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2019-06-06
Hanno guardato Noa morire di fame. Solo ora l’Olanda manda gli ispettori
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L'adolescente Noa Pothoven non sarebbe morta per eutanasia, almeno non quella autorizzata dallo Stato che nei Paesi Bassi è legale anche per persone con disturbi mentali e minorenni. Come sostiene Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, questa ragazza di 17 anni, prostrata dai traumi delle violenze sessuali, «ha smesso di bere e mangiare e si è lasciata morire a casa, coi familiari consenzienti».
Quindi si tratterebbe di una forma di suicidio assistito dalla madre e dal padre assieme ai medici, che tuttavia non risultano indagati né sono stati arrestati per non aver mosso un dito guardando la giovane che si spegneva nella sua casa di Arnhem. Anzi, secondo alcune fonti i dottori avrebbero accompagnato Noa alla morte con sedazione profonda e cure palliative. Viene da chiedersi se, nella sostanza, ci sia qualche differenza con l'eutanasia avvallata dallo Stato: il fatto che la magistratura olandese non persegua i genitori, pur nella comprensione della loro disperazione, non è forse una sorta di nulla osta? E cosa dire dei medici che non l'hanno salvata? Se si tratta di un reato allora va punito, in caso contrario significa che lo si legittima. leri il ministero della Salute olandese ha avviato «un'ispezione sanitaria per verificare se è necessario aprire un'indagine» vera e propria.
I controlli non riguardano però l'eutanasia, ma intendono accertare «il tipo di cure e se ci sia stato qualche errore» nei trattamenti. Noa non aveva fatto mistero dei suoi propositi, annunciandoli pure sui social media. Il pericolo era sotto gli occhi di tutti: più volte aveva tentato il suicidio e anche smesso di andare a scuola, addirittura aveva scritto un libro sulla sua storia di stupri e desiderio di morte.
La madre racconta al quotidiano Gelderlander che la ragazza era stata ricoverata in tre diversi istituti, ma che in quello più adatto a lei c'era una lunghissima lista di attesa. E dice anche che la figlia aveva dovuto essere nutrita con un sondino in ospedale per più di un anno, visto che non voleva bere né mangiare. L'assistenza, secondo i genitori, non sarebbe stata all'altezza di uno dei sistemi sociosanitari più considerati al mondo. Che però in questa tragedia dimostra le falle e le contraddizioni di uno Stato che non sa aiutare a vivere, ma che è pronto a somministrare la morte. In Olanda l'eutanasia può essere accordata a partire dai 12 anni, ma solo dopo che i medici abbiano certificato che la sofferenza del paziente è insopportabile e senza alcuna via di uscita. Nel 2017 ben 6.585 persone hanno ottenuto l'eutanasia, circa il 4,4 per cento dei decessi totali nel Paese.
A Noa l'eutanasia legale era stata rifiutata quando, un paio d'anni fa, aveva contattato, autonomamente e senza informare la famiglia, una clinica specializzata dell'Aja. Le avevano risposto di no, scrive Gelderlander, riportando il post della ragazza pubblicato sui social: «Pensano che io sia troppo giovane per morire. Pensano che dovrei portare a termine il percorso di recupero dal trauma e aspettare che il mio cervello si sviluppi completamente. Non accadrà fino a quando non avrò 21 anni. Sono devastata, perché non posso più aspettare così tanto».
Però dopo il rifiuto i medici, pur ammettendo che c'era un'alternativa e quindi una via di guarigione, si sono disinteressati della ragazza che soffriva di disturbi da stress post traumatico, depressione, anoressia e autolesionismo. Anzi l'hanno di fatto osservata mentre moriva. Non sarà tecnicamente eutanasia, ma è la stessa cosa. Noa Pothoven aveva da poco pubblicato un'autobiografia che nei Paesi Bassi aveva ricevuto diversi riconoscimenti. In Vincere o imparare raccontava le violenze sessuali e la sua sofferenza. A 11 e 12 anni subisce le prime violenze in occasione di festicciole tra compagni di scuola. A 14 anni viene stuprata da due uomini mentre passeggia nel suo quartiere. Non denuncia l'aggressione, ma ne subisce gli effetti devastanti. Non ne parla neppure con i genitori «per paura e vergogna», e invece inizia a scrivere un diario poi diventato il suo libro. Spiega che, dopo anni, il suo corpo «si sente ancora sporco»: «Rivivo quella paura e quel dolore ogni giorno». Inizia così ad ammalarsi d'anoressia e l'adolescente scivola progressivamente in uno stato depressivo che diventa permanente.
