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2023-07-11
I sindacati per salvarsi si inventano l’emergenza dei contratti pirata
Maurizio Landini (Ansa)
I cosiddetti contratti pirata, quelli cioè non sottoscritti da categorie o sindacati registrati al Cnel, sono il nemico numero uno del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Peccato che, secondo l’ultimo rapporto sul mercato del lavoro (aggiornato a dicembre 2022) redatto dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, siano pochissimi.
Landini, in una intervista a Repubblica, sembra non avere dubbi: «Siamo passati in pochi anni da 200 a 1.000 contratti nazionali, di cui 800 pirata», ha detto. «Il salario minimo orario legale deve essere parte di un intervento legislativo che dà valore generale ai contratti nazionali per tutti, in tutti i settori e per tutti i lavoratori, autonomi inclusi», ha continuato. Il governo «non pensi di risolvere l’emergenza dei salari più bassi d’Europa solo con il taglio del cuneo o inventandosi gabbie salariali».
I numeri snocciolati dal Cnel, però, sul tema dei contratti nazionali offrono una fotografia ben diversa. I contratti del settore privato rappresentati dal Cnel in Italia sono in totale 946, 208 di questi sono sottoscritti da categoria legate a Cgil, Cisl o Uil e rappresentativi del 97,1% dei lavoratori italiani (in valori assoluti 12,4 milioni di lavoratori). Di questi contratti, 22 sono legati anche a sindacati come Ugl, Cisal, Confsal e Ciu. Si tratta di accordi sottoscritti da questi ultimi per adesione o firma separata. In questo caso è rappresentato il 31,5% dei lavoratori italiani (circa 4,05 milioni di professionisti). Non mancano nemmeno i contratti sottoscritti esclusivamente da categorie Ugl, Cisal, Confsal e Ciu: secondo il Cnel sono 407 e rappresentano il 6,6% (circa 850.000 addetti). Rappresentano, invece, solo lo 0,3% dei lavoratori italiani quelle intese sottoscritte da categorie di altri sindacati non rappresentati al Cnel: si tratta di 347 contratti nazionali che coinvolgono 43.646 professionisti su un totale di 12,8 milioni di lavoratori legati agli accordi approvati dal Cnel.
Per intenderci, insomma, la realtà appare ben lontana dagli 800 contratti citati da Landini e ancora più limitata se si guarda alla platea coinvolta. Certo, questo non significa che quasi 44.000 persone non meritino tutele sul lavoro, ma il problema della dilagazione dei contratti pirata citati dal numero uno della Cgil per suffragare la causa del salario minimo viene dunque smentita dai numeri diffusi dal Cnel. Verrebbe forse da pensare che Landini consideri come pirata contratti che non sono stati sottoscritti dalle tre grandi sigle sindacali italiane e che il tema del salario minimo altro non sia che una leva per favorire la contrattazione nazionale con le tre unioni di lavoratori.
A dirla tutta, inoltre, nemmeno se tutti i contratti nazionali italiani fossero nati sotto la stella di Cgil, Cisl e Uil questo sarebbe indice di garanzia per i lavoratori. Circa il 30% dei 208 sottoscritti con la «triplice» hanno livelli retributivi al di sotto dei 9 euro lordi l’ora. Questi lavoratori, insomma, meritano di più? Certo. Ma non sembra che, al tempo della loro istituzione i tre sindacati avessero tutta questa intenzione di andare oltre i nove euro proposti oggi da molti partiti dell’opposizione.
Come ha spiegato sulla Stampa Massimo Temussi, ex consulente del ministro del Lavoro Marina Elvira Calderone da poco presidente e amministratore delegato dell’Agenzia nazionale politiche attive lavoro (Anpal), «il tema del lavoro povero è serissimo, ma non si risolve per decreto con il salario minimo o con l’assistenzialismo come si è fatto con il reddito di cittadinanza», ha detto.
