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2018-11-30
I grillini fanno una mozione contro le sanzioni Usa in Iran. Ma noi siamo esenti
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ANSA
I sedici pentastellati non sembrano accontentarsi della recente concessione dell'amministrazione di Washington, che ha deciso di esentare temporaneamente l'Italia, assieme ad altri sette Paesi, dalle sanzioni che da inizio novembre hanno colpito il settore energetico e il sistema finanziario iraniano. Una decisione che ha messo di conseguenza a serio rischio la tenuta del Jcpoa, il patto attraverso il quale Teheran si impegnava ad abbandonare il programma nucleare in cambio della sospensione delle sanzioni nei suoi confronti.
Petrocelli e gli altri hanno scelto di intestarsi la battaglia in difesa di quelle grandi e piccole medie imprese italiane che l'anno scorso hanno raggiunto un volume di esportazioni verso la dittatura islamica pari a 1,7 miliardi di euro. Così, hanno deciso di impegnare il governo ad attivarsi nelle competenti sedi internazionali, «affinché possano essere percorsi tutti i necessari passaggi diplomatici utili al mantenimento del Jcpoa»; a promuovere e sostenere in sede europea ogni iniziativa utile tra cui l'aggiornamento del regolamento del Consiglio europeo sul blocking statute, che era stato adottato per proteggere gli investimenti europei a Cuba e in Libia e Iran dalle sanzioni statunitensi, al fine di tutelare le imprese europee; e a valutare nuove soluzioni, come «l'individuazione e il coinvolgimento di uno o più istituti di credito italiani che non operino sul dollaro e sul mercato mondiale dei capitali e quindi meno soggetti al rischio di rappresaglie finanziarie».
L'Atto di sindacato ispettivo n° 1-00059 presentato al Senato sottolinea come, dopo la decisione di Trump, la comunità internazionale, con le sole voci contrarie di Israele, Arabia Saudita e Lega Araba, abbia «preso una netta posizione nel senso di voler rispettare l'accordo». Inoltre, si legge nel documento, «secondo quanto risulta dai successivi rapporti Aiea (l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, ndr), l'Iran avrebbe correttamente adempiuto agli impegni». Ma non vengono riportati i documenti rubati dal Mossad a Teheran lo scorso gennaio e definiti dalla Casa Bianca come una prova che i dubbi di Trump sulle attività nucleare erano fondati. Né tantomeno compare la recente decisione del dipartimento di Stato di Washington di chiedere all'Aiea di esaminare quei dossier. E neppure viene menzionato il recente avvertimento dello stesso dipartimento Usa all'Unione europea: Brian Hook, inviato speciale per l'Iran dell'amministrazione Trump, ha dichiarato che Teheran sta producendo missili che minacciano i Paesi partner degli Usa in Medio Oriente, oltre a mettere a rischio le forze a stelle e strisce nella regione.
Già da qualche giorno si aspettava la presentazione dell'atto al Senato, specialmente dopo la visita a Roma del viceministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Il numero due della diplomazia di Teheran è stato infatti nella capitale a metà mese, come parte del suo tour europeo, e ha incontrato Petrocelli (che aveva annunciato l'atto durante i Med dialogues di Roma) e Marta Grande. Cioè la pentastellata che alcune settimane fa, come raccontò La Verità, in coincidenza della giornata mondiale contro la pena di morte, diede il benvenuto nella commissione Esteri della Camera da lei presieduta ad alcuni esperti del governo di Teheran che fanno capo all'Institute for political and international studies, quello che nel 2006 organizzò nella capitale della teocrazia una conferenza il cui tema centrale era la negazione dell'Olocausto.
