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2019-06-06
Hanno guardato Noa morire di fame. Solo ora l’Olanda manda gli ispettori
Facebook
L'adolescente Noa Pothoven non sarebbe morta per eutanasia, almeno non quella autorizzata dallo Stato che nei Paesi Bassi è legale anche per persone con disturbi mentali e minorenni. Come sostiene Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, questa ragazza di 17 anni, prostrata dai traumi delle violenze sessuali, «ha smesso di bere e mangiare e si è lasciata morire a casa, coi familiari consenzienti».
Quindi si tratterebbe di una forma di suicidio assistito dalla madre e dal padre assieme ai medici, che tuttavia non risultano indagati né sono stati arrestati per non aver mosso un dito guardando la giovane che si spegneva nella sua casa di Arnhem. Anzi, secondo alcune fonti i dottori avrebbero accompagnato Noa alla morte con sedazione profonda e cure palliative. Viene da chiedersi se, nella sostanza, ci sia qualche differenza con l'eutanasia avvallata dallo Stato: il fatto che la magistratura olandese non persegua i genitori, pur nella comprensione della loro disperazione, non è forse una sorta di nulla osta? E cosa dire dei medici che non l'hanno salvata? Se si tratta di un reato allora va punito, in caso contrario significa che lo si legittima. leri il ministero della Salute olandese ha avviato «un'ispezione sanitaria per verificare se è necessario aprire un'indagine» vera e propria.
I controlli non riguardano però l'eutanasia, ma intendono accertare «il tipo di cure e se ci sia stato qualche errore» nei trattamenti. Noa non aveva fatto mistero dei suoi propositi, annunciandoli pure sui social media. Il pericolo era sotto gli occhi di tutti: più volte aveva tentato il suicidio e anche smesso di andare a scuola, addirittura aveva scritto un libro sulla sua storia di stupri e desiderio di morte.
La madre racconta al quotidiano Gelderlander che la ragazza era stata ricoverata in tre diversi istituti, ma che in quello più adatto a lei c'era una lunghissima lista di attesa. E dice anche che la figlia aveva dovuto essere nutrita con un sondino in ospedale per più di un anno, visto che non voleva bere né mangiare. L'assistenza, secondo i genitori, non sarebbe stata all'altezza di uno dei sistemi sociosanitari più considerati al mondo. Che però in questa tragedia dimostra le falle e le contraddizioni di uno Stato che non sa aiutare a vivere, ma che è pronto a somministrare la morte. In Olanda l'eutanasia può essere accordata a partire dai 12 anni, ma solo dopo che i medici abbiano certificato che la sofferenza del paziente è insopportabile e senza alcuna via di uscita. Nel 2017 ben 6.585 persone hanno ottenuto l'eutanasia, circa il 4,4 per cento dei decessi totali nel Paese.
A Noa l'eutanasia legale era stata rifiutata quando, un paio d'anni fa, aveva contattato, autonomamente e senza informare la famiglia, una clinica specializzata dell'Aja. Le avevano risposto di no, scrive Gelderlander, riportando il post della ragazza pubblicato sui social: «Pensano che io sia troppo giovane per morire. Pensano che dovrei portare a termine il percorso di recupero dal trauma e aspettare che il mio cervello si sviluppi completamente. Non accadrà fino a quando non avrò 21 anni. Sono devastata, perché non posso più aspettare così tanto».
Però dopo il rifiuto i medici, pur ammettendo che c'era un'alternativa e quindi una via di guarigione, si sono disinteressati della ragazza che soffriva di disturbi da stress post traumatico, depressione, anoressia e autolesionismo. Anzi l'hanno di fatto osservata mentre moriva. Non sarà tecnicamente eutanasia, ma è la stessa cosa. Noa Pothoven aveva da poco pubblicato un'autobiografia che nei Paesi Bassi aveva ricevuto diversi riconoscimenti. In Vincere o imparare raccontava le violenze sessuali e la sua sofferenza. A 11 e 12 anni subisce le prime violenze in occasione di festicciole tra compagni di scuola. A 14 anni viene stuprata da due uomini mentre passeggia nel suo quartiere. Non denuncia l'aggressione, ma ne subisce gli effetti devastanti. Non ne parla neppure con i genitori «per paura e vergogna», e invece inizia a scrivere un diario poi diventato il suo libro. Spiega che, dopo anni, il suo corpo «si sente ancora sporco»: «Rivivo quella paura e quel dolore ogni giorno». Inizia così ad ammalarsi d'anoressia e l'adolescente scivola progressivamente in uno stato depressivo che diventa permanente.
