadini. Vendere saponi profumati non è la stessa cosa di vendere i derivati della cannabis. È evidente, ma se nessuno lo dice mai, alla fine vince il principio che ognuno ha il diritto di devastarsi e ammazzarsi come vuole. E gli altri, i più furbi, hanno il diritto di guadagnarci sopra.
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Fa discutere la sentenza della Cassazione che mette fuori legge la canapa «light»: Matteo Salvini esulta, M5s e radicali protestano. I commercianti pensano alla class action: il 90% del loro fatturato, infatti, arriva da infiorescenze e oli, ora non più vendibili.Dai magistrati una lezione di buonsenso: la droga fa male e resta proibita. La Suprema corte ha fissato un principio: non è affatto vero che il permissivismo e il relativismo siano il nostro destino.Lo speciale comprende due articoli. La sentenza della Cassazione di fine maggio segna il destino dei negozi di cannabis legale, che però si preparano a una battaglia giuridica, fino all'ultimo cavillo. I giudici della Suprema corte, chiamati a fare chiarezza sull'interpretazione della legge 242/2016, hanno decretato che è reato la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti «derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L.» come l'olio, le foglie, le inflorescenze e la resina. Certo, mancano le motivazioni della sentenza, che arriveranno nelle prossime settimane, ma, di fatto, ci sono le basi perché vengano chiusi i negozi dove si vende la cannabis legale (light) per il basso contenuto, tra lo 0,2 e 06%, della sostanza psicoattiva, Thc (Tetraidrocannabinolo). Plaude alla sentenza il ministro dell'Interno Matteo Salvini, dichiarando: «Siamo contro qualsiasi droga, senza se e senza ma. A noi piace il divertimento sano». Del resto lo stesso Salvini aveva annunciato, a inizio maggio, di voler chiudere tutti i negozi, emanando una direttiva ai prefetti per aumentare i controlli. Ovviamente di parere opposto, i radicali sollevano il dubbio che si tratti di «una sentenza politica in linea con il volere di un ministro che ha annunciato un' offensiva contro la cannabis light». Parla di una sentenza frutto «del mutato clima politico che si respira in Italia» anche Adriano Zaccagnini, M5s della scorsa legislatura che ha lavorato alla legge 242. Una cosa è certa: la Cassazione ha fatto chiarezza su una questione che in realtà non era oscura, perché, come spiega il Centro studi Livatino, «la legge n. 242/2016 disciplina la coltivazione della canapa» e nell'elenco delle parti commercializzabili della pianta non figurano i fiori, l'olio e la resina, che i coltivatori buttavano via, dato che la canapa per uso industriale non si fuma. Il vuoto normativo ha di fatto consentito, dal 2017, l'apertura di negozi che hanno iniziato a vendere le infiorescenza con l'escamotage di trattarle come prodotti da collezione e piante ornamentali (tanto a trasformale in fumo ci pensa chi le compra). Anche se non sarà più possibile vendere i derivati della cannabis, in realtà i negozi non verranno chiusi. La motivazione è nell'ultima riga della sentenza: «La commercializzazione al pubblico di questi prodotti è reato salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». Come si legge nella nota di Federcanapa, da anni «la soglia di efficacia drogante del principio attivo Thc è stata fissata nello 0,5% come da consolidata letteratura scientifica e dalla tossicologia forense. Pertanto non può considerarsi reato vendere prodotti derivati delle coltivazioni di canapa industriale con livelli di Thc sotto quei limiti». Inoltre, nei cannabis shop si trovano anche creme, saponi e shampoo, alimenti come cracker, biscotti o caramelle, ma anche indumenti e molto altro ancora realizzati con la pianta legale. Se la vendita di questi prodotti può continuare, i negozi non chiudono. «Tuttavia», fa notare Marco de Morpurgo, partner e global co-chair del settore Life Sciences dello studio legale Dla Piper, «il divieto di vendita al pubblico di infiorescenze di cannabis potrebbe avere un impatto sulla sostenibilità economica di questi negozi». I commercianti, però, hanno annunciato una class action. Come rivela Riccardo Ricci, imprenditore e presidente dell'Associazione italiana cannabis light (Aical), « il 90% del fatturato arriva da infiorescenze e oli, quindi mi pare ovvio che se non si potranno più vendere, queste attività commerciali chiuderanno». Oggi in Italia ci sono circa 3.000 cannabis shop: 2.500 aperti negli ultimi due anni. L'Aical, che rappresenta produttori, trasformatori e negozi della filiera della cannabis, calcola un business di circa 80 milioni di euro, con crescite esponenziali negli ultimi anni fino al 100%. «Il modello di business di tali negozi potrebbe cambiare direzione», osserva de Morpurgo, «focalizzandosi sui prodotti alimentari e cosmetici» a base di Cbd (cannabidiolo, sostanze non stupefacente) e basso contenuto