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2019-05-10
I nomadi rinunciano alla casa: «Via da Casal Bruciato». Denunciato chi invoca stupri
Ansa
Non rimarrà a Casal Bruciato, periferia Est di Roma, la famiglia rom assegnataria dell'alloggio popolare di via Sebastiano Satta. Da tre giorni davanti al civico 20 vanno in scena le proteste furibonde dei residenti e degli attivisti dei movimenti di estrema destra e madre padre e 12 figli non sono usciti che una sola volta, nel pomeriggio di ieri, quando si sono recati in San Giovanni in Laterano per l'incontro con il Pontefice, scortati e da una porta sul retro del palazzo. «Qui non possiamo vivere», avrebbe dichiarato Clinton, 20 anni, uno dei figli più grandi degli Omerovic, originari della Bosnia. «Andremo via. Stiamo solo decidendo come». Gli Omerovic sono solo una delle diverse famiglie a cui il sindaco di Roma, Virginia Raggi, ha assegnato, seguendo il piano complessivo di dismissione dei campi nomadi della capitale, un alloggio popolare in periferia. Già nelle settimane scorse c'erano state rivolte a Pietralata e Torre Maura contro l'arrivo dei nomadi nel quartiere, proteste che in quell'occasione, come probabilmente in questa, avevano costretto il sindaco a un passo indietro. La tensione negli ultimi tre giorni nel quartiere è stata altissima: cortei, banchetti e sit in, con le forze dell'ordine intervenute più volte per calmare gli animi. E ieri sono scattate le prime denunce, a quanto risulta almeno tre sono i soggetti identificati tra i quali c'è anche chi ha rivolto la frase «Ti stupro» all'indirizzo della madre rom con in braccio uno dei figli, mentre veniva scortata dalla polizia all'interno della palazzina nel giorno dell'arrivo e altri due soggetti che avrebbero rivolto alla famiglia frasi razziste. A fare fede sarebbero le frasi finite in un video dell'agenzia di stampa Dire, dalle quali Casapound si è in parte smarcata. «Le frasi pronunciate a quanto pare da qualche residente sono sbagliate e da condannare, ma figlie dell'esasperazione. Se i residenti di Casal Bruciato, e delle altre borgate di Roma, avessero servizi e trasporti queste tensioni non si verificherebbero», ha twittato Mauro Antonini, dirigente romano di Casapound. A quanto pare a pronunciarle sarebbe stato un simpatizzante, D.C. le iniziali, che ha dichiarato di non fare parte del movimento, ma di essere stato presente alla manifestazione come privato cittadino, negando contemporaneamente anche le parole che gli sono state attribuite.
Intanto, proprio ieri, in Vaticano, papa Francesco ha incontrato in un momento di preghiera 500 tra rom e sinti. Un appuntamento fissato da tempo che ha coinciso con la cronaca più accesa. «È vero, ci sono cittadini di seconda classe, ma i veri cittadini di seconda classe sono quelli che scartano la gente, perché non sanno abbracciare, sempre con gli aggettivi in bocca», ha dichiarato il Pontefice. «In Italia ci sono organizzazioni che sono maestre di vendetta, voi mi capite bene. Un gruppo di gente che è capace di creare la vendetta, di vivere l'omertà: questo è un gruppo di gente delinquente, non gente che vuole lavorare», ha aggiunto il Papa argentino.
Ma su Casal Bruciato monta anche la polemica politica. A innescarla la visita del sindaco, Virginia Raggi, alla famiglia, avvenuta due giorni fa, durante la quale il sindaco, che ha ribadito la «regolarità dell'assegnazione», è stato accolto da cori di proteste, fischi e insulti. Il primo che sembrava voler prendere le distanze è stato il vicepremier, Luigi Di Maio: «La Raggi pensi ad aiutare i romani prima di pensare ai rom», è la frase riportata da fonti a lui vicine e circolata ieri. «Non sono irritato», ha però precisato durante un'intervista a Radio Anch'io. «Quando si minaccia una donna di stupro, si costringono i bambini chiusi in casa perché hanno un alloggio per legge è giusto dare la massima solidarietà io comprendo che ci sia tensione sociale». Ma la tensione «non si può combattere stando da una parte o dall'altra, ma trovando una soluzione: il tema non è schierarsi, ma abbassare la tensione sociale».
Anche quello del segretario del Pd e governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, è stato un intervento a doppia faccia. Da un lato ha espresso «vicinanza e solidarietà alla Raggi», ma poi ha ricordato che «quelle proteste non sono solo di neofascisti o di movimenti organizzati», ma «c'è una massa sterminata di persone che si sente abbandonata e le proteste devono spingere ad aprire una riflessione sulla qualità della vita nelle periferie». Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, ha parlato invece di «razzismo contro gli italiani». Il Comune di Roma ai rom «riconosce 5.000 euro se aprono un'attività, 800 per l'affitto, gli pagano il mental coach per andare a lavorare», ha spiegato. «E nell'assegnazione delle case popolari ai nomadi in uscita dai campi è riservato un punteggio aggiuntivo. Non mi pare che il Comune abbia attivato queste misure anche per i romani poveri».
Alessia Pedrielli
Le norme favoriscono i rom: scatta la rivolta
Tra assegnazioni fuori graduatoria, bandi speciali, riformulazioni dei criteri per i punteggi, sanatorie e deroghe, la gestione dell'assegnazione delle case popolari a Roma è da sempre un sistema che procede per eccezioni e che vede la mortificazione di chi attende nella legalità che la sua domanda venga vagliata dagli uffici per le politiche abitative.
Posto che nessuno può giustificare alcun tipo di minaccia e intimidazione contro un legittimo assegnatario riconosciuto dalle normative stabilite dell'amministrazione locale, per comprendere la rabbia che monta nelle periferie della capitale bisogna ripercorrere gli ultimi vent'anni di gestione dell'Edilizia residenziale pubblica (Erp), che hanno visto la giustizia sociale calpestata dai più furbi con buona pace delle istituzioni locali che, in molti casi, hanno legittimato o perfino premiato lo status quo delle occupazioni e delle cosiddette assegnazioni in emergenza abitativa, tramite l'approvazione di apposite delibere.
