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2019-10-06
I rimpatri giallorossi? Tutti verso l’Italia
Ansa
«Non urla ma fatti», ha gongolato l'altro giorno il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, presentando il mirabolante decreto rimpatri del nuovo governo. «Se un migrante può stare in Italia si deciderà in 4 mesi e non in due anni», ha aggiunto, con il tono di quello che ha la soluzione in tasca. Tutto vero: i giallorossi non hanno urlato, e ci hanno fornito alcuni fatti in base ai quali possiamo giudicare il loro operato. È un fatto, ad esempio, la circolare del ministero dell'Interno - dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione - datata 24 settembre 2019 che ieri Matteo Salvini ha pubblicato sul suo profilo Facebook. Si tratta di un provvedimento del suo successore, ovvero il ministro Luciana Lamorgese.
L'oggetto è il «trasferimento di numero 90 migranti da Agrigento ad Ancona, Avellino e Terni». Con quel foglio, il Viminale spiega che «in relazione alle esigenze rappresentate dalla Prefettura di Agrigento, si dispone il trasferimento di numero 90 migranti dal centro di accoglienza di Villa Sikania (Agrigento)».
È un atto piuttosto interessante. Vista la provenienza agrigentina, è molto probabile che gli stranieri in questione siano clandestini approdati a Lampedusa e dintorni grazie agli ormai famosi barchini. Di questi, 30 finiranno - per decisione della Lamorgese - nelle strutture di accoglienza di Ancona, 30 in quelle di Avellino e altri 30 nei centri per migranti di Terni.
Ecco qui i «fatti» di cui parlava Di Maio. I rimpatri del governo giallorosso avvengono eccome, solo che gli stranieri vengono rimpatriati... in Italia. Mentre il ministro degli Esteri si vantava delle sue straordinarie trovate per risolvere il grosso guaio chiamato invasione, non solo gli sbarchi si intensificavano, ma il ministero dell'Interno provvedeva a ripartire gli aspiranti profughi freschi di approdo nelle strutture ricettive del Centro Sud.
C'è un altro particolare che merita di essere notato. La circolare risale al 24 settembre. Il giorno prima, Luciana Lamorgese si trovava a Malta per il vertice sull'immigrazione che ha partorito l'accordo farlocco di cui abbiamo raccontato nei giorni scorsi. Parlando con la stampa, il ministro si è mostrato estremamente soddisfatto: «Da oggi - Italia e Malta non sono più sole», ha detto. «C'è la consapevolezza che i due Paesi rappresentano la porta d'Europa». Poi ha precisato: «Il testo predisposto va nella giusta direzione, ci sono contenuti concreti e abbiamo sciolto dei nodi politici complicati».
La Lamorgese ha esplicitamente fatto riferimento alla «redistribuzione dei migranti su base obbligatoria» e, come riportava l'Ansa, ha accennato a «tempi molto rapidi (4 settimane) per i ricollocamenti e, soprattutto, la redistribuzione di tutti i richiedenti asilo e non solo di coloro che hanno ottenuto lo status di rifugiato». Come no. Tempo 24 ore ed ecco la «redistribuzione» alla prova: i migranti sono stati «redistribuiti» in Italia.
Anche perché - se come probabile i migranti di Agrigento sono irregolari giunti su mezzi di fortuna - gli altri Stati membri dell'Ue non sono tenuti a farsene carico. Dunque tocca a noi gestirli, accoglierli, mantenerli e accendere un cero a qualche santo sperando che i Paesi di provenienza, prima o poi, se li riprendano.
Forse è anche per questo motivo che, nelle ultime ore, la Lamorgese sta cercando in ogni modo di smorzare i toni. Dopo le sparate di Di Maio sui rimpatri alla velocità della luce, infatti, il ministro dell'Interno ci ha tenuto a precisare che «l'immigrazione è un problema strutturale, nessuno ha la bacchetta magica». E ancora: «Sicuramente il decreto può essere utile a diminuire i tempi medi, ma è difficile ora dire se saranno di un mese o due mesi». In pratica, è una mezza ammissione di impotenza. Il capo dimezzato dei 5 stelle si vantava, e subito la collega del Viminale ha fatto capire che c'è poco da festeggiare, perché gli arrivi di stranieri proseguono, e la gestione rimane in capo a noi.
Ovviamente il governo giallorosso sta bene attento a non citare le spartizioni di presunti profughi nel nostro Paese. Continuano a ragionare di strategie europee (anche piuttosto fumose) e a parlare di «discontinuità con la precedente gestione». Intanto, però, il meccanismo di Profugopoli sta ricominciando a funzionare a pieno regime.
