True
2019-06-01
I venditori di cannabis preparano la causa
Ansa
La sentenza della Cassazione di fine maggio segna il destino dei negozi di cannabis legale, che però si preparano a una battaglia giuridica, fino all'ultimo cavillo.
I giudici della Suprema corte, chiamati a fare chiarezza sull'interpretazione della legge 242/2016, hanno decretato che è reato la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti «derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L.» come l'olio, le foglie, le inflorescenze e la resina. Certo, mancano le motivazioni della sentenza, che arriveranno nelle prossime settimane, ma, di fatto, ci sono le basi perché vengano chiusi i negozi dove si vende la cannabis legale (light) per il basso contenuto, tra lo 0,2 e 06%, della sostanza psicoattiva, Thc (Tetraidrocannabinolo). Plaude alla sentenza il ministro dell'Interno Matteo Salvini, dichiarando: «Siamo contro qualsiasi droga, senza se e senza ma. A noi piace il divertimento sano».
Del resto lo stesso Salvini aveva annunciato, a inizio maggio, di voler chiudere tutti i negozi, emanando una direttiva ai prefetti per aumentare i controlli. Ovviamente di parere opposto, i radicali sollevano il dubbio che si tratti di «una sentenza politica in linea con il volere di un ministro che ha annunciato un' offensiva contro la cannabis light». Parla di una sentenza frutto «del mutato clima politico che si respira in Italia» anche Adriano Zaccagnini, M5s della scorsa legislatura che ha lavorato alla legge 242. Una cosa è certa: la Cassazione ha fatto chiarezza su una questione che in realtà non era oscura, perché, come spiega il Centro studi Livatino, «la legge n. 242/2016 disciplina la coltivazione della canapa» e nell'elenco delle parti commercializzabili della pianta non figurano i fiori, l'olio e la resina, che i coltivatori buttavano via, dato che la canapa per uso industriale non si fuma.
Il vuoto normativo ha di fatto consentito, dal 2017, l'apertura di negozi che hanno iniziato a vendere le infiorescenza con l'escamotage di trattarle come prodotti da collezione e piante ornamentali (tanto a trasformale in fumo ci pensa chi le compra). Anche se non sarà più possibile vendere i derivati della cannabis, in realtà i negozi non verranno chiusi. La motivazione è nell'ultima riga della sentenza: «La commercializzazione al pubblico di questi prodotti è reato salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». Come si legge nella nota di Federcanapa, da anni «la soglia di efficacia drogante del principio attivo Thc è stata fissata nello 0,5% come da consolidata letteratura scientifica e dalla tossicologia forense. Pertanto non può considerarsi reato vendere prodotti derivati delle coltivazioni di canapa industriale con livelli di Thc sotto quei limiti». Inoltre, nei cannabis shop si trovano anche creme, saponi e shampoo, alimenti come cracker, biscotti o caramelle, ma anche indumenti e molto altro ancora realizzati con la pianta legale. Se la vendita di questi prodotti può continuare, i negozi non chiudono.
«Tuttavia», fa notare Marco de Morpurgo, partner e global co-chair del settore Life Sciences dello studio legale Dla Piper, «il divieto di vendita al pubblico di infiorescenze di cannabis potrebbe avere un impatto sulla sostenibilità economica di questi negozi». I commercianti, però, hanno annunciato una class action. Come rivela Riccardo Ricci, imprenditore e presidente dell'Associazione italiana cannabis light (Aical), « il 90% del fatturato arriva da infiorescenze e oli, quindi mi pare ovvio che se non si potranno più vendere, queste attività commerciali chiuderanno». Oggi in Italia ci sono circa 3.000 cannabis shop: 2.500 aperti negli ultimi due anni. L'Aical, che rappresenta produttori, trasformatori e negozi della filiera della cannabis, calcola un business di circa 80 milioni di euro, con crescite esponenziali negli ultimi anni fino al 100%. «Il modello di business di tali negozi potrebbe cambiare direzione», osserva de Morpurgo, «focalizzandosi sui prodotti alimentari e cosmetici» a base di Cbd (cannabidiolo, sostanze non stupefacente) e basso contenuto di Thc, «che rappresentano un mercato in forte espansione in Europa ed altri Paesi».
