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2024-07-15
I vampiri del calcio
Joshua Zirzkee al Milan: l’accordo sembrava possibile, poi è sfumato. Viviamo nell’era dell’algocrazia sportiva, il governo degli algoritmi, lo studio previsionale del talento di un atleta e della probabilità di affinarlo nella compagine giusta attraverso le statistiche, le affinità elettive, la volontà del giocatore, insomma il calciomercato ricorda un’app di incontri romantici col portafoglio al posto del cuore. La colpa è dei Cupido dei giorni nostri, i procuratori dei calciatori, elementi decisivi nelle scelte di cambiar casacca dei loro assistiti.
Prendiamo il caso di Zirkzee: boa offensiva capace di ingolosire il Milan dopo il suo exploit al Bologna, avrebbe potuto essere la punta promessa da RedBird al nuovo allenatore Paulo Fonseca. Il matrimonio coi rossoneri è saltato perché a mettersi di mezzo, manco a dirlo, c’erano gli appetiti di Kia Joorabchian, procuratore dell’olandese ventitreenne. 40 milioni di euro la clausola rescissoria per ingaggiare l’attaccante, cifra che il Milan avrebbe versato subito. Il problema è la commissione pretesa da Joorabchian. Dapprima si diceva fosse di 6 milioni, poi 9, poi 12, ora sarebbe lievitata a 15. Un gioco di sponda del furbo manager per monetizzare il più possibile, trattando al tavolo dei rossoneri, ma anche del Manchester United, che ingaggerà il giocatore. A Milanello starebbero valutando opzioni differenti, Alvaro Morata su tutte, e la questione sarebbe di principio: 15 milioni corrispondono a più di un terzo del prezzo di Zirkzee, spesa giudicata sproporzionata per rimpinguare le tasche di un agente.
E pensare che il calciatore avrebbe gradito accasarsi a Milanello. Si sarebbe sentito al centro del progetto e avrebbe lavorato con Zlatan Ibrahimovic, suo idolo di riferimento. Il Diavolo invece virerà su Morata, magari su Lukaku o su Abraham, ma la magagna di fondo resta: una commissione così vampiresca sarebbe come comprare una casa a 200.000 euro e versarne altri 75.000 all’agente immobiliare.
A vampirizzare il calcio coltivando interessi magari legittimi, ma drenando le finanze dal sistema pallone per indirizzarle nelle loro tasche, la figura dei procuratori, soprattutto negli ultimi quindici anni. Ottenendo la procura di un calciatore, ne curano gli interessi e spesso fanno pure da mediatori negli affari tra club, dunque vengono incaricati dalle società di impostare una trattativa per acquistare o vendere un atleta, oppure per rinnovare o interrompere un contratto. Tanti ricorderanno Mino Raiola. L’agente italo olandese oggi deceduto era un maestro nello spuntare cifre mostruose: il record fu l’incasso di 27 milioni di euro per il trasferimento di Paul Pogba dalla Juventus al Manchester United (su un costo dell’operazione di 105 milioni). Il portoghese Jorge Mendes, che nel carniere dei suoi assistiti ha sempre avuto CR7, non è da meno.
Stando a un resoconto della Fifa, nel 2022 le società di calcio hanno sborsato circa 586 milioni di euro ai procuratori per i trasferimenti internazionali. Nel 2023, solo in Serie A, sono stati versati oltre 220 milioni di euro. La cospicua possibilità di monetizzare avviene soprattutto quando un giocatore a parametro zero - dunque senza un contratto con un club - decide di vestire una nuova casacca. Non essendo da pagare il costo del passaggio da una squadra all’altra, il club che lo ingaggia versa cifre consistenti per convincere gli agenti, rendendo l’appellativo «parametro zero» un buffo modo di dire. Quando l’Inter ha ingaggiato Marcus Thuram a zero, l’agenzia Sport Cover, che cura gli interessi dell’attaccante francese, ha incassato 8 milioni di euro, tre volte l’intero ammontare speso dal Frosinone in commissioni.
Esistono in verità casi isolati in cui l’atleta si gestisce da solo, ma sono mosche bianche: al posto dell’agente e delle sue ricche percentuali, Kevin De Bruyne ha snocciolato una sfilza di dati numerici partoriti dal lavoro di un gruppo di data analyst, stipendiati meno di un procuratore, e capaci di individuare statistiche sul rendimento del loro assistito, che si è poi presentato dal Manchester City soltanto col suo stretto entourage.
