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2025-08-30
Pazzia Ue: droni di guerra guidati dai bimbi
Friedrich Merz ed Emmanuel Macron (Ansa)
«Cara Evika Silina, il tuo Paese sta diventando una vera potenza nel campo dei droni». Il post di X che Ursula von der Leyen ha dedicato al ministro presidente lettone, in occasione della sua visita «negli Stati di frontiera dell’Ue», è un manifesto della nuova Commissione europea. Un piano politico destinato a mettere l’elmetto in testa persino ai bambini.
Cosa sta succedendo? Cominciamo dal sottolineare che, a Bruxelles, sono ben felici di assecondare l’ossessione dei baltici per il babau russo. Probabilmente, al di là della postura aggressiva e dei proclami sulle truppe da spedire al fronte per garantire la sicurezza di Kiev, sperano di delocalizzare il più possibile quello che considerano l’inevitabile scontro di civiltà con Mosca. In questo modo, daranno tempo agli Stati centrali di riorganizzare la difesa del continente. E pure di catechizzare l’opinione pubblica, visto che, per il momento, nel Paese che si candida a costruire l’esercito più potente dopo quello americano - la Germania - vanno di moda i libri di un blogger che si compiace di dichiarare: «Meglio occupati che morti».
In questa operazione di marketing bellico, i droni svolgeranno un ruolo fondamentale. Sia perché sono una risorsa efficace e a buon mercato, che infatti tanto i russi quanto gli ucraini, ormai capaci di sfornarne in gran numero, hanno impiegato in quantità massicce. Sia perché essi alleggeriscono un po’ la percezione della brutalità dei combattimenti: eliminando il contatto fisico tra esseri umani, rendono moralmente meno problematica l’uccisione del nemico. Gli unici ad accorgersi che sono scoppiate delle bombe, alla fine, sono quelli che ci rimangono sotto. Ed è qui che nasce la tentazione di tirare in ballo i bimbi. Proprio dalla frontiera dell’Ue, quella che praticamente si sente già in trincea contro Vladimir Putin, stanno infatti partendo vari progetti per insegnare ai più piccoli come si fabbricano e come si usano i velivoli da guerra senza pilota.
Ne ha parlato anche La Stampa ieri: tra pochi giorni, gli alunni delle elementari in Lituania, di ritorno sui banchi di scuola, si ritroveranno a frequentare lezioni dedicate alla costruzione e alla guida dei droni. «Ormai sono diventati una parte integrante non solo della scienza e dell’industria», ha spiegato a metà agosto il direttore dell’agenzia di educazione Linesa, Valdas Jankauskas, «ma anche della vita di tutti i giorni». Il progetto, ha giubilato il funzionario, darà alle giovani generazioni «la possibilità di conoscere questo settore dalla tenera età». Per fortuna, nella «vita di tutti i giorni», i droni al massimo vengono usati per scattare suggestive foto dall’alto di attività sportive, concerti o serate danzanti. C’è una bella differenza tra i giocattoli con le eliche che ogni tanto vediamo svolazzare in spiaggia oppure in discoteca e gli apparecchi, imbottiti di esplosivo, che piombano sui civili nelle città dell’Ucraina e sulle regioni di confine in Russia. Forse, in alcuni Stati europei si stanno portando avanti? L’idea è che, sin dalla «tenera età», i ragazzini debbano abituarsi a concepire la guerra come un aspetto della «vita di tutti i giorni»?
I giovanissimi lituani chiamati a raccolta non saranno mica pochi: si tratta di 7.000 bambini dai 9 anni di età, parte di un corso che coinvolgerà in totale 22.000 connazionali. Costoro, entro il 2028, acquisiranno «abilità di controllo dei droni», anche attraverso «esperimenti pratici e giochi». Niente di più moderno e tecnologico che spingere i piccini a concepire la morte alla stregua di un videogame, quasi uguale a quello con cui già si divertono il pomeriggio, mentre siedono davanti a una qualche consolle. Anche se, dal punto di vista delle tattiche propagandistiche, resta minima la distanza dalle omelie dei professori ultranazionalisti che, nel 1914, incitavano gli studentelli ad arruolarsi nell’esercito del Secondo Reich, descritte da Erich Maria Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale. Niente di nuovo, appunto. Tant’è che pure i balilla, in assenza di bombardieri pilotabili da remoto, in classe imparavano a montare e smontare il moschetto.
