True
2021-12-09
I figli degli immigrati sono fuori controllo. Violenze nelle città sul modello banlieue
Ansa
«Baby gang scatenate in centro»: pochi giorni fa la Gazzetta di Parma ci ha aperto il giornale e l’altra sera Fuori dal coro ci ha aperto il servizio dedicato all’emergenza che terrorizza la città emiliana. Ma quelle stesse parole ricercate su Google fotografano un allarme che percorre da Nord a Sud tutta l’Italia: Varese, Salerno, Modena, Napoli, Busto Arsizio, Battipaglia, Rimini, Ancona, Pisa, Messina, Roma, Milano, Bari. Un elenco interminabile di episodi che si ripetono tutti simili: risse, aggressioni, sputi, insulti diventati la normalità per gruppi di giovanissimi che si muovono in branco senza timore di nessuno. «Dai vieni sbirro», urlano i ragazzini incappucciati nelle felpe mentre lanciano rifiuti e bottiglie contro i locali. I filmati mostrano i violenti che si muovono in gruppo, accerchiano, rincorrono, picchiano senza motivo, semmai ce ne fosse uno, anche «futile», per menare le mani.
Le strade si trasformano in ring, la stessa troupe di Rete4 ha rischiato grosso anche se era scortata da un vigilante che ormai è presenza fissa quando le telecamere vanno a indagare sulle tante facce nascoste dell’Italia di oggi. Un pensionato mostra gli sputi sul cappotto, una signora si lamenta che «in questo far west si rivoltano anche contro la polizia», un barista minacciato («ti picchio forte») chiude il locale per evitare rappresaglie, una ragazzina non esce più da sola dopo essere stata inseguita da due tizi armati di coltello. Di un giovane rapper si vede la tranquilla chiacchierata quando è da solo e la furia di quando sta nel mucchio dove «è normale litigare per niente».
È questo «niente» che colpisce, le botte senza senso, il fatto che tutto scorra via nella scontatezza, come fosse inevitabile passare le serate in questo modo nel cuore delle città italiane. Ma in questo «niente» in realtà c’è «qualcosa». I minorenni in faccia non si vedono ma l’accento e molte parole sono stranieri. Qualcuno non fa mistero di avere già passato mesi nelle carceri minorili. Gli italiani sembrano a rimorchio, se non al guinzaglio: quando il branco si riunisce è come se si sprigionasse il virus della violenza, un contagio immediato che rende tutti uguali. E poi c’è un’assenza, quella dei genitori. «Noi ci siamo nati così, siamo tutti in case famiglia. I miei genitori non mi hanno dato il buon esempio, quindi è per questo che siamo qua», si giustifica una ragazzina. Aggiungiamo un’impunità quasi garantita: chi ha meno di 14 anni non può essere perseguito, per gli altri è facile sfuggire alle denunce e ai controlli. E comunque si tratta di reati che non vengono sanzionati con pene pesanti.
L’Italia non è ancora la Francia delle periferie in mano alle bande di giovani teppisti organizzati, ma vi si avvicina a grandi passi. Gli immigrati di seconda generazione non si integrano nel nostro tessuto sociale e si comportano come se non dovessero rendere conto di nulla a nessuno, sono legge a sé stessi. A volte agiscono per soldi, per rubare telefonini e portafogli per comprarsi l’alcol, la droga, gli ingressi nei locali notturni o qualche giorno di vacanza. Sulla riviera adriatica le denunce sono all’ordine del giorno: episodi all’apparenza piccoli ma gravi, adolescenti di 16-17 anni spesso nordafricani che si riuniscono in bande per ripulire le tasche dei coetanei, in spedizioni che sovente partono dalle località dell’entroterra emiliana, romagnola e marchigiana. Prendono treni e pullman senza biglietto e si procurano i soldi picchiando e rapinando altri ragazzi. A volte menano duro anche se le vittime designate si dicono pronte a consegnare portafogli e telefoni.