A certificare l'anomalia dell'assegnazione emergenziale fu già la delibera 206 del 2007 del Comune di Roma, guidato allora dal sindaco Walter Veltroni, che riconosceva che fino a quel momento oltre il 50% degli alloggi erano stati assegnati fuori dalla graduatoria generale e stabiliva che circa 10.000 nuovi alloggi sarebbero dovuti essere assegnati «con ricorso alla graduatoria del bando generale 2000, fatta salva una quota non superiore al 25% da riservare alle situazioni di emergenza abitativa». In pratica il Comune si riservava il diritto di decidere, a seconda delle emergenze, a chi dare circa un quarto degli alloggi pubblici. Dunque il cittadino che aveva presentato domanda poteva essere scavalcato in qualsiasi momento da uno degli assegnatari di quella quota del 25% destinata a sanare situazioni di famiglie presenti in «strutture assistenziali organizzate da organi, enti e associazioni di volontariato».
Le cose si complicano ulteriormente nel 2012, sotto l'amministrazione di centrodestra di Gianni Alemanno, quando gli uffici preposti riformulano i criteri per i punteggi per il nuovo bando generale. Di fatto, in precedenza chi aveva subito uno sfratto esecutivo otteneva il massimo del punteggio (10 punti) a cui andavano sommati altri punti relativi alla composizione (numero figli) e allo stato socio economico (redditi) della famiglia. Con il nuovo bando del 2012 ottengono invece maggiore rilevanza situazioni che vedono interessate fasce di popolazione diverse rispetto a chi ha subito uno sfratto dopo aver avuto un regolare contratto. Il massimo del punteggio (18 punti) viene così assegnato a quei «nuclei familiari in situazione di grave disagio abitativo, accertato dall'autorità competente», che «dimorino in centri di raccolta, dormitori pubblici o altre idonee strutture procurate a titolo provvisorio […], con permanenza continuativa nei predetti ricoveri da almeno un anno». Tradotto, chi vive in strutture d'accoglienza ha un punteggio maggiore rispetto a chi è stato sfrattato e magari dorme dai parenti.
Sempre il nuovo bando assegna 17 punti a coloro che «siano assistiti economicamente dai servizi sociali e che presentino un grave disagio abitativo determinato da sistemazioni provvisorie, da almeno un anno, in manufatti impropri cioè privi dei servizi essenziali». È evidente che per «manufatto improprio» non può essere considerata una casa, ma soluzioni come baracche, roulotte e giacigli di ogni tipo. Per lo sfratto, fenomeno che continua a colpire migliaia di romani ogni anno, restano invece i 10 punti già stabiliti.
Intanto la realtà delle assegnazioni fuori bando continuano a precedere in parallelo. Un ulteriore colpo in questa direzione è arrivato con le delibere regionali 109 e 110 del marzo 2016, con cui la giunta di sinistra guidata da Nicola Zingaretti ha modificato il regolamento per l'assegnazione degli alloggi Erp. In particolare, la delibera 109 introduce l'articolo 30 bis che decreta che «per rispondere alle emergenze abitative registrate da Roma Capitale […] la giunta regionale attua un programma straordinario di interventi per l'emergenza abitativa, riservando un complesso di alloggi ai nuclei familiari presenti in immobili di proprietà pubblica o privata impropriamente adibiti ad abitazione per stato di estrema necessità». Insomma chi occupa teatri in disuso, caserme, scuole, ex strutture sanitarie e qualsiasi altro immobile pubblico ottiene un'altra bella corsia preferenziale, ed è chiaro che tra queste categorie aumenta ogni anno il numero dei cittadini stranieri che non hanno una casa.
Ci sarebbero poi altre delibere molto discutibili, come quella che ai fini della decadenza del diritto all'alloggio stabilisce che vanno considerate solo le proprietà immobiliari dell'assegnatario e non quelle degli altri componenti del nucleo familiare, ma per farsi un'idea del caos che ha innescato la lotta fra poveri è più che sufficiente il quadro tratteggiato finora.
Per garantire un minimo di giustizia sociale e i diritti di chi attende da anni nella legalità qualunque sia la sua cittadinanza, il gruppo consiliare di Fratelli d'Italia al Comune di Roma, poche settimane fa, aveva proposto una delibera per introdurre il criterio di «residenzialità» per la formazione delle graduatorie, un principio che avrebbe trovato applicazione mediante il paletto dei cinque anni di residenza per accedere alla domanda. Proposta portata in Regione anche dal consigliere Fabrizio Ghera (Fdi) e mai approvata.
