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2025-08-30
Pazzia Ue: droni di guerra guidati dai bimbi
Friedrich Merz ed Emmanuel Macron (Ansa)
«Cara Evika Silina, il tuo Paese sta diventando una vera potenza nel campo dei droni». Il post di X che Ursula von der Leyen ha dedicato al ministro presidente lettone, in occasione della sua visita «negli Stati di frontiera dell’Ue», è un manifesto della nuova Commissione europea. Un piano politico destinato a mettere l’elmetto in testa persino ai bambini.
Cosa sta succedendo? Cominciamo dal sottolineare che, a Bruxelles, sono ben felici di assecondare l’ossessione dei baltici per il babau russo. Probabilmente, al di là della postura aggressiva e dei proclami sulle truppe da spedire al fronte per garantire la sicurezza di Kiev, sperano di delocalizzare il più possibile quello che considerano l’inevitabile scontro di civiltà con Mosca. In questo modo, daranno tempo agli Stati centrali di riorganizzare la difesa del continente. E pure di catechizzare l’opinione pubblica, visto che, per il momento, nel Paese che si candida a costruire l’esercito più potente dopo quello americano - la Germania - vanno di moda i libri di un blogger che si compiace di dichiarare: «Meglio occupati che morti».
In questa operazione di marketing bellico, i droni svolgeranno un ruolo fondamentale. Sia perché sono una risorsa efficace e a buon mercato, che infatti tanto i russi quanto gli ucraini, ormai capaci di sfornarne in gran numero, hanno impiegato in quantità massicce. Sia perché essi alleggeriscono un po’ la percezione della brutalità dei combattimenti: eliminando il contatto fisico tra esseri umani, rendono moralmente meno problematica l’uccisione del nemico. Gli unici ad accorgersi che sono scoppiate delle bombe, alla fine, sono quelli che ci rimangono sotto. Ed è qui che nasce la tentazione di tirare in ballo i bimbi. Proprio dalla frontiera dell’Ue, quella che praticamente si sente già in trincea contro Vladimir Putin, stanno infatti partendo vari progetti per insegnare ai più piccoli come si fabbricano e come si usano i velivoli da guerra senza pilota.
Ne ha parlato anche La Stampa ieri: tra pochi giorni, gli alunni delle elementari in Lituania, di ritorno sui banchi di scuola, si ritroveranno a frequentare lezioni dedicate alla costruzione e alla guida dei droni. «Ormai sono diventati una parte integrante non solo della scienza e dell’industria», ha spiegato a metà agosto il direttore dell’agenzia di educazione Linesa, Valdas Jankauskas, «ma anche della vita di tutti i giorni». Il progetto, ha giubilato il funzionario, darà alle giovani generazioni «la possibilità di conoscere questo settore dalla tenera età». Per fortuna, nella «vita di tutti i giorni», i droni al massimo vengono usati per scattare suggestive foto dall’alto di attività sportive, concerti o serate danzanti. C’è una bella differenza tra i giocattoli con le eliche che ogni tanto vediamo svolazzare in spiaggia oppure in discoteca e gli apparecchi, imbottiti di esplosivo, che piombano sui civili nelle città dell’Ucraina e sulle regioni di confine in Russia. Forse, in alcuni Stati europei si stanno portando avanti? L’idea è che, sin dalla «tenera età», i ragazzini debbano abituarsi a concepire la guerra come un aspetto della «vita di tutti i giorni»?
I giovanissimi lituani chiamati a raccolta non saranno mica pochi: si tratta di 7.000 bambini dai 9 anni di età, parte di un corso che coinvolgerà in totale 22.000 connazionali. Costoro, entro il 2028, acquisiranno «abilità di controllo dei droni», anche attraverso «esperimenti pratici e giochi». Niente di più moderno e tecnologico che spingere i piccini a concepire la morte alla stregua di un videogame, quasi uguale a quello con cui già si divertono il pomeriggio, mentre siedono davanti a una qualche consolle. Anche se, dal punto di vista delle tattiche propagandistiche, resta minima la distanza dalle omelie dei professori ultranazionalisti che, nel 1914, incitavano gli studentelli ad arruolarsi nell’esercito del Secondo Reich, descritte da Erich Maria Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale. Niente di nuovo, appunto. Tant’è che pure i balilla, in assenza di bombardieri pilotabili da remoto, in classe imparavano a montare e smontare il moschetto.