Nel frattempo si continua a discutere sull’introduzione di regole che pongano un tetto alle fameliche commissioni. Il 30 dicembre scorso la Fifa ha sospeso l’applicazione del regolamento agenti (Raf) per i contenziosi legali che ne sono seguiti. Tra i punti in discussione, il divieto di rappresentanza multipla, per cui un procuratore non potrebbe offrire servizi a più di una parte coinvolta nella medesima operazione (a meno che non si tratti del giocatore e del club acquirente), l’introduzione di un albo professionale per chi svolge il mestiere, e di un tetto ai pagamenti. Se la parte rappresentata dall’agente fosse un calciatore o la squadra acquirente, la commissione non dovrebbe risultare superiore al 5% dello stipendio dell’assistito se la sua remunerazione risultasse sotto i 200.000 dollari, e non oltre il 3% dello stipendio se al di sopra. In caso di doppia rappresentanza sia del giocatore, sia della squadra acquirente, il tetto alle commissioni dovrebbe corrispondere al 10% se lo stipendio è al di sotto dei 200.000 dollari e del 6% se al di sopra di tale soglia; se la parte rappresentata dall’agente fosse il club venditore, la commissione massima dovrebbe essere il 10% del valore dell’intera operazione. Sarebbe sensato, ma è ancora tutto in divenire.
I giovani rivelazione degli Europei. Ecco chi potremmo rivedere in Serie A
Molto fisico, scandito da lampi estemporanei di tecnica purissima su un tappeto fatto di proteine e prestazioni da centometrista, Euro 2024 ha regalato un’istantanea del calcio di oggi. Un manipolo di giovanotti dallo sprint felino e dall’efficienza per lo più muscolare, capeggiati da qualche fenomeno destinato al Pallone d’oro: i vari Mbappé, Bellingham, forse Lamine Yamal, imberbe talentone che ormai non è una sorpresa. Il diciassettenne catalano nato nei pressi di Barcellona da padre marocchino e madre della Guinea Equatoriale, con la nazionale iberica ha già disputato 13 gare segnando tre volte, e un Europeo dove ha messo in mostra le sue doti di esterno destro offensivo dal piede mancino, visionario nei guizzi come l’eccentrico samurai Gintoki Sakata, protagonista di una serie nipponica d’animazione che il giovane Lamine ama alla follia. Il suo agente è il potente Jorge Mendes, la sua clausola rescissoria sembra contenere ben dieci cifre, il Barcellona, che ne detiene il contratto fino al 2026, ha rifiutato per lui un’offerta da capogiro da 200 milioni di euro.
Parliamoci chiaro: alieni come Yamal, ma anche come il suo compagno Nico Williams, nel campionato di Serie A, non li vedremo manco col binocolo. Tuttavia la manifestazione continentale ci regala suggestioni a latitudini forse avvicinabili. Una stella che brilla con particolare intensità, i denti da latte appena cambiati, è il turco Arda Guler, già nella scuderia del Real Madrid e oggetto di interesse del Milan, che starebbe pensando a un’operazione di prestito sulla falsariga di quella imbastita con Brahim Diaz. Guler è solo l’ultima delle promesse sfoderate dal calcio ottomano, i cui uomini, basti pensare a Chalanoglu, costituiscono qualcosa di più di evanescenti suggestioni. Arda ha 19 anni, vale 30 milioni e si muove sulla trequarti del campo con la leggerezza del fringuello. Non è Maciste: è alto 175 cm e stazza 64 chili. Sarà per questo che gli hanno affibbiato lo spericolato soprannome di «Messi turco». Vede la porta con piede educato, alla corte di Ancelotti ha segnato 6 gol, con la nazionale turca di Montella, durante gli Europei, la rete realizzata alla Georgia nei gironi gli ha permesso di superare CR7 nel record di esordiente più giovane a buttar dentro il pallone. Anche nel match con l’Austria, il turco cresciuto nelle giovanili del Fenerbahçhe ha dettato l’assist a Demiral per il raddoppio della compagine della Mezzaluna.