Certo, servirebbero «decisioni politiche in questo ambito», più che sentenze. Ma anche su questi prodotti per uso alimentare e cosmetico, in crescita esponenziale in tutto il mondo, si stanno accumulando tanti punti di domanda su sicurezza ed efficacia. Se per il Thc, anche a basse concentrazioni, non si possono escludere problemi di salute a lungo termine, dicono gli studi, anche sul Cbd, altro costituente chiave della cannabis, osannato ormai come la pancea onnipresente per risolvere ansia, dolori e spasmi muscolari, il mondo scientifico ha delle riserve.
L'Agenzia americana del farmaco (Fda), che ha autorizzato un farmaco a base di Cbd per l'impiego nell'epilessia che non risponde alle altre terapie, ha però aperto un'audizione pubblica per fare chiarezza sull'impiego di questa sostanza in alimenti e bevande perché non ci sono dati certi che ne provino la sicurezza e tantomeno l'efficacia. Ma intanto si possono vendere.
Dai magistrati una lezione di buonsenso: la droga fa male e resta proibita
Chiuderanno, non chiuderanno, dovranno vendere anche i derivati dell'origano. Del futuro dei cannabis shop, messi a rischio dalla decisione della corte di Cassazione pubblicata giovedì, importa davvero poco.
Non sono queste né l'economia né l'occupazione che servono all'Italia per restare nel G7, a meno di avere un'idea folcloristica e stracciona del nostro sviluppo. Quello che lascia il segno di questa sentenza, in attesa di poterne leggere le motivazioni, è che finalmente siamo di fronte a uno stop, piccolo ma non per questo meno importante, all'inarrestabile trenino del «vale tutto». Non solo, ma questa notizia dà modo di riportare al centro del dibattito una dicotomia semplice quanto fondamentale per ogni comunità, quella di valore e disvalore. Non drogarsi è un valore, drogarsi (anche poco, in attesa di drogarsi di più) è un disvalore.
L'edificio dove ha sede la Cassazione è detto Palazzaccio non per caso. Specialmente nei pomeriggi d'inverno, quando nei corridoi infiniti si accendono luci violacee che pendono da lampadari pesantissimi, sembra ricordarci che il termine «giustiziato» è un derivato di «giustizia». Certo, sentita per radio, o intravista sui social, questa sentenza che ristabilisce il divieto di mettere in commercio i prodotti derivati dalla cosiddetta cannabis light pare la zampata oscurantista di un pugno di parrucconi, contrari al nostro divertimento e che, non a caso, lavorano nel palazzo oscuro di cui sopra. Ma intanto occorre ricordare che è una pronuncia delle sezioni unite penali, ovvero il massimo immaginabile della dottrina giuridica in materia di processo e diritto penale.
Questa sentenza prova che il futuro non è lastricato solo di divieti che cadono, inevitabilmente, uno dopo l'altro. Ogni tanto, si può anche dire di no. Permissivismo è una parola malata, d'accordo. Prendersela con questa società «dove è tutto permesso» è da vecchi barbagianni, come guardare i cantieri per strada e ostinarsi a prendere la metropolitana alle otto del mattino (lamentandosi dei «giovani») quando non si deve andare né a scuola né al lavoro. Ma che libertà è quella che, sul fine vita come sui diritti civili, passando per la potestà di devastare il pianeta per il mitico «sviluppo», non conosce confini, non vuole limiti, non si ferma davanti a nulla? Soprattutto, non si vergogna di nulla?
I nostri nonni hanno lottato per la libertà, ma mentre arretrano tutta una serie di diritti sul lavoro, in economia e nei rapporti con lo Stato, dobbiamo consolarci con la possibilità, in futuro, di adottare o sposare il nostro animale domestico, avere un bambino a novant'anni, farci seppellire con una scimmietta? Ecco, sulla cannabis, la Cassazione ha dimostrato che la strada verso l'abbattimento di ogni divieto non è obbligata.
Ma questa sentenza permette di entrare anche nel merito del dibattito sulle droghe cosiddette leggere. E in attesa delle motivazioni, ci si può entrare dal punto di vista etico e politico. E' importante che lo Stato affermi che non tutti i comportamenti sono sullo stesso piano e che alcuni sono reato. Se come genitori abbiamo il diritto di dire ai ragazzi che il divertimento di una gita con gli amici ci trova d'accordo, mentre ubriacarsi e stordirsi di fumo non ci piace, anche lo Stato ha il diritto di lanciare i suoi messaggi ai cittadini. Vendere saponi profumati non è la stessa cosa di vendere i derivati della cannabis. È evidente, ma se nessuno lo dice mai, alla fine vince il principio che ognuno ha il diritto di devastarsi e ammazzarsi come vuole. E gli altri, i più furbi, hanno il diritto di guadagnarci sopra.