Altri particolari sono svelati dalla corrispondente di Politico Europe, Naomi O'Leary, dopo aver parlato con Paul Bolwerk, il giornalista che ha seguito l'intera vicenda. «La famiglia ha provato diversi trattamenti psichiatrici e Noa è stata ripetutamente ospedalizzata», scrive, «ha fatto una serie di tentativi di uccidersi negli ultimi mesi. In preda alla disperazione, la famiglia ha quindi chiesto l'elettroshock, che è stato rifiutato a causa della giovane età. Quindi l'hanno affidata ai genitori installando un letto d'ospedale in casa sua. All'inizio di giugno ha iniziato a rifiutare tutti i liquidi e il cibo, i suoi genitori e i medici», conclude la giornalista di Politico Europe, «hanno accettato di non forzarla».
Eutanasia? Suicidio assistito? Rifiuto delle cure? Per questa ragazza olandese non fa differenza, di certo ora non c'è più. Come twitta Papa Francesco: «È una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza».
Carlo Piano
In Italia si esaminano ben 5 leggi per aprire le porte all’eutanasia
Il grande clamore suscitato dalla vicenda della povera Noa Pothoven offre lo spunto per riflettere su un passaggio riguardante il nostro Paese: l'esame, in corso in Parlamento, di ben cinque proposte di legge per introdurre l'eutanasia in Italia. Una ha per primo firmatario Matteo Mantero, senatore del Movimento 5 Stelle, ed è stata presentata nell'ottobre 2018. Si tratta, come spiegato dallo stesso Mantero, di «uno spunto per avviare il confronto, alla luce delle sollecitazioni della Corte costituzionale». Si ricorderà infatti che lo scorso anno la Corte costituzionale aveva esortato il Parlamento a colmare il «vuoto legislativo» sul fine vita, fissando anche una data entro cui farlo: il 24 settembre 2019.
Dal M5s è appena giunta anche la proposta di Giulia Sarti, che prevede pure il suicidio assistito ancorché limitato a chi fosse affetto da una condizione clinica irreversibile. Un altro ddl è quello di Andrea Marcucci del Pd, che però non convince lo stesso mondo radicale dato che continua a ritenere reato, sia pure diminuendone le pene, l'aiuto al suicidio. Ad essere il pole position è invece Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia, presentato per la prima volta alla Camera nel settembre 2013 accompagnato da 130.000 firme raccolte dall'associazione Luca Coscioni. Tale proposta, che al deputato piddino Alessandro Zan ne ha ispirata una quarta del tutto simile, si presenta snella (appena 4 articoli) ma assai limpida nelle finalità che si propone di conseguire.
In parole povere, il ddl d'iniziativa popolare legalizza l'eutanasia anche se, comunque, pone qualche paletto, come il fatto che essa non sia estesa al minore, eccetto nel caso in cui non abbia sottoscritto le Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), e che sia praticabile solo se i parenti e il coniuge del paziente sono stati informati della richiesta di morire di quest'ultimo ed abbiano avuto modo di parlare con lui (articoli 3 4).
Tuttavia è l'esperienza internazionale a dirci come simili limitazioni lascino il tempo che trovano dato che un po' tutte le leggi eutanasiche, all'inizio, si pongono come restrittive salvo poi, per opera della magistratura o di qualche ulteriore intervento legislativo, spianare la strada agli scenari più impensabili. Olanda docet, checché ne dica Marco Cappato secondo cui «la legge olandese è più civile di quella italiana».
Tornando a noi, la proposta della Luca Coscioni, dal 30 gennaio all'esame delle commissioni Giustizia ed affari sociali della Camera, non si limita ad aprire alla «dolce morte». Introduce anche significative sanzioni per il personale medico e sanitario che non rispettasse la volontà mortifera dei pazienti. Motivo per cui, oltre ad allarmare il mondo pro life, preoccupa gli stessi medici. Lo provano le audizioni in corso in questi giorni. Come quella di Carlo Petrini, Direttore dell'unità di bioetica e presidente del comitato etico dell'Istituto superiore di sanità, il quale intervenendo presso le commissioni riunite si è soffermato proprio sulle conseguenze che una legge sull'eutanasia comporterebbe per il personale medico. In particolare ha tenuto a precisare che «sarebbe inaccettabile non prevedere l'obiezione di coscienza in eventuale normativa». Tanto più che essa trae fondamento giuridico dagli articoli 2 e 3 della Costituzione e che, dopo l'abolizione del servizio di leva obbligatorio, risulta ancora ammessa da ben tre normative: la legge 194 del 1978 sull'aborto procurato, la legge 413 del 1993 sulla sperimentazione animale e la legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita.
