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2020-02-05
I cinesi ricoverati a Roma sono gravissimi
Simona Granati - Corbis/Getty Images
Anche a causa della sua zona d'origine, la provincia di Hubei, che ha per capoluogo Wuhan, il coronavirus appariva a noi italiani un po' lontano. Pensiero che è stato completamente spazzato via con un freddo - ma esaustivo e chiaro - comunicato dell'Istituto nazionale di malattie infettive Lazzaro Spallanzani: «I due cittadini cinesi provenienti dalla città di Wuhan positivi al test del nuovo coronavirus, attualmente ricoverati presso l'Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani, nelle ultime ore hanno avuto un aggravamento delle condizioni cliniche», ha annunciato il direttore sanitario della struttura, Francesco Vaia, «a causa di una insufficienza respiratoria, come segnalato nei casi fino ad ora riportati in letteratura». Ma c'è di più: «Pertanto è stato necessario un supporto respiratorio in terapia intensiva. I pazienti», inoltre, «sono monitorati in maniera continuativa e sono sottoposti a tutte le cure, anche farmacologiche del caso, compresi farmaci antivirali sperimentali. Le attuali condizioni cliniche sono quindi compromesse ma stazionarie, per cui i medici che li hanno in cura si riservano la prognosi». Parole all'apparenza distanti, che invece scatenano domande e paure sul futuro dei due, a questo punto più che legittime. In estrema sintesi l'aggravamento delle condizioni dei pazienti ha costretto la staff sanitario a utilizzare uno strumento artificiale per consentire loro di respirare in maniera corretta. Ad aggravare il quadro - divenuto a tinte fosche nello spazio di 24 ore - la terapia intensiva e la prognosi riservata. Senza dimenticare un altro fattore per nulla rassicurante, il ricorso all'utilizzo di farmaci sperimentali.
La coppia è stata ricoverata lo scorso 30 gennaio presso l'ospedale romano. Nelle ore successive, si apprese che i due avevano intrapreso un viaggio turistico in Italia: scalo a Milano Malpensa, un passaggio a Parma e poi l'approdo nella capitale. Nella struttura sanitaria, che di fatto sta gestendo la branca italiana di una crisi planetaria, gli esami sono stati chiari fin da subito: test positivo. Notizia di per sé rilevante ma non totalmente inaspettata, vista la provenienza dei soggetti proprio da Wuhan. Volendo schematizzare: il primo caso «italiano» che si aggiunge alle decine di migliaia sparse nelle varie parti del mondo. Tesi suffragata nei giorni successivi, fino alla lettura del comunicato di ieri, dalle informazioni che quotidianamente venivano fornite dai medici dell'ospedale Spallanzani. Nel primo bollettino diramato, alla donna di 65 anni venivano attribuite «condizioni cliniche discrete», mentre quelle del compagno erano definite «stazionarie». Parola che verrà ripetuta così tante volte dallo staff medico da condizionare l'opinione pubblica. Come se ci fossimo abituati alla stabilità della situazione, immaginavamo uno stallo perenne. Nel secondo bollettino si parla di «polmonite», eppure è proprio questa una delle prime conseguenze della nuova epidemia. Circostanza ribadita da più fonti - istituzionale, sanitaria e mediatica - tanto da farcela sentire annacquata, vaga. Polmonite che è divenuta «virale» per entrambi i pazienti nel quarto comunicato. Questa ricostruzione rafforza l'idea che, nonostante la situazione eccezionale, in pochi se non nessuno avrebbe immaginato un crollo così repentino della salute della coppia cinese. Dunque la situazione è realmente sotto controllo come si dice? Quali ripercussioni sul sentire collettivo potrà avere il netto peggioramento dei turisti di Wuhan? Va da sé che non potranno essere positive. Da Londra, in occasione dell'incontro post Brexit con Boris Johnson ed in vista della conferenza sul clima Cop26 che si terrà a Glasgow (alla fine del 2020), il premier Giuseppe Conte ha fatto sentire la sua voce. Il coronavirus in Italia? «Non ci sono i presupposti per allarme o panico. Chi ha ruoli politici, ha anche il dovere», ha rincarato la dose Conte, «di dare messaggi di tranquillità e serenità». Insomma: «La situazione è sotto controllo». Eppure non sono in pochi a dissentire. È anche stato aumentato il livello delle misure di sicurezza negli aeroporti: i controlli con i termoscanner sono stati estesi a tutti i voli, compresi quelli europei (ma esclusi quelli nazionali), in arrivo negli aeroporti italiani. Ogni scalo installerà gli scanner nelle aree più idonee, anche se nella maggior parte dei casi saranno messi alle uscite o nella zona di controllo passaporti. Negli aeroporti senza la strumentazione, ha fatto sapere il capo della protezione civile e commissario per l'emergenza coronavirus, Angelo Borrelli, i controlli saranno effettuati da volontari medici e paramedici della Croce Rossa e di altre associazioni di protezione civile con i termometri a pistola.
