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2019-06-06
Hanno guardato Noa morire di fame. Solo ora l’Olanda manda gli ispettori
Facebook
L'adolescente Noa Pothoven non sarebbe morta per eutanasia, almeno non quella autorizzata dallo Stato che nei Paesi Bassi è legale anche per persone con disturbi mentali e minorenni. Come sostiene Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, questa ragazza di 17 anni, prostrata dai traumi delle violenze sessuali, «ha smesso di bere e mangiare e si è lasciata morire a casa, coi familiari consenzienti».
Quindi si tratterebbe di una forma di suicidio assistito dalla madre e dal padre assieme ai medici, che tuttavia non risultano indagati né sono stati arrestati per non aver mosso un dito guardando la giovane che si spegneva nella sua casa di Arnhem. Anzi, secondo alcune fonti i dottori avrebbero accompagnato Noa alla morte con sedazione profonda e cure palliative. Viene da chiedersi se, nella sostanza, ci sia qualche differenza con l'eutanasia avvallata dallo Stato: il fatto che la magistratura olandese non persegua i genitori, pur nella comprensione della loro disperazione, non è forse una sorta di nulla osta? E cosa dire dei medici che non l'hanno salvata? Se si tratta di un reato allora va punito, in caso contrario significa che lo si legittima. leri il ministero della Salute olandese ha avviato «un'ispezione sanitaria per verificare se è necessario aprire un'indagine» vera e propria.
I controlli non riguardano però l'eutanasia, ma intendono accertare «il tipo di cure e se ci sia stato qualche errore» nei trattamenti. Noa non aveva fatto mistero dei suoi propositi, annunciandoli pure sui social media. Il pericolo era sotto gli occhi di tutti: più volte aveva tentato il suicidio e anche smesso di andare a scuola, addirittura aveva scritto un libro sulla sua storia di stupri e desiderio di morte.
La madre racconta al quotidiano Gelderlander che la ragazza era stata ricoverata in tre diversi istituti, ma che in quello più adatto a lei c'era una lunghissima lista di attesa. E dice anche che la figlia aveva dovuto essere nutrita con un sondino in ospedale per più di un anno, visto che non voleva bere né mangiare. L'assistenza, secondo i genitori, non sarebbe stata all'altezza di uno dei sistemi sociosanitari più considerati al mondo. Che però in questa tragedia dimostra le falle e le contraddizioni di uno Stato che non sa aiutare a vivere, ma che è pronto a somministrare la morte. In Olanda l'eutanasia può essere accordata a partire dai 12 anni, ma solo dopo che i medici abbiano certificato che la sofferenza del paziente è insopportabile e senza alcuna via di uscita. Nel 2017 ben 6.585 persone hanno ottenuto l'eutanasia, circa il 4,4 per cento dei decessi totali nel Paese.
A Noa l'eutanasia legale era stata rifiutata quando, un paio d'anni fa, aveva contattato, autonomamente e senza informare la famiglia, una clinica specializzata dell'Aja. Le avevano risposto di no, scrive Gelderlander, riportando il post della ragazza pubblicato sui social: «Pensano che io sia troppo giovane per morire. Pensano che dovrei portare a termine il percorso di recupero dal trauma e aspettare che il mio cervello si sviluppi completamente. Non accadrà fino a quando non avrò 21 anni. Sono devastata, perché non posso più aspettare così tanto».
Però dopo il rifiuto i medici, pur ammettendo che c'era un'alternativa e quindi una via di guarigione, si sono disinteressati della ragazza che soffriva di disturbi da stress post traumatico, depressione, anoressia e autolesionismo. Anzi l'hanno di fatto osservata mentre moriva. Non sarà tecnicamente eutanasia, ma è la stessa cosa. Noa Pothoven aveva da poco pubblicato un'autobiografia che nei Paesi Bassi aveva ricevuto diversi riconoscimenti. In Vincere o imparare raccontava le violenze sessuali e la sua sofferenza. A 11 e 12 anni subisce le prime violenze in occasione di festicciole tra compagni di scuola. A 14 anni viene stuprata da due uomini mentre passeggia nel suo quartiere. Non denuncia l'aggressione, ma ne subisce gli effetti devastanti. Non ne parla neppure con i genitori «per paura e vergogna», e invece inizia a scrivere un diario poi diventato il suo libro. Spiega che, dopo anni, il suo corpo «si sente ancora sporco»: «Rivivo quella paura e quel dolore ogni giorno». Inizia così ad ammalarsi d'anoressia e l'adolescente scivola progressivamente in uno stato depressivo che diventa permanente.
