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2019-01-22
I profughi sono salvi. La sinistra però è furibonda perché voleva portarli qua
Ansa
Non li vogliono salvare, li vogliono portare qui. Tutti. L'epilogo positivo della vicenda dei 100 naufraghi soccorsi dal mercantile Lady Sham, su input della Guardia costiera libica, che si è attivata in seguito all'intervento determinato del premier italiano Giuseppe Conte, fa esplodere le contraddizioni della sinistra. Iniziamo dai dati: ieri il ministero dell'Interno ha reso noto che sono tutti sani e salvi i 393 immigrati recuperati dalla Guardia costiera libica nella giornata di domenica. «La collaborazione funziona», commenta il vicepremier Matteo Salvini, «gli scafisti, i trafficanti e i mafiosi devono capire che i loro affari sono finiti. Meno partenze, meno morti, la nostra linea non cambia». Dall'inizio dell'anno a oggi, comunica il Viminale, sono stati 155 i migranti sbarcati in Italia: nello stesso periodo del 2018 (1-21 gennaio) erano stati 2.730, con una diminuzione quindi del 94,3%. «Abbiamo richiamato la Guardia costiera libica», aggiunge il vicepremier Luigi Di Maio, a Rtl 102, «perché ci aspettiamo da loro i salvataggi in mare». I libici spiegano: «Abbiamo compiuto il nostro dovere con professionalità», dice all'Agi il portavoce della Guardia costiera di Tripoli, l'ammiraglio Ayoub Qassem, «inviando sul luogo della segnalazione una motovedetta appena scattato l'allarme, ma il nostro mezzo ha avuto un'avaria ed è dovuto rientrare. Era troppo distante, le autorità italiane sono a conoscenza delle nostre possibilità». Sul naufragio che avrebbe provocato 117 morti, Qassem fornisce la sua versione ad Agenzia Nova: «Abbiamo inviato una nostra motovedetta», dice Qassem, «ad effettuare quel salvataggio, ma abbiamo trovato soltanto gommoni sgonfi lasciati da un elicottero italiano». Secondo la Marina libica, i migranti ufficialmente dispersi in quel naufragio sono 50 e non 117. «Se l'imbarcazione fosse affondata», aggiunge Qassem, «avremmo non più di 50 naufraghi. Da un certo periodo di tempo a questa parte, tutte le imbarcazioni che trasportano i migranti illegali partono con un numero limitato di passeggeri: ecco perché la storia dei 117 morti non può essere vera».
Dunque, i migranti sono sani e salvi. Tutti contenti? Macché. Leggete cosa dicono quelli di Alarm Phone, il centralino umanitario che ieri ha lanciato l'allarme sul gommone in difficoltà: «Due sopravvissuti ci hanno contattato di nuovo ora dalla nave mercantile Lady Sham. Hanno capito che li stanno riportando in Libia e dicono che preferirebbero uccidersi piuttosto che sbarcare». Il cattivo, insomma, è sempre chi sorveglia i confini: «Non vogliono tornare nei lager libici», aggiunge su Twitter la portavoce italiana della Ong tedesca Sea Watch, Giorgia Linardi, parlando dei 47 naufraghi a bordo della nave SeaWatch3.
Dunque, la grande ipocrisia crolla sotto i colpi dei fatti. La sinistra, in combutta con le Ong, non lavora perché i disperati che pagano migliaia di euro ai trafficanti di esseri umani per essere imbarcati su carrette del mare, in caso di naufragio vengano tratti in salvo. No: l'obiettivo della sinistra è farli arrivare in Italia. Una strategia tutt'altro che umanitaria, ma puramente propagandistica: gli accordi con la Libia non sono stati un'invenzione del governo Conte ma risalgono al 2017, quando a Palazzo Chigi c'era Paolo Gentiloni e al Viminale Marco Minniti. Gli accordi con la Libia sul contrasto al traffico di esseri umani li ha preparati e sottoscritti il governo targato Pd.
Intanto, ieri, il ministro degli Esteri francese «ha convocato», informa una nota del governo di Parigi, «l'ambasciatore italiano Teresa Castaldo in seguito ad affermazioni inaccettabili e inutili delle autorità italiane». Di Maio aveva accusato la Francia di «impoverire l'Africa aggravando la crisi migratoria».
Da registrare anche la profonda riflessione politica del fondatore di Emergency, Gino Strada: «Quando si è governati», dice Strada a Radio Capital, «da una banda dove la metà sono fascisti e l'altra metà sono coglioni non c'è una grande prospettiva per il Paese. Salvini è un fascistello che indossa tutte le divise possibili eccetto quella dei carcerati». La replica non s'è fatta attendere: «Gino Strada mi definisce disumano, gretto, ignorante, fascistello, criminale. Solo? Evidentemente», dice Salvini, «la fine della mangiatoia dell'immigrazione clandestina li sta facendo impazzire. L'Italia ha rialzato la testa».
