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2024-06-10
I preti di domani saranno sempre più conservatori
Giovani con tendenze omosessuali ammessi in seminario sì o no? Nelle ultime due settimane, dopo l’uscita sulla «frociaggine» (o «froceria» dato che le fonti divergono, ha osservato il vaticanista del Foglio, Matteo Matzuzzi) di papa Francesco, questo dilemma ha riacquistato attualità, e ci si è un po’ tutti dimenticati di due cose. La prima è che le norme in materia sono e restano chiarissime e difficilmente le cambierà il pontefice argentino che peraltro, dialogando coi vescovi italiani, già nel 2018 si era espresso chiaramente sui ragazzi omosessuali interessati al seminario: «Nel dubbio, meglio che non entrino». Ma soprattutto, ecco il punto, ciò di cui si sta parlando rischia di essere un falso problema, dato che, se da una parte certamente esiste una quota omosessuale nel clero, dall’altra essa pare contenuta e, soprattutto, destinata ad assottigliarsi nel clero giovane di oggi e di domani, che peraltro tutto si candida ad essere fuorché progressista.
Si prenda l’Africa, dove già oggi vive il 20% dei cattolici e dove tra non molti anni, alla luce delle tendenze demografiche, vivrà un cattolico su tre: da quelle parti la pratica omosessuale – come mostra pure la ferma reazione dei vescovi a Fiducia Supplicans, il documento sulle benedizioni delle coppie gay – non è esattamente ben vista; ed è dura possa esserlo in futuro, visti anche quali sono i riferimenti della Chiesa africana. Come per esempio ha scritto il mese scorso su Civiltà Cattolica Paul Béré, gesuita del Burkina Faso, «il primo dei martiri dell’Uganda, Joseph Mukasa, maggiordomo e uomo stimato dalla comunità cristiana» - proclamato santo da papa Montini nel 1964 - «ha mostrato l’eroismo della sua fede» proprio «resistendo alle pratiche omosessuali del re Mwanga». Significativo e da tenere a mente, anche perché l’Africa, a differenza dell’Occidente, di seminaristi e giovani preti ne ha parecchi.
Tuttavia, anche in Occidente il clero sta vivendo una silenziosa quanto netta metamorfosi che lo distanzia dal progressismo, e questo anche al di là, attenzione, di quanto non sia già oggi riscontrabile nel collegio cardinalizio. Il caso più documentato è quello degli Stati Uniti. Era il febbraio del 1994 quando il giornalista Larry B. Stammer, sulle colonne del Los Angeles Times, sottolineava come «scoperta più grande l’ortodossia da parte dei nuovi e più giovani sacerdoti, più conservatori dei preti di mezza età che furono ordinati e maturarono il sacerdozio negli anni Sessanta ai tempi del Concilio Vaticano II». Parole che hanno poi trovato conferma in un lavoro di Paul J. Levesque e Stephen M. Siptroth uscito nel 2005 sulla rivista Sociology of Religion.
Più recentemente, il 1° maggio scorso, l’Associated Press ha pubblicato un lungo servizio di Tim Sullivan e Jessie Wardarski in cui si legge che «i preti progressisti che hanno dominato la Chiesa statunitense negli anni successivi al Concilio Vaticano II», di fatto, «ora hanno tra i 70 e gli 80 anni. Molti sono in pensione. Alcuni sono morti. I preti più giovani sono molto più conservatori». «Stanno solo aspettando di seppellirci», ha commentato con amarezza un prete di 72 anni sentito nell’inchiesta, che poggia su basi robuste.
A fine 2023, infatti, sei ricercatori – Brandon Vaidyanathan, Christopher Jacobi, Chelsea Rae Kelly, Tricia C. Bruce, Stephen White e Sara Perla – hanno reso noto, per la Catholic University of America, quello che è lo studio più vasto degli ultimi 50 anni condotto sui preti cattolici: ne sono stati interpellati 10.000. Un lavoro che ha fotografato il clero americano da prima degli anni Sessanta ad oggi riscontrando da una parte come il conservatorismo dei sacerdoti sia molto accentuato e, dall’altra, come viceversa il vento progressista si sia bruscamente arrestato. Tanto che oggi l’85% dei giovani preti si definisce «conservatore» e, tra gli ordinati dopo il 2020, non uno si dice «molto progressista». Neppure uno: è eloquente.