Alle porte della Federazione russa, si stanno organizzando parecchie iniziative simili: c’è il caso «pedagogico» della Lituania; c’è la Lettonia, «potenza dei droni» che fa gongolare la Von der Leyen e che ha già addestrato 32 giovani cadetti nelle specialità della guerra elettronica, lo scorso luglio; e non poteva mancare l’Estonia di Kaja Kallas, ex premier, oggi Alto rappresentante dell’Unione. Soprattutto, falco antirusso ispirata dalle persecuzioni dell’Urss subite dalla nonna e dalla madre, che vennero deportate in Siberia, mentre il babbo, Siim, faceva carriera nelle banche statali e nella gerarchia amministrativa sovietica, da iscritto al Partito comunista. Ebbene: entro la metà del 2026, Tallinn avvierà un programma di educazione all’impiego di droni, che addirittura rientra nell’accordo di coalizione della maggioranza al governo e che includerà l’invio di appositi «kit» alle scuole.
Sarà pur vero che, per mantenere la pace, è sempre meglio prepararsi alla guerra. Ma chi si illude di poterla rendere seducente, o magari divertente, sta incappando in un errore pericoloso. Anche quei bambini lituani di 9 anni, un domani, capiranno che ammazzare un uomo non è come fare una partita alla Playstation.
L’occupazione tedesca è ai minimi storici e Merz crea lavoro al fronte per i giovani
«Abbiamo sbagliato transizione». Se fossero onesti e trasparenti i decisori delle principali economie del Vecchio continente dovrebbero ammettere che il passaggio «forzato» dalle forme di energia più inquinanti a quelle «pulite» si sta dimostrando un flop epocale. E che per rimediare a quel fallimento (in termini di crescita del Pil, degli utili delle imprese e quindi di occupazione) si stanno creando i presupposti per un’altra forma di transizione, eticamente meno irreprensibile, quella che ci porterà verso un’economia di guerra.
I segnali sono evidenti – ieri abbiamo parlato dell’emissione del primo bond (ad opera di una banca francese) per finanziare l’escalation militare del Vecchio continente – ma il piano annunciato qualche ore fa dal governo Merz (il disegno di legge è atteso al vaglio del parlamento) mostra plasticamente quello che potrebbe succederci nei prossimi anni. Certo, il cancelliere ha salvato la faccia evitando di introdurre subito la leva obbligatoria (era stata abolita nel 2011), ma il piano è studiato in modo che poi, se non verranno raggiunti i risultati sperati è lì che si andrà a parare, nella leva forzata.
E quali sono questi risultati? A oggi la Bundeswehr (le forze armate tedesche) possono contare su circa 180.000 soldati e poco meno di 50.000 riservisti. Nella prospettiva del governo solo quando i militari avranno superato quota 250.000 unità e i riservisti avranno toccato la soglia dei 200.000 uomini si potranno dormire sonni più tranquilli. Non semplice, perché si tratta di ricreare un sistema, parte dalle caserme e arriva fino agli istruttori, che è stato quasi completamente smantellato negli anni in cui nessuno pensava che la pace potesse essere messa in discussione. Insomma, il progetto va un po’ spinto. E infatti i giovani tedeschi che a inizio 2026 riceveranno un questionario informativo (gli uomini saranno obbligati a compilarlo, le donne no), per capire la loro propensione all’avventura militare, saranno tentati da una discreta serie di benefit.
Stipendio minimo di 2.300 euro al mese, vitto, alloggio ed assistenza sanitaria gratuita oltre ad altre «attenzioni» particolari. Basterà? Difficile dirlo. Quello che invece si può dire senza timore di smentita è che l’economia tedesca è costantemente sull’orlo della recessione. I timidi segnali di ripresa di gennaio, febbraio e marzo (+0,3% del Pil) sono stati vanificati dalla contrazione dello 0,3% del secondo trimestre 2025, anche perché la stima iniziale indicava un calo contenuto dello 0,1%. E i recentissimi dati sul tasso di disoccupazione confermano ad agosto le percentuali di luglio (il 6,3%), cioè il dato peggiore dal 2020 (i disoccupati hanno superato i 3 milioni). Tanto per intenderci, secondo l’ultimo Industry Barometer di Ernst & Young che analizza l’andamento delle vendite e dell’occupazione nell’industria tedesca, le imposizioni del Green deal hanno portato alla perdita di 51.000 posti solo nell’automotive. Se poi l’analisi si allarga e arriva a ricomprendere il periodo pre-Covid, arrivando al 2019, scopriamo che sono venuti a mancare circa 112.000 occupati. Dire che la crisi del modello tedesco sia esclusivamente colpa dell’ideologia green, che a un certo punto ha stravolto le strategie di buona parte dei colossi dell’industria, sarebbe sbagliato e limitativo. Ma di certo i diktat ambientalisti che vogliono costringere le case europee a dire addio ai motori termici entro il 2035 hanno avuto un ruolo fondamentale nella crisi di Berlino.
