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2024-07-15
I vampiri del calcio
Joshua Zirzkee al Milan: l’accordo sembrava possibile, poi è sfumato. Viviamo nell’era dell’algocrazia sportiva, il governo degli algoritmi, lo studio previsionale del talento di un atleta e della probabilità di affinarlo nella compagine giusta attraverso le statistiche, le affinità elettive, la volontà del giocatore, insomma il calciomercato ricorda un’app di incontri romantici col portafoglio al posto del cuore. La colpa è dei Cupido dei giorni nostri, i procuratori dei calciatori, elementi decisivi nelle scelte di cambiar casacca dei loro assistiti.
Prendiamo il caso di Zirkzee: boa offensiva capace di ingolosire il Milan dopo il suo exploit al Bologna, avrebbe potuto essere la punta promessa da RedBird al nuovo allenatore Paulo Fonseca. Il matrimonio coi rossoneri è saltato perché a mettersi di mezzo, manco a dirlo, c’erano gli appetiti di Kia Joorabchian, procuratore dell’olandese ventitreenne. 40 milioni di euro la clausola rescissoria per ingaggiare l’attaccante, cifra che il Milan avrebbe versato subito. Il problema è la commissione pretesa da Joorabchian. Dapprima si diceva fosse di 6 milioni, poi 9, poi 12, ora sarebbe lievitata a 15. Un gioco di sponda del furbo manager per monetizzare il più possibile, trattando al tavolo dei rossoneri, ma anche del Manchester United, che ingaggerà il giocatore. A Milanello starebbero valutando opzioni differenti, Alvaro Morata su tutte, e la questione sarebbe di principio: 15 milioni corrispondono a più di un terzo del prezzo di Zirkzee, spesa giudicata sproporzionata per rimpinguare le tasche di un agente.
E pensare che il calciatore avrebbe gradito accasarsi a Milanello. Si sarebbe sentito al centro del progetto e avrebbe lavorato con Zlatan Ibrahimovic, suo idolo di riferimento. Il Diavolo invece virerà su Morata, magari su Lukaku o su Abraham, ma la magagna di fondo resta: una commissione così vampiresca sarebbe come comprare una casa a 200.000 euro e versarne altri 75.000 all’agente immobiliare.
A vampirizzare il calcio coltivando interessi magari legittimi, ma drenando le finanze dal sistema pallone per indirizzarle nelle loro tasche, la figura dei procuratori, soprattutto negli ultimi quindici anni. Ottenendo la procura di un calciatore, ne curano gli interessi e spesso fanno pure da mediatori negli affari tra club, dunque vengono incaricati dalle società di impostare una trattativa per acquistare o vendere un atleta, oppure per rinnovare o interrompere un contratto. Tanti ricorderanno Mino Raiola. L’agente italo olandese oggi deceduto era un maestro nello spuntare cifre mostruose: il record fu l’incasso di 27 milioni di euro per il trasferimento di Paul Pogba dalla Juventus al Manchester United (su un costo dell’operazione di 105 milioni). Il portoghese Jorge Mendes, che nel carniere dei suoi assistiti ha sempre avuto CR7, non è da meno.
Stando a un resoconto della Fifa, nel 2022 le società di calcio hanno sborsato circa 586 milioni di euro ai procuratori per i trasferimenti internazionali. Nel 2023, solo in Serie A, sono stati versati oltre 220 milioni di euro. La cospicua possibilità di monetizzare avviene soprattutto quando un giocatore a parametro zero - dunque senza un contratto con un club - decide di vestire una nuova casacca. Non essendo da pagare il costo del passaggio da una squadra all’altra, il club che lo ingaggia versa cifre consistenti per convincere gli agenti, rendendo l’appellativo «parametro zero» un buffo modo di dire. Quando l’Inter ha ingaggiato Marcus Thuram a zero, l’agenzia Sport Cover, che cura gli interessi dell’attaccante francese, ha incassato 8 milioni di euro, tre volte l’intero ammontare speso dal Frosinone in commissioni.
Esistono in verità casi isolati in cui l’atleta si gestisce da solo, ma sono mosche bianche: al posto dell’agente e delle sue ricche percentuali, Kevin De Bruyne ha snocciolato una sfilza di dati numerici partoriti dal lavoro di un gruppo di data analyst, stipendiati meno di un procuratore, e capaci di individuare statistiche sul rendimento del loro assistito, che si è poi presentato dal Manchester City soltanto col suo stretto entourage.
Nel frattempo si continua a discutere sull’introduzione di regole che pongano un tetto alle fameliche commissioni. Il 30 dicembre scorso la Fifa ha sospeso l’applicazione del regolamento agenti (Raf) per i contenziosi legali che ne sono seguiti. Tra i punti in discussione, il divieto di rappresentanza multipla, per cui un procuratore non potrebbe offrire servizi a più di una parte coinvolta nella medesima operazione (a meno che non si tratti del giocatore e del club acquirente), l’introduzione di un albo professionale per chi svolge il mestiere, e di un tetto ai pagamenti. Se la parte rappresentata dall’agente fosse un calciatore o la squadra acquirente, la commissione non dovrebbe risultare superiore al 5% dello stipendio dell’assistito se la sua remunerazione risultasse sotto i 200.000 dollari, e non oltre il 3% dello stipendio se al di sopra. In caso di doppia rappresentanza sia del giocatore, sia della squadra acquirente, il tetto alle commissioni dovrebbe corrispondere al 10% se lo stipendio è al di sotto dei 200.000 dollari e del 6% se al di sopra di tale soglia; se la parte rappresentata dall’agente fosse il club venditore, la commissione massima dovrebbe essere il 10% del valore dell’intera operazione. Sarebbe sensato, ma è ancora tutto in divenire.
I giovani rivelazione degli Europei. Ecco chi potremmo rivedere in Serie A
Molto fisico, scandito da lampi estemporanei di tecnica purissima su un tappeto fatto di proteine e prestazioni da centometrista, Euro 2024 ha regalato un’istantanea del calcio di oggi. Un manipolo di giovanotti dallo sprint felino e dall’efficienza per lo più muscolare, capeggiati da qualche fenomeno destinato al Pallone d’oro: i vari Mbappé, Bellingham, forse Lamine Yamal, imberbe talentone che ormai non è una sorpresa. Il diciassettenne catalano nato nei pressi di Barcellona da padre marocchino e madre della Guinea Equatoriale, con la nazionale iberica ha già disputato 13 gare segnando tre volte, e un Europeo dove ha messo in mostra le sue doti di esterno destro offensivo dal piede mancino, visionario nei guizzi come l’eccentrico samurai Gintoki Sakata, protagonista di una serie nipponica d’animazione che il giovane Lamine ama alla follia. Il suo agente è il potente Jorge Mendes, la sua clausola rescissoria sembra contenere ben dieci cifre, il Barcellona, che ne detiene il contratto fino al 2026, ha rifiutato per lui un’offerta da capogiro da 200 milioni di euro.