Negli States ha funzionato un farmaco anti Ebola. A Bangkok quelli per l’Hiv
Nella disperata ricerca di cure per l'epidemia di polmonite causata dal coronavirus 2019-nCoV, che sta mietendo vittime anche fuori dai confini cinesi, è partita martedì a Wuhan la sperimentazione di un antivirale. Il farmaco sperimentale Remdesivir sarà testato - fino al 27 aprile - su 270 pazienti con infezione di livello lieve-moderato nell'ospedale di Wuhan, come fa sapere una nota del China-Japan Friendship Hospital di Pechino. Incassato l'ok dal Centro cinese per la valutazione dei farmaci, scrive il Global Times, la Gilead, che aveva sviluppato il farmaco per l'Ebola (ma senza successo), ha visto un balzo nel valore delle sue azioni. A risvegliare l'interesse dell'azienda sono stati i promettenti risultati di Remdesivir nei test preclinici (su animali) contro il coronavirus della Mers (sindrome respiratoria del Medio Oriente coronavirus), parente di quello cinese. L'accelerazione sull'impiego clinico sperimentale è arrivata con un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine qualche giorno fa. Lo studio dimostra l'efficacia del farmaco nel migliorare rapidamente i sintomi (esclusa la tosse) sul primo paziente americano che, dopo 10 giorni di malattia, era in condizioni cliniche compromesse. Gli autori auspicano la realizzazione di ulteriori studi. Se - come accaduto in questo unico caso di uso compassionevole - i partecipanti alla sperimentazione di Wuhan migliorassero dopo aver ricevuto l'antivirale, Gilead potrebbe riposizionare Remdesivir come trattamento in prima linea per 2019-nCoV. Aspirazioni simili hanno anche altri big del farmaco. L'americana AbbVie ha dichiarato di aver avuto risultati promettenti per il trattamento del nuovo coronavirus con il suo farmaco impiegato per la cura dell'Hiv, costituito da Ritonavir e Lopinavir, associato a Oseltamir, un antinfluenzale prodotto in una joint venture con il colosso farmaceutico svizzero Roche e la giapponese Chugai Pharmaceutical. I medici dell'ospedale Rajavithi di Bangkok hanno testato, con buoni risultati, l'associazione dei tre farmaci, come riporta l'agenzia Reuteres. Numerosi pazienti, tra cui una donna cinese di 70 anni di Wuhan malata da 10 giorni, sono stati trattati: tutti, nel giro di 48 ore, sono diventati negativi al test del coronavirus. L'uso ad alte dosi di Oseltamivir potrebbe dare qualche problema di allergia, secondo alcuni medici: anche per questo si auspicano più studi. La Thailandia ha registrato 19 casi di coronavirus: otto sono guariti e tornati a casa, 11 sono all'ospedale. Johnson & Johnson sta lavorando allo sviluppo di un vaccino sperimentale, ma ha anche donato 300 confezioni di un suo farmaco contro l'Hiv a base di darunavir/cobicistat da testare su pazienti cinesi con 2019-nCoV. Le altre farmaceutiche impegnate su cure e vaccini contro il virus cinese sono Geovax, Inovio, Regeneron, Moderna, Novavax, Vaxart, e Vir. Gli investitori ci credono e in borsa alcuni listini sono schizzati alle stelle. Vir ha visto il suo titolo aumentare di 111 punti percentuali, così come Novavax del 91% e Inovio del 37%. Intanto il 3 febbraio è arrivata la notizia di un accordo tra Gsk e Cepi (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations): in questo caso Gsk metterà a disposizione la propria tecnologia per la ricerca sui vaccini. Regeneron e Vir stanno lavorando a due anticorpi monoclonale per la Mers. Tra chi sta lavorando sui vaccini, Inovio si sta concentrando sul vaccino Dna, mentre Moderna sul vaccino mRna. Stessa cosa anche Novavax e Vaxart, quest'ultima con un vaccino orale. Le tempistiche per un vaccino sono oltre l'anno.
Record di morti: 64 in un giorno e il picco del virus è ancora lontano
Soltanto ieri nella provincia di Hubei - dove si trova Wuhan, città epicentro del focolaio - sono stati 64 i morti a causa del nuovo coronavirus. Un numero record che fa salire a 425 il totale delle vittime in Cina (hanno superato le 349 di Sars nel 2003) mentre i contagiati sono a quota 20.000. Guarite e dimesse soltanto 635 persone. Due le vittime del virus fuori dalla Cina: dopo un cinese deceduto nelle Filippine, un uomo di 39 anni è morto ieri a Hong Kong. Il decesso peraltro è avvenuto mentre il personale medico ha iniziato cinque giorni di sciopero contro il rifiuto del governo locale di chiudere la frontiera con la Cina per contenere il virus. Anche se per gli esperti non si tratta ancora di una pandemia, i contagiati fuori dalla Cina sono 152 con un primo caso ieri in Belgio. L'epidemia non ha ancora raggiunto il picco, previsto settimana prossima.