Di simile avviso anche Michele Tiraboschi, il coordinatore scientifico di Adapt, associazione di studi sul lavoro fondata nel 2000 da Marco Biagi. Lo studioso si chiede su Twitter se in tema di salario minimo si stia parlando di «un obbligo a carico dei datori di lavoro o di un vincolo alla libera contrattazione collettiva?». Nel corso dell’analisi stilata da Adapt, si legge che «le intenzioni dei proponenti, seppure non chiarissime, sembrano orientate, almeno nella comunicazione pubblica, in questa seconda direzione e cioè nei termini di un obbligo non solo in capo ai datori di lavoro ma anche dei sistemi di contrattazione collettiva». Solo che, si legge, «questa interpretazione, per quanto sostenibile ai sensi della lettera della proposta, è comunque perentoriamente preclusa dalla nostra Carta costituzionale che, fuori dai limiti di una legge sindacale di attuazione dell’articolo 39, vieta al legislatore di imporre alcun obbligo ai sindacati e conseguentemente ai sistemi di contrattazione collettiva». Inoltre, continua Adapt, «l’imposizione ai contratti collettivi di un minimo tabellare di 9 euro lordi finirebbe per avvantaggiare sicuramente le figure professionali collocate all’ultimo livello dei sistemi di classificazione e inquadramento dei nostri contratti collettivi con forte penalizzazione per i livelli immediatamente superiori (non solo il penultimo) che verrebbero superati».
Per capire cosa succederà, a ogni modo, non resta ci sarà troppo da attendere: la proposta di legge sul salario minimo legale andrà in Aula alla Camera venerdì 28 luglio.
Pd e Cgil affossarono l’intesa rider
Tutti a parlare di salario minimo e garanzie per i lavoratori ma, all’atto pratico, in Italia i sindacati e gli stessi partiti dell’opposizione che oggi si battono per una tariffa minima oraria non hanno fatto molto per gli addetti ai lavori. Il tanto bistrattato contratto dei rider che operano nella consegna del cibo a domicilio è un esempio lampante.
Nel 2021 furono infatti in molti a schierarsi contro il contratto ideato dal sindacato Ugl e Assodelivery, associazione che rappresenta l’industria italiana del food delivery a cui aderiscono Deliveroo, Glovo, Social food e Uber eats. Il Pd, ma anche Cgil, Cisl e Uil, affermavano che l’accordo era stato sottoscritto «da un sindacato “di comodo” a tutto vantaggio delle aziende ed escludendo il sindacato confederale Cgil, Cisl, Uil che sta svolgendo una trattativa presso il ministero del Lavoro».
La triplice alleanza ai tempi cercò di boicottare il contratto affermando che avrebbe chiesto «l’applicazione delle tutele previste dalla contrattazione collettiva nazionale della logistica e trasporto merci del 2018 sottoscritta per tutto il settore del food delivery quali, tredicesima mensilità, ferie pagate, malattia retribuita, maggiorazioni per lavoro notturno, domenicale e festivo in modo da garantire un salario complessivo maggiore e i diritti tipici del lavoro subordinato». Inoltre, sarebbe stato chiesto «un orario minimo garantito settimanale per tutte le lavoratrici e i lavoratori e la contrattazione dell’organizzazione del lavoro»; «veri diritti sindacali, a partire dalla rappresentanza» e «la possibilità di essere inquadrati come lavoratori subordinati».
Nella realtà dei fatti, a oggi nulla di tutto ciò è stato portato a casa e un contratto pirata (perché non voluto dalle tre sigle sindacali) come potrebbe definire Landini quello di Assodelivery e Ugl, resta l’unica opzione per i rider che non vogliono lavorare da dipendenti.
