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2023-07-11
I sindacati per salvarsi si inventano l’emergenza dei contratti pirata
Maurizio Landini (Ansa)
I cosiddetti contratti pirata, quelli cioè non sottoscritti da categorie o sindacati registrati al Cnel, sono il nemico numero uno del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Peccato che, secondo l’ultimo rapporto sul mercato del lavoro (aggiornato a dicembre 2022) redatto dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, siano pochissimi.
Landini, in una intervista a Repubblica, sembra non avere dubbi: «Siamo passati in pochi anni da 200 a 1.000 contratti nazionali, di cui 800 pirata», ha detto. «Il salario minimo orario legale deve essere parte di un intervento legislativo che dà valore generale ai contratti nazionali per tutti, in tutti i settori e per tutti i lavoratori, autonomi inclusi», ha continuato. Il governo «non pensi di risolvere l’emergenza dei salari più bassi d’Europa solo con il taglio del cuneo o inventandosi gabbie salariali».
I numeri snocciolati dal Cnel, però, sul tema dei contratti nazionali offrono una fotografia ben diversa. I contratti del settore privato rappresentati dal Cnel in Italia sono in totale 946, 208 di questi sono sottoscritti da categoria legate a Cgil, Cisl o Uil e rappresentativi del 97,1% dei lavoratori italiani (in valori assoluti 12,4 milioni di lavoratori). Di questi contratti, 22 sono legati anche a sindacati come Ugl, Cisal, Confsal e Ciu. Si tratta di accordi sottoscritti da questi ultimi per adesione o firma separata. In questo caso è rappresentato il 31,5% dei lavoratori italiani (circa 4,05 milioni di professionisti). Non mancano nemmeno i contratti sottoscritti esclusivamente da categorie Ugl, Cisal, Confsal e Ciu: secondo il Cnel sono 407 e rappresentano il 6,6% (circa 850.000 addetti). Rappresentano, invece, solo lo 0,3% dei lavoratori italiani quelle intese sottoscritte da categorie di altri sindacati non rappresentati al Cnel: si tratta di 347 contratti nazionali che coinvolgono 43.646 professionisti su un totale di 12,8 milioni di lavoratori legati agli accordi approvati dal Cnel.
Per intenderci, insomma, la realtà appare ben lontana dagli 800 contratti citati da Landini e ancora più limitata se si guarda alla platea coinvolta. Certo, questo non significa che quasi 44.000 persone non meritino tutele sul lavoro, ma il problema della dilagazione dei contratti pirata citati dal numero uno della Cgil per suffragare la causa del salario minimo viene dunque smentita dai numeri diffusi dal Cnel. Verrebbe forse da pensare che Landini consideri come pirata contratti che non sono stati sottoscritti dalle tre grandi sigle sindacali italiane e che il tema del salario minimo altro non sia che una leva per favorire la contrattazione nazionale con le tre unioni di lavoratori.
A dirla tutta, inoltre, nemmeno se tutti i contratti nazionali italiani fossero nati sotto la stella di Cgil, Cisl e Uil questo sarebbe indice di garanzia per i lavoratori. Circa il 30% dei 208 sottoscritti con la «triplice» hanno livelli retributivi al di sotto dei 9 euro lordi l’ora. Questi lavoratori, insomma, meritano di più? Certo. Ma non sembra che, al tempo della loro istituzione i tre sindacati avessero tutta questa intenzione di andare oltre i nove euro proposti oggi da molti partiti dell’opposizione.
Come ha spiegato sulla Stampa Massimo Temussi, ex consulente del ministro del Lavoro Marina Elvira Calderone da poco presidente e amministratore delegato dell’Agenzia nazionale politiche attive lavoro (Anpal), «il tema del lavoro povero è serissimo, ma non si risolve per decreto con il salario minimo o con l’assistenzialismo come si è fatto con il reddito di cittadinanza», ha detto.
Di simile avviso anche Michele Tiraboschi, il coordinatore scientifico di Adapt, associazione di studi sul lavoro fondata nel 2000 da Marco Biagi. Lo studioso si chiede su Twitter se in tema di salario minimo si stia parlando di «un obbligo a carico dei datori di lavoro o di un vincolo alla libera contrattazione collettiva?». Nel corso dell’analisi stilata da Adapt, si legge che «le intenzioni dei proponenti, seppure non chiarissime, sembrano orientate, almeno nella comunicazione pubblica, in questa seconda direzione e cioè nei termini di un obbligo non solo in capo ai datori di lavoro ma anche dei sistemi di contrattazione collettiva». Solo che, si legge, «questa interpretazione, per quanto sostenibile ai sensi della lettera della proposta, è comunque perentoriamente preclusa dalla nostra Carta costituzionale che, fuori dai limiti di una legge sindacale di attuazione dell’articolo 39, vieta al legislatore di imporre alcun obbligo ai sindacati e conseguentemente ai sistemi di contrattazione collettiva». Inoltre, continua Adapt, «l’imposizione ai contratti collettivi di un minimo tabellare di 9 euro lordi finirebbe per avvantaggiare sicuramente le figure professionali collocate all’ultimo livello dei sistemi di classificazione e inquadramento dei nostri contratti collettivi con forte penalizzazione per i livelli immediatamente superiori (non solo il penultimo) che verrebbero superati».