Marco Guerra
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La famiglia Omerovic decide di abbandonare l'alloggio popolare. E il Pontefice la riceve assieme a 500 rom e sinti. Identificato l'autore delle minacce, che nega.La gestione fallimentare dell'edilizia pubblica a Roma ha scatenato la guerra tra poveri. Iniziò Walter Veltroni a tenere un quarto delle strutture fuori graduatoria. Poi Gianni Alemanno premiò chi viveva nei centri di raccolta e Nicola Zingaretti chi occupava gli stabili.Lo speciale contiene due articoliNon rimarrà a Casal Bruciato, periferia Est di Roma, la famiglia rom assegnataria dell'alloggio popolare di via Sebastiano Satta. Da tre giorni davanti al civico 20 vanno in scena le proteste furibonde dei residenti e degli attivisti dei movimenti di estrema destra e madre padre e 12 figli non sono usciti che una sola volta, nel pomeriggio di ieri, quando si sono recati in San Giovanni in Laterano per l'incontro con il Pontefice, scortati e da una porta sul retro del palazzo. «Qui non possiamo vivere», avrebbe dichiarato Clinton, 20 anni, uno dei figli più grandi degli Omerovic, originari della Bosnia. «Andremo via. Stiamo solo decidendo come». Gli Omerovic sono solo una delle diverse famiglie a cui il sindaco di Roma, Virginia Raggi, ha assegnato, seguendo il piano complessivo di dismissione dei campi nomadi della capitale, un alloggio popolare in periferia. Già nelle settimane scorse c'erano state rivolte a Pietralata e Torre Maura contro l'arrivo dei nomadi nel quartiere, proteste che in quell'occasione, come probabilmente in questa, avevano costretto il sindaco a un passo indietro. La tensione negli ultimi tre giorni nel quartiere è stata altissima: cortei, banchetti e sit in, con le forze dell'ordine intervenute più volte per calmare gli animi. E ieri sono scattate le prime denunce, a quanto risulta almeno tre sono i soggetti identificati tra i quali c'è anche chi ha rivolto la frase «Ti stupro» all'indirizzo della madre rom con in braccio uno dei figli, mentre veniva scortata dalla polizia all'interno della palazzina nel giorno dell'arrivo e altri due soggetti che avrebbero rivolto alla famiglia frasi razziste. A fare fede sarebbero le frasi finite in un video dell'agenzia di stampa Dire, dalle quali Casapound si è in parte smarcata. «Le frasi pronunciate a quanto pare da qualche residente sono sbagliate e da condannare, ma figlie dell'esasperazione. Se i residenti di Casal Bruciato, e delle altre borgate di Roma, avessero servizi e trasporti queste tensioni non si verificherebbero», ha twittato Mauro Antonini, dirigente romano di Casapound. A quanto pare a pronunciarle sarebbe stato un simpatizzante, D.C. le iniziali, che ha dichiarato di non fare parte del movimento, ma di essere stato presente alla manifestazione come privato cittadino, negando contemporaneamente anche le parole che gli sono state attribuite. Intanto, proprio ieri, in Vaticano, papa Francesco ha incontrato in un momento di preghiera 500 tra rom e sinti. Un appuntamento fissato da tempo che ha coinciso con la cronaca più accesa. «È vero, ci sono cittadini di seconda classe, ma i veri cittadini di seconda classe sono quelli che scartano la gente, perché non sanno abbracciare, sempre con gli aggettivi in bocca», ha dichiarato il Pontefice. «In Italia ci sono organizzazioni che sono maestre di vendetta, voi mi capite bene. Un gruppo di gente che è capace di creare la vendetta, di vivere l'omertà: questo è un gruppo di gente delinquente, non gente che vuole lavorare», ha aggiunto il Papa argentino.Ma su Casal Bruciato monta anche la polemica politica. A innescarla la visita del sindaco, Virginia Raggi, alla famiglia, avvenuta due giorni fa, durante la quale il sindaco, che ha ribadito la «regolarità dell'assegnazione», è stato accolto da cori di proteste, fischi e insulti. Il primo che sembrava voler prendere le distanze è stato il vicepremier, Luigi Di Maio: «La Raggi pensi ad aiutare i romani prima di pensare ai rom», è la frase riportata da fonti a lui vicine e circolata ieri. «Non sono irritato», ha però precisato durante un'intervista a Radio Anch'io. «Quando si minaccia una donna di stupro, si costringono i bambini chiusi in casa perché hanno un alloggio per legge è giusto dare la massima solidarietà io comprendo che ci sia tensione sociale». Ma la tensione «non si può combattere stando da una parte o dall'altra, ma trovando una soluzione: il tema non è schierarsi, ma abbassare la tensione sociale».Anche quello del segretario del Pd e governatore del Lazio, Nicola Zingaretti, è stato un intervento a doppia faccia. Da un lato ha espresso «vicinanza e solidarietà alla Raggi», ma poi ha ricordato che «quelle proteste non sono solo di neofascisti o di movimenti organizzati», ma «c'è una massa sterminata di persone che si sente abbandonata e le proteste devono spingere ad aprire una riflessione sulla qualità della vita nelle periferie». Giorgia Meloni, leader di Fratelli d'Italia, ha parlato invece di «razzismo contro gli italiani». Il Comune di Roma ai rom «riconosce 5.000 euro se aprono un'attività, 800 per l'affitto, gli pagano il mental coach per andare a lavorare», ha spiegato. «E nell'assegnazione delle case popolari ai nomadi in uscita dai campi è riservato un punteggio aggiuntivo. Non mi pare che il Comune abbia attivato queste misure anche per i romani poveri».Alessia Pedrielli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-nomadi-rinunciano-alla-casa-via-da-casal-bruciato-denunciato-chi-invoca-stupri-2636723825.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-norme-favoriscono-i-rom-scatta-la-rivolta" data-post-id="2636723825" data-published-at="1772791622" data-use-pagination="False"> Le norme favoriscono i rom: scatta la rivolta Tra assegnazioni fuori graduatoria, bandi speciali, riformulazioni dei criteri per i punteggi, sanatorie e deroghe, la gestione dell'assegnazione delle case popolari a Roma è da sempre un sistema che procede per eccezioni e che vede la mortificazione di chi attende nella legalità che la sua domanda venga vagliata dagli uffici per le politiche abitative. Posto che nessuno può giustificare alcun tipo di minaccia e intimidazione contro un legittimo assegnatario riconosciuto dalle normative stabilite dell'amministrazione locale, per comprendere la rabbia che monta nelle periferie della capitale bisogna ripercorrere gli ultimi vent'anni di gestione dell'Edilizia residenziale pubblica (Erp), che hanno visto la giustizia sociale calpestata dai più furbi con buona pace delle istituzioni locali che, in molti casi, hanno legittimato o perfino premiato lo status quo delle occupazioni e delle cosiddette assegnazioni in