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2020-08-18
I pasticci sugli infetti dall’estero servono a proteggere i clandestini
Luciana Lamorgese e Luigi Di Maio (Ansa)
Migranti e coronavirus? Un falso problema, almeno secondo Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e membro del comitato tecnico scientifico. «Il contributo dei migranti, intesi come disperati che fuggono», ha dichiarato domenica Locatelli intervistato dal Corriere della Sera, «è minimale, non oltre il 3-5% sono positivi e una parte si infettano nei centri di accoglienza dove è più difficile mantenere le misure sanitarie adeguate».
E gli altri? «A seconda delle Regioni, il 25-40% dei casi sono stati importati da concittadini tornati da viaggi o da stranieri residenti in Italia». Capitolo chiuso, almeno a giudicare dalle parole pronunciate da Locatelli. Un tentativo, quello del presidente del Css, di gettare acqua sul fuoco di una polemica che divampa ormai da settimane. Da quando, cioè, la curva dei contagi provenienti da fuori confine ha iniziato a lievitare vertiginosamente. Basti pensare che dall'aggiornamento pubblicato dall'Istituto superiore di sanità del 28 luglio a quello dell'11 agosto, l'estero è balzato al primo posto come luogo di esposizione al virus, passando da 276 a 615 casi. Parlando in termini percentuali, sul totale dei contagi l'incremento è stato dal 26,5% al 30,9%.
La questione, in realtà, è molto più complessa. Come chiarisce un approfondito fact checking pubblicato su Pagella Politica, infatti, il report dell'Iss fornisce informazioni sul luogo nel quale si presume sia avvenuta l'infezione. Nessun dato utile, invece, per quanto riguarda la nazionalità dei contagi, che potrebbe riguardare - per esempio - concittadini che rientrano dall'estero, o viceversa stranieri che arrivano in Italia già positivi. Viste in questa prospettiva, le cifre dei casi da oltreconfine assumono un'altra prospettiva, specialmente a seguito del termine del lockdown e la relativa riapertura delle frontiere. Tuttavia, puntare il dito contro i turisti (italiani e non), magari aficionados della movida, non basta a spiegare interamente il fenomeno relativo ai casi importati. E di certo non esaurisce il feroce dibattito in seno alla politica e all'opinione pubblica.
Primo. Come dimostra la lunga digressione di Pagella Politica, in realtà, da un lato è vero che i dati a disposizione non permettono di scindere tra migranti e turisti. Per contro, la scelta di mettere tutto nello stesso calderone di fatto impedisce di estrapolare il singolo dato, impedendo una corretta analisi dei flussi relativi a questa o all'altra categoria. Tradotto in termini più semplici, l'ambiguità con la quale le cifre vengono presentate non aiuta di certo. Come si suol dire, almeno in questo caso la forma è sostanza.
Secondo. Dato per scontato che siamo alle prese con numeri necessariamente approssimativi, è bene paragonare pere con pere e mele con mele. Stando a quanto dichiarato a fine luglio dal sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa, «dall'inizio della pandemia, sono stati registrati complessivamente 603 migranti positivi al Covid-19», pari allo 0,2% dei casi totali a quella data. A quanto si apprende dalla Indagine nazionale Covid-19 nelle strutture del sistema di accoglienza per migranti elaborata dall'Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà, che prende in considerazione 5.038 strutture di accoglienza sulle 6.387 censite dal ministero dell'Interno (copertura pari al 73,7%), sarebbero 572 i casi sospetti di Covid, di cui 239 confermati. Pari cioè allo 0,4% sul totale degli ospiti. Tanto per dare un'idea delle proporzioni, come dichiarato dal governatore Luca Zaia, negli ultimi due giorni in Veneto sono stati effettuati ben 13.866 tamponi ai turisti tornati in regione. Risultato: 37 positivi, pari allo 0,27%, vale a dire il 48% in meno rispetto a quanto riscontrato nelle strutture che ospitano i migranti.
macchia di leopardo
Terzo. Quello dei contagi tra migranti è un problema che colpisce a macchia di leopardo. Ci sono alcune regioni costrette ogni giorno a fare i conti con sbarchi di rifugiati che poi si rivelano positivi. Pensiamo alla Sicilia, dove i bollettini che separano tra casi locali e «importati» ormai sono una consuetudine. Solo venerdì scorso, per esempio, dei 36 casi totali ben 21 riguardavano immigrati sbarcati sulle coste dell'isola. Oppure la Sardegna, dove il 13 agosto 13 dei 17 casi riguardavano migranti. Un capitolo a parte lo merita la caserma Serena di Treviso, con 260 contagiati su 320 ospiti.