In questo quadro negli Usa, secondo le analisi del sacerdote e sociologo Donald Sullins, anche la percentuale di sacerdoti omosessuali – che aveva toccato l’apice, il 23%, negli anni di ordinazione 1971-1980 - si è molto ridotta, risultando ora inferiore al 5%. Sono dati che tracciano con fedeltà ascesa e declino del fenomeno che anche papa Benedetto XVI ha denunciato nel suo libro postumo, Che cos’è il cristianesimo (Mondadori); negli anni Sessanta, ha scritto Ratzinger, «si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari». Quei «club» oggi non sono scomparsi, anzi è plausibile siano ben radicati tra i religiosi più maturi - e quindi gerarchicamente meglio inseriti -, ma sono inevitabilmente destinati indebolirsi con le nuove generazioni di preti, assai meno inclini delle precedenti a scender a patti con la morale mondana.
Certo, si potrebbe ribattere che il vento conservatore sarà pure un fenomeno nel clero africano ed americano, ma non europeo. In realtà non è così. Anche nel Vecchio Continente, flagellato dal vento della secolarizzazione, qualcosa sta cambiando. Se n’è accorto, in Francia, il quotidiano La Croix, che il dicembre scorso ha diffuso «Qui sont les prêtres de demain?» («Chi sono i preti di domani?»), un’inchiesta esclusiva realizzata sondando 600 seminaristi (su 673 censiti dalla Conferenza episcopale d’Oltralpe) riunitisi a Parigi. Ebbene, la sorpresa non deve essere stata piccola nel registrare come quasi un seminarista su due (il 47%) frequenti regolarmente o occasionalmente una parrocchia o comunità tradizionalista e più di uno su tre (il 34%) non abbia nulla contro la messa tradizionale invisa a tanti vescovi. Beninteso: sarebbe sbagliato pensare questi seminaristi scismatici, dato che meno di uno su cinque fra costoro (17%) dichiara poca simpatia verso papa Francesco; semplicemente, ha rilevato il giornalista di La Croix Arnaud Bevilacqua, sono aspiranti sacerdoti che «dimostrano un fortissimo attaccamento alla Chiesa e alla dottrina».
Non è finita. Perfino nella Germania dove il vento progressista soffia ancora impetuoso nelle gerarchie ecclesiastiche, oggi, c’è qualche sorpresa. Un recentissimo studio tedesco reso noto a maggio e realizzato sondando gli 847 sacerdoti ordinati dal 2010 al 2021, infatti, ha rilevato come i temi così cari all’agenda sinodale teutonica – quali, ad esempio, l’ammissione all’ordinazione delle donne e la maggiore partecipazione dei laici alle scelte ecclesiastiche – trovino un consenso limitato, che arriva al massimo al 36%, mentre ben di più (il 76%) risultano quanti ritengono prioritario prestare attenzione ai contenuti religiosi e a come trasmetterli. La maggior parte di questi sacerdoti, ha commentano non senza delusione Matthias Sellmann, il teologo responsabile dello studio, «sembra non avere familiarità con gli ambienti e i valori della società moderna».
Sarà. Sta di fatto che anche in Italia il sacerdote di una volta, per così dire, è un modello che resta attrattivo. In una ricerca di qualche anno compiuta in uno Istituto di scienze religiose, alla domanda «Le piacerebbe avere in parrocchia un prete come don Camillo?», ha risposto il 90%. Una maggioranza schiacciante che, sommata ai dati internazionali poc’anzi ricordati, prova come silenziosamente la Chiesa stia cambiando pelle, dando in fin dei conti ragione a quanto nel 1990 l’allora cardinal Ratzinger evidenziò intervenendo al Meeting di Rimini: «Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, ma di una Chiesa più divina. Solo allora essa sarà veramente umana».