emergenza abitativa, tramite l'approvazione di apposite delibere. A certificare l'anomalia dell'assegnazione emergenziale fu già la delibera 206 del 2007 del Comune di Roma, guidato allora dal sindaco Walter Veltroni, che riconosceva che fino a quel momento oltre il 50% degli alloggi erano stati assegnati fuori dalla graduatoria generale e stabiliva che circa 10.000 nuovi alloggi sarebbero dovuti essere assegnati «con ricorso alla graduatoria del bando generale 2000, fatta salva una quota non superiore al 25% da riservare alle situazioni di emergenza abitativa». In pratica il Comune si riservava il diritto di decidere, a seconda delle emergenze, a chi dare circa un quarto degli alloggi pubblici. Dunque il cittadino che aveva presentato domanda poteva essere scavalcato in qualsiasi momento da uno degli assegnatari di quella quota del 25% destinata a sanare situazioni di famiglie presenti in «strutture assistenziali organizzate da organi, enti e associazioni di volontariato». Le cose si complicano ulteriormente nel 2012, sotto l'amministrazione di centrodestra di Gianni Alemanno, quando gli uffici preposti riformulano i criteri per i punteggi per il nuovo bando generale. Di fatto, in precedenza chi aveva subito uno sfratto esecutivo otteneva il massimo del punteggio (10 punti) a cui andavano sommati altri punti relativi alla composizione (numero figli) e allo stato socio economico (redditi) della famiglia. Con il nuovo bando del 2012 ottengono invece maggiore rilevanza situazioni che vedono interessate fasce di popolazione diverse rispetto a chi ha subito uno sfratto dopo aver avuto un regolare contratto. Il massimo del punteggio (18 punti) viene così assegnato a quei «nuclei familiari in situazione di grave disagio abitativo, accertato dall'autorità competente», che «dimorino in centri di raccolta, dormitori pubblici o altre idonee strutture procurate a titolo provvisorio […], con permanenza continuativa nei predetti ricoveri da almeno un anno». Tradotto, chi vive in strutture d'accoglienza ha un punteggio maggiore rispetto a chi è stato sfrattato e magari dorme dai parenti. Sempre il nuovo bando assegna 17 punti a coloro che «siano assistiti economicamente dai servizi sociali e che presentino un grave disagio abitativo determinato da sistemazioni provvisorie, da almeno un anno, in manufatti impropri cioè privi dei servizi essenziali». È evidente che per «manufatto improprio» non può essere considerata una casa, ma soluzioni come baracche, roulotte e giacigli di ogni tipo. Per lo sfratto, fenomeno che continua a colpire migliaia di romani ogni anno, restano invece i 10 punti già stabiliti. Intanto la realtà delle assegnazioni fuori bando continuano a precedere in parallelo. Un ulteriore colpo in questa direzione è arrivato con le delibere regionali 109 e 110 del marzo 2016, con cui la giunta di sinistra guidata da Nicola Zingaretti ha modificato il regolamento per l'assegnazione degli alloggi Erp. In particolare, la delibera 109 introduce l'articolo 30 bis che decreta che «per rispondere alle emergenze abitative registrate da Roma Capitale […] la giunta regionale attua un programma straordinario di interventi per l'emergenza abitativa, riservando un complesso di alloggi ai nuclei familiari presenti in immobili di proprietà pubblica o privata impropriamente adibiti ad abitazione per stato di estrema necessità». Insomma chi occupa teatri in disuso, caserme, scuole, ex strutture sanitarie e qualsiasi altro immobile pubblico ottiene un'altra bella corsia preferenziale, ed è chiaro che tra queste categorie aumenta ogni anno il numero dei cittadini stranieri che non hanno una casa. Ci sarebbero poi altre delibere molto discutibili, come quella che ai fini della decadenza del diritto all'alloggio stabilisce che vanno considerate solo le proprietà immobiliari dell'assegnatario e non quelle degli altri componenti del nucleo familiare, ma per farsi un'idea del caos che ha innescato la lotta fra poveri è più che sufficiente il quadro tratteggiato finora. Per garantire un minimo di giustizia sociale e i diritti di chi attende da anni nella legalità qualunque sia la sua cittadinanza, il gruppo consiliare di Fratelli d'Italia al Comune di Roma, poche settimane fa, aveva proposto una delibera per introdurre il criterio di «residenzialità» per la formazione delle graduatorie, un principio che avrebbe trovato applicazione mediante il paletto dei cinque anni di residenza per accedere alla domanda. Proposta portata in Regione anche dal consigliere Fabrizio Ghera (Fdi) e mai approvata. Marco Guerra
Giorgia Meloni (Ansa)
Dal governo arrivano segnali che il dl Bollette potrebbe essere rivisto. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ospite ieri di Radio 24, ha lasciato intendere che il tema è all’ordine del giorno di Palazzo Chigi: «Se ci fosse un aumento non sporadico ma continuativo del gas (che è quello che alla fine fa il prezzo in Italia anche per l’energia elettrica), il decreto dovrebbe essere rivisto. Però questa è una valutazione che si può solo fare dopo aver misurato quanto gli effetti di questa guerra potranno essere o meno duraturi». Poi ha tranquillizzato: «L’Italia è in una condizione di sicurezza, perché abbiamo una diversificazione di fornitori. Dal Qatar riceviamo meno del 10% del Gnl, e comunque le forniture fino a marzo sono quasi tutte partite dal Qatar. Un blocco totale creerebbe sicuramente dei problemi». Pichetto Fratin ha anche indicato il fattore speculativo. «Bisogna stare attenti a tutti coloro che volessero utilizzare in modo fraudolento questo momento di difficoltà. Noi abbiamo la fortuna di avere le aziende di Stato che ci garantiscono quando abbiamo speculazioni internazionali da parte di grandi player capaci di incidere sul mercato Ttf olandese, dove si fa il prezzo valido per tutti».
La premier Giorgia Meloni ha avvertito che «aumenterà le tasse alle aziende che dovessero speculare sulle bollette». In un colloquio telefonico, il presidente di Arera le ha assicurato che «sono stati già attivati i meccanismi che servono a evitare fenomeni speculativi». L’obiettivo è «impedire l’esplosione dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari». L’Unità di vigilanza energetica di Arera monitora in tempo reale l’evoluzione dei prezzi all’ingrosso e al dettaglio di gas ed elettricità, per valutare i possibili effetti sui corrispettivi applicati ai clienti finali e fornire al governo, al Parlamento e alle istituzioni europee gli elementi di analisi necessari per le valutazioni. Sul fronte delle forniture fisiche di gas, l’Autorità conferma che al momento non si rilevano criticità nei livelli di approvvigionamento, almeno fino ad aprile.
