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2019-10-06
I rimpatri giallorossi? Tutti verso l’Italia
Ansa
«Non urla ma fatti», ha gongolato l'altro giorno il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, presentando il mirabolante decreto rimpatri del nuovo governo. «Se un migrante può stare in Italia si deciderà in 4 mesi e non in due anni», ha aggiunto, con il tono di quello che ha la soluzione in tasca. Tutto vero: i giallorossi non hanno urlato, e ci hanno fornito alcuni fatti in base ai quali possiamo giudicare il loro operato. È un fatto, ad esempio, la circolare del ministero dell'Interno - dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione - datata 24 settembre 2019 che ieri Matteo Salvini ha pubblicato sul suo profilo Facebook. Si tratta di un provvedimento del suo successore, ovvero il ministro Luciana Lamorgese.
L'oggetto è il «trasferimento di numero 90 migranti da Agrigento ad Ancona, Avellino e Terni». Con quel foglio, il Viminale spiega che «in relazione alle esigenze rappresentate dalla Prefettura di Agrigento, si dispone il trasferimento di numero 90 migranti dal centro di accoglienza di Villa Sikania (Agrigento)».
È un atto piuttosto interessante. Vista la provenienza agrigentina, è molto probabile che gli stranieri in questione siano clandestini approdati a Lampedusa e dintorni grazie agli ormai famosi barchini. Di questi, 30 finiranno - per decisione della Lamorgese - nelle strutture di accoglienza di Ancona, 30 in quelle di Avellino e altri 30 nei centri per migranti di Terni.
Ecco qui i «fatti» di cui parlava Di Maio. I rimpatri del governo giallorosso avvengono eccome, solo che gli stranieri vengono rimpatriati... in Italia. Mentre il ministro degli Esteri si vantava delle sue straordinarie trovate per risolvere il grosso guaio chiamato invasione, non solo gli sbarchi si intensificavano, ma il ministero dell'Interno provvedeva a ripartire gli aspiranti profughi freschi di approdo nelle strutture ricettive del Centro Sud.
C'è un altro particolare che merita di essere notato. La circolare risale al 24 settembre. Il giorno prima, Luciana Lamorgese si trovava a Malta per il vertice sull'immigrazione che ha partorito l'accordo farlocco di cui abbiamo raccontato nei giorni scorsi. Parlando con la stampa, il ministro si è mostrato estremamente soddisfatto: «Da oggi - Italia e Malta non sono più sole», ha detto. «C'è la consapevolezza che i due Paesi rappresentano la porta d'Europa». Poi ha precisato: «Il testo predisposto va nella giusta direzione, ci sono contenuti concreti e abbiamo sciolto dei nodi politici complicati».
La Lamorgese ha esplicitamente fatto riferimento alla «redistribuzione dei migranti su base obbligatoria» e, come riportava l'Ansa, ha accennato a «tempi molto rapidi (4 settimane) per i ricollocamenti e, soprattutto, la redistribuzione di tutti i richiedenti asilo e non solo di coloro che hanno ottenuto lo status di rifugiato». Come no. Tempo 24 ore ed ecco la «redistribuzione» alla prova: i migranti sono stati «redistribuiti» in Italia.
Anche perché - se come probabile i migranti di Agrigento sono irregolari giunti su mezzi di fortuna - gli altri Stati membri dell'Ue non sono tenuti a farsene carico. Dunque tocca a noi gestirli, accoglierli, mantenerli e accendere un cero a qualche santo sperando che i Paesi di provenienza, prima o poi, se li riprendano.
Forse è anche per questo motivo che, nelle ultime ore, la Lamorgese sta cercando in ogni modo di smorzare i toni. Dopo le sparate di Di Maio sui rimpatri alla velocità della luce, infatti, il ministro dell'Interno ci ha tenuto a precisare che «l'immigrazione è un problema strutturale, nessuno ha la bacchetta magica». E ancora: «Sicuramente il decreto può essere utile a diminuire i tempi medi, ma è difficile ora dire se saranno di un mese o due mesi». In pratica, è una mezza ammissione di impotenza. Il capo dimezzato dei 5 stelle si vantava, e subito la collega del Viminale ha fatto capire che c'è poco da festeggiare, perché gli arrivi di stranieri proseguono, e la gestione rimane in capo a noi.