Potrà, insomma, anche forse non piacere, ma nessun altro è stato in grado di mettere nero su bianco qualcosa di vagamente analogo che offrisse tutele concrete per i ciclofattorini. «Tra le principali novità e tutele apportate dal contratto», ricorda alla Verità Paolo Capone, segretario generale dell’Ugl, «nello specifico è stato stabilito: un compenso minimo pari a 10 euro per ora lavorata (superiore dunque ai nove euro proposti nel caso del salario minimo, ndr), un sistema premiale, pari a 600 euro ogni 2000 consegne effettuate fino a un massimo di 1.500 euro l’anno, indennità integrative, pari al 10%, 15% e 20% in corrispondenza di una, due o tre delle seguenti condizioni: lavoro notturno, festività e maltempo, coperture assicurative contro gli infortuni (Inail) e per danni contro terzi. Occorre tenere presente che senza il Ccnl tali tutele non sarebbero esistite», evidenzia. «Si tratta, dunque, di importanti passi in avanti che vanno incontro alle istanze dei lavoratori. A oggi il settore conta almeno 30.000 account attivi tenendo conto che negli ultimi sei mesi hanno lavorato effettivamente in circa 15-17.000. Al momento l’Ugl è l’organizzazione sindacale maggiormente rappresentativo su scala nazionale, in tutte le regioni, con oltre 1.500 iscritti alle maggiori piattaforme del food delivery».
Come ricorda Capone, Cgil, Cisl e Uil, «hanno firmato un accordo con Just eat a livello subordinato e hanno ottenuto rider scontenti e un’azienda che perde mercato rispetto al cambio di modello. L’autonomia è il fondamento di questo mestiere, senza la quale molti rider non potrebbero più svolgerlo. Basti pensare agli studenti, a quanti lo esercitano anche come seconda attività durante i giorni festivi o nel fine settimana», conclude il numero uno di Ugl.
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Maurizio Landini dice che il salario minimo non basta, attacca taglio del cuneo e welfare aziendale e chiede una stretta sul precariato. In realtà il 97% dei lavoratori è protetto da intese nazionali firmate da una sigla o validate dal Cnel.La sinistra critica il governo scordandosi che Andrea Orlando, all’epoca ministro, bloccò per ragioni politiche l’accordo ottenuto dall’Ugl. A farne le spese sono stati i fattorini.Lo speciale contiene due articoliI cosiddetti contratti pirata, quelli cioè non sottoscritti da categorie o sindacati registrati al Cnel, sono il nemico numero uno del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Peccato che, secondo l’ultimo rapporto sul mercato del lavoro (aggiornato a dicembre 2022) redatto dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, siano pochissimi. Landini, in una intervista a Repubblica, sembra non avere dubbi: «Siamo passati in pochi anni da 200 a 1.000 contratti nazionali, di cui 800 pirata», ha detto. «Il salario minimo orario legale deve essere parte di un intervento legislativo che dà valore generale ai contratti nazionali per tutti, in tutti i settori e per tutti i lavoratori, autonomi inclusi», ha continuato. Il governo «non pensi di risolvere l’emergenza dei salari più bassi d’Europa solo con il taglio del cuneo o inventandosi gabbie salariali». I numeri snocciolati dal Cnel, però, sul tema dei contratti nazionali offrono una fotografia ben diversa. I contratti del settore privato rappresentati dal Cnel in Italia sono in totale 946, 208 di questi sono sottoscritti da categoria legate a Cgil, Cisl o Uil e rappresentativi del 97,1% dei lavoratori italiani (in valori assoluti 12,4 milioni di lavoratori). Di questi contratti, 22 sono legati anche a sindacati come Ugl, Cisal, Confsal e Ciu. Si tratta di accordi sottoscritti da questi ultimi per adesione o firma separata. In questo caso è rappresentato il 31,5% dei lavoratori italiani (circa 4,05 milioni di professionisti). Non mancano nemmeno i contratti