Altri particolari sono svelati dalla corrispondente di Politico Europe, Naomi O'Leary, dopo aver parlato con Paul Bolwerk, il giornalista che ha seguito l'intera vicenda. «La famiglia ha provato diversi trattamenti psichiatrici e Noa è stata ripetutamente ospedalizzata», scrive, «ha fatto una serie di tentativi di uccidersi negli ultimi mesi. In preda alla disperazione, la famiglia ha quindi chiesto l'elettroshock, che è stato rifiutato a causa della giovane età. Quindi l'hanno affidata ai genitori installando un letto d'ospedale in casa sua. All'inizio di giugno ha iniziato a rifiutare tutti i liquidi e il cibo, i suoi genitori e i medici», conclude la giornalista di Politico Europe, «hanno accettato di non forzarla».
Eutanasia? Suicidio assistito? Rifiuto delle cure? Per questa ragazza olandese non fa differenza, di certo ora non c'è più. Come twitta Papa Francesco: «È una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza».
Carlo Piano
In Italia si esaminano ben 5 leggi per aprire le porte all’eutanasia
Il grande clamore suscitato dalla vicenda della povera Noa Pothoven offre lo spunto per riflettere su un passaggio riguardante il nostro Paese: l'esame, in corso in Parlamento, di ben cinque proposte di legge per introdurre l'eutanasia in Italia. Una ha per primo firmatario Matteo Mantero, senatore del Movimento 5 Stelle, ed è stata presentata nell'ottobre 2018. Si tratta, come spiegato dallo stesso Mantero, di «uno spunto per avviare il confronto, alla luce delle sollecitazioni della Corte costituzionale». Si ricorderà infatti che lo scorso anno la Corte costituzionale aveva esortato il Parlamento a colmare il «vuoto legislativo» sul fine vita, fissando anche una data entro cui farlo: il 24 settembre 2019.
Dal M5s è appena giunta anche la proposta di Giulia Sarti, che prevede pure il suicidio assistito ancorché limitato a chi fosse affetto da una condizione clinica irreversibile. Un altro ddl è quello di Andrea Marcucci del Pd, che però non convince lo stesso mondo radicale dato che continua a ritenere reato, sia pure diminuendone le pene, l'aiuto al suicidio. Ad essere il pole position è invece Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia, presentato per la prima volta alla Camera nel settembre 2013 accompagnato da 130.000 firme raccolte dall'associazione Luca Coscioni. Tale proposta, che al deputato piddino Alessandro Zan ne ha ispirata una quarta del tutto simile, si presenta snella (appena 4 articoli) ma assai limpida nelle finalità che si propone di conseguire.
In parole povere, il ddl d'iniziativa popolare legalizza l'eutanasia anche se, comunque, pone qualche paletto, come il fatto che essa non sia estesa al minore, eccetto nel caso in cui non abbia sottoscritto le Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), e che sia praticabile solo se i parenti e il coniuge del paziente sono stati informati della richiesta di morire di quest'ultimo ed abbiano avuto modo di parlare con lui (articoli 3 4).
Tuttavia è l'esperienza internazionale a dirci come simili limitazioni lascino il tempo che trovano dato che un po' tutte le leggi eutanasiche, all'inizio, si pongono come restrittive salvo poi, per opera della magistratura o di qualche ulteriore intervento legislativo, spianare la strada agli scenari più impensabili. Olanda docet, checché ne dica Marco Cappato secondo cui «la legge olandese è più civile di quella italiana».
Tornando a noi, la proposta della Luca Coscioni, dal 30 gennaio all'esame delle commissioni Giustizia ed affari sociali della Camera, non si limita ad aprire alla «dolce morte». Introduce anche significative sanzioni per il personale medico e sanitario che non rispettasse la volontà mortifera dei pazienti. Motivo per cui, oltre ad allarmare il mondo pro life, preoccupa gli stessi medici. Lo provano le audizioni in corso in questi giorni. Come quella di Carlo Petrini, Direttore dell'unità di bioetica e presidente del comitato etico dell'Istituto superiore di sanità, il quale intervenendo presso le commissioni riunite si è soffermato proprio sulle conseguenze che una legge sull'eutanasia comporterebbe per il personale medico. In particolare ha tenuto a precisare che «sarebbe inaccettabile non prevedere l'obiezione di coscienza in eventuale normativa». Tanto più che essa trae fondamento giuridico dagli articoli 2 e 3 della Costituzione e che, dopo l'abolizione del servizio di leva obbligatorio, risulta ancora ammessa da ben tre normative: la legge 194 del 1978 sull'aborto procurato, la legge 413 del 1993 sulla sperimentazione animale e la legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita.