Non è l’unico turco a stuzzicare appetiti. L’attaccante ventiquattrenne Baris Yilmaz, 79 presenze e 10 gol col Galatasaray, vigoroso e mobile agli Europei, è piaciuto: il Napoli di Antonio Conte potrebbe farci un pensierino, a patto di accordarsi su una cifra intorno ai 25 milioni. Proprio alla società partenopea si deve lo sdoganamento nell’empireo pallonaro nobile del georgiano Khvicha Kvaratskhelia, il classe 2001 accostato - per capacità sul campo, non per la vita da rockstar dissoluta- a George Best. Di Kvara e del suo potenziale dirompente sappiamo quasi tutto. Per questo in tanti erano in attesa di scoprire qualche nuova perla dalla nazionale georgiana. È stata scovata in Georges Mikautadze, ventitreenne corteggiato dalla Roma di De Rossi, che però non ha affondato il colpo, facendosi bruciare dal Monaco. Mikautadze è un attaccante prolifico e versatile, gioca come prima e seconda punta, agli Europei ha siglato 3 reti in 4 match, non scordando 1 assist. Si è distinto per la sua capacità di azzerare i punti di riferimento, ricordando Lautaro Martinez. «Ma io lo paragonerei a Lacazette», dice di lui il suo ex allenatore Samir Guemazi all’AS Saint-Pries. È nato in Francia da genitori georgiani, col Metz in Ligue 2 ha disputato 31 partite, segnato 19 gol e realizzato 7 assist.
Nel frattempo, la semifinale tra Olanda e Inghilterra vinta dalla selezione di Albione ha confermato le qualità di Cody Garkpo. Il tulipano arancione di 25 anni, padre ghanese, madre olandese, maglia di club del Liverpool, ha realizzato 3 reti su 6 presenze, avvalorando le sue caratteristiche di uomo d’area potente. Tra le tante punte, un difensore si è conquistato la sua rivincita. Si tratta dello slovacco ventiseienne David Hancko, vecchia conoscenza del calcio italiano: nel 2018 si accasò alla Fiorentina senza lasciar tracce particolari, ritrovando serenità come difensore centrale o sinistro all’occorrenza con la maglia del Feyenoord. C’è chi, per senso della posizione e efficacia in fase di copertura, ha azzardato persino il raffronto col nume tutelare Paolo Maldini. Hancko ha disputato un buon Europeo, infondendo fiducia al suo reparto, ritrovando quel piglio che aveva convinto la Uefa a inserirlo in passato tra gli under 21 più interessanti della nuova generazione. Il Napoli starebbe considerando di assicurarsi le sue prestazioni. I campionati europei hanno pure portato in dote una lista di giocatori poco utilizzati dalle rispettive nazionali, ma degni di nota: dal difensore francese Ibrahima Konatè al jolly olandese Ian Maatsen, da Matheus Nunes a Anthony Gordon.
«La bolla dell’Arabia si sgonfierà. Il nostro sistema è da rifondare»
Antonio Caliendo non è un personaggio al quale chiedere commenti sul calciomercato: Antonio Caliendo lo ha inventato, il calciomercato. Uno dei primi procuratori della storia, se non il primo: nella finale mondiale di Italia ’90 a Roma tra Germania e Argentina 12 dei 22 giocatori in campo sono suoi assistiti. Ha curato, tra i tantissimi altri, gli interessi di Giancarlo Antognoni (che nel 1977 affida a Caliendo la prima procura della storia del calcio italiano), Roberto Baggio, Carlos Dunga, Ramon Diaz, Daniel Passerella, Salvatore Schillaci, David Trezeguet, Maicon ed Ederson .
Caliendo, ci riveli un segreto del quale ha conoscenza diretta della storia dei trasferimenti di calciatori.
«Parliamo del più grande di tutti: Diego Maradona. Poteva arrivare al Napoli già molto prima del 1984, ma Corrado Ferlaino non volle, per ben due volte. Era geloso del fatto che il merito sarebbe stato tutto di Totonno Juliano, mio grande amico e uomo di enormi qualità. Poi si convinse. Diego aveva sempre avuto nel suo cuore il desiderio di giocare nel Napoli. Riuscimmo a portarlo in azzurro, ricordo la notte a casa di Ferlaino per convincerlo a pagare gli anni di contratto che restavano a Dirceu, mio assistito che doveva a quel punto cercare un’altra collocazione, e liberare il suo cartellino».