Quarto. Liquidare frettolosamente il problema, come fatto da Locatelli, non serve a risolverlo. Anche perché ormai sia il governo che l'opposizione sembrano d'accordo su un punto: la questione è critica. Il governatore siciliano Nello Musumeci ha definito il fronte migranti «un'emergenza nell'emergenza». Più che dagli sbarchi, il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese sembra preoccupata dall'emergenza sanitaria: «Devono fare tutti la quarantena di 14 giorni». E giusto ieri la Lamorgese ha ammesso che c'è «pressione su Sicilia e Lampedusa» e la «difficoltà è aggravata dal Covid». Alla faccia del problema che non esiste.
«Poliziotti aggrediti e senza tutele»
A livello nazionale non è tra i centri di accoglienza più conosciuti, però le sue condizioni sono drammatiche. È la struttura di Monastir, situata nella parte meridionale della Sardegna, che desta preoccupazione soprattutto fra chi vi lavora. Come denuncia la lettera inviata dal segretario provinciale del Sap (Sindacato autonomo di polizia), Luca Agati, al questore di Cagliari Pierluigi d'Angelo. «Monastir è una polveriera pronta a esplodere. Gli stranieri sono ammassati in condizioni disumane all'interno delle diverse aree che vengono facilmente scavalcate». Occorrono pochi minuti e qualche clic per trovare su Internet le immagini delle fughe. «Gli stranieri sono divisi in varie zone in virtù della loro permanenza e della loro condizione sanitaria. I poliziotti», prosegue nella missiva il rappresentante sindacale Luca Agati, «che lavorano nel centro non hanno la possibilità di differenziare i malati dai sani, chi è nella struttura da un giorno e chi da 15».
Ma non è finita qui perché «un nucleo familiare con tre minori (tre bambine di 1, 3 e 5 anni) vive in questa situazione con i bambini che giocano in mezzo ai sacchi dell'immondizia abbandonati a fianco della struttura a loro dedicata». Pochi giorni fa anche il sindaco del paese sardo, Luisa Murru, aveva messo in luce la situazione dell'area dove sorge l'ex scuola di polizia penitenziaria, sempre attraverso una lettera inviata al questore di Cagliari.
D'altronde non è un mistero che la questione migratoria nel periodo estivo faccia sentire tutto il suo peso, senza dimenticare le difficoltà innescate dalla lotta al Covid-19. Eppure per chi ha il compito di gestire l'immigrazione, il panorama generale non sarebbe così allarmante. È stato lo stesso ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, a confermarlo nella tradizionale conferenza stampa di Ferragosto. Per l'occasione il titolare del Viminale ha scelto la prefettura di Milano, sede del suo precedente incarico. Ma la visione presentata da Luciana Lamorgese è stata sconfessata dalle citriche indirizzatele dal Sap. Il quale, 48 ore prima della relazione annuale, ha spedito un documento di accusa al ministro.
Nell'incipit della missiva il segretario generale del sindacato, Stefano Paoloni, fa un appello esplicito: «Non dica che va tutto bene». Perché «risulta davvero incomprensibile il grado di attenzione che questo esecutivo rivolge alla sicurezza del Paese». Tra le lacune più evidenti il Sap sottolinea la mancata apertura dei tavoli con le istituzioni per «il rinnovo del contratto di lavoro» e per «la revisione delle tutele giuridiche e sanitarie del personale delle forze dell'ordine». Gli agenti «continuano a essere aggrediti senza avere alcun strumento in più a loro tutela: non ci sono protocolli operativi, non sono stati forniti nuovi strumenti a supporto, tipo taser (pistola elettrica ndr) o bodycam, ma soprattutto non è stata prevista un'adeguata tutela legale».
Capitolo stranieri e coronavirus. «Molto critica», scrive il leader del Sap, Stefano Paoloni, «è anche la situazione per il contrasto all'immigrazione clandestina e al contenimento dell'emergenza sanitaria». Dato che «nei centri di permanenza in Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Veneto e Friuli Venezia Giulia il personale rischia ogni giorno, poiché deve vigilare centri spesso non idonei alla funzione e agendo in promiscuità con i migranti in quarantena».
E per quanto riguarda le evasioni degli stranieri? «Nessuno ha impartito disposizioni», mette nero su bianco Paoloni, «in merito alle modalità con cui può essere fermato chi fugge dai centri di permanenza. Violare la quarantena fiduciaria, comporta oggi solamente una sanzione amministrativa, oppure, per coloro che risultano positivi, una sanzione penale di lieve entità». Quindi sembrerebbe che nei confronti dei migranti che evadono non siano state previste adeguate contromisure, in grado di scoraggiare e far desistere chi tenta di fuggire. Ecco la prova più lampante del fallimento targato Luciana Lamorgese sull'immigrazione.