di Thc, «che rappresentano un mercato in forte espansione in Europa ed altri Paesi». Certo, servirebbero «decisioni politiche in questo ambito», più che sentenze. Ma anche su questi prodotti per uso alimentare e cosmetico, in crescita esponenziale in tutto il mondo, si stanno accumulando tanti punti di domanda su sicurezza ed efficacia. Se per il Thc, anche a basse concentrazioni, non si possono escludere problemi di salute a lungo termine, dicono gli studi, anche sul Cbd, altro costituente chiave della cannabis, osannato ormai come la pancea onnipresente per risolvere ansia, dolori e spasmi muscolari, il mondo scientifico ha delle riserve. L'Agenzia americana del farmaco (Fda), che ha autorizzato un farmaco a base di Cbd per l'impiego nell'epilessia che non risponde alle altre terapie, ha però aperto un'audizione pubblica per fare chiarezza sull'impiego di questa sostanza in alimenti e bevande perché non ci sono dati certi che ne provino la sicurezza e tantomeno l'efficacia. 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Quello che lascia il segno di questa sentenza, in attesa di poterne leggere le motivazioni, è che finalmente siamo di fronte a uno stop, piccolo ma non per questo meno importante, all'inarrestabile trenino del «vale tutto». Non solo, ma questa notizia dà modo di riportare al centro del dibattito una dicotomia semplice quanto fondamentale per ogni comunità, quella di valore e disvalore. Non drogarsi è un valore, drogarsi (anche poco, in attesa di drogarsi di più) è un disvalore. L'edificio dove ha sede la Cassazione è detto Palazzaccio non per caso. Specialmente nei pomeriggi d'inverno, quando nei corridoi infiniti si accendono luci violacee che pendono da lampadari pesantissimi, sembra ricordarci che il termine «giustiziato» è un derivato di «giustizia». Certo, sentita per radio, o intravista sui social, questa sentenza che ristabilisce il divieto di mettere in commercio i prodotti derivati dalla cosiddetta cannabis light pare la zampata oscurantista di un pugno di parrucconi, contrari al nostro divertimento e che, non a caso, lavorano nel palazzo oscuro di cui sopra. Ma intanto occorre ricordare che è una pronuncia delle sezioni unite penali, ovvero il massimo immaginabile della dottrina giuridica in materia di processo e diritto penale. Questa sentenza prova che il futuro non è lastricato solo di divieti che cadono, inevitabilmente, uno dopo l'altro. Ogni tanto, si può anche dire di no. Permissivismo è una parola malata, d'accordo. Prendersela con questa società «dove è tutto permesso» è da vecchi barbagianni, come guardare i cantieri per strada e ostinarsi a prendere la metropolitana alle otto del mattino (lamentandosi dei «giovani») quando non si deve andare né a scuola né al lavoro. Ma che libertà è quella che, sul fine vita come sui diritti civili, passando per la potestà di devastare il pianeta per il mitico «sviluppo», non conosce confini, non vuole limiti, non si ferma davanti a nulla? Soprattutto, non si vergogna di nulla? I nostri nonni hanno lottato per la libertà, ma mentre arretrano tutta una serie di diritti sul lavoro, in economia e nei rapporti con lo Stato, dobbiamo consolarci con la possibilità, in futuro, di adottare o sposare il nostro animale domestico, avere un bambino a novant'anni, farci seppellire con una scimmietta? Ecco, sulla cannabis, la Cassazione ha dimostrato che la strada verso l'abbattimento di ogni divieto non è obbligata. Ma questa sentenza permette di entrare anche nel merito del dibattito sulle droghe cosiddette leggere. E in attesa delle motivazioni, ci si può entrare dal punto di vista etico e politico. E' importante che lo Stato affermi che non tutti i comportamenti sono sullo stesso piano e che alcuni sono reato. Se come genitori abbiamo il diritto di dire ai ragazzi che il divertimento di una gita con gli amici ci trova d'accordo, mentre ubriacarsi e stordirsi di fumo non ci piace, anche lo Stato ha il diritto di lanciare i suoi messaggi ai cittadini. Vendere saponi profumati non è la stessa cosa di vendere i derivati della cannabis. È evidente, ma se nessuno lo dice mai, alla fine vince il principio che ognuno ha il diritto di devastarsi e ammazzarsi come vuole. E gli altri, i più furbi, hanno il diritto di guadagnarci sopra.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.
Accordo Usa-Iran, petrolio in calo, Fed più silenziosa, deepfake elettorali, caso Platner, Newsom sotto indagine e nuovi dubbi democratici su gas e petrolio.
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L'indice misura la percezione della corruzione nel settore pubblico attraverso una scala che va da 0 a 100. Più alto è il punteggio, maggiore è la trasparenza percepita delle istituzioni pubbliche. Più basso è il valore, maggiore è invece la convinzione che il sistema politico e amministrativo sia permeabile a favoritismi, clientelismo e abuso di potere.
