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2022-06-02
Cacciati dalla scuola i prof che imitano il premier. E sui vaccini beffa varianti
Ansa
Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha dato un pessimo esempio senza mascherina in un istituto scolastico del Veronese, tra decine di alunni imbavagliati, mentre i prof che rivendicano lo stesso diritto vengono allontanati da scuola, o sanzionati. Eccovi due esempi di mancata imparzialità.
Federica Valente, quando ha visto le immagini di Draghi e del governatore del Veneto, Luca Zaia, emergere sorridenti da una marea di ragazzini di cui non si poteva scorgere l’espressione, per colpa del Dpi, si è profondamente indignata. Insegnante di educazione fisica all’istituto comprensivo di Cervarese Santa Croce e Rovolon, in provincia di Padova, 49 anni, attenta alla salute e al benessere dei suoi studenti delle medie, si è detta: «Non posso più pensare di adeguarmi a un obbligo che non condivido, e intendo fare la mia parte, nel mio piccolo, contro questa ipocrisia».
Perciò, dal 23 maggio si è recata a scuola senza mascherina. «Le mie lezioni in palestra e all’aperto non prevedono l’obbligo di indossarla, in aula e nei corridoi sì. Anche in quei luoghi ho detto basta», racconta l’insegnante. Per tre giorni ha impartito venti minuti di educazione civica, spiegando agli alunni perché la normativa è «illogica, ma anche inutile e nociva per la salute».
Il 24 maggio è entrata in aula la vice preside, invitandola a indossare la mascherina, il giorno seguente è arrivato il dirigente scolastico che non si è limitato a una raccomandazione. «Per prima cosa mi ha detto di togliere l’immagine di Draghi con gli studenti dalla lim (acronimo di lavagna interattiva multimediale, ndr) ma ho replicato che proveniva dal sito del governo. Poi è passato alla questione mascherina, affermando che devo rispettare la legge, altrimenti non posso restare in classe. Al mio rifiuto è uscito, però quando sono andata in palestra è ricomparso, intimandomi di lasciare immediatamente l’edificio scolastico».
La prof è stata allontanata su due piedi, malgrado non fosse tenuta a indossare dispositivi di protezione durante gli esercizi fisici. «Nemmeno i miei allievi, anche se purtroppo alcuni la tengono mentre fanno intensa attività motoria, che richiede ampia ossigenazione, perché dicono di sentirsi più sicuri o che il nonno ha raccomandato di non toglierla mai. Poveretti, a quali lavaggi del cervello sono costretti», esclama Federica Valente.
Rientrata al lavoro il 1 aprile, dopo la sospensione perché guarita dal Covid ma non vaccinata, l’insegnante non è mai stata demensionata.
«Ho continuato a fare le mie lezioni senza problema, fino al giorno in cui ho detto basta ipocrisie». Ieri le è arrivata la lettera di demansionamento, diventato improvvisamente necessario e inderogabile. «Con il mio avvocato sto valutando che cosa fare, perché anche con le mansioni di supporto dovrei indossare la mascherina. Una cosa assurda, imposta solo da noi in Italia», conclude Federica.
Sull’obbligatorietà che prosegue a scuola, malgrado il caldo e l’estate che azzoppa la circolazione del virus, sono intervenuti i Garanti dell’infanzia di diverse Regioni che hanno scritto ai ministri, dell’Istruzione e della Salute, chiedendo che «le misure restrittive, ove necessarie, siano comprensibili, eque e adeguate, per tutte e tutti, ma soprattutto per i minori».
Invece, lamentano tanti genitori, rimane incomprensibile il sacrificio della mascherina in classe, quando poi in pizzeria o al supermercato non devi tenerla.
La seconda testimonianza arriva dal Friuli. Per essere entrato nell’ufficio della preside senza mascherina, Massimiliano Verdini è stato allontanato da scuola dopo l’intervento della polizia municipale che gli ha inflitto una multa di 400 euro. Nell’istituto di istruzione superiore Tagliamento di Spilimbergo, provincia di Pordenone, il prof non ha mai indossato i Dpi in classe. «Insegno lettere, ho bisogno di aria per spiegare Dante, i ragazzi devono vedere la mia mimica facciale, ascoltare distintamente quello che dico», dichiara Verdini». «Mai avuto problemi, gli studenti sapevano che se ne avevano voglia potevano pure loro togliersi la mascherina durante le mie lezioni. Nei corridoi però la tenevo».