Da ieri nel porto di Yokohama in Giappone la Diamond Princess, nave da crociera con 3.500 persone a bordo, è stata posta in quarantena per la presenza di un passeggero di 80 anni contagiato. La nave, partita da Tokyo, era stata già messa in quarantena sulla via del ritorno nell'isola di Okinawa, a sud ovest dell'arcipelago nipponico. A Macao invece sono stati chiusi i casinò. Mentre il diciassettenne italiano non contagiato resta in Cina in attesa, Londra, Parigi e Berlino hanno richiamato i connazionali in patria. «A titolo precauzionale si raccomanda ai francesi, in particolare le famiglie, che non abbiano ragioni essenziali per rimanere in Cina, di allontanarsi temporaneamente dal Paese», scrivono le autorità francesi nell'ordine di evacuazione. La Germania ha chiesto ai tedeschi di anticipare il rientro non solo per il rischio contagio, ritenuto «elevato», ma anche perché «le enormi richieste» nei confronti del sistema sanitario cinese «possono portare a restrizioni nell'assistenza medica» oltre a quelle crescenti nella normale mobilità, dai viaggi in treno ai voli, che potrebbero rendere poi impossibile partire. Il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, ha annunciato che i brasiliani rimpatriati da Wuhan, effettueranno una quarantena di 18 giorni in una base aerea nella città di Anapolis, nel Goias.
Malgrado le misure da regime imposte dal Paese del Dragone l'epidemia resta difficile da contenere e secondo la Commissione sanitaria nazionale cinese, dopo l'Hubei, lo Zhejiang è tra le province col maggior numero di contagi accertati, superiori alle 700 unità. Wenzhou conta 340 casi e Hangzhou ne ha 132, col timore che possa diventare un nuovo focolaio, come Wuhan. Intanto in due città con circa 9 milioni di abitanti è scattato l'isolamento precauzionale: secondo le autorità locali, solo una persona per famiglia sarà autorizzata a uscire, una volta ogni due giorni, per comprare beni di prima necessità.
«Quello di cui la Cina necessita urgentemente sono le maschere mediche, le tute protettive e gli occhiali protettivi», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, in un briefing online con i media. Dall'Ue sono partite 12 tonnellate di materiale protettivo mentre il Vaticano ha spedito 700.000 mascherine pagate da Santa Sede e gruppi cristiani cinesi in Italia. Eppure Jiao Yahui, vicedirettore degli Affari medici dell'amministrazione ospedaliera della Commissione, ha detto ieri che «la Cina ha fiducia che il tasso di mortalità del coronavirus possa calare grazie alla misure finora adottate. Sono fiducioso che non ci vorrà molto tempo prima che gli effetti dei nostri sforzi possano diventare chiari e il tasso di mortalità di Wuhan possa gradualmente calare», ha notato Jiao Yahui, spiegando che fuori dall'Hubei il tasso è dello 0,16%. A preoccupare le autorità di tutti i Paesi, ma anche la gente, sono proprio le informazioni che arrivano dalla Cina, visto che i primi casi sono stati tenuti nascosti punendo addirittura i medici che avevano lanciato l'allarme. Una scelta politica ma che pagano i sanitari: il numero due della Croce Rossa di Hubei è stato licenziato con l'accusa di negligenza in relazione alla diffusione del coronavirus. Zhang Qin, insieme ad altri dirigenti, avrebbe «malgestito fondi e materiali» distribuiti per contenere l'epidemia e «violato regolamenti». Inoltre si sarebbero resi responsabili di errori nella diffusione di informazioni.
E così, mentre l'Organizzazione mondiale della sanità scende in campo contro false teorie e psicosi, i tribunali cinesi hanno deciso intervenire per arginare l'emergenza coronavirus applicando la pena di morte in base all'addebito di «minaccia alla sicurezza pubblica con mezzi pericolosi». I giudici hanno previsto fino a 15 anni di pena per chi diffonde fake news sull'epidemia allo scopo di sovvertire l'ordine costituito. Il presidente Xi Jinping ha presieduto una riunione dei vertici del Partito comunista, minacciando punizioni per i funzionari che non si dedicano al contenimento dell'epidemia, ma ha anche chiesto loro di sostenere la riapertura delle industrie che in molte parti del Paese è fissata per lunedì prossimo. In Corea del Sud, invece, la Hyundai ha interrotto la produzione in una delle sue linee di assemblaggio, a causa della carenza delle componenti in arrivo dalla Cina. La Confederazione calcistica dell'Asia ha deciso di rinviare ad aprile e maggio le partite della Champions League in cui sono impegnate le squadre cinesi. La società svizzera Swatch ha deciso di annullare il suo salone di orologeria a Zurigo, previsto a marzo.
