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2021-12-09
I figli degli immigrati sono fuori controllo. Violenze nelle città sul modello banlieue
Ansa
«Baby gang scatenate in centro»: pochi giorni fa la Gazzetta di Parma ci ha aperto il giornale e l’altra sera Fuori dal coro ci ha aperto il servizio dedicato all’emergenza che terrorizza la città emiliana. Ma quelle stesse parole ricercate su Google fotografano un allarme che percorre da Nord a Sud tutta l’Italia: Varese, Salerno, Modena, Napoli, Busto Arsizio, Battipaglia, Rimini, Ancona, Pisa, Messina, Roma, Milano, Bari. Un elenco interminabile di episodi che si ripetono tutti simili: risse, aggressioni, sputi, insulti diventati la normalità per gruppi di giovanissimi che si muovono in branco senza timore di nessuno. «Dai vieni sbirro», urlano i ragazzini incappucciati nelle felpe mentre lanciano rifiuti e bottiglie contro i locali. I filmati mostrano i violenti che si muovono in gruppo, accerchiano, rincorrono, picchiano senza motivo, semmai ce ne fosse uno, anche «futile», per menare le mani.
Le strade si trasformano in ring, la stessa troupe di Rete4 ha rischiato grosso anche se era scortata da un vigilante che ormai è presenza fissa quando le telecamere vanno a indagare sulle tante facce nascoste dell’Italia di oggi. Un pensionato mostra gli sputi sul cappotto, una signora si lamenta che «in questo far west si rivoltano anche contro la polizia», un barista minacciato («ti picchio forte») chiude il locale per evitare rappresaglie, una ragazzina non esce più da sola dopo essere stata inseguita da due tizi armati di coltello. Di un giovane rapper si vede la tranquilla chiacchierata quando è da solo e la furia di quando sta nel mucchio dove «è normale litigare per niente».
È questo «niente» che colpisce, le botte senza senso, il fatto che tutto scorra via nella scontatezza, come fosse inevitabile passare le serate in questo modo nel cuore delle città italiane. Ma in questo «niente» in realtà c’è «qualcosa». I minorenni in faccia non si vedono ma l’accento e molte parole sono stranieri. Qualcuno non fa mistero di avere già passato mesi nelle carceri minorili. Gli italiani sembrano a rimorchio, se non al guinzaglio: quando il branco si riunisce è come se si sprigionasse il virus della violenza, un contagio immediato che rende tutti uguali. E poi c’è un’assenza, quella dei genitori. «Noi ci siamo nati così, siamo tutti in case famiglia. I miei genitori non mi hanno dato il buon esempio, quindi è per questo che siamo qua», si giustifica una ragazzina. Aggiungiamo un’impunità quasi garantita: chi ha meno di 14 anni non può essere perseguito, per gli altri è facile sfuggire alle denunce e ai controlli. E comunque si tratta di reati che non vengono sanzionati con pene pesanti.
L’Italia non è ancora la Francia delle periferie in mano alle bande di giovani teppisti organizzati, ma vi si avvicina a grandi passi. Gli immigrati di seconda generazione non si integrano nel nostro tessuto sociale e si comportano come se non dovessero rendere conto di nulla a nessuno, sono legge a sé stessi. A volte agiscono per soldi, per rubare telefonini e portafogli per comprarsi l’alcol, la droga, gli ingressi nei locali notturni o qualche giorno di vacanza. Sulla riviera adriatica le denunce sono all’ordine del giorno: episodi all’apparenza piccoli ma gravi, adolescenti di 16-17 anni spesso nordafricani che si riuniscono in bande per ripulire le tasche dei coetanei, in spedizioni che sovente partono dalle località dell’entroterra emiliana, romagnola e marchigiana. Prendono treni e pullman senza biglietto e si procurano i soldi picchiando e rapinando altri ragazzi. A volte menano duro anche se le vittime designate si dicono pronte a consegnare portafogli e telefoni.