Alle porte della Federazione russa, si stanno organizzando parecchie iniziative simili: c’è il caso «pedagogico» della Lituania; c’è la Lettonia, «potenza dei droni» che fa gongolare la Von der Leyen e che ha già addestrato 32 giovani cadetti nelle specialità della guerra elettronica, lo scorso luglio; e non poteva mancare l’Estonia di Kaja Kallas, ex premier, oggi Alto rappresentante dell’Unione. Soprattutto, falco antirusso ispirata dalle persecuzioni dell’Urss subite dalla nonna e dalla madre, che vennero deportate in Siberia, mentre il babbo, Siim, faceva carriera nelle banche statali e nella gerarchia amministrativa sovietica, da iscritto al Partito comunista. Ebbene: entro la metà del 2026, Tallinn avvierà un programma di educazione all’impiego di droni, che addirittura rientra nell’accordo di coalizione della maggioranza al governo e che includerà l’invio di appositi «kit» alle scuole.
Sarà pur vero che, per mantenere la pace, è sempre meglio prepararsi alla guerra. Ma chi si illude di poterla rendere seducente, o magari divertente, sta incappando in un errore pericoloso. Anche quei bambini lituani di 9 anni, un domani, capiranno che ammazzare un uomo non è come fare una partita alla Playstation.
L’occupazione tedesca è ai minimi storici e Merz crea lavoro al fronte per i giovani
«Abbiamo sbagliato transizione». Se fossero onesti e trasparenti i decisori delle principali economie del Vecchio continente dovrebbero ammettere che il passaggio «forzato» dalle forme di energia più inquinanti a quelle «pulite» si sta dimostrando un flop epocale. E che per rimediare a quel fallimento (in termini di crescita del Pil, degli utili delle imprese e quindi di occupazione) si stanno creando i presupposti per un’altra forma di transizione, eticamente meno irreprensibile, quella che ci porterà verso un’economia di guerra.
I segnali sono evidenti – ieri abbiamo parlato dell’emissione del primo bond (ad opera di una banca francese) per finanziare l’escalation militare del Vecchio continente – ma il piano annunciato qualche ore fa dal governo Merz (il disegno di legge è atteso al vaglio del parlamento) mostra plasticamente quello che potrebbe succederci nei prossimi anni. Certo, il cancelliere ha salvato la faccia evitando di introdurre subito la leva obbligatoria (era stata abolita nel 2011), ma il piano è studiato in modo che poi, se non verranno raggiunti i risultati sperati è lì che si andrà a parare, nella leva forzata.
E quali sono questi risultati? A oggi la Bundeswehr (le forze armate tedesche) possono contare su circa 180.000 soldati e poco meno di 50.000 riservisti. Nella prospettiva del governo solo quando i militari avranno superato quota 250.000 unità e i riservisti avranno toccato la soglia dei 200.000 uomini si potranno dormire sonni più tranquilli. Non semplice, perché si tratta di ricreare un sistema, parte dalle caserme e arriva fino agli istruttori, che è stato quasi completamente smantellato negli anni in cui nessuno pensava che la pace potesse essere messa in discussione. Insomma, il progetto va un po’ spinto. E infatti i giovani tedeschi che a inizio 2026 riceveranno un questionario informativo (gli uomini saranno obbligati a compilarlo, le donne no), per capire la loro propensione all’avventura militare, saranno tentati da una discreta serie di benefit.
Stipendio minimo di 2.300 euro al mese, vitto, alloggio ed assistenza sanitaria gratuita oltre ad altre «attenzioni» particolari. Basterà? Difficile dirlo. Quello che invece si può dire senza timore di smentita è che l’economia tedesca è costantemente sull’orlo della recessione. I timidi segnali di ripresa di gennaio, febbraio e marzo (+0,3% del Pil) sono stati vanificati dalla contrazione dello 0,3% del secondo trimestre 2025, anche perché la stima iniziale indicava un calo contenuto dello 0,1%. E i recentissimi dati sul tasso di disoccupazione confermano ad agosto le percentuali di luglio (il 6,3%), cioè il dato peggiore dal 2020 (i disoccupati hanno superato i 3 milioni). Tanto per intenderci, secondo l’ultimo Industry Barometer di Ernst & Young che analizza l’andamento delle vendite e dell’occupazione nell’industria tedesca, le imposizioni del Green deal hanno portato alla perdita di 51.000 posti solo nell’automotive. Se poi l’analisi si allarga e arriva a ricomprendere il periodo pre-Covid, arrivando al 2019, scopriamo che sono venuti a mancare circa 112.000 occupati. Dire che la crisi del modello tedesco sia esclusivamente colpa dell’ideologia green, che a un certo punto ha stravolto le strategie di buona parte dei colossi dell’industria, sarebbe sbagliato e limitativo. Ma di certo i diktat ambientalisti che vogliono costringere le case europee a dire addio ai motori termici entro il 2035 hanno avuto un ruolo fondamentale nella crisi di Berlino.