Altri particolari sono svelati dalla corrispondente di Politico Europe, Naomi O'Leary, dopo aver parlato con Paul Bolwerk, il giornalista che ha seguito l'intera vicenda. «La famiglia ha provato diversi trattamenti psichiatrici e Noa è stata ripetutamente ospedalizzata», scrive, «ha fatto una serie di tentativi di uccidersi negli ultimi mesi. In preda alla disperazione, la famiglia ha quindi chiesto l'elettroshock, che è stato rifiutato a causa della giovane età. Quindi l'hanno affidata ai genitori installando un letto d'ospedale in casa sua. All'inizio di giugno ha iniziato a rifiutare tutti i liquidi e il cibo, i suoi genitori e i medici», conclude la giornalista di Politico Europe, «hanno accettato di non forzarla».
Eutanasia? Suicidio assistito? Rifiuto delle cure? Per questa ragazza olandese non fa differenza, di certo ora non c'è più. Come twitta Papa Francesco: «È una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza».
Carlo Piano
In Italia si esaminano ben 5 leggi per aprire le porte all’eutanasia
Il grande clamore suscitato dalla vicenda della povera Noa Pothoven offre lo spunto per riflettere su un passaggio riguardante il nostro Paese: l'esame, in corso in Parlamento, di ben cinque proposte di legge per introdurre l'eutanasia in Italia. Una ha per primo firmatario Matteo Mantero, senatore del Movimento 5 Stelle, ed è stata presentata nell'ottobre 2018. Si tratta, come spiegato dallo stesso Mantero, di «uno spunto per avviare il confronto, alla luce delle sollecitazioni della Corte costituzionale». Si ricorderà infatti che lo scorso anno la Corte costituzionale aveva esortato il Parlamento a colmare il «vuoto legislativo» sul fine vita, fissando anche una data entro cui farlo: il 24 settembre 2019.
Dal M5s è appena giunta anche la proposta di Giulia Sarti, che prevede pure il suicidio assistito ancorché limitato a chi fosse affetto da una condizione clinica irreversibile. Un altro ddl è quello di Andrea Marcucci del Pd, che però non convince lo stesso mondo radicale dato che continua a ritenere reato, sia pure diminuendone le pene, l'aiuto al suicidio. Ad essere il pole position è invece Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia, presentato per la prima volta alla Camera nel settembre 2013 accompagnato da 130.000 firme raccolte dall'associazione Luca Coscioni. Tale proposta, che al deputato piddino Alessandro Zan ne ha ispirata una quarta del tutto simile, si presenta snella (appena 4 articoli) ma assai limpida nelle finalità che si propone di conseguire.
In parole povere, il ddl d'iniziativa popolare legalizza l'eutanasia anche se, comunque, pone qualche paletto, come il fatto che essa non sia estesa al minore, eccetto nel caso in cui non abbia sottoscritto le Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), e che sia praticabile solo se i parenti e il coniuge del paziente sono stati informati della richiesta di morire di quest'ultimo ed abbiano avuto modo di parlare con lui (articoli 3 4).
Tuttavia è l'esperienza internazionale a dirci come simili limitazioni lascino il tempo che trovano dato che un po' tutte le leggi eutanasiche, all'inizio, si pongono come restrittive salvo poi, per opera della magistratura o di qualche ulteriore intervento legislativo, spianare la strada agli scenari più impensabili. Olanda docet, checché ne dica Marco Cappato secondo cui «la legge olandese è più civile di quella italiana».
Tornando a noi, la proposta della Luca Coscioni, dal 30 gennaio all'esame delle commissioni Giustizia ed affari sociali della Camera, non si limita ad aprire alla «dolce morte». Introduce anche significative sanzioni per il personale medico e sanitario che non rispettasse la volontà mortifera dei pazienti. Motivo per cui, oltre ad allarmare il mondo pro life, preoccupa gli stessi medici. Lo provano le audizioni in corso in questi giorni. Come quella di Carlo Petrini, Direttore dell'unità di bioetica e presidente del comitato etico dell'Istituto superiore di sanità, il quale intervenendo presso le commissioni riunite si è soffermato proprio sulle conseguenze che una legge sull'eutanasia comporterebbe per il personale medico. In particolare ha tenuto a precisare che «sarebbe inaccettabile non prevedere l'obiezione di coscienza in eventuale normativa». Tanto più che essa trae fondamento giuridico dagli articoli 2 e 3 della Costituzione e che, dopo l'abolizione del servizio di leva obbligatorio, risulta ancora ammessa da ben tre normative: la legge 194 del 1978 sull'aborto procurato, la legge 413 del 1993 sulla sperimentazione animale e la legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita.