Ovviamente il governo giallorosso sta bene attento a non citare le spartizioni di presunti profughi nel nostro Paese. Continuano a ragionare di strategie europee (anche piuttosto fumose) e a parlare di «discontinuità con la precedente gestione». Intanto, però, il meccanismo di Profugopoli sta ricominciando a funzionare a pieno regime.
Dipende anche da questo, con tutta probabilità, la scelta delle destinazioni finali dei 90 migranti provenienti da Agrigento. Le Marche sono governate dal Partito democratico (e Ancona è amministrata dal medesimo Pd). Avellino ha un sindaco di centrosinistra in una Regione a guida Pd. Unico piccolo ostacolo potrebbe essere l'Umbria. Ancora per qualche tempo è una Regione rossa, ma il sindaco di Terni è della Lega. E infatti si è risentito non poco. «Apprendo con stupore e preoccupazione la notizia dell'arrivo presso le strutture di accoglienza della Prefettura di Terni di 30 immigrati», ha detto ieri il primo cittadino Leonardo Latini. «Dopo un periodo di relativa calma, dispiace notare che gli sbarchi sulle coste italiane sono nuovamente ripresi e che a pagarne il prezzo sia solo l'Italia e in particolare i Comuni e i cittadini. Chiederò un incontro alla Prefettura di Terni al fine di evitare che la città paghi un peso sociale eccessivo rispetto alle sue reali capacità, tenuto conto anche del significativo contributo offerto già negli ultimi anni in tema di accoglienza».
Tutto come prima, compreso il sindaco che viene a conoscenza dell'arrivo degli stranieri dal suo capo partito. Segno che il ministero dell'Interno ha taciuto e la Prefettura non lo ha informato. Sembra proprio che, rispetto ai bei tempi del 2016 e del 2017, non sia cambiato proprio nulla nell'atteggiamento dei progressisti. Si vede che anche la sinistra, a modo suo, ci tiene alle tradizioni...
I dati sui clandestini nascosti da anni
È evidente a tutti che l'Ufficio studi di Confcommercio, guidato da un analista rigoroso come Mariano Bella, non sia un «pericoloso» covo di populisti e di sovranisti, e meno che mai una fucina di posizioni estreme o una fabbrica di report gratuitamente polemici o «politicamente motivati».
A maggior ragione, il tragico fatto di sangue dell'altro giorno a Trieste impone di richiamare all'attenzione di tutti una ricerca elaborata da quel centro studi nel dicembre del 2016, e tutta centrata sul tasso di criminalità di tre fasce di popolazione: gli italiani, gli stranieri regolari, gli stranieri irregolari.
Quella ricerca - con poche eccezioni - è stata sistematicamente censurata dal complesso dei media italiani, scritti e audiovisivi, proprio perché, senza enfasi e senza commenti, ma solo con la nuda forza delle cifre, mostrava un'evidenza assai preoccupante.
L'analisi di Confcommercio era basata su dati Istat, ministero dell'Interno e Icsa, e ha considerato come ipotesi di lavoro una presenza media annua in Italia di 400.000 stranieri irregolari. Dopo di che, ha selezionato un pacchetto di reati molto frequenti e molto odiosi, e ha cercato di capire come fossero (e siano tuttora) distribuiti in quelle tre platee.
I reati sono: tentati omicidi, lesioni dolose, minacce, sequestri di persona, violenze sessuali, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti, reati legati agli stupefacenti, contrabbando. Insomma, un pacchetto di dodici crimini molto gravi e di notevole allarme sociale.
E cosa è venuto fuori? Su mille italiani residenti, il tasso di criminalità è risultato pari a 4 (cioè 4 italiani su 1000 sono risultati coinvolti in questo genere di reati, e, più in generale, nel circuito criminale). Su mille stranieri regolari, il numero sale a 8. E - attenzione - su mille irregolari il dato si impenna fino alla cifra paurosa di 246 su 1000, praticamente uno su quattro.
Detta in termini ancora più brutali: la propensione a delinquere degli stranieri irregolari è 57 volte quella degli italiani e 29 volte quella degli stranieri regolari (che a loro volta delinquono il doppio degli italiani).