Parliamoci chiaro: alieni come Yamal, ma anche come il suo compagno Nico Williams, nel campionato di Serie A, non li vedremo manco col binocolo. Tuttavia la manifestazione continentale ci regala suggestioni a latitudini forse avvicinabili. Una stella che brilla con particolare intensità, i denti da latte appena cambiati, è il turco Arda Guler, già nella scuderia del Real Madrid e oggetto di interesse del Milan, che starebbe pensando a un’operazione di prestito sulla falsariga di quella imbastita con Brahim Diaz. Guler è solo l’ultima delle promesse sfoderate dal calcio ottomano, i cui uomini, basti pensare a Chalanoglu, costituiscono qualcosa di più di evanescenti suggestioni. Arda ha 19 anni, vale 30 milioni e si muove sulla trequarti del campo con la leggerezza del fringuello. Non è Maciste: è alto 175 cm e stazza 64 chili. Sarà per questo che gli hanno affibbiato lo spericolato soprannome di «Messi turco». Vede la porta con piede educato, alla corte di Ancelotti ha segnato 6 gol, con la nazionale turca di Montella, durante gli Europei, la rete realizzata alla Georgia nei gironi gli ha permesso di superare CR7 nel record di esordiente più giovane a buttar dentro il pallone. Anche nel match con l’Austria, il turco cresciuto nelle giovanili del Fenerbahçhe ha dettato l’assist a Demiral per il raddoppio della compagine della Mezzaluna.
Non è l’unico turco a stuzzicare appetiti. L’attaccante ventiquattrenne Baris Yilmaz, 79 presenze e 10 gol col Galatasaray, vigoroso e mobile agli Europei, è piaciuto: il Napoli di Antonio Conte potrebbe farci un pensierino, a patto di accordarsi su una cifra intorno ai 25 milioni. Proprio alla società partenopea si deve lo sdoganamento nell’empireo pallonaro nobile del georgiano Khvicha Kvaratskhelia, il classe 2001 accostato - per capacità sul campo, non per la vita da rockstar dissoluta- a George Best. Di Kvara e del suo potenziale dirompente sappiamo quasi tutto. Per questo in tanti erano in attesa di scoprire qualche nuova perla dalla nazionale georgiana. È stata scovata in Georges Mikautadze, ventitreenne corteggiato dalla Roma di De Rossi, che però non ha affondato il colpo, facendosi bruciare dal Monaco. Mikautadze è un attaccante prolifico e versatile, gioca come prima e seconda punta, agli Europei ha siglato 3 reti in 4 match, non scordando 1 assist. Si è distinto per la sua capacità di azzerare i punti di riferimento, ricordando Lautaro Martinez. «Ma io lo paragonerei a Lacazette», dice di lui il suo ex allenatore Samir Guemazi all’AS Saint-Pries. È nato in Francia da genitori georgiani, col Metz in Ligue 2 ha disputato 31 partite, segnato 19 gol e realizzato 7 assist.
Nel frattempo, la semifinale tra Olanda e Inghilterra vinta dalla selezione di Albione ha confermato le qualità di Cody Garkpo. Il tulipano arancione di 25 anni, padre ghanese, madre olandese, maglia di club del Liverpool, ha realizzato 3 reti su 6 presenze, avvalorando le sue caratteristiche di uomo d’area potente. Tra le tante punte, un difensore si è conquistato la sua rivincita. Si tratta dello slovacco ventiseienne David Hancko, vecchia conoscenza del calcio italiano: nel 2018 si accasò alla Fiorentina senza lasciar tracce particolari, ritrovando serenità come difensore centrale o sinistro all’occorrenza con la maglia del Feyenoord. C’è chi, per senso della posizione e efficacia in fase di copertura, ha azzardato persino il raffronto col nume tutelare Paolo Maldini. Hancko ha disputato un buon Europeo, infondendo fiducia al suo reparto, ritrovando quel piglio che aveva convinto la Uefa a inserirlo in passato tra gli under 21 più interessanti della nuova generazione. Il Napoli starebbe considerando di assicurarsi le sue prestazioni. I campionati europei hanno pure portato in dote una lista di giocatori poco utilizzati dalle rispettive nazionali, ma degni di nota: dal difensore francese Ibrahima Konatè al jolly olandese Ian Maatsen, da Matheus Nunes a Anthony Gordon.
«La bolla dell’Arabia si sgonfierà. Il nostro sistema è da rifondare»
Antonio Caliendo non è un personaggio al quale chiedere commenti sul calciomercato: Antonio Caliendo lo ha inventato, il calciomercato. Uno dei primi procuratori della storia, se non il primo: nella finale mondiale di Italia ’90 a Roma tra Germania e Argentina 12 dei 22 giocatori in campo sono suoi assistiti. Ha curato, tra i tantissimi altri, gli interessi di Giancarlo Antognoni (che nel 1977 affida a Caliendo la prima procura della storia del calcio italiano), Roberto Baggio, Carlos Dunga, Ramon Diaz, Daniel Passerella, Salvatore Schillaci, David Trezeguet, Maicon ed Ederson .
Caliendo, ci riveli un segreto del quale ha conoscenza diretta della storia dei trasferimenti di calciatori.
«Parliamo del più grande di tutti: Diego Maradona. Poteva arrivare al Napoli già molto prima del 1984, ma Corrado Ferlaino non volle, per ben due volte. Era geloso del fatto che il merito sarebbe stato tutto di Totonno Juliano, mio grande amico e uomo di enormi qualità. Poi si convinse. Diego aveva sempre avuto nel suo cuore il desiderio di giocare nel Napoli. Riuscimmo a portarlo in azzurro, ricordo la notte a casa di Ferlaino per convincerlo a pagare gli anni di contratto che restavano a Dirceu, mio assistito che doveva a quel punto cercare un’altra collocazione, e liberare il suo cartellino».