sottoscritti esclusivamente da categorie Ugl, Cisal, Confsal e Ciu: secondo il Cnel sono 407 e rappresentano il 6,6% (circa 850.000 addetti). Rappresentano, invece, solo lo 0,3% dei lavoratori italiani quelle intese sottoscritte da categorie di altri sindacati non rappresentati al Cnel: si tratta di 347 contratti nazionali che coinvolgono 43.646 professionisti su un totale di 12,8 milioni di lavoratori legati agli accordi approvati dal Cnel. Per intenderci, insomma, la realtà appare ben lontana dagli 800 contratti citati da Landini e ancora più limitata se si guarda alla platea coinvolta. Certo, questo non significa che quasi 44.000 persone non meritino tutele sul lavoro, ma il problema della dilagazione dei contratti pirata citati dal numero uno della Cgil per suffragare la causa del salario minimo viene dunque smentita dai numeri diffusi dal Cnel. Verrebbe forse da pensare che Landini consideri come pirata contratti che non sono stati sottoscritti dalle tre grandi sigle sindacali italiane e che il tema del salario minimo altro non sia che una leva per favorire la contrattazione nazionale con le tre unioni di lavoratori. A dirla tutta, inoltre, nemmeno se tutti i contratti nazionali italiani fossero nati sotto la stella di Cgil, Cisl e Uil questo sarebbe indice di garanzia per i lavoratori. Circa il 30% dei 208 sottoscritti con la «triplice» hanno livelli retributivi al di sotto dei 9 euro lordi l’ora. Questi lavoratori, insomma, meritano di più? Certo. Ma non sembra che, al tempo della loro istituzione i tre sindacati avessero tutta questa intenzione di andare oltre i nove euro proposti oggi da molti partiti dell’opposizione. Come ha spiegato sulla Stampa Massimo Temussi, ex consulente del ministro del Lavoro Marina Elvira Calderone da poco presidente e amministratore delegato dell’Agenzia nazionale politiche attive lavoro (Anpal), «il tema del lavoro povero è serissimo, ma non si risolve per decreto con il salario minimo o con l’assistenzialismo come si è fatto con il reddito di cittadinanza», ha detto. Di simile avviso anche Michele Tiraboschi, il coordinatore scientifico di Adapt, associazione di studi sul lavoro fondata nel 2000 da Marco Biagi. Lo studioso si chiede su Twitter se in tema di salario minimo si stia parlando di «un obbligo a carico dei datori di lavoro o di un vincolo alla libera contrattazione collettiva?». Nel corso dell’analisi stilata da Adapt, si legge che «le intenzioni dei proponenti, seppure non chiarissime, sembrano orientate, almeno nella comunicazione pubblica, in questa seconda direzione e cioè nei termini di un obbligo non solo in capo ai datori di lavoro ma anche dei sistemi di contrattazione collettiva». Solo che, si legge, «questa interpretazione, per quanto sostenibile ai sensi della lettera della proposta, è comunque perentoriamente preclusa dalla nostra Carta costituzionale che, fuori dai limiti di una legge sindacale di attuazione dell’articolo 39, vieta al legislatore di imporre alcun obbligo ai sindacati e conseguentemente ai sistemi di contrattazione collettiva». Inoltre, continua Adapt, «l’imposizione ai contratti collettivi di un minimo tabellare di 9 euro lordi finirebbe per avvantaggiare sicuramente le figure professionali collocate all’ultimo livello dei sistemi di classificazione e inquadramento dei nostri contratti collettivi con forte penalizzazione per i livelli immediatamente superiori (non solo il penultimo) che verrebbero superati». Per capire cosa succederà, a ogni modo, non resta ci sarà troppo da attendere: la proposta di legge sul salario minimo legale andrà in Aula alla Camera venerdì 28 luglio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-sindacati-per-salvarsi-si-inventano-lemergenza-dei-contratti-pirata-2662259710.