«L’Europa fa ammalare i migranti»
Gli immigrati portano malattie? «Falso». Gli immigrati si imbarcano sani - almeno nella maggior parte dei casi - e si ammalano durante il viaggio, oppure una volta a destinazione. Le cause? «Le cattive condizioni in cui vivono». Il primo rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanità sulla salute dei migranti e dei rifugiati in Europa - presentato ieri a Ginevra - è un coup de théâtre. Il documento, realizzato in collaborazione con l'Istituto nazionale salute, migrazioni e povertà italiano (Inmp), si basa sui dati di oltre 13.000 documenti, raccolti nelle 54 nazioni che fanno parte della regione Europa dell'Oms. Si parte dal numero dei migranti, che oggi, sostiene il rapporto, in tutta la regione geografica esaminata sono il 10% della popolazione, mentre in alcuni Paesi europei la popolazione pensa siano tre o quattro volte di più. La percezione della presenza degli stranieri, insomma, sarebbe alterata. Ma è dal punto di vista sanitario che il rapporto si dimostra per nulla scontato: «La salute delle persone che arrivano è buona. Il rischio di malattie non trasmissibili, come tumori o problemi cardiaci, è più basso che nella popolazione generale, ma aumenta all'aumentare del periodo di permanenza a causa del mancato accesso ai servizi sanitari e delle condizioni igieniche spesso insufficienti».
E ancora: «Anche per le malattie infettive l'aneddotica non corrisponde alla realtà», sottolinea Santino Severoni, coordinatore del programma Oms Europa sulla migrazione e la salute. In teoria lo spostamento delle popolazioni viene considerato una fonte di rischio, e per questo c'è un monitoraggio, ma riguarda tutti gli spostamenti. «La verità», spiega Severoni, «è che anche quando arrivano persone con infezioni l'evento è così sporadico che non costituisce un problema per la salute pubblica, come dimostra il fatto che non abbiamo mai registrato un contagio della popolazione residente». Ma in Italia cosa accade? «I problemi di salute dei migranti arrivati in Italia, che sono gli stessi riscontrati negli altri Paesi», secondo Severoni, «sono stati gestiti tranquillamente senza creare alcun problema, e il merito è dell'assistenza sanitaria universale che viene garantita da noi». Che ovviamente ha dei costi. A sentire gli esperti, però, anche questo dato è carico di sorprese. «Nel tempo in Italia», aggiunge Severoni, «sono stati trovati nei migranti un po' tutti i problemi di salute, ma sono stati tutti gestiti in maniera ottimale grazie al fatto che è stata garantita l'assistenza sanitaria e questo è un concetto valido in generale, gli interventi di salute pubblica in cui si escludono gruppi sono fallimentari, mentre l'assistenza universale è vincente anche dal punto di vista economico, perché si evitano interventi più costosi quando le malattie sono in fase avanzata, si pensi all'offerta di screening per tumori o ai vaccini». Insomma il protocollo italiano fa risparmiare e offre maggiori garanzie. Oltre ad essere tra i pochi Paesi che offrono l'assistenza ai migranti, l'Italia ha molte buone pratiche in questo campo. «Basti pensare», spiega ancora Severoni, «che la summer school che l'Oms organizza ogni anno sul tema si tiene in Italia. Qui abbiamo esperienze eccellenti, non è un caso che abbiamo scelto l'Istituto nazionale salute, migrazioni e povertà come partner per il rapporto». Per concludere, un'altra medaglia: «La Sicilia», ricostruisce il rapporto, «è stata la prima regione europea a dotarsi di un piano per la gestione dei migranti che poi è stato esportato in altri Paesi». L'Italia, d'altra parte, è stato anche il Paese più colpito dagli sbarchi. E nonostante i porti chiusi abbiano prodotto l'effetto di contrarre in modo drastico le partenze e quindi gli incidenti, il balletto di dati sulle vittime in mare viene sfruttato comunque per colpire il governo. Il numero di vittime è sempre altalenante. Ma da quali fonti proviene? Missing migrants è il progetto dell'International organization for migration, che si occupa del monitoraggio. Sul sito Web dell'organizzazione è spiegato a chiare lettere che «i dati sui decessi dei migranti sono difficili da raccogliere perché per la maggior parte si tratta di migranti che viaggiano su mezzi irregolari e spesso si verificano in aree remote scelte a causa della mancanza di vie legali. (...) il numero preciso di dispersi non è noto».
Dati certi, insomma, non ce ne sono. È in questo vuoto che si inseriscono le Organizzazioni non governative (le stesse che effettuano i soccorsi): sono loro a tirare le somme e diffondere i dati delle tragedie. Ma con quali garanzie?