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La coppia è stata trasferita in terapia intensiva allo Spallanzani: necessita di respirazione assistita, la prognosi è riservata. L'esecutivo dispone controlli con lo scanner termico in ogni aeroporto, tuttavia Giuseppe Conte insiste: «Non c'è motivo di aver paura».Gli Usa ottengono una guarigione col medicinale sperimentale per la febbre emorragica, le case produttrici volano a Wall Street.L'epidemia non è arrivata all'apice e i numeri crescono: 20.000 infezioni e 425 decessi complessivi. Il Partito comunista minaccia la popolazione con 15 anni di galera per chi diffonde notizie e mina l'ordine.Lo speciale contiene tre articoli. Anche a causa della sua zona d'origine, la provincia di Hubei, che ha per capoluogo Wuhan, il coronavirus appariva a noi italiani un po' lontano. Pensiero che è stato completamente spazzato via con un freddo - ma esaustivo e chiaro - comunicato dell'Istituto nazionale di malattie infettive Lazzaro Spallanzani: «I due cittadini cinesi provenienti dalla città di Wuhan positivi al test del nuovo coronavirus, attualmente ricoverati presso l'Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani, nelle ultime ore hanno avuto un aggravamento delle condizioni cliniche», ha annunciato il direttore sanitario della struttura, Francesco Vaia, «a causa di una insufficienza respiratoria, come segnalato nei casi fino ad ora riportati in letteratura». Ma c'è di più: «Pertanto è stato necessario un supporto respiratorio in terapia intensiva. I pazienti», inoltre, «sono monitorati in maniera continuativa e sono sottoposti a tutte le cure, anche farmacologiche del caso, compresi farmaci antivirali sperimentali. Le attuali condizioni cliniche sono quindi compromesse ma stazionarie, per cui i medici che li hanno in cura si riservano la prognosi». Parole all'apparenza distanti, che invece scatenano domande e paure sul futuro dei due, a questo punto più che legittime. In estrema sintesi l'aggravamento delle condizioni dei pazienti ha costretto la staff sanitario a utilizzare uno strumento artificiale per consentire loro di respirare in maniera corretta. Ad aggravare il quadro - divenuto a tinte fosche nello spazio di 24 ore - la terapia intensiva e la prognosi riservata. Senza dimenticare un altro fattore per nulla rassicurante, il ricorso all'utilizzo di farmaci sperimentali. La coppia è stata ricoverata lo scorso 30 gennaio presso l'ospedale romano. Nelle ore successive, si apprese che i due avevano intrapreso un viaggio turistico in Italia: scalo a Milano Malpensa, un passaggio a Parma e poi l'approdo nella capitale. Nella struttura sanitaria, che di fatto sta gestendo la branca italiana di una crisi planetaria, gli esami sono stati chiari fin da subito: test positivo. Notizia di per sé rilevante ma non totalmente inaspettata, vista la provenienza dei soggetti proprio da Wuhan. Volendo schematizzare: il primo caso «italiano» che si aggiunge alle decine di migliaia sparse nelle varie parti del mondo. Tesi suffragata nei giorni successivi, fino alla lettura del comunicato di ieri, dalle informazioni che quotidianamente venivano fornite dai medici dell'ospedale Spallanzani. Nel primo bollettino diramato, alla donna di 65 anni venivano attribuite «condizioni cliniche discrete», mentre quelle del compagno erano definite «stazionarie». Parola che verrà ripetuta così tante volte dallo staff medico da condizionare l'opinione pubblica. Come se ci fossimo abituati alla stabilità della situazione, immaginavamo uno stallo perenne. Nel secondo bollettino si parla di «polmonite», eppure è proprio questa una delle prime conseguenze della nuova epidemia. Circostanza ribadita da più fonti - istituzionale, sanitaria e mediatica - tanto da farcela sentire annacquata, vaga. Polmonite che è divenuta «virale» per entrambi i pazienti nel quarto comunicato. Questa ricostruzione rafforza l'idea che, nonostante la situazione eccezionale, in pochi se non nessuno avrebbe immaginato un crollo così repentino della salute della coppia cinese. Dunque la situazione è realmente sotto controllo come si dice? Quali ripercussioni sul sentire collettivo potrà avere il netto peggioramento dei turisti di Wuhan? Va da sé che non potranno essere positive. Da Londra, in occasione dell'incontro post Brexit con Boris Johnson ed in vista della conferenza sul clima Cop26 che si terrà a Glasgow (alla fine del 2020), il premier Giuseppe Conte ha fatto sentire la sua voce. Il coronavirus in Italia? «Non ci sono i presupposti per allarme o panico. Chi ha ruoli politici, ha anche il dovere», ha rincarato la dose Conte, «di dare messaggi di tranquillità e serenità». Insomma: «La situazione è sotto controllo». Eppure non sono in pochi a dissentire. È anche stato aumentato il livello delle misure di sicurezza negli aeroporti: i controlli con i termoscanner sono stati estesi a tutti i voli, compresi quelli europei (ma esclusi quelli nazionali), in arrivo negli aeroporti italiani. Ogni scalo installerà gli scanner nelle aree più idonee, anche se nella maggior parte dei casi saranno messi alle uscite o nella zona di controllo passaporti. Negli aeroporti senza la strumentazione, ha fatto sapere il capo della protezione civile e commissario per l'emergenza coronavirus, Angelo Borrelli, i controlli saranno effettuati da volontari medici e paramedici della Croce Rossa e di altre associazioni di protezione civile con i termometri a pistola.