Dipende anche da questo, con tutta probabilità, la scelta delle destinazioni finali dei 90 migranti provenienti da Agrigento. Le Marche sono governate dal Partito democratico (e Ancona è amministrata dal medesimo Pd). Avellino ha un sindaco di centrosinistra in una Regione a guida Pd. Unico piccolo ostacolo potrebbe essere l'Umbria. Ancora per qualche tempo è una Regione rossa, ma il sindaco di Terni è della Lega. E infatti si è risentito non poco. «Apprendo con stupore e preoccupazione la notizia dell'arrivo presso le strutture di accoglienza della Prefettura di Terni di 30 immigrati», ha detto ieri il primo cittadino Leonardo Latini. «Dopo un periodo di relativa calma, dispiace notare che gli sbarchi sulle coste italiane sono nuovamente ripresi e che a pagarne il prezzo sia solo l'Italia e in particolare i Comuni e i cittadini. Chiederò un incontro alla Prefettura di Terni al fine di evitare che la città paghi un peso sociale eccessivo rispetto alle sue reali capacità, tenuto conto anche del significativo contributo offerto già negli ultimi anni in tema di accoglienza».
Tutto come prima, compreso il sindaco che viene a conoscenza dell'arrivo degli stranieri dal suo capo partito. Segno che il ministero dell'Interno ha taciuto e la Prefettura non lo ha informato. Sembra proprio che, rispetto ai bei tempi del 2016 e del 2017, non sia cambiato proprio nulla nell'atteggiamento dei progressisti. Si vede che anche la sinistra, a modo suo, ci tiene alle tradizioni...
I dati sui clandestini nascosti da anni
È evidente a tutti che l'Ufficio studi di Confcommercio, guidato da un analista rigoroso come Mariano Bella, non sia un «pericoloso» covo di populisti e di sovranisti, e meno che mai una fucina di posizioni estreme o una fabbrica di report gratuitamente polemici o «politicamente motivati».
A maggior ragione, il tragico fatto di sangue dell'altro giorno a Trieste impone di richiamare all'attenzione di tutti una ricerca elaborata da quel centro studi nel dicembre del 2016, e tutta centrata sul tasso di criminalità di tre fasce di popolazione: gli italiani, gli stranieri regolari, gli stranieri irregolari.
Quella ricerca - con poche eccezioni - è stata sistematicamente censurata dal complesso dei media italiani, scritti e audiovisivi, proprio perché, senza enfasi e senza commenti, ma solo con la nuda forza delle cifre, mostrava un'evidenza assai preoccupante.
L'analisi di Confcommercio era basata su dati Istat, ministero dell'Interno e Icsa, e ha considerato come ipotesi di lavoro una presenza media annua in Italia di 400.000 stranieri irregolari. Dopo di che, ha selezionato un pacchetto di reati molto frequenti e molto odiosi, e ha cercato di capire come fossero (e siano tuttora) distribuiti in quelle tre platee.
I reati sono: tentati omicidi, lesioni dolose, minacce, sequestri di persona, violenze sessuali, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti, reati legati agli stupefacenti, contrabbando. Insomma, un pacchetto di dodici crimini molto gravi e di notevole allarme sociale.
E cosa è venuto fuori? Su mille italiani residenti, il tasso di criminalità è risultato pari a 4 (cioè 4 italiani su 1000 sono risultati coinvolti in questo genere di reati, e, più in generale, nel circuito criminale). Su mille stranieri regolari, il numero sale a 8. E - attenzione - su mille irregolari il dato si impenna fino alla cifra paurosa di 246 su 1000, praticamente uno su quattro.
Detta in termini ancora più brutali: la propensione a delinquere degli stranieri irregolari è 57 volte quella degli italiani e 29 volte quella degli stranieri regolari (che a loro volta delinquono il doppio degli italiani).
Non si tratta di seminare il panico o di alimentare la xenofobia, ma di guardare negli occhi una realtà spiacevole. La clandestinità e l'immigrazione caotica e fuori controllo generano un immediato ingresso nel circuito criminale. E - di conseguenza - solo un'immigrazione limitata, regolare, controllatissima, possibilmente collegata alle reali esigenze del nostro mercato del lavoro, può evitare (e nemmeno del tutto, come le cifre suggeriscono) questa deriva. È quanto la sinistra ha continuato a negare per anni, in contrasto con la sensibilità della stragrande maggioranza degli elettori.
Dunque, con tre anni di anticipo e da un osservatorio indipendente e non sospettabile di partigianeria politica, viene una conferma di ciò che anche il capo della Polizia, Franco Gabrielli, proprio l'altro giorno, poche ore prima del tragico evento di Trieste, aveva riconosciuto: i reati saranno pure complessivamente in calo, ma sono sempre più stranieri a commetterli, in pratica un reato su tre è commesso da stranieri.
«C'è un dato inequivocabile», aveva detto Gabrielli: «Da 10 anni in Italia i reati fanno segnare un trend in calo complessivo. Ma c'è anche, negli ultimi anni, un aumento degli stranieri coinvolti tra arrestati e denunciati. Nel 2016, su 893 mila persone denunciate e arrestate, avevamo il 29,2% degli stranieri coinvolti; nel 2017 la percentuale è salita al 29,8%, l'anno dopo al 32% e nei primi nove mesi del 2019 il trend è lo stesso, poco sotto il 32%».