«La fede che attrae le giovani generazioni è quella più esigente»
Tra i più attenti osservatori delle dinamiche religiose, non solo italiane, c’è da tempo Leonardo Allodi, professore associato di Sociologia dei processi culturali all’Università di Bologna, autore e curatore di numerosi volumi, tra cui il recentissimo Sociologia comparata delle civiltà (Rubbettino, 2024). La Verità l’ha contattato per capire meglio le dinamiche di cambiamento che attraversano oggi la Chiesa.
Professore, negli Stati Uniti, ma anche in Francia e Germania, secondo diverse ricerche i sacerdoti risultano conservatori, spesso più del passato. La sorprende?
«I risultati di queste recenti indagini sociologiche non mi sorprendono affatto. È confermato da tempo, anche empiricamente, come laddove il credere si fa più esigente ha successo ed è attrattivo, come accade ad esempio negli Ordini contemplativi. Ora anche molti sacerdoti e parroci “secolari” si rendono contro di questo: laddove la fede viene semplificata e resa meno esigente attrae sempre meno, lascia insoddisfatta l’esigenza religiosa delle persone. In questo senso l’antropologia dell’homo religiosus, la sua nostalgia per l’Assoluto e il Totalmente Altro, non muterà mai. E, come dice uno dei massimi pensatori cattolici del nostro tempo, Robert Spaemann, le cose ultime, il perché e il da dove dell’uomo non potranno mai essere illuminate da alcun illuminismo. Sempre più si comprende come la religione apra uno spazio al pensiero e alla vita, in grado di trascendere la morte. Chi ormai oggi offre questo, se non una fede autentica, una devozione vera, una vita fecondata dai sacramenti? I sacerdoti sono i primi ad esserne consapevoli».
Come si spiega questo processo?
«Questa esigenza, questo bisogno naturale e spontaneo di consolidamento di una fides ortodoxa, di ritorno ad un ethos e ad una sensibilità tradizionali, al cui centro vi sia senso della devozione e senso dell’adorazione del Mistero di Dio, si inscrive in un processo più ampio che il grande sociologo Pitirim A. Sorokin - “cristiano, anarchico e conservatore”, si definiva -, di origini russe e professore ad Harvard, ha preconizzato fin dagli anni Sessanta del secolo scorso. Nell’opera La rivoluzione sessuale americana (Cantagalli, 2021), parla di una legge della polarizzazione, secondo cui quando una società sperimenta un crescente degrado morale, una volta raggiunta la sua fase sensistico-cinica, la massa dei suoi membri, che in una situazione normale non sono né troppo santi né troppo peccatori, tende a dividersi e a polarizzarsi, alcuni diventano più religiosi, più morali e santi, mentre altri più irreligiosi, cinici, sensuali e criminali. In questo modo, dice Sorokin, la maggioranza eticamente mediocre dei tempi normali si muove verso i poli opposti di nobilitazione e degradazione religiosa e morale. Siamo entrati in un’epoca di polarizzazione positiva e negativa. E questo non risparmierà neppure, al proprio interno, la Chiesa stessa. Se si saprà edificare una tale “polarizzazione positiva”, le speranze di una rinascita diventeranno realtà».
È realistico pensare che questa metamorfosi del clero, per così dire, che si osserva negli Usa si possa verificare anche altrove, nel mondo occidentale?
«In un’intervista in uscita sul prossimo numero del mensile Il Timone, Martin Mosebach osserva come la situazione culturale - o non culturale - contemporanea riveli sempre più, in tutte le sue forme di manifestazioni, quelli che lui definisce “sintomi ippocratici”. Sempre più uomini sensibili comprendono come la situazione di degradazione nella quale il continente europeo risulta immerso da tempo nella forma più estrema, “non sia più associata alla speranza e che la sua incontestabile forza sia soprattutto distruttiva”. Per tale ragione, sempre più e diffusamente, si cerca una via d’uscita da una civilizzazione “che agisce in modo soffocante sull’umanità”, avvertendo con gratitudine “che il culto tradizionale rappresenta un contro-mondo, risparmiato dal soffio pestilenziale del nostro tempo”».