Maradona al Napoli oggi sarebbe impensabile. I costi sono aumentati a dismisura, c’è anche la concorrenza di un mercato come quello arabo…
«La bolla dell’Arabia si sgonfierà. È successo con la Cina: ricchissimi Paesi investono miliardi acquistando campioni con la speranza di vedere crescere la loro nazionale. Solo che le due cose non vanno di pari passo, e così dopo qualche anno l’entusiasmo si spegne».
Il presidente più generoso con il quale ha trattato?
«Silvio Berlusconi era un uomo di un altro pianeta. Un fuoriclasse. Mi propose la vicepresidenza del Milan. Ne stavamo parlando, mi ritrovai con la Guardia di Finanza in casa. Mi disse: stanno per arrivare anche da me. Così fu».
Il calciatore meno interessato ai soldi?
«David Trezeguet. Avevo un’offerta faraonica per lui dal Barcellona, ma volle restare alla Juve».
La Nazionale ha disputato un europeo disastroso. Qual è il problema più difficile da risolvere del nostro calcio?
«Ha detto bene, è un disastro. Ci sarebbe da riformare tutto. Mai mi è capitato di vedere un’Italia così scarsa. Siamo di fronte a uno sfacelo totale. Ci sarebbe bisogno di una riforma che parta dalle fondamenta. Ho messo a punto una proposta articolata, ne ho parlato pochi mesi fa col presidente Gravina, ma Umberto Calcagno, presidente dell’Associazione calciatori, guarda caso anche vicepresidente della Figc, ha bloccato tutto».
Ci rivela qualche dettaglio?
«Ho proposto, tra le altre cose, di costituire un fondo di investimento alimentato dai calciatori. Dovrebbero versare il 40% del loro stipendio, loro vivrebbero comunque nell’agiatezza e a fine carriera, che per un calciatore significa essere ancora giovane, si ritroverebbero con un bel gruzzolo che permetterebbe loro di non avere problemi economici».
Perché Calcagno si è opposto?
«Suoi interessi, ognuno purtroppo pensa solo a coltivare il proprio orticello. Del resto, rmai l’unica funzione dell’Associazione calciatori è riscuotere le quote annuali. Eppure i calciatori andrebbero guidati, orientati, sono loro la materia prima del calcio. Chi ha responsabilità di governo nel nostro mondo o non sa o fa finta di non sapere il livello di degrado al quale siamo arrivati».
È tornato alla ribalta anche il problema scommesse…
«È una piaga molto più diffusa di quanto si pensi. Se sono venuti a galla nomi di primo livello, si immagini il sottobosco. Le società di scommesse organizzano cene, serate, e poi fanno fare qualche puntata ai calciatori che invitano. Alcuni giocano per divertirsi e finisce lì, altri sprofondano nel tunnel. Ed è un inferno. Vengono picchiati, minacciati, se non pagano i debiti milionari che accumulano. Le racconto un episodio di cui sono stato indirettamente protagonista”
Prego…
«Un calciatore giovane di Seria A, due anni fa subisce il furto dell’auto. Il furto è anomalo: la sua auto viene ritrovata a poche decine di metri di distanza, senza che sia stato rubato nulla. Vado a casa sua, parliamo un po’, e mi rendo conto che molto probabilmente era stata una minaccia proveniente dal giro delle scommesse on line. Lui però non ha denunciato niente».
Chi dovrebbe intervenire?
«L’Associazione calciatori, ovviamente, che però ormai è allo sbando più totale. Sono lontani i tempi di Sergio Campana, che si impegnava davvero per tutelare la categoria…».
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Da curatori degli interessi dei giocatori a mediatori di affari per conto delle società: negli ultimi anni il potere dei procuratori è aumentato a dismisura. Lo dimostra il caso Zirkzee, che non andrà al Milan perché il suo agente pretende una maxi commissione da 15 milioni.I giovani rivelazione degli Europei. Ecco chi potremmo rivedere in Serie A. Il «Messi turco» Guler e il connazionale Yilmaz sono monitorati dai rossoneri e dal Napoli. La «rivincita» dello slovacco Hancko. «La bolla dell’Arabia si sgonfierà. Il nostro sistema è da rifondare». Il re del calciomercato Antonio Caliendo: «La piaga scommesse è più diffusa di quello che è emerso».Lo speciale comprende tre articoli.Joshua Zirzkee al Milan: l’accordo sembrava possibile, poi è sfumato. Viviamo nell’era dell’algocrazia sportiva, il governo degli algoritmi, lo studio previsionale del talento di un atleta e della probabilità di affinarlo nella compagine giusta attraverso le statistiche, le affinità elettive, la volontà del giocatore, insomma il calciomercato ricorda un’app di incontri romantici col portafoglio al posto del cuore. La colpa è dei Cupido dei giorni nostri, i procuratori dei calciatori, elementi decisivi nelle scelte di cambiar casacca dei loro assistiti. Prendiamo il caso di Zirkzee: boa offensiva capace di ingolosire il Milan dopo il suo exploit al Bologna, avrebbe potuto essere la punta promessa da RedBird al nuovo allenatore Paulo Fonseca. Il matrimonio coi rossoneri è saltato perché a mettersi di mezzo, manco a dirlo, c’erano gli appetiti di Kia Joorabchian, procuratore dell’olandese ventitreenne. 40 milioni di euro la clausola rescissoria per ingaggiare l’attaccante, cifra che il Milan avrebbe versato subito. Il problema è la commissione pretesa da Joorabchian. Dapprima si diceva fosse di 6 milioni, poi 9, poi 12, ora sarebbe lievitata a 15. Un gioco di sponda del furbo manager per monetizzare il più possibile, trattando al tavolo dei rossoneri, ma anche del Manchester United, che ingaggerà il giocatore. A Milanello starebbero valutando opzioni differenti, Alvaro Morata su tutte, e la questione sarebbe di principio: 15 milioni corrispondono a più di un terzo del prezzo di Zirkzee, spesa giudicata sproporzionata per rimpinguare le tasche di un agente. E pensare che il calciatore avrebbe gradito accasarsi a Milanello. Si sarebbe sentito al centro del progetto e avrebbe lavorato con Zlatan Ibrahimovic, suo idolo di riferimento. Il Diavolo invece virerà su Morata, magari su Lukaku o su Abraham, ma la magagna di fondo resta: una commissione così vampiresca sarebbe come comprare una casa a 200.000 euro e versarne altri 75.000 all’agente immobiliare. A vampirizzare il calcio coltivando interessi magari legittimi, ma drenando le finanze dal sistema pallone per indirizzarle nelle loro tasche, la figura dei procuratori, soprattutto negli ultimi quindici anni. Ottenendo la procura di un calciatore, ne curano gli interessi e spesso fanno pure da mediatori negli affari tra club, dunque vengono incaricati dalle società di impostare una trattativa per acquistare o vendere un atleta, oppure per rinnovare o interrompere un contratto. Tanti ricorderanno Mino Raiola. L’agente italo olandese oggi deceduto era un maestro nello spuntare