Dopo la grande emozione di Trieste, e dopo questo lutto, resta da capire se qualcuno vorrà riprendere in mano quel report di Confcommercio, e trarne precise conseguenze in materia di politica dell'ordine pubblico e dell'immigrazione.
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Si ricomincia: il Viminale invia 90 stranieri appena sbarcati in Umbria, Marche e Campania. Ecco il risultato dei porti aperti.Il capo della polizia Franco Gabrielli ha lanciato l'allarme venerdì, ma la dura verità sui reati degli irregolari (e non solo) era già nota. Come dimostra un autorevole studio del 2016.Lo speciale contiene due articoli.«Non urla ma fatti», ha gongolato l'altro giorno il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, presentando il mirabolante decreto rimpatri del nuovo governo. «Se un migrante può stare in Italia si deciderà in 4 mesi e non in due anni», ha aggiunto, con il tono di quello che ha la soluzione in tasca. Tutto vero: i giallorossi non hanno urlato, e ci hanno fornito alcuni fatti in base ai quali possiamo giudicare il loro operato. È un fatto, ad esempio, la circolare del ministero dell'Interno - dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione - datata 24 settembre 2019 che ieri Matteo Salvini ha pubblicato sul suo profilo Facebook. Si tratta di un provvedimento del suo successore, ovvero il ministro Luciana Lamorgese. L'oggetto è il «trasferimento di numero 90 migranti da Agrigento ad Ancona, Avellino e Terni». Con quel foglio, il Viminale spiega che «in relazione alle esigenze rappresentate dalla Prefettura di Agrigento, si dispone il trasferimento di numero 90 migranti dal centro di accoglienza di Villa Sikania (Agrigento)». È un atto piuttosto interessante. Vista la provenienza agrigentina, è molto probabile che gli stranieri in questione siano clandestini approdati a Lampedusa e dintorni grazie agli ormai famosi barchini. Di questi, 30 finiranno - per decisione della Lamorgese - nelle strutture di accoglienza di Ancona, 30 in quelle di Avellino e altri 30 nei centri per migranti di Terni. Ecco qui i «fatti» di cui parlava Di Maio. I rimpatri del governo giallorosso avvengono eccome, solo che gli stranieri vengono rimpatriati... in Italia. Mentre il ministro degli Esteri si vantava delle sue straordinarie trovate per risolvere il grosso guaio chiamato invasione, non solo gli sbarchi si intensificavano, ma il ministero dell'Interno provvedeva a ripartire gli aspiranti profughi freschi di approdo nelle strutture ricettive del Centro Sud. C'è un altro particolare che merita di essere notato. La circolare risale al 24 settembre. Il giorno prima, Luciana Lamorgese si trovava a Malta per il vertice sull'immigrazione che ha partorito l'accordo farlocco di cui abbiamo raccontato nei giorni scorsi. Parlando con la stampa, il ministro si è mostrato estremamente soddisfatto: «Da oggi - Italia e Malta non sono più sole», ha detto. «C'è la consapevolezza che i due Paesi rappresentano la porta d'Europa». Poi ha precisato: «Il testo predisposto va nella giusta direzione, ci sono contenuti concreti e abbiamo sciolto dei nodi politici complicati». La Lamorgese ha esplicitamente fatto riferimento alla «redistribuzione dei migranti su base obbligatoria» e, come riportava l'Ansa, ha accennato a «tempi molto rapidi (4 settimane) per i ricollocamenti e, soprattutto, la redistribuzione di tutti i richiedenti asilo e non solo di coloro che hanno ottenuto lo status di rifugiato». Come no. Tempo 24 ore ed ecco la «redistribuzione» alla prova: i migranti sono stati «redistribuiti» in Italia. Anche perché - se come probabile i migranti di Agrigento sono irregolari giunti su mezzi di fortuna - gli altri Stati membri dell'Ue non sono tenuti a farsene carico. Dunque tocca a noi gestirli, accoglierli, mantenerli e accendere un cero a qualche santo sperando che i Paesi di provenienza, prima o poi, se li riprendano. Forse è anche per questo motivo che, nelle ultime ore, la Lamorgese sta cercando in ogni modo di smorzare i toni. Dopo le sparate di Di Maio sui rimpatri alla velocità della luce, infatti, il ministro dell'Interno ci ha tenuto a precisare che «l'immigrazione è un problema strutturale, nessuno ha la bacchetta magica». E ancora: «Sicuramente il decreto può essere utile a diminuire i tempi medi, ma è difficile ora dire se saranno di un mese o due mesi». In pratica, è una mezza ammissione di impotenza. Il capo dimezzato dei 5 stelle si vantava, e subito la collega del Viminale ha fatto capire che c'è poco da festeggiare, perché gli arrivi di stranieri proseguono, e la gestione rimane in capo a noi. Ovviamente il governo giallorosso sta bene attento a non citare le spartizioni di presunti profughi nel nostro Paese. Continuano a ragionare di strategie europee (anche piuttosto fumose) e a parlare di «discontinuità con la precedente gestione». Intanto, però, il meccanismo di Profugopoli sta ricominciando a funzionare a pieno regime. Dipende anche da questo, con tutta probabilità, la scelta delle destinazioni finali dei 90 migranti provenienti da Agrigento. Le Marche sono governate dal Partito democratico (e Ancona è amministrata dal medesimo Pd). Avellino ha un sindaco di centrosinistra in una Regione a guida Pd. Unico piccolo ostacolo potrebbe essere l'Umbria. Ancora per qualche tempo è una Regione