E quindi torniamo a bomba sui piani di Merz e Macron: quello che il Green deal ha distrutto tocca riprenderselo con l’industria bellica. Non è un caso che nelle stesse ore in cui il cancelliere annunciava il piano per la leva militare, Rheinmetall (la maggiore azienda tedesca degli armamenti) stesse inaugurando quella che diventerà la più grande fabbrica di munizioni d’Europa. Il sito è ad Hannover, ma l’ad Armin Papperger è pronto a costruire altri stabilimenti in diversi Paesi della Nato. Perché quando la Germania si muove lo fa sempre per porsi alla guida del progetto e mai a ricasco.
Certo, che in questo piano manca la voce dei diretti interessati. Sarebbe utile sapere cosa ne pensano i ragazzi e le ragazze tedesche. Sono contenti di scoprire il brivido della vita al fronte per prepararsi ad affrontare il pericolo russo? O farebbero volentieri a meno della nuova avventura? Un recente sondaggio dell’istituto YouGov, condotto per l’agenzia di stampa tedesca Dpa, rivela che tra i tedeschi c’è un sentimento abbastanza variegato. Il 54% degli intervistati si è espresso a favore del ritorno al servizio militare obbligatorio. Ma se poi si analizzano questi numeri dividendoli per fascia di età, si scopre che tra gli ultrasettantenni la percentuale di favorevoli è del 66%, mentre nella fascia compresa tra i 18 e i 29 anni solo un terzo (35%) sposa il sì.
C’era da aspettarselo, ma siamo certi che a Berlino come a Bruxelles di quello che vogliono i diretti interessati importa poco o nulla.
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La «minaccia russa» dà alla testa: nei Baltici preparano a combattere gli alunni delle elementari, la Von der Leyen si compiace. E la Germania pensa di risolvere i problemi di disoccupazione con la leva militare.Lo speciale contiene due articoli.«Cara Evika Silina, il tuo Paese sta diventando una vera potenza nel campo dei droni». Il post di X che Ursula von der Leyen ha dedicato al ministro presidente lettone, in occasione della sua visita «negli Stati di frontiera dell’Ue», è un manifesto della nuova Commissione europea. Un piano politico destinato a mettere l’elmetto in testa persino ai bambini. Cosa sta succedendo? Cominciamo dal sottolineare che, a Bruxelles, sono ben felici di assecondare l’ossessione dei baltici per il babau russo. Probabilmente, al di là della postura aggressiva e dei proclami sulle truppe da spedire al fronte per garantire la sicurezza di Kiev, sperano di delocalizzare il più possibile quello che considerano l’inevitabile scontro di civiltà con Mosca. In questo modo, daranno tempo agli Stati centrali di riorganizzare la difesa del continente. E pure di catechizzare l’opinione pubblica, visto che, per il momento, nel Paese che si candida a costruire l’esercito più potente dopo quello americano - la Germania - vanno di moda i libri di un blogger che si compiace di dichiarare: «Meglio occupati che morti».In questa operazione di marketing bellico, i droni svolgeranno un ruolo fondamentale. Sia perché sono una risorsa efficace e a buon mercato, che infatti tanto i russi quanto gli ucraini, ormai capaci di sfornarne in gran numero, hanno impiegato in quantità massicce. Sia perché essi alleggeriscono un po’ la percezione della brutalità dei combattimenti: eliminando il contatto fisico tra esseri umani, rendono moralmente meno problematica l’uccisione del nemico. Gli unici ad accorgersi che sono scoppiate delle bombe, alla fine, sono quelli che ci rimangono sotto. Ed è qui che nasce la tentazione di tirare in ballo i bimbi. Proprio dalla frontiera dell’Ue, quella che praticamente si sente già in trincea contro Vladimir Putin, stanno infatti partendo vari progetti per insegnare ai più piccoli come si fabbricano e come si usano i velivoli da guerra senza pilota.Ne ha parlato anche La Stampa ieri: tra pochi giorni, gli alunni delle elementari in Lituania, di ritorno sui banchi di scuola, si ritroveranno a frequentare lezioni dedicate alla costruzione e alla guida dei droni. «Ormai sono diventati una parte integrante non solo della scienza e dell’industria», ha spiegato a metà agosto il direttore dell’agenzia di educazione Linesa, Valdas Jankauskas, «ma anche