Continua a leggereRiduci
Fa discutere la sentenza della Cassazione che mette fuori legge la canapa «light»: Matteo Salvini esulta, M5s e radicali protestano. I commercianti pensano alla class action: il 90% del loro fatturato, infatti, arriva da infiorescenze e oli, ora non più vendibili.Dai magistrati una lezione di buonsenso: la droga fa male e resta proibita. La Suprema corte ha fissato un principio: non è affatto vero che il permissivismo e il relativismo siano il nostro destino.Lo speciale comprende due articoli. La sentenza della Cassazione di fine maggio segna il destino dei negozi di cannabis legale, che però si preparano a una battaglia giuridica, fino all'ultimo cavillo. I giudici della Suprema corte, chiamati a fare chiarezza sull'interpretazione della legge 242/2016, hanno decretato che è reato la vendita o la cessione a qualunque titolo dei prodotti «derivati dalla coltivazione della cannabis sativa L.» come l'olio, le foglie, le inflorescenze e la resina. Certo, mancano le motivazioni della sentenza, che arriveranno nelle prossime settimane, ma, di fatto, ci sono le basi perché vengano chiusi i negozi dove si vende la cannabis legale (light) per il basso contenuto, tra lo 0,2 e 06%, della sostanza psicoattiva, Thc (Tetraidrocannabinolo). Plaude alla sentenza il ministro dell'Interno Matteo Salvini, dichiarando: «Siamo contro qualsiasi droga, senza se e senza ma. A noi piace il divertimento sano». Del resto lo stesso Salvini aveva annunciato, a inizio maggio, di voler chiudere tutti i negozi, emanando una direttiva ai prefetti per aumentare i controlli. Ovviamente di parere opposto, i radicali sollevano il dubbio che si tratti di «una sentenza politica in linea con il volere di un ministro che ha annunciato un' offensiva contro la cannabis light». Parla di una sentenza frutto «del mutato clima politico che si respira in Italia» anche Adriano Zaccagnini, M5s della scorsa legislatura che ha lavorato alla legge 242. Una cosa è certa: la Cassazione ha fatto chiarezza su una questione che in realtà non era oscura, perché, come spiega il Centro studi Livatino, «la legge n. 242/2016 disciplina la coltivazione della canapa» e nell'elenco delle parti commercializzabili della pianta non figurano i fiori, l'olio e la resina, che i coltivatori buttavano via, dato che la canapa per uso industriale non si fuma. Il vuoto normativo ha di fatto consentito, dal 2017, l'apertura di negozi che hanno iniziato a vendere le infiorescenza con l'escamotage di trattarle come prodotti da collezione e piante ornamentali (tanto a trasformale in fumo ci pensa chi le compra). Anche se non sarà più possibile vendere i derivati della cannabis, in realtà i negozi non verranno chiusi. La motivazione è nell'ultima riga della sentenza: «La commercializzazione al pubblico di questi prodotti è reato salvo che tali prodotti siano in concreto privi di efficacia drogante». Come si legge nella nota di Federcanapa, da anni «la soglia di efficacia drogante del principio attivo Thc è stata fissata nello 0,5% come da consolidata letteratura scientifica e dalla tossicologia forense. Pertanto non può considerarsi reato vendere prodotti derivati delle coltivazioni di canapa industriale con livelli di Thc sotto quei limiti». Inoltre, nei cannabis shop si trovano anche creme, saponi e shampoo, alimenti come cracker, biscotti o caramelle, ma anche indumenti e molto altro ancora realizzati con la pianta legale. Se la vendita di questi prodotti può continuare, i negozi non chiudono. «Tuttavia», fa notare Marco de Morpurgo, partner e global co-chair del settore Life Sciences dello studio legale Dla Piper, «il divieto di vendita al pubblico di infiorescenze di cannabis potrebbe avere un impatto sulla sostenibilità economica di questi negozi». I commercianti, però, hanno annunciato una class action. Come rivela Riccardo Ricci, imprenditore e presidente dell'Associazione italiana cannabis light (Aical), « il 90% del fatturato arriva da infiorescenze e oli, quindi mi pare ovvio che se non si potranno più vendere, queste attività commerciali chiuderanno». Oggi in Italia ci sono circa 3.000 cannabis shop: 2.500 aperti negli ultimi due anni. L'Aical, che rappresenta produttori, trasformatori e negozi della filiera della cannabis, calcola un business di circa 80 milioni di euro, con crescite esponenziali negli ultimi anni fino al 100%. «Il modello di business di tali negozi potrebbe cambiare direzione», osserva de Morpurgo, «focalizzandosi sui prodotti alimentari e cosmetici» a base di Cbd (cannabidiolo, sostanze non stupefacente) e basso contenuto di Thc, «che rappresentano un mercato in forte espansione in Europa ed altri Paesi». Certo, servirebbero «decisioni politiche in questo ambito», più che sentenze. Ma anche su questi prodotti per uso alimentare e