rossa, ma il sindaco di Terni è della Lega. E infatti si è risentito non poco. «Apprendo con stupore e preoccupazione la notizia dell'arrivo presso le strutture di accoglienza della Prefettura di Terni di 30 immigrati», ha detto ieri il primo cittadino Leonardo Latini. «Dopo un periodo di relativa calma, dispiace notare che gli sbarchi sulle coste italiane sono nuovamente ripresi e che a pagarne il prezzo sia solo l'Italia e in particolare i Comuni e i cittadini. Chiederò un incontro alla Prefettura di Terni al fine di evitare che la città paghi un peso sociale eccessivo rispetto alle sue reali capacità, tenuto conto anche del significativo contributo offerto già negli ultimi anni in tema di accoglienza». Tutto come prima, compreso il sindaco che viene a conoscenza dell'arrivo degli stranieri dal suo capo partito. Segno che il ministero dell'Interno ha taciuto e la Prefettura non lo ha informato. Sembra proprio che, rispetto ai bei tempi del 2016 e del 2017, non sia cambiato proprio nulla nell'atteggiamento dei progressisti. Si vede che anche la sinistra, a modo suo, ci tiene alle tradizioni...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-rimpatri-giallorossi-migranti-spartiti-fra-3-regioni-italiane-tutte-a-guida-pd-2640857798.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-dati-sui-clandestini-nascosti-da-anni" data-post-id="2640857798" data-published-at="1780382041" data-use-pagination="False"> I dati sui clandestini nascosti da anni È evidente a tutti che l'Ufficio studi di Confcommercio, guidato da un analista rigoroso come Mariano Bella, non sia un «pericoloso» covo di populisti e di sovranisti, e meno che mai una fucina di posizioni estreme o una fabbrica di report gratuitamente polemici o «politicamente motivati». A maggior ragione, il tragico fatto di sangue dell'altro giorno a Trieste impone di richiamare all'attenzione di tutti una ricerca elaborata da quel centro studi nel dicembre del 2016, e tutta centrata sul tasso di criminalità di tre fasce di popolazione: gli italiani, gli stranieri regolari, gli stranieri irregolari. Quella ricerca - con poche eccezioni - è stata sistematicamente censurata dal complesso dei media italiani, scritti e audiovisivi, proprio perché, senza enfasi e senza commenti, ma solo con la nuda forza delle cifre, mostrava un'evidenza assai preoccupante. L'analisi di Confcommercio era basata su dati Istat, ministero dell'Interno e Icsa, e ha considerato come ipotesi di lavoro una presenza media annua in Italia di 400.000 stranieri irregolari. Dopo di che, ha selezionato un pacchetto di reati molto frequenti e molto odiosi, e ha cercato di capire come fossero (e siano tuttora) distribuiti in quelle tre platee. I reati sono: tentati omicidi, lesioni dolose, minacce, sequestri di persona, violenze sessuali, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti, reati legati agli stupefacenti, contrabbando. Insomma, un pacchetto di dodici crimini molto gravi e di notevole allarme sociale. E cosa è venuto fuori? Su mille italiani residenti, il tasso di criminalità è risultato pari a 4 (cioè 4 italiani su 1000 sono risultati coinvolti in questo genere di reati, e, più in generale, nel circuito criminale). Su mille stranieri regolari, il numero sale a 8. E - attenzione - su mille irregolari il dato si impenna fino alla cifra paurosa di 246 su 1000, praticamente uno su quattro. Detta in termini ancora più brutali: la propensione a delinquere degli stranieri irregolari è 57 volte quella degli italiani e 29 volte quella degli stranieri regolari (che a loro volta delinquono il doppio degli italiani). Non si tratta di seminare il panico o di alimentare la xenofobia, ma di guardare negli occhi una realtà spiacevole. La clandestinità e l'immigrazione caotica e fuori controllo generano un immediato ingresso nel circuito criminale. E - di conseguenza - solo un'immigrazione limitata, regolare, controllatissima, possibilmente collegata alle reali esigenze del nostro mercato del lavoro, può evitare (e nemmeno del tutto, come le cifre suggeriscono) questa deriva. È quanto la sinistra ha continuato a negare per anni, in contrasto con la sensibilità della stragrande maggioranza degli elettori. Dunque, con tre anni di anticipo e da un osservatorio indipendente e non sospettabile di partigianeria politica, viene una conferma di ciò che anche il capo della Polizia, Franco Gabrielli, proprio l'altro giorno, poche ore prima del tragico evento di Trieste, aveva riconosciuto: i reati saranno pure complessivamente in calo, ma sono sempre più stranieri a commetterli, in pratica un reato su tre è commesso da stranieri. «C'è un dato inequivocabile», aveva detto Gabrielli: «Da 10 anni in Italia i reati fanno segnare un trend in calo complessivo. Ma c'è anche, negli ultimi anni, un aumento degli stranieri coinvolti tra arrestati e denunciati. Nel 2016, su 893 mila persone denunciate e arrestate, avevamo il 29,2% degli stranieri coinvolti; nel 2017 la percentuale è salita al 29,8%, l'anno dopo al 32% e nei primi nove mesi del 2019 il trend è lo stesso, poco sotto il 32%». Dopo la grande emozione di Trieste, e dopo questo lutto, resta da capire se qualcuno vorrà riprendere in mano quel report di Confcommercio, e trarne precise conseguenze in materia di politica dell'ordine pubblico e dell'immigrazione.