Per capire cosa succederà, a ogni modo, non resta ci sarà troppo da attendere: la proposta di legge sul salario minimo legale andrà in Aula alla Camera venerdì 28 luglio.
Pd e Cgil affossarono l’intesa rider
Tutti a parlare di salario minimo e garanzie per i lavoratori ma, all’atto pratico, in Italia i sindacati e gli stessi partiti dell’opposizione che oggi si battono per una tariffa minima oraria non hanno fatto molto per gli addetti ai lavori. Il tanto bistrattato contratto dei rider che operano nella consegna del cibo a domicilio è un esempio lampante.
Nel 2021 furono infatti in molti a schierarsi contro il contratto ideato dal sindacato Ugl e Assodelivery, associazione che rappresenta l’industria italiana del food delivery a cui aderiscono Deliveroo, Glovo, Social food e Uber eats. Il Pd, ma anche Cgil, Cisl e Uil, affermavano che l’accordo era stato sottoscritto «da un sindacato “di comodo” a tutto vantaggio delle aziende ed escludendo il sindacato confederale Cgil, Cisl, Uil che sta svolgendo una trattativa presso il ministero del Lavoro».
La triplice alleanza ai tempi cercò di boicottare il contratto affermando che avrebbe chiesto «l’applicazione delle tutele previste dalla contrattazione collettiva nazionale della logistica e trasporto merci del 2018 sottoscritta per tutto il settore del food delivery quali, tredicesima mensilità, ferie pagate, malattia retribuita, maggiorazioni per lavoro notturno, domenicale e festivo in modo da garantire un salario complessivo maggiore e i diritti tipici del lavoro subordinato». Inoltre, sarebbe stato chiesto «un orario minimo garantito settimanale per tutte le lavoratrici e i lavoratori e la contrattazione dell’organizzazione del lavoro»; «veri diritti sindacali, a partire dalla rappresentanza» e «la possibilità di essere inquadrati come lavoratori subordinati».
Nella realtà dei fatti, a oggi nulla di tutto ciò è stato portato a casa e un contratto pirata (perché non voluto dalle tre sigle sindacali) come potrebbe definire Landini quello di Assodelivery e Ugl, resta l’unica opzione per i rider che non vogliono lavorare da dipendenti.
Potrà, insomma, anche forse non piacere, ma nessun altro è stato in grado di mettere nero su bianco qualcosa di vagamente analogo che offrisse tutele concrete per i ciclofattorini. «Tra le principali novità e tutele apportate dal contratto», ricorda alla Verità Paolo Capone, segretario generale dell’Ugl, «nello specifico è stato stabilito: un compenso minimo pari a 10 euro per ora lavorata (superiore dunque ai nove euro proposti nel caso del salario minimo, ndr), un sistema premiale, pari a 600 euro ogni 2000 consegne effettuate fino a un massimo di 1.500 euro l’anno, indennità integrative, pari al 10%, 15% e 20% in corrispondenza di una, due o tre delle seguenti condizioni: lavoro notturno, festività e maltempo, coperture assicurative contro gli infortuni (Inail) e per danni contro terzi. Occorre tenere presente che senza il Ccnl tali tutele non sarebbero esistite», evidenzia. «Si tratta, dunque, di importanti passi in avanti che vanno incontro alle istanze dei lavoratori. A oggi il settore conta almeno 30.000 account attivi tenendo conto che negli ultimi sei mesi hanno lavorato effettivamente in circa 15-17.000. Al momento l’Ugl è l’organizzazione sindacale maggiormente rappresentativo su scala nazionale, in tutte le regioni, con oltre 1.500 iscritti alle maggiori piattaforme del food delivery».
Come ricorda Capone, Cgil, Cisl e Uil, «hanno firmato un accordo con Just eat a livello subordinato e hanno ottenuto rider scontenti e un’azienda che perde mercato rispetto al cambio di modello. L’autonomia è il fondamento di questo mestiere, senza la quale molti rider non potrebbero più svolgerlo. Basti pensare agli studenti, a quanti lo esercitano anche come seconda attività durante i giorni festivi o nel fine settimana», conclude il numero uno di Ugl.