cosmetico, in crescita esponenziale in tutto il mondo, si stanno accumulando tanti punti di domanda su sicurezza ed efficacia. Se per il Thc, anche a basse concentrazioni, non si possono escludere problemi di salute a lungo termine, dicono gli studi, anche sul Cbd, altro costituente chiave della cannabis, osannato ormai come la pancea onnipresente per risolvere ansia, dolori e spasmi muscolari, il mondo scientifico ha delle riserve. L'Agenzia americana del farmaco (Fda), che ha autorizzato un farmaco a base di Cbd per l'impiego nell'epilessia che non risponde alle altre terapie, ha però aperto un'audizione pubblica per fare chiarezza sull'impiego di questa sostanza in alimenti e bevande perché non ci sono dati certi che ne provino la sicurezza e tantomeno l'efficacia. Ma intanto si possono vendere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-venditori-di-cannabis-preparano-la-causa-2638617592.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dai-magistrati-una-lezione-di-buonsenso-la-droga-fa-male-e-resta-proibita" data-post-id="2638617592" data-published-at="1772195306" data-use-pagination="False"> Dai magistrati una lezione di buonsenso: la droga fa male e resta proibita Chiuderanno, non chiuderanno, dovranno vendere anche i derivati dell'origano. Del futuro dei cannabis shop, messi a rischio dalla decisione della corte di Cassazione pubblicata giovedì, importa davvero poco. Non sono queste né l'economia né l'occupazione che servono all'Italia per restare nel G7, a meno di avere un'idea folcloristica e stracciona del nostro sviluppo. Quello che lascia il segno di questa sentenza, in attesa di poterne leggere le motivazioni, è che finalmente siamo di fronte a uno stop, piccolo ma non per questo meno importante, all'inarrestabile trenino del «vale tutto». Non solo, ma questa notizia dà modo di riportare al centro del dibattito una dicotomia semplice quanto fondamentale per ogni comunità, quella di valore e disvalore. Non drogarsi è un valore, drogarsi (anche poco, in attesa di drogarsi di più) è un disvalore. L'edificio dove ha sede la Cassazione è detto Palazzaccio non per caso. Specialmente nei pomeriggi d'inverno, quando nei corridoi infiniti si accendono luci violacee che pendono da lampadari pesantissimi, sembra ricordarci che il termine «giustiziato» è un derivato di «giustizia». Certo, sentita per radio, o intravista sui social, questa sentenza che ristabilisce il divieto di mettere in commercio i prodotti derivati dalla cosiddetta cannabis light pare la zampata oscurantista di un pugno di parrucconi, contrari al nostro divertimento e che, non a caso, lavorano nel palazzo oscuro di cui sopra. Ma intanto occorre ricordare che è una pronuncia delle sezioni unite penali, ovvero il massimo immaginabile della dottrina giuridica in materia di processo e diritto penale. Questa sentenza prova che il futuro non è lastricato solo di divieti che cadono, inevitabilmente, uno dopo l'altro. Ogni tanto, si può anche dire di no. Permissivismo è una parola malata, d'accordo. Prendersela con questa società «dove è tutto permesso» è da vecchi barbagianni, come guardare i cantieri per strada e ostinarsi a prendere la metropolitana alle otto del mattino (lamentandosi dei «giovani») quando non si deve andare né a scuola né al lavoro. Ma che libertà è quella che, sul fine vita come sui diritti civili, passando per la potestà di devastare il pianeta per il mitico «sviluppo», non conosce confini, non vuole limiti, non si ferma davanti a nulla? Soprattutto, non si vergogna di nulla? I nostri nonni hanno lottato per la libertà, ma mentre arretrano tutta una serie di diritti sul lavoro, in economia e nei rapporti con lo Stato, dobbiamo consolarci con la possibilità, in futuro, di adottare o sposare il nostro animale domestico, avere un bambino a novant'anni, farci seppellire con una scimmietta? Ecco, sulla cannabis, la Cassazione ha dimostrato che la strada verso l'abbattimento di ogni divieto non è obbligata. Ma questa sentenza permette di entrare anche nel merito del dibattito sulle droghe cosiddette leggere. E in attesa delle motivazioni, ci si può entrare dal punto di vista etico e politico. E' importante che lo Stato affermi che non tutti i comportamenti sono sullo stesso piano e che alcuni sono reato. Se come genitori abbiamo il diritto di dire ai ragazzi che il divertimento di una gita con gli amici ci trova d'accordo, mentre ubriacarsi e stordirsi di fumo non ci piace, anche lo Stato ha il diritto di lanciare i suoi messaggi ai cittadini. Vendere saponi profumati non è la stessa cosa di vendere i derivati della cannabis. È evidente, ma se nessuno lo dice mai, alla fine vince il principio che ognuno ha il diritto di devastarsi e ammazzarsi come vuole. E gli altri, i più furbi, hanno il diritto di guadagnarci sopra.