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pd-e-cgil-affossarono-lintesa-rider" data-post-id="2662259710" data-published-at="1689056528" data-use-pagination="False"> Pd e Cgil affossarono l’intesa rider Tutti a parlare di salario minimo e garanzie per i lavoratori ma, all’atto pratico, in Italia i sindacati e gli stessi partiti dell’opposizione che oggi si battono per una tariffa minima oraria non hanno fatto molto per gli addetti ai lavori. Il tanto bistrattato contratto dei rider che operano nella consegna del cibo a domicilio è un esempio lampante. Nel 2021 furono infatti in molti a schierarsi contro il contratto ideato dal sindacato Ugl e Assodelivery, associazione che rappresenta l’industria italiana del food delivery a cui aderiscono Deliveroo, Glovo, Social food e Uber eats. Il Pd, ma anche Cgil, Cisl e Uil, affermavano che l’accordo era stato sottoscritto «da un sindacato “di comodo” a tutto vantaggio delle aziende ed escludendo il sindacato confederale Cgil, Cisl, Uil che sta svolgendo una trattativa presso il ministero del Lavoro». La triplice alleanza ai tempi cercò di boicottare il contratto affermando che avrebbe chiesto «l’applicazione delle tutele previste dalla contrattazione collettiva nazionale della logistica e trasporto merci del 2018 sottoscritta per tutto il settore del food delivery quali, tredicesima mensilità, ferie pagate, malattia retribuita, maggiorazioni per lavoro notturno, domenicale e festivo in modo da garantire un salario complessivo maggiore e i diritti tipici del lavoro subordinato». Inoltre, sarebbe stato chiesto «un orario minimo garantito settimanale per tutte le lavoratrici e i lavoratori e la contrattazione dell’organizzazione del lavoro»; «veri diritti sindacali, a partire dalla rappresentanza» e «la possibilità di essere inquadrati come lavoratori subordinati». Nella realtà dei fatti, a oggi nulla di tutto ciò è stato portato a casa e un contratto pirata (perché non voluto dalle tre sigle sindacali) come potrebbe definire Landini quello di Assodelivery e Ugl, resta l’unica opzione per i rider che non vogliono lavorare da dipendenti. Potrà, insomma, anche forse non piacere, ma nessun altro è stato in grado di mettere nero su bianco qualcosa di vagamente analogo che offrisse tutele concrete per i ciclofattorini. «Tra le principali novità e tutele apportate dal contratto», ricorda alla Verità Paolo Capone, segretario generale dell’Ugl, «nello specifico è stato stabilito: un compenso minimo pari a 10 euro per ora lavorata (superiore dunque ai nove euro proposti nel caso del salario minimo, ndr), un sistema premiale, pari a 600 euro ogni 2000 consegne effettuate fino a un massimo di 1.500 euro l’anno, indennità integrative, pari al 10%, 15% e 20% in corrispondenza di una, due o tre delle seguenti condizioni: lavoro notturno, festività e maltempo, coperture assicurative contro gli infortuni (Inail) e per danni contro terzi. Occorre tenere presente che senza il Ccnl tali tutele non sarebbero esistite», evidenzia. «Si tratta, dunque, di importanti passi in avanti che vanno incontro alle istanze dei lavoratori. A oggi il settore conta almeno 30.000 account attivi tenendo conto che negli ultimi sei mesi hanno lavorato effettivamente in circa 15-17.000. Al momento l’Ugl è l’organizzazione sindacale maggiormente rappresentativo su scala nazionale, in tutte le regioni, con oltre 1.500 iscritti alle maggiori piattaforme del food delivery». Come ricorda Capone, Cgil, Cisl e Uil, «hanno firmato un accordo con Just eat a livello subordinato e hanno ottenuto rider scontenti e un’azienda che perde mercato rispetto al cambio di modello. L’autonomia è il fondamento di questo mestiere, senza la quale molti rider non potrebbero più svolgerlo. Basti pensare agli studenti, a quanti lo esercitano anche come seconda attività durante i giorni festivi o nel fine settimana», conclude il numero uno di Ugl.