L’insofferenza cresce nel docente quando cessa l’obbligo il 30 aprile, le restrizioni che permangono a scuola risultano sempre più ingiustificate e poi arriva la «provocazione» della foto di Draghi e Zaia. «Lunedì dovevo discutere con il dirigente scolastico di programmi didattici e sono andato da lei senza mascherina», racconta il docente friulano. «Mi ha intimato di metterla, lanciandomi al di là della scrivania una di quelle pezze, non a norma, prodotte da Fca ex Fiat, pagate con denaro pubblico e distribuite dal ministero dell’Istruzione agli studenti delle scuole. Mi sono rifiutato e allora la preside ha chiamato i carabinieri».
L’Arma avrà pensato bene che aveva di meglio da fare e sono comparsi invece due vigili, che hanno cercato di convincere Verdini.
«Mi hanno perfino detto di metterla sotto il naso, come fanno loro. Ho risposto che ne andava della mia dignità, quindi ho subìto il verbale di multa, 280 euro se pago entro cinque giorni altrimenti diventano 400 euro. Poi sono stato scortato fuori da scuola». Nemmeno fosse un delinquente.
Il 21 giugno dovrà presentarsi in audizione, è scattato il procedimento disciplinare nei suoi confronti. «Mi sono preso qualche giorno di ferie. Sono amareggiato di non poter seguire i miei studenti a fine corso, ma almeno avrò dato loro una lezione di logica e coerenza», prova a consolarsi l’insegnante di lettere punito e allontanato.
Big Pharma si frega le mani ma anche i nuovi vaccini sono a rischio con Omicron
Non ci voleva un virologo per immaginare che qualcosa potesse andare storto. Ma se lo ammette persino una testata molto mainstream, significa che la situazione è peggiore di quanto credessimo.
Il problema riguarda l’auspicio del ministro Roberto Speranza: avere, in autunno, un vaccino aggiornato per la variante Omicron. L’intuizione, maturata in base all’esperienza biennale della pandemia, suggerisce, però, che i farmaci salvifici potrebbero essere resi disponibili a babbo morto - ovvero, a ceppo virale mutato. Il virus sudafricano di fine novembre 2021, ad esempio, si è già trasformato. In Italia, è ancora dominante la versione Ba.2, ma stando all’ultimo monitoraggio di Iss, ministero e Fondazione Kessler, in almeno cinque aree (Basilicata, Molise, Bolzano, Trento e Valle d’Aosta) sono comparse le sottovarianti Ba.4 e Ba.5, mentre in Sardegna galoppano i ricombinanti Xi e Xm. Nulla di particolarmente allarmante; per ora, nessuna ecatombe in vista. Ma può essere abbastanza per bucare anche i preparati di Pfizer e Moderna prossimi venturi.
Del rischio flop se n’è accorto il sito americano Axios, una piattaforma alla quale certo non si possono rimproverare simpatie no vax o tentazioni complottiste. Parliamo di un’azienda editoriale creata dal cofondatore di Politico, Jim VandeHei. Un giornalista, per intenderci, che ha un passato come corrispondente dalla Casa Bianca per il Washington Post. A dirigere il blog è Mike Allen, anche lui ex firma di Politico, anche lui transitato per giornali iperprogressisti, come il New York Times. Nondimeno, in un pezzo pubblicato ieri, Axios lancia l’allarme: «Omicron sta correndo più veloce dei vaccini progettati per combatterla». Esattamente quello che qualsiasi profano di epidemiologia, semplicemente osservando cosa è successo con i medicinali a mRna attualmente in commercio, poteva ipotizzare. L’autrice dell’intervento, Caitlin Owens, cita alcuni studi preliminari. Uno scopre, se volete, l’acqua calda: ossia, che le sottovarianti di Omicron sono ancora più capaci di aggirare gli anticorpi, grazie a ulteriori mutazioni della proteina Spike, quella tramite la quale il Sars-Cov-2 si aggancia e penetra nelle cellule umane. Per inciso, sottolineiamo che questa è una delle ragioni per cui l’immunità naturale è più stabile e duratura di quella acquisita tramite vaccinazione: i rimedi ad acido ribonucleico messaggero stimolano difese calibrate, addirittura, sulla Spike del ceppo originario. Che, ormai, non esiste più. Gli anticorpi generati in seguito a un’infezione, invece, sono in grado di riconoscere più regioni del virus e, dunque, di attaccarlo anche se la Spike si è radicalmente modificata.
L’altra ricerca menzionata da Axios è un po’ più allarmante, in quanto pare indicare che gli esemplari Ba.4 e Ba.5 siano più patogenici di Omicron 2. Di quanto, non si sa: gli autori giapponesi del paper parlano di un «rischio potenzialmente più elevato per la salute globale», ma siamo ancora lungi dallo scenario da incubo di un virus più trasmissibile e altresì più letale.