Quelli di Petrini sono rilievi pertinenti dato che il ddl popolare sull'eutanasia non è che si ponga contro l'obiezione di coscienza dei medici: semplicemente non ne parla. E forse è pure peggio, dato che così un diritto fondamentale viene sostanzialmente abrogato. Staremo a vedere. Nel frattempo, anche i parlamentari pro life non sono stati guardare. Nel febbraio di quest'anno i senatori Gaetano Quagliariello di Idea e Maurizio Gasparri di Forza Italia hanno presentato ben tre disegni di legge contenenti altrettanti punti cruciali: l'esclusione di idratazione e alimentazione dal novero delle terapie, il divieto in assenza di Dat del rappresentante legale di rifiutare o interrompere le cure senza passare dal giudice e, da ultimo, la facoltà del medico di non applicare il biotestamento in caso di inappropriatezza clinica.
Sfortunatamente, i ddl di Quagliariello e Gasparri sono subito scomparsi dai radar dei grandi media. L'auspicio è tuttavia che richiami come quelli del dottor Petrini e soprattutto lo choc di vicende come quella di Noa possano ricordare all'opinione pubblica e ancor più ai nostri politici che occorre andarci piano, quando si parla di eutanasia legale. Perché si scherza col fuoco.
Giuliano Guzzo
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La diciassettenne ha smesso di mangiare e bere. I suoi genitori e i medici hanno scelto di lasciarla fare Il ministero della Salute ordina controlli fuori tempo massimo: «Vedremo se si dovrà aprire un'indagine».Si discute dei ddl di radicali, Pd e M5s. Lo spot di Marco Cappato: «Paesi Bassi più civili di noi».Lo speciale contiene due articoliL'adolescente Noa Pothoven non sarebbe morta per eutanasia, almeno non quella autorizzata dallo Stato che nei Paesi Bassi è legale anche per persone con disturbi mentali e minorenni. Come sostiene Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, questa ragazza di 17 anni, prostrata dai traumi delle violenze sessuali, «ha smesso di bere e mangiare e si è lasciata morire a casa, coi familiari consenzienti».Quindi si tratterebbe di una forma di suicidio assistito dalla madre e dal padre assieme ai medici, che tuttavia non risultano indagati né sono stati arrestati per non aver mosso un dito guardando la giovane che si spegneva nella sua casa di Arnhem. Anzi, secondo alcune fonti i dottori avrebbero accompagnato Noa alla morte con sedazione profonda e cure palliative. Viene da chiedersi se, nella sostanza, ci sia qualche differenza con l'eutanasia avvallata dallo Stato: il fatto che la magistratura olandese non persegua i genitori, pur nella comprensione della loro disperazione, non è forse una sorta di nulla osta? E cosa dire dei medici che non l'hanno salvata? Se si tratta di un reato allora va punito, in caso contrario significa che lo si legittima. leri il ministero della Salute olandese ha avviato «un'ispezione sanitaria per verificare se è necessario aprire un'indagine» vera e propria. I controlli non riguardano però l'eutanasia, ma intendono accertare «il tipo di cure e se ci sia stato qualche errore» nei trattamenti. Noa non aveva fatto mistero dei suoi propositi, annunciandoli pure sui social media. Il pericolo era sotto gli occhi di tutti: più volte aveva tentato il suicidio e anche smesso di andare a scuola, addirittura aveva scritto un libro sulla sua storia di stupri e desiderio di morte.La madre racconta al quotidiano Gelderlander che la ragazza era stata ricoverata in tre diversi istituti, ma che in quello più adatto a lei c'era una lunghissima lista di attesa. E dice anche che la figlia aveva dovuto essere nutrita con un sondino in ospedale per più di un anno, visto che non voleva bere né mangiare. L'assistenza, secondo i genitori, non sarebbe stata all'altezza di uno dei sistemi sociosanitari più considerati al mondo. Che però in questa tragedia dimostra le falle e le contraddizioni di uno Stato che non sa aiutare a vivere, ma che è pronto a somministrare la morte. In Olanda l'eutanasia può essere accordata a partire dai 12 anni, ma solo dopo che i medici abbiano certificato che la sofferenza del paziente è insopportabile e senza alcuna via