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2024-12-17
I bioetici: altolà ai farmaci per baby trans
(iStock)
Ieri mattina è stato reso pubblico un importante parere del Comitato nazionale per la Bioetica sul tema della transizione di genere, spesso oggetto degli approfondimenti di questa testata. Gli esperti del Comitato, organo consultivo del governo attualmente guidato dal professor Angelo Vescovi, hanno risposto a un quesito sollevato quasi un anno fa dal ministero della Salute a proposito dell’utilizzo - in pazienti minorenni - del farmaco che blocca la pubertà in casi di disforia, e nella quasi totalità dei casi prelude a un percorso di transizione di genere. Dopo un complesso lavoro (sette plenarie per un totale di 10 giorni di discussioni), alla quasi unanimità (26 favorevoli con due diverse sfumature, due astenuti e un contrario), il Cnb ha dato un giudizio severo non tanto sul farmaco ma sul suo utilizzo in mancanza di studi chiari e riconosciuti sulla sua efficacia, invitando a una somministrazione solo in regime sperimentale e finalizzato alla raccolta di dati per integrare gli studi stessi. In sostanza, pur non esprimendo pareri etici sul trattamento della disforia, dai bioeticisti arriva un pesante freno all’utilizzo di un farmaco caratterizzato da «incertezza sul rapporto rischi/benefici» a fronte di effetti di fatto irreversibili.
Tale incertezza, alla luce di storie come quella raccontata di recente sulle pagine della Verità, pare evidenziare le perplessità di chi sottolinea un attuale eccesso di disinvoltura nella somministrazione di ormoni finalizzati alla transizione di genere in soggetti fragili. Il documento mostra notevole attenzione per i percorsi di sostanziale retromarcia in materia in Paesi come Regno Unito, Svezia, Finlandia, Norvegia, Canada, Belgio, Olanda, Svizzera. Viene citata la «Cass Review», cruciale e discussa ricerca indipendente inglese che ha imposto un ripensamento internazionale sulla somministrazione di bloccanti della pubertà. Poi si passa all’Italia: «Il Cnb evidenzia l’insufficienza dei dati scientifici sull’uso dei bloccanti della pubertà e la necessità di irrobustirli, ribadendo l’esigenza, evidenziata nella letteratura scientifica di più settori, di ulteriori sperimentazioni».
Il parere contiene un’accusa neppure troppo velata: «I dati forniti dalle Regioni sull’uso della triptorelina su minori affetti da disforia di genere in Italia, nel periodo che va dal 2019 al 2023, sono molto carenti e frammentari». In pratica, dal precedente parere del Cnb (datato 2018) a oggi, non è dato sapere chi e come abbia ricevuto un farmaco così delicato, a maggior ragione con pazienti di minore età. È piuttosto consequenziale che, in mancanza di registri e di dati, non ci siano studi soddisfacenti sull’efficacia. Di qui la necessità asserita dagli esperti che il ministero finanzi ricerche adeguate e differenziate per sesso. È implicito ma chiaro che il Cnb si riserva un eventuale giudizio di merito a studi conclusi: qualora i dati fossero negativi, è difficile con queste premesse non attendersi una valutazione negativa sull’utilizzo all’interno del Servizio sanitario nazionale. «In conclusione», recita una delle frasi chiave del documento pubblicato ieri, «considerata l’incertezza sul rapporto rischi/benefici del blocco della pubertà con triptorelina, il Cnb auspica che le prescrizioni avvengano solo nell’ambito delle sperimentazioni promosse dal Ministero della Salute e che i pazienti aderiscano ad esse».