La colonna sonora è sempre la stessa, canzoni rap con testi che trasudano violenza e trasgressione. La primavera scorsa a Milano sono finiti indagati due rapper diciannovenni popolarissimi tra i più giovani, Baby Gang e Neima Ezza. Il primo si chiama Zaccaria Mohuib, è nato e cresciuto a Lecco da una famiglia marocchina ed è tra i giovani musicisti emergenti; il nome dell’altro è Amine Ezzaroui, anch’egli italo marocchino. Erano accusati di avere partecipato alla guerriglia nelle strade del quartiere San Siro: al raduno convocato sulle piattaforme sociali per girare un video musicale di Neima Ezza c’erano 300 ragazzi che hanno lanciato bottiglie, sassi e bastoni contro le forze dell’ordine al grido di «fuori dalle nostre zone». Prima che arrivassero polizia e carabinieri, la folla di minorenni era salita sulle auto parcheggiate saltellando sui cofani nell’esplosione di una «rabbia da banlieu» cresciuta tra le case popolari e genitori sempre fuori casa o addirittura assenti, come capita ai minori non accompagnati che vengono fatti arrivare in Italia da famiglie o sfruttatori privi di scrupoli. Senza casa, senza una guida, vengono collocati in strutture di accoglienza dalle quali fuggono per finire a rafforzare la manovalanza criminale.
Chiusa in cantina senza cibo e acqua per aver abiurato la fede islamica
«Questa sarà la tua tomba». È con queste terribili parole che un marocchino di 56 anni, alternando maltrattamenti e torture, aveva minacciato la figlia, rea solo di voler andare a vivere da sola e di voler abbandonare le imposizioni e usanze islamiche della famiglia. Per questa giovane, oggi diciottenne, l’incubo è però terminato lo scorso 26 novembre a Ferrara quando, mentre era in fuga proprio dal padre, la giovane si è decisa a chiamare la polizia. Ma andiamo con ordine.
La vicenda – che si configura come un tragico déjà vu - è quella d’una quattordicenne di famiglia musulmana che, come le sue coetanee, sognava un futuro all’occidentale, scevro da qualsivoglia forma di diktat religioso. Per la precisione, il sogno dell’adolescente, che viveva tra Ferrara e il Bolognese, era quello di fare l’estetista. I suoi familiari però non solo non erano d’accordo ma, pur di tarparle le ali ai suoi progetti, erano arrivati alle maniere forti.
Tanto che, nel 2017, a seguito dell’ennesimo litigio, il padre e il fratello maggiore – secondo quanto riferito agli inquirenti in questi giorni dalla giovane – l’avevano fatta ritirare da scuola, presa a portata in cantina, legandola mani e piedi ad una sedia, senza cibo né acqua. Una tortura durata due giorni, durante i quali la ragazza si è sentita minacciare dalla voce paterna in quel modo orribile: «Questa sarà la tua tomba». Fortunatamente così non è stato, ma ciò non significa che per la giovane, dopo quella volta, le cose si siano rasserenate. Tutt’altro.
Nel 2018 la famiglia l’ha portata in Marocco costringendola, lei poco più che ragazzina, a sposarsi con il cugino ultratrentenne, figlio del fratello del padre. La sera stessa della cerimonia era stata costretta dal cugino sposato a forza a consumare un rapporto sessuale. A quel punto è arrivato il periodo più duro. Segregata in casa, la giovane era obbligata a mangiare pane e olio e a fare la sguattera, sperimentando sulla sua pelle una condizione dolorosamente comune a tante donne nei Paesi islamici.
Il suo destino sembrava dunque segnato ma qualche mese fa, grazie ad un’amica, la diciottenne è riuscita a tornare in Italia, fuggendo con una nave. Arrivata a Ferrara, ospite di amici, si è cercata un lavoro come cameriera in un ristorane del centro, decisa a lasciarsi alle spalle l’inferno vissuto, anche considerando che il matrimonio musulmano impostole non ha valenza civile nel nostro Paese. Il lieto fine sembrava ormai ad un soffio quando ecco che il padre, messosi sulle tracce della figlia, è riuscito a rintracciarla.