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Dopo l'intervento di Giuseppe Conte i libici confermano: nessuna strage. Gino Strada a Matteo Salvini: «Fascista». Il ministro: «Mangiatoia finita».«L'Europa fa ammalare i migranti». Secondo l'Oms gli stranieri «non portano malattie». Al contrario: «Le contraggono qui, perché vivono male». Morti in mare: i dati forniti dalle Ong non sono comprovati.Lo speciale comprende due articoli. Non li vogliono salvare, li vogliono portare qui. Tutti. L'epilogo positivo della vicenda dei 100 naufraghi soccorsi dal mercantile Lady Sham, su input della Guardia costiera libica, che si è attivata in seguito all'intervento determinato del premier italiano Giuseppe Conte, fa esplodere le contraddizioni della sinistra. Iniziamo dai dati: ieri il ministero dell'Interno ha reso noto che sono tutti sani e salvi i 393 immigrati recuperati dalla Guardia costiera libica nella giornata di domenica. «La collaborazione funziona», commenta il vicepremier Matteo Salvini, «gli scafisti, i trafficanti e i mafiosi devono capire che i loro affari sono finiti. Meno partenze, meno morti, la nostra linea non cambia». Dall'inizio dell'anno a oggi, comunica il Viminale, sono stati 155 i migranti sbarcati in Italia: nello stesso periodo del 2018 (1-21 gennaio) erano stati 2.730, con una diminuzione quindi del 94,3%. «Abbiamo richiamato la Guardia costiera libica», aggiunge il vicepremier Luigi Di Maio, a Rtl 102, «perché ci aspettiamo da loro i salvataggi in mare». I libici spiegano: «Abbiamo compiuto il nostro dovere con professionalità», dice all'Agi il portavoce della Guardia costiera di Tripoli, l'ammiraglio Ayoub Qassem, «inviando sul luogo della segnalazione una motovedetta appena scattato l'allarme, ma il nostro mezzo ha avuto un'avaria ed è dovuto rientrare. Era troppo distante, le autorità italiane sono a conoscenza delle nostre possibilità». Sul naufragio che avrebbe provocato 117 morti, Qassem fornisce la sua versione ad Agenzia Nova: «Abbiamo inviato una nostra motovedetta», dice Qassem, «ad effettuare quel salvataggio, ma abbiamo trovato soltanto gommoni sgonfi lasciati da un elicottero italiano». Secondo la Marina libica, i migranti ufficialmente dispersi in quel naufragio sono 50 e non 117. «Se l'imbarcazione fosse affondata», aggiunge Qassem, «avremmo non più di 50 naufraghi. Da un certo periodo di tempo a questa parte, tutte le imbarcazioni che trasportano i migranti illegali partono con un numero limitato di passeggeri: ecco perché la storia dei 117 morti non può essere vera».Dunque, i migranti sono sani e salvi. Tutti contenti? Macché. Leggete cosa dicono quelli di Alarm Phone, il centralino umanitario che ieri ha lanciato l'allarme sul gommone in difficoltà: «Due sopravvissuti ci hanno contattato di nuovo ora dalla nave mercantile Lady Sham. Hanno capito che li stanno riportando in Libia e dicono che preferirebbero uccidersi piuttosto che sbarcare». Il cattivo, insomma, è sempre chi sorveglia i confini: «Non vogliono tornare nei lager libici», aggiunge su Twitter la portavoce italiana della Ong tedesca Sea Watch, Giorgia Linardi, parlando dei 47 naufraghi a bordo della nave SeaWatch3.Dunque, la grande ipocrisia crolla sotto i colpi dei fatti. La sinistra, in combutta con le Ong, non lavora perché i disperati che pagano migliaia di euro ai trafficanti di esseri umani per essere imbarcati su carrette del mare, in caso di naufragio vengano tratti in salvo. No: l'obiettivo della sinistra è farli arrivare in Italia. Una strategia tutt'altro che umanitaria, ma puramente propagandistica: gli accordi con la Libia non sono stati un'invenzione del governo Conte ma risalgono al 2017, quando a Palazzo Chigi c'era Paolo Gentiloni e al Viminale Marco Minniti. Gli accordi con la Libia sul contrasto al traffico di esseri umani li ha preparati e sottoscritti il governo targato Pd. Intanto, ieri, il ministro degli Esteri francese «ha convocato», informa una nota del governo di Parigi, «l'ambasciatore italiano Teresa Castaldo in seguito ad affermazioni inaccettabili e inutili delle autorità italiane». Di Maio aveva accusato la Francia di «impoverire l'Africa aggravando la crisi migratoria».Da registrare anche la profonda riflessione politica del fondatore di Emergency, Gino Strada: «Quando si è governati», dice Strada a Radio Capital, «da una banda dove la metà sono fascisti e l'altra metà sono coglioni non c'è una grande prospettiva per il Paese. Salvini è un fascistello che indossa tutte le divise possibili eccetto quella dei carcerati». La replica non s'è fatta attendere: «Gino Strada mi definisce disumano, gretto, ignorante, fascistello, criminale. Solo? Evidentemente», dice Salvini, «la fine della mangiatoia dell'immigrazione clandestina li sta facendo impazzire. 