Alex Zanardi (Ansa)
I funerali si terranno martedì nella Basilica di Santa Giustina in quella Padova che lo aveva adottato dopo l’ultimo, gravissimo incidente del 2020. Durante una gara di handbike a Pienza, nel Senese, in una competizione di beneficenza da lui organizzata, Zanardi finì nella corsia opposta e fu investito da un camion, ponendo fine alla sua militanza nel paraciclismo in cui aveva vinto quattro ori e due argenti ai Giochi olimpici di Londra nel 2012 e di Rio de Janeiro nel 2016, e 16 ori complessivi tra tutte le competizioni. La scelta di cimentarsi nell’handbike giunse dopo l’amputazione delle gambe nel 2001, al termine di una gara del campionato d’automobilismo Champ Car nell’autodromo di Lausitzring, in Germania. La sua vettura, una Reynard-Honda numero 66, subì un incidente spaventoso, spezzandosi in due tronconi dopo lo scontro con la Forsythe di Alexandre Tagliani. La pista era la stessa in cui cinque mesi prima era morto l’ex ferrarista Michele Alboreto. Nato a Bologna nel 1966, figlio di un idraulico e di una sarta, Alex Zanardi fin dall’asilo tiene appeso in cameretta il poster di Ayrton Senna, il fenomeno brasiliano che nel giorno del debutto su Jordan del collega e giovane ammiratore bolognese, si avvicina al suo box e lo rincuora: «È il tuo primo Gran Premio, la Jordan è una buona macchina, vedrai, andrà tutto bene», gli dice, come in un sogno. Piccola curiosità cabalistica: anche Senna è morto il primo maggio, 32 anni fa. Siccome il destino persegue trame che si disinteressano della pietà, ma non lesinano sui colpi di scena, il giovane Alex inizia a correre sui kart a 14 anni, un anno dopo l’incidente stradale in cui perde la vita sua sorella maggiore. Nel 1991 approda, si diceva, alla Jordan, in Formula 1. È l’epoca del dominio di Alain Prost, di quell’Ayrton Senna che gli dà la sua benedizione, Michael Schumacher inizia a scaldare i motori e i cuori. Partecipa a quelle corse fino al 1994. Nell’ultima stagione guida una Lotus, è talentuoso, e però davanti a lui sfrecciano scuderie più attrezzate e fulminee. Si trasferisce nella Formula Champ Car, in America, tra il 1996 e il 1998, togliendosi parecchie soddisfazioni, sette vittorie e tante pole position. Al punto che Frank Williams lo richiama in Formula 1. È il 1999, Zanardi sarà in scuderia con uno Schumacher, Ralf, fratello minore di Michael, terminando quella carriera con 44 Gran premi disputati e un punto raccolto. Nel 2001 partecipa di nuovo alle competizioni Champ Car. Il 15 settembre di quell’anno, la corsa maledetta sul circuito di Lausitzring. All’ospedale di Berlino gli praticano 16 interventi, mentre lui va in arresto cardiaco ben sette volte. San Pietro però lo rispedisce al mittente. Ne ha ancora da vivere e da lottare. Dopo un anno e mezzo, Zanardi appare all’Eurospeedway: a bordo di una Reynard modificata ad arte, completa simbolicamente i giri di pista mancanti di quella gara stregata. Arriva un’esistenza nuova, scandita dalle competizioni di paraciclismo, dai libri autobiografici, dalla fondazione di associazioni benefiche e dalla conduzione del programma di Rai 3 Sfide. Poi, il 19 giugno 2020, l’ennesimo dramma. A Pienza, in una corsa di beneficenza, un camion lo centra, l’impatto è pauroso. Finisce in coma, all’ospedale di Lecco prima e al San Raffaele di Milano poi lo agguantano per i capelli e lo salvano ancora. Trascorrerà il Natale in famiglia, e diversi anni al riparo dai riflettori, assieme a Niccolò e a quella Daniela che, raccontava lui, «sentivo mi chiamasse come una voce celestiale da un’altra dimensione».
Il cordoglio di colleghi, amici e istituzioni è arrivato unanime. Per Sergio Mattarella, «come l’Italia intera, avverto profondo dolore per la scomparsa di Alex Zanardi, riferimento di tutto lo sport», mentre Bebe Vio commenta: «Mi hai dato la forza per ripartire, convincendomi che con o senza gambe avrei potuto fare tutto». Giorgia Meloni commenta: «L’Italia perde un uomo e un campione straordinario, capace di trasformare ogni prova della vita in una lezione di dignità. Ha dato a tutti noi la speranza e la forza di chi non si arrende mai».