Anche nell’Europa scristianizzata, ci sono fenomeni in controtendenza: in Francia il pellegrinaggio di Chartres quest’anno ha raccolto 18.000 pellegrini: +12% rispetto all’anno scorso. Perché iniziative così continuano ad affascinare?
«La devozione popolare ha sempre preservato manifestazioni che rendono sperimentabile la fede. Le processioni, i pellegrinaggi, il contatto con immagini sacre, sono tutti espressioni di una devozione popolare autentica che rinasce e si risveglia di continuo, a dispetto del cinismo e del sarcasmo con cui si è pensato di poterle abolire o ridicolizzare. Tale risveglio, già evidente ad esempio nel nostro Paese - penso alla crescente “riscoperta” e diffusione dell’adorazione eucaristica nelle parrocchie -, è un segno di quel processo in atto di polarizzazione positiva a cui accennavo prima».
In Occidente la religione ha però indubbiamente perso rilevanza sociale. Tuttavia, in questi stessi decenni anche il futuro demografico occidentale pare incerto. Forse, assieme alla fede, se ne sta andando anche la speranza?
«L’affievolimento della fede, soprattutto in Europa, è del tutto evidente e innegabile. Perché è accaduto? La risposta del già citato Spaemann, è: “Secondo Wittgenstein una ruota che non gira non fa parte della macchina. Nel mondo moderno, la macchina gira senza che la ruota religiosa sia inserita, senza che essa giri”. Come aveva ben compreso Romano Guardini, la slealtà moderna consiste nel volere frutti cristiani facendo a meno del cristianesimo. La fede può quindi eclissarsi, ma non scomparire. Essa rimane una esigenza insopprimibile di ogni uomo e di ogni società».
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Quelli che hanno dominato la scena dopo il Concilio vanno in pensione. E le nuove leve non sono per nulla attratte dalle sirene progressiste, come mostrano molte ricerche negli Usa e in Europa.Il sociologo Leonardo Allodi: «Una fase di degrado morale come questa si accompagna sempre a una riscoperta del senso del sacro».Lo speciale contiene due articoliGiovani con tendenze omosessuali ammessi in seminario sì o no? Nelle ultime due settimane, dopo l’uscita sulla «frociaggine» (o «froceria» dato che le fonti divergono, ha osservato il vaticanista del Foglio, Matteo Matzuzzi) di papa Francesco, questo dilemma ha riacquistato attualità, e ci si è un po’ tutti dimenticati di due cose. La prima è che le norme in materia sono e restano chiarissime e difficilmente le cambierà il pontefice argentino che peraltro, dialogando coi vescovi italiani, già nel 2018 si era espresso chiaramente sui ragazzi omosessuali interessati al seminario: «Nel dubbio, meglio che non entrino». Ma soprattutto, ecco il punto, ciò di cui si sta parlando rischia di essere un falso problema, dato che, se da una parte certamente esiste una quota omosessuale nel clero, dall’altra essa pare contenuta e, soprattutto, destinata ad assottigliarsi nel clero giovane di oggi e di domani, che peraltro tutto si candida ad essere fuorché progressista.Si prenda l’Africa, dove già oggi vive il 20% dei cattolici e dove tra non molti anni, alla luce delle tendenze demografiche, vivrà un cattolico su tre: da quelle parti la pratica omosessuale – come mostra pure la ferma reazione dei vescovi a Fiducia Supplicans, il documento sulle benedizioni delle coppie gay – non è esattamente ben vista; ed è dura possa esserlo in futuro, visti anche quali sono i riferimenti della Chiesa africana. Come per esempio ha scritto il mese scorso su Civiltà Cattolica Paul Béré, gesuita del Burkina Faso, «il primo dei martiri dell’Uganda, Joseph Mukasa, maggiordomo e uomo stimato dalla comunità cristiana» - proclamato santo da papa Montini nel 1964 - «ha mostrato l’eroismo della sua fede» proprio «resistendo alle pratiche omosessuali del re Mwanga». Significativo e da tenere a mente, anche perché l’Africa, a differenza dell’Occidente, di seminaristi e giovani preti ne ha parecchi. Tuttavia, anche in Occidente il