La colonna sonora è sempre la stessa, canzoni rap con testi che trasudano violenza e trasgressione. La primavera scorsa a Milano sono finiti indagati due rapper diciannovenni popolarissimi tra i più giovani, Baby Gang e Neima Ezza. Il primo si chiama Zaccaria Mohuib, è nato e cresciuto a Lecco da una famiglia marocchina ed è tra i giovani musicisti emergenti; il nome dell’altro è Amine Ezzaroui, anch’egli italo marocchino. Erano accusati di avere partecipato alla guerriglia nelle strade del quartiere San Siro: al raduno convocato sulle piattaforme sociali per girare un video musicale di Neima Ezza c’erano 300 ragazzi che hanno lanciato bottiglie, sassi e bastoni contro le forze dell’ordine al grido di «fuori dalle nostre zone». Prima che arrivassero polizia e carabinieri, la folla di minorenni era salita sulle auto parcheggiate saltellando sui cofani nell’esplosione di una «rabbia da banlieu» cresciuta tra le case popolari e genitori sempre fuori casa o addirittura assenti, come capita ai minori non accompagnati che vengono fatti arrivare in Italia da famiglie o sfruttatori privi di scrupoli. Senza casa, senza una guida, vengono collocati in strutture di accoglienza dalle quali fuggono per finire a rafforzare la manovalanza criminale.
Chiusa in cantina senza cibo e acqua per aver abiurato la fede islamica
«Questa sarà la tua tomba». È con queste terribili parole che un marocchino di 56 anni, alternando maltrattamenti e torture, aveva minacciato la figlia, rea solo di voler andare a vivere da sola e di voler abbandonare le imposizioni e usanze islamiche della famiglia. Per questa giovane, oggi diciottenne, l’incubo è però terminato lo scorso 26 novembre a Ferrara quando, mentre era in fuga proprio dal padre, la giovane si è decisa a chiamare la polizia. Ma andiamo con ordine.
La vicenda – che si configura come un tragico déjà vu - è quella d’una quattordicenne di famiglia musulmana che, come le sue coetanee, sognava un futuro all’occidentale, scevro da qualsivoglia forma di diktat religioso. Per la precisione, il sogno dell’adolescente, che viveva tra Ferrara e il Bolognese, era quello di fare l’estetista. I suoi familiari però non solo non erano d’accordo ma, pur di tarparle le ali ai suoi progetti, erano arrivati alle maniere forti.
Tanto che, nel 2017, a seguito dell’ennesimo litigio, il padre e il fratello maggiore – secondo quanto riferito agli inquirenti in questi giorni dalla giovane – l’avevano fatta ritirare da scuola, presa a portata in cantina, legandola mani e piedi ad una sedia, senza cibo né acqua. Una tortura durata due giorni, durante i quali la ragazza si è sentita minacciare dalla voce paterna in quel modo orribile: «Questa sarà la tua tomba». Fortunatamente così non è stato, ma ciò non significa che per la giovane, dopo quella volta, le cose si siano rasserenate. Tutt’altro.
Nel 2018 la famiglia l’ha portata in Marocco costringendola, lei poco più che ragazzina, a sposarsi con il cugino ultratrentenne, figlio del fratello del padre. La sera stessa della cerimonia era stata costretta dal cugino sposato a forza a consumare un rapporto sessuale. A quel punto è arrivato il periodo più duro. Segregata in casa, la giovane era obbligata a mangiare pane e olio e a fare la sguattera, sperimentando sulla sua pelle una condizione dolorosamente comune a tante donne nei Paesi islamici.
Il suo destino sembrava dunque segnato ma qualche mese fa, grazie ad un’amica, la diciottenne è riuscita a tornare in Italia, fuggendo con una nave. Arrivata a Ferrara, ospite di amici, si è cercata un lavoro come cameriera in un ristorane del centro, decisa a lasciarsi alle spalle l’inferno vissuto, anche considerando che il matrimonio musulmano impostole non ha valenza civile nel nostro Paese. Il lieto fine sembrava ormai ad un soffio quando ecco che il padre, messosi sulle tracce della figlia, è riuscito a rintracciarla.