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Buchi nei dati: non si sa se i positivi sono turisti o migranti arrivati sui barconi. Ma in Sicilia e Sardegna i profughi sono oltre il 50% dei malati. Pure Luciana Lamorgese ha ammesso l'emergenza legata al coronavirusIl Sap duro col Viminale: «Non dica che va tutto bene. Mancano strumenti come i taser e siamo a contatto con stranieri in quarantena. Nessuna disposizione contro le fughe»Lo speciale contiene due articoliMigranti e coronavirus? Un falso problema, almeno secondo Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e membro del comitato tecnico scientifico. «Il contributo dei migranti, intesi come disperati che fuggono», ha dichiarato domenica Locatelli intervistato dal Corriere della Sera, «è minimale, non oltre il 3-5% sono positivi e una parte si infettano nei centri di accoglienza dove è più difficile mantenere le misure sanitarie adeguate».E gli altri? «A seconda delle Regioni, il 25-40% dei casi sono stati importati da concittadini tornati da viaggi o da stranieri residenti in Italia». Capitolo chiuso, almeno a giudicare dalle parole pronunciate da Locatelli. Un tentativo, quello del presidente del Css, di gettare acqua sul fuoco di una polemica che divampa ormai da settimane. Da quando, cioè, la curva dei contagi provenienti da fuori confine ha iniziato a lievitare vertiginosamente. Basti pensare che dall'aggiornamento pubblicato dall'Istituto superiore di sanità del 28 luglio a quello dell'11 agosto, l'estero è balzato al primo posto come luogo di esposizione al virus, passando da 276 a 615 casi. Parlando in termini percentuali, sul totale dei contagi l'incremento è stato dal 26,5% al 30,9%. La questione, in realtà, è molto più complessa. Come chiarisce un approfondito fact checking pubblicato su Pagella Politica, infatti, il report dell'Iss fornisce informazioni sul luogo nel quale si presume sia avvenuta l'infezione. Nessun dato utile, invece, per quanto riguarda la nazionalità dei contagi, che potrebbe riguardare - per esempio - concittadini che rientrano dall'estero, o viceversa stranieri che arrivano in Italia già positivi. Viste in questa prospettiva, le cifre dei casi da oltreconfine assumono un'altra prospettiva, specialmente a seguito del termine del lockdown e la relativa riapertura delle frontiere. Tuttavia, puntare il dito contro i turisti (italiani e non), magari aficionados della movida, non basta a spiegare interamente il fenomeno relativo ai casi importati. E di certo non esaurisce il feroce dibattito in seno alla politica e all'opinione pubblica. Primo. Come dimostra la lunga digressione di Pagella Politica, in realtà, da un lato è vero che i dati a disposizione non permettono di scindere tra migranti e turisti. Per contro, la scelta di mettere tutto nello stesso calderone di fatto impedisce di estrapolare il singolo dato, impedendo una corretta analisi dei flussi relativi a questa o all'altra categoria. Tradotto in termini più semplici, l'ambiguità con la quale le cifre vengono presentate non aiuta di certo. Come si suol dire, almeno in questo caso la forma è sostanza.Secondo. Dato per scontato che siamo alle prese con numeri necessariamente approssimativi, è bene paragonare pere con pere e mele con mele. Stando a quanto dichiarato a fine luglio dal sottosegretario alla Salute, Sandra Zampa, «dall'inizio della pandemia, sono stati registrati complessivamente 603 migranti positivi al Covid-19», pari allo 0,2% dei casi totali a quella data. A quanto si apprende dalla Indagine nazionale Covid-19 nelle strutture del sistema di accoglienza per migranti elaborata dall'Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà, che prende in considerazione 5.038 strutture di accoglienza sulle 6.387 censite dal ministero dell'Interno (copertura pari al 73,7%), sarebbero 572 i casi sospetti di Covid, di cui 239 confermati. Pari cioè allo 0,4% sul totale degli ospiti. Tanto per dare un'idea delle proporzioni, come dichiarato dal governatore Luca Zaia, negli ultimi due giorni in Veneto sono stati effettuati ben 13.866 tamponi ai turisti tornati in regione. Risultato: 37 positivi, pari allo 0,27%, vale a dire il 48% in meno rispetto a quanto riscontrato nelle strutture che ospitano i migranti.macchia di leopardoTerzo. Quello dei contagi tra migranti è un problema che colpisce a macchia di leopardo. Ci sono alcune regioni costrette ogni giorno a fare i conti con sbarchi di rifugiati che poi si rivelano positivi. Pensiamo alla Sicilia, dove i bollettini che separano tra casi locali e «importati» ormai sono una consuetudine. Solo venerdì scorso, per esempio, dei 36 casi totali ben 21 riguardavano immigrati sbarcati sulle coste dell'isola. Oppure la Sardegna, dove il 13 agosto 13 dei 17 casi riguardavano migranti. Un capitolo a parte lo merita la caserma Serena di Treviso, con 260 contagiati su 320 ospiti.Quarto. Liquidare frettolosamente il problema, come fatto da Locatelli, non serve a risolverlo. Anche perché ormai sia il governo che l'opposizione sembrano d'accordo su un punto: la questione è critica. Il governatore siciliano Nello Musumeci ha definito il fronte migranti «un'emergenza nell'emergenza». Più che dagli sbarchi, il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese sembra preoccupata dall'emergenza sanitaria: «Devono fare tutti la quarantena di 14 giorni». E giusto ieri la Lamorgese ha ammesso che c'è «pressione su Sicilia e Lampedusa» e la «difficoltà è aggravata dal Covid». Alla faccia del problema che non esiste.