Ad andare a corrente alternata nella politica estera del Movimento 5 stelle non è solo l'atteggiamento verso gli Stati Uniti sulla questione iraniana e lo scarso interesse verso le minacce che il regime degli ayatollah pronuncia a cadenza settimanale verso Israele. C'è, infatti, un certo doppiopesismo sui diritti umani. Perché è di pochi giorni fa l'avvertimento di Ali Akbar Salehi, direttore dell'Autorità iraniana per l'energia atomica, che in un'intervista concessa a Euronews dall'ambasciata di Teheran a Bruxelles, ha commentato le sanzioni statunitensi. Dicendosi convinto del fatto che i Paesi europei stiano facendo il massimo per portare benefici economici al suo Paese nonostante la svolta di Trump, ha spiegato che l'Iran è pronto a essere un «buon partner» per l'Europa in caso di salvataggio del patto nucleare «e possiamo anche riprendere i discorsi sui diritti umani». Il tutto dopo l'incontro con il numero uno della diplomazia europea Federica Mogherini, che già a settembre, due mesi prima dell'entrata in vigore delle sanzioni Usa, aveva annunciato un «veicolo speciale» Ue per continuare gli scambi del quale non c'è ancora alcuna traccia. Ma poi è arrivata la minaccia di Salehi: «Non bluffiamo: se il piano fallisce, ci saranno sicuramente delle conseguenze». Come a dire, o scendete a patti con noi o continueremo così: a essere cioè, come raccontano i dati di Amnesty international, il Paese in cui nel 2017 è stato registrato il maggior numero di condanne a morte.
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Salehi ha rincarato la dose: «Spero che le parole dette dall'Ue, Cina e Russia diventino fatti», altrimenti, «sarebbe inquietante. La situazione sarebbe imprevedibile, non si sa cosa succederebbe». E subito gli ha risposto Margaritis Schinas, portavoce della Commissione europea, ribadendo che l'Ue «resta impegnata a dare piena e completa attuazione all'Accordo nucleare con l'Iran». Poco importa se perfino chi in teoria dovrebbe essere in prima linea a sostenere gli sforzi di Bruxelles, in realtà li ha già snobbati da mesi: infatti, i grandi buyer europei come la francese Total, le italiane Eni e Saras, le spagnole Cepsa e Repsol, oltre che la greca Hellenic petroleum hanno già diversificato i loro acquisti.
Se dovesse passare la richiesta del gruppo pentastellato l'Italia offrirebbe all'Iran un nuovo modo per aggirare le sanzioni statunitensi e continuare a vendere il suo oro nero, che si andrebbe ad aggiungere alle «petroliere fantasma» avvistate nello stretto di Ormuz e alle figure in Paesi terzi usate da Teheran per acquistare e rivendere il greggio evitando le tagliola a stelle e strisce.
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Una pattuglia di senatori del Movimento 5 stelle presenta una mozione, primo firmatario Vito Rosario Petrocelli, presidente della commissione Esteri a Palazzo Madama, che rischia di mettere i bastoni fra le ruote al governo gialloblù nel suo tentativo di avvicinamento agli Stati Uniti di Donald Trump. Si vuole impegnare l'esecutivo a mantenere vivo l'accordo bocciato dalla Casa Bianca.I sedici pentastellati non sembrano accontentarsi della recente concessione dell'amministrazione di Washington, che ha deciso di esentare temporaneamente l'Italia, assieme ad altri sette Paesi, dalle sanzioni che da inizio novembre hanno colpito il settore energetico e il sistema finanziario iraniano. Una decisione che ha messo di conseguenza a serio rischio la tenuta del Jcpoa, il patto attraverso il quale Teheran si impegnava ad abbandonare il programma nucleare in cambio della sospensione delle sanzioni nei suoi confronti.Petrocelli e gli altri hanno scelto di intestarsi la battaglia in difesa di quelle grandi e piccole medie imprese italiane che l'anno scorso hanno raggiunto un volume di esportazioni verso la dittatura islamica pari a 1,7 miliardi di euro. Così, hanno deciso di impegnare il governo ad attivarsi nelle competenti sedi internazionali, «affinché possano essere percorsi tutti i necessari passaggi diplomatici utili al mantenimento del Jcpoa»; a promuovere e sostenere in sede europea ogni iniziativa utile tra cui l'aggiornamento del regolamento del Consiglio europeo sul blocking statute, che era stato adottato per proteggere gli investimenti europei a Cuba e in Libia e Iran dalle sanzioni statunitensi, al fine di tutelare le imprese europee; e a valutare nuove soluzioni, come «l'individuazione e il coinvolgimento di uno o più istituti di credito italiani che non operino sul dollaro e sul mercato mondiale dei capitali e quindi meno soggetti al rischio di rappresaglie finanziarie».L'Atto di sindacato ispettivo n° 1-00059 presentato al Senato sottolinea come, dopo la decisione di Trump, la comunità internazionale, con le sole voci contrarie di Israele, Arabia Saudita e Lega Araba, abbia «preso