È iniziata così una fuga disperata con la giovane che, rifugiatasi su un autobus nel centro della città estense, si è finalmente decisa a far ciò che avrebbe dovuto fare molto tempo prima: chiamare la polizia. Per suo padre sono allora scattate le manette, accompagnate da accuse pesanti come macigni: maltrattamenti, minaccia grave e sequestro di persona in concorso con il figlio di 32 anni. A quest’ultimo è stata applicata la misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla sorella con l’obbligo di tenere una distanza di almeno 500 metri.
Martedì il padre è stato interrogato per un’ora davanti al giudice. Si è difeso negando ogni accusa: «Non ho mai costretto mia figlia ad essere musulmana». Ieri è stato il turno del fratello. Intanto la giovane, ascoltata in audizione protetta con una psicologa specializzata, ha raccontato con dovizia tutti i particolari della sua tragedia, incluso, quando non vedeva vie altre d’uscita, un tentativo di suicidio. Staremo a vedere quali sviluppi avrà la storia, ma è oggettivamente difficile, come si diceva, non scorgervi una riedizione di drammi già accaduti.
Il pensiero corre a Saman Abbas, la ragazza pakistana uccisa perché non voleva sposare un cugino, e prima ancora ad Hina Saleem, che nel 2006 fu decapitata dal padre perché voleva vivere all’occidentale, e a Sanaa Dafani che, nel settembre 2009, venne anch’essa sgozzata dal padre. Orrori che si ripetono. Come la nostra incapacità di fermarli.
Continua a leggereRiduci
Emergenza a Parma, aggredita la troupe di «Fuori dal coro». Razzie da Nord a Sud: pochi controlli e ancor meno punizioniI quattro anni di inferno di una ragazza marocchina torturata dal papà (arrestato)Lo speciale contiene due articoli «Baby gang scatenate in centro»: pochi giorni fa la Gazzetta di Parma ci ha aperto il giornale e l’altra sera Fuori dal coro ci ha aperto il servizio dedicato all’emergenza che terrorizza la città emiliana. Ma quelle stesse parole ricercate su Google fotografano un allarme che percorre da Nord a Sud tutta l’Italia: Varese, Salerno, Modena, Napoli, Busto Arsizio, Battipaglia, Rimini, Ancona, Pisa, Messina, Roma, Milano, Bari. Un elenco interminabile di episodi che si ripetono tutti simili: risse, aggressioni, sputi, insulti diventati la normalità per gruppi di giovanissimi che si muovono in branco senza timore di nessuno. «Dai vieni sbirro», urlano i ragazzini incappucciati nelle felpe mentre lanciano rifiuti e bottiglie contro i locali. I filmati mostrano i violenti che si muovono in gruppo, accerchiano, rincorrono, picchiano senza motivo, semmai ce ne fosse uno, anche «futile», per menare le mani.Le strade si trasformano in ring, la stessa troupe di Rete4 ha rischiato grosso anche se era scortata da un vigilante che ormai è presenza fissa quando le telecamere vanno a indagare sulle tante facce nascoste dell’Italia di oggi. Un pensionato mostra gli sputi sul cappotto, una signora si lamenta che «in questo far west si rivoltano anche contro la polizia», un barista minacciato («ti picchio forte») chiude il locale per evitare rappresaglie, una ragazzina non esce più da sola dopo essere stata inseguita da due tizi armati di coltello. Di un giovane rapper si vede la tranquilla chiacchierata quando è da solo e la furia di quando sta nel mucchio dove «è normale litigare per niente».