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-pasticci-sugli-infetti-dallestero-servono-a-proteggere-i-clandestini-2647009095.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="poliziotti-aggrediti-e-senza-tutele" data-post-id="2647009095" data-published-at="1597701311" data-use-pagination="False"> «Poliziotti aggrediti e senza tutele» A livello nazionale non è tra i centri di accoglienza più conosciuti, però le sue condizioni sono drammatiche. È la struttura di Monastir, situata nella parte meridionale della Sardegna, che desta preoccupazione soprattutto fra chi vi lavora. Come denuncia la lettera inviata dal segretario provinciale del Sap (Sindacato autonomo di polizia), Luca Agati, al questore di Cagliari Pierluigi d'Angelo. «Monastir è una polveriera pronta a esplodere. Gli stranieri sono ammassati in condizioni disumane all'interno delle diverse aree che vengono facilmente scavalcate». Occorrono pochi minuti e qualche clic per trovare su Internet le immagini delle fughe. «Gli stranieri sono divisi in varie zone in virtù della loro permanenza e della loro condizione sanitaria. I poliziotti», prosegue nella missiva il rappresentante sindacale Luca Agati, «che lavorano nel centro non hanno la possibilità di differenziare i malati dai sani, chi è nella struttura da un giorno e chi da 15». Ma non è finita qui perché «un nucleo familiare con tre minori (tre bambine di 1, 3 e 5 anni) vive in questa situazione con i bambini che giocano in mezzo ai sacchi dell'immondizia abbandonati a fianco della struttura a loro dedicata». Pochi giorni fa anche il sindaco del paese sardo, Luisa Murru, aveva messo in luce la situazione dell'area dove sorge l'ex scuola di polizia penitenziaria, sempre attraverso una lettera inviata al questore di Cagliari. D'altronde non è un mistero che la questione migratoria nel periodo estivo faccia sentire tutto il suo peso, senza dimenticare le difficoltà innescate dalla lotta al Covid-19. Eppure per chi ha il compito di gestire l'immigrazione, il panorama generale non sarebbe così allarmante. È stato lo stesso ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, a confermarlo nella tradizionale conferenza stampa di Ferragosto. Per l'occasione il titolare del Viminale ha scelto la prefettura di Milano, sede del suo precedente incarico. Ma la visione presentata da Luciana Lamorgese è stata sconfessata dalle citriche indirizzatele dal Sap. Il quale, 48 ore prima della relazione annuale, ha spedito un documento di accusa al ministro. Nell'incipit della missiva il segretario generale del sindacato, Stefano Paoloni, fa un appello esplicito: «Non dica che va tutto bene». Perché «risulta davvero incomprensibile il grado di attenzione che questo esecutivo rivolge alla sicurezza del Paese». Tra le lacune più evidenti il Sap sottolinea la mancata apertura dei tavoli con le istituzioni per «il rinnovo del contratto di lavoro» e per «la revisione delle tutele giuridiche e sanitarie del personale delle forze dell'ordine». Gli agenti «continuano a essere aggrediti senza avere alcun strumento in più a loro tutela: non ci sono protocolli operativi, non sono stati forniti nuovi strumenti a supporto, tipo taser (pistola elettrica ndr) o bodycam, ma soprattutto non è stata prevista un'adeguata tutela legale». Capitolo stranieri e coronavirus. «Molto critica», scrive il leader del Sap, Stefano Paoloni, «è anche la situazione per il contrasto all'immigrazione clandestina e al contenimento dell'emergenza sanitaria». Dato che «nei centri di permanenza in Sicilia, Puglia, Calabria, Sardegna, Veneto e Friuli Venezia Giulia il personale rischia ogni giorno, poiché deve vigilare centri spesso non idonei alla funzione e agendo in promiscuità con i migranti in quarantena». E per quanto riguarda le evasioni degli stranieri? «Nessuno ha impartito disposizioni», mette nero su bianco Paoloni, «in merito alle modalità con cui può essere fermato chi fugge dai centri di permanenza. Violare la quarantena fiduciaria, comporta oggi solamente una sanzione amministrativa, oppure, per coloro che risultano positivi, una sanzione penale di lieve entità». Quindi sembrerebbe che nei confronti dei migranti che evadono non siano state previste adeguate contromisure, in grado di scoraggiare e far desistere chi tenta di fuggire. Ecco la prova più lampante del fallimento targato Luciana Lamorgese sull'immigrazione.