E quindi torniamo a bomba sui piani di Merz e Macron: quello che il Green deal ha distrutto tocca riprenderselo con l’industria bellica. Non è un caso che nelle stesse ore in cui il cancelliere annunciava il piano per la leva militare, Rheinmetall (la maggiore azienda tedesca degli armamenti) stesse inaugurando quella che diventerà la più grande fabbrica di munizioni d’Europa. Il sito è ad Hannover, ma l’ad Armin Papperger è pronto a costruire altri stabilimenti in diversi Paesi della Nato. Perché quando la Germania si muove lo fa sempre per porsi alla guida del progetto e mai a ricasco.
Certo, che in questo piano manca la voce dei diretti interessati. Sarebbe utile sapere cosa ne pensano i ragazzi e le ragazze tedesche. Sono contenti di scoprire il brivido della vita al fronte per prepararsi ad affrontare il pericolo russo? O farebbero volentieri a meno della nuova avventura? Un recente sondaggio dell’istituto YouGov, condotto per l’agenzia di stampa tedesca Dpa, rivela che tra i tedeschi c’è un sentimento abbastanza variegato. Il 54% degli intervistati si è espresso a favore del ritorno al servizio militare obbligatorio. Ma se poi si analizzano questi numeri dividendoli per fascia di età, si scopre che tra gli ultrasettantenni la percentuale di favorevoli è del 66%, mentre nella fascia compresa tra i 18 e i 29 anni solo un terzo (35%) sposa il sì.
C’era da aspettarselo, ma siamo certi che a Berlino come a Bruxelles di quello che vogliono i diretti interessati importa poco o nulla.
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La «minaccia russa» dà alla testa: nei Baltici preparano a combattere gli alunni delle elementari, la Von der Leyen si compiace. E la Germania pensa di risolvere i problemi di disoccupazione con la leva militare.Lo speciale contiene due articoli.«Cara Evika Silina, il tuo Paese sta diventando una vera potenza nel campo dei droni». Il post di X che Ursula von der Leyen ha dedicato al ministro presidente lettone, in occasione della sua visita «negli Stati di frontiera dell’Ue», è un manifesto della nuova Commissione europea. Un piano politico destinato a mettere l’elmetto in testa persino ai bambini. Cosa sta succedendo? Cominciamo dal sottolineare che, a Bruxelles, sono ben felici di assecondare l’ossessione dei baltici per il babau russo. Probabilmente, al di là della postura aggressiva e dei proclami sulle truppe da spedire al fronte per garantire la sicurezza di Kiev, sperano di delocalizzare il più possibile quello che considerano l’inevitabile scontro di civiltà con Mosca. In questo modo, daranno tempo agli Stati centrali di riorganizzare la difesa del continente. E pure di catechizzare l’opinione pubblica, visto che, per il momento, nel Paese che si candida a costruire l’esercito più potente dopo quello americano - la Germania - vanno di moda i libri di un blogger che si compiace di dichiarare: «Meglio occupati che morti».In questa operazione di marketing bellico, i droni svolgeranno un ruolo fondamentale. Sia perché sono una risorsa efficace e a buon mercato, che infatti tanto i russi quanto gli ucraini, ormai capaci di sfornarne in gran numero, hanno impiegato in quantità massicce. Sia perché essi alleggeriscono un po’ la percezione della brutalità dei combattimenti: eliminando il contatto fisico tra esseri umani, rendono moralmente meno problematica l’uccisione del nemico. Gli unici ad accorgersi che sono scoppiate delle bombe, alla fine, sono quelli che ci rimangono sotto. Ed è qui che nasce la tentazione di tirare in ballo i bimbi. Proprio dalla frontiera dell’Ue, quella che praticamente si sente già in trincea contro Vladimir Putin, stanno infatti partendo vari progetti per insegnare ai più piccoli come si fabbricano e come si usano i velivoli da guerra senza pilota.Ne ha parlato anche La Stampa ieri: tra pochi giorni, gli alunni delle elementari in Lituania, di ritorno sui banchi di scuola, si ritroveranno a frequentare lezioni dedicate alla costruzione e alla guida dei droni. «Ormai sono diventati una parte integrante non solo della scienza e dell’industria», ha spiegato a metà agosto il direttore dell’agenzia di educazione Linesa, Valdas Jankauskas, «ma anche della vita di tutti i giorni». Il