Quelli di Petrini sono rilievi pertinenti dato che il ddl popolare sull'eutanasia non è che si ponga contro l'obiezione di coscienza dei medici: semplicemente non ne parla. E forse è pure peggio, dato che così un diritto fondamentale viene sostanzialmente abrogato. Staremo a vedere. Nel frattempo, anche i parlamentari pro life non sono stati guardare. Nel febbraio di quest'anno i senatori Gaetano Quagliariello di Idea e Maurizio Gasparri di Forza Italia hanno presentato ben tre disegni di legge contenenti altrettanti punti cruciali: l'esclusione di idratazione e alimentazione dal novero delle terapie, il divieto in assenza di Dat del rappresentante legale di rifiutare o interrompere le cure senza passare dal giudice e, da ultimo, la facoltà del medico di non applicare il biotestamento in caso di inappropriatezza clinica.
Sfortunatamente, i ddl di Quagliariello e Gasparri sono subito scomparsi dai radar dei grandi media. L'auspicio è tuttavia che richiami come quelli del dottor Petrini e soprattutto lo choc di vicende come quella di Noa possano ricordare all'opinione pubblica e ancor più ai nostri politici che occorre andarci piano, quando si parla di eutanasia legale. Perché si scherza col fuoco.
Giuliano Guzzo
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La diciassettenne ha smesso di mangiare e bere. I suoi genitori e i medici hanno scelto di lasciarla fare Il ministero della Salute ordina controlli fuori tempo massimo: «Vedremo se si dovrà aprire un'indagine».Si discute dei ddl di radicali, Pd e M5s. Lo spot di Marco Cappato: «Paesi Bassi più civili di noi».Lo speciale contiene due articoliL'adolescente Noa Pothoven non sarebbe morta per eutanasia, almeno non quella autorizzata dallo Stato che nei Paesi Bassi è legale anche per persone con disturbi mentali e minorenni. Come sostiene Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, questa ragazza di 17 anni, prostrata dai traumi delle violenze sessuali, «ha smesso di bere e mangiare e si è lasciata morire a casa, coi familiari consenzienti».Quindi si tratterebbe di una forma di suicidio assistito dalla madre e dal padre assieme ai medici, che tuttavia non risultano indagati né sono stati arrestati per non aver mosso un dito guardando la giovane che si spegneva nella sua casa di Arnhem. Anzi, secondo alcune fonti i dottori avrebbero accompagnato Noa alla morte con sedazione profonda e cure palliative. Viene da chiedersi se, nella sostanza, ci sia qualche differenza con l'eutanasia avvallata dallo Stato: il fatto che la magistratura olandese non persegua i genitori, pur nella comprensione della loro disperazione, non è forse una sorta di nulla osta? E cosa dire dei medici che non l'hanno salvata? Se si tratta di un reato allora va punito, in caso contrario significa che lo si legittima. leri il ministero della Salute olandese ha avviato «un'ispezione sanitaria per verificare se è necessario aprire un'indagine» vera e propria. I controlli non riguardano però l'eutanasia, ma intendono accertare «il tipo di cure e se ci sia stato qualche errore» nei trattamenti. Noa non aveva fatto mistero dei suoi propositi, annunciandoli pure sui social media. Il pericolo era sotto gli occhi di tutti: più volte aveva tentato il suicidio e anche smesso di andare a scuola, addirittura aveva scritto un libro sulla sua storia di stupri e desiderio di morte.La madre racconta al quotidiano Gelderlander che la ragazza era stata ricoverata in tre diversi istituti, ma che in quello più adatto a lei c'era una lunghissima lista di attesa. E dice anche che la figlia aveva dovuto essere nutrita con un sondino in ospedale per più di un anno, visto che non voleva bere né mangiare. L'assistenza, secondo i genitori, non sarebbe stata all'altezza di uno dei sistemi sociosanitari più considerati al mondo. Che però in questa tragedia dimostra le falle e le contraddizioni di uno Stato che non sa aiutare a vivere, ma che è pronto a somministrare la morte. In Olanda l'eutanasia può essere accordata a partire dai 12 anni, ma solo dopo che i medici abbiano certificato che la sofferenza del paziente è insopportabile e senza alcuna via di uscita. Nel 2017 ben 6.585 persone hanno ottenuto