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Maurizio Landini dice che il salario minimo non basta, attacca taglio del cuneo e welfare aziendale e chiede una stretta sul precariato. In realtà il 97% dei lavoratori è protetto da intese nazionali firmate da una sigla o validate dal Cnel.La sinistra critica il governo scordandosi che Andrea Orlando, all’epoca ministro, bloccò per ragioni politiche l’accordo ottenuto dall’Ugl. A farne le spese sono stati i fattorini.Lo speciale contiene due articoliI cosiddetti contratti pirata, quelli cioè non sottoscritti da categorie o sindacati registrati al Cnel, sono il nemico numero uno del segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. Peccato che, secondo l’ultimo rapporto sul mercato del lavoro (aggiornato a dicembre 2022) redatto dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, siano pochissimi. Landini, in una intervista a Repubblica, sembra non avere dubbi: «Siamo passati in pochi anni da 200 a 1.000 contratti nazionali, di cui 800 pirata», ha detto. «Il salario minimo orario legale deve essere parte di un intervento legislativo che dà valore generale ai contratti nazionali per tutti, in tutti i settori e per tutti i lavoratori, autonomi inclusi», ha continuato. Il governo «non pensi di risolvere l’emergenza dei salari più bassi d’Europa solo con il taglio del cuneo o inventandosi gabbie salariali». I numeri snocciolati dal Cnel, però, sul tema dei contratti nazionali offrono una fotografia ben diversa. I contratti del settore privato rappresentati dal Cnel in Italia sono in totale 946, 208 di questi sono sottoscritti da categoria legate a Cgil, Cisl o Uil e rappresentativi del 97,1% dei lavoratori italiani (in valori assoluti 12,4 milioni di lavoratori). Di questi contratti, 22 sono legati anche a sindacati come Ugl, Cisal, Confsal e Ciu. Si tratta di accordi sottoscritti da questi ultimi per adesione o firma separata. In questo caso è rappresentato il 31,5% dei lavoratori italiani (circa 4,05 milioni di professionisti). Non mancano nemmeno i contratti sottoscritti esclusivamente da categorie Ugl, Cisal, Confsal e Ciu: secondo il Cnel sono 407 e rappresentano il 6,6% (circa 850.000 addetti). Rappresentano, invece, solo lo 0,3% dei lavoratori italiani quelle intese sottoscritte da categorie di altri sindacati non rappresentati al Cnel: si tratta di 347 contratti nazionali che coinvolgono 43.646 professionisti su un totale di 12,8 milioni di lavoratori legati agli accordi approvati dal Cnel. Per intenderci, insomma, la realtà appare ben lontana dagli 800 contratti citati da Landini e ancora più limitata se si guarda alla platea coinvolta. Certo, questo non significa che quasi 44.000 persone non meritino tutele sul lavoro, ma il problema della dilagazione dei contratti pirata citati dal numero uno della Cgil per suffragare la causa del salario minimo viene dunque smentita dai numeri diffusi dal Cnel. Verrebbe forse da pensare che Landini consideri come pirata contratti che non sono stati sottoscritti dalle tre grandi sigle sindacali italiane e che il tema del salario minimo altro non sia che una leva per favorire la contrattazione nazionale con le tre unioni di lavoratori. A dirla tutta, inoltre, nemmeno se tutti i contratti nazionali italiani fossero nati sotto la stella di Cgil, Cisl e Uil questo sarebbe indice di garanzia per i lavoratori. Circa il 30% dei 208 sottoscritti con la «triplice» hanno livelli retributivi al di sotto dei 9 euro lordi l’ora. Questi lavoratori, insomma, meritano di più? Certo. Ma non sembra che, al tempo della loro istituzione i tre sindacati avessero tutta questa intenzione di andare oltre i nove euro proposti oggi da molti partiti dell’opposizione. Come ha spiegato sulla Stampa Massimo Temussi, ex consulente del ministro del Lavoro Marina Elvira Calderone da poco presidente e amministratore delegato dell’Agenzia nazionale politiche attive lavoro (Anpal), «il tema del lavoro povero è serissimo, ma non si risolve per decreto con il salario minimo o con l’assistenzialismo come si è fatto con il reddito di cittadinanza», ha detto. Di simile avviso anche Michele Tiraboschi, il coordinatore scientifico di Adapt, associazione di studi sul lavoro fondata nel 2000 da Marco Biagi. Lo studioso si chiede su Twitter se in tema di salario minimo si stia parlando di «un obbligo a carico dei datori di lavoro o di un vincolo alla libera contrattazione collettiva?». Nel corso dell’analisi stilata da Adapt, si legge che «le intenzioni dei