Va inscritta nella grande prudenza raccomandata dagli esperti (ed evidentemente fin qui trascurata, almeno a loro avviso) anche un’altra notazione, non meno decisiva. Il padre che pochi giorni fa ha accettato di raccontare alla Verità la complessa storia di transizione di genere della figlia (maggiorenne) ha spiegato ai lettori di essere rimasto colpito dalla rapidità trascorsa tra una prima ed unica visita psicologica e la somministrazione di ormoni prodromic a una mastectomia bilaterale sulla ragazza. Non deve trattarsi di un’eccezione, se è vero che il Cnb ha specificato che «particolare attenzione deve essere posta al percorso psicoterapeutico/psicologico, ed eventualmente psichiatrico, che potrebbe portare all’uso della triptorelina: il processo decisionale deve essere sempre ampiamente documentato in tutti i suoi passaggi». E ancora: «La prescrizione del bloccante della pubertà avvenga assicurando che i pazienti siano sempre valutati e seguiti da una équipe multidisciplinare, e che ricevano un idoneo intervento psicologico, psicoterapeutico ed eventualmente psichiatrico, indispensabile prima della decisione di prescrivere il farmaco, al fine di valutarne l’opportunità. Tali interventi sono altrettanto necessari durante la fase di somministrazione del farmaco e anche successivamente ad essa, nel miglior interesse della salute dell’adolescente, che si trova indubbiamente in una fase difficile della sua vita. Il Cnb raccomanda altresì che la prescrizione della triptorelina avvenga solo dopo che le terapie psicologiche/interventi psicosociali e eventualmente psichiatrici non si siano rivelati efficaci». Proprio su quest’ultimo punto merita cenno il documento in dissenso allegato al parere: come detto, porta la firma di un solo membro, il professor Maurizio Mori. Quest’ultimo ha sintetizzato le proprie perplessità, riassumendo le tesi dell’approccio «affermativo»: secondo Mori, il documento licenziato dai colleghi «sembra lasciare intendere che quelli di disforia di genere non siano problemi psicologici o difficoltà esistenziali, ma rientrino tra i disturbi psichiatrici», il che comporta una «patologizzazione» con «forme di stigma che appesantiscono la vita di giovani che abbisognano di vicinanza». Una remora che è rimasta in nettissima minoranza.
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Il Comitato frena sull’uso della triptorelina: «Studi carenti, prudenza». Assuntina Morresi: «Bloccanti della pubertàsolo quando gli interventi psicologici, psicosociali ed eventualmente psichiatrici si siano rivelati inefficaci» .Lo speciale contiene due articoliIeri mattina è stato reso pubblico un importante parere del Comitato nazionale per la Bioetica sul tema della transizione di genere, spesso oggetto degli approfondimenti di questa testata. Gli esperti del Comitato, organo consultivo del governo attualmente guidato dal professor Angelo Vescovi, hanno risposto a un quesito sollevato quasi un anno fa dal ministero della Salute a proposito dell’utilizzo - in pazienti minorenni - del farmaco che blocca la pubertà in casi di disforia, e nella quasi totalità dei casi prelude a un percorso di transizione di genere. Dopo un complesso lavoro (sette plenarie per un totale di 10 giorni di discussioni), alla quasi unanimità (26 favorevoli con due diverse sfumature, due astenuti e un contrario), il Cnb ha dato un giudizio severo non tanto sul farmaco ma sul suo utilizzo in mancanza di studi chiari e riconosciuti sulla sua efficacia, invitando a una somministrazione solo in regime sperimentale e finalizzato alla raccolta di dati per integrare gli studi stessi. In sostanza, pur non esprimendo pareri etici sul trattamento della disforia, dai bioeticisti arriva un pesante freno all’utilizzo di un farmaco caratterizzato da «incertezza sul rapporto rischi/benefici» a fronte di effetti di fatto irreversibili. Tale incertezza, alla luce di storie come quella raccontata di recente sulle pagine della Verità, pare evidenziare le perplessità di chi sottolinea un attuale eccesso di disinvoltura nella somministrazione di ormoni finalizzati