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Ricominciamo: la Regione Puglia - con un deficit da centinaia di milioni di euro, liste d’attesa infinite, macchinari dei reparti obsoleti e chi più ne ha più ne metta - ha deciso di chiedere indietro una parte dei compensi versati negli ultimi dieci anni ai propri medici di base, per una somma pari a 23 milioni di euro (circa 70.000 euro a testa). Si tratta di somme che la stessa Regione Puglia ha versato negli anni, attraverso le Asl, per aderire - correttamente - ad un Accordo collettivo nazionale (e ai conseguenti accordi integrativi regionali) che prevede l’erogazione di queste cifre ai medici di base e ai pediatri, a soddisfazione di un complesso meccanismo di compensazione degli emolumenti sottoscritto nel 2005.
E su che base la Regione Puglia ha improvvisamente deciso di chiedere indietro queste cifre? Sostanzialmente sulla base di una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - attualmente sub iudice del pronunciamento in Cassazione - che solleva la Regione, guidata da Michele De Pascale, dal versamento retroattivo delle medesime somme ai propri sanitari. Somme che, se dovessero essere sborsate tutte in una volta, peserebbero per oltre 100 milioni di euro e manderebbero a gambe all’aria il sistema sanitario dell’Emilia-Romagna e con lui la tenuta dell’intero fortino Pd.
Ma torniamo in Puglia. La pretesa di riavere indietro 23 milioni di euro da parte dell’ente, che a partire al 7 gennaio sarà guidato da Antonio De Caro, è arrivata ai camici bianchi in modo davvero inatteso. Non solo per i contenuti, ma anche per le modalità con cui è stata comunicata. Le sigle sindacali che rappresentano i sanitari, infatti, senza incontri preliminari sul tema, né discussioni di merito si sono visti recapitare la pretesa - motivata con stralci della sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna - il 31 dicembre 2025 alle ore 20.48, quando immaginiamo bene gli uffici regionali gremiti di dipendenti intenti a sbrigare le ultime faccende prima di accomodarsi al cenone di capodanno.
Anche a causa di queste stranezze il sospetto - e si sa che a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca - è di essere di fronte a una sorta di tacito sostegno amministrativo tra due enti molto legati tra loro, a conferma di una linea - quella dell’Emilia-Romagna - che se dovesse essere sconfessata in Cassazione comporterebbe la debacle totale per una delle roccaforti della sinistra.
Per entrare in termini più tecnici si tratta della annosa questione degli «assegni individuali» e del fondo di compensazione che ogni Regione doveva accantonare per erogare emolumenti ai medici di base sostitutivi degli scatti di anzianità, eliminati nel 2005.
Per un po’ di tempo questo meccanismo funzionò senza intoppi, poi si bloccò nel periodo della spending review (dal 2010 al 2014) e nel 2016 riprese con un nuovo Accordo collettivo nazionale (il corrispettivo del Ccnl per i medici). Lo Stato cominciò a versare il dovuto alle Regioni per creare un fondo apposito da cui attingere, ma mentre alcune destinarono le cifre al rispetto di questo accordo (come la Puglia) altre, come l’Emilia-Romagna, preferirono usare le quote ricevute per la copertura di altre spese scegliendo, non solo di non versare il dovuto ai medici, ma di non creare nemmeno il fondo necessario a farlo.
Qualche tempo fa, i pediatri di Rimini hanno chiesto alla Asl di riferimento gli assegni mai ricevuti, con una causa vinta in primo grado. A quel punto la Asl di Rimini ha chiesto aiuto alla Regione Emilia-Romagna che in appello si è costituita come parte in causa e, sulla vicenda, ha ottenuto ragione dal Tar. I medici di Rimini, però non hanno desistito, sono ricorsi in Cassazione e attualmente la Regione di De Pascale - quella che nel frattempo ha alzato i ticket sanitari e ha chiuso le frontiere ai malati provenienti dal resto d’Italia - è in attesa del pronunciamento definitivo.
Che il fondo necessario per versare le integrazioni ai medici, sia ancora in essere (e dunque che lo Stato stia ancora versando alle Regioni le cifre necessarie) si evince dal vigente contratto nazionale che, all’articolo 44 stabilisce il trattamento economico dei medici riferendosi ad una «quota capitaria annua ripartita in base a tale fondo integrato con gli assegni individuali». Per questo le sigle sindacali delle due Regioni sono in rivolta.
Ci vorrà del tempo prima che la Cassazione si pronunci, ma come sarebbe bello (e utile) se, nel frattempo, tutte le altre Regioni si allineassero sostenendo che quei fondi non andavano mai erogati e che, magari, chi li ha erogati li chiedesse indietro. A volte i sogni si avverano.