clero sta vivendo una silenziosa quanto netta metamorfosi che lo distanzia dal progressismo, e questo anche al di là, attenzione, di quanto non sia già oggi riscontrabile nel collegio cardinalizio. Il caso più documentato è quello degli Stati Uniti. Era il febbraio del 1994 quando il giornalista Larry B. Stammer, sulle colonne del Los Angeles Times, sottolineava come «scoperta più grande l’ortodossia da parte dei nuovi e più giovani sacerdoti, più conservatori dei preti di mezza età che furono ordinati e maturarono il sacerdozio negli anni Sessanta ai tempi del Concilio Vaticano II». Parole che hanno poi trovato conferma in un lavoro di Paul J. Levesque e Stephen M. Siptroth uscito nel 2005 sulla rivista Sociology of Religion.Più recentemente, il 1° maggio scorso, l’Associated Press ha pubblicato un lungo servizio di Tim Sullivan e Jessie Wardarski in cui si legge che «i preti progressisti che hanno dominato la Chiesa statunitense negli anni successivi al Concilio Vaticano II», di fatto, «ora hanno tra i 70 e gli 80 anni. Molti sono in pensione. Alcuni sono morti. I preti più giovani sono molto più conservatori». «Stanno solo aspettando di seppellirci», ha commentato con amarezza un prete di 72 anni sentito nell’inchiesta, che poggia su basi robuste. A fine 2023, infatti, sei ricercatori – Brandon Vaidyanathan, Christopher Jacobi, Chelsea Rae Kelly, Tricia C. Bruce, Stephen White e Sara Perla – hanno reso noto, per la Catholic University of America, quello che è lo studio più vasto degli ultimi 50 anni condotto sui preti cattolici: ne sono stati interpellati 10.000. Un lavoro che ha fotografato il clero americano da prima degli anni Sessanta ad oggi riscontrando da una parte come il conservatorismo dei sacerdoti sia molto accentuato e, dall’altra, come viceversa il vento progressista si sia bruscamente arrestato. Tanto che oggi l’85% dei giovani preti si definisce «conservatore» e, tra gli ordinati dopo il 2020, non uno si dice «molto progressista». Neppure uno: è eloquente. In questo quadro negli Usa, secondo le analisi del sacerdote e sociologo Donald Sullins, anche la percentuale di sacerdoti omosessuali – che aveva toccato l’apice, il 23%, negli anni di ordinazione 1971-1980 - si è molto ridotta, risultando ora inferiore al 5%. Sono dati che tracciano con fedeltà ascesa e declino del fenomeno che anche papa Benedetto XVI ha denunciato nel suo libro postumo, Che cos’è il cristianesimo (Mondadori); negli anni Sessanta, ha scritto Ratzinger, «si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari». Quei «club» oggi non sono scomparsi, anzi è plausibile siano ben radicati tra i religiosi più maturi - e quindi gerarchicamente meglio inseriti -, ma sono inevitabilmente destinati indebolirsi con le nuove generazioni di preti, assai meno inclini delle precedenti a scender a patti con la morale mondana. Certo, si potrebbe ribattere che il vento conservatore sarà pure un fenomeno nel clero africano ed americano, ma non europeo. In realtà non è così. Anche nel Vecchio Continente, flagellato dal vento della secolarizzazione, qualcosa sta cambiando. Se n’è accorto, in Francia, il quotidiano La Croix, che il dicembre scorso ha diffuso «Qui sont les prêtres de demain?» («Chi sono i preti di domani?»), un’inchiesta esclusiva realizzata sondando 600 seminaristi (su 673 censiti dalla Conferenza episcopale d’Oltralpe) riunitisi a Parigi. Ebbene, la sorpresa non deve essere stata piccola nel registrare come quasi un seminarista su due (il 47%) frequenti regolarmente o occasionalmente una parrocchia o comunità tradizionalista e più di uno su tre (il 34%) non abbia nulla contro la messa tradizionale invisa a tanti vescovi. Beninteso: sarebbe sbagliato pensare questi seminaristi scismatici, dato che meno di uno su cinque fra costoro (17%) dichiara poca simpatia verso papa Francesco; semplicemente, ha rilevato il giornalista di La Croix Arnaud Bevilacqua, sono aspiranti sacerdoti che «dimostrano un fortissimo