una netta posizione nel senso di voler rispettare l'accordo». Inoltre, si legge nel documento, «secondo quanto risulta dai successivi rapporti Aiea (l'Agenzia internazionale per l'energia atomica, ndr), l'Iran avrebbe correttamente adempiuto agli impegni». Ma non vengono riportati i documenti rubati dal Mossad a Teheran lo scorso gennaio e definiti dalla Casa Bianca come una prova che i dubbi di Trump sulle attività nucleare erano fondati. Né tantomeno compare la recente decisione del dipartimento di Stato di Washington di chiedere all'Aiea di esaminare quei dossier. E neppure viene menzionato il recente avvertimento dello stesso dipartimento Usa all'Unione europea: Brian Hook, inviato speciale per l'Iran dell'amministrazione Trump, ha dichiarato che Teheran sta producendo missili che minacciano i Paesi partner degli Usa in Medio Oriente, oltre a mettere a rischio le forze a stelle e strisce nella regione.Già da qualche giorno si aspettava la presentazione dell'atto al Senato, specialmente dopo la visita a Roma del viceministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi. Il numero due della diplomazia di Teheran è stato infatti nella capitale a metà mese, come parte del suo tour europeo, e ha incontrato Petrocelli (che aveva annunciato l'atto durante i Med dialogues di Roma) e Marta Grande. Cioè la pentastellata che alcune settimane fa, come raccontò La Verità, in coincidenza della giornata mondiale contro la pena di morte, diede il benvenuto nella commissione Esteri della Camera da lei presieduta ad alcuni esperti del governo di Teheran che fanno capo all'Institute for political and international studies, quello che nel 2006 organizzò nella capitale della teocrazia una conferenza il cui tema centrale era la negazione dell'Olocausto. Ad andare a corrente alternata nella politica estera del Movimento 5 stelle non è solo l'atteggiamento verso gli Stati Uniti sulla questione iraniana e lo scarso interesse verso le minacce che il regime degli ayatollah pronuncia a cadenza settimanale verso Israele. C'è, infatti, un certo doppiopesismo sui diritti umani. Perché è di pochi giorni fa l'avvertimento di Ali Akbar Salehi, direttore dell'Autorità iraniana per l'energia atomica, che in un'intervista concessa a Euronews dall'ambasciata di Teheran a Bruxelles, ha commentato le sanzioni statunitensi. Dicendosi convinto del fatto che i Paesi europei stiano facendo il massimo per portare benefici economici al suo Paese nonostante la svolta di Trump, ha spiegato che l'Iran è pronto a essere un «buon partner» per l'Europa in caso di salvataggio del patto nucleare «e possiamo anche riprendere i discorsi sui diritti umani». Il tutto dopo l'incontro con il numero uno della diplomazia europea Federica Mogherini, che già a settembre, due mesi prima dell'entrata in vigore delle sanzioni Usa, aveva annunciato un «veicolo speciale» Ue per continuare gli scambi del quale non c'è ancora alcuna traccia. Ma poi è arrivata la minaccia di Salehi: «Non bluffiamo: se il piano fallisce, ci saranno sicuramente delle conseguenze». Come a dire, o scendete a patti con noi o continueremo così: a essere cioè, come raccontano i dati di Amnesty international, il Paese in cui nel 2017 è stato registrato il maggior numero di condanne a morte. media0.giphy.com Salehi ha rincarato la dose: «Spero che le parole dette dall'Ue, Cina e Russia diventino fatti», altrimenti, «sarebbe inquietante. La situazione sarebbe imprevedibile, non si sa cosa succederebbe». E subito gli ha risposto Margaritis Schinas, portavoce della Commissione europea, ribadendo che l'Ue «resta impegnata a dare piena e completa attuazione all'Accordo nucleare con l'Iran». Poco importa se perfino chi in teoria dovrebbe essere in prima linea a sostenere gli sforzi di Bruxelles, in realtà li ha già snobbati da mesi: infatti, i grandi buyer europei come la francese Total, le italiane Eni e Saras, le spagnole Cepsa e Repsol, oltre che la greca Hellenic petroleum hanno già diversificato i loro acquisti. Se dovesse passare la richiesta del gruppo pentastellato l'Italia offrirebbe all'Iran un nuovo modo per aggirare le sanzioni statunitensi e continuare a vendere il suo oro nero, che si andrebbe ad aggiungere alle «petroliere fantasma» avvistate nello stretto di Ormuz e alle figure in Paesi terzi usate da Teheran per acquistare e rivendere il greggio evitando le tagliola a stelle e strisce.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 19 febbraio con Flaminia Camilletti
Sergio Mattarella (Getty Images)
Il «Picconatore» si oppose alla pretesa di trasformare il Consiglio superiore in una specie di terza Camera dello Stato e ritenne che l’intervento a gamba tesa di un ristretto gruppo di magistrati nei confronti del capo del governo fosse ai limiti dell’insurrezione e al di fuori dei poteri previsti dalla Costituzione.