di uscita. Nel 2017 ben 6.585 persone hanno ottenuto l'eutanasia, circa il 4,4 per cento dei decessi totali nel Paese.A Noa l'eutanasia legale era stata rifiutata quando, un paio d'anni fa, aveva contattato, autonomamente e senza informare la famiglia, una clinica specializzata dell'Aja. Le avevano risposto di no, scrive Gelderlander, riportando il post della ragazza pubblicato sui social: «Pensano che io sia troppo giovane per morire. Pensano che dovrei portare a termine il percorso di recupero dal trauma e aspettare che il mio cervello si sviluppi completamente. Non accadrà fino a quando non avrò 21 anni. Sono devastata, perché non posso più aspettare così tanto». Però dopo il rifiuto i medici, pur ammettendo che c'era un'alternativa e quindi una via di guarigione, si sono disinteressati della ragazza che soffriva di disturbi da stress post traumatico, depressione, anoressia e autolesionismo. Anzi l'hanno di fatto osservata mentre moriva. Non sarà tecnicamente eutanasia, ma è la stessa cosa. Noa Pothoven aveva da poco pubblicato un'autobiografia che nei Paesi Bassi aveva ricevuto diversi riconoscimenti. In Vincere o imparare raccontava le violenze sessuali e la sua sofferenza. A 11 e 12 anni subisce le prime violenze in occasione di festicciole tra compagni di scuola. A 14 anni viene stuprata da due uomini mentre passeggia nel suo quartiere. Non denuncia l'aggressione, ma ne subisce gli effetti devastanti. Non ne parla neppure con i genitori «per paura e vergogna», e invece inizia a scrivere un diario poi diventato il suo libro. Spiega che, dopo anni, il suo corpo «si sente ancora sporco»: «Rivivo quella paura e quel dolore ogni giorno». Inizia così ad ammalarsi d'anoressia e l'adolescente scivola progressivamente in uno stato depressivo che diventa permanente. Altri particolari sono svelati dalla corrispondente di Politico Europe, Naomi O'Leary, dopo aver parlato con Paul Bolwerk, il giornalista che ha seguito l'intera vicenda. «La famiglia ha provato diversi trattamenti psichiatrici e Noa è stata ripetutamente ospedalizzata», scrive, «ha fatto una serie di tentativi di uccidersi negli ultimi mesi. In preda alla disperazione, la famiglia ha quindi chiesto l'elettroshock, che è stato rifiutato a causa della giovane età. Quindi l'hanno affidata ai genitori installando un letto d'ospedale in casa sua. All'inizio di giugno ha iniziato a rifiutare tutti i liquidi e il cibo, i suoi genitori e i medici», conclude la giornalista di Politico Europe, «hanno accettato di non forzarla». Eutanasia? Suicidio assistito? Rifiuto delle cure? Per questa ragazza olandese non fa differenza, di certo ora non c'è più. Come twitta Papa Francesco: «È una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza».Carlo Piano<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hanno-guardato-noa-morire-di-fame-solo-ora-lolanda-manda-gli-ispettori-2638701630.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-italia-si-esaminano-ben-5-leggi-per-aprire-le-porte-alleutanasia" data-post-id="2638701630" data-published-at="1767728537" data-use-pagination="False"> In Italia si esaminano ben 5 leggi per aprire le porte all’eutanasia Il grande clamore suscitato dalla vicenda della povera Noa Pothoven offre lo spunto per riflettere su un passaggio riguardante il nostro Paese: l'esame, in corso in Parlamento, di ben cinque proposte di legge per introdurre l'eutanasia in Italia. Una ha per primo firmatario Matteo Mantero, senatore del Movimento 5 Stelle, ed è stata presentata nell'ottobre 2018. Si tratta, come spiegato dallo stesso Mantero, di «uno spunto per avviare il confronto, alla luce delle sollecitazioni della Corte costituzionale». Si ricorderà infatti che lo scorso anno la Corte costituzionale aveva esortato il Parlamento a colmare il «vuoto legislativo» sul fine vita, fissando anche una data entro cui farlo: il 24 settembre 2019. Dal M5s è appena giunta anche la proposta di Giulia Sarti, che prevede pure il suicidio assistito ancorché limitato a chi fosse affetto da una condizione clinica irreversibile. Un altro ddl è quello di Andrea Marcucci del Pd, che però non convince lo stesso