attaccamento alla Chiesa e alla dottrina».Non è finita. Perfino nella Germania dove il vento progressista soffia ancora impetuoso nelle gerarchie ecclesiastiche, oggi, c’è qualche sorpresa. Un recentissimo studio tedesco reso noto a maggio e realizzato sondando gli 847 sacerdoti ordinati dal 2010 al 2021, infatti, ha rilevato come i temi così cari all’agenda sinodale teutonica – quali, ad esempio, l’ammissione all’ordinazione delle donne e la maggiore partecipazione dei laici alle scelte ecclesiastiche – trovino un consenso limitato, che arriva al massimo al 36%, mentre ben di più (il 76%) risultano quanti ritengono prioritario prestare attenzione ai contenuti religiosi e a come trasmetterli. La maggior parte di questi sacerdoti, ha commentano non senza delusione Matthias Sellmann, il teologo responsabile dello studio, «sembra non avere familiarità con gli ambienti e i valori della società moderna». Sarà. Sta di fatto che anche in Italia il sacerdote di una volta, per così dire, è un modello che resta attrattivo. In una ricerca di qualche anno compiuta in uno Istituto di scienze religiose, alla domanda «Le piacerebbe avere in parrocchia un prete come don Camillo?», ha risposto il 90%. Una maggioranza schiacciante che, sommata ai dati internazionali poc’anzi ricordati, prova come silenziosamente la Chiesa stia cambiando pelle, dando in fin dei conti ragione a quanto nel 1990 l’allora cardinal Ratzinger evidenziò intervenendo al Meeting di Rimini: «Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, ma di una Chiesa più divina. 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Professore, negli Stati Uniti, ma anche in Francia e Germania, secondo diverse ricerche i sacerdoti risultano conservatori, spesso più del passato. La sorprende? «I risultati di queste recenti indagini sociologiche non mi sorprendono affatto. È confermato da tempo, anche empiricamente, come laddove il credere si fa più esigente ha successo ed è attrattivo, come accade ad esempio negli Ordini contemplativi. Ora anche molti sacerdoti e parroci “secolari” si rendono contro di questo: laddove la fede viene semplificata e resa meno esigente attrae sempre meno, lascia insoddisfatta l’esigenza religiosa delle persone. In questo senso l’antropologia dell’homo religiosus, la sua nostalgia per l’Assoluto e il Totalmente Altro, non muterà mai. E, come dice uno dei massimi pensatori cattolici del nostro tempo, Robert Spaemann, le cose ultime, il perché e il da dove dell’uomo non potranno mai essere illuminate da alcun illuminismo. Sempre più si comprende come la religione apra uno spazio al pensiero e alla vita, in grado di trascendere la morte. Chi ormai oggi offre questo, se non una fede autentica, una devozione vera, una vita fecondata dai sacramenti? I sacerdoti sono i primi ad esserne consapevoli». Come si spiega questo processo? «Questa esigenza, questo bisogno naturale e spontaneo di consolidamento di una fides ortodoxa, di ritorno ad un ethos e ad una sensibilità tradizionali, al cui centro vi sia senso della devozione e senso dell’adorazione del Mistero di Dio, si inscrive in un processo più ampio che il grande sociologo Pitirim A. Sorokin - “cristiano, anarchico e conservatore”, si definiva -, di origini russe e professore ad Harvard, ha preconizzato fin dagli anni Sessanta del secolo scorso. Nell’opera La rivoluzione sessuale americana (Cantagalli, 2021), parla di una legge della polarizzazione, secondo cui quando una società sperimenta un crescente degrado morale, una volta raggiunta la sua fase sensistico-cinica, la massa dei suoi membri, che in una situazione normale non sono né troppo santi né troppo peccatori, tende a dividersi e a polarizzarsi, alcuni diventano più religiosi, più morali e santi, mentre altri più irreligiosi, cinici, sensuali e criminali. In questo modo, dice Sorokin, la maggioranza eticamente mediocre dei tempi normali si muove verso i poli opposti di nobilitazione e degradazione religiosa