progetto, ha giubilato il funzionario, darà alle giovani generazioni «la possibilità di conoscere questo settore dalla tenera età». Per fortuna, nella «vita di tutti i giorni», i droni al massimo vengono usati per scattare suggestive foto dall’alto di attività sportive, concerti o serate danzanti. C’è una bella differenza tra i giocattoli con le eliche che ogni tanto vediamo svolazzare in spiaggia oppure in discoteca e gli apparecchi, imbottiti di esplosivo, che piombano sui civili nelle città dell’Ucraina e sulle regioni di confine in Russia. Forse, in alcuni Stati europei si stanno portando avanti? L’idea è che, sin dalla «tenera età», i ragazzini debbano abituarsi a concepire la guerra come un aspetto della «vita di tutti i giorni»? I giovanissimi lituani chiamati a raccolta non saranno mica pochi: si tratta di 7.000 bambini dai 9 anni di età, parte di un corso che coinvolgerà in totale 22.000 connazionali. Costoro, entro il 2028, acquisiranno «abilità di controllo dei droni», anche attraverso «esperimenti pratici e giochi». Niente di più moderno e tecnologico che spingere i piccini a concepire la morte alla stregua di un videogame, quasi uguale a quello con cui già si divertono il pomeriggio, mentre siedono davanti a una qualche consolle. Anche se, dal punto di vista delle tattiche propagandistiche, resta minima la distanza dalle omelie dei professori ultranazionalisti che, nel 1914, incitavano gli studentelli ad arruolarsi nell’esercito del Secondo Reich, descritte da Erich Maria Remarque in Niente di nuovo sul fronte occidentale. Niente di nuovo, appunto. Tant’è che pure i balilla, in assenza di bombardieri pilotabili da remoto, in classe imparavano a montare e smontare il moschetto.Alle porte della Federazione russa, si stanno organizzando parecchie iniziative simili: c’è il caso «pedagogico» della Lituania; c’è la Lettonia, «potenza dei droni» che fa gongolare la Von der Leyen e che ha già addestrato 32 giovani cadetti nelle specialità della guerra elettronica, lo scorso luglio; e non poteva mancare l’Estonia di Kaja Kallas, ex premier, oggi Alto rappresentante dell’Unione. Soprattutto, falco antirusso ispirata dalle persecuzioni dell’Urss subite dalla nonna e dalla madre, che vennero deportate in Siberia, mentre il babbo, Siim, faceva carriera nelle banche statali e nella gerarchia amministrativa sovietica, da iscritto al Partito comunista. Ebbene: entro la metà del 2026, Tallinn avvierà un programma di educazione all’impiego di droni, che addirittura rientra nell’accordo di coalizione della maggioranza al governo e che includerà l’invio di appositi «kit» alle scuole.Sarà pur vero che, per mantenere la pace, è sempre meglio prepararsi alla guerra. Ma chi si illude di poterla rendere seducente, o magari divertente, sta incappando in un errore pericoloso. Anche quei bambini lituani di 9 anni, un domani, capiranno che ammazzare un uomo non è come fare una partita alla Playstation.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pazzia-ue-droni-bimbi-2673942504.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="loccupazione-tedesca-e-ai-minimi-storici-e-merz-crea-lavoro-al-fronte-per-i-giovani" data-post-id="2673942504" data-published-at="1756542983" data-use-pagination="False"> L’occupazione tedesca è ai minimi storici e Merz crea lavoro al fronte per i giovani «Abbiamo sbagliato transizione». Se fossero onesti e trasparenti i decisori delle principali economie del Vecchio continente dovrebbero ammettere che il passaggio «forzato» dalle forme di energia più inquinanti a quelle «pulite» si sta dimostrando un flop epocale. E che per rimediare a quel fallimento (in termini di crescita del Pil, degli utili delle imprese e quindi di occupazione) si stanno creando i presupposti per un’altra forma di transizione, eticamente meno irreprensibile, quella che ci porterà verso un’economia di guerra.I segnali sono evidenti – ieri abbiamo parlato dell’emissione del primo bond (ad opera di una banca francese) per finanziare l’escalation militare del Vecchio continente – ma il piano annunciato qualche ore fa dal governo Merz (il disegno di legge è atteso al vaglio del parlamento) mostra plasticamente quello che potrebbe succederci nei prossimi