Axios aggiunge che, tra qualche mese, potrebbe essere in circolazione una versione di Omicron ancora diversa e, quindi, capacissima di eludere persino il vaccino aggiornato. Tanto che un’esperta di malattie infettive di Kaiser health news, Celine Gounder, sospira: «Non è per nulla chiaro» se il nuovo farmaco «rappresenterà un sensibile miglioramento rispetto al vaccino originale, dato che Ba.4 e Ba.5 sono così diverse dall’Omicron originale». Anche perché, almeno nei Paesi occidentali, dove sono state portate avanti inoculazioni di massa, il primo medicinale utilizzato, magari combinato con un crescente livello di immunità naturale, continua comunque a proteggere dalle forme gravi di Covid. Forse, è il massimo su cui potremo fare affidamento.
Quest’estate, il regolatore Usa, la Food and drug administration, dovrebbe pronunciarsi sui nuovi prodotti di Pfizer e Moderna. Se le premesse sono queste, i sogni di Big Pharma dovrebbero infrangersi sullo scoglio della realtà. Ovvero, sull’impossibilità di inseguire un virus che muta molto più in fretta delle soluzioni adottate dagli scienziati, ai quali servono almeno sei mesi - scrive sempre Axios - solo per testare i vaccini e, poi, altro tempo per produrli e distribuirli. Alla folle rincorsa, dovrebbe subentrare un approccio più razionale a una patologia che, auspicabilmente, con qualche tutela indirizzata su anziani e fragili e qualche investimento in più sulle cure precoci, potrebbe essere tenuta sotto controllo. Pifzer e Moderna, tuttavia, due mesi fa hanno messo nero su bianco che, nel 2022, si aspettano rispettivamente 32 e 19 miliardi di dollari di incassi, grazie alle vendite dei vaccini anti Covid. È possibile che rinuncino al piatto ricco, ritirandosi con le pive nel sacco? Il virus muta. Ma la libidine per il denaro, quella, non cambia mai.
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Mentre Mario Draghi può stare tra gli alunni senza mascherina, chi si oppone al diktat è perseguito e umiliato. Nel Padovano, una docente è stata cacciata dalla preside. A Pordenone, invece, sono intervenuti i vigili per multare un insegnante e allontanarlo dall’istituto.L’allarme di «Axios»: la variante muta rapidamente e i sieri aggiornati potrebbero nascere già obsoleti. Pfizer e Moderna, però, sono pronte a incassare miliardi.Lo speciale contiene due articoliIl presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha dato un pessimo esempio senza mascherina in un istituto scolastico del Veronese, tra decine di alunni imbavagliati, mentre i prof che rivendicano lo stesso diritto vengono allontanati da scuola, o sanzionati. Eccovi due esempi di mancata imparzialità. Federica Valente, quando ha visto le immagini di Draghi e del governatore del Veneto, Luca Zaia, emergere sorridenti da una marea di ragazzini di cui non si poteva scorgere l’espressione, per colpa del Dpi, si è profondamente indignata. Insegnante di educazione fisica all’istituto comprensivo di Cervarese Santa Croce e Rovolon, in provincia di Padova, 49 anni, attenta alla salute e al benessere dei suoi studenti delle medie, si è detta: «Non posso più pensare di adeguarmi a un obbligo che non condivido, e intendo fare la mia parte, nel mio piccolo, contro questa ipocrisia». Perciò, dal 23 maggio si è recata a scuola senza mascherina. «Le mie lezioni in palestra e all’aperto non prevedono l’obbligo di indossarla, in aula e nei corridoi sì. Anche in quei luoghi ho detto basta», racconta l’insegnante. Per tre giorni ha impartito venti minuti di educazione civica, spiegando agli alunni perché la normativa è «illogica, ma anche inutile e nociva per la salute». Il 24 maggio è entrata in aula la vice preside, invitandola a indossare la mascherina, il giorno seguente è arrivato il dirigente scolastico che non si è limitato a una raccomandazione. «Per prima cosa mi ha detto di togliere l’immagine di Draghi con gli studenti dalla lim (acronimo di lavagna interattiva multimediale, ndr) ma ho replicato che proveniva dal sito del governo. Poi è passato alla questione mascherina, affermando che devo rispettare la legge, altrimenti non posso restare in classe. Al mio rifiuto è uscito, però quando sono andata in palestra è ricomparso, intimandomi di lasciare immediatamente l’edificio scolastico». La prof è stata allontanata su due piedi, malgrado non fosse tenuta a indossare dispositivi di protezione durante gli esercizi fisici. «Nemmeno i miei allievi, anche