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2019-06-01
I venditori di cannabis preparano la causa
Ansa
La sentenza della Cassazione di fine maggio segna il destino dei negozi di cannabis legale, che però si preparano a una battaglia giuridica, fino all'ultimo cavillo.
I giudici della Suprema corte, chiamati a fare chiarezza sull'interpretazione della legge 242/2016, hanno decretato che è reato la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti «derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L.» come l'olio, le foglie, le inflorescenze e la resina. Certo, mancano le motivazioni della sentenza, che arriveranno nelle prossime settimane, ma, di fatto, ci sono le basi perché vengano chiusi i negozi dove si vende la cannabis legale (light) per il basso contenuto, tra lo 0,2 e 06%, della sostanza psicoattiva, Thc (Tetraidrocannabinolo). Plaude alla sentenza il ministro dell'Interno Matteo Salvini, dichiarando: «Siamo contro qualsiasi droga, senza se e senza ma. A noi piace il divertimento sano».
Del resto lo stesso Salvini aveva annunciato, a inizio maggio, di voler chiudere tutti i negozi, emanando una direttiva ai prefetti per aumentare i controlli. Ovviamente di parere opposto, i radicali sollevano il dubbio che si tratti di «una sentenza politica in linea con il volere di un ministro che ha annunciato un' offensiva contro la cannabis light». Parla di una sentenza frutto «del mutato clima politico che si respira in Italia» anche Adriano Zaccagnini, M5s della scorsa legislatura che ha lavorato alla legge 242. Una cosa è certa: la Cassazione ha fatto chiarezza su una questione che in realtà non era oscura, perché, come spiega il Centro studi Livatino, «la legge n. 242/2016 disciplina la coltivazione della canapa» e nell'elenco delle parti commercializzabili della pianta non figurano i fiori, l'olio e la resina, che i coltivatori buttavano via, dato che la canapa per uso industriale non si fuma.
Il vuoto normativo ha di fatto consentito, dal 2017, l'apertura di negozi che hanno iniziato a vendere le infiorescenza con l'escamotage di trattarle come prodotti da collezione e piante ornamentali (tanto a trasformale in fumo ci pensa chi le compra). Anche se non sarà più possibile vendere i derivati della cannabis, in realtà i negozi non verranno chiusi. La motivazione è nell'ultima riga della sentenza: «La commercializzazione al pubblico di questi prodotti è reato salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». Come si legge nella nota di Federcanapa, da anni «la soglia di efficacia drogante del principio attivo Thc è stata fissata nello 0,5% come da consolidata letteratura scientifica e dalla tossicologia forense. Pertanto non può considerarsi reato vendere prodotti derivati delle coltivazioni di canapa industriale con livelli di Thc sotto quei limiti». Inoltre, nei cannabis shop si trovano anche creme, saponi e shampoo, alimenti come cracker, biscotti o caramelle, ma anche indumenti e molto altro ancora realizzati con la pianta legale. Se la vendita di questi prodotti può continuare, i negozi non chiudono.
«Tuttavia», fa notare Marco de Morpurgo, partner e global co-chair del settore Life Sciences dello studio legale Dla Piper, «il divieto di vendita al pubblico di infiorescenze di cannabis potrebbe avere un impatto sulla sostenibilità economica di questi negozi». I commercianti, però, hanno annunciato una class action. Come rivela Riccardo Ricci, imprenditore e presidente dell'Associazione italiana cannabis light (Aical), « il 90% del fatturato arriva da infiorescenze e oli, quindi mi pare ovvio che se non si potranno più vendere, queste attività commerciali chiuderanno». Oggi in Italia ci sono circa 3.000 cannabis shop: 2.500 aperti negli ultimi due anni. L'Aical, che rappresenta produttori, trasformatori e negozi della filiera della cannabis, calcola un business di circa 80 milioni di euro, con crescite esponenziali negli ultimi anni fino al 100%. «Il modello di business di tali negozi potrebbe cambiare direzione», osserva de Morpurgo, «focalizzandosi sui prodotti alimentari e cosmetici» a base di Cbd (cannabidiolo, sostanze non stupefacente) e basso contenuto di Thc, «che rappresentano un mercato in forte espansione in Europa ed altri Paesi».