Il tema dell’Emission trading system è più difficile da affrontare perché la decisione se bloccarlo temporaneamente dipende dalla Commissione Ue. Giorgia Meloni ha annunciato che in occasione del Consiglio europeo previsto tra circa due settimane ne chiederà la sospensione, «almeno per l’energia da generazione elettrica». «Il problema che noi continuiamo a porre è che oggi si tiene conto anche dell’Ets per determinare il prezzo di tutte le forme di energia, anche di quelle che non sono inquinanti, anche delle rinnovabili, e secondo noi non ha senso», ha detto la premier. «Chiediamo da sempre di scorporare il costo dell’Ets dalla determinazione del prezzo dell’energia rinnovabile, dell’idroelettrico e solare per abbassare i costi». Le imprese da tempo lamentano i costi indiretti, ovvero l’aumento dei prezzi dell’elettricità determinati dal sistema di acquisto di quote di Co2. Una sorta di imposta che ora, alla luce dei rincari delle quotazioni del gas, diventa insostenibile. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha sempre difeso l’Ets sostenendo che «porta chiari benefici», ma ora lo scenario è cambiato.
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Vladimir Putin (Ansa)
La guerra aperta in Medio Oriente sta di nuovo sovvertendo il panorama internazionale e gli impatti sull’energia rimangono. Ad aggiungere incertezza al quadro già complicato arrivano da Mosca dichiarazioni che riportano il tema della sicurezza energetica europea al centro del dibattito. Il presidente russo Vladimir Putin ha affermato infatti che la Russia potrebbe valutare l’ipotesi di interrompere le forniture di gas all’Europa, collegando questa possibilità alla strategia dell’Unione europea che punta a eliminare progressivamente l’import di gas russo entro il 2027. Putin ha precisato che non si tratta di una decisione già presa ma di una valutazione allo studio. Secondo il presidente russo, in un contesto segnato dalla crisi con l’Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz, la Russia potrebbe scegliere di indirizzare le proprie esportazioni verso mercati dove i prezzi risultano più elevati.
Negli ultimi anni il peso del gas russo nel mercato europeo si è ridotto in modo significativo. Prima dell’invasione dell’Ucraina nel 2022, la Russia copriva circa il 40% delle importazioni di gas via gasdotto dell’Unione europea. In alcuni trimestri questa quota è stata superiore anche al 50%. Nel 2025 la quota è scesa attorno al 6% per le forniture via tubo (gasdotto Turkstream), mentre le esportazioni di Gnl verso l’Europa sono state stimate attorno ai 20 miliardi di metri cubi.
Ieri al Ttf i prezzi del gas sono saliti ma senza far segnare nuovi massimi e chiudendo con un gestibile +4% a 50,73 €/MWh. Dal punto di vista delle forniture fisiche, per l’Italia non ci sono problemi. Ieri, l’amministratore delegato di Snam Agostino Scornajenchi ha indicato che la situazione delle forniture resta sotto controllo nel breve periodo. L’Italia non registra criticità immediate per l’approvvigionamento di gas almeno fino alla fine di marzo.
«Non abbiamo nessun problema di forniture fino a marzo», ha affermato Scornajenchi durante la presentazione dei risultati del gruppo a Milano. Gli stoccaggi nazionali risultano riempiti al 45%, un livello superiore di circa dieci punti percentuali rispetto alla media europea. Secondo il manager, potranno verificarsi tensioni sui prezzi, come in effetti già accade, ma non difficoltà di disponibilità del combustibile. Una parte dei flussi di Gnl attesi nelle prossime settimane proviene dal Qatar, ma i carichi destinati all’Italia erano già partiti prima dell’esplosione della crisi e sono in viaggio verso i terminali nel Mediterraneo. Il Gnl qatarino rappresenta una quota tra il 25 e il 30% del Gnl importato nel Paese. Scornajenchi ha sottolineato che il sistema italiano può contare su un’ampia diversificazione degli approvvigionamenti grazie a dieci punti di ingresso nella rete e a un portafoglio di infrastrutture di trasporto, stoccaggio e rigassificazione distribuite sul territorio. Secondo l’amministratore delegato, queste caratteristiche riducono l’esposizione del Paese rispetto ad altri mercati europei.
Nel corso della presentazione del piano strategico 2026-2030, il manager ha anche richiamato il ruolo del gas nel sistema energetico europeo con una dichiarazione molto netta: «Il gas continua a rimanere fondamentale. L’epoca in cui era considerato come il nemico da eliminare è giunta al termine ed è stato proprio questo approccio fuorviante a trascinare l’industria europea in una spirale di crisi», ha dichiarato.
Secondo Scornajenchi, la domanda di gas rimarrà sostanzialmente stabile fino al 2035. Le stime presentate dal gruppo indicano per l’Italia consumi pari a circa 62 miliardi di metri cubi entro il 2030 e 61,5 miliardi nel 2035. I livelli di domanda saranno sostenuti dai consumi industriali, dalla generazione elettrica a gas e dalle esigenze di bilanciamento legate all’integrazione nel sistema elettrico delle fonti rinnovabili. Le esportazioni potrebbero crescere fino a circa 7 miliardi di metri cubi dal 2030, rafforzando il ruolo dell’Italia come hub meridionale del gas in Europa.
Il piano strategico 2026-2030 di Snam prevede investimenti per 14 miliardi di euro destinati soprattutto al rafforzamento delle infrastrutture di trasporto del gas, allo sviluppo degli stoccaggi e al potenziamento dei terminali di rigassificazione.
Sul piano internazionale emergono intanto segnali di aggiustamento nelle politiche energetiche europee. Su richiesta della Germania, gli Stati Uniti hanno deciso di esentare a tempo indeterminato la controllata tedesca di Rosneft dalle sanzioni contro il gruppo petrolifero russo. La società possiede partecipazioni in tre raffinerie tedesche che rappresentano circa il 12% della capacità di raffinazione del Paese e quote nell’oleodotto Transalpino. Si tratta di un chiaro trattamento di favore per Berlino, per evitare interruzioni nell’attività delle raffinerie in una fase di tensione sui mercati energetici.