se purtroppo alcuni la tengono mentre fanno intensa attività motoria, che richiede ampia ossigenazione, perché dicono di sentirsi più sicuri o che il nonno ha raccomandato di non toglierla mai. Poveretti, a quali lavaggi del cervello sono costretti», esclama Federica Valente. Rientrata al lavoro il 1 aprile, dopo la sospensione perché guarita dal Covid ma non vaccinata, l’insegnante non è mai stata demensionata. «Ho continuato a fare le mie lezioni senza problema, fino al giorno in cui ho detto basta ipocrisie». Ieri le è arrivata la lettera di demansionamento, diventato improvvisamente necessario e inderogabile. «Con il mio avvocato sto valutando che cosa fare, perché anche con le mansioni di supporto dovrei indossare la mascherina. Una cosa assurda, imposta solo da noi in Italia», conclude Federica. Sull’obbligatorietà che prosegue a scuola, malgrado il caldo e l’estate che azzoppa la circolazione del virus, sono intervenuti i Garanti dell’infanzia di diverse Regioni che hanno scritto ai ministri, dell’Istruzione e della Salute, chiedendo che «le misure restrittive, ove necessarie, siano comprensibili, eque e adeguate, per tutte e tutti, ma soprattutto per i minori». Invece, lamentano tanti genitori, rimane incomprensibile il sacrificio della mascherina in classe, quando poi in pizzeria o al supermercato non devi tenerla. La seconda testimonianza arriva dal Friuli. Per essere entrato nell’ufficio della preside senza mascherina, Massimiliano Verdini è stato allontanato da scuola dopo l’intervento della polizia municipale che gli ha inflitto una multa di 400 euro. Nell’istituto di istruzione superiore Tagliamento di Spilimbergo, provincia di Pordenone, il prof non ha mai indossato i Dpi in classe. «Insegno lettere, ho bisogno di aria per spiegare Dante, i ragazzi devono vedere la mia mimica facciale, ascoltare distintamente quello che dico», dichiara Verdini». «Mai avuto problemi, gli studenti sapevano che se ne avevano voglia potevano pure loro togliersi la mascherina durante le mie lezioni. Nei corridoi però la tenevo». L’insofferenza cresce nel docente quando cessa l’obbligo il 30 aprile, le restrizioni che permangono a scuola risultano sempre più ingiustificate e poi arriva la «provocazione» della foto di Draghi e Zaia. «Lunedì dovevo discutere con il dirigente scolastico di programmi didattici e sono andato da lei senza mascherina», racconta il docente friulano. «Mi ha intimato di metterla, lanciandomi al di là della scrivania una di quelle pezze, non a norma, prodotte da Fca ex Fiat, pagate con denaro pubblico e distribuite dal ministero dell’Istruzione agli studenti delle scuole. Mi sono rifiutato e allora la preside ha chiamato i carabinieri». L’Arma avrà pensato bene che aveva di meglio da fare e sono comparsi invece due vigili, che hanno cercato di convincere Verdini. «Mi hanno perfino detto di metterla sotto il naso, come fanno loro. Ho risposto che ne andava della mia dignità, quindi ho subìto il verbale di multa, 280 euro se pago entro cinque giorni altrimenti diventano 400 euro. Poi sono stato scortato fuori da scuola». Nemmeno fosse un delinquente. Il 21 giugno dovrà presentarsi in audizione, è scattato il procedimento disciplinare nei suoi confronti. «Mi sono preso qualche giorno di ferie. Sono amareggiato di non poter seguire i miei studenti a fine corso, ma almeno avrò dato loro una lezione di logica e coerenza», prova a consolarsi l’insegnante di lettere punito e allontanato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-prof-ribelli-puniti-per-aver-tolto-il-bavaglio-2657439105.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="big-pharma-si-frega-le-mani-ma-anche-i-nuovi-vaccini-sono-a-rischio-con-omicron" data-post-id="2657439105" data-published-at="1654123807" data-use-pagination="False"> Big Pharma si frega le mani ma anche i nuovi vaccini sono a rischio con Omicron Non ci voleva un virologo per immaginare che qualcosa potesse andare storto. Ma se lo ammette persino una testata molto mainstream, significa che la situazione è peggiore di quanto credessimo. Il problema riguarda l’auspicio del ministro Roberto Speranza: avere, in autunno, un vaccino aggiornato per la variante Omicron. L’intuizione, maturata in base all’esperienza biennale della pandemia, suggerisce, però, che i farmaci salvifici potrebbero essere resi disponibili a babbo morto - ovvero, a ceppo virale mutato. Il virus sudafricano di fine novembre 