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2023-02-08
Proposta horror dalla Norvegia: donne morte usate come incubatrici
Lucio Malan e Isabella Rauti (Ansa)
Voi dite che esagerano? I senatori di Fdi, Lucio Malan e Isabella Rauti, hanno presentato un disegno di legge per estendere all’estero il reato di maternità surrogata. La loro potrebbe non essere una cattiva idea, considerando qual è la nuova frontiera dell’utero in affitto: reclutare come gestanti le donne cerebralmente morte. D’altronde, nei tempi in cui il serbatoio di «mamme per altri» - l’Ucraina in guerra - è fuori uso, bisogna fare di necessità virtù. E sopperire alla penuria di candidate.
La brillante invenzione l’ha presentata Anna Smajdor, filosofa dell’Università di Oslo, in un paper uscito su Theoretical medicine and bioethics qualche mese fa. Nel giro di poche settimane, il testo ha acquisito una certa notorietà e, negli ultimi giorni, ne ha parlato il Daily Mail.
L’autrice battezza con una bonaria etichetta burocratica l’orrida pratica che promuove: «donazione gestazionale dell’intero corpo». Un bel cortocircuito: nell’era in cui una disabile chiede un ascensore per la sedia a rotelle e lo Stato le propone l’eutanasia (è successo a un’atleta paralimpica in Canada), qualcuno, a chi è veramente defunto, vorrebbe negare il diritto di riposare in pace.
Già, perché la Smajdor concede, sì, che per sottoporsi alla procedura horror bisognerebbe esprimere il proprio assenso. Tuttavia, ella ragiona per analogia con le procedure per la donazione di organi. E osserva che, nel Regno Unito, «i requisiti per il consenso» all’espianto sono «estremamente vaghi»; così, può capitare che gli organi delle persone finiscano per essere prelevati «senza alcuna chiara indicazione» che le vittime sarebbero state d’accordo. Il sillogismo che ne consegue è rigoroso: se «gli attuali protocolli per il consenso sono accettabili nel caso della donazione di organi, dovrebbero esserlo anche per la donazione gestazionale dell’intero corpo». Magari, con l’aggiunta di qualche «campagna pubblica d’informazione» in più. Possiamo stare tranquilli…
Vi starete chiedendo se davvero sia possibile che una vita nasca in un corpo morto. La nostra filosofa sottolinea che non ci sono precedenti e che probabilmente servirebbero «interventi ormonali aggiuntivi». E ammette persino che quella della ventilazione a oltranza, allo scopo di servirsi dell’utero della donna trapassata, è considerata una «cattiva pratica medica». Pensate un po’ quant’è limitata la gente.
Ma adesso tenetevi forte, dal momento che, contro le obiezioni etiche di senso comune, arriva una carrellata di commenti talmente grotteschi da far sembrare l’intero lavoro una specie di macabra trovata comica.
Il segreto, sostiene infatti l’autrice, è trattare il corpo esanime da «mezzo per un fine», concependo l’individuo come «un deposito di tessuti che possono essere usati per recare beneficio ad altri». Non ci erano arrivate neppure le macchine del film Matrix, che almeno avevano l’accortezza di «coltivare» feti umani all’interno di bozzoli organici. E se qualcosa dovesse andare storto? Pazienza: c’è l’aborto, che avrebbe il vantaggio di essere meno traumatico della norma, giacché la madre biologica è incosciente. I committenti dovrebbero essere liberi decidere «a loro piacimento» il destino del nascituro. Il trionfo dell’umanesimo.
A essere sinceri, non è la prima volta che i cervelloni discutono un’ipotesi del genere. Nel 2000, fu Rosaline Ber, sulla medesima rivista edita da Springer, a suggerire che le signore in stato vegetativo venissero impiegate come madri surrogate. Il progetto della Smajdor si spinge oltre: dalle donne in coma si passa a quelle cerebralmente morte e da quelle che non possono portare avanti la gravidanza si passa a chiunque desideri «evitare i rischi e le responsabilità della gestazione nel proprio corpo». L’ultima spiaggia - in tutti i sensi - del capriccio.