È iniziata così una fuga disperata con la giovane che, rifugiatasi su un autobus nel centro della città estense, si è finalmente decisa a far ciò che avrebbe dovuto fare molto tempo prima: chiamare la polizia. Per suo padre sono allora scattate le manette, accompagnate da accuse pesanti come macigni: maltrattamenti, minaccia grave e sequestro di persona in concorso con il figlio di 32 anni. A quest’ultimo è stata applicata la misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla sorella con l’obbligo di tenere una distanza di almeno 500 metri.
Martedì il padre è stato interrogato per un’ora davanti al giudice. Si è difeso negando ogni accusa: «Non ho mai costretto mia figlia ad essere musulmana». Ieri è stato il turno del fratello. Intanto la giovane, ascoltata in audizione protetta con una psicologa specializzata, ha raccontato con dovizia tutti i particolari della sua tragedia, incluso, quando non vedeva vie altre d’uscita, un tentativo di suicidio. Staremo a vedere quali sviluppi avrà la storia, ma è oggettivamente difficile, come si diceva, non scorgervi una riedizione di drammi già accaduti.
Il pensiero corre a Saman Abbas, la ragazza pakistana uccisa perché non voleva sposare un cugino, e prima ancora ad Hina Saleem, che nel 2006 fu decapitata dal padre perché voleva vivere all’occidentale, e a Sanaa Dafani che, nel settembre 2009, venne anch’essa sgozzata dal padre. Orrori che si ripetono. Come la nostra incapacità di fermarli.
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Emergenza a Parma, aggredita la troupe di «Fuori dal coro». Razzie da Nord a Sud: pochi controlli e ancor meno punizioniI quattro anni di inferno di una ragazza marocchina torturata dal papà (arrestato)Lo speciale contiene due articoli «Baby gang scatenate in centro»: pochi giorni fa la Gazzetta di Parma ci ha aperto il giornale e l’altra sera Fuori dal coro ci ha aperto il servizio dedicato all’emergenza che terrorizza la città emiliana. Ma quelle stesse parole ricercate su Google fotografano un allarme che percorre da Nord a Sud tutta l’Italia: Varese, Salerno, Modena, Napoli, Busto Arsizio, Battipaglia, Rimini, Ancona, Pisa, Messina, Roma, Milano, Bari. Un elenco interminabile di episodi che si ripetono tutti simili: risse, aggressioni, sputi, insulti diventati la normalità per gruppi di giovanissimi che si muovono in branco senza timore di nessuno. «Dai vieni sbirro», urlano i ragazzini incappucciati nelle felpe mentre lanciano rifiuti e bottiglie contro i locali. I filmati mostrano i violenti che si muovono in gruppo, accerchiano, rincorrono, picchiano senza motivo, semmai ce ne fosse uno, anche «futile», per menare le mani.Le strade si trasformano in ring, la stessa troupe di Rete4 ha rischiato grosso anche se era scortata da un vigilante che ormai è presenza fissa quando le telecamere vanno a indagare sulle tante facce nascoste dell’Italia di oggi. Un pensionato mostra gli sputi sul cappotto, una signora si lamenta che «in questo far west si rivoltano anche contro la polizia», un barista minacciato («ti picchio forte») chiude il locale per evitare rappresaglie, una ragazzina non esce più da sola dopo essere stata inseguita da due tizi armati di coltello. Di un giovane rapper si vede la tranquilla chiacchierata quando è da solo e la furia di quando sta nel mucchio dove «è normale litigare per niente».