alla transizione di genere in soggetti fragili. Il documento mostra notevole attenzione per i percorsi di sostanziale retromarcia in materia in Paesi come Regno Unito, Svezia, Finlandia, Norvegia, Canada, Belgio, Olanda, Svizzera. Viene citata la «Cass Review», cruciale e discussa ricerca indipendente inglese che ha imposto un ripensamento internazionale sulla somministrazione di bloccanti della pubertà. Poi si passa all’Italia: «Il Cnb evidenzia l’insufficienza dei dati scientifici sull’uso dei bloccanti della pubertà e la necessità di irrobustirli, ribadendo l’esigenza, evidenziata nella letteratura scientifica di più settori, di ulteriori sperimentazioni». Il parere contiene un’accusa neppure troppo velata: «I dati forniti dalle Regioni sull’uso della triptorelina su minori affetti da disforia di genere in Italia, nel periodo che va dal 2019 al 2023, sono molto carenti e frammentari». In pratica, dal precedente parere del Cnb (datato 2018) a oggi, non è dato sapere chi e come abbia ricevuto un farmaco così delicato, a maggior ragione con pazienti di minore età. È piuttosto consequenziale che, in mancanza di registri e di dati, non ci siano studi soddisfacenti sull’efficacia. Di qui la necessità asserita dagli esperti che il ministero finanzi ricerche adeguate e differenziate per sesso. È implicito ma chiaro che il Cnb si riserva un eventuale giudizio di merito a studi conclusi: qualora i dati fossero negativi, è difficile con queste premesse non attendersi una valutazione negativa sull’utilizzo all’interno del Servizio sanitario nazionale. «In conclusione», recita una delle frasi chiave del documento pubblicato ieri, «considerata l’incertezza sul rapporto rischi/benefici del blocco della pubertà con triptorelina, il Cnb auspica che le prescrizioni avvengano solo nell’ambito delle sperimentazioni promosse dal Ministero della Salute e che i pazienti aderiscano ad esse». Va inscritta nella grande prudenza raccomandata dagli esperti (ed evidentemente fin qui trascurata, almeno a loro avviso) anche un’altra notazione, non meno decisiva. Il padre che pochi giorni fa ha accettato di raccontare alla Verità la complessa storia di transizione di genere della figlia (maggiorenne) ha spiegato ai lettori di essere rimasto colpito dalla rapidità trascorsa tra una prima ed unica visita psicologica e la somministrazione di ormoni prodromic a una mastectomia bilaterale sulla ragazza. Non deve trattarsi di un’eccezione, se è vero che il Cnb ha specificato che «particolare attenzione deve essere posta al percorso psicoterapeutico/psicologico, ed eventualmente psichiatrico, che potrebbe portare all’uso della triptorelina: il processo decisionale deve essere sempre ampiamente documentato in tutti i suoi passaggi». E ancora: «La prescrizione del bloccante della pubertà avvenga assicurando che i pazienti siano sempre valutati e seguiti da una équipe multidisciplinare, e che ricevano un idoneo intervento psicologico, psicoterapeutico ed eventualmente psichiatrico, indispensabile prima della decisione di prescrivere il farmaco, al fine di valutarne l’opportunità. Tali interventi sono altrettanto necessari durante la fase di somministrazione del farmaco e anche successivamente ad essa, nel miglior interesse della salute dell’adolescente, che si trova indubbiamente in una fase difficile della sua vita. Il Cnb raccomanda altresì che la prescrizione della triptorelina avvenga solo dopo che le terapie psicologiche/interventi psicosociali e eventualmente psichiatrici non si siano rivelati efficaci». Proprio su quest’ultimo punto merita cenno il documento in dissenso allegato al parere: come detto, porta la firma di un solo membro, il professor Maurizio Mori. Quest’ultimo ha sintetizzato le proprie perplessità, riassumendo le tesi dell’approccio «affermativo»: secondo Mori, il documento licenziato dai colleghi «sembra lasciare intendere che quelli di disforia di genere non siano problemi psicologici o difficoltà esistenziali, ma rientrino tra i disturbi psichiatrici», il che comporta una «patologizzazione» con «forme di stigma che appesantiscono la vita di giovani che abbisognano di vicinanza». Una remora che è rimasta in nettissima minoranza.