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Il documento, realizzato in collaborazione con l'Istituto nazionale salute, migrazioni e povertà italiano (Inmp), si basa sui dati di oltre 13.000 documenti, raccolti nelle 54 nazioni che fanno parte della regione Europa dell'Oms. Si parte dal numero dei migranti, che oggi, sostiene il rapporto, in tutta la regione geografica esaminata sono il 10% della popolazione, mentre in alcuni Paesi europei la popolazione pensa siano tre o quattro volte di più. La percezione della presenza degli stranieri, insomma, sarebbe alterata. Ma è dal punto di vista sanitario che il rapporto si dimostra per nulla scontato: «La salute delle persone che arrivano è buona. Il rischio di malattie non trasmissibili, come tumori o problemi cardiaci, è più basso che nella popolazione generale, ma aumenta all'aumentare del periodo di permanenza a causa del mancato accesso ai servizi sanitari e delle condizioni igieniche spesso insufficienti». E ancora: «Anche per le malattie infettive l'aneddotica non corrisponde alla realtà», sottolinea Santino Severoni, coordinatore del programma Oms Europa sulla migrazione e la salute. In teoria lo spostamento delle popolazioni viene considerato una fonte di rischio, e per questo c'è un monitoraggio, ma riguarda tutti gli spostamenti. «La verità», spiega Severoni, «è che anche quando arrivano persone con infezioni l'evento è così sporadico che non costituisce un problema per la salute pubblica, come dimostra il fatto che non abbiamo mai registrato un contagio della popolazione residente». Ma in Italia cosa accade? «I problemi di salute dei migranti arrivati in Italia, che sono gli stessi riscontrati negli altri Paesi», secondo Severoni, «sono stati gestiti tranquillamente senza creare alcun problema, e il merito è dell'assistenza sanitaria universale che viene garantita da noi». Che ovviamente ha dei costi. A sentire gli esperti, però, anche questo dato è carico di sorprese. «Nel tempo in Italia», aggiunge Severoni, «sono stati trovati nei migranti un po' tutti i problemi di salute, ma sono stati tutti gestiti in maniera ottimale grazie al fatto che è stata garantita l'assistenza sanitaria e questo è un concetto valido in generale, gli interventi di salute pubblica in cui si escludono gruppi sono fallimentari, mentre l'assistenza universale è vincente anche dal punto di vista economico, perché si evitano interventi più costosi quando le malattie sono in fase avanzata, si pensi all'offerta di screening per tumori o ai vaccini». Insomma il protocollo italiano fa risparmiare e offre maggiori garanzie. Oltre ad essere tra i pochi Paesi che offrono l'assistenza ai migranti, l'Italia ha molte buone pratiche in questo campo. «Basti pensare», spiega ancora Severoni, «che la summer school che l'Oms organizza ogni anno sul tema si tiene in Italia. Qui abbiamo esperienze eccellenti, non è un caso che abbiamo scelto l'Istituto nazionale salute, migrazioni e povertà come partner per il rapporto». Per concludere, un'altra medaglia: «La Sicilia», ricostruisce il rapporto, «è stata la prima regione europea a dotarsi di un piano per la gestione dei migranti che poi è stato esportato in altri Paesi». L'Italia, d'altra parte, è stato anche il Paese più colpito dagli sbarchi. E nonostante i porti chiusi abbiano prodotto l'effetto di contrarre in modo drastico le partenze e quindi gli incidenti, il balletto di dati sulle vittime in mare viene sfruttato comunque per colpire il governo. Il numero di vittime è sempre altalenante. Ma da quali fonti proviene? Missing migrants è il progetto dell'International organization for migration, che si occupa del monitoraggio. Sul sito Web dell'organizzazione è spiegato a chiare lettere che «i dati sui decessi dei migranti sono difficili da raccogliere perché per la maggior parte si tratta di migranti che viaggiano su mezzi irregolari e spesso si verificano in aree remote scelte a causa della mancanza di vie legali. (...) il numero preciso di dispersi non è noto». Dati certi, insomma, non ce ne sono. È in questo vuoto che si inseriscono le Organizzazioni non governative (le stesse che effettuano i soccorsi): sono loro a tirare le somme e diffondere i dati delle tragedie. Ma con quali garanzie?
Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
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Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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