Maradona al Napoli oggi sarebbe impensabile. I costi sono aumentati a dismisura, c’è anche la concorrenza di un mercato come quello arabo…
«La bolla dell’Arabia si sgonfierà. È successo con la Cina: ricchissimi Paesi investono miliardi acquistando campioni con la speranza di vedere crescere la loro nazionale. Solo che le due cose non vanno di pari passo, e così dopo qualche anno l’entusiasmo si spegne».
Il presidente più generoso con il quale ha trattato?
«Silvio Berlusconi era un uomo di un altro pianeta. Un fuoriclasse. Mi propose la vicepresidenza del Milan. Ne stavamo parlando, mi ritrovai con la Guardia di Finanza in casa. Mi disse: stanno per arrivare anche da me. Così fu».
Il calciatore meno interessato ai soldi?
«David Trezeguet. Avevo un’offerta faraonica per lui dal Barcellona, ma volle restare alla Juve».
La Nazionale ha disputato un europeo disastroso. Qual è il problema più difficile da risolvere del nostro calcio?
«Ha detto bene, è un disastro. Ci sarebbe da riformare tutto. Mai mi è capitato di vedere un’Italia così scarsa. Siamo di fronte a uno sfacelo totale. Ci sarebbe bisogno di una riforma che parta dalle fondamenta. Ho messo a punto una proposta articolata, ne ho parlato pochi mesi fa col presidente Gravina, ma Umberto Calcagno, presidente dell’Associazione calciatori, guarda caso anche vicepresidente della Figc, ha bloccato tutto».
Ci rivela qualche dettaglio?
«Ho proposto, tra le altre cose, di costituire un fondo di investimento alimentato dai calciatori. Dovrebbero versare il 40% del loro stipendio, loro vivrebbero comunque nell’agiatezza e a fine carriera, che per un calciatore significa essere ancora giovane, si ritroverebbero con un bel gruzzolo che permetterebbe loro di non avere problemi economici».
Perché Calcagno si è opposto?
«Suoi interessi, ognuno purtroppo pensa solo a coltivare il proprio orticello. Del resto, rmai l’unica funzione dell’Associazione calciatori è riscuotere le quote annuali. Eppure i calciatori andrebbero guidati, orientati, sono loro la materia prima del calcio. Chi ha responsabilità di governo nel nostro mondo o non sa o fa finta di non sapere il livello di degrado al quale siamo arrivati».
È tornato alla ribalta anche il problema scommesse…
«È una piaga molto più diffusa di quanto si pensi. Se sono venuti a galla nomi di primo livello, si immagini il sottobosco. Le società di scommesse organizzano cene, serate, e poi fanno fare qualche puntata ai calciatori che invitano. Alcuni giocano per divertirsi e finisce lì, altri sprofondano nel tunnel. Ed è un inferno. Vengono picchiati, minacciati, se non pagano i debiti milionari che accumulano. Le racconto un episodio di cui sono stato indirettamente protagonista”
Prego…
«Un calciatore giovane di Seria A, due anni fa subisce il furto dell’auto. Il furto è anomalo: la sua auto viene ritrovata a poche decine di metri di distanza, senza che sia stato rubato nulla. Vado a casa sua, parliamo un po’, e mi rendo conto che molto probabilmente era stata una minaccia proveniente dal giro delle scommesse on line. Lui però non ha denunciato niente».
Chi dovrebbe intervenire?
«L’Associazione calciatori, ovviamente, che però ormai è allo sbando più totale. Sono lontani i tempi di Sergio Campana, che si impegnava davvero per tutelare la categoria…».