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-cinesi-ricoverati-a-roma-sono-gravissimi-2645029750.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="negli-states-ha-funzionato-un-farmaco-anti-ebola-a-bangkok-quelli-per-lhiv" data-post-id="2645029750" data-published-at="1773147822" data-use-pagination="False"> Negli States ha funzionato un farmaco anti Ebola. A Bangkok quelli per l’Hiv Nella disperata ricerca di cure per l'epidemia di polmonite causata dal coronavirus 2019-nCoV, che sta mietendo vittime anche fuori dai confini cinesi, è partita martedì a Wuhan la sperimentazione di un antivirale. Il farmaco sperimentale Remdesivir sarà testato - fino al 27 aprile - su 270 pazienti con infezione di livello lieve-moderato nell'ospedale di Wuhan, come fa sapere una nota del China-Japan Friendship Hospital di Pechino. Incassato l'ok dal Centro cinese per la valutazione dei farmaci, scrive il Global Times, la Gilead, che aveva sviluppato il farmaco per l'Ebola (ma senza successo), ha visto un balzo nel valore delle sue azioni. A risvegliare l'interesse dell'azienda sono stati i promettenti risultati di Remdesivir nei test preclinici (su animali) contro il coronavirus della Mers (sindrome respiratoria del Medio Oriente coronavirus), parente di quello cinese. L'accelerazione sull'impiego clinico sperimentale è arrivata con un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine qualche giorno fa. Lo studio dimostra l'efficacia del farmaco nel migliorare rapidamente i sintomi (esclusa la tosse) sul primo paziente americano che, dopo 10 giorni di malattia, era in condizioni cliniche compromesse. Gli autori auspicano la realizzazione di ulteriori studi. Se - come accaduto in questo unico caso di uso compassionevole - i partecipanti alla sperimentazione di Wuhan migliorassero dopo aver ricevuto l'antivirale, Gilead potrebbe riposizionare Remdesivir come trattamento in prima linea per 2019-nCoV. Aspirazioni simili hanno anche altri big del farmaco. L'americana AbbVie ha dichiarato di aver avuto risultati promettenti per il trattamento del nuovo coronavirus con il suo farmaco impiegato per la cura dell'Hiv, costituito da Ritonavir e Lopinavir, associato a Oseltamir, un antinfluenzale prodotto in una joint venture con il colosso farmaceutico svizzero Roche e la giapponese Chugai Pharmaceutical. I medici dell'ospedale Rajavithi di Bangkok hanno testato, con buoni risultati, l'associazione dei tre farmaci, come riporta l'agenzia Reuteres. Numerosi pazienti, tra cui una donna cinese di 70 anni di Wuhan malata da 10 giorni, sono stati trattati: tutti, nel giro di 48 ore, sono diventati negativi al test del coronavirus. L'uso ad alte dosi di Oseltamivir potrebbe dare qualche problema di allergia, secondo alcuni medici: anche per questo si auspicano più studi. La Thailandia ha registrato 19 casi di coronavirus: otto sono guariti e tornati a casa, 11 sono all'ospedale. Johnson & Johnson sta lavorando allo sviluppo di un vaccino sperimentale, ma ha anche donato 300 confezioni di un suo farmaco contro l'Hiv a base di darunavir/cobicistat da testare su pazienti cinesi con 2019-nCoV. Le altre farmaceutiche impegnate su cure e vaccini contro il virus cinese sono Geovax, Inovio, Regeneron, Moderna, Novavax, Vaxart, e Vir. Gli investitori ci credono e in borsa alcuni listini sono schizzati alle stelle. Vir ha visto il suo titolo aumentare di 111 punti percentuali, così come Novavax del 91% e Inovio del 37%. Intanto il 3 febbraio è arrivata la notizia di un accordo tra Gsk e Cepi (Coalition for Epidemic Preparedness Innovations): in questo caso Gsk metterà a disposizione la propria tecnologia per la ricerca sui vaccini. Regeneron e Vir stanno lavorando a due anticorpi monoclonale per la Mers. Tra chi sta lavorando sui vaccini, Inovio si sta concentrando sul vaccino Dna, mentre Moderna sul vaccino mRna. Stessa cosa anche Novavax e Vaxart, quest'ultima con un vaccino orale. Le tempistiche per un vaccino sono oltre l'anno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-cinesi-ricoverati-a-roma-sono-gravissimi-2645029750.