cifre mostruose: il record fu l’incasso di 27 milioni di euro per il trasferimento di Paul Pogba dalla Juventus al Manchester United (su un costo dell’operazione di 105 milioni). Il portoghese Jorge Mendes, che nel carniere dei suoi assistiti ha sempre avuto CR7, non è da meno. Stando a un resoconto della Fifa, nel 2022 le società di calcio hanno sborsato circa 586 milioni di euro ai procuratori per i trasferimenti internazionali. Nel 2023, solo in Serie A, sono stati versati oltre 220 milioni di euro. La cospicua possibilità di monetizzare avviene soprattutto quando un giocatore a parametro zero - dunque senza un contratto con un club - decide di vestire una nuova casacca. Non essendo da pagare il costo del passaggio da una squadra all’altra, il club che lo ingaggia versa cifre consistenti per convincere gli agenti, rendendo l’appellativo «parametro zero» un buffo modo di dire. Quando l’Inter ha ingaggiato Marcus Thuram a zero, l’agenzia Sport Cover, che cura gli interessi dell’attaccante francese, ha incassato 8 milioni di euro, tre volte l’intero ammontare speso dal Frosinone in commissioni. Esistono in verità casi isolati in cui l’atleta si gestisce da solo, ma sono mosche bianche: al posto dell’agente e delle sue ricche percentuali, Kevin De Bruyne ha snocciolato una sfilza di dati numerici partoriti dal lavoro di un gruppo di data analyst, stipendiati meno di un procuratore, e capaci di individuare statistiche sul rendimento del loro assistito, che si è poi presentato dal Manchester City soltanto col suo stretto entourage. Nel frattempo si continua a discutere sull’introduzione di regole che pongano un tetto alle fameliche commissioni. Il 30 dicembre scorso la Fifa ha sospeso l’applicazione del regolamento agenti (Raf) per i contenziosi legali che ne sono seguiti. Tra i punti in discussione, il divieto di rappresentanza multipla, per cui un procuratore non potrebbe offrire servizi a più di una parte coinvolta nella medesima operazione (a meno che non si tratti del giocatore e del club acquirente), l’introduzione di un albo professionale per chi svolge il mestiere, e di un tetto ai pagamenti. Se la parte rappresentata dall’agente fosse un calciatore o la squadra acquirente, la commissione non dovrebbe risultare superiore al 5% dello stipendio dell’assistito se la sua remunerazione risultasse sotto i 200.000 dollari, e non oltre il 3% dello stipendio se al di sopra. In caso di doppia rappresentanza sia del giocatore, sia della squadra acquirente, il tetto alle commissioni dovrebbe corrispondere al 10% se lo stipendio è al di sotto dei 200.000 dollari e del 6% se al di sopra di tale soglia; se la parte rappresentata dall’agente fosse il club venditore, la commissione massima dovrebbe essere il 10% del valore dell’intera operazione. Sarebbe sensato, ma è ancora tutto in divenire.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-vampiri-del-calcio-2668745988.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giovani-rivelazione-degli-europei-ecco-chi-potremmo-rivedere-in-serie-a" data-post-id="2668745988" data-published-at="1720996529" data-use-pagination="False"> I giovani rivelazione degli Europei. Ecco chi potremmo rivedere in Serie A Molto fisico, scandito da lampi estemporanei di tecnica purissima su un tappeto fatto di proteine e prestazioni da centometrista, Euro 2024 ha regalato un’istantanea del calcio di oggi. Un manipolo di giovanotti dallo sprint felino e dall’efficienza per lo più muscolare, capeggiati da qualche fenomeno destinato al Pallone d’oro: i vari Mbappé, Bellingham, forse Lamine Yamal, imberbe talentone che ormai non è una sorpresa. Il diciassettenne catalano nato nei pressi di Barcellona da padre marocchino e madre della Guinea Equatoriale, con la nazionale iberica ha già disputato 13 gare segnando tre volte, e un Europeo dove ha messo in mostra le sue doti di esterno destro offensivo dal piede mancino, visionario nei guizzi come l’eccentrico samurai Gintoki Sakata, protagonista di una serie nipponica d’animazione che il giovane Lamine ama alla follia. Il suo agente è il potente Jorge Mendes, la sua clausola rescissoria sembra contenere ben dieci cifre, il Barcellona, che ne detiene il contratto fino al 2026, ha rifiutato per lui un’offerta da capogiro da 200 milioni di euro. Parliamoci chiaro: alieni come Yamal, ma anche come il suo compagno Nico Williams, nel campionato di Serie A, non li vedremo manco col binocolo. Tuttavia la manifestazione continentale ci regala suggestioni a latitudini forse avvicinabili. Una stella che brilla con particolare intensità, i denti da latte appena cambiati, è il turco Arda Guler, già nella scuderia del Real Madrid e oggetto di interesse del Milan, che starebbe pensando a un’operazione di prestito sulla falsariga di quella imbastita con Brahim Diaz. Guler è solo l’ultima delle promesse sfoderate dal calcio ottomano, i cui uomini, basti pensare a Chalanoglu, costituiscono qualcosa di più di evanescenti suggestioni. Arda ha 19 anni, vale 30 milioni e si muove sulla trequarti del campo con la leggerezza del fringuello. Non è Maciste: è alto 175 cm e stazza 64 chili. Sarà per questo che gli hanno affibbiato lo spericolato soprannome di «Messi turco». Vede la porta con piede educato, alla corte di Ancelotti ha segnato 6 gol, con la nazionale turca di Montella, durante gli Europei, la rete realizzata alla Georgia nei gironi gli ha permesso di superare CR7 nel record di esordiente più giovane a buttar dentro il pallone. Anche nel match con l’Austria, il turco cresciuto nelle giovanili del Fenerbahçhe ha dettato l’assist a Demiral per il raddoppio della compagine della Mezzaluna. Non è l’unico turco a stuzzicare appetiti. L’attaccante ventiquattrenne Baris Yilmaz, 79 presenze e 10 gol col Galatasaray, vigoroso e mobile agli Europei, è piaciuto: il Napoli di Antonio Conte potrebbe farci un pensierino, a patto di accordarsi su una cifra intorno ai 25 milioni. Proprio alla società partenopea si deve lo sdoganamento nell’empireo pallonaro nobile del georgiano Khvicha Kvaratskhelia, il classe 2001 accostato - per capacità sul campo, non per la vita da rockstar dissoluta- a George Best. Di Kvara e del suo potenziale dirompente sappiamo quasi tutto. Per questo in tanti erano in attesa di scoprire qualche nuova perla dalla nazionale georgiana. È stata scovata in Georges Mikautadze, ventitreenne corteggiato dalla Roma di De Rossi, che però non ha affondato il colpo, facendosi bruciare dal Monaco. Mikautadze è un attaccante prolifico e versatile, gioca come prima e seconda punta, agli Europei ha siglato 3 reti in 4 