L'amministratore delegato di Stellantis Antonio Filosa (Ansa)
Le parole di ieri dell’amministratore delegato Antonio Filosa, subentrato lo scorso maggio al dimissionario Carlos Tavares, lo riconoscono con chiarezza: «I nostri risultati riflettono il costo della sopravvalutazione del ritmo della transizione energetica e della necessità di reimpostare il nostro business mettendo al centro la libertà dei clienti di scegliere all’interno di una gamma completa di tecnologie: elettrica, ibrida e a combustione interna».
La correzione di rotta sull’elettrico e la decisione di cambiare strategia hanno comportato un onere straordinario di 25,4 miliardi. Stellantis ha chiuso il 2025 con 153,3 miliardi di euro di ricavi, in calo del 2% rispetto all’anno prima, ma, ha detto Filosa, «nella seconda metà dell’anno abbiamo iniziato a vedere i primi segnali positivi di progresso, grazie ai risultati iniziali delle azioni intraprese per migliorare la qualità, alla solida esecuzione dei lanci della nostra nuova ondata di prodotti e al ritorno alla crescita del fatturato». Parole che hanno sospinto in Borsa il titolo, che ha chiuso a 6,778 euro, in rialzo del 4,24% (da inizio anno il titolo ha perso il 30%, negli ultimi 12 mesi il 50%).
Intanto però il gruppo ha deciso che non ci saranno né dividendi per gli azionisti né bonus per i lavoratori, eccezion fatta per i dipendenti in Sudamerica, Nord Africa e Medio Oriente. «Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono beneficio», ha commentato la Fiom, che vede in questa decisione una conferma della «chiara volontà» di Exor, azionista di riferimento di Stellantis, di «disimpegno delle attività industriali in Italia». In una nota unitaria, Fiom, Fim, Uilm e sigle sindacali minori hanno chiesto a Stellantis di «puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche italiane», mentre hanno invitato l’Unione europea ad «adottare i principi di neutralità tecnologica e di libertà di scelta dei consumatori, nonché abolire immediatamente il famigerato sistema delle multe».
Per i lavoratori italiani il mancato bonus, che negli scorsi anni ammontava in media a circa 2.000 euro, rappresenta un danno notevole, considerando anche che più di un dipendente su due si trova in cassa integrazione o con un contratto di solidarietà. Con in sovrappiù la beffa di aver visto premiato un anno fa Tavares, il grande sostenitore della scommessa sull’elettrico, con una buonuscita di 12 milioni di euro, che il manager portoghese ha intascato nel 2025. Ieri lo stabilimento di Pomigliano si è fermato per uno sciopero e altri scioperi sono annunciati per oggi.
Se la linea sull’elettrico è stata bruscamente rettificata dalla nuova dirigenza di Stellantis, rimane invece confermato l’approccio orientato alla stretta collaborazione con il partner cinese Leapmotor. «Quella con Leapmotor», ha sottolineato ieri Filosa, «è una partnership forte dal punto di vista commerciale, grazie alla quale abbiamo aumentato la nostra copertura del mercato ma anche una partnership tecnica che ci porta a livelli superiori in materia di elettrificazione». Una collaborazione, ha aggiunto l’amministratore delegato, che «verrà migliorata sul piano tecnologico». Molti hanno letto in queste parole una conferma alle indiscrezioni secondo cui Stellantis sarebbe intenzionata a utilizzare la tecnologia di Leapmotor per i motori elettrici dei propri marchi europei.