Oggi a Bruxelles, poi, è previsto un vertice straordinario della Commissione europea dedicato alla nuova crisi energetica. Tra i temi in discussione figurano possibili modifiche al sistema europeo di scambio delle emissioni (Ets), tema su cui molto si sta spendendo il governo italiano. Si parlerà anche di disaccoppiamento tra prezzi dell’elettricità e del gas, argomento resiliente, per usare un eufemismo molto usato a Bruxelles. Su spinta di alcuni Paesi si discuterà anche della possibilità di sospendere l’abbandono definitivo del gas russo, appena deciso dall’Ue poche settimane fa. Sempre se Mosca è d’accordo, naturalmente. In questo senso, le dichiarazioni di Putin sull’interruzione delle forniture di gas all’Europa suonano beffarde.
Il Cremlino scarica gli alleati sciiti
Per i generali sono effetti collaterali. Le bombe su Teheran per Vladimir Putin non sono una buona notizia. Per tre ragioni: gli ayatollah sono alleati storici del Cremlino, che però per soccorrerli deve mollare sul fronte ucraino; l’Iran ha sin qui fornito a Mosca i droni «martire» per attacchi via area a basso costo e alta intensità, come capita da mesi a Zaporozhzhia, ma ora non è più in grado di esportarli; la strategia aggressiva di Donald Trump ha isolato la Russia, perché, caduti Nicolás Maduro e Bashar al-Assad, con la morte di Ali Khamenei a Putin sono rimasti come alleati solo la Cina, parte dei Brics e la Bielorussia. Può consolarsi vendendo più petrolio a Pechino, che deve rimpiazzare quello iraniano (vale circa il 20% del consumo cinese), ma è sicuro che per Putin prima si risolve il conflitto in Iran e meglio è.
Ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, lo ha ammesso con una dichiarazione all’agenzia di stampa Vesti. Due sono i messaggi di Peskov: «La guerra in corso non è la nostra guerra e solo chi ha iniziato la guerra in Medio Oriente può fermarla», corredato dall’affermazione per cui «la Russia non è in grado di fermare questa guerra». Il Cremlino non vuole (o non può) farsi trascinare sul «fronte» di Teheran e non si vuole alienare una possibilità di trattativa con Donald Trump, qualora permanesse lo stallo in Ucraina.
La conferma arriva dal ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, che, a rafforzare la «linea Peskov» che fa risaltare come «l’Iran non ha chiesto nessun aiuto a Mosca se non sul piano politico», ha fatto sapere: «Facciamo appello perché si crei un fronte unito per porre fine alla guerra nel Golfo Persico». Mosca - ha aggiunto Lavrov - «farà tutto il possibile anche in seno al Consiglio di sicurezza e all’Assemblea Onu per creare un’atmosfera che renda completamente impossibile il perdurare dell’operazione contro l’Iran». Tradotto: a Mosca questa guerra dà fastidio.
Lo certifica anche Volodymyr Zelensky, che rafforza l’impressione che Vladimir Putin potrebbe voler attivare i colloqui di «pace» con Donald Trump per stabilizzare la situazione in Ucraina.
Zelensky, nei giorni scorsi, aveva detto che la guerra in Iran indeboliva l’Ucraina nella prospettiva che gli Usa rallentino gli aiuti militari proprio nel momento in cui l’esercito russo inizia a dare segni di fragilità. E tuttavia il blocco delle forniture di Teheran verso la Russia oggi ribalta, almeno in prospettiva, la situazione. Il presidente ucraino, a proposito dei negoziati, ieri ha affermato: «Nella notte abbiamo parlato con gli Stati Uniti, forse verrà cambiato il luogo del vertice, verrà posticipata la data di qualche giorno a causa della guerra in Medio Oriente». Ha poi ribadito che per quanto si dica che Putin sarebbe pronto a fermare il conflitto se gli venisse ceduto il Donbass, lui non ha alcuna intenzione di accettare questa condizione, ma ha rilevato - con una dichiarazione a Rai Italia - di non credere al disimpegno russo dall’Iran. «Sono sicuro», ha detto Zelensky, «che i russi forniscono armi al regime iraniano. Possono fornire componenti elettronici per i missili Sayyad. Se i servizi segreti dei nostri partner condivideranno le informazioni, questo sarà confermato. Nei missili iraniani ci sono componenti di produzione russa. La Russia all’Iran può fornire sistemi di difesa aerea. Ne ha in abbondanza». Ma sembra una dichiarazione destinata a raffreddare la possibilità che gli Usa siano propensi ad accettare colloqui col Cremlino in questa fase. Una cosa è certa: il conflitto in Iran, per Putin, è come i vaccini Covid: ha diversi effetti avversi.
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Durante un punto stampa, il presidente ucraino ha alluso a «una persona», chiaramente Viktor Orbán, che tiene fermo il prestito da 90 miliardi promesso da Bruxelles al suo Paese: «Spero che non lo blocchi», ha detto Zelensky, «altrimenti daremo il suo indirizzo ai rappresentanti delle nostre forze armate: lasciamo che siano loro a chiamarlo e a parlargli nella loro lingua». Trattandosi di militari, quella «lingua» non possono che essere i proiettili. E quindi, qual è il piano del leader di Kiev? Far sparare al premier magiaro? Spedirgli un drone? Organizzare uno di quegli attentati con cui, in Russia, la resistenza si è già vendicata di diversi esponenti del regime di Vladimir Putin?
L’intimidazione ha indignato il ministro degli Esteri di Orbán, Peter Szijjarto: Zelensky, ha tuonato, è andato «oltre ogni limite. Questa è l’Ucraina. Questo il tipo di “cultura” che arriva da Kiev. Ed è questo l’uomo che Bruxelles ammira e il Paese che vogliono far entrare rapidamente nell’Unione europea». Il premier ungherese, dal canto suo, ha evocato la possibilità di «usare la forza» per consentire il transito del petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, qualora l’Ucraina continui a tenerlo chiuso. C’è proprio la querelle attorno a questa infrastruttura, che sta lasciando a secco anche la Slovacchia di Robert Fico, alla base del veto di Budapest, Bratislava e pure di Praga all’accordo, raggiunto nel Consiglio Ue di dicembre, sul prestito di riparazione a Kiev. Erogazione dalla quale, peraltro, le tre nazioni del blocco di Visegrád erano state esentate. Ieri, interpellato dall’agenzia Nova, il ministro degli Esteri slovacco, Juraj Blanar, ha bocciato anche l’ipotesi di un incontro con Zelensky: «Come potrebbe aiutarci», ha lamentato, visto che dall’Ucraina «non c’è risposta» sulla riattivazione della pipeline?