match, non scordando 1 assist. Si è distinto per la sua capacità di azzerare i punti di riferimento, ricordando Lautaro Martinez. «Ma io lo paragonerei a Lacazette», dice di lui il suo ex allenatore Samir Guemazi all’AS Saint-Pries. È nato in Francia da genitori georgiani, col Metz in Ligue 2 ha disputato 31 partite, segnato 19 gol e realizzato 7 assist. Nel frattempo, la semifinale tra Olanda e Inghilterra vinta dalla selezione di Albione ha confermato le qualità di Cody Garkpo. Il tulipano arancione di 25 anni, padre ghanese, madre olandese, maglia di club del Liverpool, ha realizzato 3 reti su 6 presenze, avvalorando le sue caratteristiche di uomo d’area potente. Tra le tante punte, un difensore si è conquistato la sua rivincita. Si tratta dello slovacco ventiseienne David Hancko, vecchia conoscenza del calcio italiano: nel 2018 si accasò alla Fiorentina senza lasciar tracce particolari, ritrovando serenità come difensore centrale o sinistro all’occorrenza con la maglia del Feyenoord. C’è chi, per senso della posizione e efficacia in fase di copertura, ha azzardato persino il raffronto col nume tutelare Paolo Maldini. Hancko ha disputato un buon Europeo, infondendo fiducia al suo reparto, ritrovando quel piglio che aveva convinto la Uefa a inserirlo in passato tra gli under 21 più interessanti della nuova generazione. Il Napoli starebbe considerando di assicurarsi le sue prestazioni. I campionati europei hanno pure portato in dote una lista di giocatori poco utilizzati dalle rispettive nazionali, ma degni di nota: dal difensore francese Ibrahima Konatè al jolly olandese Ian Maatsen, da Matheus Nunes a Anthony Gordon. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-vampiri-del-calcio-2668745988.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-bolla-dellarabia-si-sgonfiera-il-nostro-sistema-e-da-rifondare" data-post-id="2668745988" data-published-at="1720996529" data-use-pagination="False"> «La bolla dell’Arabia si sgonfierà. Il nostro sistema è da rifondare» Antonio Caliendo non è un personaggio al quale chiedere commenti sul calciomercato: Antonio Caliendo lo ha inventato, il calciomercato. Uno dei primi procuratori della storia, se non il primo: nella finale mondiale di Italia ’90 a Roma tra Germania e Argentina 12 dei 22 giocatori in campo sono suoi assistiti. Ha curato, tra i tantissimi altri, gli interessi di Giancarlo Antognoni (che nel 1977 affida a Caliendo la prima procura della storia del calcio italiano), Roberto Baggio, Carlos Dunga, Ramon Diaz, Daniel Passerella, Salvatore Schillaci, David Trezeguet, Maicon ed Ederson . Caliendo, ci riveli un segreto del quale ha conoscenza diretta della storia dei trasferimenti di calciatori. «Parliamo del più grande di tutti: Diego Maradona. Poteva arrivare al Napoli già molto prima del 1984, ma Corrado Ferlaino non volle, per ben due volte. Era geloso del fatto che il merito sarebbe stato tutto di Totonno Juliano, mio grande amico e uomo di enormi qualità. Poi si convinse. Diego aveva sempre avuto nel suo cuore il desiderio di giocare nel Napoli. Riuscimmo a portarlo in azzurro, ricordo la notte a casa di Ferlaino per convincerlo a pagare gli anni di contratto che restavano a Dirceu, mio assistito che doveva a quel punto cercare un’altra collocazione, e liberare il suo cartellino». Maradona al Napoli oggi sarebbe impensabile. I costi sono aumentati a dismisura, c’è anche la concorrenza di un mercato come quello arabo… «La bolla dell’Arabia si sgonfierà. È successo con la Cina: ricchissimi Paesi investono miliardi acquistando campioni con la speranza di vedere crescere la loro nazionale. Solo che le due cose non vanno di pari passo, e così dopo qualche anno l’entusiasmo si spegne». Il presidente più generoso con il quale ha trattato? «Silvio Berlusconi era un uomo di un altro pianeta. Un fuoriclasse. Mi propose la vicepresidenza del Milan. Ne stavamo parlando, mi ritrovai con la Guardia di Finanza in casa. Mi disse: stanno per arrivare anche da me. Così fu». Il calciatore meno interessato ai soldi? «David Trezeguet. Avevo un’offerta faraonica per lui dal Barcellona, ma volle restare alla Juve». La Nazionale ha disputato un europeo disastroso. Qual è il problema più difficile da risolvere del nostro calcio? «Ha detto bene, è un disastro. Ci sarebbe da riformare tutto. Mai mi è capitato di vedere un’Italia così scarsa. Siamo di fronte a uno sfacelo totale. Ci sarebbe bisogno di una riforma che parta dalle fondamenta. Ho messo a punto una proposta articolata, ne ho parlato pochi mesi fa col presidente Gravina, ma Umberto Calcagno, presidente dell’Associazione calciatori, guarda caso anche vicepresidente della Figc, ha bloccato tutto». Ci rivela qualche dettaglio? «Ho proposto, tra le altre cose, di costituire un fondo di investimento alimentato dai calciatori. Dovrebbero versare il 40% del loro stipendio, loro vivrebbero comunque nell’agiatezza e a fine carriera, che per un calciatore significa essere ancora giovane, si ritroverebbero con un bel gruzzolo che permetterebbe loro di non avere problemi economici». Perché Calcagno si è opposto? «Suoi interessi, ognuno purtroppo pensa solo a coltivare il proprio orticello. Del resto, rmai l’unica funzione dell’Associazione calciatori è riscuotere le quote annuali. Eppure i calciatori andrebbero guidati, orientati, sono loro la materia prima del calcio. Chi ha responsabilità di governo nel nostro mondo o non sa o fa finta di non sapere il livello di degrado al quale siamo arrivati». È tornato alla ribalta anche il problema scommesse… «È una piaga molto più diffusa di quanto si pensi. Se sono venuti a galla nomi di primo livello, si immagini il sottobosco. Le società di scommesse organizzano cene, serate, e poi fanno fare qualche puntata ai calciatori che invitano. Alcuni giocano per divertirsi e finisce lì, altri sprofondano nel tunnel. Ed è un inferno. Vengono picchiati, minacciati, se non pagano i debiti milionari che accumulano. Le racconto un episodio di cui sono stato indirettamente protagonista” Prego… «Un calciatore giovane di Seria A, due anni fa subisce il furto dell’auto. Il furto è anomalo: la sua auto viene ritrovata a poche decine di metri di distanza, senza che sia stato rubato nulla. Vado a casa sua, parliamo un po’, e mi rendo conto che molto probabilmente era stata una minaccia proveniente dal giro delle scommesse on line. Lui però non ha denunciato niente». Chi dovrebbe intervenire? «L’Associazione calciatori, ovviamente, che però ormai è allo sbando più totale. Sono lontani i tempi di Sergio Campana, che si impegnava davvero per tutelare la categoria…».