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Alcuni pellegrini in occasione del Giubileo Lgbt, a Roma, il 6 settembre 2025 (Ansa)
Il Vangelo non è politicamente corretto. Usa termini durissimi, perché sta parlando di salvezza che sarà data a chi fa parte del Regno dei Cieli e negata a chi non ne fa parte. I Vangelo non è gay friendly, e, soprattutto, non è inclusivo. Chiunque raccomandi l’inclusione sta rinnegando il Vangelo. Esiste una parabola che lo chiarisce. Le vergini sagge hanno portato sufficiente olio per le lampade, quelle stolte no. Quelle sagge non dividono il loro olio con le stolte, perché altrimenti non ci sarà olio sufficiente per nessuna. Ma come, non bisognava dividere tutto? E la generosità? La generosità non si fa con la dottrina, non si fa con la fede. Aggiusto la mia Messa, smusso la mia dottrina, così che anche i non credenti e i peccatori possano accedere alle perle, è il discorso anticristico dei preti sciocchi che rinnegano Cristo per l’inclusività. «Chi non è con me è contro di me» è un’affermazione che riduce i margini dell’inclusività a zero. Noi non dobbiamo includere quelli che sono fuori dal Regno dei Cieli fino a quando ne sono fuori; dobbiamo convertirli, così che diventino fratelli e figli di Dio nella sola maniera possibile, la fede in Cristo. Una delle opere di carità spirituale è avvertire il peccatore che sta peccando San Paolo ci ricorda che dobbiamo continuare ad avvertire il peccatore, quando è opportuno e quando è inopportuno, maleducato, politicamente scorretto, e anche quando è vietato e porta a un’accusa penale o sociale, per esempio l’accusa di omofobia.
Il cristianesimo condanna la sodomia, uno dei quattro peccati che grida vendetta a Dio. Il vescovo di Vienna ha profanato la Cattedrale di Santo Stefano con spettacoli gay e ovviamente osceni. Lo ha fatto, pare, per sensibilizzare sull’Aids. Secondo tutte le statistiche l’atto sodomitico moltiplica il rischio di malattie infettive, tanto più che molti gay disprezzano il preservativo, oppure, come pubblicizzato dall’intellettuale (?) gay (o queer) Leo Bersani amano ricercare volontariamente il contagio. A Vienna a entusiasmare un clero sempre più corrotto c’è anche una mostra d’arte (?), dove tra rane crocefisse spicca una Pietà dove il Cristo morto tiene in mano il pene di un uomo travestito da donna, un cosiddetto trans. Attualmente la sodomia è chiamata omosessualità, termine ampolloso e improprio. Nessuna attività sessuale è possibile tra persone dello stesso sesso, ma solo pratiche erotiche che devono necessariamente interessare il tubo digerente. Il tubo digerente non è un organo sessuale e non è un organo ricreativo, serve per digerire e per espellere feci che sono un tripudio di microbi e che per una mentre normale sono ripugnanti. Alla sodomia si affianca il queer. Queer vuol dire strano. Ognuno ha diritto di essere strano. Nessuno ha diritto di pretendere di essere accettato, perché nessuno può costringermi ad accettare qualcosa che è appunto strano, al di fuori della mia etica e della mia estetica. La potenza liberticida del queer, come di tutte le altre lettere della sigla Lgbt-qualche-altra-cosa, è che accettare l’altro diventa un dovere, anche se l’altro ha fatto tutto quello che poteva per essere ripugnante. I due maggiori intellettuali queer sono Mario Mieli e la/il filosofa/o ex Beatriz Preciado, attualmente Paul Preciado. Mario Mieli è autore di Elementi di critica omosessuale, dove parla della sublime bellezza di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Mario Mieli faceva spettacoli teatrali dove mangiava gli escrementi suoi e del suo cane, crudi e sconditi. I colibatteri ne saranno stati lieti. Riporto un brano della persona che all’epoca era Beatriz Preciado, al momento Paul, pubblicato il 17 gennaio 2014 su Liberation, che riassume il suo pensiero. «Da questa modesta tribuna, io invito tutti i corpi delle donne allo sciopero dell’utero. Affermiamoci come cittadine intere e non come uteri riproduttivi. Attraverso l’astinenza, attraverso la omosessualità, ma anche attraverso la masturbazione, la sodomia, il feticismo, la coprofagia, la zoofilia (non vuol dire avere il micetto e mettere la foto su Fb, ma avere rapporti erotici con gli animali, ndr) e l’aborto. Non lasciamo penetrare nelle nostre vagine una sola goccia di sperma nazionale cattolico». Sottolineo in entrambi i casi l’affetto per la coprofagia. La coprofagia è autoaggressione, come l’aborto, come la zoofilia. Queer vuol dire aggressione all’uomo e dato che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, vuol dire aggressione a Dio, per questo sono oscene le parole di Nicola Vendola, personaggio politico, che ha acquistato un bambino con l’odiosa pratica dell’utero in affitto, che definisce queer sia Cristo che la Madonna, un nuovo tipo di bestemmia. Preciado si limita a definire il Natale patriarcale e discriminatorio: in confronto, una vera signora.