Quelli di Petrini sono rilievi pertinenti dato che il ddl popolare sull'eutanasia non è che si ponga contro l'obiezione di coscienza dei medici: semplicemente non ne parla. E forse è pure peggio, dato che così un diritto fondamentale viene sostanzialmente abrogato. Staremo a vedere. Nel frattempo, anche i parlamentari pro life non sono stati guardare. Nel febbraio di quest'anno i senatori Gaetano Quagliariello di Idea e Maurizio Gasparri di Forza Italia hanno presentato ben tre disegni di legge contenenti altrettanti punti cruciali: l'esclusione di idratazione e alimentazione dal novero delle terapie, il divieto in assenza di Dat del rappresentante legale di rifiutare o interrompere le cure senza passare dal giudice e, da ultimo, la facoltà del medico di non applicare il biotestamento in caso di inappropriatezza clinica.
Sfortunatamente, i ddl di Quagliariello e Gasparri sono subito scomparsi dai radar dei grandi media. L'auspicio è tuttavia che richiami come quelli del dottor Petrini e soprattutto lo choc di vicende come quella di Noa possano ricordare all'opinione pubblica e ancor più ai nostri politici che occorre andarci piano, quando si parla di eutanasia legale. Perché si scherza col fuoco.
Giuliano Guzzo
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La diciassettenne ha smesso di mangiare e bere. I suoi genitori e i medici hanno scelto di lasciarla fare Il ministero della Salute ordina controlli fuori tempo massimo: «Vedremo se si dovrà aprire un'indagine».Si discute dei ddl di radicali, Pd e M5s. Lo spot di Marco Cappato: «Paesi Bassi più civili di noi».Lo speciale contiene due articoliL'adolescente Noa Pothoven non sarebbe morta per eutanasia, almeno non quella autorizzata dallo Stato che nei Paesi Bassi è legale anche per persone con disturbi mentali e minorenni. Come sostiene Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, questa ragazza di 17 anni, prostrata dai traumi delle violenze sessuali, «ha smesso di bere e mangiare e si è lasciata morire a casa, coi familiari consenzienti».Quindi si tratterebbe di una forma di suicidio assistito dalla madre e dal padre assieme ai medici, che tuttavia non risultano indagati né sono stati arrestati per non aver mosso un dito guardando la giovane che si spegneva nella sua casa di Arnhem. Anzi, secondo alcune fonti i dottori avrebbero accompagnato Noa alla morte con sedazione profonda e cure palliative. Viene da chiedersi se, nella sostanza, ci sia qualche differenza con l'eutanasia avvallata dallo Stato: il fatto che la magistratura olandese non persegua i genitori, pur nella comprensione della loro disperazione, non è forse una sorta di nulla osta? E cosa dire dei medici che non l'hanno salvata? Se si tratta di un reato allora va punito, in caso contrario significa che lo si legittima. leri il ministero della Salute olandese ha avviato «un'ispezione sanitaria per verificare se è necessario aprire un'indagine» vera e propria. I controlli non riguardano però l'eutanasia, ma intendono accertare «il tipo di cure e se ci sia stato qualche errore» nei trattamenti. Noa non aveva fatto mistero dei suoi propositi, annunciandoli pure sui social media. Il pericolo era sotto gli occhi di tutti: più volte aveva tentato il suicidio e anche smesso di andare a scuola, addirittura aveva scritto un libro sulla sua storia di stupri e desiderio di morte.La madre racconta al quotidiano Gelderlander che la ragazza era stata ricoverata in tre diversi istituti, ma che in quello più adatto a lei c'era una lunghissima lista di attesa. E dice anche che la figlia aveva dovuto essere nutrita con un sondino in ospedale per più di un anno, visto che non voleva bere né mangiare. L'assistenza, secondo i genitori, non sarebbe stata all'altezza di uno dei sistemi sociosanitari più considerati al mondo. Che però in questa tragedia dimostra le falle e le contraddizioni di uno Stato che non sa aiutare a vivere, ma che è pronto a somministrare la morte. In Olanda l'eutanasia può essere accordata a partire dai 12 anni, ma solo dopo che i medici abbiano certificato che la