La figura barbina, come al solito, rischia di farla l’Europa: in un documento preparatorio per le conclusioni del vertice che si terrà il prossimo 19 marzo, visionate dall’Agi, si legge infatti che i capi di governo intendono chiedere a «Paesi terzi» un aiuto «per contribuire a colmare il divario rimanente di 30 miliardi di euro nelle finanze dell’Ucraina». Altro denaro da spedire in uno Stato al collasso finanziario, che evidentemente i membri Ue non sono più in grado di corrispondere, considerata la nuova emergenza economica derivante dal conflitto in Medio Oriente. Fondi che, con il cappello in mano, i 27 - o meglio, i 24, tolti evidentemente Orbán, Fico e Andrej Babis - sono pronti ad andare a cercare dai partner. In primis, il Regno Unito. Bruxelles, comunque, non ha espresso solidarietà a Orbán per le minacce.
La situazione è grave ma non è seria. Lo conferma la campagna dell’Alto rappresentante dell’Unione, Kaja Kallas, impegnata a sponsorizzare l’altra trovata di Zelensky: proporre ai Paesi del Golfo uno scambio tra sistemi antidrone e contraeree. Durante un briefing, il comandante in capo della resistenza ha manifestato il desiderio di «ricevere in modo discreto missili Pac-3 dai Paesi del Medio Oriente e trasferire loro droni per l’intercettazione». L’idea è la seguente: Kiev ha maturato una notevole esperienza sul campo; le monarchie sunnite hanno i Patriot; una transazione, ora, potrebbe avvantaggiare tutti. L’estone gli è corsa dietro e ha sottolineato che l’Iran scaglia «gli stessi droni che attaccano ogni giorno» l’Ucraina, la quale possiede le competenze per «aiutare i Paesi del Golfo». Alla fine, la missione sembra aver avuto l’avallo Usa: Washington, ha riferito Zelensky, gli avrebbe chiesto «supporto specifico nella protezione dagli shahed», i droni iraniani.
Il numero uno della diplomazia europea ne ha approfittato per esortare l’Ue ad «accelerare la produzione di droni e intercettori di droni». Il famoso «muro» che sta tanto a cuore a Ursula von der Leyen. Ma dietro la bizzarra foga piazzista della Kallas si celano grosse inquietudini sull’impatto che l’ennesima guerra avrà nell’Est: «Le capacità di difesa necessarie in Ucraina adesso si stanno spostando anche in Medio Oriente», ha notato. Pure Zelensky, che ieri ha discusso con Giorgia Meloni del famigerato prestito Ue e l’ha ringraziata per le forniture energetiche italiane, ha ammesso che «c’è preoccupazione per i segnali che parlano della continuazione di questa operazione militare» in Iran. Essa potrebbe indurre Washington a «ridurre le forniture di difesa antiaerea» per Kiev. Di sicuro, Donald Trump è sempre più impaziente di arrivare a una pace: Zelensky «deve darsi da fare e chiudere un accordo», ha rimarcato ieri su Politico. Putin sarebbe «pronto a un’intesa». Sarà per dimostrare buona volontà, allora, che Zelensky, in un’intervista al quotidiano britannico The Independent, ha ventilato l’ipotesi di rinunciare alla ricandidatura al termine del conflitto con la Russia. Cosa farà dopo? Delirio su Orbán a parte, avrà la stoffa di un Churchill ma non quella di un sicario.
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La famiglia Trevallion (Ansa)
Nuovo clamoroso colpo di scena nel caso della famiglia nel bosco: il tribunale respinge la ricusazione della psicologa e dispone il trasferimento dei bambini in un’altra struttura con l’intervento della forza pubblica. La madre verrà rimandata a casa, separata dai figli.
Nuovo colpo di scena nel caso della famiglia nel bosco: il Tribunale ha respinto la ricusazione della psicologa finita al centro delle polemiche e ha disposto il trasferimento dei bambini in un’altra struttura. I piccoli verranno spostati con l’intervento della forza pubblica, mentre la madre sarà rimandata a casa. Una decisione che separa ancora di più la famiglia, nonostante i pareri di esperti e neuropsichiatri e i segnali di disponibilità al dialogo mostrati dai genitori.
La decisione arriva mentre il caso continua a far discutere e dopo giorni di polemiche sulla gestione della perizia psicologica disposta dal Tribunale dei minori dell’Aquila. Proprio su questo punto si era concentrato l’ultimo sviluppo della vicenda, con le proteste dei legali della famiglia.
Questa mattina Nathan e Catherine Trevallion dovevano sottoporsi a una sessione - l’ultima - di test obbligatori per la perizia richiesta dal Tribunale dei minori dell’Aquila ai fini di valutare le loro condizioni psicologiche e le loro capacità genitoriali. Domani mattina toccherà ai loro tre figli affrontare i test.
Gli appuntamenti precedenti non sono andati benissimo. Durante uno di questi mamma Catherine ha avuto un malore, esausta per le condizioni in cui si trova da mesi e per le centinaia di domande che le venivano poste. Questa volta, però, la situazione è persino peggiore, di sicuro più imbarazzante. A svolgere i test sarà infatti Valentina Garrapetta, la giovane psicologa reclutata da Simona Ceccoli, perita individuata dal Tribunale. Già: parliamo della psicologa che pubblicava online commenti offensivi e irrisori sulla famiglia nel bosco, post su Facebook che La Verità ha documentato e che sono stati oggetto di una istanza di ricusazione presentata dagli avvocati dei Trevallion. I legali, giustamente, ritenevano e ritengono assurdo che a valutare genitori e bambini sia una professionista che condivideva pubblicamente commenti denigratori nei loro riguardi. La Garrapetta si è maldestramente difesa con una lettera surreale inviata al Tribunale. «Come è bene leggere dai post stessi», scriveva la psicologa, «essi sono stati pubblicati in un contesto temporale significativamente precedente alla designazione quale ausiliaria; avevano carattere esclusivamente personale; esprimevano una generica posizione di sostegno nei confronti di assistenti sociali, giudici e magistrati che, in quei giorni, risultavano esposti a critiche particolarmente aggressive sui social network. Tali espressioni non possono in alcun modo essere interpretate come indice di pregiudizio, orientamento preconcetto o perdita di neutralità professionale». Insomma, la dottoressa non solo non ha negato l’esistenza dei post, ma ha malamente cercato di spiegarli sostenendo che fossero difensivi di giudici e assistenti sociali.