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="record-di-morti-64-in-un-giorno-e-il-picco-del-virus-e-ancora-lontano" data-post-id="2645029750" data-published-at="1773147822" data-use-pagination="False"> Record di morti: 64 in un giorno e il picco del virus è ancora lontano Soltanto ieri nella provincia di Hubei - dove si trova Wuhan, città epicentro del focolaio - sono stati 64 i morti a causa del nuovo coronavirus. Un numero record che fa salire a 425 il totale delle vittime in Cina (hanno superato le 349 di Sars nel 2003) mentre i contagiati sono a quota 20.000. Guarite e dimesse soltanto 635 persone. Due le vittime del virus fuori dalla Cina: dopo un cinese deceduto nelle Filippine, un uomo di 39 anni è morto ieri a Hong Kong. Il decesso peraltro è avvenuto mentre il personale medico ha iniziato cinque giorni di sciopero contro il rifiuto del governo locale di chiudere la frontiera con la Cina per contenere il virus. Anche se per gli esperti non si tratta ancora di una pandemia, i contagiati fuori dalla Cina sono 152 con un primo caso ieri in Belgio. L'epidemia non ha ancora raggiunto il picco, previsto settimana prossima. Da ieri nel porto di Yokohama in Giappone la Diamond Princess, nave da crociera con 3.500 persone a bordo, è stata posta in quarantena per la presenza di un passeggero di 80 anni contagiato. La nave, partita da Tokyo, era stata già messa in quarantena sulla via del ritorno nell'isola di Okinawa, a sud ovest dell'arcipelago nipponico. A Macao invece sono stati chiusi i casinò. Mentre il diciassettenne italiano non contagiato resta in Cina in attesa, Londra, Parigi e Berlino hanno richiamato i connazionali in patria. «A titolo precauzionale si raccomanda ai francesi, in particolare le famiglie, che non abbiano ragioni essenziali per rimanere in Cina, di allontanarsi temporaneamente dal Paese», scrivono le autorità francesi nell'ordine di evacuazione. La Germania ha chiesto ai tedeschi di anticipare il rientro non solo per il rischio contagio, ritenuto «elevato», ma anche perché «le enormi richieste» nei confronti del sistema sanitario cinese «possono portare a restrizioni nell'assistenza medica» oltre a quelle crescenti nella normale mobilità, dai viaggi in treno ai voli, che potrebbero rendere poi impossibile partire. Il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, ha annunciato che i brasiliani rimpatriati da Wuhan, effettueranno una quarantena di 18 giorni in una base aerea nella città di Anapolis, nel Goias. Malgrado le misure da regime imposte dal Paese del Dragone l'epidemia resta difficile da contenere e secondo la Commissione sanitaria nazionale cinese, dopo l'Hubei, lo Zhejiang è tra le province col maggior numero di contagi accertati, superiori alle 700 unità. Wenzhou conta 340 casi e Hangzhou ne ha 132, col timore che possa diventare un nuovo focolaio, come Wuhan. Intanto in due città con circa 9 milioni di abitanti è scattato l'isolamento precauzionale: secondo le autorità locali, solo una persona per famiglia sarà autorizzata a uscire, una volta ogni due giorni, per comprare beni di prima necessità. «Quello di cui la Cina necessita urgentemente sono le maschere mediche, le tute protettive e gli occhiali protettivi», ha commentato la portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, in un briefing online con i media. Dall'Ue sono partite 12 tonnellate di materiale protettivo mentre il Vaticano ha spedito 700.000 mascherine pagate da Santa Sede e gruppi cristiani cinesi in Italia. Eppure Jiao Yahui, vicedirettore degli Affari medici dell'amministrazione ospedaliera della Commissione, ha detto ieri che «la Cina ha fiducia che il tasso di mortalità del coronavirus possa calare grazie alla misure finora adottate. Sono fiducioso che non ci vorrà molto tempo prima che gli effetti dei nostri sforzi possano diventare chiari e il tasso di mortalità di Wuhan possa gradualmente calare», ha notato Jiao Yahui, spiegando che fuori dall'Hubei il tasso è dello 0,16%. A preoccupare le autorità di tutti i Paesi, ma anche la gente, sono proprio le informazioni che arrivano dalla Cina, visto che i primi casi sono stati tenuti nascosti punendo addirittura i medici che avevano lanciato l'allarme. Una scelta politica ma che pagano i sanitari: il numero due della Croce Rossa di Hubei è stato licenziato con l'accusa di negligenza in relazione alla diffusione del coronavirus. Zhang Qin, insieme ad altri dirigenti, avrebbe «malgestito fondi e materiali» distribuiti per contenere l'epidemia e «violato regolamenti». Inoltre si sarebbero resi responsabili di errori nella diffusione di informazioni. E così, mentre l'Organizzazione mondiale della sanità scende in campo contro false teorie e psicosi, i tribunali cinesi hanno deciso intervenire per arginare l'emergenza coronavirus applicando la pena di morte in base all'addebito di «minaccia alla sicurezza pubblica con mezzi pericolosi». I giudici hanno previsto fino a 15 anni di pena per chi diffonde fake news sull'epidemia allo scopo di sovvertire l'ordine costituito. Il presidente Xi Jinping ha presieduto una riunione dei vertici del Partito comunista, minacciando punizioni per i funzionari che non si dedicano al contenimento dell'epidemia, ma ha anche chiesto loro di sostenere la riapertura delle industrie che in molte parti del Paese è fissata per lunedì prossimo. In Corea del Sud, invece, la Hyundai ha interrotto la produzione in una delle sue linee di assemblaggio, a causa della carenza delle componenti in arrivo dalla Cina. La Confederazione calcistica dell'Asia ha deciso di rinviare ad aprile e maggio le partite della Champions League in cui sono impegnate le squadre cinesi. La società svizzera Swatch ha deciso di annullare il suo salone di orologeria a Zurigo, previsto a marzo.