Non si tratta di seminare il panico o di alimentare la xenofobia, ma di guardare negli occhi una realtà spiacevole. La clandestinità e l'immigrazione caotica e fuori controllo generano un immediato ingresso nel circuito criminale. E - di conseguenza - solo un'immigrazione limitata, regolare, controllatissima, possibilmente collegata alle reali esigenze del nostro mercato del lavoro, può evitare (e nemmeno del tutto, come le cifre suggeriscono) questa deriva. È quanto la sinistra ha continuato a negare per anni, in contrasto con la sensibilità della stragrande maggioranza degli elettori.
Dunque, con tre anni di anticipo e da un osservatorio indipendente e non sospettabile di partigianeria politica, viene una conferma di ciò che anche il capo della Polizia, Franco Gabrielli, proprio l'altro giorno, poche ore prima del tragico evento di Trieste, aveva riconosciuto: i reati saranno pure complessivamente in calo, ma sono sempre più stranieri a commetterli, in pratica un reato su tre è commesso da stranieri.
«C'è un dato inequivocabile», aveva detto Gabrielli: «Da 10 anni in Italia i reati fanno segnare un trend in calo complessivo. Ma c'è anche, negli ultimi anni, un aumento degli stranieri coinvolti tra arrestati e denunciati. Nel 2016, su 893 mila persone denunciate e arrestate, avevamo il 29,2% degli stranieri coinvolti; nel 2017 la percentuale è salita al 29,8%, l'anno dopo al 32% e nei primi nove mesi del 2019 il trend è lo stesso, poco sotto il 32%».
Dopo la grande emozione di Trieste, e dopo questo lutto, resta da capire se qualcuno vorrà riprendere in mano quel report di Confcommercio, e trarne precise conseguenze in materia di politica dell'ordine pubblico e dell'immigrazione.
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Si ricomincia: il Viminale invia 90 stranieri appena sbarcati in Umbria, Marche e Campania. Ecco il risultato dei porti aperti.Il capo della polizia Franco Gabrielli ha lanciato l'allarme venerdì, ma la dura verità sui reati degli irregolari (e non solo) era già nota. Come dimostra un autorevole studio del 2016.Lo speciale contiene due articoli.«Non urla ma fatti», ha gongolato l'altro giorno il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, presentando il mirabolante decreto rimpatri del nuovo governo. «Se un migrante può stare in Italia si deciderà in 4 mesi e non in due anni», ha aggiunto, con il tono di quello che ha la soluzione in tasca. Tutto vero: i giallorossi non hanno urlato, e ci hanno fornito alcuni fatti in base ai quali possiamo giudicare il loro operato. È un fatto, ad esempio, la circolare del ministero dell'Interno - dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione - datata 24 settembre 2019 che ieri Matteo Salvini ha pubblicato sul suo profilo Facebook. Si tratta di un provvedimento del suo successore, ovvero il ministro Luciana Lamorgese. L'oggetto è il «trasferimento di numero 90 migranti da Agrigento ad Ancona, Avellino e Terni». Con quel foglio, il Viminale spiega che «in relazione alle esigenze rappresentate dalla Prefettura di Agrigento, si dispone il trasferimento di numero 90 migranti dal centro di accoglienza di Villa Sikania (Agrigento)». È un atto piuttosto interessante. Vista la provenienza agrigentina, è molto probabile che gli stranieri in questione siano clandestini approdati a Lampedusa e dintorni grazie agli ormai famosi barchini. Di questi, 30 finiranno - per decisione della Lamorgese - nelle strutture di accoglienza di Ancona, 30 in quelle di Avellino e altri 30 nei centri per migranti di Terni. Ecco qui i «fatti» di cui parlava Di Maio. I rimpatri del governo giallorosso avvengono eccome, solo che gli stranieri vengono rimpatriati... in Italia. Mentre il ministro degli Esteri si vantava delle sue straordinarie trovate per risolvere il grosso guaio chiamato invasione, non solo gli sbarchi si intensificavano, ma il ministero dell'Interno provvedeva a ripartire gli aspiranti profughi freschi di approdo nelle strutture ricettive del Centro Sud. C'è un altro particolare che merita di essere notato. La circolare risale