della vita di tutti i giorni». Il progetto, ha giubilato il funzionario, darà alle giovani generazioni «la possibilità di conoscere questo settore dalla tenera età». Per fortuna, nella «vita di tutti i giorni», i droni al massimo vengono usati per scattare suggestive foto dall’alto di attività sportive, concerti o serate danzanti. C’è una bella differenza tra i giocattoli con le eliche che ogni tanto vediamo svolazzare in spiaggia oppure in discoteca e gli apparecchi, imbottiti di esplosivo, che piombano sui civili nelle città dell’Ucraina e sulle regioni di confine in Russia. Forse, in alcuni Stati europei si stanno portando avanti? L’idea è che, sin dalla «tenera età», i ragazzini debbano abituarsi a concepire la guerra come un aspetto della «vita di tutti i giorni»? I giovanissimi lituani chiamati a raccolta non saranno mica pochi: si tratta di 7.000 bambini dai 9 anni di età, parte di un corso che coinvolgerà in totale 22.000 connazionali. Costoro, entro il 2028, acquisiranno «abilità di controllo dei droni», anche attraverso «esperimenti pratici e giochi». Niente di più moderno e tecnologico che spingere i piccini a concepire la morte alla stregua di un videogame, quasi uguale a quello con cui già si divertono il pomeriggio, mentre siedono davanti a una qualche consolle. Anche se, dal punto di vista delle tattiche propagandistiche, resta minima la distanza dalle omelie dei professori ultranazionalisti che, nel 1914, incitavano gli studentelli ad arruolarsi nell’esercito del Secondo Reich, descritte da Erich Maria Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale. Niente di nuovo, appunto. Tant’è che pure i balilla, in assenza di bombardieri pilotabili da remoto, in classe imparavano a montare e smontare il moschetto.Alle porte della Federazione russa, si stanno organizzando parecchie iniziative simili: c’è il caso «pedagogico» della Lituania; c’è la Lettonia, «potenza dei droni» che fa gongolare la Von der Leyen e che ha già addestrato 32 giovani cadetti nelle specialità della guerra elettronica, lo scorso luglio; e non poteva mancare l’Estonia di Kaja Kallas, ex premier, oggi Alto rappresentante dell’Unione. Soprattutto, falco antirusso ispirata dalle persecuzioni dell’Urss subite dalla nonna e dalla madre, che vennero deportate in Siberia, mentre il babbo, Siim, faceva carriera nelle banche statali e nella gerarchia amministrativa sovietica, da iscritto al Partito comunista. Ebbene: entro la metà del 2026, Tallinn avvierà un programma di educazione all’impiego di droni, che addirittura rientra nell’accordo di coalizione della maggioranza al governo e che includerà l’invio di appositi «kit» alle scuole.Sarà pur vero che, per mantenere la pace, è sempre meglio prepararsi alla guerra. Ma chi si illude di poterla rendere seducente, o magari divertente, sta incappando in un errore pericoloso. Anche quei bambini lituani di 9 anni, un domani, capiranno che ammazzare un uomo non è come fare una partita alla Playstation.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pazzia-ue-droni-bimbi-2673942504.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="loccupazione-tedesca-e-ai-minimi-storici-e-merz-crea-lavoro-al-fronte-per-i-giovani" data-post-id="2673942504" data-published-at="1756542983" data-use-pagination="False"> L’occupazione tedesca è ai minimi storici e Merz crea lavoro al fronte per i giovani «Abbiamo sbagliato transizione». Se fossero onesti e trasparenti i decisori delle principali economie del Vecchio continente dovrebbero ammettere che il passaggio «forzato» dalle forme di energia più inquinanti a quelle «pulite» si sta dimostrando un flop epocale. E che per rimediare a quel fallimento (in termini di crescita del Pil, degli utili delle imprese e quindi di occupazione) si stanno creando i presupposti per un’altra forma di transizione, eticamente meno irreprensibile, quella che ci porterà verso un’economia di guerra.I segnali sono evidenti – ieri abbiamo parlato dell’emissione del primo bond (ad opera di una banca francese) per finanziare l’escalation militare del Vecchio continente – ma il piano annunciato qualche ore fa dal governo Merz (il disegno di legge è atteso al vaglio del