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Da curatori degli interessi dei giocatori a mediatori di affari per conto delle società: negli ultimi anni il potere dei procuratori è aumentato a dismisura. Lo dimostra il caso Zirkzee, che non andrà al Milan perché il suo agente pretende una maxi commissione da 15 milioni.I giovani rivelazione degli Europei. Ecco chi potremmo rivedere in Serie A. Il «Messi turco» Guler e il connazionale Yilmaz sono monitorati dai rossoneri e dal Napoli. La «rivincita» dello slovacco Hancko. «La bolla dell’Arabia si sgonfierà. Il nostro sistema è da rifondare». Il re del calciomercato Antonio Caliendo: «La piaga scommesse è più diffusa di quello che è emerso».Lo speciale comprende tre articoli.Joshua Zirzkee al Milan: l’accordo sembrava possibile, poi è sfumato. Viviamo nell’era dell’algocrazia sportiva, il governo degli algoritmi, lo studio previsionale del talento di un atleta e della probabilità di affinarlo nella compagine giusta attraverso le statistiche, le affinità elettive, la volontà del giocatore, insomma il calciomercato ricorda un’app di incontri romantici col portafoglio al posto del cuore. La colpa è dei Cupido dei giorni nostri, i procuratori dei calciatori, elementi decisivi nelle scelte di cambiar casacca dei loro assistiti. Prendiamo il caso di Zirkzee: boa offensiva capace di ingolosire il Milan dopo il suo exploit al Bologna, avrebbe potuto essere la punta promessa da RedBird al nuovo allenatore Paulo Fonseca. Il matrimonio coi rossoneri è saltato perché a mettersi di mezzo, manco a dirlo, c’erano gli appetiti di Kia Joorabchian, procuratore dell’olandese ventitreenne. 40 milioni di euro la clausola rescissoria per ingaggiare l’attaccante, cifra che il Milan avrebbe versato subito. Il problema è la commissione pretesa da Joorabchian. Dapprima si diceva fosse di 6 milioni, poi 9, poi 12, ora sarebbe lievitata a 15. Un gioco di sponda del furbo manager per monetizzare il più possibile, trattando al tavolo dei rossoneri, ma anche del Manchester United, che ingaggerà il giocatore. A Milanello starebbero valutando opzioni differenti, Alvaro Morata su tutte, e la questione sarebbe di principio: 15 milioni corrispondono a più di un terzo del prezzo di Zirkzee, spesa giudicata sproporzionata per rimpinguare le tasche di un agente. E pensare che il calciatore avrebbe gradito accasarsi a Milanello. Si sarebbe sentito al centro del progetto e avrebbe lavorato con Zlatan Ibrahimovic, suo idolo di riferimento. Il Diavolo invece virerà su Morata, magari su Lukaku o su Abraham, ma la magagna di fondo resta: una commissione così vampiresca sarebbe come comprare una casa a 200.000 euro e versarne altri 75.000 all’agente immobiliare. A vampirizzare il calcio coltivando interessi magari legittimi, ma drenando le finanze dal sistema pallone per indirizzarle nelle loro tasche, la figura dei procuratori, soprattutto negli ultimi quindici anni. Ottenendo la procura di un calciatore, ne curano gli interessi e spesso fanno pure da mediatori negli affari tra club, dunque vengono incaricati dalle società di impostare una trattativa per acquistare o vendere un atleta, oppure per rinnovare o interrompere un contratto. Tanti ricorderanno Mino Raiola. L’agente italo olandese oggi deceduto era un maestro nello spuntare cifre mostruose: il record fu l’incasso di 27 milioni di euro per il trasferimento di Paul Pogba dalla Juventus al Manchester United (su un costo dell’operazione di 105 milioni). Il portoghese Jorge Mendes, che nel carniere dei suoi assistiti ha sempre avuto CR7, non è da meno. Stando a un resoconto della Fifa, nel 2022 le società di calcio hanno sborsato circa 586 milioni di euro ai procuratori per i trasferimenti internazionali. Nel 2023, solo in Serie A, sono stati versati oltre 220 milioni di euro. La cospicua possibilità di monetizzare avviene soprattutto quando un giocatore a parametro zero - dunque senza un contratto con un club - decide di vestire una nuova casacca. Non essendo da pagare il costo del passaggio da una squadra all’altra, il club che lo ingaggia versa cifre consistenti per convincere gli agenti, rendendo