Chalet Franz Kraler - Club Moritzino di Cortina d’Ampezzo. Nel riquadro, la famiglia Kraler
Oggi, in un momento storico segnato dall’attesa per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, Franz Kraler si trova al centro di una nuova fase evolutiva: tra il fermento del periodo pre olimpico, il dialogo costante con le grandi maison e l’apertura a nuovi linguaggi del lusso contemporaneo, come dimostra l’esperienza dello Chalet Franz Kraler. Un racconto fatto di intuizioni, relazioni e visione, che continua a guardare al futuro grazie a Franz, alla moglie Daniela e al figlio Alexander senza dimenticare mai le proprie radici. Ne parliamo con Daniela Kraler.
Quando è nata la vostra storia?
«Nel 1984 a Dobbiaco, tra un incontro fortuito che ha segnato il nostro amore e ha dato vita alla nostra avventura imprenditoriale. Franz era già nel mondo dell’abbigliamento e articoli sportivi con la sua famiglia; dopo il nostro matrimonio e il mio trasferimento da Verona a Dobbiaco, abbiamo aperto la prima boutique di fianco alle scuderie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, che proprio a Dobbiaco aveva una delle sue residenze. È da quell’incontro, tra moda, territorio e sogno imprenditoriale, che è germogliata l’idea di un luogo in cui eleganza e relazione potessero convivere armoniosamente».
Come si è evoluta l’azienda dopo la prima apertura?
«Dopo Dobbiaco, la nostra crescita è stata guidata da strategia, visione e un pizzico di casualità. Nel 2004 siamo arrivati a Cortina d’Ampezzo con il primo negozio di proprietà in Corso Italia 107, oggi sede Dior. La posizione era perfetta: nel cuore della via pedonale, con una piazzetta antistante che è stata teatro di eventi e installazioni culturali, consolidando la nostra presenza nel cuore della città. Successivamente abbiamo acquisito gli spazi sotto l’Hotel Cortina, così come il palazzo accanto all’hotel, ancora oggi sede di Louis Vuitton. Il nostro quartier generale si trova ora nel building affacciato sulla piazzetta di Dior, che si articola ai civici 119, 127 e 111, quest’ultimo dedicato all’uomo. Questi spazi sono diventati il cuore pulsante dei nostri eventi, happening e installazioni, unendo retail, cultura e spettacolo».
Che ruolo ha Cortina nella storia dei Kraler?
«Cortina, la perla delle Dolomiti e luogo di villeggiatura della nobiltà e dell’alta borghesia dagli anni Cinquanta, è stata una tappa fondamentale nel nostro percorso. Dal 2004, con la prima boutique e la piazzetta centrale, è diventata un laboratorio di sperimentazione, dialogo culturale e visione internazionale, permettendoci di raccontare il lusso in chiave scenografica, teatrale e profondamente radicata nel territorio alpino».
Perché Cortina è strategica per un luxury retailer come Franz Kraler?
«Perché unisce natura, storia e un pubblico internazionale sensibile al lusso esperienziale. È una piazza che ascolta e risponde alle aspirazioni estetiche contemporanee, un palcoscenico naturale dove accogliere clienti che cercano qualità, cultura e senso di appartenenza. Qui il nostro progetto diventa molto più di una boutique: è un hub culturale e relazionale, integrato con il territorio e la comunità».
Come si sta preparando Franz Kraler per il periodo olimpico?
«Stiamo trasformando la presenza a Cortina in un ecosistema che va oltre il retail tradizionale. La boutique è stata ripensata come un’esperienza immersiva, mentre lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino assume una dimensione culturale e sociale, intrecciando moda, ospitalità, performance e relazioni. Questo modello ci permette di dialogare con il mondo in modo contemporaneo, festoso e relazionale, anticipando l’energia e l’entusiasmo delle Olimpiadi».
Che opportunità rappresenta questo periodo per la maison?
«I Giochi sono una straordinaria occasione per condividere la nostra visione di lusso esperienziale con un pubblico internazionale, rafforzare alleanze con brand globali, e trasformare ogni incontro in un momento memorabile. È un’opportunità per mostrare come una boutique possa essere teatro di cultura, design e comunità».
Qual è il rapporto con le maison internazionali più prestigiose?
«Di collaborazione e rispetto. Le partnership non sono meri accordi commerciali, ma dialoghi creativi: insieme progettiamo capsule esclusive, scenografie e installazioni che valorizzano tanto i prodotti quanto l’ecosistema spaziale in cui sono presentati. Questo ci consente di raccontare ogni Maison in modo unico, contestualizzato e memorabile».
E ora anche lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino.