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-bioetici-altola-ai-farmaci-per-baby-trans-2670479973.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2670479973" data-published-at="1734380435" data-use-pagination="False"> Assuntina Morresi è docente di Chimica Fisica all’Università di Perugia e dal 2006 fa parte del Comitato nazionale per la Bioetica, organo di consulenza della presidenza del Consiglio dei ministri che ha appena espresso un parere sulla triptorelina, un cosiddetto bloccante della pubertà. Professoressa, sembra che il parere del Cnb segua un po’ la linea tracciata nei mesi scorsi dalle autorità britanniche. Là hanno bloccato la somministrazione salvo che in alcuni programmi di sperimentazione organizzati dal Sistema sanitario nazionale. Anche voi avete consigliato che si segua la via della somministrazione all’interno di programmi sperimentali. «Sì, la linea generale è quella. Tutto il Cnb, con un solo voto contrario, ha auspicato che le prescrizioni avvengano solo all’interno di uno studio sperimentale rigoroso, su cui sono state date anche delle indicazioni precise. Si è preso in considerazione il fatto che, come in Inghilterra, ci potrebbero essere delle prescrizioni al di fuori della sperimentazione, e anche in questo caso si sono date delle indicazioni molto prudenziali». Ovvero? «Non possiamo fare il disegno preciso della sperimentazione, ma l’indicazione è quella di avere come riferimento il modello standard, del trial clinico col gruppo di controllo. Riguardo alla cosiddetta cecità - cioè il fatto che i ricercatori sappiano chi prende la triptorelina e chi no - la scelta viene lasciata come valutazione agli esperti. Ma c’è un’altra cosa importante. Dal punto di vista etico si è detto che gli studi devono essere migliori di quelli già esistenti». Perché? «Perché quelli esistenti non sono adeguati per stabilire in maniera risolutiva il rapporto rischi-benefici. Nel parere si dice che la triptorelina deve essere data solo dopo che gli interventi psicologici, psicosociali ed eventualmente psichiatrici si siano dimostrati inefficaci. Questo deve essere sempre il criterio di fondo di qualsiasi intervento. Sia nella sperimentazione sia al di fuori. Questo proprio per l’incertezza riguardo al rapporto rischi-benefici. Questo deve valere anche qualora ci fossero prescrizioni della triptorelina al di fuori della sperimentazione. Per esempio in Inghilterra chi è già sotto trattamento non lo interrompe al momento e quindi potrà scegliere - quando comincerà la sperimentazione - se farla o no». Quindi come ci si regolerà con le prescrizioni al di fuori della sperimentazione? «Anche se non si segue la sperimentazione il medico dovrà giustificare perché prescrivere il farmaco. E dovrà seguire gli stessi criteri: cioè prima si segue un approccio psicologico, psicosociale ed eventualmente psichiatrico. Poi, qualora se ne constati l’inefficacia, si passa alla triptorelina. Tutti questi passaggi devono sempre essere documentati, questo è il cuore del documento, il tema su cui ci siamo trovati praticamente tutti d’accordo, a parte appunto il voto contrario». In buona sostanza, però, non siamo di fronte a un blocco della triptorelina. Avete emesso un parere che si spera sia ascoltato dalle istituzioni. «Il Comitato di bioetica dà sempre pareri consultivi, però questi pareri sono di solito abbastanza pesanti e significativi. Il blocco di un farmaco viene dato dall’Aifa, eventualmente. Ma anche in Gran Bretagna è stato così: prima dello stop c’è stato il rapporto Cass». Si riferisce alla cosiddetta Cass review, dal nome della pediatra Hilary Cass, che ha revisionato tutto il sistema di gestione dei minori con disforia di genere. «Da un certo punto di vista quel documento era più pesante del nostro, perché nasceva da una commissione indipendente del servizio sanitario nazionale istituita dopo i fatti della Tavistock clinic. Quando il servizio per l’identità di genere dei minori della Tavistock è stato chiuso a