sofferenza del paziente è insopportabile e senza alcuna via di uscita. Nel 2017 ben 6.585 persone hanno ottenuto l'eutanasia, circa il 4,4 per cento dei decessi totali nel Paese.A Noa l'eutanasia legale era stata rifiutata quando, un paio d'anni fa, aveva contattato, autonomamente e senza informare la famiglia, una clinica specializzata dell'Aja. Le avevano risposto di no, scrive Gelderlander, riportando il post della ragazza pubblicato sui social: «Pensano che io sia troppo giovane per morire. Pensano che dovrei portare a termine il percorso di recupero dal trauma e aspettare che il mio cervello si sviluppi completamente. Non accadrà fino a quando non avrò 21 anni. Sono devastata, perché non posso più aspettare così tanto». Però dopo il rifiuto i medici, pur ammettendo che c'era un'alternativa e quindi una via di guarigione, si sono disinteressati della ragazza che soffriva di disturbi da stress post traumatico, depressione, anoressia e autolesionismo. Anzi l'hanno di fatto osservata mentre moriva. Non sarà tecnicamente eutanasia, ma è la stessa cosa. Noa Pothoven aveva da poco pubblicato un'autobiografia che nei Paesi Bassi aveva ricevuto diversi riconoscimenti. In Vincere o imparare raccontava le violenze sessuali e la sua sofferenza. A 11 e 12 anni subisce le prime violenze in occasione di festicciole tra compagni di scuola. A 14 anni viene stuprata da due uomini mentre passeggia nel suo quartiere. Non denuncia l'aggressione, ma ne subisce gli effetti devastanti. Non ne parla neppure con i genitori «per paura e vergogna», e invece inizia a scrivere un diario poi diventato il suo libro. Spiega che, dopo anni, il suo corpo «si sente ancora sporco»: «Rivivo quella paura e quel dolore ogni giorno». Inizia così ad ammalarsi d'anoressia e l'adolescente scivola progressivamente in uno stato depressivo che diventa permanente. Altri particolari sono svelati dalla corrispondente di Politico Europe, Naomi O'Leary, dopo aver parlato con Paul Bolwerk, il giornalista che ha seguito l'intera vicenda. «La famiglia ha provato diversi trattamenti psichiatrici e Noa è stata ripetutamente ospedalizzata», scrive, «ha fatto una serie di tentativi di uccidersi negli ultimi mesi. In preda alla disperazione, la famiglia ha quindi chiesto l'elettroshock, che è stato rifiutato a causa della giovane età. Quindi l'hanno affidata ai genitori installando un letto d'ospedale in casa sua. All'inizio di giugno ha iniziato a rifiutare tutti i liquidi e il cibo, i suoi genitori e i medici», conclude la giornalista di Politico Europe, «hanno accettato di non forzarla». Eutanasia? Suicidio assistito? Rifiuto delle cure? Per questa ragazza olandese non fa differenza, di certo ora non c'è più. Come twitta Papa Francesco: «È una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza».Carlo Piano<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hanno-guardato-noa-morire-di-fame-solo-ora-lolanda-manda-gli-ispettori-2638701630.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-italia-si-esaminano-ben-5-leggi-per-aprire-le-porte-alleutanasia" data-post-id="2638701630" data-published-at="1778697090" data-use-pagination="False"> In Italia si esaminano ben 5 leggi per aprire le porte all’eutanasia Il grande clamore suscitato dalla vicenda della povera Noa Pothoven offre lo spunto per riflettere su un passaggio riguardante il nostro Paese: l'esame, in corso in Parlamento, di ben cinque proposte di legge per introdurre l'eutanasia in Italia. Una ha per primo firmatario Matteo Mantero, senatore del Movimento 5 Stelle, ed è stata presentata nell'ottobre 2018. Si tratta, come spiegato dallo stesso Mantero, di «uno spunto per avviare il confronto, alla luce delle sollecitazioni della Corte costituzionale». Si ricorderà infatti che lo scorso anno la Corte costituzionale aveva esortato il Parlamento a colmare il «vuoto legislativo» sul fine vita, fissando anche una data entro cui farlo: il 24 settembre 2019. Dal M5s è appena giunta anche la proposta di Giulia Sarti, che prevede pure il suicidio assistito ancorché limitato a chi fosse affetto da una