È questo «niente» che colpisce, le botte senza senso, il fatto che tutto scorra via nella scontatezza, come fosse inevitabile passare le serate in questo modo nel cuore delle città italiane. Ma in questo «niente» in realtà c’è «qualcosa». I minorenni in faccia non si vedono ma l’accento e molte parole sono stranieri. Qualcuno non fa mistero di avere già passato mesi nelle carceri minorili. Gli italiani sembrano a rimorchio, se non al guinzaglio: quando il branco si riunisce è come se si sprigionasse il virus della violenza, un contagio immediato che rende tutti uguali. E poi c’è un’assenza, quella dei genitori. «Noi ci siamo nati così, siamo tutti in case famiglia. I miei genitori non mi hanno dato il buon esempio, quindi è per questo che siamo qua», si giustifica una ragazzina. Aggiungiamo un’impunità quasi garantita: chi ha meno di 14 anni non può essere perseguito, per gli altri è facile sfuggire alle denunce e ai controlli. E comunque si tratta di reati che non vengono sanzionati con pene pesanti.L’Italia non è ancora la Francia delle periferie in mano alle bande di giovani teppisti organizzati, ma vi si avvicina a grandi passi. Gli immigrati di seconda generazione non si integrano nel nostro tessuto sociale e si comportano come se non dovessero rendere conto di nulla a nessuno, sono legge a sé stessi. A volte agiscono per soldi, per rubare telefonini e portafogli per comprarsi l’alcol, la droga, gli ingressi nei locali notturni o qualche giorno di vacanza. Sulla riviera adriatica le denunce sono all’ordine del giorno: episodi all’apparenza piccoli ma gravi, adolescenti di 16-17 anni spesso nordafricani che si riuniscono in bande per ripulire le tasche dei coetanei, in spedizioni che sovente partono dalle località dell’entroterra emiliana, romagnola e marchigiana. Prendono treni e pullman senza biglietto e si procurano i soldi picchiando e rapinando altri ragazzi. A volte menano duro anche se le vittime designate si dicono pronte a consegnare portafogli e telefoni.La colonna sonora è sempre la stessa, canzoni rap con testi che trasudano violenza e trasgressione. La primavera scorsa a Milano sono finiti indagati due rapper diciannovenni popolarissimi tra i più giovani, Baby Gang e Neima Ezza. Il primo si chiama Zaccaria Mohuib, è nato e cresciuto a Lecco da una famiglia marocchina ed è tra i giovani musicisti emergenti; il nome dell’altro è Amine Ezzaroui, anch’egli italo marocchino. Erano accusati di avere partecipato alla guerriglia nelle strade del quartiere San Siro: al raduno convocato sulle piattaforme sociali per girare un video musicale di Neima Ezza c’erano 300 ragazzi che hanno lanciato bottiglie, sassi e bastoni contro le forze dell’ordine al grido di «fuori dalle nostre zone». Prima che arrivassero polizia e carabinieri, la folla di minorenni era salita sulle auto parcheggiate saltellando sui cofani nell’esplosione di una «rabbia da banlieu» cresciuta tra le case popolari e genitori sempre fuori casa o addirittura assenti, come capita ai minori non accompagnati che vengono fatti arrivare in Italia da famiglie o sfruttatori privi di scrupoli. Senza casa, senza una guida, vengono collocati in strutture di accoglienza dalle quali fuggono per finire a rafforzare la manovalanza criminale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-figli-degli-immigrati-sono-fuori-controllo-violenze-nelle-citta-sul-modello-banlieue-2655951178.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="chiusa-in-cantina-senza-cibo-e-acqua-per-aver-abiurato-la-fede-islamica" data-post-id="2655951178" data-published-at="1639000894" data-use-pagination="False"> Chiusa in cantina senza cibo e acqua per aver abiurato la fede islamica «Questa sarà la tua tomba». È con queste terribili parole che un marocchino di 56 anni, alternando maltrattamenti e torture, aveva minacciato la figlia, rea solo di voler andare a vivere da sola e di voler abbandonare le imposizioni e usanze islamiche della famiglia. Per questa giovane, oggi diciottenne, l’incubo è però terminato lo scorso 26 novembre a Ferrara quando, mentre era in fuga proprio dal