al 24 settembre. Il giorno prima, Luciana Lamorgese si trovava a Malta per il vertice sull'immigrazione che ha partorito l'accordo farlocco di cui abbiamo raccontato nei giorni scorsi. Parlando con la stampa, il ministro si è mostrato estremamente soddisfatto: «Da oggi - Italia e Malta non sono più sole», ha detto. «C'è la consapevolezza che i due Paesi rappresentano la porta d'Europa». Poi ha precisato: «Il testo predisposto va nella giusta direzione, ci sono contenuti concreti e abbiamo sciolto dei nodi politici complicati». La Lamorgese ha esplicitamente fatto riferimento alla «redistribuzione dei migranti su base obbligatoria» e, come riportava l'Ansa, ha accennato a «tempi molto rapidi (4 settimane) per i ricollocamenti e, soprattutto, la redistribuzione di tutti i richiedenti asilo e non solo di coloro che hanno ottenuto lo status di rifugiato». Come no. Tempo 24 ore ed ecco la «redistribuzione» alla prova: i migranti sono stati «redistribuiti» in Italia. Anche perché - se come probabile i migranti di Agrigento sono irregolari giunti su mezzi di fortuna - gli altri Stati membri dell'Ue non sono tenuti a farsene carico. Dunque tocca a noi gestirli, accoglierli, mantenerli e accendere un cero a qualche santo sperando che i Paesi di provenienza, prima o poi, se li riprendano. Forse è anche per questo motivo che, nelle ultime ore, la Lamorgese sta cercando in ogni modo di smorzare i toni. Dopo le sparate di Di Maio sui rimpatri alla velocità della luce, infatti, il ministro dell'Interno ci ha tenuto a precisare che «l'immigrazione è un problema strutturale, nessuno ha la bacchetta magica». E ancora: «Sicuramente il decreto può essere utile a diminuire i tempi medi, ma è difficile ora dire se saranno di un mese o due mesi». In pratica, è una mezza ammissione di impotenza. Il capo dimezzato dei 5 stelle si vantava, e subito la collega del Viminale ha fatto capire che c'è poco da festeggiare, perché gli arrivi di stranieri proseguono, e la gestione rimane in capo a noi. Ovviamente il governo giallorosso sta bene attento a non citare le spartizioni di presunti profughi nel nostro Paese. Continuano a ragionare di strategie europee (anche piuttosto fumose) e a parlare di «discontinuità con la precedente gestione». Intanto, però, il meccanismo di Profugopoli sta ricominciando a funzionare a pieno regime. Dipende anche da questo, con tutta probabilità, la scelta delle destinazioni finali dei 90 migranti provenienti da Agrigento. Le Marche sono governate dal Partito democratico (e Ancona è amministrata dal medesimo Pd). Avellino ha un sindaco di centrosinistra in una Regione a guida Pd. Unico piccolo ostacolo potrebbe essere l'Umbria. Ancora per qualche tempo è una Regione rossa, ma il sindaco di Terni è della Lega. E infatti si è risentito non poco. «Apprendo con stupore e preoccupazione la notizia dell'arrivo presso le strutture di accoglienza della Prefettura di Terni di 30 immigrati», ha detto ieri il primo cittadino Leonardo Latini. «Dopo un periodo di relativa calma, dispiace notare che gli sbarchi sulle coste italiane sono nuovamente ripresi e che a pagarne il prezzo sia solo l'Italia e in particolare i Comuni e i cittadini. Chiederò un incontro alla Prefettura di Terni al fine di evitare che la città paghi un peso sociale eccessivo rispetto alle sue reali capacità, tenuto conto anche del significativo contributo offerto già negli ultimi anni in tema di accoglienza». Tutto come prima, compreso il sindaco che viene a conoscenza dell'arrivo degli stranieri dal suo capo partito. Segno che il ministero dell'Interno ha taciuto e la Prefettura non lo ha informato. Sembra proprio che, rispetto ai bei tempi del 2016 e del 2017, non sia cambiato proprio nulla nell'atteggiamento dei progressisti. Si vede che anche la sinistra, a modo suo, ci tiene alle tradizioni...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-rimpatri-giallorossi-migranti-spartiti-fra-3-regioni-italiane-tutte-a-guida-pd-2640857798.