condizione clinica irreversibile. Un altro ddl è quello di Andrea Marcucci del Pd, che però non convince lo stesso mondo radicale dato che continua a ritenere reato, sia pure diminuendone le pene, l'aiuto al suicidio. Ad essere il pole position è invece Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia, presentato per la prima volta alla Camera nel settembre 2013 accompagnato da 130.000 firme raccolte dall'associazione Luca Coscioni. Tale proposta, che al deputato piddino Alessandro Zan ne ha ispirata una quarta del tutto simile, si presenta snella (appena 4 articoli) ma assai limpida nelle finalità che si propone di conseguire. In parole povere, il ddl d'iniziativa popolare legalizza l'eutanasia anche se, comunque, pone qualche paletto, come il fatto che essa non sia estesa al minore, eccetto nel caso in cui non abbia sottoscritto le Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), e che sia praticabile solo se i parenti e il coniuge del paziente sono stati informati della richiesta di morire di quest'ultimo ed abbiano avuto modo di parlare con lui (articoli 3 4). Tuttavia è l'esperienza internazionale a dirci come simili limitazioni lascino il tempo che trovano dato che un po' tutte le leggi eutanasiche, all'inizio, si pongono come restrittive salvo poi, per opera della magistratura o di qualche ulteriore intervento legislativo, spianare la strada agli scenari più impensabili. Olanda docet, checché ne dica Marco Cappato secondo cui «la legge olandese è più civile di quella italiana». Tornando a noi, la proposta della Luca Coscioni, dal 30 gennaio all'esame delle commissioni Giustizia ed affari sociali della Camera, non si limita ad aprire alla «dolce morte». Introduce anche significative sanzioni per il personale medico e sanitario che non rispettasse la volontà mortifera dei pazienti. Motivo per cui, oltre ad allarmare il mondo pro life, preoccupa gli stessi medici. Lo provano le audizioni in corso in questi giorni. Come quella di Carlo Petrini, Direttore dell'unità di bioetica e presidente del comitato etico dell'Istituto superiore di sanità, il quale intervenendo presso le commissioni riunite si è soffermato proprio sulle conseguenze che una legge sull'eutanasia comporterebbe per il personale medico. In particolare ha tenuto a precisare che «sarebbe inaccettabile non prevedere l'obiezione di coscienza in eventuale normativa». Tanto più che essa trae fondamento giuridico dagli articoli 2 e 3 della Costituzione e che, dopo l'abolizione del servizio di leva obbligatorio, risulta ancora ammessa da ben tre normative: la legge 194 del 1978 sull'aborto procurato, la legge 413 del 1993 sulla sperimentazione animale e la legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita. Quelli di Petrini sono rilievi pertinenti dato che il ddl popolare sull'eutanasia non è che si ponga contro l'obiezione di coscienza dei medici: semplicemente non ne parla. E forse è pure peggio, dato che così un diritto fondamentale viene sostanzialmente abrogato. Staremo a vedere. Nel frattempo, anche i parlamentari pro life non sono stati guardare. Nel febbraio di quest'anno i senatori Gaetano Quagliariello di Idea e Maurizio Gasparri di Forza Italia hanno presentato ben tre disegni di legge contenenti altrettanti punti cruciali: l'esclusione di idratazione e alimentazione dal novero delle terapie, il divieto in assenza di Dat del rappresentante legale di rifiutare o interrompere le cure senza passare dal giudice e, da ultimo, la facoltà del medico di non applicare il biotestamento in caso di inappropriatezza clinica. Sfortunatamente, i ddl di Quagliariello e Gasparri sono subito scomparsi dai radar dei grandi media. L'auspicio è tuttavia che richiami come quelli del dottor Petrini e soprattutto lo choc di vicende come quella di Noa possano ricordare all'opinione pubblica e ancor più ai nostri politici che occorre andarci piano, quando si parla di eutanasia legale. Perché si scherza col fuoco. Giuliano Guzzo
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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