padre, la giovane si è decisa a chiamare la polizia. Ma andiamo con ordine. La vicenda – che si configura come un tragico déjà vu - è quella d’una quattordicenne di famiglia musulmana che, come le sue coetanee, sognava un futuro all’occidentale, scevro da qualsivoglia forma di diktat religioso. Per la precisione, il sogno dell’adolescente, che viveva tra Ferrara e il Bolognese, era quello di fare l’estetista. I suoi familiari però non solo non erano d’accordo ma, pur di tarparle le ali ai suoi progetti, erano arrivati alle maniere forti. Tanto che, nel 2017, a seguito dell’ennesimo litigio, il padre e il fratello maggiore – secondo quanto riferito agli inquirenti in questi giorni dalla giovane – l’avevano fatta ritirare da scuola, presa a portata in cantina, legandola mani e piedi ad una sedia, senza cibo né acqua. Una tortura durata due giorni, durante i quali la ragazza si è sentita minacciare dalla voce paterna in quel modo orribile: «Questa sarà la tua tomba». Fortunatamente così non è stato, ma ciò non significa che per la giovane, dopo quella volta, le cose si siano rasserenate. Tutt’altro. Nel 2018 la famiglia l’ha portata in Marocco costringendola, lei poco più che ragazzina, a sposarsi con il cugino ultratrentenne, figlio del fratello del padre. La sera stessa della cerimonia era stata costretta dal cugino sposato a forza a consumare un rapporto sessuale. A quel punto è arrivato il periodo più duro. Segregata in casa, la giovane era obbligata a mangiare pane e olio e a fare la sguattera, sperimentando sulla sua pelle una condizione dolorosamente comune a tante donne nei Paesi islamici. Il suo destino sembrava dunque segnato ma qualche mese fa, grazie ad un’amica, la diciottenne è riuscita a tornare in Italia, fuggendo con una nave. Arrivata a Ferrara, ospite di amici, si è cercata un lavoro come cameriera in un ristorane del centro, decisa a lasciarsi alle spalle l’inferno vissuto, anche considerando che il matrimonio musulmano impostole non ha valenza civile nel nostro Paese. Il lieto fine sembrava ormai ad un soffio quando ecco che il padre, messosi sulle tracce della figlia, è riuscito a rintracciarla. È iniziata così una fuga disperata con la giovane che, rifugiatasi su un autobus nel centro della città estense, si è finalmente decisa a far ciò che avrebbe dovuto fare molto tempo prima: chiamare la polizia. Per suo padre sono allora scattate le manette, accompagnate da accuse pesanti come macigni: maltrattamenti, minaccia grave e sequestro di persona in concorso con il figlio di 32 anni. A quest’ultimo è stata applicata la misura del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla sorella con l’obbligo di tenere una distanza di almeno 500 metri. Martedì il padre è stato interrogato per un’ora davanti al giudice. Si è difeso negando ogni accusa: «Non ho mai costretto mia figlia ad essere musulmana». Ieri è stato il turno del fratello. Intanto la giovane, ascoltata in audizione protetta con una psicologa specializzata, ha raccontato con dovizia tutti i particolari della sua tragedia, incluso, quando non vedeva vie altre d’uscita, un tentativo di suicidio. Staremo a vedere quali sviluppi avrà la storia, ma è oggettivamente difficile, come si diceva, non scorgervi una riedizione di drammi già accaduti. Il pensiero corre a Saman Abbas, la ragazza pakistana uccisa perché non voleva sposare un cugino, e prima ancora ad Hina Saleem, che nel 2006 fu decapitata dal padre perché voleva vivere all’occidentale, e a Sanaa Dafani che, nel settembre 2009, venne anch’essa sgozzata dal padre. Orrori che si ripetono. Come la nostra incapacità di fermarli.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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