Certo, servirebbero «decisioni politiche in questo ambito», più che sentenze. Ma anche su questi prodotti per uso alimentare e cosmetico, in crescita esponenziale in tutto il mondo, si stanno accumulando tanti punti di domanda su sicurezza ed efficacia. Se per il Thc, anche a basse concentrazioni, non si possono escludere problemi di salute a lungo termine, dicono gli studi, anche sul Cbd, altro costituente chiave della cannabis, osannato ormai come la pancea onnipresente per risolvere ansia, dolori e spasmi muscolari, il mondo scientifico ha delle riserve.
L'Agenzia americana del farmaco (Fda), che ha autorizzato un farmaco a base di Cbd per l'impiego nell'epilessia che non risponde alle altre terapie, ha però aperto un'audizione pubblica per fare chiarezza sull'impiego di questa sostanza in alimenti e bevande perché non ci sono dati certi che ne provino la sicurezza e tantomeno l'efficacia. Ma intanto si possono vendere.
Dai magistrati una lezione di buonsenso: la droga fa male e resta proibita
Chiuderanno, non chiuderanno, dovranno vendere anche i derivati dell'origano. Del futuro dei cannabis shop, messi a rischio dalla decisione della corte di Cassazione pubblicata giovedì, importa davvero poco.
Non sono queste né l'economia né l'occupazione che servono all'Italia per restare nel G7, a meno di avere un'idea folcloristica e stracciona del nostro sviluppo. Quello che lascia il segno di questa sentenza, in attesa di poterne leggere le motivazioni, è che finalmente siamo di fronte a uno stop, piccolo ma non per questo meno importante, all'inarrestabile trenino del «vale tutto». Non solo, ma questa notizia dà modo di riportare al centro del dibattito una dicotomia semplice quanto fondamentale per ogni comunità, quella di valore e disvalore. Non drogarsi è un valore, drogarsi (anche poco, in attesa di drogarsi di più) è un disvalore.
L'edificio dove ha sede la Cassazione è detto Palazzaccio non per caso. Specialmente nei pomeriggi d'inverno, quando nei corridoi infiniti si accendono luci violacee che pendono da lampadari pesantissimi, sembra ricordarci che il termine «giustiziato» è un derivato di «giustizia». Certo, sentita per radio, o intravista sui social, questa sentenza che ristabilisce il divieto di mettere in commercio i prodotti derivati dalla cosiddetta cannabis light pare la zampata oscurantista di un pugno di parrucconi, contrari al nostro divertimento e che, non a caso, lavorano nel palazzo oscuro di cui sopra. Ma intanto occorre ricordare che è una pronuncia delle sezioni unite penali, ovvero il massimo immaginabile della dottrina giuridica in materia di processo e diritto penale.
Questa sentenza prova che il futuro non è lastricato solo di divieti che cadono, inevitabilmente, uno dopo l'altro. Ogni tanto, si può anche dire di no. Permissivismo è una parola malata, d'accordo. Prendersela con questa società «dove è tutto permesso» è da vecchi barbagianni, come guardare i cantieri per strada e ostinarsi a prendere la metropolitana alle otto del mattino (lamentandosi dei «giovani») quando non si deve andare né a scuola né al lavoro. Ma che libertà è quella che, sul fine vita come sui diritti civili, passando per la potestà di devastare il pianeta per il mitico «sviluppo», non conosce confini, non vuole limiti, non si ferma davanti a nulla? Soprattutto, non si vergogna di nulla?
I nostri nonni hanno lottato per la libertà, ma mentre arretrano tutta una serie di diritti sul lavoro, in economia e nei rapporti con lo Stato, dobbiamo consolarci con la possibilità, in futuro, di adottare o sposare il nostro animale domestico, avere un bambino a novant'anni, farci seppellire con una scimmietta? Ecco, sulla cannabis, la Cassazione ha dimostrato che la strada verso l'abbattimento di ogni divieto non è obbligata.
Ma questa sentenza permette di entrare anche nel merito del dibattito sulle droghe cosiddette leggere. E in attesa delle motivazioni, ci si può entrare dal punto di vista etico e politico. E' importante che lo Stato affermi che non tutti i comportamenti sono sullo stesso piano e che alcuni sono reato. Se come genitori abbiamo il diritto di dire ai ragazzi che il divertimento di una gita con gli amici ci trova d'accordo, mentre ubriacarsi e stordirsi di fumo non ci piace, anche lo Stato ha il diritto di lanciare i suoi messaggi ai cittadini. Vendere saponi profumati non è la stessa cosa di vendere i derivati della cannabis. È evidente, ma se nessuno lo dice mai, alla fine vince il principio che ognuno ha il diritto di devastarsi e ammazzarsi come vuole. E gli altri, i più furbi, hanno il diritto di guadagnarci sopra.