parlamento) mostra plasticamente quello che potrebbe succederci nei prossimi anni. Certo, il cancelliere ha salvato la faccia evitando di introdurre subito la leva obbligatoria (era stata abolita nel 2011), ma il piano è studiato in modo che poi, se non verranno raggiunti i risultati sperati è lì che si andrà a parare, nella leva forzata.E quali sono questi risultati? A oggi la Bundeswehr (le forze armate tedesche) possono contare su circa 180.000 soldati e poco meno di 50.000 riservisti. Nella prospettiva del governo solo quando i militari avranno superato quota 250.000 unità e i riservisti avranno toccato la soglia dei 200.000 uomini si potranno dormire sonni più tranquilli. Non semplice, perché si tratta di ricreare un sistema, parte dalle caserme e arriva fino agli istruttori, che è stato quasi completamente smantellato negli anni in cui nessuno pensava che la pace potesse essere messa in discussione. Insomma, il progetto va un po’ spinto. E infatti i giovani tedeschi che a inizio 2026 riceveranno un questionario informativo (gli uomini saranno obbligati a compilarlo, le donne no), per capire la loro propensione all’avventura militare, saranno tentati da una discreta serie di benefit.Stipendio minimo di 2.300 euro al mese, vitto, alloggio ed assistenza sanitaria gratuita oltre ad altre «attenzioni» particolari. Basterà? Difficile dirlo. Quello che invece si può dire senza timore di smentita è che l’economia tedesca è costantemente sull’orlo della recessione. I timidi segnali di ripresa di gennaio, febbraio e marzo (+0,3% del Pil) sono stati vanificati dalla contrazione dello 0,3% del secondo trimestre 2025, anche perché la stima iniziale indicava un calo contenuto dello 0,1%. E i recentissimi dati sul tasso di disoccupazione confermano ad agosto le percentuali di luglio (il 6,3%), cioè il dato peggiore dal 2020 (i disoccupati hanno superato i 3 milioni). Tanto per intenderci, secondo l’ultimo Industry Barometer di Ernst & Young che analizza l’andamento delle vendite e dell’occupazione nell’industria tedesca, le imposizioni del Green deal hanno portato alla perdita di 51.000 posti solo nell’automotive. Se poi l’analisi si allarga e arriva a ricomprendere il periodo pre-Covid, arrivando al 2019, scopriamo che sono venuti a mancare circa 112.000 occupati. Dire che la crisi del modello tedesco sia esclusivamente colpa dell’ideologia green, che a un certo punto ha stravolto le strategie di buona parte dei colossi dell’industria, sarebbe sbagliato e limitativo. Ma di certo i diktat ambientalisti che vogliono costringere le case europee a dire addio ai motori termici entro il 2035 hanno avuto un ruolo fondamentale nella crisi di Berlino.E quindi torniamo a bomba sui piani di Merz e Macron: quello che il Green deal ha distrutto tocca riprenderselo con l’industria bellica. Non è un caso che nelle stesse ore in cui il cancelliere annunciava il piano per la leva militare, Rheinmetall (la maggiore azienda tedesca degli armamenti) stesse inaugurando quella che diventerà la più grande fabbrica di munizioni d’Europa. Il sito è ad Hannover, ma l’ad Armin Papperger è pronto a costruire altri stabilimenti in diversi Paesi della Nato. Perché quando la Germania si muove lo fa sempre per porsi alla guida del progetto e mai a ricasco.Certo, che in questo piano manca la voce dei diretti interessati. Sarebbe utile sapere cosa ne pensano i ragazzi e le ragazze tedesche. Sono contenti di scoprire il brivido della vita al fronte per prepararsi ad affrontare il pericolo russo? O farebbero volentieri a meno della nuova avventura? Un recente sondaggio dell’istituto YouGov, condotto per l’agenzia di stampa tedesca Dpa, rivela che tra i tedeschi c’è un sentimento abbastanza variegato. Il 54% degli intervistati si è espresso a favore del ritorno al servizio militare obbligatorio. Ma se poi si analizzano questi numeri dividendoli per fascia di età, si scopre che tra gli ultrasettantenni la percentuale di favorevoli è del 66%, mentre nella fascia compresa tra i 18 e i 29 anni solo un terzo (35%) sposa il sì.C’era da aspettarselo, ma siamo certi che a Berlino come a Bruxelles di quello che vogliono i diretti interessati importa poco o nulla.