Il cantiere del nuovo consolato americano che sorgerà a Milano (Ansa)
Gli altri settori produttivi le devono pagare un tributo crescente, mentre la definizione stessa di «interesse pubblico» si fa sempre più sfuggente, contesa tra gruppi sociali vincenti e altri naturalmente perdenti.
Una delle contraddizioni più clamorose di questo modello emerge dalla vicenda che coinvolge il consolato americano: un caso che rivela, senza possibilità di equivoci, che la cosiddetta «rigenerazione urbana» di Milano poggia anche sul lavoro di persone tenute in condizioni di semischiavitù. Nell’area dell’ex Tiro a segno è in costruzione la nuova sede del Consolato degli Stati Uniti, un’opera faraonica, come è nello stile americano, dislocata su 40.000 metri quadrati, con un costo dichiarato di almeno 351 milioni di dollari, il cui completamento è previsto nel 2028. Una cifra che però non include il costo del lavoro (e non è un dettaglio secondario). La Procura di Milano ha accertato che la ditta costruttrice impiegava lavoratori stranieri in condizione di paraschiavitù.
I pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici hanno messo sotto controllo giudiziario la società edile statunitense Caddell, con l’accusa di caporalato e sfruttamento dei lavoratori, e operato il fermo di un manager della stessa azienda in procinto di scappare in Turchia. Il cantiere, inaugurato in pompa magna nel 2022 con la posa della prima pietra alla presenza del console Robert Needham e del sindaco Beppe Sala, funzionava grazie al lavoro di operai che venivano reclutati in India da un’agenzia di Nuova Dehli, la Dynamic house. Per ottenere il posto di lavoro erano costretti a pagare una cifra ingente, circa 500.000 rupie (5/6.000 euro) con la promessa di documenti regolari e biglietto aereo incluso. Una volta arrivati a Milano, la realtà era ben diversa: turni di 12 ore al giorno, sei giorni su sette, senza festività. La paga? Appena 2 o 3 euro l’ora. E più della metà dello stipendio veniva sistematicamente sottratta.
«I poveri non sono un problema da risolvere ma una risorsa da sfruttare», diceva Zygmunt Bauman. È difficile non pensare a questa frase leggendo le condizioni in cui questi uomini erano costretti a lavorare. Il sistema di sfruttamento descritto ricorda da vicino quello adottato in diversi Paesi del Golfo: la Kafala, un’istituzione giuridica utilizzata per monitorare i lavoratori stranieri impiegati specialmente nel settore edilizio. La pratica è legalmente diffusa in Qatar, Kuwait, Libano, Oman, Bahrein, Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. In quel sistema il lavoratore straniero è vincolato a uno sponsor che coincide con il datore di lavoro: questo detiene il controllo totale sulla mobilità del dipendente e sui suoi documenti. Il lavoratore non può cambiare impiego, non può lasciare il Paese, non può sottrarsi. La Kafala è di fatto l’istituzionalizzazione della schiavitù.
Ecco qui rappresentata la modernizzazione al contrario di Milano. Una città che vanta ingenti investimenti in immobili realizzati da questi Paesi, ma che sembra aver importato anche un ignobile modello di sfruttamento dei lavoratori migranti. Ciò che colpisce, oltre alla gravità dei fatti, è l’assenza di parole di chi governa la città. L’amministrazione comunale non può pensare che si tratti un «affare americano»: il cantiere insiste sul suolo milanese, il sindaco era presente all’inaugurazione, la città ne porta un po’ la responsabilità morale e politica. Altrettanto significativa è la latitanza della sinistra che tende a occuparsi di migranti solo quando è utile a una polemica contro la destra. All’appello, infine, manca anche il sindacato che ha dimostrato ancora una volta di essere fuori contesto, incapace di cogliere le contraddizioni più acute del modello di sviluppo in atto. Il dato di fatto è che tutti questi continuano a parlare di candidature per le prossime elezioni amministrative, di primarie e di altri aspetti che riguardano la loro vita interna dimostrando, se ve ne fosse ancora bisogno, la loro lontananza dai problemi reali delle persone.