l'eutanasia, circa il 4,4 per cento dei decessi totali nel Paese.A Noa l'eutanasia legale era stata rifiutata quando, un paio d'anni fa, aveva contattato, autonomamente e senza informare la famiglia, una clinica specializzata dell'Aja. Le avevano risposto di no, scrive Gelderlander, riportando il post della ragazza pubblicato sui social: «Pensano che io sia troppo giovane per morire. Pensano che dovrei portare a termine il percorso di recupero dal trauma e aspettare che il mio cervello si sviluppi completamente. Non accadrà fino a quando non avrò 21 anni. Sono devastata, perché non posso più aspettare così tanto». Però dopo il rifiuto i medici, pur ammettendo che c'era un'alternativa e quindi una via di guarigione, si sono disinteressati della ragazza che soffriva di disturbi da stress post traumatico, depressione, anoressia e autolesionismo. Anzi l'hanno di fatto osservata mentre moriva. Non sarà tecnicamente eutanasia, ma è la stessa cosa. Noa Pothoven aveva da poco pubblicato un'autobiografia che nei Paesi Bassi aveva ricevuto diversi riconoscimenti. In Vincere o imparare raccontava le violenze sessuali e la sua sofferenza. A 11 e 12 anni subisce le prime violenze in occasione di festicciole tra compagni di scuola. A 14 anni viene stuprata da due uomini mentre passeggia nel suo quartiere. Non denuncia l'aggressione, ma ne subisce gli effetti devastanti. Non ne parla neppure con i genitori «per paura e vergogna», e invece inizia a scrivere un diario poi diventato il suo libro. Spiega che, dopo anni, il suo corpo «si sente ancora sporco»: «Rivivo quella paura e quel dolore ogni giorno». Inizia così ad ammalarsi d'anoressia e l'adolescente scivola progressivamente in uno stato depressivo che diventa permanente. Altri particolari sono svelati dalla corrispondente di Politico Europe, Naomi O'Leary, dopo aver parlato con Paul Bolwerk, il giornalista che ha seguito l'intera vicenda. «La famiglia ha provato diversi trattamenti psichiatrici e Noa è stata ripetutamente ospedalizzata», scrive, «ha fatto una serie di tentativi di uccidersi negli ultimi mesi. In preda alla disperazione, la famiglia ha quindi chiesto l'elettroshock, che è stato rifiutato a causa della giovane età. Quindi l'hanno affidata ai genitori installando un letto d'ospedale in casa sua. All'inizio di giugno ha iniziato a rifiutare tutti i liquidi e il cibo, i suoi genitori e i medici», conclude la giornalista di Politico Europe, «hanno accettato di non forzarla». Eutanasia? Suicidio assistito? Rifiuto delle cure? Per questa ragazza olandese non fa differenza, di certo ora non c'è più. Come twitta Papa Francesco: «È una sconfitta per tutti. La risposta a cui siamo chiamati è non abbandonare mai chi soffre, non arrendersi, ma prendersi cura e amare per ridare la speranza».Carlo Piano<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hanno-guardato-noa-morire-di-fame-solo-ora-lolanda-manda-gli-ispettori-2638701630.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-italia-si-esaminano-ben-5-leggi-per-aprire-le-porte-alleutanasia" data-post-id="2638701630" data-published-at="1769801469" data-use-pagination="False"> In Italia si esaminano ben 5 leggi per aprire le porte all’eutanasia Il grande clamore suscitato dalla vicenda della povera Noa Pothoven offre lo spunto per riflettere su un passaggio riguardante il nostro Paese: l'esame, in corso in Parlamento, di ben cinque proposte di legge per introdurre l'eutanasia in Italia. Una ha per primo firmatario Matteo Mantero, senatore del Movimento 5 Stelle, ed è stata presentata nell'ottobre 2018. Si tratta, come spiegato dallo stesso Mantero, di «uno spunto per avviare il confronto, alla luce delle sollecitazioni della Corte costituzionale». Si ricorderà infatti che lo scorso anno la Corte costituzionale aveva esortato il Parlamento a colmare il «vuoto legislativo» sul fine vita, fissando anche una data entro cui farlo: il 24 settembre 2019. Dal M5s è appena giunta anche la proposta di Giulia Sarti, che prevede pure il suicidio assistito ancorché limitato a chi fosse affetto da una condizione clinica irreversibile. Un altro ddl è quello di Andrea Marcucci del Pd, che però non convince lo stesso