l’appellativo «parametro zero» un buffo modo di dire. Quando l’Inter ha ingaggiato Marcus Thuram a zero, l’agenzia Sport Cover, che cura gli interessi dell’attaccante francese, ha incassato 8 milioni di euro, tre volte l’intero ammontare speso dal Frosinone in commissioni. Esistono in verità casi isolati in cui l’atleta si gestisce da solo, ma sono mosche bianche: al posto dell’agente e delle sue ricche percentuali, Kevin De Bruyne ha snocciolato una sfilza di dati numerici partoriti dal lavoro di un gruppo di data analyst, stipendiati meno di un procuratore, e capaci di individuare statistiche sul rendimento del loro assistito, che si è poi presentato dal Manchester City soltanto col suo stretto entourage. Nel frattempo si continua a discutere sull’introduzione di regole che pongano un tetto alle fameliche commissioni. Il 30 dicembre scorso la Fifa ha sospeso l’applicazione del regolamento agenti (Raf) per i contenziosi legali che ne sono seguiti. Tra i punti in discussione, il divieto di rappresentanza multipla, per cui un procuratore non potrebbe offrire servizi a più di una parte coinvolta nella medesima operazione (a meno che non si tratti del giocatore e del club acquirente), l’introduzione di un albo professionale per chi svolge il mestiere, e di un tetto ai pagamenti. Se la parte rappresentata dall’agente fosse un calciatore o la squadra acquirente, la commissione non dovrebbe risultare superiore al 5% dello stipendio dell’assistito se la sua remunerazione risultasse sotto i 200.000 dollari, e non oltre il 3% dello stipendio se al di sopra. In caso di doppia rappresentanza sia del giocatore, sia della squadra acquirente, il tetto alle commissioni dovrebbe corrispondere al 10% se lo stipendio è al di sotto dei 200.000 dollari e del 6% se al di sopra di tale soglia; se la parte rappresentata dall’agente fosse il club venditore, la commissione massima dovrebbe essere il 10% del valore dell’intera operazione. Sarebbe sensato, ma è ancora tutto in divenire.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-vampiri-del-calcio-2668745988.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giovani-rivelazione-degli-europei-ecco-chi-potremmo-rivedere-in-serie-a" data-post-id="2668745988" data-published-at="1720996529" data-use-pagination="False"> I giovani rivelazione degli Europei. Ecco chi potremmo rivedere in Serie A Molto fisico, scandito da lampi estemporanei di tecnica purissima su un tappeto fatto di proteine e prestazioni da centometrista, Euro 2024 ha regalato un’istantanea del calcio di oggi. Un manipolo di giovanotti dallo sprint felino e dall’efficienza per lo più muscolare, capeggiati da qualche fenomeno destinato al Pallone d’oro: i vari Mbappé, Bellingham, forse Lamine Yamal, imberbe talentone che ormai non è una sorpresa. Il diciassettenne catalano nato nei pressi di Barcellona da padre marocchino e madre della Guinea Equatoriale, con la nazionale iberica ha già disputato 13 gare segnando tre volte, e un Europeo dove ha messo in mostra le sue doti di esterno destro offensivo dal piede mancino, visionario nei guizzi come l’eccentrico samurai Gintoki Sakata, protagonista di una serie nipponica d’animazione che il giovane Lamine ama alla follia. Il suo agente è il potente Jorge Mendes, la sua clausola rescissoria sembra contenere ben dieci cifre, il Barcellona, che ne detiene il contratto fino al 2026, ha rifiutato per lui un’offerta da capogiro da 200 milioni di euro. Parliamoci chiaro: alieni come Yamal, ma anche come il suo compagno Nico Williams, nel campionato di Serie A, non li vedremo manco col binocolo. Tuttavia la manifestazione continentale ci regala suggestioni a latitudini forse avvicinabili. Una stella che brilla con particolare intensità, i denti da latte appena cambiati, è il turco Arda Guler, già nella scuderia del Real Madrid e oggetto di interesse del Milan, che starebbe pensando a un’operazione di prestito sulla falsariga di quella imbastita con Brahim Diaz. Guler è solo l’ultima delle promesse sfoderate dal calcio ottomano, i cui uomini, basti pensare a Chalanoglu, costituiscono qualcosa di più di evanescenti suggestioni. Arda ha 19 anni, vale 