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Pochi giorni prima gli investigatori avevano già annotato un altro elemento ritenuto significativo: il riferimento al «tragico evento» avvenuto a Modena il 15 maggio scorso, quando Salim El Koudri aveva travolto i passanti in pieno centro con la sua automobile. Chi indaga l’ha letto come il punto di arrivo di una discesa progressiva dentro l’universo della propaganda jihadista maturato attraverso il Web e i social network. E che viene collocato all’interno di un meccanismo: quello degli attacchi compiuti da singoli individui, senza strutture visibili alle spalle, senza cellule riconoscibili. «Tutti pronti», secondo il pm, «all’azione violenta nei confronti di cittadini inermi tramite l’uso di autoveicoli o di armi prevalentemente da taglio». Ovvero uno scenario da «lupo solitario».
E, così, alla vigilia del suo ventunesimo compleanno, Ben Haddi, nato a Vimercate, in Brianza, è stato fermato con l’accusa di terrorismo internazionale. Il provvedimento è stato disposto dal pubblico ministero Alessandro Gobbis. Per la Procura guidata da Marcello Viola, il giovane si sarebbe associato «all’organizzazione terroristica internazionale comunemente nota come Stato islamico». E, in particolare, «al primo califfo Abu Bakr Al-Baghdadi». Dall’analisi dei profili Instagram e Tiktok, «accessibili a tutti», scrive il pm, «dunque a una platea potenzialmente infinita di utenti», sarebbe saltato fuori materiale ritenuto «apologetico di attentati terroristici contro l’Occidente e di aperta esaltazione e incitamento al martirio». Ma anche «di attentati terroristici in danno dei cristiani». L’inchiesta ha preso forma attraverso il lavoro della Digos di Milano. Gli approfondimenti investigativi si sono tradotti in due informative, datate 29 e 31 maggio, e in una successiva perquisizione. Secondo il pm, proprio dagli ultimi accertamenti sarebbe emersa «una pericolosa accelerazione della propria spirale di radicalizzazione ideologico-religiosa».
A rafforzare i sospetti degli inquirenti c’è un altro elemento: quando viene fermato, Ben Haddi è in possesso di un biglietto aereo per il Marocco. La partenza era fissata per il 9 giugno. Il giovane, secondo l’accusa, avrebbe manifestato la disponibilità all’azione violenta «nella consapevolezza di essere in procinto di lasciare l’Italia». Per la Procura il dato contribuisce a delineare un quadro di pericolosità attuale. Per l’indagato, invece, il viaggio aveva tutt’altra finalità: ha spiegato che doveva recarsi in Marocco per sostenere un esame. Il nome di Ben Haddi, però, era emerso anche in un’altra attività investigativa.
La Digos stava monitorando il gruppo Telegram «Chat Terza posizione» e il canale «Centro studi Terza posizione». Secondo gli investigatori, si trattava di ambienti caratterizzati dalla diffusione di «idee radicali e violente ispirate alle ideologie nazionalsocialiste e suprematiste». Uno degli utenti era stato identificato come «Zacky Ben». Una presenza che gli investigatori collocano nel fenomeno definito «White Jihad» o «ibridazione», cioè la contaminazione tra ambienti ideologicamente diversi ma accomunati dall’estremismo. In quell’ordinanza il fenomeno veniva definito con una formula precisa: «Ibridazione tra propaganda di estrema destra radicale e contenuti riconducibili a gruppi jihadisti». La convergenza non è religiosa, ma ideologica e simbolica: antisemitismo, culto della violenza, mitologie del martirio e fascinazione per il terrorismo diventano un linguaggio comune tra universi apparentemente lontani.
Tra i contenuti recuperati, «tutti connotati», secondo il pm, «da una marcata istigazione alla violenza e per contenuti eversivi», ci sarebbero alcuni messaggi ritenuti significativi, perché valutati come «fattore accelerante di processi di radicalizzazione già in atto». In una conversazione, Ben Haddi scrive: «Impossibile fare un colpo di Stato nella situazione attuale». Era la risposta a un altro utente che sosteneva: «Comunque per poter fare una sovversione e quindi un colpo di Stato ci servono molte più persone, organizzate e non sparse e che tutti seguano la stessa idea o simile». In un’altra circostanza aveva pubblicato la fotografia di un bambino dalla pelle chiara e dagli occhi azzurri accompagnandola con il commento: «Chiaramente è superiore a te». La frase arrivava come replica a chi gli aveva scritto: «Tu sei africano, non sei superiore a nessuno». Quel fascicolo aveva già portato all’arresto di Matteo Celibashi, diciannovenne italo-albanese pavese, ritenuto promotore e ideatore della chat. Il dato più rilevante è che la precedente inchiesta non descriveva soltanto un circuito di estrema destra. Dentro quella comunità digitale comparivano già riferimenti espliciti alla propaganda jihadista, ad Hamas, all’Isis e al Bataclan.