Non siete rimasti ancora abbastanza scioccati? Potete contare su uno stomaco forte? Prima di proseguire nella lettura, abbiate comunque l’accortezza di assumere un gastroprotettore. A seguire, l’ultima chicca della raffinata pensatrice di Oslo: roba da trasecolare.
Il guaio è che, esattamente come capita quando l’utero in affitto riguarda le donne vive, specie se sono povere e sono soggette e lasciarsi irretire dalle cospicue cifre offerte dagli aspiranti genitori, chi ha a cuore la dignità degli esseri umani potrebbe sollevare qualche obiezione. Le più allarmanti, per la sensibilità della cerchia progressista, sono quelle delle femministe. Per aggirarle, la Smajdor avanza una teoria strabiliante: far «partecipare» gli uomini alla donazione gestazionale. Sì, proprio così: gli uomini. In stato di morte cerebrale, ça va sans dire. Biologicamente impossibile? Non saranno certe bazzecole a fermare la prode bioeticista: «Nel 1999», scrive nel suo articolo, «Robert Winston disse […] che non c’erano problemi medici intrinseci nell’avvio di una gravidanza maschile: il pericolo starebbe nel parto». Nondimeno, «sappiamo già che le gravidanze possono essere portate a termine al di fuori dell’utero». E qui scatta il colpo di genio: l’obiettivo è mettere «incinto» un maschio, tenuto in vita artificialmente da un ventilatore meccanico e un po’ d’iniezioni di ormoni? Basta impiantargli il feto nel fegato. Un travaglio biliare, con il quale si risolvono il problema della scarsità di volontarie ancora vive e i dubbi morali sullo sfruttamento delle donne. Mary Shelley non avrebbe saputo immaginare nulla di più agghiacciante. Fortunata l’epoca in cui il mostro più abominevole era Frankenstein.
Fdi: utero in affitto reato universale
Utero in affitto illegale non solo in Italia, ma pure all’estero. È lo scopo del disegno di legge che Fratelli d’Italia ieri ha ripresentato al Senato, avente ad oggetto la «Modifica all’articolo 12 della legge 19 febbraio 2004, n.40, in materia di perseguibilità del reato di surrogazione di maternità commesso all’estero da cittadino italiano». A differenza di altre iniziative legislative sui temi etici di cui si è parlato nelle scorse settimane, questo ddl è destinato ad incassare il pieno appoggio della maggioranza e dello stesso governo. Lo lascia immaginare il profilo dei suoi primi firmatari, che sono rispettivamente la sottosegretaria alla Difesa, Isabella Rauti, e il capogruppo a Palazzo Madama, Lucio Malan, ambedue esponenti di Fratelli d’Italia. Va detto che non si tratta di una novità. Già lo scorso anno, infatti, Matteo Salvini aveva raccolto le firme per un ddl simile e la scorsa legislatura, ad aprile, in commissione Giustizia alla Camera, era stato adottato un testo base proposto da Giorgia Meloni per perseguire appunto l’utero pure all’estero (Fi e Lega avevano votato con Fratelli d’Italia, il M5s e il Pd contro). In Italia infatti la pratica è già vietata. Lo stabilisce la Legge 40 del 2004, che all’articolo 12 - lo stesso che si vorrebbe ampliare - già oggi, al comma sei, afferma che «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro». Una disposizione netta, ma che non ha frenato il turismo procreativo verso i Paesi che invece l’utero in affitto lo consentono. Di qui il ddl di Rauti e Malan che tocca una materia sulla quale il governo ha anche deciso di chiedere un parere al Comitato di bioetica. Parere che verosimilmente sarà di condanna della maternità surrogata. Questo, almeno, vien da pensare rileggendo quanto - appena nominato presidente di tale Comitato, lo scorso dicembre - aveva dichiarato alla Verità il professor Angelo Vescovi: «Esiste un mercato là fuori. E ci si dimentica una cosa: che la donna che funge da madre surrogata