30 milioni e si muove sulla trequarti del campo con la leggerezza del fringuello. Non è Maciste: è alto 175 cm e stazza 64 chili. Sarà per questo che gli hanno affibbiato lo spericolato soprannome di «Messi turco». Vede la porta con piede educato, alla corte di Ancelotti ha segnato 6 gol, con la nazionale turca di Montella, durante gli Europei, la rete realizzata alla Georgia nei gironi gli ha permesso di superare CR7 nel record di esordiente più giovane a buttar dentro il pallone. Anche nel match con l’Austria, il turco cresciuto nelle giovanili del Fenerbahçhe ha dettato l’assist a Demiral per il raddoppio della compagine della Mezzaluna. Non è l’unico turco a stuzzicare appetiti. L’attaccante ventiquattrenne Baris Yilmaz, 79 presenze e 10 gol col Galatasaray, vigoroso e mobile agli Europei, è piaciuto: il Napoli di Antonio Conte potrebbe farci un pensierino, a patto di accordarsi su una cifra intorno ai 25 milioni. Proprio alla società partenopea si deve lo sdoganamento nell’empireo pallonaro nobile del georgiano Khvicha Kvaratskhelia, il classe 2001 accostato - per capacità sul campo, non per la vita da rockstar dissoluta- a George Best. Di Kvara e del suo potenziale dirompente sappiamo quasi tutto. Per questo in tanti erano in attesa di scoprire qualche nuova perla dalla nazionale georgiana. È stata scovata in Georges Mikautadze, ventitreenne corteggiato dalla Roma di De Rossi, che però non ha affondato il colpo, facendosi bruciare dal Monaco. Mikautadze è un attaccante prolifico e versatile, gioca come prima e seconda punta, agli Europei ha siglato 3 reti in 4 match, non scordando 1 assist. Si è distinto per la sua capacità di azzerare i punti di riferimento, ricordando Lautaro Martinez. «Ma io lo paragonerei a Lacazette», dice di lui il suo ex allenatore Samir Guemazi all’AS Saint-Pries. È nato in Francia da genitori georgiani, col Metz in Ligue 2 ha disputato 31 partite, segnato 19 gol e realizzato 7 assist. Nel frattempo, la semifinale tra Olanda e Inghilterra vinta dalla selezione di Albione ha confermato le qualità di Cody Garkpo. Il tulipano arancione di 25 anni, padre ghanese, madre olandese, maglia di club del Liverpool, ha realizzato 3 reti su 6 presenze, avvalorando le sue caratteristiche di uomo d’area potente. Tra le tante punte, un difensore si è conquistato la sua rivincita. Si tratta dello slovacco ventiseienne David Hancko, vecchia conoscenza del calcio italiano: nel 2018 si accasò alla Fiorentina senza lasciar tracce particolari, ritrovando serenità come difensore centrale o sinistro all’occorrenza con la maglia del Feyenoord. C’è chi, per senso della posizione e efficacia in fase di copertura, ha azzardato persino il raffronto col nume tutelare Paolo Maldini. Hancko ha disputato un buon Europeo, infondendo fiducia al suo reparto, ritrovando quel piglio che aveva convinto la Uefa a inserirlo in passato tra gli under 21 più interessanti della nuova generazione. Il Napoli starebbe considerando di assicurarsi le sue prestazioni. I campionati europei hanno pure portato in dote una lista di giocatori poco utilizzati dalle rispettive nazionali, ma degni di nota: dal difensore francese Ibrahima Konatè al jolly olandese Ian Maatsen, da Matheus Nunes a Anthony Gordon. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-vampiri-del-calcio-2668745988.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-bolla-dellarabia-si-sgonfiera-il-nostro-sistema-e-da-rifondare" data-post-id="2668745988" data-published-at="1720996529" data-use-pagination="False"> «La bolla dell’Arabia si sgonfierà. Il nostro sistema è da rifondare» Antonio Caliendo non è un personaggio al quale chiedere commenti sul calciomercato: Antonio Caliendo lo ha inventato, il calciomercato. Uno dei primi procuratori della storia, se non il primo: nella finale mondiale di Italia ’90 a Roma tra Germania e Argentina 12 dei 22 giocatori in campo sono suoi assistiti. Ha curato, tra i tantissimi altri, gli interessi di Giancarlo Antognoni (che nel 1977 affida a Caliendo la prima procura della storia del calcio italiano), Roberto Baggio, Carlos Dunga, Ramon Diaz, Daniel Passerella, Salvatore Schillaci, David