È questo «niente» che colpisce, le botte senza senso, il fatto che tutto scorra via nella scontatezza, come fosse inevitabile passare le serate in questo modo nel cuore delle città italiane. Ma in questo «niente» in realtà c’è «qualcosa». I minorenni in faccia non si vedono ma l’accento e molte parole sono stranieri. Qualcuno non fa mistero di avere già passato mesi nelle carceri minorili. Gli italiani sembrano a rimorchio, se non al guinzaglio: quando il branco si riunisce è come se si sprigionasse il virus della violenza, un contagio immediato che rende tutti uguali. E poi c’è un’assenza, quella dei genitori. «Noi ci siamo nati così, siamo tutti in case famiglia. I miei genitori non mi hanno dato il buon esempio, quindi è per questo che siamo qua», si giustifica una ragazzina. Aggiungiamo un’impunità quasi garantita: chi ha meno di 14 anni non può essere perseguito, per gli altri è facile sfuggire alle denunce e ai controlli. E comunque si tratta di reati che non vengono sanzionati con pene pesanti.L’Italia non è ancora la Francia delle periferie in mano alle bande di giovani teppisti organizzati, ma vi si avvicina a grandi passi. Gli immigrati di seconda generazione non si integrano nel nostro tessuto sociale e si comportano come se non dovessero rendere conto di nulla a nessuno, sono legge a sé stessi. A volte agiscono per soldi, per rubare telefonini e portafogli per comprarsi l’alcol, la droga, gli ingressi nei locali notturni o qualche giorno di vacanza. Sulla riviera adriatica le denunce sono all’ordine del giorno: episodi all’apparenza piccoli ma gravi, adolescenti di 16-17 anni spesso nordafricani che si riuniscono in bande per ripulire le tasche dei coetanei, in spedizioni che sovente partono dalle località dell’entroterra emiliana, romagnola e marchigiana. Prendono treni e pullman senza biglietto e si procurano i soldi picchiando e rapinando altri ragazzi. A volte menano duro anche se le vittime designate si dicono pronte a consegnare portafogli e telefoni.La colonna sonora è sempre la stessa, canzoni rap con testi che trasudano violenza e trasgressione. La primavera scorsa a Milano sono finiti indagati due rapper diciannovenni popolarissimi tra i più giovani, Baby Gang e Neima Ezza. Il primo si chiama Zaccaria Mohuib, è nato e cresciuto a Lecco da una famiglia marocchina ed è tra i giovani musicisti emergenti; il nome dell’altro è Amine Ezzaroui, anch’egli italo marocchino. Erano accusati di avere partecipato alla guerriglia nelle strade del quartiere San Siro: al raduno convocato sulle piattaforme sociali per girare un video musicale di Neima Ezza c’erano 300 ragazzi che hanno lanciato bottiglie, sassi e bastoni contro le forze dell’ordine al grido di «fuori dalle nostre zone». Prima che arrivassero polizia e carabinieri, la folla di minorenni era salita sulle auto parcheggiate saltellando sui cofani nell’esplosione di una «rabbia da banlieu» cresciuta tra le case popolari e genitori sempre fuori casa o addirittura assenti, come capita ai minori non accompagnati che vengono fatti arrivare in Italia da famiglie o sfruttatori privi di scrupoli. Senza casa, senza una guida, vengono collocati in strutture di accoglienza dalle quali fuggono per finire a rafforzare la manovalanza criminale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-figli-degli-immigrati-sono-fuori-controllo-violenze-nelle-citta-sul-modello-banlieue-2655951178.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chiusa-in-cantina-senza-cibo-e-acqua-per-aver-abiurato-la-fede-islamica" data-post-id="2655951178" data-published-at="1639000894" data-use-pagination="False"> Chiusa in cantina senza cibo e acqua per aver abiurato la fede islamica «Questa sarà la tua tomba». È con queste terribili parole che un marocchino di 56 anni, alternando maltrattamenti e torture, aveva minacciato la figlia, rea solo di voler andare a vivere da sola e di voler abbandonare le imposizioni e usanze islamiche della famiglia. Per questa giovane, oggi diciottenne, l’incubo è però terminato lo scorso 26 novembre a Ferrara quando, mentre era in fuga