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2019-10-06
I rimpatri giallorossi? Tutti verso l’Italia
Ansa
«Non urla ma fatti», ha gongolato l'altro giorno il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, presentando il mirabolante decreto rimpatri del nuovo governo. «Se un migrante può stare in Italia si deciderà in 4 mesi e non in due anni», ha aggiunto, con il tono di quello che ha la soluzione in tasca. Tutto vero: i giallorossi non hanno urlato, e ci hanno fornito alcuni fatti in base ai quali possiamo giudicare il loro operato. È un fatto, ad esempio, la circolare del ministero dell'Interno - dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione - datata 24 settembre 2019 che ieri Matteo Salvini ha pubblicato sul suo profilo Facebook. Si tratta di un provvedimento del suo successore, ovvero il ministro Luciana Lamorgese.
L'oggetto è il «trasferimento di numero 90 migranti da Agrigento ad Ancona, Avellino e Terni». Con quel foglio, il Viminale spiega che «in relazione alle esigenze rappresentate dalla Prefettura di Agrigento, si dispone il trasferimento di numero 90 migranti dal centro di accoglienza di Villa Sikania (Agrigento)».
È un atto piuttosto interessante. Vista la provenienza agrigentina, è molto probabile che gli stranieri in questione siano clandestini approdati a Lampedusa e dintorni grazie agli ormai famosi barchini. Di questi, 30 finiranno - per decisione della Lamorgese - nelle strutture di accoglienza di Ancona, 30 in quelle di Avellino e altri 30 nei centri per migranti di Terni.
Ecco qui i «fatti» di cui parlava Di Maio. I rimpatri del governo giallorosso avvengono eccome, solo che gli stranieri vengono rimpatriati... in Italia. Mentre il ministro degli Esteri si vantava delle sue straordinarie trovate per risolvere il grosso guaio chiamato invasione, non solo gli sbarchi si intensificavano, ma il ministero dell'Interno provvedeva a ripartire gli aspiranti profughi freschi di approdo nelle strutture ricettive del Centro Sud.
C'è un altro particolare che merita di essere notato. La circolare risale al 24 settembre. Il giorno prima, Luciana Lamorgese si trovava a Malta per il vertice sull'immigrazione che ha partorito l'accordo farlocco di cui abbiamo raccontato nei giorni scorsi. Parlando con la stampa, il ministro si è mostrato estremamente soddisfatto: «Da oggi - Italia e Malta non sono più sole», ha detto. «C'è la consapevolezza che i due Paesi rappresentano la porta d'Europa». Poi ha precisato: «Il testo predisposto va nella giusta direzione, ci sono contenuti concreti e abbiamo sciolto dei nodi politici complicati».
La Lamorgese ha esplicitamente fatto riferimento alla «redistribuzione dei migranti su base obbligatoria» e, come riportava l'Ansa, ha accennato a «tempi molto rapidi (4 settimane) per i ricollocamenti e, soprattutto, la redistribuzione di tutti i richiedenti asilo e non solo di coloro che hanno ottenuto lo status di rifugiato». Come no. Tempo 24 ore ed ecco la «redistribuzione» alla prova: i migranti sono stati «redistribuiti» in Italia.
Anche perché - se come probabile i migranti di Agrigento sono irregolari giunti su mezzi di fortuna - gli altri Stati membri dell'Ue non sono tenuti a farsene carico. Dunque tocca a noi gestirli, accoglierli, mantenerli e accendere un cero a qualche santo sperando che i Paesi di provenienza, prima o poi, se li riprendano.
Forse è anche per questo motivo che, nelle ultime ore, la Lamorgese sta cercando in ogni modo di smorzare i toni. Dopo le sparate di Di Maio sui rimpatri alla velocità della luce, infatti, il ministro dell'Interno ci ha tenuto a precisare che «l'immigrazione è un problema strutturale, nessuno ha la bacchetta magica». E ancora: «Sicuramente il decreto può essere utile a diminuire i tempi medi, ma è difficile ora dire se saranno di un mese o due mesi». In pratica, è una mezza ammissione di impotenza. Il capo dimezzato dei 5 stelle si vantava, e subito la collega del Viminale ha fatto capire che c'è poco da festeggiare, perché gli arrivi di stranieri proseguono, e la gestione rimane in capo a noi.