Gli esempi sono espliciti. In un messaggio viene rilanciata l’immagine di un uomo armato con bandiera palestinese e la didascalia: «Fino alla vittoria Gloria ad Hamas gloria agli eroi». In un altro scambio compare uno sticker con un soldato di Hamas e la frase: «Viva Hamas viva le brigate al qassam», a cui un utente risponde: «Gloria eterna». Ancora più netto è il richiamo al Bataclan. Un video con simbolo dell’Isis e riferimenti all’Ordine dei Nove Angoli, subcultura legata all’estremismo neonazista, contiene sottotitoli tradotti così: «L’operazione del teatro Bataclan», «cento morti e un gran numero di feriti», «vendico il sangue dei musulmani, uccido i crociati senza pietà». Un ecosistema online dove estrema destra, antisemitismo e jihadismo si contaminavano in nome della radicalizzazione.
Ma quando Ben Haddi è comparso davanti al giudice per le indagini preliminari Rossana Mongiardo la sua linea difensiva è stata netta: «I miei post avevano solo finalità divulgative». Compreso quello sull’attentato a Modena.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Ieri su X ha scritto: «La Marina francese ha intercettato una nuova petroliera, la Tagor, soggetta a sanzioni internazionali. La nostra determinazione è ferma e incrollabile. L’operazione è stata condotta nell’Atlantico, in acque internazionali, con il supporto di diversi partner, tra cui il Regno Unito, nel rigoroso rispetto del diritto del mare». La petroliera in questione è russa e fa parte della cosiddetta flotta fantasma. «È inaccettabile che le navi eludano le sanzioni internazionali, violino il diritto del mare e finanzino la guerra che la Russia sta conducendo contro l’Ucraina da oltre 4 anni», ha aggiunto il marito di Brigitte. «Queste navi, che non rispettano le più elementari regole della navigazione marittima, rappresentano anche una minaccia per l’ambiente e per la sicurezza di tutti».
Immediata la reazione di Mosca. «Consideriamo tali azioni illegali, esse rasentano la pirateria internazionale», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Per tutta la giornata, in tv soprattutto, è andato avanti il ritornello classico: cattivo Putin che vuole violare le sanzioni e bravo Macron che è riuscito a fermare una nave che finanzia «la guerra che la Russia sta conducendo contro l’Ucraina da oltre 4 anni». Che bravo… Applausi… Però sorge una domanda: ma il Macron che difende il mondo intero dai cattivi russi di mare è lo stesso Macron che fa il pieno di gas russo? Gas russo, detto in termini tecnici Gnl, che arriva proprio via nave?
Solo ad aprile i ricavi della Russia dall’export di combustibili fossili sono aumentati del 4% su base mensile, arrivando a portare nelle casse di Putin circa 733 milioni di euro al giorno, un livello mai raggiunto negli ultimi due anni e mezzo. Una crescita registrata nonostante un calo del 7% dei volumi esportati, spiega l’ultimo report del centro studi Crea (Center for research on energy and clean air). E chi compra dalla Russia? Cina, India e Giappone, ma pure molti Paesi europei, come Francia, Ungheria, Belgio, Slovacchia e Spagna. Anzi, la Francia è il primo importatore europeo di gas liquefatto via nave dalla Russia. E ad aprile ha versato al Cremlino circa 400 milioni. L’Europa, culla di Volenterosi e patria di quella Ue capace di varare venti pacchetti di sanzioni verso Mosca, è il mercato principale per il gas naturale, in grado di assorbire il 49% delle esportazioni totali di gnl russo e il 32% dei flussi via gasdotto. Si può capire che Ungheria o Slovacchia, Paesi senza sbocco sul mare, possano rifornirsi solo da Putin per scaldarsi o produrre energia elettrica. Non si capisce invece perché Pedro Sánchez, che può contare su una florida industria rinnovabile e sulle centrali nucleari, abbia speso quasi 200 milioni per i Gnl. Gli acquisti europei di gas liquefatto sono rimasti elevati nonostante il bando sui mercati spot di RePowerEU. Il Belgio, dove hanno sede le istituzioni continentali, si è posizionato come il terzo maggiore importatore assoluto del mese, acquistando Gnl russo per un valore di 363 milioni, un dato in forte crescita del 33% su base mensile. La leadership però è di Parigi, che ha versato precisamente 413 milioni ai russi. E questa bella somma come sarà stata investita da Putin se non per finanziare la guerra? Lo dica Macron: la nave della flotta fantasma è stata fermata perché il greggio interessa meno alla Francia. Se invece trasportava gas...
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Sergio Mattarella (Imagoeconomica)
Oggi, 2 giugno, si festeggia l’ottantesimo della Repubblica, ma in realtà gli italiani dovrebbero celebrare il ritorno della monarchia. In nessun altro Paese occidentale dove sia consentito il voto e dove il compito di rappresentare il popolo sia affidato a un parlamento democraticamente eletto, esiste una figura istituzionale, con poteri ampi come la scelta del premier e lo scioglimento delle Camere, che resti in carica per 14 anni senza mai rispondere del proprio operato.