anni. Certo, il cancelliere ha salvato la faccia evitando di introdurre subito la leva obbligatoria (era stata abolita nel 2011), ma il piano è studiato in modo che poi, se non verranno raggiunti i risultati sperati è lì che si andrà a parare, nella leva forzata.E quali sono questi risultati? A oggi la Bundeswehr (le forze armate tedesche) possono contare su circa 180.000 soldati e poco meno di 50.000 riservisti. Nella prospettiva del governo solo quando i militari avranno superato quota 250.000 unità e i riservisti avranno toccato la soglia dei 200.000 uomini si potranno dormire sonni più tranquilli. Non semplice, perché si tratta di ricreare un sistema, parte dalle caserme e arriva fino agli istruttori, che è stato quasi completamente smantellato negli anni in cui nessuno pensava che la pace potesse essere messa in discussione. Insomma, il progetto va un po’ spinto. E infatti i giovani tedeschi che a inizio 2026 riceveranno un questionario informativo (gli uomini saranno obbligati a compilarlo, le donne no), per capire la loro propensione all’avventura militare, saranno tentati da una discreta serie di benefit.Stipendio minimo di 2.300 euro al mese, vitto, alloggio ed assistenza sanitaria gratuita oltre ad altre «attenzioni» particolari. Basterà? Difficile dirlo. Quello che invece si può dire senza timore di smentita è che l’economia tedesca è costantemente sull’orlo della recessione. I timidi segnali di ripresa di gennaio, febbraio e marzo (+0,3% del Pil) sono stati vanificati dalla contrazione dello 0,3% del secondo trimestre 2025, anche perché la stima iniziale indicava un calo contenuto dello 0,1%. E i recentissimi dati sul tasso di disoccupazione confermano ad agosto le percentuali di luglio (il 6,3%), cioè il dato peggiore dal 2020 (i disoccupati hanno superato i 3 milioni). Tanto per intenderci, secondo l’ultimo Industry Barometer di Ernst & Young che analizza l’andamento delle vendite e dell’occupazione nell’industria tedesca, le imposizioni del Green deal hanno portato alla perdita di 51.000 posti solo nell’automotive. Se poi l’analisi si allarga e arriva a ricomprendere il periodo pre-Covid, arrivando al 2019, scopriamo che sono venuti a mancare circa 112.000 occupati. Dire che la crisi del modello tedesco sia esclusivamente colpa dell’ideologia green, che a un certo punto ha stravolto le strategie di buona parte dei colossi dell’industria, sarebbe sbagliato e limitativo. Ma di certo i diktat ambientalisti che vogliono costringere le case europee a dire addio ai motori termici entro il 2035 hanno avuto un ruolo fondamentale nella crisi di Berlino.E quindi torniamo a bomba sui piani di Merz e Macron: quello che il Green deal ha distrutto tocca riprenderselo con l’industria bellica. Non è un caso che nelle stesse ore in cui il cancelliere annunciava il piano per la leva militare, Rheinmetall (la maggiore azienda tedesca degli armamenti) stesse inaugurando quella che diventerà la più grande fabbrica di munizioni d’Europa. Il sito è ad Hannover, ma l’ad Armin Papperger è pronto a costruire altri stabilimenti in diversi Paesi della Nato. Perché quando la Germania si muove lo fa sempre per porsi alla guida del progetto e mai a ricasco.Certo, che in questo piano manca la voce dei diretti interessati. Sarebbe utile sapere cosa ne pensano i ragazzi e le ragazze tedesche. Sono contenti di scoprire il brivido della vita al fronte per prepararsi ad affrontare il pericolo russo? O farebbero volentieri a meno della nuova avventura? Un recente sondaggio dell’istituto YouGov, condotto per l’agenzia di stampa tedesca Dpa, rivela che tra i tedeschi c’è un sentimento abbastanza variegato. Il 54% degli intervistati si è espresso a favore del ritorno al servizio militare obbligatorio. Ma se poi si analizzano questi numeri dividendoli per fascia di età, si scopre che tra gli ultrasettantenni la percentuale di favorevoli è del 66%, mentre nella fascia compresa tra i 18 e i 29 anni solo un terzo (35%) sposa il sì.C’era da aspettarselo, ma siamo certi che a Berlino come a Bruxelles di quello che vogliono i diretti interessati importa poco o nulla.
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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