Ovviamente il governo giallorosso sta bene attento a non citare le spartizioni di presunti profughi nel nostro Paese. Continuano a ragionare di strategie europee (anche piuttosto fumose) e a parlare di «discontinuità con la precedente gestione». Intanto, però, il meccanismo di Profugopoli sta ricominciando a funzionare a pieno regime.
Dipende anche da questo, con tutta probabilità, la scelta delle destinazioni finali dei 90 migranti provenienti da Agrigento. Le Marche sono governate dal Partito democratico (e Ancona è amministrata dal medesimo Pd). Avellino ha un sindaco di centrosinistra in una Regione a guida Pd. Unico piccolo ostacolo potrebbe essere l'Umbria. Ancora per qualche tempo è una Regione rossa, ma il sindaco di Terni è della Lega. E infatti si è risentito non poco. «Apprendo con stupore e preoccupazione la notizia dell'arrivo presso le strutture di accoglienza della Prefettura di Terni di 30 immigrati», ha detto ieri il primo cittadino Leonardo Latini. «Dopo un periodo di relativa calma, dispiace notare che gli sbarchi sulle coste italiane sono nuovamente ripresi e che a pagarne il prezzo sia solo l'Italia e in particolare i Comuni e i cittadini. Chiederò un incontro alla Prefettura di Terni al fine di evitare che la città paghi un peso sociale eccessivo rispetto alle sue reali capacità, tenuto conto anche del significativo contributo offerto già negli ultimi anni in tema di accoglienza».
Tutto come prima, compreso il sindaco che viene a conoscenza dell'arrivo degli stranieri dal suo capo partito. Segno che il ministero dell'Interno ha taciuto e la Prefettura non lo ha informato. Sembra proprio che, rispetto ai bei tempi del 2016 e del 2017, non sia cambiato proprio nulla nell'atteggiamento dei progressisti. Si vede che anche la sinistra, a modo suo, ci tiene alle tradizioni...
I dati sui clandestini nascosti da anni
È evidente a tutti che l'Ufficio studi di Confcommercio, guidato da un analista rigoroso come Mariano Bella, non sia un «pericoloso» covo di populisti e di sovranisti, e meno che mai una fucina di posizioni estreme o una fabbrica di report gratuitamente polemici o «politicamente motivati».
A maggior ragione, il tragico fatto di sangue dell'altro giorno a Trieste impone di richiamare all'attenzione di tutti una ricerca elaborata da quel centro studi nel dicembre del 2016, e tutta centrata sul tasso di criminalità di tre fasce di popolazione: gli italiani, gli stranieri regolari, gli stranieri irregolari.
Quella ricerca - con poche eccezioni - è stata sistematicamente censurata dal complesso dei media italiani, scritti e audiovisivi, proprio perché, senza enfasi e senza commenti, ma solo con la nuda forza delle cifre, mostrava un'evidenza assai preoccupante.
L'analisi di Confcommercio era basata su dati Istat, ministero dell'Interno e Icsa, e ha considerato come ipotesi di lavoro una presenza media annua in Italia di 400.000 stranieri irregolari. Dopo di che, ha selezionato un pacchetto di reati molto frequenti e molto odiosi, e ha cercato di capire come fossero (e siano tuttora) distribuiti in quelle tre platee.
I reati sono: tentati omicidi, lesioni dolose, minacce, sequestri di persona, violenze sessuali, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti, reati legati agli stupefacenti, contrabbando. Insomma, un pacchetto di dodici crimini molto gravi e di notevole allarme sociale.
E cosa è venuto fuori? Su mille italiani residenti, il tasso di criminalità è risultato pari a 4 (cioè 4 italiani su 1000 sono risultati coinvolti in questo genere di reati, e, più in generale, nel circuito criminale). Su mille stranieri regolari, il numero sale a 8. E - attenzione - su mille irregolari il dato si impenna fino alla cifra paurosa di 246 su 1000, praticamente uno su quattro.
Detta in termini ancora più brutali: la propensione a delinquere degli stranieri irregolari è 57 volte quella degli italiani e 29 volte quella degli stranieri regolari (che a loro volta delinquono il doppio degli italiani).