mondo radicale dato che continua a ritenere reato, sia pure diminuendone le pene, l'aiuto al suicidio. Ad essere il pole position è invece Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia, presentato per la prima volta alla Camera nel settembre 2013 accompagnato da 130.000 firme raccolte dall'associazione Luca Coscioni. Tale proposta, che al deputato piddino Alessandro Zan ne ha ispirata una quarta del tutto simile, si presenta snella (appena 4 articoli) ma assai limpida nelle finalità che si propone di conseguire. In parole povere, il ddl d'iniziativa popolare legalizza l'eutanasia anche se, comunque, pone qualche paletto, come il fatto che essa non sia estesa al minore, eccetto nel caso in cui non abbia sottoscritto le Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), e che sia praticabile solo se i parenti e il coniuge del paziente sono stati informati della richiesta di morire di quest'ultimo ed abbiano avuto modo di parlare con lui (articoli 3 4). Tuttavia è l'esperienza internazionale a dirci come simili limitazioni lascino il tempo che trovano dato che un po' tutte le leggi eutanasiche, all'inizio, si pongono come restrittive salvo poi, per opera della magistratura o di qualche ulteriore intervento legislativo, spianare la strada agli scenari più impensabili. Olanda docet, checché ne dica Marco Cappato secondo cui «la legge olandese è più civile di quella italiana». Tornando a noi, la proposta della Luca Coscioni, dal 30 gennaio all'esame delle commissioni Giustizia ed affari sociali della Camera, non si limita ad aprire alla «dolce morte». Introduce anche significative sanzioni per il personale medico e sanitario che non rispettasse la volontà mortifera dei pazienti. Motivo per cui, oltre ad allarmare il mondo pro life, preoccupa gli stessi medici. Lo provano le audizioni in corso in questi giorni. Come quella di Carlo Petrini, Direttore dell'unità di bioetica e presidente del comitato etico dell'Istituto superiore di sanità, il quale intervenendo presso le commissioni riunite si è soffermato proprio sulle conseguenze che una legge sull'eutanasia comporterebbe per il personale medico. In particolare ha tenuto a precisare che «sarebbe inaccettabile non prevedere l'obiezione di coscienza in eventuale normativa». Tanto più che essa trae fondamento giuridico dagli articoli 2 e 3 della Costituzione e che, dopo l'abolizione del servizio di leva obbligatorio, risulta ancora ammessa da ben tre normative: la legge 194 del 1978 sull'aborto procurato, la legge 413 del 1993 sulla sperimentazione animale e la legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita. Quelli di Petrini sono rilievi pertinenti dato che il ddl popolare sull'eutanasia non è che si ponga contro l'obiezione di coscienza dei medici: semplicemente non ne parla. E forse è pure peggio, dato che così un diritto fondamentale viene sostanzialmente abrogato. Staremo a vedere. Nel frattempo, anche i parlamentari pro life non sono stati guardare. Nel febbraio di quest'anno i senatori Gaetano Quagliariello di Idea e Maurizio Gasparri di Forza Italia hanno presentato ben tre disegni di legge contenenti altrettanti punti cruciali: l'esclusione di idratazione e alimentazione dal novero delle terapie, il divieto in assenza di Dat del rappresentante legale di rifiutare o interrompere le cure senza passare dal giudice e, da ultimo, la facoltà del medico di non applicare il biotestamento in caso di inappropriatezza clinica. Sfortunatamente, i ddl di Quagliariello e Gasparri sono subito scomparsi dai radar dei grandi media. L'auspicio è tuttavia che richiami come quelli del dottor Petrini e soprattutto lo choc di vicende come quella di Noa possano ricordare all'opinione pubblica e ancor più ai nostri politici che occorre andarci piano, quando si parla di eutanasia legale. Perché si scherza col fuoco. Giuliano Guzzo
«Wonder Man» (Disney+)
La nuova serie, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, segue Simon Williams, supereroe con identità segreta, alle prese con una carriera da attore e la sorveglianza del Dipartimento per il controllo dei danni. Tra quotidiano e straordinario, lo show intrattiene senza promettere rivoluzioni.