Continua a leggereRiduci
Imagoeconomica
È l’ennesimo atto di un percorso a ostacoli, in cui a cominciare dai sequestri ordinati dai giudici nel 2012, sono andati in fumo, secondo stime, circa 40 miliardi di euro, in larga parte come mancato Pil e mancato export, ai quali vanno aggiunti 1,5 miliardi tra risorse versate da Invitalia in Acciaierie d’Italia e assorbite dalla cig e 4 miliardi che ArcelorMittal sostiene di aver investito nel gruppo.
Ora il pronunciamento del Tribunale di Milano, genera forti preoccupazioni anche per il negoziato in corso per la vendita al fondo Flacks, nonché sulle sorti del prestito ponte autorizzato di recente dalla Commissione europea fino a un massimo di 390 milioni.
La decisione della magistratura già ha provocato la dura e immediata reazione di due parlamentari di Fratelli d’Italia, il deputato Silvio Giovine e il senatore Matteo Gelmetti. «Questa sentenza», ha dichiarato Giovine, «mette a rischio l’industria italiana che non potrà più approvvigionarsi dagli stabilimenti Ilva e fa saltare anche il piano straordinario di manutenzione». E Gelmetti dice che «sono a rischio ben 25.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti».
Ma vediamo esattamente di cosa si tratta. Dopo la richiesta di residenti del comune di Taranto, il Tribunale civile di Milano ha ordinato, come si diceva, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo, con una decisione nella quale si parla di «rischi attuali e di pregiudizi alla salute». Il decreto allo sato non è esecutivo e lo diventerà solo se non verrà impugnato. Più precisamente il Tribunale di Milano ha disapplicato parzialmente il provvedimento che autorizza l’attività produttiva dello stabilimento, cioè l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025. »La disapplicazione dell’Aia», scrivono i giudici, «è stata disposta con riferimento ad alcune prescrizioni»: in sostanza dovranno essere adottate misure che modifichino in modo sostanziale alcun condizioni produttive ritenute dannose per la salute. Il decreto spiega il Tribunale, è stato emesso non solo a tutela dei ricorrenti, ma anche dei residenti a Taranto, Statte e nei quartieri limitrofi allo stabilimento, «in applicazione di quanto previsto dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024 a cui era stata rimessa la questione».
L’ordine di sospensione dell’attività produttiva cesserà di avere effetto quando la società siderurgica avrà adempiuto agli interventi indicati dal Tribunale di Milano. L’azienda avrebbe così sei mesi di tempo per scongiurare il rischio di blocco dell’impianto. È chiaro che a questo punto emergono una serie di interrogativi e di problemi. Da un lato i tempi concessi per gli interventi necessari ad evitare la chiusura, dall’altro soprattutto l’impatto della sentenza sul negoziato con il fondo Flacks. Secondo fonti vicine al dossier, citate dall’Agi, si teme che l’investitore possa defilarsi ritenendo il nuovo quadro mutato rispetto a quello sul quale si stava trattando. «Se la vendita dovesse eventualmente saltare e l’investitore dovesse manifestare il suo disimpegno perché il contesto complessivo è cambiato, non c’è nemmeno più la condizione per il prestito autorizzato dalla Ue, che è stato concesso a fronte di una trattativa con un potenziale acquirente» osservano sempre le fonti citate dall’Agi. Inoltre, si afferma, la richiesta di riscrittura di alcune prescrizioni Aia da parte del Tribunale di Milano, ha sicuramente un impatto di maggiori costi economici che adesso andrà valutato con molta attenzione, pone limiti più severi alla produzione di acciaio, ma soprattutto cambia le regole con una gara per la vendita in corso e che è stata lanciata ai primi di agosto proprio sulla base dell’Aia autorizzata dal Mase (ministero dell’Ambiente), i cui elementi erano noti.
Intanto i sindacati sono sul piede di guerra. Il ministero del Lavoro li ha convocati per discutere la proroga della cassa integrazione straordinaria richiesta da Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, misura che riguarda 4.450 lavoratori di cui 3.800 nello stabilimento di Taranto a partire dal 1 marzo 2026 per una durata di 12 mesi. Ma i sindacati dei metalmeccanici, Fiom, Fim e Uilm, hanno chiesto di essere convocati dal governo per conoscere lo stato della discussione sul futuro di Taranto e sul destino complessivo dei 20.000 dipendenti del gruppo. Lamentano di non avere avuto risposta a questa richiesta e hanno deciso di auto convocarsi a Roma, a Palazzo Chigi, il 9 marzo. Per Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl, «non c’è tempo da perdere: non basta discutere soltanto di ammortizzatori sociali».
Continua a leggereRiduci