Non si tratta di seminare il panico o di alimentare la xenofobia, ma di guardare negli occhi una realtà spiacevole. La clandestinità e l'immigrazione caotica e fuori controllo generano un immediato ingresso nel circuito criminale. E - di conseguenza - solo un'immigrazione limitata, regolare, controllatissima, possibilmente collegata alle reali esigenze del nostro mercato del lavoro, può evitare (e nemmeno del tutto, come le cifre suggeriscono) questa deriva. È quanto la sinistra ha continuato a negare per anni, in contrasto con la sensibilità della stragrande maggioranza degli elettori.
Dunque, con tre anni di anticipo e da un osservatorio indipendente e non sospettabile di partigianeria politica, viene una conferma di ciò che anche il capo della Polizia, Franco Gabrielli, proprio l'altro giorno, poche ore prima del tragico evento di Trieste, aveva riconosciuto: i reati saranno pure complessivamente in calo, ma sono sempre più stranieri a commetterli, in pratica un reato su tre è commesso da stranieri.
«C'è un dato inequivocabile», aveva detto Gabrielli: «Da 10 anni in Italia i reati fanno segnare un trend in calo complessivo. Ma c'è anche, negli ultimi anni, un aumento degli stranieri coinvolti tra arrestati e denunciati. Nel 2016, su 893 mila persone denunciate e arrestate, avevamo il 29,2% degli stranieri coinvolti; nel 2017 la percentuale è salita al 29,8%, l'anno dopo al 32% e nei primi nove mesi del 2019 il trend è lo stesso, poco sotto il 32%».
Dopo la grande emozione di Trieste, e dopo questo lutto, resta da capire se qualcuno vorrà riprendere in mano quel report di Confcommercio, e trarne precise conseguenze in materia di politica dell'ordine pubblico e dell'immigrazione.
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Si ricomincia: il Viminale invia 90 stranieri appena sbarcati in Umbria, Marche e Campania. Ecco il risultato dei porti aperti.Il capo della polizia Franco Gabrielli ha lanciato l'allarme venerdì, ma la dura verità sui reati degli irregolari (e non solo) era già nota. Come dimostra un autorevole studio del 2016.Lo speciale contiene due articoli.«Non urla ma fatti», ha gongolato l'altro giorno il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, presentando il mirabolante decreto rimpatri del nuovo governo. «Se un migrante può stare in Italia si deciderà in 4 mesi e non in due anni», ha aggiunto, con il tono di quello che ha la soluzione in tasca. Tutto vero: i giallorossi non hanno urlato, e ci hanno fornito alcuni fatti in base ai quali possiamo giudicare il loro operato. È un fatto, ad esempio, la circolare del ministero dell'Interno - dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione - datata 24 settembre 2019 che ieri Matteo Salvini ha pubblicato sul suo profilo Facebook. Si tratta di un provvedimento del suo successore, ovvero il ministro Luciana Lamorgese. L'oggetto è il «trasferimento di numero 90 migranti da Agrigento ad Ancona, Avellino e Terni». Con quel foglio, il Viminale spiega che «in relazione alle esigenze rappresentate dalla Prefettura di Agrigento, si dispone il trasferimento di numero 90 migranti dal centro di accoglienza di Villa Sikania (Agrigento)». È un atto piuttosto interessante. Vista la provenienza agrigentina, è molto probabile che gli stranieri in questione siano clandestini approdati a Lampedusa e dintorni grazie agli ormai famosi barchini. Di questi, 30 finiranno - per decisione della Lamorgese - nelle strutture di accoglienza di Ancona, 30 in quelle di Avellino e altri 30 nei centri per migranti di Terni. Ecco qui i «fatti» di cui parlava Di Maio. I rimpatri del governo giallorosso avvengono eccome, solo che gli stranieri vengono rimpatriati... in Italia. Mentre il ministro degli Esteri si vantava delle sue straordinarie trovate per risolvere il grosso guaio chiamato invasione, non solo gli sbarchi si intensificavano, ma il ministero dell'Interno provvedeva a ripartire gli aspiranti profughi freschi di approdo nelle strutture ricettive del Centro Sud. C'è un altro particolare che merita di essere notato. La circolare risale al 24 settembre. Il giorno prima, Luciana Lamorgese si trovava a Malta per il vertice sull'immigrazione che ha partorito l'accordo farlocco di cui abbiamo raccontato nei giorni scorsi. Parlando con la stampa, il ministro si è mostrato