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Fa discutere la sentenza della Cassazione che mette fuori legge la canapa «light»: Matteo Salvini esulta, M5s e radicali protestano. I commercianti pensano alla class action: il 90% del loro fatturato, infatti, arriva da infiorescenze e oli, ora non più vendibili.Dai magistrati una lezione di buonsenso: la droga fa male e resta proibita. La Suprema corte ha fissato un principio: non è affatto vero che il permissivismo e il relativismo siano il nostro destino.Lo speciale comprende due articoli. La sentenza della Cassazione di fine maggio segna il destino dei negozi di cannabis legale, che però si preparano a una battaglia giuridica, fino all'ultimo cavillo. I giudici della Suprema corte, chiamati a fare chiarezza sull'interpretazione della legge 242/2016, hanno decretato che è reato la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti «derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L.» come l'olio, le foglie, le inflorescenze e la resina. Certo, mancano le motivazioni della sentenza, che arriveranno nelle prossime settimane, ma, di fatto, ci sono le basi perché vengano chiusi i negozi dove si vende la cannabis legale (light) per il basso contenuto, tra lo 0,2 e 06%, della sostanza psicoattiva, Thc (Tetraidrocannabinolo). Plaude alla sentenza il ministro dell'Interno Matteo Salvini, dichiarando: «Siamo contro qualsiasi droga, senza se e senza ma. A noi piace il divertimento sano». Del resto lo stesso Salvini aveva annunciato, a inizio maggio, di voler chiudere tutti i negozi, emanando una direttiva ai prefetti per aumentare i controlli. Ovviamente di parere opposto, i radicali sollevano il dubbio che si tratti di «una sentenza politica in linea con il volere di un ministro che ha annunciato un' offensiva contro la cannabis light». Parla di una sentenza frutto «del mutato clima politico che si respira in Italia» anche Adriano Zaccagnini, M5s della scorsa legislatura che ha lavorato alla legge 242. Una cosa è certa: la Cassazione ha fatto chiarezza su una questione che in realtà non era oscura, perché, come spiega il Centro studi Livatino, «la legge n. 242/2016 disciplina la coltivazione della canapa» e nell'elenco delle parti commercializzabili della pianta non figurano i fiori, l'olio e la resina, che i coltivatori buttavano via, dato che la canapa per uso industriale non si fuma. Il vuoto normativo ha di fatto consentito, dal 2017, l'apertura di negozi che hanno iniziato a vendere le infiorescenza con l'escamotage di trattarle come prodotti da collezione e piante ornamentali (tanto a trasformale in fumo ci pensa chi le compra). Anche se non sarà più possibile vendere i derivati della cannabis, in realtà i negozi non verranno chiusi. La motivazione è nell'ultima riga della sentenza: «La commercializzazione al pubblico di questi prodotti è reato salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». Come si legge nella nota di Federcanapa, da anni «la soglia di efficacia drogante del principio attivo Thc è stata fissata nello 0,5% come da consolidata letteratura scientifica e dalla tossicologia forense. Pertanto non può considerarsi reato vendere prodotti derivati delle coltivazioni di canapa industriale con livelli di Thc sotto quei limiti». Inoltre, nei cannabis shop si trovano anche creme, saponi e shampoo, alimenti come cracker, biscotti o caramelle, ma anche indumenti e molto altro ancora realizzati con la pianta legale. Se la vendita di questi prodotti può continuare, i negozi non chiudono. «Tuttavia», fa notare Marco de Morpurgo, partner e global co-chair del settore Life Sciences dello studio legale Dla Piper, «il divieto di vendita al pubblico di infiorescenze di cannabis potrebbe avere un impatto sulla sostenibilità economica di questi negozi». I commercianti, però, hanno annunciato una class action. Come rivela Riccardo Ricci, imprenditore e presidente dell'Associazione italiana cannabis light (Aical), « il 90% del fatturato arriva da infiorescenze e oli, quindi mi pare ovvio che se non si potranno più vendere, queste attività commerciali chiuderanno». Oggi in Italia ci sono circa 3.000 cannabis shop: 2.500 aperti negli ultimi due anni. L'Aical, che rappresenta produttori, trasformatori e negozi della filiera della cannabis, calcola un business di circa 80 milioni di euro, con crescite esponenziali negli ultimi anni fino al 100%. «Il modello di business di tali negozi potrebbe cambiare direzione», osserva