seguito di uno scandalo (veniva prescritta la triptorelina al di fuori di qualsiasi protocollo), è stata creata una commissione all’interno del Servizio sanitario nazionale. La Tavistock era l’unica clinica autorizzata dal governo inglese a trattare quel tipo di casi, la Cass si è pronunciata dopo 4 anni di indagini nell’aprile del 2024 e il blocco stabilito dalle autorità - che non è comunque totale - è arrivato adesso dopo che si è pronunciata una commissione dell’Aifa inglese. Come vede ci sono stati vari passaggi, più di quelli che si fanno prima di commercializzare un farmaco. Il problema della triptorelina è che è già utilizzata in molti Paesi per la disforia di genere nei minori e quindi si tratta di verificare se questo uso sia adeguato o no. Ad ora non ci sono evidenze sufficienti per giustificarne l’uso o per tornare indietro: l’unica cosa che può essere risolutiva è una sperimentazione». Dunque non può essere un governo a bloccare la triptorelina. «No, al massimo una sperimentazione, perché non si blocca un farmaco con una legge. Serve la sperimentazione perché la farmacovigilanza e le autorità competenti hanno bisogno delle evidenze scientifiche, e qui non ci sono evidenze scientifiche: c’è una prassi che è iniziata in Olanda alla fine degli anni Novanta e si è poi diffusa. Questo farmaco che non è sperimentato per la disforia di genere ma per altre cose, si è diffuso nei vari Paesi in modalità cosiddetta off-label, cioè è stato usato per una finalità diversa rispetto a quella per cui ne è stato autorizzato il commercio. Lo hanno sperimentato per bloccare per esempio la pubertà patologica (ad esempio: una bambina che ha il ciclo a 6 anni) ma non per la disforia di genere. Tuttavia questo utilizzo si è diffuso tanto che in diversi Paesi il farmaco è rimborsato dai Servizi sanitari nazionali e adesso ci si rende conto che man mano stanno venendo a galla tutti i dubbi: non si sa né se i benefici superino i rischi né se sia davvero efficace». È facile che dopo questo parere vi arrivino accuse di transfobia... «No, no, assolutamente no. Guardi, io difenderò a spada tratta questo parere. L’ampia condivisione che c’è stata ha dimostrato proprio che qui non c’è alcuna transfobia. Nel testo ci sono due dichiarazioni di voto che fanno vedere come le posizioni rispetto alle transizioni di genere siano molto diverse nel comitato, ma quest’ampia convergenza deriva proprio dal fatto che tutti, per il massimo interesse dei minori, hanno concordato su un punto: non ci sono sufficienti dati. Non c’è alcuna transfobia, anzi: tutti noi, a prescindere dalle posizioni rispetto alle transizioni di genere, abbiamo voluto appositamente affrontare solo l’uso di questo farmaco e sottolineare la necessità di studi e di dati certi che siano dirimenti, per il massimo interesse dei ragazzi che attraversano queste esperienze così dolorose». Su questi temi, secondo lei, le questioni ideologiche hanno prevalso finora su quelle sanitarie? «Nel dibattito pubblico sicuramente. Non parliamo poi di quello che succede negli Stati Uniti dove c’è una pressione ancora più forte che proviene dal mercato. Qui da noi ci sono visioni radicalmente diverse sul fatto che ci possano o no essere transizioni di genere fra i minori. Nel Cnb quelli che hanno firmato la dichiarazione di voto a cui ho aderito anch’io pensano che non sia possibile affrontare una transizione di genere per un minore. Perché a un’età così giovane non c’è una consapevolezza sufficiente di quello che comporta una transizione. Ricordiamoci che il caso inglese è nato da Keira Bell, una ragazzina che ha fatto la transizione a maschio e una volta raggiunta una certa età, passati i 20 anni, si è resa conto che non aveva capito ciò a cui andava incontro quando aveva dato il consenso. Bisogna avere il coraggio di farsi una domanda di fondo: ma è giusto che dei ragazzini affrontino un percorso che tende all’irreversibilità a quell’età?».
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È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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