L'idea è ormai sedimentata. I supereroi, la cui narrazione un tempo era appannaggio di pochi e magnifici film, sarebbero stati sfruttati dalla serialità televisiva. Un do ut des, perché la domanda non rimanesse mai senza risposta e perché anche i personaggi minori degli universi fumettistici potessero trovare un loro spazio. Ci sarebbe stata reciprocità, uno scambio consensuale fra il pubblico e la parte creativa. E così, in questi ultimi anni, è stato. Così continuerà ad essere.
Wonder Man, su Disney+ da mercoledì 28 gennaio, sembra portare avanti quel che è iniziato diverse stagioni fa, l'idea ormai sedimentata. Al centro, dunque, non ha alcun personaggio noto. Non ai più. Protagonista dello show è Simon Williams, un ragazzo all'apparenza ordinario, impegnato a intraprendere una carriera da attore. Parrebbe desiderare quello che tanti, come lui, desiderano: un posto nel mondo patinato dello spettacolo, sotto i riflettori, dove il lavoro si possa mescolare al gioco e il gioco al divertimento. Per farlo, parrebbe anche disposto a tutto. Ivi compreso nascondere quel che più lo renderebbe straordinario, i suoi super poteri. Simon Williams, di cui è stato raccontato (ad oggi) solo all'interno dei fumetti, non è un uomo qualunque, ma un supereroe. Un supereroe che il Dipartimento per il Controllo dei Danni, guidato dall'agente P. Cleary, considera alla stregua di una minaccia. Troppo spesso i supereroi si sono ritagliati ruoli che, all'interno della società, non avrebbero dovuto ricoprire. Troppo spesso i media sono andati loro dietro, accecati da quell'abbaglio che il Dipartimento vuole denunciare come tale.Williams abbozza, concentrando ogni energia su di sé, l'occultamento dei poteri e la carriera da attore. Una carriera che potrebbe prendere il volo, qualora il ragazzo riuscisse ad aggiudicarsi la parte del protagonista in un remake d'autore.Wonder Man si muove così, su un binario duplice, sfruttando l'alterità tra identità segreta e identità pubblica. C'è l'uomo, quello semplice e comune, con i drammi e le difficoltà, le gioie e l'evolversi di un quotidiano che in nulla differisce da quello di chi guardi. E c'è il supereroe, messo alle strette da un'istituzione ambigua, che vorrebbe controllarne il potenziale. Non è irrinunciabile e non promette di inaugurare un nuovo filone, una nuova epopea. Però, intrattiene, con quel po' di genuina magia che i supereroi sanno portarsi appresso.
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Secondo il Rapporto Censis-United, quasi metà dei laureati non avrebbe completato gli studi senza la formazione digitale. La flessibilità, l’autonomia nello studio e la possibilità di conciliare lavoro e università spingono sempre più adulti verso le università telematiche.
In Italia, quasi metà dei laureati delle università telematiche ammette che senza la didattica digitale non avrebbe mai conseguito il titolo: il 45,1% non ce l’avrebbe fatta, mentre un ulteriore 39,4% avrebbe impiegato molto più tempo. È il primo dato che emerge dal Rapporto Censis-United sulla formazione digitale, basato su quasi 4.000 laureati delle sette università telematiche associate United nel periodo 2020-2024.
Il quadro che ne viene fuori racconta di un sistema che non sostituisce gli atenei tradizionali, ma li integra. La principale motivazione degli studenti è la flessibilità: il 73,7% ha scelto l’università telematica per conciliare studio e lavoro, e oltre la metà apprezza la gestione autonoma dei tempi di vita. Anche le agevolazioni economiche giocano un ruolo importante: tra chi ne ha usufruito, l’80,6% le considera determinanti nella scelta del percorso.
Il profilo del laureato digitale è chiaro. Più della metà ha completato una laurea triennale, il 53,7% è donna e quasi il 40% ha 46 anni o più. La maggior parte degli iscritti era già occupata al momento dell’iscrizione (75,3%), e quasi la metà proviene da percorsi tecnici o professionali. Significativa anche la presenza territoriale: il 51,2% dei partecipanti risiede nel Mezzogiorno.
