I comunisti di ieri e di oggi riescono a litigare pure sull’utero in affitto
Nichi Vendola lo difende. Marco Rizzo: «Una cosa sono i diritti, un’altra i desideri. È sfruttamento».

La pandemia, calamitando l’attenzione mediatica, ha parecchio insonorizzato, quasi silenziato la faccenda. Eppure questi, a sinistra, sono giorni tesi, di divisioni, frecciate e botta e risposta. Il motivo scatenante è l’utero in affitto, tornato al centro del dibattito con la proposta di legge, promossa da Giorgia Meloni e Mara Carfagna, volta a punire chi «realizza, organizza o pubblicizza» la pratica oltre il territorio nazionale. Un’idea che, per usare un eufemismo, non è affatto piaciuta a Nichi Vendola, il quale, intervistato da Claudia Arletti sul Venerdì di Repubblica, ha difeso con le unghie e con i denti la maternità surrogata cui è ricorso insieme al partner Edward Testa, ottenendone il piccolo Tobia, che oggi ha quattro anni.

«Mi sgomenta», ha dichiarato l’ex governatore della Puglia, «che si immagini di soffocare il dibattito, necessario, sotto la pietra tombale della criminalizzazione». Vendola ha in particolare esortato, non senza una certa enfasi, a non stigmatizzare i figli ottenuti con la surrogazione di maternità: «L’idea che queste creature, concrete e non astratte, siano il frutto di un crimine contro l’umanità è un’iperbole malata che interrompe qualsiasi possibilità di comprensione reciproca e di dialogo. Una porta sbarrata». Parole, queste, che non sono affatto piaciute a Marco Rizzo, uno che di tutto può esser tacciato fuorché di militare a destra, essendo il segretario del redivivo Partito comunista, e che in risposta all’intervista vendoliana ha pubblicato un duro post su Facebook.

«Una cosa sono i diritti, un’altra sono i desideri», è stata la premessa di Rizzo, che ha poi subito aggiunto: «Da sempre sono stato per la piena attribuzione dei diritti di tutti. Ma il dare diritti a tutti non significa negarli a qualcuno. E con l’utero in affitto li si nega a un bambino che nasce, mentre si calpesta la dignità della donna che lo ha portato in grembo per nove mesi e lo ha partorito». Il fatto interessante è che il politico torinese ha precisato che la sua contrarietà all’utero in affitto non è motivata nonostante, bensì a partire della sua appartenenza partitica.

«Se da comunista mi ribello a ogni sfruttamento del lavoro umano e della mercificazione», ha sottolineato infatti Rizzo, «mi ribolle il sangue ancora di più se penso alla tratta di un bambino e alla dignità calpestata di una donna povera». «Molti regolamenti comunali», ha inoltre aggiunto l’esponente comunista, «vietano l’acquisto di cani prima dei tre mesi di vita, per non separarli dalla madre: vale per i cani e non per gli uomini? Capisco il desiderio delle coppie omosessuali, ma non è accettabile». La controreplica di Vendola, che ha militato in Rifondazione comunista fino al 2005? Al momento non pervenuta. Del resto, non pare vi sia granché da ribattere alle parole di Marco Rizzo, la cui appassionata arringa fa completamente a pezzi lo schematismo secondo cui la contrarietà all’utero in affitto è cosa di destra, se non addirittura fascista.

Diciamo «completamente» perché la trasversalità dell’opposizione a tale pratica, in realtà, è già emersa da tempo; lo dimostrano, tra le tante, le prese di posizione di pensatori come Diego Fusaro o di autrici femministe come Luisa Muraro e Marina Terragni o, per guardare alla Gran Bretagna, a Julie Bindel. Per quanto insomma Nichi Vendola si sforzi di attualizzare il dualismo tra destra e sinistra, l’utero in affitto, Rizzo docet, sta dividendo soprattutto quest’ultima. Senza dimenticare che viene spontaneo chiedersi se occorra davvero una qualche fede politica per dire che i grembi materni non si affittano e i figli non si comprano. In teoria dovrebbe bastare ed avanzare, da solo, il più elementare senso di umanità.

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