La parola «omosessualità» crea una folle simmetria col neologismo altrettanto senza senso «eterosessualità». Se con un colpo di bacchetta magica scomparissero tutti gli atti eterosessuali (cioè sessuali) l’umanità si estinguerebbe. Se sparissero tutti gli atti cosiddetti omosessuali, si svuoterebbero gli ambulatori di proctologia e quelli di patologie sessualmente trasmissibili, e la sanità di ogni nazione ricupererebbe fiumi di quattrini. Il non odio per il peccato non è amore per il peccatore, ma indifferenza alla sua salvezza, un’indifferenza di cui, come ci ricorda Ezechiele, si dovrà rispondere nel giorno del giudizio: «Se tu non parli per distogliere l’empio dai suoi peccati, l’empio morirà per la sua iniquità, ma della sua morte chiederò conto a te». La diga rotta. La resa di Fiducia supplicans alla lobby omosessuale di José Antonio Ureta e Julio Loredo (ed. Tradizione Famiglia Proprietà) descrive l’inclusione di peccatori non pentiti e trionfalmente accolti col loro peccato, quello che Cristo definisce come dare le perle ai porci, come il crollo della diga. La Conferenza episcopale africana ha annunciato che non intende seguirla, ricordando che i cristiani devono avere per il male un «odio perfetto». Il gesuita John Mac Neal, nel 1970 scrisse una serie di articoli sulla più importante rivista di teologia degli Usa sostenendo quello che poi sarà l’argomento ricorrente delle lobby omosessuali: poiché Dio ha creato tutto, ha creato gli omosessuali, quindi essere omosessuali fa parte del progetto di Dio. Dio non ha creato omosessuali come non ha creato assassini. Ha creato uomini liberi che hanno scelto di fare il male e ne sono diventati dipendenti. L’ipotesi della genesi genetica della cosiddetta omosessualità è stata dimostrata falsa oltre ogni ragionevole dubbio. L’omoerotismo è un comportamento di cui si diventa totalmente dipendenti. Questi gesuiti che hanno partecipato ai primi Pride è possibile che fossero in conflitto di interessi?
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Il condominio di Via Paruta 74 a Milano, dove è stato ritrovato il corpo della giovane Aurora Livoli (Getty Images)
In realtà, nel periodo tra la fallita espulsione e la concessione di un passaporto in regola, il presunto assassino (già, fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva, anche nel suo caso, nonostante le telecamere lo abbiano ripreso alle spalle di Aurora l’ultima volta che la giovane è stata vista viva, la colpevolezza è presunta) avrebbe dovuto essere trattenuto nel Cpr di Milano. Però al centro di via Corelli che avrebbe dovuto «ospitarlo» è stato rifiutato «a causa dell’inidoneità alla vita in comunità». Sì, avete letto bene: le forze dell’ordine avrebbero voluto impedirgli di andarsene a spasso per le note ragioni di pericolosità sociale, ma per «un’asserita patologia delle vie urinarie», certificata da un medico, Valdez Velazco è stato lasciato libero di tentare di violentare una ragazza alla fermata della metropolitana e di aggredire, e probabilmente uccidere, Aurora, una giovane che ha avuto il solo torto di incontrarlo.
Vi chiedete come sia possibile rimettere in circolazione una persona già finita in carcere (dove ha scontato solo parte della pena) per violenza sessuale, fermata per altre violenze commesse nel corso degli anni e per rapina aggravata, oltre che per immigrazione clandestina? La domanda va girata non soltanto ai magistrati che quasi sempre, con varie attenuanti, consentono a fior di delinquenti di trovare la scappatoia per non finire dietro le sbarre, ma anche a quella classe politica e giornalistica che ancora insiste a non voler vedere il nesso fra criminalità e immigrazione clandestina. Ogni volta che si mostrano i dati sugli arresti per stupro, per furto e rapina, costoro alzano sempre il ditino per spiegare che la maggioranza dei reati è commessa da italiani. È ovvio che in valore assoluto i connazionali figurano in cima alle classifiche, ma se si confrontano i numeri con la popolazione immigrata, basta un minimo di onestà per comprendere che il fenomeno della delinquenza d’importazione non è una percezione, come ogni tanto qualche «sinistrato» prova a spiegare.
La morte di Aurora, per cui immagino che né magistrati né opinionisti chiederanno scusa, dovrebbe essere di monito per cambiare le leggi sull’immigrazione clandestina, ma soprattutto per far comprendere che estendere dei diritti anche a chi non ha alcun titolo per beneficiarne può essere pericoloso. Le decisioni di rimettere in libertà o accogliere in Italia soggetti a rischio hanno delle conseguenze a carico delle persone più fragili. E Aurora era fra queste. Invece di essere aiutata è stata lasciata sola, nelle mani del suo assassino.