L’esperienza di studio è giudicata complessivamente positiva: il 93,4% dei laureati dichiara di essere soddisfatto del percorso intrapreso. Gli aspetti più apprezzati sono la possibilità di conciliare impegni personali e professionali (82,5%) e l’autonomia nello studio (47,7%). Anche l’uso delle tecnologie è valutato positivamente: oltre il 96% ritiene intuitivi i materiali e le piattaforme online, e il 78,4% segnala come vantaggio l’adozione di strumenti avanzati come intelligenza artificiale, metaverso e laboratori virtuali.
Il Rapporto evidenzia inoltre un effetto concreto sul fronte occupazionale. Tra i laureati che hanno trovato o cambiato lavoro entro un anno, il 79,1% ritiene la laurea utile per ottenere un impiego, soprattutto grazie alle competenze acquisite.
In sintesi, la didattica digitale emerge come uno strumento strategico per ampliare l’accesso all’università, ridurre i divari formativi e rafforzare il capitale umano del Paese, confermandosi più di una semplice alternativa: una risposta strutturale alle esigenze di flessibilità e personalizzazione sempre più richieste dagli studenti.
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Il settore italiano degli imballaggi vale 51,3 miliardi e impiega 12.000 addetti. Alla luce del nuovo regolamento europeo PPWR che punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, la filiera chiede strumenti stabili e un tavolo con governo e Parlamento per innovare senza penalizzare competitività e lavoro.
L’Italia dell’imballaggio è un settore solido e innovativo, un pezzo importante del Made in Italy che vale complessivamente 51,3 miliardi di euro, tra produttori di materiali e costruttori di macchine per confezionamento, stampa e converting. Con oltre 17 milioni di tonnellate di produzione nel 2024, pari all’1,7% del Pil, la filiera registra una crescita costante e prevede incrementi stabili anche nei prossimi anni.
Ma mentre i numeri confermano la salute del comparto, la sfida principale resta la transizione verso la sostenibilità. Il nuovo regolamento europeo Packaging and Packaging Waste Regulation (PPWR) punta a ridurre del 15% entro il 2040 i rifiuti da imballaggio, spingendo il settore a trovare un equilibrio tra crescita della domanda e riduzione dell’impatto ambientale.
Proprio su questo tema si è concentrato l’incontro Filiera a confronto: l’Italia dell’imballaggio verso la nuova normativa europea, organizzato al Senato dal senatore Gianluca Cantalamessa con il supporto di Giflex, l’associazione dei produttori di imballaggi flessibili. L’iniziativa ha messo sul tavolo dati, prospettive e richieste del settore, alla luce della nuova regolamentazione europea. «Oggi servono strumenti stabili e applicabili per chi produce, per chi utilizza, per chi recupera e per chi ricicla gli imballaggi. Le imprese non possono lavorare nell’incertezza: devono programmare, investire, innovare», ha dichiarato Alberto Palaveri, presidente di Giflex. «Siamo qui per rafforzare e difendere nel nuovo contesto europeo la leadership della nostra filiera». Il messaggio chiave è chiaro: servono regole praticabili, supportate da investimenti mirati che permettano alle imprese di trasformare gli obiettivi normativi in risultati concreti. La filiera chiede anche di potenziare i sistemi di raccolta e riciclo, compreso il riciclo chimico, e di accompagnare la transizione verso imballaggi innovativi con strumenti capaci di compensare i costi e proteggere la competitività del settore.
Un ruolo centrale è giocato dall’imballaggio flessibile, leggero ed efficiente: pesa in media solo il 2-3% del prodotto contenuto, richiede meno materie prime e genera basse emissioni di CO2, contribuendo così agli obiettivi europei. Il comparto europeo ha registrato nel 2024 un fatturato di 18,8 miliardi di euro e le previsioni per il 2029 stimano una crescita significativa, sia a livello mondiale sia in Europa. In Italia, il flessibile impiega circa 12.000 addetti, produce circa 400.000 tonnellate e fattura oltre 4,3 miliardi di euro. «Il Made in Italy dell’imballaggio è un modello industriale di eccellenza, competitivo e sostenibile», ha sottolineato il senatore Cantalamessa. «L’Europa deve riconoscere chi è avanti, non penalizzarlo con burocrazia e norme rigide uguali per tutti. La riduzione dei rifiuti si ottiene con filiera, dialogo e flessibilità normativa, non con regolazioni ideologiche».
Per affrontare queste sfide, Giflex ha annunciato la volontà di promuovere un tavolo di lavoro di filiera con governo e Parlamento, finalizzato a costruire soluzioni condivise per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi senza compromettere innovazione, crescita e competitività.
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