e morale. Siamo entrati in un’epoca di polarizzazione positiva e negativa. E questo non risparmierà neppure, al proprio interno, la Chiesa stessa. Se si saprà edificare una tale “polarizzazione positiva”, le speranze di una rinascita diventeranno realtà». È realistico pensare che questa metamorfosi del clero, per così dire, che si osserva negli Usa si possa verificare anche altrove, nel mondo occidentale? «In un’intervista in uscita sul prossimo numero del mensile Il Timone, Martin Mosebach osserva come la situazione culturale - o non culturale - contemporanea riveli sempre più, in tutte le sue forme di manifestazioni, quelli che lui definisce “sintomi ippocratici”. Sempre più uomini sensibili comprendono come la situazione di degradazione nella quale il continente europeo risulta immerso da tempo nella forma più estrema, “non sia più associata alla speranza e che la sua incontestabile forza sia soprattutto distruttiva”. Per tale ragione, sempre più e diffusamente, si cerca una via d’uscita da una civilizzazione “che agisce in modo soffocante sull’umanità”, avvertendo con gratitudine “che il culto tradizionale rappresenta un contro-mondo, risparmiato dal soffio pestilenziale del nostro tempo”». Anche nell’Europa scristianizzata, ci sono fenomeni in controtendenza: in Francia il pellegrinaggio di Chartres quest’anno ha raccolto 18.000 pellegrini: +12% rispetto all’anno scorso. Perché iniziative così continuano ad affascinare? «La devozione popolare ha sempre preservato manifestazioni che rendono sperimentabile la fede. Le processioni, i pellegrinaggi, il contatto con immagini sacre, sono tutti espressioni di una devozione popolare autentica che rinasce e si risveglia di continuo, a dispetto del cinismo e del sarcasmo con cui si è pensato di poterle abolire o ridicolizzare. Tale risveglio, già evidente ad esempio nel nostro Paese - penso alla crescente “riscoperta” e diffusione dell’adorazione eucaristica nelle parrocchie -, è un segno di quel processo in atto di polarizzazione positiva a cui accennavo prima». In Occidente la religione ha però indubbiamente perso rilevanza sociale. Tuttavia, in questi stessi decenni anche il futuro demografico occidentale pare incerto. Forse, assieme alla fede, se ne sta andando anche la speranza? «L’affievolimento della fede, soprattutto in Europa, è del tutto evidente e innegabile. Perché è accaduto? La risposta del già citato Spaemann, è: “Secondo Wittgenstein una ruota che non gira non fa parte della macchina. Nel mondo moderno, la macchina gira senza che la ruota religiosa sia inserita, senza che essa giri”. Come aveva ben compreso Romano Guardini, la slealtà moderna consiste nel volere frutti cristiani facendo a meno del cristianesimo. La fede può quindi eclissarsi, ma non scomparire. Essa rimane una esigenza insopprimibile di ogni uomo e di ogni società».
Nel riquadro, il giovane pestato dai nordafricani a Brescia (iStock)
Gang di giovani così descritti dal documento: persone «prevalentemente di sesso maschile al cui interno spiccano soggetti con abbigliamento sportivo (scarpe da ginnastica, borsello/marsupio a tracolla), capelli rasati ai lati/ricci parte superiore, principalmente di etnia egiziana o nord africana (c.d. maranza)». Vengono snocciolati dati e tabelle in cui per esempio si osserva come le segnalazioni di stranieri per violenza sessuale, tra il 2022 e il 2023, siano molto più alte rispetto a quelle degli italiani. E questo, val la pena sottolinearlo, nonostante i primi siano molti di meno. Ma non solo. In un altro grafico appare come il 57 per cento degli indagati sia di cittadinanza straniera, in particolare marocchina, tunisina ed egiziana. Nonostante i dati, secondo il report non ci sarebbe una vera emergenza, ma si tratterebbe principalmente di un problema di percezione. Bene. Applauso del Pd durante la presentazione in consiglio comunale. «Le baby gang non esistono», aveva esultato Roberto Omodei, capogruppo del Partito democratico.