«È un progetto di ospitalità totale, nato in collaborazione con il leggendario Club Moritzino. Non è solo un ristorante o uno ski-bar: è un palcoscenico di esperienze - eventi, performance, mostre, relazioni - dove moda, arte, gastronomia e territorio si fondono, trasformando la montagna in teatro contemporaneo».
Nel futuro?
«Il consolidamento della nostra presenza a Bolzano, sviluppando collaborazioni con brand ancora non presenti nel capoluogo. L’intento è continuare a raccontare il lusso come un’esperienza totale e immersiva, dove territorio, estetica e relazioni si intrecciano in modalità sempre nuove, sorprendenti e autenticamente emozionali».
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Grazie alle star di Hollywood e ai turisti americani che facevano a gara quando arrivavano a Roma per andare a mangiare le fettuccine da lui, il mito di Alfredo che si va sempre più opacizzando in Italia, non è mai tramontato in America. È vero che laggiù il piatto con cui è diventato celeberrimo, le fettuccine all’uovo tirate e tagliate a mano, condite solo con burro e parmigiano reggiano, non ha più niente a che vedere con la ricetta originale, ma il mito di Alfredo è perpetuato in milioni e milioni di menu.
Per i mangiatori a stelle e strisce, infatti, basta il nome per avere una garanzia del made in Italy. Basta il nome Alfredo per far chioccolare l’acquolina in bocca ai golosi amanti dei (pseudo)piatti all’italiana. L’oste romano e le fettuccine sono un simbolo legato al cinema, ai dialoghi muti, fatti di soli sguardi tra Douglas Fairbanks e Mary Pickford, di Vacanze Romane, di Gregory Peck in Vespa con Audrey Hepburn, di Dolce vita. Basta che nella lista dei piatti si nomini Alfredo per assolvere la pasta scotta e il relativo condimento. Un esempio? Recentemente abbiamo sfogliato il menu del ristorante Dave and Buster’s sulla 42nd Street a Times Square, New York City. Chiamare ristorante il Dave eccetera eccetera, è riduttivo. Dave è il classico locale all’americana, consigliato a chi ama i grassi gusti all’americana e l’abbondanza dei piatti, ma sconsigliato ai palati esigenti e a chi cerca tranquillità o intimità. Offre un servizio completo: food, drink, fun, entertainment. Oltre a mangiare in una delle grandi sale piatti ciclopici per quantità e calorie (food); oltre al bere straripanti aperitivi e cocktail (drink); grandi e piccoli possono andare a digerire nella vasta sala giochi affollata di videogame e macchinette varie (fun); sulle pareti giganteschi schermi proiettano per 18 ore al giorno gli eventi sportivi più gettonati: basket, football, baseball (entertainment).
Il locale newyorchese fa parte di una catena di 178 restaurant, stesso nome, stesso food, stessa filosofia, presenti in 43 Stati Usa. Tornando al chilometrico menu, nella sezione Perfect Pastas si celebra Alfredo, re incontrastato della pasta lunga, sia pure farlocca come le borse Gucci o Louis Vuitton distese che i vu’ cumprà della Grande mela vendono lungo i marciapiedi intorno al Rockefeller center.
Sono quattro i piatti che fanno riferimento ad Alfredo. Il Bistro steak & shrimp Alfredo linguine consiste in un controfiletto di manzo alla griglia su un letto di linguine, con gamberi, funghi, pomodorini, prezzemolo, parmigiano e salsa Alfredo all’astice. Un guazzabuglio di mare, monti, orto e stalla. Costa 27,99 dollari, circa 24 euro e dà una bella botta di calorie: 1.480. Il secondo piatto, Blackened Chicken Alfredo, prevede pezzi di pollo arrostito, condito con funghi, pomodorini a cubetti e salsa Alfredo su un letto di linguine. Costa 20,49 dollari. C’è poi il Chicken Parmesan Alfredo: petto di pollo in crosta di parmigiano servito su linguine in salsa Alfredo, condito con marinara rustica, un mix di 5 formaggi, pomodorini ciliegini, basilico fresco e parmigiano grattugiato: 1.660 calorie a 21,49 dollari. Il quarto piatto è il Cajun Shrimp Pasta: gamberi scottati, salsiccia formaggio cheddar con peperoncino jalapeño, rigatoni, peperoni in Alfredo sauce con parmigiano grattugiato, 24,99 dollari. Sia pure americanizzato, in Yankeelandia Alfredo è un mito come Joe Petrosino e Frank Sinatra. La leggenda del suo ristorante e delle fettuccine, raccontate dalle star di Hollywood al ritorno da Roma, ha tuttora un successo incredibile negli States, popolarità testimoniata dagli oltre 800 libri di cucina americani pubblicati negli ultimi cent’anni.
Alfredo Di Lelio nasce nel cuore di Roma, a Trastevere, nel 1883. È il primo di 11 figli. Inizia l’attività di ristoratore nel localino di famiglia in piazza Rosa, ora piazza Colonna, demolito per far posto alla galleria commerciale ora intitolata ad Alberto Sordi. Mamma Angelina era ai fornelli e lui girava per i tavoli, giovanissimo cameriere pronto al saluto, alla battuta e pronto soprattutto a rincorrere i clienti che cercavano di sgattaiolare via senza pagare il conto. Croccanti supplì e vino dei Castelli erano le specialità della minuscola trattoria. Alfredo scriverà nella sua biografia: «Mi piaceva il lavoro. Potevo incontrare molte persone, come giornalisti, facchini, operai e artisti di varietà. E quando i tavoli erano pieni fuori, ero solito servire il cibo sulle sedie, senza tovaglie o formalità, ma sempre con un sorriso e pronto a ridere e scherzare con chiunque».
La chiusura della taverna in via Rosa, il matrimonio con Ines Ferratini («La ragazza più bella di Trastevere»), l’apertura di un nuovo ristorante in via della Scrofa, che prenderà il nome da lui, Ristorante Alfredo, a pochi passi da piazza Navona e da Castel Sant’Angelo, sono le tappe che porteranno il «re» nell’olimpo della cucina italiana. Il mito di Di Lelio e delle fettuccine nasce con la nascita di Armando, il primogenito. Ines ha un complicato dopo parto: è sfinita e ha perso l’appetito. Alfredo è preoccupato e convinto che la moglie si rimetterà in forma solo se riprende a mangiare. «Un giorno decisi di prendere il toro per le corna e risolvere il problema una volta per tutte», racconta nella biografia. «Andai in cucina a preparare un piatto che avrebbe tentato Ines. Doveva essere qualcosa di appetitoso e nutriente allo stesso tempo, ma essere semplice, perché non le piacevano i sughi troppo elaborati. Pensai alle fettuccine alla romana, fatte in casa con le uova e farina extrafine, tagliate a mano e condite solo con burro. Anzi, condite due volte con burro e con il miglior Parmigiano reggiano. Scolata la pasta, condita e dopo aver recitato un’Ave Maria per Sant’Anna, patrona dei parti, portai le fettuccine a mia moglie». Le fettuccine piacquero talmente a Ines che, ripresasi, suggerì al marito di metterle in menu. È così che le fettuccine al doppio burro in via della Scrofa diventarono la carta vincente di Alfredo.