Ma appunto quella di Cossiga fu un’azione che appartiene a una stagione passata, perché adesso, qualsiasi cosa faccia o decida il Csm non trova un altolà da parte del Quirinale, ma semmai un via libera. Lo si è visto anche ieri, quando a sorpresa Mattarella ha deciso di partecipare al plenum del Consiglio superiore della magistratura. Pur essendone il presidente, il capo dello Stato non è mai stato presente alle riunioni dell’organo di autogoverno. I suoi interventi del resto sono limitati alle occasioni in cui il Colle ha qualche messaggio da recapitare. E ieri di certo ce n’era uno importante, da rendere noto proprio nel mezzo della polemica politica in vista del referendum. Ma Mattarella non è andato a Palazzo dei Marescialli per rimettere in riga le toghe e per ribadire che al pari di tanti altri anche i magistrati sono servitori dello Stato, i quali pur se tutelati da indipendenza e autonomia garantita dalla Costituzione devono rispettare e applicare le leggi della Repubblica. No, il presidente ha voluto presiedere il plenum per ribadire il suo sostegno all’organismo di autogoverno dei magistrati, ma soprattutto per dare una botta al governo, che proprio in questi giorni è impegnato in una campagna referendaria sulla riforma della giustizia.
Il capo dello Stato non ha sentito il bisogno di replicare al procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, il quale ha detto che massoni, indagati e imputati voteranno Sì alla riforma, arruolando dunque nel malaffare chiunque non si opponga come lui alla separazione delle carriere. No, il presidente non ha trovato nulla da ridire sul fatto che un importante magistrato considerasse pendagli da forca coloro che non si intruppano nella battaglia dell’Anm contro la legge Nordio. Né ha invocato la presunzione di innocenza per chi pur indagato potrebbe essere vittima della giustizia e da vittima decidere che gli errori dei magistrati debbano essere oggetto di un procedimento disciplinare indipendente, non condizionato dall’appartenenza ad alcuna corrente della quale magari gli stessi pm e giudici facciano parte.
Mattarella invece ha voluto sottolineare «il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio superiore della magistratura», bacchettando dunque, pur senza nominarlo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, colpevole di aver ripetuto ciò che disse un giudice antimafia come Nino Di Matteo, ovvero che la gestione delle nomine degli uffici giudiziari risponde spesso a un sistema molto simile a quello mafioso. Che altro è il Sistema emerso con le intercettazioni a carico dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara se non uno scambio di favori, un traffico di interessi, una lottizzazione della giustizia e una spartizione delle poltrone in nome della legge? Ma di tutto ciò Mattarella non ha parlato. Si è limitato a esercitare quella che i giornali hanno chiamato una «moral suasion energica». Nei confronti delle balle che il fronte del No sta propagandando, dicendo che il governo vuole mettere i pm sotto il controllo della politica? Macché: il richiamo energico è a Palazzo Chigi e al ministro della Giustizia, a cui è chiesto «il rispetto che occorre ribadire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione». Con le sue frasi felpate il presidente non dice di essere schierato in questa battaglia referendaria, da una parte, ossia quella dei magistrati. Ma il suo No anche senza essere stato pronunciato si è sentito forte e chiaro.
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