lo fa spesso in condizioni di disperazione e necessità. Al di là di rari casi, questo è diventato un commercio come lo fu la fertilizzazione in vitro all’inizio, fuori controllo».Ed è proprio per questo - per arginare una situazione internazionale «fuori controllo» -, che è stato ripresentato il ddl di Rauti e Malan, il cui testo afferma che «le pene si applicano anche se il fatto è commesso all’estero». Diversamente non si potrebbe davvero arginare, si legge ancora, «la diffusione del cosiddetto turismo procreativo, quel fenomeno per cui coppie italiane che non possono avere figli si avvalgono della tecnica della surrogazione di maternità in un Paese estero in cui la stessa è consentita».«Le pratiche della surrogazione di maternità», sempre secondo Fratelli d’Italia, «costituiscono un esempio esecrabile di commercializzazione del corpo femminile e degli stessi bambini che nascono attraverso tali pratiche, che sono trattati alla stregua di merci». Rauti e Malan si propongono pertanto di fermare, col loro ddl, quel che definiscono «mercimonio di madri e bambini». Difficile, in effetti, chiamare altrimenti una pratica che già oggi muove nel mondo un giro d’affari di alcuni miliardi che entro il 2032, secondo la Global Market Insight - una società di consulenza e indagini di mercato americana - potrebbero diventare 129, più della metà del patrimonio dell’uomo più ricco del mondo, Elon Musk.
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Idea choc dall’Università di Oslo: pazienti senza attività cerebrale da «arruolare» come madri surrogate per sviluppare feti da vendere. E l’autrice specifica: per la gestazione si potrebbero usare pure gli uomini.Ripresentato da Fratelli d’Italia il ddl per rendere illegale la pratica anche all’estero. La proposta, bocciata lo scorso aprile da Pd e M5s, colpirebbe un business miliardario. Lo speciale contiene due articoli. Voi dite che esagerano? I senatori di Fdi, Lucio Malan e Isabella Rauti, hanno presentato un disegno di legge per estendere all’estero il reato di maternità surrogata. La loro potrebbe non essere una cattiva idea, considerando qual è la nuova frontiera dell’utero in affitto: reclutare come gestanti le donne cerebralmente morte. D’altronde, nei tempi in cui il serbatoio di «mamme per altri» - l’Ucraina in guerra - è fuori uso, bisogna fare di necessità virtù. E sopperire alla penuria di candidate. La brillante invenzione l’ha presentata Anna Smajdor, filosofa dell’Università di Oslo, in un paper uscito su Theoretical medicine and bioethics qualche mese fa. Nel giro di poche settimane, il testo ha acquisito una certa notorietà e, negli ultimi giorni, ne ha parlato il Daily Mail. L’autrice battezza con una bonaria etichetta burocratica l’orrida pratica che promuove: «donazione gestazionale dell’intero corpo». Un bel cortocircuito: nell’era in cui una disabile chiede un ascensore per la sedia a rotelle e lo Stato le propone l’eutanasia (è successo a un’atleta paralimpica in Canada), qualcuno, a chi è veramente defunto, vorrebbe negare il diritto di riposare in pace. Già, perché la Smajdor concede, sì, che per sottoporsi alla procedura horror bisognerebbe esprimere il proprio assenso. Tuttavia, ella ragiona per analogia con le procedure per la donazione di organi. E osserva che, nel Regno Unito, «i requisiti per il consenso» all’espianto sono «estremamente vaghi»; così, può capitare che gli organi delle persone finiscano per essere prelevati «senza alcuna chiara indicazione» che le vittime sarebbero state d’accordo. Il sillogismo che ne consegue è rigoroso: se «gli attuali protocolli per il consenso sono accettabili nel caso della donazione di organi, dovrebbero esserlo anche per la donazione gestazionale dell’intero