Accade però che la realtà, ancora una volta, abbia smentito questa retorica che tende a minimizzare un problema che c’è ed è evidente. Lo scorso 3 giugno, un ragazzo di poco più di vent’anni che ha chiesto l’anonimato perché ancora scosso, decide di andare allo stadio per vedere Brescia-Ascoli. La sua è un’abitudine. Il calcio gli piace e, ancora di più, vederlo giocato dal vivo. La partita finisce con un pareggio. Il giovane lascia lo stadio per andare a prendere la macchina e, come racconta alla Verità, «quando arrivo al parcheggio dell’In’s mi trovo davanti un gruppo di circa sei o sette ragazzi di colore (immagino nordafricani), che mi fa una domanda veramente a caso sulla partita. Rispondo, ma continuo a camminare dicendo di essere di fretta». Poi il registro cambia. «All’improvviso uno di questi ragazzi si avvicina e mi mette il braccio sulle spalle. Arrivano anche gli altri, che mi sfilano il telefono dalle mani e iniziano a colpirmi con continui pugni in faccia. A partire da quel momento ho fatto tanta fatica a vedere, visto che l’occhio si era gonfiato moltissimo».
Il ragazzo cade. «Mi chiedono il portafogli mentre continuano a picchiarmi e a tenermi bloccato; me lo sfilano dalla tasca e mi tirano dei calci in faccia. Continuano così mentre mi chiedono di sbloccare il telefono, cosa che non ho fatto, e che ha fatto sì che continuassero a picchiarmi».
Il gruppetto se ne va. Resta solo un nordafricano che continua a chiedere il pin. Il povero ragazzo non glielo dà. Lo straniero riconsegna il telefono, nella speranza che venga sbloccato, ma il ferito prova a scappare. Non c’è niente da fare però. «Mi ha preso dal cappuccio del giubbotto e mi ha dato ancora pugni in faccia. Ricado a terra e mi minaccia di spaccare telefono se non lo sblocco». A questo punto, il nordafricano se ne va. Il giovane si rialza a fatica e, fortunatamente, incontra un ragazzo che conosce e che chiama i soccorsi. «Al pronto soccorso, carabinieri, polizia e infermieri mi hanno detto che situazioni del genere si verificano spesso. Ci sono rimasto male», confessa il ferito. Che ci tiene però anche a precisare che ha molti amici «marocchini e algerini, ma questa volta è andata così».
Prognosi di 30 giorni e volto tumefatto. Non una questione di percezione, ma di realtà. Di sangue e botte. Non è un caso che Carlo Andreoli, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Brescia, sia intervenuto su questo fatto chiamando in causa chi governa la città: «Ciò che fa davvero rabbrividire è che coloro che amministrano questa città abbiano, per oltre un anno e mezzo, minimizzato queste situazioni. Esponenti della Giunta hanno sostenuto per mesi, anche pubblicamente, che “non esistono bande giovanili in città”, arrivando persino a commissionare uno studio, con l’Università degli studi di Brescia, che certificasse l’inesistenza del fenomeno. Ma è normale tutto questo? Perché negare una realtà che è sotto gli occhi di tutti? Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere problemi complessi ma se si continua a nascondere la polvere sotto il tappeto, lanciando proclami ideologici e deliranti come l’inesistenza di questi fenomeni, come potremo mai affrontarli e risolverli?».
Ancora una volta la realtà ha battuto l’ideologia. E, ancora una volta, lo ha fatto al prezzo del sangue.
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Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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iStock
Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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