Una carta che, dopo aver conquistato i palati romani, conquistò quelli americani grazie a due star del cinema muto. Accadde nel 1927. Racconta Alfredo: «La porta del ristorante si aprì ed entrarono due stranieri. Lui alto e forte, con un sorriso aperto e amichevole; lei bionda, bellissima ed elegantissima. Li guardai mentre li conducevo al tavolo migliore della sala. Sapevo di averli già visti, ma dove? Andai da Ines che disse: “Li abbiamo visti al cinema. Sono Mary Pickford e Douglas Fairbanks“».
Erano proprio loro, la felice coppia dei film internazionali di passaggio per Roma, al loro primo viaggio in Europa. Doug e Mary mangiarono con appetito le fettuccine, Alla fine pagarono il conto e si congratularono con Alfredo. Tornarono la sera accompagnati da una folla di giornalisti e fotografi. Si sedettero allo stesso tavolo del pranzo e chiesero ad Alfredo le fettuccine. «Li ebbi a pranzo e a cena durante tutto il loro soggiorno. Alla loro partenza da Roma, mi lasciarono il ricordo diventato il simbolo e l’insegna del ristorante: la forchetta e il cucchiaio d’oro con la dedica di Mary e Doug incisa: To Alfredo, the king of the noodles».
La leggenda di Alfredo re delle fettuccine iniziò in quel giorno del 1927. La stampa mondiale parlava di Mary Pickford e Douglas Fairbanks e di Alfredo, «re delle fettuccine». Da quel giorno altre star del cinema, re, capi di Stato, premi Nobel, campioni dello sport e una marea di personaggi famosissimi si sono seduti ai tavoli di via della Scrofa conquistati dalle fettuccine e dalla simpatia di Alfredo. Ma questa è una storia da riprendere.
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Papa Leone XIV (Getty Images)
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
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Getty Images
La vicenda ha sollevato un polverone tra i democratici Usa, che addebitano a Donald Trump anche questa responsabilità, equiparandolo a un dittatore sanguinario a capo di una «moderna Gestapo», come già l’anno scorso il governatore democratico del Minnesota Tim Walz aveva definito l’Ice. «Il sangue è nelle mani di chi all’interno dell’amministrazione ha spinto verso una politica estrema» contro l’immigrazione clandestina, ha puntato il dito il leader della minoranza democratica alla Camera, Hakeem Jeffries, mentre Chris Murphy, senatore dem del Connecticut, ha contestato esplicitamente l’«illegalità» dell’agenzia Ice (ma non quella dei clandestini). Ma la stampa americana, anche quella progressista, sembra non seguirli su questa strada: nella sua ricostruzione, perfino il Nyt descrive la scena di Minneapolis spiegando, in buona sostanza, che il terzo agente avrebbe sparato vedendo che la donna, dopo che non si era fermata all’alt dei due colleghi, gli stava puntando contro con la macchina. È stato lo stesso New York Times a rivelare che l’agente, Jonathan Ross, era stato recentemente vittima di un incidente simile con un clandestino guatemalteco condannato per abusi sessuali, che gli era andato contro con la macchina e lo aveva trascinato per 100 metri, provocandogli uno squarcio sull’avambraccio e venti punti di sutura.
Come sempre accade negli Usa, dove le forze dell’ordine di default, che abbiano torto o ragione, sono tutelate dalle istituzioni, ieri il vicepresidente americano J.D. Vance ha promesso «immunità assoluta all’agente Ice». Ma a scandalizzare la stampa è più la frettolosa lettura dei fatti che non la presunta «istigazione a delinquere» che certi politici dem attribuiscono a Trump: «Dal presidente fino al sindaco (democratico) di Minneapolis, Jacob Frey, le presunte autorità hanno mostrato poco interesse nell’apprendere cosa sia successo realmente a Minneapolis», hanno contestato gli editor del giornale Free Press, «il segretario alla Sicurezza nazionale, Kristi Noem, ha fatto peggio, descrivendo l’incidente come un “atto di terrorismo interno”. Gli americani meritano di meglio», è la chiosa.
Sarà che gli yankees sono ormai abituati al grilletto facile della polizia («Questo tipo di sparatoria accade spesso», ha scritto il giornalista Wesley Lowery su X), fatto sta che neanche la stampa Usa ha superato le vette raggiunte ieri da Repubblica, che ha dedicato alla tragica vicenda diversi articoli: e così la sparatoria è diventata una «esecuzione», gli agenti Ice che svolgono l’ingrato compito di dare la caccia ai clandestini sono stati qualificati come «pretoriani di Trump», mentre un’intervista a Jonathan Safran Foer ha illuminato i lettori sul «potere americano che normalizza la crudeltà».
Nel frattempo gli attacchi contro l’Ice (che non è una creatura di Trump essendo stata istituita nel 2003) in Europa sono diventati mainstream: Dominick Skinner, trentenne residente in Olanda, ha aperto un sito che si chiama Ice List in cui, «per combattere il fascismo», pubblica nomi, foto e profili social degli agenti, promettendo che «non rimarranno nascosti a lungo!».
Ciliegina sulla torta sfuggita a Repubblica e alla stampa italiana: Indivisible twin cities, che ha guidato le proteste contro l’Ice e si autodefinisce «gruppo di volontari di base», come se fossero cani sciolti, è in realtà una propaggine dell’Indivisible project di Washington, movimento per «sconfiggere l’agenda di Trump» che, secondo i registri pubblici, ha ricevuto 7.850.000 dollari dalla Open society foundations (Osf) di George Soros. Sarà forse per questo che la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act perché, secondo l’amministrazione Trump, finanzia «antifa» e soggetti coinvolti in scontri, danni alla proprietà privata e, appunto, attacchi alle operazioni contro l’immigrazione clandestina.
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