Ebbene, questa persona oggi e domani valuterà i Trevallion. Il Tribunale ha semplicemente evitato di rispondere alla ricusazione presentata dagli avvocati, non si è nemmeno degnato di commentarla. Ergo la Garrapetta svolgerà come previsto i test sui poveretti di cui a novembre si faceva beffe online. La vicenda è allucinante, anche perché si tratta dell’ennesima ingiustizia commessa nei riguardi di una famiglia che non ha fatto nulla di male. Il Tribunale continua a ignorare ogni segnale proveniente dai Trevallion, non considera i loro cambiamenti, la loro disponibilità al dialogo. Non si è mosso nemmeno di fronte all’incredibile atteggiamento della psicologa, che rende contestabile l’intera perizia (la psichiatra Ceccoli ha confermato piena fiducia alla collega: segno che evidentemente ne conosceva o peggio condivideva le posizioni).
«La nostra posizione è assolutamente ferma e resta la stessa», commenta Danila Solinas, avvocato dei Trevallion. «Rimane l’opposizione che abbiamo già depositato attraverso l’istanza di ricusazione». Secondo la legale, il comportamento del tribunale costituisce «un segnale atipico, sicuramente. Riteniamo che i post della psicologa», continua Solinas, «siano chiari e non vadano spiegati in alcun modo. Parlano da soli, parla il riferimento ai cosiddetti cialtroni che faceva in uno di quei post, utilizzava questa espressione. Per noi questo dimostra una totale mancanza di imparzialità e di neutralità».
Quando facciamo notare all’avvocato che la Garrapetta ha affermato che quei post erano una difesa dei giudici, la risposta è netta: «Ancora peggio, ancora peggio. Mi sembra una sorta di captatio benevolentiae che semmai aggiunge un profilo di responsabilità a quanto già fatto. Che la psichiatra Ceccoli le abbia confermato la fiducia ci lascia assolutamente perplessi. Ci aspettavamo che quanto accaduto la inducesse a una riflessione circa l’opportunità di continuare».
A lasciare ancora più perplessi, tuttavia, è la posizione del Tribunale, che ha sostanzialmente ignorato - nonostante il notevole clamore mediatico - gli incredibili post della psicologa, consentendole di partecipare agli incontri con la famiglia.
«Mi aspettavo che qualcosa venisse fatto prima e soprattutto che si desse la giusta attenzione a quanto emerso», commenta Danila Solinas. «Qui non abbiamo un’istanza fatta sulla base di un’antipatia personale o di un giudizio assolutamente soggettivo che poteva provenire da una parte. L’istanza è stata fatta sulla base di elementi scoperti da voi, visibili da tutti e, credo, di una gravità estrema. A me sembra che in questa vicenda ognuno - e mi riferisco alle istituzioni, a tutti i soggetti che a vario titolo si sono avvicendati - sia unicamente orientato a una difesa corporativa, anche dinanzi a evidenze macroscopiche come quelle di cui avete parlato. Evidenza che lasciano supporre un interesse personale o un’esposizione personale che è difficile provare, come ha fatto la Garrapetta, a scindere dal ruolo professionale. Tutto questo mi preoccupa molto perché mi sembra che si sia completamente perso di vista il bene primario di cui a parole continuano a parlare tutti, ma che poi nella sostanza è totalmente messo in secondo piano. Mi riferisco naturalmente ai tre bambini».
I tre bambini che domani saranno valutati in un clima che è difficile immaginare sereno. «Ho forti dubbi anch’io sulla serenità», dice l’avvocato Solinas. «Ma non per noi, perché noi andremo con la stessa serenità con cui ci siamo approcciati sin dall’inizio a questa consulenza. Piuttosto faccio fatica a pensare che, dall’altra parte, qualcuno che si è espresso con toni così sarcastici possa mostrare imparzialità, a maggior ragione in questo momento».
Quelli previsti per oggi e domani sono gli ultimi incontri previsti fra le esperte e la famiglia. Poi la dottoressa Ceccoli avrà parecchio tempo a disposizione per trarre le sue conclusioni e completare la perizia. A quel punto il Tribunale dovrà esprimersi in un senso o nell’altro. Per ora sembra proteggersi dietro una coltre di silenzio. Eppure prendono diverse richieste. Gli avvocati dei Trevallion non hanno solo ricusato la psicologa ma hanno anche chiesto che la famiglia sia ricongiunta. La casa protetta di Vasto in cui mamma e bambini risiedono da mesi ha invece chiesto che i Trevallion siano spostati altrove. La sensazione è che il Tribunale non abbia voluto allontanare la psicologa e cambiare collocazione ai bambini per non complicarsi la vita e non dover rallentare o fermare la perizia. Il risultato però è che i Trevallion saranno testati da una professionista che non pare imparziale.
Nel frattempo i bambini non stanno granché bene. «Sono bambini che da circa tre mesi e mezzo non escono dalla struttura», dice l’avvocato Solinas. «Bambini che erano abituati a vivere all’aria aperta, in costante contatto con la natura. Al netto di tutte le altre considerazioni su cui abbiamo ampiamente dibattuto, credo che sia difficile poter sostenere che in questo momento i bambini stiano bene». Questo è ciò che si è ottenuto togliendo i bambini da casa: ora stanno rinchiusi, lontani dai genitori e valutati da chi li insultava.
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