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Ancillotti «Scarab 50» del 1972
È il dopoguerra a San Frediano, il quartiere di Firenze che fa da sfondo al capolavoro di Vasco Pratolini. Negli stessi anni della stesura del romanzo dello scrittore toscano, si sviluppava la storia di Ancillotti, leggenda delle moto fuoristrada Made in Italy. Nel 1948 Gualtiero Ancillotti, che aveva ereditato l’officina di lavorazioni meccaniche fondata dal padre nel lontano 1907, iniziò a occuparsi di elaborazioni delle Harley Davidson «Wla» lasciate dagli americani dopo la guerra, apportando migliorie nel confort e nella meccanica delle spartane moto militari.
La prima motorizzazione di massa, che portò Vespa e Lambretta sulle strade d’Italia, fu nuova linfa per l’officina di Firenze. Lo scooter di Lambrate fu scelto da Ancillotti per le sue elaborazioni, che portarono a diversi record su pista negli anni Sessanta, con una Lambretta portata a 202 cc che registrò record su piste in Italia e all’estero con medie superiori ai 120 km/h. La rivalità tra Vespa e Lambretta, nata nell’Italia del Boom, fu particolarmente sentita a Firenze dove gli scooter Piaggio e Innocenti venivano elaborati nella stessa città dalla concorrente Gori. E sempre in Toscana, a Rignano sull’Arno, aveva sede una delle case che hanno fatto la storia del motociclismo fuoristrada, regina del trial, la Beta. Gualtiero Ancillotti assieme ai figli Piero e Alberto iniziò a costruire parti meccaniche per migliorare le prestazioni anche di questo marchio e alla fine degli anni ’60 preparò una versione speciale della Beta «50 Rg» (regolarità) derivata dalla Beta Camoscio di serie, dove il marchio Ancillotti affiancava quello della casa di Rignano. La produzione proseguì su base Beta, indirizzata quasi totalmente su una delle discipline motociclistiche di maggior successo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta: il motocross.
Grazie all’appoggio di Beta e poi di Polini per la rete distributiva, Ancillotti iniziò l’avventura della produzione di moto complete, caratterizzate poi dal colore giallo vivo e dal logo raffigurante uno scarabeo con le ali spiegate, copiato dal bassorilievo presente sulla piramide Medici alle Cascine di Firenze, una ghiacciaia costruita nel 1796. Anche i nomi delle moto prodotte dagli anni Settanta in poi, si rifaranno a quel simbolo che rimarrà per tutta la produzione Ancillotti: «Scarab», che negli anni saranno prodotti nelle cilindrate 50 e 125cc con motori che dagli originali Beta elaborati passeranno a Sachs, Hiro e Minarelli, prodotti negli stabilimenti nuovi di Sambuca Val di Pesa, nel Chianti. Per tutti gli anni Settanta la casa fiorentina vide crescere i successi nelle competizioni di cross e regolarità, così come le vendite tra i giovani appassionati di fuoristrada, per l’elevatissima qualità e per le prestazioni degli «Scarab». Come per tante altre ditte nate dalla sapienza artigianale e cresciute con la grande domanda nel mercato degli anni Sessanta e Settanta, il declino arrivò con la concorrenza giapponese e con il declino progressivo della moda fuoristradistica. Anche Ancillotti tentò di tenere il passo con i tempi, proponendo un «tubone» e un classico ciclomotore da strada, il «Cioè», con scarso successo.
L’ultima produzione vide Ancillotti proporre anche piccoli enduro accessoriati sul modello di Aprilia e Fantic, ma nel 1985 cessò la produzione dopo circa 35.000 moto uscite dagli stabilimenti toscani. Finiva così la storia produttiva di uno dei marchi motociclistici più apprezzati in Italia e all’estero. Lasciando in eredità l’invenzione del monoammortizzatore posteriore con sistema «Pro dive» in grado di mantenere il posteriore della moto sempre incollato al terreno, già nel 1974. Oggi il marchio, dichiarato dal Mise «di interesse storico nazionale» vive grazie all’iniziativa industriale del nipote di Gualtiero, Tomaso, imprenditore nel campo delle bici da fuoristrada di altissima qualità. Che, ovviamente, si chiamano «Scarab».
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