Don Carlo Parodi e Francesco Paolo Cardona Albini durante la messa a Genova
La scena, come ha ricostruito ieri La Verità, era insolita. Un magistrato che parla del referendum per la riforma della magistratura davanti ai fedeli tra i banchi di una chiesa alla fine della messa della domenica. E lui, il protagonista di domenica mattina, rivendica con calma di avere fatto soltanto una cosa: spiegare. «Io ho fatto un intervento, sì, in una chiesa dove mi era stato chiesto di spiegare in che cosa consistesse il referendum», dice alla Verità Francesco Paolo Cardona Albini, noto alle cronache per avere rappresentato l’accusa durante il processo per i fatti della scuola Diaz, durante il G8, e per l’inchiesta sui presunti concorsi truccati nella facoltà di Giurisprudenza dell’università genovese, aggiungendo: «Ho spiegato in maniera molto semplice, perché non avevo più di cinque-dieci minuti per parlare di questa cosa, e ho invitato tutti ad andare a votare, perché è una riforma costituzionale e quindi interessa a tutti i cittadini».
Il magistrato racconta così la sua presenza nella chiesa di San Donato, nel cuore del centro storico di Genova. Una presenza che ha fatto discutere. Perché quel breve intervento ha acceso qualche malumore tra chi era seduto tra le navate. Il magistrato ricostruisce la scena: «Alla fine dell’intervento ho informato l’uditorio che ci sarebbe stato un incontro, moderato da un giornalista, il 16 marzo al liceo Colombo, pubblicizzato dagli stessi ragazzi dell’istituto, dove interverrò io insieme a un collega (Giuseppe Longo, anche lui pm della Procura di Genova, ndr) a spiegare le ragioni del No e interverranno due avvocati (Giovanni Beverini ed Emanuele Olcese, ndr) per quelle del Sì». È a quel punto che, secondo il magistrato, qualcosa sarebbe cambiato nell’aria della chiesa. «Molti», racconta il magistrato, «mi hanno ringraziato per questa spiegazione, mentre una persona ha polemizzato perché ha ritenuto che io stessi facendo propaganda elettorale, cosa che non credo onestamente di aver fatto. Un’altra persona mi ha detto all’uscita della chiesa “sono d’accordo con lei, non ha fatto propaganda, perché l’avrebbe fatta se avesse detto «votate no”».
Ma, come detto, tra i presenti c’era anche chi ha giudicato in modo critico l’intervento dall’altare del magistrato schierato per il No. È probabilmente lui l’uomo ha cui ha fatto riferimento con noi Cardona Albini. Si tratta dell’avvocato Enrico Ivaldi, già consigliere comunale eletto con l’Ulivo, ora attivista del Pd nel circolo del centro storico, presente alla funzione e che ha scelto di affrontare direttamente il magistrato al termine dell’intervento. La sua versione è molto più netta: «Ho parlato con il pm, dicendo che non mi sembrava il caso di fare queste cose in chiesa». Il punto, per lui, non è il merito del referendum. Dice: «Al di là del No, del Sì, della Sampdoria o del Genoa». Il problema è il luogo. «Non era il luogo adeguato».
L’avvocato usa parole semplici, ma taglienti: «Parlare dall’altare e fare un comizio per votare non mi sembra una grande idea. E questo vale per qualsiasi cosa, anche per altri argomenti». La sua obiezione non riguarda la riforma, ma il contesto: «Al di là che uno sia d’accordo o meno, proprio non mi sembra il luogo». Il confronto, racconta, è stato breve: «Io ho detto soltanto “guardi, non mi sembra una cosa opportuna”. Mi fa specie che lei non si renda conto, da procuratore della Repubblica, dell’inopportunità». E la risposta del magistrato? «Che gliel’hanno chiesto», afferma Ivaldi. Una frase che chiude il piccolo incidente tra i banchi della chiesa.
Un botta e risposta rapido, consumato all’uscita. A rivendicare la scelta, però, è soprattutto il parroco, don Carlo Parodi. Ed è proprio il sacerdote a ricostruire la genesi dell’invito rivolto alla toga. La premessa: «Non ho invitato il magistrato a intervenire durante la messa, ma quando questa era ormai finita». Il sacerdote non vede nulla di strano in quello che è accaduto tra le navate. Anzi, lo definisce un servizio ai parrocchiani: «È un servizio anche civico che facciamo». Il sacerdote porta un esempio concreto: «Quando i carabinieri mi hanno chiesto di venire a parlare alla gente delle frodi e dei pericoli delle truffe, sono venuti e alla fine della messa l’hanno fatto». Secondo il parroco, la logica è la stessa: «Quello di ieri è stato un servizio d’informazione». Una scelta che, nella sua ricostruzione, rientra quindi in una prassi già adottata in altre occasioni per temi di interesse pubblico.
Peccato che il magistrato, l’unico invitato a informare i parrocchiani, sia schierato proprio per il No. E che la sua partecipazione al dibattito pubblico sulla riforma della magistratura sia già avvenuta in altri contesti cittadini. Solo lo scorso 5 marzo, sempre a Genova, infatti, con Carlo Ferruccio Ferrajoli, docente di Diritto costituzionale, aveva preso parte a un incontro organizzato dal comitato Giusto dire No, quello partorito dall’Associazione nazionale magistrati.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia Mario Mantovani durante la sessione plenaria a Strasburgo.