estremamente soddisfatto: «Da oggi - Italia e Malta non sono più sole», ha detto. «C'è la consapevolezza che i due Paesi rappresentano la porta d'Europa». Poi ha precisato: «Il testo predisposto va nella giusta direzione, ci sono contenuti concreti e abbiamo sciolto dei nodi politici complicati». La Lamorgese ha esplicitamente fatto riferimento alla «redistribuzione dei migranti su base obbligatoria» e, come riportava l'Ansa, ha accennato a «tempi molto rapidi (4 settimane) per i ricollocamenti e, soprattutto, la redistribuzione di tutti i richiedenti asilo e non solo di coloro che hanno ottenuto lo status di rifugiato». Come no. Tempo 24 ore ed ecco la «redistribuzione» alla prova: i migranti sono stati «redistribuiti» in Italia. Anche perché - se come probabile i migranti di Agrigento sono irregolari giunti su mezzi di fortuna - gli altri Stati membri dell'Ue non sono tenuti a farsene carico. Dunque tocca a noi gestirli, accoglierli, mantenerli e accendere un cero a qualche santo sperando che i Paesi di provenienza, prima o poi, se li riprendano. Forse è anche per questo motivo che, nelle ultime ore, la Lamorgese sta cercando in ogni modo di smorzare i toni. Dopo le sparate di Di Maio sui rimpatri alla velocità della luce, infatti, il ministro dell'Interno ci ha tenuto a precisare che «l'immigrazione è un problema strutturale, nessuno ha la bacchetta magica». E ancora: «Sicuramente il decreto può essere utile a diminuire i tempi medi, ma è difficile ora dire se saranno di un mese o due mesi». In pratica, è una mezza ammissione di impotenza. Il capo dimezzato dei 5 stelle si vantava, e subito la collega del Viminale ha fatto capire che c'è poco da festeggiare, perché gli arrivi di stranieri proseguono, e la gestione rimane in capo a noi. Ovviamente il governo giallorosso sta bene attento a non citare le spartizioni di presunti profughi nel nostro Paese. Continuano a ragionare di strategie europee (anche piuttosto fumose) e a parlare di «discontinuità con la precedente gestione». Intanto, però, il meccanismo di Profugopoli sta ricominciando a funzionare a pieno regime. Dipende anche da questo, con tutta probabilità, la scelta delle destinazioni finali dei 90 migranti provenienti da Agrigento. Le Marche sono governate dal Partito democratico (e Ancona è amministrata dal medesimo Pd). Avellino ha un sindaco di centrosinistra in una Regione a guida Pd. Unico piccolo ostacolo potrebbe essere l'Umbria. Ancora per qualche tempo è una Regione rossa, ma il sindaco di Terni è della Lega. E infatti si è risentito non poco. «Apprendo con stupore e preoccupazione la notizia dell'arrivo presso le strutture di accoglienza della Prefettura di Terni di 30 immigrati», ha detto ieri il primo cittadino Leonardo Latini. «Dopo un periodo di relativa calma, dispiace notare che gli sbarchi sulle coste italiane sono nuovamente ripresi e che a pagarne il prezzo sia solo l'Italia e in particolare i Comuni e i cittadini. Chiederò un incontro alla Prefettura di Terni al fine di evitare che la città paghi un peso sociale eccessivo rispetto alle sue reali capacità, tenuto conto anche del significativo contributo offerto già negli ultimi anni in tema di accoglienza». Tutto come prima, compreso il sindaco che viene a conoscenza dell'arrivo degli stranieri dal suo capo partito. Segno che il ministero dell'Interno ha taciuto e la Prefettura non lo ha informato. Sembra proprio che, rispetto ai bei tempi del 2016 e del 2017, non sia cambiato proprio nulla nell'atteggiamento dei progressisti. Si vede che anche la sinistra, a modo suo, ci tiene alle tradizioni...<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-rimpatri-giallorossi-migranti-spartiti-fra-3-regioni-italiane-tutte-a-guida-pd-2640857798.