In cima alla classifica si confermano i soliti noti. La Danimarca occupa il primo posto seguita da Finlandia, Singapore, Nuova Zelanda e Norvegia. Non si tratta di una coincidenza. Questi Paesi condividono alcune caratteristiche fondamentali: amministrazioni pubbliche efficienti, elevata fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sistemi giudiziari indipendenti e una cultura politica che premia la trasparenza. In altre parole, sono Stati in cui il rispetto delle regole non dipende soltanto dalla presenza di leggi severe, ma da una consolidata cultura civica. All'estremo opposto della graduatoria troviamo invece Sudan del Sud, Somalia, Venezuela, Siria e Yemen. In questi casi la corruzione si intreccia con guerre civili, crisi economiche, fragilità istituzionale e spesso con la sopravvivenza stessa dello Stato. Quando le istituzioni si indeboliscono o collassano, la corruzione smette di essere una deviazione e diventa una componente strutturale del sistema.
Tuttavia, il dato più interessante del rapporto non riguarda i Paesi che occupano le prime o le ultime posizioni della classifica. La vera notizia è il progressivo deterioramento registrato in molte democrazie avanzate. Negli ultimi dieci anni il numero di Paesi che ottengono punteggi superiori a 80 punti è diminuito sensibilmente. Un segnale che, secondo Transparency International, riflette un indebolimento della fiducia nelle istituzioni pubbliche e nei meccanismi di controllo del potere. La percezione della corruzione non coincide necessariamente con la presenza di reati accertati. Rappresenta piuttosto il modo in cui cittadini, investitori e osservatori internazionali valutano il funzionamento delle istituzioni. È proprio questo elemento a rendere il dato particolarmente significativo. Quando cresce la convinzione che il potere sia influenzato da interessi privati, lobby o gruppi economici, diminuisce la fiducia nel sistema democratico.
Gli Stati Uniti rappresentano uno degli esempi più emblematici di questa tendenza. Pur rimanendo una delle principali democrazie del mondo, Washington ha registrato negli ultimi anni un progressivo peggioramento della propria posizione nell'indice. Secondo Transparency International, tra i fattori che alimentano questa percezione vi sono il crescente peso dei gruppi di pressione economica nel processo decisionale e la polarizzazione politica che caratterizza il dibattito pubblico americano. Anche l'Europa occidentale, che continua a essere la regione più virtuosa del pianeta, mostra segnali di affaticamento. Diversi Paesi hanno perso posizioni rispetto al passato e gli esperti evidenziano come il contrasto alla corruzione stia procedendo con minore efficacia rispetto agli anni precedenti. La crescente sfiducia verso le élite politiche, l'espansione delle campagne di disinformazione e la crisi di rappresentanza che attraversa molte democrazie contribuiscono a creare un clima favorevole alla percezione di una minore trasparenza. In questo contesto l'Italia continua a occupare una posizione intermedia. Il nostro Paese ha compiuto progressi rispetto al passato grazie a una serie di riforme normative e all'introduzione di strumenti più efficaci per il contrasto alla corruzione. Tuttavia resta distante dai livelli raggiunti dai Paesi nordici e continua a scontare problemi strutturali legati alla lentezza burocratica, alla complessità amministrativa e a una diffusa sfiducia nei confronti della politica.
La Svizzera, al contrario, continua a collocarsi tra i Paesi più virtuosi del mondo. La stabilità delle sue istituzioni, la qualità della pubblica amministrazione e la forte cultura della responsabilità individuale rappresentano elementi che contribuiscono a mantenere elevati standard di trasparenza. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'impatto economico della corruzione. Secondo numerosi studi internazionali, la presenza di fenomeni corruttivi scoraggia gli investimenti esteri, aumenta i costi delle opere pubbliche e riduce la competitività delle imprese. Quando gli appalti non vengono assegnati sulla base del merito ma delle relazioni personali o politiche, il risultato è una minore efficienza della spesa pubblica e una riduzione della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Le conseguenze sono visibili nelle infrastrutture incompiute, nei ritardi amministrativi e nella perdita di fiducia verso lo Stato.
La corruzione produce inoltre effetti diretti sul tessuto sociale. Dove i cittadini percepiscono che le regole non sono uguali per tutti cresce il senso di ingiustizia e diminuisce la partecipazione alla vita pubblica. Non è un caso che molti dei Paesi che registrano i peggiori risultati nell'indice siano caratterizzati anche da bassi livelli di fiducia nelle istituzioni e da una forte instabilità politica. Per questo motivo la lotta alla corruzione non rappresenta soltanto una questione giudiziaria o amministrativa, ma costituisce una sfida cruciale per la tenuta delle democrazie moderne e per la crescita economica delle nazioni. Il rapporto di Visual Capitalist offre dunque una lezione importante. La corruzione non è una questione che riguarda esclusivamente il livello di ricchezza di una nazione. Esistono Paesi ricchi che peggiorano e Paesi meno sviluppati che riescono a migliorare. La differenza la fanno la qualità delle istituzioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e la capacità di garantire controlli efficaci sull'esercizio del potere. Quando questi pilastri si indeboliscono, anche le democrazie più solide possono perdere terreno. Ed è proprio questo il messaggio più significativo che emerge dalla classifica: nessun Paese può considerarsi immune dalla corruzione e la trasparenza non è una conquista definitiva, ma un obiettivo che deve essere difeso ogni giorno e bisogna volerlo con forza.
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