mondo radicale dato che continua a ritenere reato, sia pure diminuendone le pene, l'aiuto al suicidio. Ad essere il pole position è invece Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia, presentato per la prima volta alla Camera nel settembre 2013 accompagnato da 130.000 firme raccolte dall'associazione Luca Coscioni. Tale proposta, che al deputato piddino Alessandro Zan ne ha ispirata una quarta del tutto simile, si presenta snella (appena 4 articoli) ma assai limpida nelle finalità che si propone di conseguire. In parole povere, il ddl d'iniziativa popolare legalizza l'eutanasia anche se, comunque, pone qualche paletto, come il fatto che essa non sia estesa al minore, eccetto nel caso in cui non abbia sottoscritto le Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), e che sia praticabile solo se i parenti e il coniuge del paziente sono stati informati della richiesta di morire di quest'ultimo ed abbiano avuto modo di parlare con lui (articoli 3 4). Tuttavia è l'esperienza internazionale a dirci come simili limitazioni lascino il tempo che trovano dato che un po' tutte le leggi eutanasiche, all'inizio, si pongono come restrittive salvo poi, per opera della magistratura o di qualche ulteriore intervento legislativo, spianare la strada agli scenari più impensabili. Olanda docet, checché ne dica Marco Cappato secondo cui «la legge olandese è più civile di quella italiana». Tornando a noi, la proposta della Luca Coscioni, dal 30 gennaio all'esame delle commissioni Giustizia ed affari sociali della Camera, non si limita ad aprire alla «dolce morte». Introduce anche significative sanzioni per il personale medico e sanitario che non rispettasse la volontà mortifera dei pazienti. Motivo per cui, oltre ad allarmare il mondo pro life, preoccupa gli stessi medici. Lo provano le audizioni in corso in questi giorni. Come quella di Carlo Petrini, Direttore dell'unità di bioetica e presidente del comitato etico dell'Istituto superiore di sanità, il quale intervenendo presso le commissioni riunite si è soffermato proprio sulle conseguenze che una legge sull'eutanasia comporterebbe per il personale medico. In particolare ha tenuto a precisare che «sarebbe inaccettabile non prevedere l'obiezione di coscienza in eventuale normativa». Tanto più che essa trae fondamento giuridico dagli articoli 2 e 3 della Costituzione e che, dopo l'abolizione del servizio di leva obbligatorio, risulta ancora ammessa da ben tre normative: la legge 194 del 1978 sull'aborto procurato, la legge 413 del 1993 sulla sperimentazione animale e la legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita. Quelli di Petrini sono rilievi pertinenti dato che il ddl popolare sull'eutanasia non è che si ponga contro l'obiezione di coscienza dei medici: semplicemente non ne parla. E forse è pure peggio, dato che così un diritto fondamentale viene sostanzialmente abrogato. Staremo a vedere. Nel frattempo, anche i parlamentari pro life non sono stati guardare. Nel febbraio di quest'anno i senatori Gaetano Quagliariello di Idea e Maurizio Gasparri di Forza Italia hanno presentato ben tre disegni di legge contenenti altrettanti punti cruciali: l'esclusione di idratazione e alimentazione dal novero delle terapie, il divieto in assenza di Dat del rappresentante legale di rifiutare o interrompere le cure senza passare dal giudice e, da ultimo, la facoltà del medico di non applicare il biotestamento in caso di inappropriatezza clinica. Sfortunatamente, i ddl di Quagliariello e Gasparri sono subito scomparsi dai radar dei grandi media. L'auspicio è tuttavia che richiami come quelli del dottor Petrini e soprattutto lo choc di vicende come quella di Noa possano ricordare all'opinione pubblica e ancor più ai nostri politici che occorre andarci piano, quando si parla di eutanasia legale. Perché si scherza col fuoco. Giuliano Guzzo
Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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Ecco #DimmiLaVerità del 6 gennaio 2026. Il deputato della Lega Giampiero Zinzi commenta la falsa partenza di Fico in Campania tra incompatibilità e conflitti di interesse.