Kaja Kallas e Ursula von der Leyen (Ansa)
«Il nostro sostegno alle Nazioni Unite e alla sua Carta», ha giurato la presidente della Commissione, «è parte essenziale di ciò che siamo». Ma se sullo scacchiere i nobili principi sembrano vigere soltanto a uso e consumo dei più forti, è inutile arrovellarsi sulla questione della legittimità dell’intervento di Usa e Israele in Iran: «Non si dovrebbero versare lacrime per il regime che ha inflitto morte e imposto repressione», ha tagliato corto la tedesca. D’altronde, l’Onu «ha bisogno di riforme» e gli europei devono darsi un obiettivo al passo con l’epoca: «Diventare più resilienti, più sovrani e più potenti». Colpo di scena: i burocrati dell’Unione ci hanno portati sull’orlo del baratro, consegnandoci ai dogmi delle «transizioni» assortite, che ci rendono tanto vulnerabili agli choc e, in prospettiva, non riducono, anzi, aggravano la nostra esposizione strutturale ad attori potenzialmente ostili; eppure, con nonchalance, questi stessi soloni salgono in cattedra. E discettano di una politica di potenza per l’Ue.
Come Ursula, anche Kaja Kallas. Da un lato, l’Alto rappresentante ancora vagheggia la possibilità di «ripristinare il diritto internazionale»; dall’altro, dinanzi al servizio diplomatico europeo, ha ammesso, sulla scorta delle recenti dichiarazioni di Giorgia Meloni, che «i principi che hanno guidato sinora le relazioni internazionali non sono più validi». Chi lo avvisa, Sergio Mattarella? «In questo contesto», ha spiegato la Kallas, «per promuovere gli interessi dell’Unione europea, è fondamentale guardare a una prospettiva più ampia». Quale? A parte le «intese sulla sicurezza con Australia, Islanda e Ghana», nonché la «modernizzazione» delle delegazioni Ue nel mondo, le priorità dell’estone rimangono quelle dei reduci dell’Urss: allargare a Est l’Unione per contrastare «l’imperialismo russo» e - udite udite - trasformare Bruxelles nell’«intermediario tra la produzione industriale dell’Ucraina» di intercettori di droni «e le esigenze militari dei Paesi del Medio Oriente». Luminoso futuro: diventare piazzisti delle armi di Volodymyr Zelensky. Come tutti i bravi broker, prenderemo le commissioni? In fondo, la Von der Leyen è stata chiara: «Il commercio non è solo economia, è potere».
La declinazione della nuova Realpolitik europea deve ancora essere definita nei dettagli. Però i contorni sono delineati. Sempre in una direzione si va a parare: eliminare il requisito dell’unanimità in Consiglio. «Non possiamo più permetterci il lusso del tempo per prendere decisioni nel modo in cui le abbiamo sempre prese e aspettarci che il mondo capisca», ha ammonito la presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola. «Dobbiamo chiederci se le nostre istituzioni e i nostri processi decisionali, pensati per un mondo di stabilità e multilateralismo, tengano il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda», ha rincarato la dose la Von der Leyen. La conseguenza del processo riformatore sarebbe un’ulteriore spinta centralista, destinata a mettere gli Stati contro la cabina di comando situata nei palazzi belgi: più sovranità europea significa meno sovranità nazionale. E nemmeno i più entusiasti paladini dell’Unione sono davvero d’accordo.
Ieri, Politico citava il malcontento di alcune cancellerie nei confronti del protagonismo di Ursula, che già era stata apertamente criticata dalla presidente dello Scudo democratico europeo, la transalpina macroniana Natalie Loiseau: «Sulla base di quali informazioni, quali servizi diplomatici, quali competenze e quale mandato fa queste telefonate?», aveva tuonato subito dopo la chiamata ai leader del Paesi del Golfo, la settimana scorsa. Non è un caso che un secondo affondo sia arrivato ieri ancora dalla Francia: il ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, ha invitato la Commissione ad «attenersi rigorosamente» ai trattati nell’esercizio delle proprie funzioni. Si sa che, quando parla di Ue, Parigi parla di sé. La Francia è l’unico Paese del Vecchio continente ad avere la capacità di proiettare la propria forza militare sulle lunghe distanze e, in questa guerra, intende portare avanti la sua agenda senza interferenze da Bruxelles. Ci ha già provato in Ucraina: l’iniziativa dei volenterosi, che Von der Leyen e compagnia hanno dovuto elogiare, viaggiava su binari paralleli rispetto a quelli dell’Ue. Comunque, pure la Germania preferisce fare da sola.
Dopo mesi di celebrazioni del Critical raw materials act, la normativa europea del 2024 che dovrebbe mettere al sicuro le catene di approvvigionamento strategiche, secondo il Financial Times, Berlino starebbe valutando di creare un meccanismo alla giapponese per limitare la dipendenza dalla Cina e garantirsi l’accesso alle materie prime critiche. I grandi gruppi industriali tedeschi, tra cui Bmw e Rheinmetall, starebbero lavorando con le associazioni di settore per creare un’agenzia dedicata all’acquisto congiunto di terre rare e litio, come fa la Japan organization for metal and energy security (Jogmec).
Peccato: proprio adesso che l’Europa ha capito tutto, nessuno si fida più di lei.
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Secondo Claudio Bertolotti, direttore di React, la guerra all’Iran provocherà attentati anche in Europa. Gli ayatollah sfrutteranno anche la microcriminalità minorile propensa a delinquere.