corpo». Magari, con l’aggiunta di qualche «campagna pubblica d’informazione» in più. Possiamo stare tranquilli…Vi starete chiedendo se davvero sia possibile che una vita nasca in un corpo morto. La nostra filosofa sottolinea che non ci sono precedenti e che probabilmente servirebbero «interventi ormonali aggiuntivi». E ammette persino che quella della ventilazione a oltranza, allo scopo di servirsi dell’utero della donna trapassata, è considerata una «cattiva pratica medica». Pensate un po’ quant’è limitata la gente. Ma adesso tenetevi forte, dal momento che, contro le obiezioni etiche di senso comune, arriva una carrellata di commenti talmente grotteschi da far sembrare l’intero lavoro una specie di macabra trovata comica. Il segreto, sostiene infatti l’autrice, è trattare il corpo esanime da «mezzo per un fine», concependo l’individuo come «un deposito di tessuti che possono essere usati per recare beneficio ad altri». Non ci erano arrivate neppure le macchine del film Matrix, che almeno avevano l’accortezza di «coltivare» feti umani all’interno di bozzoli organici. E se qualcosa dovesse andare storto? Pazienza: c’è l’aborto, che avrebbe il vantaggio di essere meno traumatico della norma, giacché la madre biologica è incosciente. I committenti dovrebbero essere liberi decidere «a loro piacimento» il destino del nascituro. Il trionfo dell’umanesimo. A essere sinceri, non è la prima volta che i cervelloni discutono un’ipotesi del genere. Nel 2000, fu Rosaline Ber, sulla medesima rivista edita da Springer, a suggerire che le signore in stato vegetativo venissero impiegate come madri surrogate. Il progetto della Smajdor si spinge oltre: dalle donne in coma si passa a quelle cerebralmente morte e da quelle che non possono portare avanti la gravidanza si passa a chiunque desideri «evitare i rischi e le responsabilità della gestazione nel proprio corpo». L’ultima spiaggia - in tutti i sensi - del capriccio.Non siete rimasti ancora abbastanza scioccati? Potete contare su uno stomaco forte? Prima di proseguire nella lettura, abbiate comunque l’accortezza di assumere un gastroprotettore. A seguire, l’ultima chicca della raffinata pensatrice di Oslo: roba da trasecolare. Il guaio è che, esattamente come capita quando l’utero in affitto riguarda le donne vive, specie se sono povere e sono soggette e lasciarsi irretire dalle cospicue cifre offerte dagli aspiranti genitori, chi ha a cuore la dignità degli esseri umani potrebbe sollevare qualche obiezione. Le più allarmanti, per la sensibilità della cerchia progressista, sono quelle delle femministe. Per aggirarle, la Smajdor avanza una teoria strabiliante: far «partecipare» gli uomini alla donazione gestazionale. Sì, proprio così: gli uomini. In stato di morte cerebrale, ça va sans dire. Biologicamente impossibile? Non saranno certe bazzecole a fermare la prode bioeticista: «Nel 1999», scrive nel suo articolo, «Robert Winston disse […] che non c’erano problemi medici intrinseci nell’avvio di una gravidanza maschile: il pericolo starebbe nel parto». Nondimeno, «sappiamo già che le gravidanze possono essere portate a termine al di fuori dell’utero». E qui scatta il colpo di genio: l’obiettivo è mettere «incinto» un maschio, tenuto in vita artificialmente da un ventilatore meccanico e un po’ d’iniezioni di ormoni? Basta impiantargli il feto nel fegato. Un travaglio biliare, con il quale si risolvono il problema della scarsità di volontarie ancora vive e i dubbi morali sullo sfruttamento delle donne. Mary Shelley non avrebbe saputo immaginare nulla di più agghiacciante. Fortunata l’epoca in cui il mostro più abominevole era Frankenstein.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/horror-donne-morte-come-incubatrici-2659386769.