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-dati-sui-clandestini-nascosti-da-anni" data-post-id="2640857798" data-published-at="1769710113" data-use-pagination="False"> I dati sui clandestini nascosti da anni È evidente a tutti che l'Ufficio studi di Confcommercio, guidato da un analista rigoroso come Mariano Bella, non sia un «pericoloso» covo di populisti e di sovranisti, e meno che mai una fucina di posizioni estreme o una fabbrica di report gratuitamente polemici o «politicamente motivati». A maggior ragione, il tragico fatto di sangue dell'altro giorno a Trieste impone di richiamare all'attenzione di tutti una ricerca elaborata da quel centro studi nel dicembre del 2016, e tutta centrata sul tasso di criminalità di tre fasce di popolazione: gli italiani, gli stranieri regolari, gli stranieri irregolari. Quella ricerca - con poche eccezioni - è stata sistematicamente censurata dal complesso dei media italiani, scritti e audiovisivi, proprio perché, senza enfasi e senza commenti, ma solo con la nuda forza delle cifre, mostrava un'evidenza assai preoccupante. L'analisi di Confcommercio era basata su dati Istat, ministero dell'Interno e Icsa, e ha considerato come ipotesi di lavoro una presenza media annua in Italia di 400.000 stranieri irregolari. Dopo di che, ha selezionato un pacchetto di reati molto frequenti e molto odiosi, e ha cercato di capire come fossero (e siano tuttora) distribuiti in quelle tre platee. I reati sono: tentati omicidi, lesioni dolose, minacce, sequestri di persona, violenze sessuali, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, furti, rapine, estorsioni, danneggiamenti, reati legati agli stupefacenti, contrabbando. Insomma, un pacchetto di dodici crimini molto gravi e di notevole allarme sociale. E cosa è venuto fuori? Su mille italiani residenti, il tasso di criminalità è risultato pari a 4 (cioè 4 italiani su 1000 sono risultati coinvolti in questo genere di reati, e, più in generale, nel circuito criminale). Su mille stranieri regolari, il numero sale a 8. E - attenzione - su mille irregolari il dato si impenna fino alla cifra paurosa di 246 su 1000, praticamente uno su quattro. Detta in termini ancora più brutali: la propensione a delinquere degli stranieri irregolari è 57 volte quella degli italiani e 29 volte quella degli stranieri regolari (che a loro volta delinquono il doppio degli italiani). Non si tratta di seminare il panico o di alimentare la xenofobia, ma di guardare negli occhi una realtà spiacevole. La clandestinità e l'immigrazione caotica e fuori controllo generano un immediato ingresso nel circuito criminale. E - di conseguenza - solo un'immigrazione limitata, regolare, controllatissima, possibilmente collegata alle reali esigenze del nostro mercato del lavoro, può evitare (e nemmeno del tutto, come le cifre suggeriscono) questa deriva. È quanto la sinistra ha continuato a negare per anni, in contrasto con la sensibilità della stragrande maggioranza degli elettori. Dunque, con tre anni di anticipo e da un osservatorio indipendente e non sospettabile di partigianeria politica, viene una conferma di ciò che anche il capo della Polizia, Franco Gabrielli, proprio l'altro giorno, poche ore prima del tragico evento di Trieste, aveva riconosciuto: i reati saranno pure complessivamente in calo, ma sono sempre più stranieri a commetterli, in pratica un reato su tre è commesso da stranieri. «C'è un dato inequivocabile», aveva detto Gabrielli: «Da 10 anni in Italia i reati fanno segnare un trend in calo complessivo. Ma c'è anche, negli ultimi anni, un aumento degli stranieri coinvolti tra arrestati e denunciati. Nel 2016, su 893 mila persone denunciate e arrestate, avevamo il 29,2% degli stranieri coinvolti; nel 2017 la percentuale è salita al 29,8%, l'anno dopo al 32% e nei primi nove mesi del 2019 il trend è lo stesso, poco sotto il 32%». Dopo la grande emozione di Trieste, e dopo questo lutto, resta da capire se qualcuno vorrà riprendere in mano quel report di Confcommercio, e trarne precise conseguenze in materia di politica dell'ordine pubblico e dell'immigrazione.
Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
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Ecco #DimmiLaVerità del 29 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti rivela un dettaglio inedito della escalation Usa-Iran.
Danni causati dal ciclone Harry sul lungomare di Catania (Ansa)
Può sembrare strano, considerata l’estensione delle nostre coste e che fenomeni del genere, quindi, andrebbero annoverati tra le calamità. Eppure, nella normativa c’è questo vuoto che espone le aziende al rischio di non aver nessun rimborso dalle assicurazioni, anche dopo essersi impegnate economicamente per tutelarsi da possibili disastri. È prevista la copertura contro le inondazioni ma non contro le mareggiate», spiega il presidente di Confesercenti, Nico Gronchi.