de Morpurgo, «focalizzandosi sui prodotti alimentari e cosmetici» a base di Cbd (cannabidiolo, sostanze non stupefacente) e basso contenuto di Thc, «che rappresentano un mercato in forte espansione in Europa ed altri Paesi». Certo, servirebbero «decisioni politiche in questo ambito», più che sentenze. Ma anche su questi prodotti per uso alimentare e cosmetico, in crescita esponenziale in tutto il mondo, si stanno accumulando tanti punti di domanda su sicurezza ed efficacia. Se per il Thc, anche a basse concentrazioni, non si possono escludere problemi di salute a lungo termine, dicono gli studi, anche sul Cbd, altro costituente chiave della cannabis, osannato ormai come la pancea onnipresente per risolvere ansia, dolori e spasmi muscolari, il mondo scientifico ha delle riserve. L'Agenzia americana del farmaco (Fda), che ha autorizzato un farmaco a base di Cbd per l'impiego nell'epilessia che non risponde alle altre terapie, ha però aperto un'audizione pubblica per fare chiarezza sull'impiego di questa sostanza in alimenti e bevande perché non ci sono dati certi che ne provino la sicurezza e tantomeno l'efficacia. 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Quello che lascia il segno di questa sentenza, in attesa di poterne leggere le motivazioni, è che finalmente siamo di fronte a uno stop, piccolo ma non per questo meno importante, all'inarrestabile trenino del «vale tutto». Non solo, ma questa notizia dà modo di riportare al centro del dibattito una dicotomia semplice quanto fondamentale per ogni comunità, quella di valore e disvalore. Non drogarsi è un valore, drogarsi (anche poco, in attesa di drogarsi di più) è un disvalore. L'edificio dove ha sede la Cassazione è detto Palazzaccio non per caso. Specialmente nei pomeriggi d'inverno, quando nei corridoi infiniti si accendono luci violacee che pendono da lampadari pesantissimi, sembra ricordarci che il termine «giustiziato» è un derivato di «giustizia». Certo, sentita per radio, o intravista sui social, questa sentenza che ristabilisce il divieto di mettere in commercio i prodotti derivati dalla cosiddetta cannabis light pare la zampata oscurantista di un pugno di parrucconi, contrari al nostro divertimento e che, non a caso, lavorano nel palazzo oscuro di cui sopra. Ma intanto occorre ricordare che è una pronuncia delle sezioni unite penali, ovvero il massimo immaginabile della dottrina giuridica in materia di processo e diritto penale. Questa sentenza prova che il futuro non è lastricato solo di divieti che cadono, inevitabilmente, uno dopo l'altro. Ogni tanto, si può anche dire di no. Permissivismo è una parola malata, d'accordo. Prendersela con questa società «dove è tutto permesso» è da vecchi barbagianni, come guardare i cantieri per strada e ostinarsi a prendere la metropolitana alle otto del mattino (lamentandosi dei «giovani») quando non si deve andare né a scuola né al lavoro. Ma che libertà è quella che, sul fine vita come sui diritti civili, passando per la potestà di devastare il pianeta per il mitico «sviluppo», non conosce confini, non vuole limiti, non si ferma davanti a nulla? Soprattutto, non si vergogna di nulla? I nostri nonni hanno lottato per la libertà, ma mentre arretrano tutta una serie di diritti sul lavoro, in economia e nei rapporti con lo Stato, dobbiamo consolarci con la possibilità, in futuro, di adottare o sposare il nostro animale domestico, avere un bambino a novant'anni, farci seppellire con una scimmietta? Ecco, sulla cannabis, la Cassazione ha dimostrato che la strada verso l'abbattimento di ogni divieto non è obbligata. Ma questa sentenza permette di entrare anche nel merito del dibattito sulle droghe cosiddette leggere. E in attesa delle motivazioni, ci si può entrare dal punto di vista etico e politico. E' importante che lo Stato affermi che non tutti i comportamenti sono sullo stesso piano e che alcuni sono reato. Se come genitori abbiamo il diritto di dire ai ragazzi che il divertimento di una gita con gli amici ci trova d'accordo, mentre ubriacarsi e stordirsi di fumo non ci piace, anche lo Stato ha il diritto di lanciare i suoi messaggi ai cittadini. Vendere saponi profumati non è la stessa cosa di vendere i derivati della cannabis. È evidente, ma se nessuno lo dice mai, alla fine vince il principio che ognuno ha il diritto di devastarsi e ammazzarsi come vuole. E gli altri, i più furbi, hanno il diritto di guadagnarci sopra.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.