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-dati-sui-clandestini-nascosti-da-anni" data-post-id="2640857798" data-published-at="1767759289" data-use-pagination="False"> I dati sui clandestini nascosti da anni È evidente a tutti che l'Ufficio studi di Confcommercio, guidato da un analista rigoroso come Mariano Bella, non sia un «pericoloso» covo di populisti e di sovranisti, e meno che mai una fucina di posizioni estreme o una fabbrica di report gratuitamente polemici o «politicamente motivati». A maggior ragione, il tragico fatto di sangue dell'altro giorno a Trieste impone di richiamare all'attenzione di tutti una ricerca elaborata da quel centro studi nel dicembre del 2016, e tutta centrata sul tasso di criminalità di tre fasce di popolazione: gli italiani, gli stranieri regolari, gli stranieri irregolari. Quella ricerca - con poche eccezioni - è stata sistematicamente censurata dal complesso dei media italiani, scritti e audiovisivi, proprio perché, senza enfasi e senza commenti, ma solo con la nuda forza delle cifre, mostrava un'evidenza assai preoccupante. L'analisi di Confcommercio era basata su dati Istat, ministero dell'Interno e Icsa, e ha considerato come ipotesi di lavoro una presenza media annua in Italia di 400.000 stranieri irregolari. Dopo di che, ha selezionato un pacchetto di reati molto frequenti e molto odiosi, e ha cercato di capire come fossero (e siano tuttora) distribuiti in quelle tre platee. I reati sono: tentati omicidi, lesioni dolose, minacce, sequestri di persona, violenze sessuali, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti, reati legati agli stupefacenti, contrabbando. Insomma, un pacchetto di dodici crimini molto gravi e di notevole allarme sociale. E cosa è venuto fuori? Su mille italiani residenti, il tasso di criminalità è risultato pari a 4 (cioè 4 italiani su 1000 sono risultati coinvolti in questo genere di reati, e, più in generale, nel circuito criminale). Su mille stranieri regolari, il numero sale a 8. E - attenzione - su mille irregolari il dato si impenna fino alla cifra paurosa di 246 su 1000, praticamente uno su quattro. Detta in termini ancora più brutali: la propensione a delinquere degli stranieri irregolari è 57 volte quella degli italiani e 29 volte quella degli stranieri regolari (che a loro volta delinquono il doppio degli italiani). Non si tratta di seminare il panico o di alimentare la xenofobia, ma di guardare negli occhi una realtà spiacevole. La clandestinità e l'immigrazione caotica e fuori controllo generano un immediato ingresso nel circuito criminale. E - di conseguenza - solo un'immigrazione limitata, regolare, controllatissima, possibilmente collegata alle reali esigenze del nostro mercato del lavoro, può evitare (e nemmeno del tutto, come le cifre suggeriscono) questa deriva. È quanto la sinistra ha continuato a negare per anni, in contrasto con la sensibilità della stragrande maggioranza degli elettori. Dunque, con tre anni di anticipo e da un osservatorio indipendente e non sospettabile di partigianeria politica, viene una conferma di ciò che anche il capo della Polizia, Franco Gabrielli, proprio l'altro giorno, poche ore prima del tragico evento di Trieste, aveva riconosciuto: i reati saranno pure complessivamente in calo, ma sono sempre più stranieri a commetterli, in pratica un reato su tre è commesso da stranieri. «C'è un dato inequivocabile», aveva detto Gabrielli: «Da 10 anni in Italia i reati fanno segnare un trend in calo complessivo. Ma c'è anche, negli ultimi anni, un aumento degli stranieri coinvolti tra arrestati e denunciati. Nel 2016, su 893 mila persone denunciate e arrestate, avevamo il 29,2% degli stranieri coinvolti; nel 2017 la percentuale è salita al 29,8%, l'anno dopo al 32% e nei primi nove mesi del 2019 il trend è lo stesso, poco sotto il 32%». Dopo la grande emozione di Trieste, e dopo questo lutto, resta da capire se qualcuno vorrà riprendere in mano quel report di Confcommercio, e trarne precise conseguenze in materia di politica dell'ordine pubblico e dell'immigrazione.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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