L'edificio dove è avvenuta la strage a Casalotti (Roma). Nel riquadro, Shahadat Hossain (Ansa)
Prosegue senza sosta la caccia a Shahadat Hossain, il bengalese di 43 anni ritenuto dagli investigatori l’autore della strage di Casalotti, a Roma. Dell’uomo sembra essersi persa ogni traccia dopo il triplice omicidio avvenuto nella notte tra venerdì e sabato in un appartamento di via Montiglio, dove sono stati uccisi, a colpi di mannaia, Kamal Uddin Babul, 39 anni, la moglie Jahan Hosne Momotay, 38 anni, e la figlia Islam Arowa. Gravemente ferito anche il figlio ventenne della coppia, unico sopravvissuto al massacro.
Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini e condotte dagli investigatori della squadra mobile, diretti da Roberto Pititto, si muovono su più fronti. Le ricerche sono state estese anche al Regno Unito, dove il ricercato avrebbe la moglie e i figli. Prende corpo anche l’ipotesi che il fuggitivo possa essersi tolto la vita, ragion per cui ricerche coinvolgono il Tevere e i casali abbandonati.
Gli investigatori cercano di ricostruire anche il movente del delitto. L’ipotesi è che tutto sia nato dall’ossessione dell’uomo nei confronti della moglie di Kamal. Hossain frequentava abitualmente l’abitazione di via Montiglio e veniva visto sempre più spesso insieme alla donna, soprattutto quando il marito era al lavoro. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe tentato ancora una volta un approccio sentimentale con la trentottenne, ricevendo però un altro rifiuto. A quel punto avrebbe impugnato una mannaia, scagliandosi prima contro la donna e poi contro la figlia. Il rapporto tra il quarantatreenne, privo di permesso di soggiorno ma con una richiesta di protezione internazionale presentata a Frosinone un anno fa e ancora pendente, e la famiglia era però da tempo al centro dell’attenzione della comunità bengalese.
A confermarlo è Maamoun Maamoun, 55 anni, presidente dell’associazione Brahmanbaria: «Spero che lo prendano al più presto e che sia punito in modo esemplare. Shahadat aveva la moglie e i figli in Inghilterra, ma si era separato. Tutti nella comunità sapevano della relazione con la moglie di Kamal. Pochi giorni prima della tragedia si era tenuta una riunione a Roma per cercare di risolvere la situazione. Kamal era molto arrabbiato perché Hossain continuava a frequentare casa sua cercando la moglie. L’obiettivo era convincerlo ad allontanarsi definitivamente dal quartiere», afferma il presidente. Anche le testimonianze raccolte nel quartiere confermano questa ricostruzione. Diversi residenti raccontano che Hossain accompagnava spesso la donna a fare la spesa e la seguiva quando usciva con la bambina. «Era come se volesse controllarla. Entrava nel nostro locale senza consumare nulla. Succedeva spesso», raccontano dal bar della zona. Tra gli elementi al vaglio della Squadra mobile c’è anche l’ultimo messaggio pubblicato dal killer sul proprio profilo Facebook, circa 24 ore prima della strage. Alle 21.33 del 25 giugno aveva scritto: «Un uomo non muore da solo» e «Dovresti morire con i tuoi cari quando muori. Così nessuno deve soffrire per nessuno». Hossain, domiciliato a Frosinone, secondo gli investigatori sarebbe partito proprio dal capoluogo ciociaro per raggiungere Roma. L’uomo ricercato avrebbe ricoperto in passato incarichi nel Bangladesh nationalist party (Bnp), sia nell’organizzazione italiana sia nel comitato estero del movimento, partecipando all’inizio di giugno a un convegno a Roma in qualità di relatore. Nei prossimi giorni saranno eseguite le autopsie sui corpi delle tre vittime, mentre gli investigatori ritengono fondamentale la testimonianza del figlio ventenne, unico sopravvissuto al massacro.
Sul piano politico, il consigliere municipale di Fratelli d’Italia Marco Giovagnorio attacca la Giunta del Municipio XIII, accusandola di non aver espresso cordoglio per la tragedia e di aver diffuso, nelle stesse ore del triplice omicidio, video di una festa organizzata dal Municipio. Secondo l’esponente di Fdi, gli eventi celebrativi avrebbero dovuto essere sospesi in segno di rispetto per le vittime, la comunità bengalese e l’intero quartiere di Casalotti.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 giugno con Carlo Cambi
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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