• Attraverso l’ambasciatore Lewis Eisenberg, Washington si schiera ancora al nostro fianco: «Il processo sul budget è molto significativo». Ed Enzo Moavero Milanesi coglie la palla al balzo: «Gli Stati Uniti sono con noi». Per la superpotenza siamo un alleato strategico contro la Germania.
  • Lo spread non cresce ma Bruxelles incalza. Valdis Dombrovskis: «Aspettiamo correzioni sostanziali». Goldman Sachs: «Ci penseranno le Borse». Giuseppe Conte chiaro: «Non lavoro a un deficit/Pil sotto il 2%».
  • Abbassata la quota di capitale in mano a Bankitalia. Tradotto, meno acquisti di Btp a favore dei Bund.

Lo speciale contiene tre articoli.

Si sente in lontananza la tromba del Settimo Cavalleggeri. Il presidente Donald Trump in un tweet: «Il premier Giuseppe Conte sta lavorando duro per l’economia italiana e avrà molto successo». L’ambasciatore in Italia Lewis Eisenberg all’Aspen Institute di Roma: «Il processo sul budget che ha intrapreso Roma è molto significativo per l’Italia, l’Unione europea e per il mondo». Le due dichiarazioni tutt’altro che di facciata dimostrano come il governo Lega-5 stelle possa contare su un alleato sempre meno occulto, sempre più interessato alle sorti del nostro Paese dopo qualche anno di pigra passività obamiana: gli Stati Uniti.

Washington ha deciso di uscire allo scoperto, evidentemente convinta che in questa delicatissima fase di trattative con l’Europa a trazione tedesca (quindi ottusamente rigorista per vocazione) l’Italia abbia bisogno di un partner di sostegno capace di incutere timore e allungare l’ombra a oscurare la vallata. Così, come mamma orsa che si staglia con tutta la sua imponenza dietro il cucciolo minacciato dal coguaro, l’amministrazione Usa ha alzato il livello di approvazione dei passi economici intrapresi da Palazzo Chigi così contestati da Bruxelles da rischiare la procedura d’infrazione.

Ieri mattina nel bilaterale «Us-Italy Dialogue» l’ambasciatore americano non si è fermato ai convenevoli, ma ha promosso la manovra e ha attribuito al nostro Paese una posizione strategica sullo scacchiere continentale. «Gli Stati Uniti vogliono raggiungere con l’Europa un accordo commerciale di successo come quelli con Canada e Messico. E in questo l’Italia può giocare un ruolo fondamentale, che non va sottostimato. La vostra è una delle economie più grandi al mondo. Non c’è mai stato un momento migliore per comprare Made in Usa e Made in Italy».

Poi l’ambasciatore, soppesando le parole, ha fatto squillare le trombe laggiù in fondo al canyon: «Se i negoziatori europei adottano l’approccio aperto dell’Italia ai negoziati, sono sicuro che sia gli americani, sia gli italiani arriveranno a un accordo giusto». Una frase un po’ criptica che sta a significare tre cose: il Dipartimento di Stato non sta perdendo una sillaba dell’aspra trattativa fra Roma e Bruxelles; ritiene che la manovra espansiva voluta dal governo Conte sia più intelligente e lungimirante del solito scafandro decimale amato dagli euroburocrati; auspica che la stessa strategia dialettica venga adottata nella trattativa commerciale con gli States.

Il primo a cogliere il valore di un simile endorsement è stato il ministro degli Esteri, Enzo Moavero, presente all’Aspen Institute: «Gli Stati Uniti sono a fianco dell’Italia nella sua azione a favore di una manovra economica più espansiva. Penso che quanto abbiamo sentito sia chiaro: gli Usa sono al nostro fianco perché siamo per loro un partner importante, di conseguenza quando la nostra economia va meglio questo giova all’insieme del rapporto con gli Stati Uniti, come all’insieme del rapporto con gli altri Paesi dell’Unione europea. Le notizie le dobbiamo aspettare dal ministro Giovanni Tria a Bruxelles. Per noi il negoziato è essenziale, si tratta di un negoziato fisiologico».

È bene precisare che gli Stati Uniti non si sono messi al fianco dell’Italia per puro spirito di fratellanza o solo per una consonanza politica sui grandi temi della lotta alla recessione e all’immigrazione clandestina, ma perché vedono nel governo Lega-5 stelle l’alleato ideale per arginare le pretese neocoloniali francesi in Libia e scardinare lo strapotere tedesco dentro la Ue.

L’amministrazione Trump non ha mai fatto mistero di voler depotenziare la Germania. Lo ha fatto accendendo la miccia dello scandalo Volskswagen sulle emissioni, lo ha fatto scoperchiando la botola dei titoli tossici della Deutsche Bank, lo ha fatto mettendo a disposizione del mondo le fotografie delle turbine tedesche Siemens in arrivo al porto di Sebastopoli alla faccia dell’embargo alla Russia. È chiaro che un’Italia capofila del malumore anti tedesco alla Casa Bianca fa molto comodo.

La corte dell’amico americano non è per niente nuova. Fin dalla settimana nera della formazione del governo – 29 maggio, quando Sergio Mattarella si incartò sul nome di Paolo Savona, ingaggiando per 12 ore Carlo Cottarelli e facendo salire lo spread a 303 punti – i primi a indignarsi per il tradimento del mandato popolare e a comprare titoli di Stato per far rientrare la crisi istituzionale furono i banchieri filo governativi di Wall Street. Il 30 luglio, durante l’incontro fra Conte e Trump (e al di là delle folcloristiche pacche sulle spalle), il governo italiano fu incoraggiato a mantenere la linea dura sull’immigrazione illegale. E al premier furono date garanzie di supporto politico all’Onu. Anche il dossier libico va nella direzione della partnership Usa-Italia: il piano di Emmanuel Macron è stato polverizzato alle Nazioni Unite e oggi (grazie a una positiva triangolazione con l’inglese Bp contro la francese Total) l’Eni sta rafforzando il suo peso nell’area.

A conferma del vento che spira da Washington, Nick Gartside, manager di vertice di Jp Morgan, poche settimane fa mandò in depressione gli economisti progressisti con una sola frase: «Alcuni dei nostri fondi stanno aumentando l’esposizione in Btp. Il vostro deficit non preoccupa, anche il governo americano sta facendo deficit spending. Non vedo nulla di strano». E il Segretario al Tesoro, Steve Mnuchin aggiunse: «L’Italia non rappresenta un fattore di rischio, la sostenibilità del debito è fuori discussione». Il clima è lievemente diverso dai temporali procedurali e mediatici provenienti da Bruxelles. Dovendo aprire l’ombrello, sapere che è quello di John Wayne offre qualche garanzia in più.


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