I francesi rosicano per Stellantis Infornata di manager Sono tutti italiani
Antonio Filosa (Ansa)
Le scelte del nuovo ad Filosa, al primo giorno di mandato, segnano la discontinuità con il predecessore Tavares.

Da ieri Stellantis ha un accento un po’ più italiano. Non sarà una rivoluzione, né un trionfo nazionalpopolare, ma l’aria che si respira nei corridoi dei quartieri generali del colosso automobilistico ha preso un profumo di caffè espresso. Il nuovo amministratore delegato Antonio Filosa, napoletano d’origine e cresciuto alla scuola di Marchionne, ha preso il volante della super-multinazionale nata dalla fusione di Psa e Fca, e le prime manovre non sono passate inosservate.

Un segnale chiaro: l’era di Carlos Tavares è finita. Era considerato un fuoriclasse dai francesi per come aveva gestito il risanamento della Peugeot. Messo di fronte ad una sfida veramente globale ha fallito avendo giocato tutte le carte al tavolo della transizione elettrica da finanziare con robusti contributi pubblici. Si è visto com’è finita. Un disastro.

La macchina Stellantis si rimette in moto con un nuovo pilota al volante. E questa volta il motore ha un rombo più familiare alle nostre orecchie: parla italiano anche se Filosa resta responsabile delle attività in Nord-america e mantiene il domicilio a Detroit. Probabilmente un segno di rispetto nei confronti di Trump e della sua attenzione al «Made in Usa».

Il cambio di timone, in perfetto stile Marchionne, è stato accompagnato da un immediato rimpasto di vertice. Filosa non perde tempo. Al suo primo giorno da amministratore delegato, annuncia un nuovo Leadership team, selezionato interamente dall’interno dell’azienda. Nessuna figura esterna, nessun colpo di teatro internazionale: solo dirigenti cresciuti dentro Stellantis, in nome della continuità e di una meritocrazia che, quando non è solo parola d’ordine, riesce persino a sorprendere.

E dentro la nuova squadra brillano tre nomi italiani: Emanuele Cappellano, che guiderà il Sud America e Stellantis Pro One (i veicoli commerciali, spina dorsale della strategia di espansione); Davide Mele, alla pianificazione di prodotto (cioè, in buona sostanza, colui che decide cosa verrà prodotto nei prossimi anni); e Monica Genovese, nuova responsabile acquisti (ruolo strategico in tempi di catene di fornitura ballerine).

Un po’ di «latinità del fare» nei meccanismi complessi e a tratti burocratici del gruppo.

La Borsa non ha festeggiato: a Piazza Affari il titolo ha aperto con un -5,7%, salvo poi recuperare parzialmente. Ha chiuso a 8,01 euro in calo del 2,1%. Ma si sa, i mercati spesso hanno bisogno di tempo per capire le novità. La sostanza, invece, dice altro: si volta pagina. E la penna con cui si scrive il nuovo capitolo ha, almeno per ora, un inchiostro tricolore.

Intanto, come sempre accade nei passaggi di potere, c’è chi entra e chi esce. A lasciare il gruppo sono due figure chiave dell’era Tavares: Beatrice Foucher, che da responsabile del marchio Ds e poi alle strategie, ha contribuito alla crescita dell’identità francese all’interno del gruppo, e soprattutto lui, Maxime Picat. Nome potentissimo nel blocco parigino di Stellantis, era stato dato da molti come il favorito alla successione di Tavares. Aveva il pedigree, il sostegno dei soci parigini, una lunga militanza nel gruppo. Eppure, quando il dado è stato lanciato, non è uscito il suo numero. La scelta è caduta su Filosa. Una decisione non neutra, né scontata che ha avuto bisogni di molto mesi di gestazione per superare le resistenze del blocco francese.

Per Picat ora si parla di un futuro altrove. Renault, dicono le voci, lo starebbe corteggiando per la successione di Luca De Meo. Sarebbe una parabola perfetta: da candidato amministratore delegato di Stellantis a possibile timoniere del marchio storico della concorrenza nazionale. Con il solito, sottile equilibrio tra orgoglio e rivincita personale.

Filosa, da parte sua, ha scelto il fair play. Ha ringraziato pubblicamente sia Picat sia Foucher, lodandone il contributo e augurando loro «il meglio per le nuove sfide». Frasi di circostanza, certo. Ma l’eleganza, in certi contesti, vale più della brutalità decisionale. È lo stile Marchionne che torna, in una versione forse più soft.

Che Stellantis diventi un’azienda «più italiana» si può solo sperarlo. Ma che torni ad avere una guida in grado di comprendere lo spirito di entrambe le anime del gruppo — quella americana e quella europea — è un passo nella giusta direzione.

La sfida che lo attende è di quelle che fanno tremare i polsi: rilanciare le vendite, ricostruire la redditività, rafforzare l’identità del gruppo in un mercato dell’auto in piena trasformazione. Non sarà semplice. Ma intanto, in quel mosaico di uomini di marchi chiamato Stellantis, oggi c’è almeno una tessera in più con scritto «Made in Italy».

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