2021, ad esempio, si è già trasformato. In Italia, è ancora dominante la versione Ba.2, ma stando all’ultimo monitoraggio di Iss, ministero e Fondazione Kessler, in almeno cinque aree (Basilicata, Molise, Bolzano, Trento e Valle d’Aosta) sono comparse le sottovarianti Ba.4 e Ba.5, mentre in Sardegna galoppano i ricombinanti Xi e Xm. Nulla di particolarmente allarmante; per ora, nessuna ecatombe in vista. Ma può essere abbastanza per bucare anche i preparati di Pfizer e Moderna prossimi venturi. Del rischio flop se n’è accorto il sito americano Axios, una piattaforma alla quale certo non si possono rimproverare simpatie no vax o tentazioni complottiste. Parliamo di un’azienda editoriale creata dal cofondatore di Politico, Jim VandeHei. Un giornalista, per intenderci, che ha un passato come corrispondente dalla Casa Bianca per il Washington Post. A dirigere il blog è Mike Allen, anche lui ex firma di Politico, anche lui transitato per giornali iperprogressisti, come il New York Times. Nondimeno, in un pezzo pubblicato ieri, Axios lancia l’allarme: «Omicron sta correndo più veloce dei vaccini progettati per combatterla». Esattamente quello che qualsiasi profano di epidemiologia, semplicemente osservando cosa è successo con i medicinali a mRna attualmente in commercio, poteva ipotizzare. L’autrice dell’intervento, Caitlin Owens, cita alcuni studi preliminari. Uno scopre, se volete, l’acqua calda: ossia, che le sottovarianti di Omicron sono ancora più capaci di aggirare gli anticorpi, grazie a ulteriori mutazioni della proteina Spike, quella tramite la quale il Sars-Cov-2 si aggancia e penetra nelle cellule umane. Per inciso, sottolineiamo che questa è una delle ragioni per cui l’immunità naturale è più stabile e duratura di quella acquisita tramite vaccinazione: i rimedi ad acido ribonucleico messaggero stimolano difese calibrate, addirittura, sulla Spike del ceppo originario. Che, ormai, non esiste più. Gli anticorpi generati in seguito a un’infezione, invece, sono in grado di riconoscere più regioni del virus e, dunque, di attaccarlo anche se la Spike si è radicalmente modificata. L’altra ricerca menzionata da Axios è un po’ più allarmante, in quanto pare indicare che gli esemplari Ba.4 e Ba.5 siano più patogenici di Omicron 2. Di quanto, non si sa: gli autori giapponesi del paper parlano di un «rischio potenzialmente più elevato per la salute globale», ma siamo ancora lungi dallo scenario da incubo di un virus più trasmissibile e altresì più letale. Axios aggiunge che, tra qualche mese, potrebbe essere in circolazione una versione di Omicron ancora diversa e, quindi, capacissima di eludere persino il vaccino aggiornato. Tanto che un’esperta di malattie infettive di Kaiser health news, Celine Gounder, sospira: «Non è per nulla chiaro» se il nuovo farmaco «rappresenterà un sensibile miglioramento rispetto al vaccino originale, dato che Ba.4 e Ba.5 sono così diverse dall’Omicron originale». Anche perché, almeno nei Paesi occidentali, dove sono state portate avanti inoculazioni di massa, il primo medicinale utilizzato, magari combinato con un crescente livello di immunità naturale, continua comunque a proteggere dalle forme gravi di Covid. Forse, è il massimo su cui potremo fare affidamento. Quest’estate, il regolatore Usa, la Food and drug administration, dovrebbe pronunciarsi sui nuovi prodotti di Pfizer e Moderna. Se le premesse sono queste, i sogni di Big Pharma dovrebbero infrangersi sullo scoglio della realtà. Ovvero, sull’impossibilità di inseguire un virus che muta molto più in fretta delle soluzioni adottate dagli scienziati, ai quali servono almeno sei mesi - scrive sempre Axios - solo per testare i vaccini e, poi, altro tempo per produrli e distribuirli. Alla folle rincorsa, dovrebbe subentrare un approccio più razionale a una patologia che, auspicabilmente, con qualche tutela indirizzata su anziani e fragili e qualche investimento in più sulle cure precoci, potrebbe essere tenuta sotto controllo. Pifzer e Moderna, tuttavia, due mesi fa hanno messo nero su bianco che, nel 2022, si aspettano rispettivamente 32 e 19 miliardi di dollari di incassi, grazie alle vendite dei vaccini anti Covid. È possibile che rinuncino al piatto ricco, ritirandosi con le pive nel sacco? Il virus muta. Ma la libidine per il denaro, quella, non cambia mai.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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