proponenti, seppure non chiarissime, sembrano orientate, almeno nella comunicazione pubblica, in questa seconda direzione e cioè nei termini di un obbligo non solo in capo ai datori di lavoro ma anche dei sistemi di contrattazione collettiva». Solo che, si legge, «questa interpretazione, per quanto sostenibile ai sensi della lettera della proposta, è comunque perentoriamente preclusa dalla nostra Carta costituzionale che, fuori dai limiti di una legge sindacale di attuazione dell’articolo 39, vieta al legislatore di imporre alcun obbligo ai sindacati e conseguentemente ai sistemi di contrattazione collettiva». Inoltre, continua Adapt, «l’imposizione ai contratti collettivi di un minimo tabellare di 9 euro lordi finirebbe per avvantaggiare sicuramente le figure professionali collocate all’ultimo livello dei sistemi di classificazione e inquadramento dei nostri contratti collettivi con forte penalizzazione per i livelli immediatamente superiori (non solo il penultimo) che verrebbero superati». 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Nel 2021 furono infatti in molti a schierarsi contro il contratto ideato dal sindacato Ugl e Assodelivery, associazione che rappresenta l’industria italiana del food delivery a cui aderiscono Deliveroo, Glovo, Social food e Uber eats. Il Pd, ma anche Cgil, Cisl e Uil, affermavano che l’accordo era stato sottoscritto «da un sindacato “di comodo” a tutto vantaggio delle aziende ed escludendo il sindacato confederale Cgil, Cisl, Uil che sta svolgendo una trattativa presso il ministero del Lavoro». La triplice alleanza ai tempi cercò di boicottare il contratto affermando che avrebbe chiesto «l’applicazione delle tutele previste dalla contrattazione collettiva nazionale della logistica e trasporto merci del 2018 sottoscritta per tutto il settore del food delivery quali, tredicesima mensilità, ferie pagate, malattia retribuita, maggiorazioni per lavoro notturno, domenicale e festivo in modo da garantire un salario complessivo maggiore e i diritti tipici del lavoro subordinato». Inoltre, sarebbe stato chiesto «un orario minimo garantito settimanale per tutte le lavoratrici e i lavoratori e la contrattazione dell’organizzazione del lavoro»; «veri diritti sindacali, a partire dalla rappresentanza» e «la possibilità di essere inquadrati come lavoratori subordinati». Nella realtà dei fatti, a oggi nulla di tutto ciò è stato portato a casa e un contratto pirata (perché non voluto dalle tre sigle sindacali) come potrebbe definire Landini quello di Assodelivery e Ugl, resta l’unica opzione per i rider che non vogliono lavorare da dipendenti. Potrà, insomma, anche forse non piacere, ma nessun altro è stato in grado di mettere nero su bianco qualcosa di vagamente analogo che offrisse tutele concrete per i ciclofattorini. «Tra le principali novità e tutele apportate dal contratto», ricorda alla Verità Paolo Capone, segretario generale dell’Ugl, «nello specifico è stato stabilito: un compenso minimo pari a 10 euro per ora lavorata (superiore dunque ai nove euro proposti nel caso del salario minimo, ndr), un sistema premiale, pari a 600 euro ogni 2000 consegne effettuate fino a un massimo di 1.500 euro l’anno, indennità integrative, pari al 10%, 15% e 20% in corrispondenza di una, due o tre delle seguenti condizioni: lavoro notturno, festività e maltempo, coperture assicurative contro gli infortuni (Inail) e per danni contro terzi. Occorre tenere presente che senza il Ccnl tali tutele non sarebbero esistite», evidenzia. «Si tratta, dunque, di importanti passi in avanti che vanno incontro alle istanze dei lavoratori. A oggi il settore conta almeno 30.000 account attivi tenendo conto che negli ultimi sei mesi hanno lavorato effettivamente in circa 15-17.000. Al momento l’Ugl è l’organizzazione sindacale maggiormente rappresentativo su scala nazionale, in tutte le regioni, con oltre 1.500 iscritti alle maggiori piattaforme del food delivery». Come ricorda Capone, Cgil, Cisl e Uil, «hanno firmato un accordo con Just eat a livello subordinato e hanno ottenuto rider scontenti e un’azienda che perde mercato rispetto al cambio di modello. L’autonomia è il fondamento di questo mestiere, senza la quale molti rider non potrebbero più svolgerlo. Basti pensare agli studenti, a quanti lo esercitano anche come seconda attività durante i giorni festivi o nel fine settimana», conclude il numero uno di Ugl.
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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