Trezeguet, Maicon ed Ederson . Caliendo, ci riveli un segreto del quale ha conoscenza diretta della storia dei trasferimenti di calciatori. «Parliamo del più grande di tutti: Diego Maradona. Poteva arrivare al Napoli già molto prima del 1984, ma Corrado Ferlaino non volle, per ben due volte. Era geloso del fatto che il merito sarebbe stato tutto di Totonno Juliano, mio grande amico e uomo di enormi qualità. Poi si convinse. Diego aveva sempre avuto nel suo cuore il desiderio di giocare nel Napoli. Riuscimmo a portarlo in azzurro, ricordo la notte a casa di Ferlaino per convincerlo a pagare gli anni di contratto che restavano a Dirceu, mio assistito che doveva a quel punto cercare un’altra collocazione, e liberare il suo cartellino». Maradona al Napoli oggi sarebbe impensabile. I costi sono aumentati a dismisura, c’è anche la concorrenza di un mercato come quello arabo… «La bolla dell’Arabia si sgonfierà. È successo con la Cina: ricchissimi Paesi investono miliardi acquistando campioni con la speranza di vedere crescere la loro nazionale. Solo che le due cose non vanno di pari passo, e così dopo qualche anno l’entusiasmo si spegne». Il presidente più generoso con il quale ha trattato? «Silvio Berlusconi era un uomo di un altro pianeta. Un fuoriclasse. Mi propose la vicepresidenza del Milan. Ne stavamo parlando, mi ritrovai con la Guardia di Finanza in casa. Mi disse: stanno per arrivare anche da me. Così fu». Il calciatore meno interessato ai soldi? «David Trezeguet. Avevo un’offerta faraonica per lui dal Barcellona, ma volle restare alla Juve». La Nazionale ha disputato un europeo disastroso. Qual è il problema più difficile da risolvere del nostro calcio? «Ha detto bene, è un disastro. Ci sarebbe da riformare tutto. Mai mi è capitato di vedere un’Italia così scarsa. Siamo di fronte a uno sfacelo totale. Ci sarebbe bisogno di una riforma che parta dalle fondamenta. Ho messo a punto una proposta articolata, ne ho parlato pochi mesi fa col presidente Gravina, ma Umberto Calcagno, presidente dell’Associazione calciatori, guarda caso anche vicepresidente della Figc, ha bloccato tutto». Ci rivela qualche dettaglio? «Ho proposto, tra le altre cose, di costituire un fondo di investimento alimentato dai calciatori. Dovrebbero versare il 40% del loro stipendio, loro vivrebbero comunque nell’agiatezza e a fine carriera, che per un calciatore significa essere ancora giovane, si ritroverebbero con un bel gruzzolo che permetterebbe loro di non avere problemi economici». Perché Calcagno si è opposto? «Suoi interessi, ognuno purtroppo pensa solo a coltivare il proprio orticello. Del resto, rmai l’unica funzione dell’Associazione calciatori è riscuotere le quote annuali. Eppure i calciatori andrebbero guidati, orientati, sono loro la materia prima del calcio. Chi ha responsabilità di governo nel nostro mondo o non sa o fa finta di non sapere il livello di degrado al quale siamo arrivati». È tornato alla ribalta anche il problema scommesse… «È una piaga molto più diffusa di quanto si pensi. Se sono venuti a galla nomi di primo livello, si immagini il sottobosco. Le società di scommesse organizzano cene, serate, e poi fanno fare qualche puntata ai calciatori che invitano. Alcuni giocano per divertirsi e finisce lì, altri sprofondano nel tunnel. Ed è un inferno. Vengono picchiati, minacciati, se non pagano i debiti milionari che accumulano. Le racconto un episodio di cui sono stato indirettamente protagonista” Prego… «Un calciatore giovane di Seria A, due anni fa subisce il furto dell’auto. Il furto è anomalo: la sua auto viene ritrovata a poche decine di metri di distanza, senza che sia stato rubato nulla. Vado a casa sua, parliamo un po’, e mi rendo conto che molto probabilmente era stata una minaccia proveniente dal giro delle scommesse on line. Lui però non ha denunciato niente». Chi dovrebbe intervenire? «L’Associazione calciatori, ovviamente, che però ormai è allo sbando più totale. Sono lontani i tempi di Sergio Campana, che si impegnava davvero per tutelare la categoria…».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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