In Francia il presidente della Repubblica è eletto per cinque anni, una volta scaduti i quali i francesi possono rieleggerlo, come è successo con Emmanuel Macron, o possono mandarlo a casa, come è accaduto con Nicolas Sarkozy. In Germania, nonostante l’autonomia del capo dello Stato sia molto più ridotta rispetto a quella della République, il mandato è pure di cinque anni, rinnovabili una sola volta. Stessa cosa in Grecia, Ungheria, Bulgaria, Repubblica Ceca e in Polonia. Fanno eccezione la Romania, dove il presidente resta in carica quattro anni, come pure la Moldovia, che però non fa parte della Ue, oppure gli Stati Uniti. Insomma, in nessun Paese occidentale c’è un capo dello Stato - occhio: non un re - che senza sottoporsi al giudizio degli elettori resti al suo posto sette anni, rinnovabili per altri sette e, se l’età e la salute lo consentono, aggiungerne altri, fino a diventare di fatto un monarca.
Quando i padri costituenti stabilirono il mandato presidenziale, optando per sette invece che cinque, pareva implicito che non fosse possibile alcuna rielezione. E così è stato fino al 2013, ovvero per 67 anni, quando un parlamento senza maggioranza, diviso fra 5 stelle, sinistra e centrodestra, non sapendo decidere chi nominare al posto di Giorgio Napolitano, si arrese al bis. L’ex parlamentare comunista, per la prima volta nella storia della Repubblica, rimase al Quirinale nove anni, coprendo dunque due legislature, dimettendosi prima dello scadere del secondo settennato per ragioni personali. Mattarella, al contrario, il giorno stesso in cui fu rieletto chiarì che non se ne sarebbe andato in anticipo, deciso a restare fino alla fine. Dal suo insediamento, il 3 febbraio del 2015, sono trascorsi 11 anni e altri tre gliene restano. Al Quirinale ha visto passare cinque presidenti del Consiglio e sei governi e nel 2027 toccherà ancora a lui decidere a chi affidare l’incarico di formare l’esecutivo che verrà. Come dicevo, non esiste alcun altro Paese che abbia un capo dello Stato in carica così a lungo.
Ma l’anomalia non è solo quella: consiste anche nell’esondazione dei poteri del presidente. Il ruolo esercitato dai predecessori di Mattarella durante la Prima Repubblica era assai limitato. Come da articolo 87 della Costituzione rappresentavano l’unità della nazione, indicevano elezioni, nominavano i presidenti del Consiglio e, su proposta di questi, i ministri, presiedevano il Csm e il Consiglio superiore di Difesa. Punto. Poi, con la fine della Prima Repubblica e l’inizio di una debolezza strutturale dei partiti, il capo dello Stato ha iniziato ad acquisire sempre più potere, assegnandosi una sorta di controllo preventivo sulle leggi e anche un ruolo attivo sugli incarichi istituzionali. Senza, ribadisco, alcun mandato popolare.
La trasformazione da repubblica in monarchia è stata un passo breve, ma non è colpa di Mattarella, o per lo meno non solo sua. Il processo cominciato con Oscar Luigi Scalfaro, proseguito poi con Carlo Azeglio Ciampi, ha trovato un suo rafforzamento con Napolitano, per poi diventare completo con l’attuale inquilino del Quirinale, il quale esercita il suo compito ficcando il naso in disegni di legge, riforme, nomine, rapporti con altri Paesi e pure dettando la linea su immigrazione e politiche sulla sicurezza. C’è un libro, scritto da Gaetano Quagliariello e Lorenzo Castellani per la Luiss University Press che spiega bene la mutazione e si intitola Il Principe e la Repubblica. I due autori, il primo ex ministro e tra i saggi scelti da Napolitano per le riforme, il secondo docente di Storia delle istituzioni politiche, sostengono che i padri costituenti, per timore di un premier forte, scelsero una forma di governo intrinsecamente fragile, affidando ai partiti la mediazione. Ma la crisi della Prima Repubblica e l’arrivo di Tangentopoli hanno fatto venire meno il ruolo delle storiche formazioni politiche affermatesi negli anni della guerra, facendo emergere la figura di un nuovo «Principe della Repubblica» nella veste del capo dello Stato. Non essendoci un partito egemone scelto dagli elettori, l’egemonia la esercita il Quirinale. Con tutto ciò che ne consegue. Quattordici anni sono un periodo lunghissimo, soprattutto se il mandato non è sottoposto al giudizio degli elettori. Se poi a questo si aggiunge una certa tendenza del Colle ad auto celebrarsi e a non riconoscere gli errori, come la nomina di governi tecnici e il rinvio delle elezioni, la trasformazione da repubblica in monarchia è completa, con una certa adulazione anche della grande stampa verso il sovrano a cui vengono di volta in volta attribuiti meriti politici (basta leggere il sondaggio di ieri di Ilvo Diamanti), diplomatici (nel caso di visite all’estero) e perfino sportivi (se ci sono le Olimpiadi). Mancano solo i meriti canori e artistici, ma state tranquilli: siamo sulla buona strada e da qui alla fine del secondo settennato arriveranno anche quelli. Insomma, viva il monarca e abbasso il parlamento, che ormai con l’avvento di sua Maestà Re Sergio I conta sempre di meno e per risparmiare, visto quanto costa il Quirinale, converrebbe chiuderlo.
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