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="fdi-utero-in-affitto-reato-universale" data-post-id="2659386769" data-published-at="1675845610" data-use-pagination="False"> Fdi: utero in affitto reato universale Utero in affitto illegale non solo in Italia, ma pure all’estero. È lo scopo del disegno di legge che Fratelli d’Italia ieri ha ripresentato al Senato, avente ad oggetto la «Modifica all’articolo 12 della legge 19 febbraio 2004, n.40, in materia di perseguibilità del reato di surrogazione di maternità commesso all’estero da cittadino italiano». A differenza di altre iniziative legislative sui temi etici di cui si è parlato nelle scorse settimane, questo ddl è destinato ad incassare il pieno appoggio della maggioranza e dello stesso governo. Lo lascia immaginare il profilo dei suoi primi firmatari, che sono rispettivamente la sottosegretaria alla Difesa, Isabella Rauti, e il capogruppo a Palazzo Madama, Lucio Malan, ambedue esponenti di Fratelli d’Italia. Va detto che non si tratta di una novità. Già lo scorso anno, infatti, Matteo Salvini aveva raccolto le firme per un ddl simile e la scorsa legislatura, ad aprile, in commissione Giustizia alla Camera, era stato adottato un testo base proposto da Giorgia Meloni per perseguire appunto l’utero pure all’estero (Fi e Lega avevano votato con Fratelli d’Italia, il M5s e il Pd contro). In Italia infatti la pratica è già vietata. Lo stabilisce la Legge 40 del 2004, che all’articolo 12 - lo stesso che si vorrebbe ampliare - già oggi, al comma sei, afferma che «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro». Una disposizione netta, ma che non ha frenato il turismo procreativo verso i Paesi che invece l’utero in affitto lo consentono. Di qui il ddl di Rauti e Malan che tocca una materia sulla quale il governo ha anche deciso di chiedere un parere al Comitato di bioetica. Parere che verosimilmente sarà di condanna della maternità surrogata. Questo, almeno, vien da pensare rileggendo quanto - appena nominato presidente di tale Comitato, lo scorso dicembre - aveva dichiarato alla Verità il professor Angelo Vescovi: «Esiste un mercato là fuori. E ci si dimentica una cosa: che la donna che funge da madre surrogata lo fa spesso in condizioni di disperazione e necessità. Al di là di rari casi, questo è diventato un commercio come lo fu la fertilizzazione in vitro all’inizio, fuori controllo».Ed è proprio per questo - per arginare una situazione internazionale «fuori controllo» -, che è stato ripresentato il ddl di Rauti e Malan, il cui testo afferma che «le pene si applicano anche se il fatto è commesso all’estero». Diversamente non si potrebbe davvero arginare, si legge ancora, «la diffusione del cosiddetto turismo procreativo, quel fenomeno per cui coppie italiane che non possono avere figli si avvalgono della tecnica della surrogazione di maternità in un Paese estero in cui la stessa è consentita».«Le pratiche della surrogazione di maternità», sempre secondo Fratelli d’Italia, «costituiscono un esempio esecrabile di commercializzazione del corpo femminile e degli stessi bambini che nascono attraverso tali pratiche, che sono trattati alla stregua di merci». Rauti e Malan si propongono pertanto di fermare, col loro ddl, quel che definiscono «mercimonio di madri e bambini». Difficile, in effetti, chiamare altrimenti una pratica che già oggi muove nel mondo un giro d’affari di alcuni miliardi che entro il 2032, secondo la Global Market Insight - una società di consulenza e indagini di mercato americana - potrebbero diventare 129, più della metà del patrimonio dell’uomo più ricco del mondo, Elon Musk.
Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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