proprio dal padre, la giovane si è decisa a chiamare la polizia. Ma andiamo con ordine. La vicenda – che si configura come un tragico déjà vu - è quella d’una quattordicenne di famiglia musulmana che, come le sue coetanee, sognava un futuro all’occidentale, scevro da qualsivoglia forma di diktat religioso. Per la precisione, il sogno dell’adolescente, che viveva tra Ferrara e il Bolognese, era quello di fare l’estetista. I suoi familiari però non solo non erano d’accordo ma, pur di tarparle le ali ai suoi progetti, erano arrivati alle maniere forti. Tanto che, nel 2017, a seguito dell’ennesimo litigio, il padre e il fratello maggiore – secondo quanto riferito agli inquirenti in questi giorni dalla giovane – l’avevano fatta ritirare da scuola, presa a portata in cantina, legandola mani e piedi ad una sedia, senza cibo né acqua. Una tortura durata due giorni, durante i quali la ragazza si è sentita minacciare dalla voce paterna in quel modo orribile: «Questa sarà la tua tomba». Fortunatamente così non è stato, ma ciò non significa che per la giovane, dopo quella volta, le cose si siano rasserenate. Tutt’altro. Nel 2018 la famiglia l’ha portata in Marocco costringendola, lei poco più che ragazzina, a sposarsi con il cugino ultratrentenne, figlio del fratello del padre. La sera stessa della cerimonia era stata costretta dal cugino sposato a forza a consumare un rapporto sessuale. A quel punto è arrivato il periodo più duro. Segregata in casa, la giovane era obbligata a mangiare pane e olio e a fare la sguattera, sperimentando sulla sua pelle una condizione dolorosamente comune a tante donne nei Paesi islamici. Il suo destino sembrava dunque segnato ma qualche mese fa, grazie ad un’amica, la diciottenne è riuscita a tornare in Italia, fuggendo con una nave. Arrivata a Ferrara, ospite di amici, si è cercata un lavoro come cameriera in un ristorane del centro, decisa a lasciarsi alle spalle l’inferno vissuto, anche considerando che il matrimonio musulmano impostole non ha valenza civile nel nostro Paese. Il lieto fine sembrava ormai ad un soffio quando ecco che il padre, messosi sulle tracce della figlia, è riuscito a rintracciarla. È iniziata così una fuga disperata con la giovane che, rifugiatasi su un autobus nel centro della città estense, si è finalmente decisa a far ciò che avrebbe dovuto fare molto tempo prima: chiamare la polizia. Per suo padre sono allora scattate le manette, accompagnate da accuse pesanti come macigni: maltrattamenti, minaccia grave e sequestro di persona in concorso con il figlio di 32 anni. A quest’ultimo è stata applicata la misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla sorella con l’obbligo di tenere una distanza di almeno 500 metri. Martedì il padre è stato interrogato per un’ora davanti al giudice. Si è difeso negando ogni accusa: «Non ho mai costretto mia figlia ad essere musulmana». Ieri è stato il turno del fratello. Intanto la giovane, ascoltata in audizione protetta con una psicologa specializzata, ha raccontato con dovizia tutti i particolari della sua tragedia, incluso, quando non vedeva vie altre d’uscita, un tentativo di suicidio. Staremo a vedere quali sviluppi avrà la storia, ma è oggettivamente difficile, come si diceva, non scorgervi una riedizione di drammi già accaduti. Il pensiero corre a Saman Abbas, la ragazza pakistana uccisa perché non voleva sposare un cugino, e prima ancora ad Hina Saleem, che nel 2006 fu decapitata dal padre perché voleva vivere all’occidentale, e a Sanaa Dafani che, nel settembre 2009, venne anch’essa sgozzata dal padre. Orrori che si ripetono. Come la nostra incapacità di fermarli.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
Continua a leggereRiduci