Una dimenticanza nella preparazione della norma prevista dalla legge di Bilancio 2024? Eppure, il governo ha puntato sul meccanismo delle polizze catastrofali come strumento per evitare che il costo dei danni ricada prevalentemente sul bilancio pubblico, considerata la frequenza dei fenomeni naturali estremi nel nostro Paese. La norma, lo ricordiamo, prevede l’obbligo, per le imprese, di stipulare una polizza per i danni causati da sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. Le aziende che non si assicurano contro eventi catastrofali perdono l’accesso a contributi pubblici, agevolazioni e incentivi fiscali. Quindi è una misura strategica che, però, «arrivata al primo banco di prova, rischia di fallire», afferma Gronchi.
Le scadenze per dotarsi di una polizza sono state scaglionate: 31 marzo 2025 per le imprese grandi con oltre 250 dipendenti, 30 settembre 2025 per le medie aziende (da 50 a 250 dipendenti), mentre per tutte le micro e piccole imprese l’obbligo era stato posticipato al 31 dicembre 2025. Il Milleproroghe ha poi spostato l’obbligo a fine marzo prossimo per alcune categorie come la ricezione e il turismo, cioè alberghi, bar e ristoranti. «Si può quindi creare la situazione paradossale che in un immobile danneggiato ci siano differenti trattamenti; magari c’è un negozio che è stato obbligato a sottoscrivere una polizza mentre un bar aveva il tempo per farlo fino a fine marzo. È una norma che ha svariate incertezze», afferma Gronchi, sottolineando che «molte imprese hanno difficoltà ad avere i preventivi dalle assicurazioni. Abbiamo un pezzo di imprese senza copertura assicurativa perché la scadenza della sottoscrizione è stata spostata in avanti, mentre altre che non riescono a capire se, pur avendo una polizza, saranno o meno coperte, dal momento che i danni sono da mareggiate e non da inondazioni».
Le problematiche non finiscono qui. Il presidente di Confesercenti evidenzia il rischio che «chi non ha polizza non possa avere accesso a eventuali aiuti pubblici. La normativa dice che, in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche o a tassi d’interesse più alti».
Confesercenti si è mossa per dare un aiuto alle aziende in difficoltà. «Abbiamo attivato un plafond complessivo di 2,5 milioni per prestiti agevolati destinati alle imprese siciliane, calabresi e sarde per gestire l’emergenza». L’intervento più strategico è nella lettera che Gronchi ha inviato al premier Giorgia Meloni, nella quale chiede di spostare al 30 giugno la scadenza dell’obbligo di sottoscrizione di una polizza. «Servirebbe a superare le incertezze. Abbiamo bisogno di tempo per far in modo che il meccanismo funzioni. L’Italia è territorio fragile e senza lo strumento delle polizze catastrofali, che affianchino l’intervento dello Stato, non si va da nessuna parte. In Sicilia ci sono oltre 1.000 imprese concentrate tra Messina e Catania colpite dal ciclone Harry, con danni per 750-800 milioni. Senza contare i danni al patrimonio pubblico».
Poi c’è il capitolo delicato degli stabilimenti balneari, le strutture più danneggiate. «Avendo le concessioni scadute e con l’incertezza dell’esito della direttiva Ue Bolkestein, sono penalizzate dalle banche perché il loro futuro è incerto e potrebbero avere difficoltà nell’accesso al credito».
In questo caos c’è anche il fronte delle assicurazioni. Al pressing del governo per spingerle a rimborsare le imprese danneggiate, l’Ania, richiamando la legge, sottolinea proprio quanto evidenziato dalla Confesercenti, ovvero che le mareggiate e i danni provocati dal vento restano fuori dalla lista degli eventi coperti dalle polizze. A meno che le imprese non abbiano sottoscritto polizze più ampie di quelle obbligatorie, includendo anche le mareggiate, non c’è possibilità di ricevere i rimborsi.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato Massimiliano Salini, eurodeputato di Forza Italia a seguito dell'evento «Come sbloccare il potenziale della difesa europea» al Parlamento europeo di Bruxelles.