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Aurora Livoli, la giovane trovata morta in via Paruta a Milano il 30 dicembre 2025 (Ansa). Nel riquadro Emilio Gabriel Valdez Velazco, indagato per l’omicidio della diciannovenne
Questa la sua storia. Atterrato nel 2017 a Linate, nel 2019 diventa irregolare. Il prefetto di Milano emette nei suoi confronti il primo provvedimento di espulsione il 4 agosto e dopo due giorni il questore ordina l’accompagnamento coattivo alla frontiera. La storia poteva concludersi qui ma evidentemente il cinquantasettenne peruviano rientra in Italia perché nell’ottobre dello stesso anno commette la prima di una serie di violenze sessuali. Per quel crimine fu arrestato e condannato a nove anni, mai del tutto scontati.
Valdez Velazco che in questi nove anni intorno alla capitale lombarda ha cambiato diversi indirizzi e anche diversi nomi, (per un periodo si è fatto riconoscere come Emilio Gavriel Baldez, di un anno più giovane) ha anche altri precedenti: rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina. Una risorsa imperdibile per il nostro tessuto sociale insomma. La rapina più recente risale al 30 dicembre 2025, le altre due violenze sessuali a luglio del 2024 e del 2025, il reato di immigrazione clandestina lo commette il 25 marzo 2024. Ma perché l’uomo continuava a girare impunito su suolo italiano?
Il peruviano come se nulla fosse, il 16 giugno del 2023 richiede via posta il rilascio del permesso di soggiorno in quanto fratello di una cittadina italiana. Il permesso gli viene negato dal questore di Milano per motivi di pericolosità sociale, con molta calma, sei mesi dopo: l’11 gennaio 2024. Dopo altri due mesi e mezzo (nel frattempo aveva commesso un altro stupro), viene arrestato perché era rientrato in Italia prima che fossero decorsi cinque anni dall’esecuzione della precedente espulsione. Pertanto, nei suoi confronti viene adottato un nuovo provvedimento di espulsione per motivi di pericolosità sociale. Cacciato di nuovo dal questore, però, questa volta non lascia il Paese per via dell’ennesimo cavillo burocratico.
Non si riesce a farlo imbarcare immediatamente perché il suo passaporto risulta banalmente scaduto. Le autorità, per evitare di lasciarlo a piede libero, ritengono di chiedere l’assegnazione di un posto al Cpr affinché fosse possibile ottenere il lasciapassare da parte dell’autorità consolare. Qui avviene un altro cortocircuito del nostro folle sistema giudiziario. Il posto, assegnato dalla Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere presso il locale Centro di Milano-Corelli, è stato rifiutato per inidoneità alla vita in comunità. Ma non per la sua pericolosità, come ci si potrebbe aspettare, ma per un comune certificato medico. Velazco in quella circostanza dichiarò di avere una patologia urinaria. Ne segue un ordine a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni, ma eccoci qui: l’uomo oggi risiede ancora in Italia. Vive a sbafo, in un appartamento a Cologno Monzese, mantenuto da una sua connazionale che fa la colf. Libero di girare per Milano e commettere crimini. Velazco agli inquirenti ha confermato di essere l’uomo nelle immagini della tentata rapina in metro a una studentessa, avvenuta appena un’ora prima delle immagini che lo ritraggono con Aurora la sera della sua morte. «Ero sotto l’effetto di stupefacenti», ha dichiarato di fronte al suo avvocato. Sul caso della diciannovenne ha chiesto invece di poter essere sentito giovedì. Per ora ci sono le immagini delle videocamere che lo ritraggono dietro di lei la notte che è stata strangolata a mani nude (come ricostruito dagli esperti). Ha scontato solo in parte una pena detentiva presso l’istituto penitenziario di Pavia per una violenza sessuale commessa nel 2019. Di certo c’è che Aurora Livoli è morta.
Viveva con i genitori adottivi a Monte San Biagio, in Provincia di Latina. Aveva solo 19 anni, una vita intera davanti, esaurita miseramente in un cortile di Milano.
Quello di Velazco non è il primo caso di irregolari criminali in Italia con decreto di espulsione. Lo denunciava già mesi fa Sara Kelany, deputato e responsabile nazionale del dipartimento Immigrazione di Fratelli d’Italia. «Da quando il governo ha deciso di aprire il Cpr di Gjader anche ai migranti già destinatari in Italia di un provvedimento di espulsione sono giunte alcune sentenze, dal sapore ancora una volta ideologico, che fino ad oggi hanno avuto l’effetto di rimettere a piede libero ben 14 soggetti pericolosi trattenuti nel centro in Albania in attesa di rimpatrio», denunciava già nel maggio 2025. «È bastato che questi signori presentassero una domanda d’asilo perché si trasformassero in rifugiati da tutelare, ignorando sia il fatto che la loro richiesta fosse stata dichiarata manifestamente infondata sia il loro curriculum criminale».
Kelany parla di «soggetti con condanne penali per reati gravissimi: furti, rapine, tentati omicidi, violenze sessuali, pedopornografia». Fatti gravissimi che costringono a domandarsi fino a che punto sono disposte rischiare le toghe politicizzate che da mesi su questi temi fanno la guerra al governo. Sperando che la risposta non sia altre rapine, altre violenze, altri femminicidi.
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