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2019-06-14
Guzzetti in pensione. Rispuntano i Ds con Massimo D’Alema per le nomine Cdp
Ansa
Intorno al 20 maggio il nome di Donato Iacovone, capo di Ernst & Young Italia, è finito su molti quotidiani. Francesco Profumo, il sostituto di Giuseppe Guzzetti alla guida dell'Acri, avrebbe suggerito il nome del responsabile di Ey al posto di Massimo Tononi al vertice di Cassa depositi e prestiti. La notizia è stata più volte smentita, ma soprattutto messa in congelatore.
La scelta di Tononi di rassegnare le dimissioni per motivi personali e anche per difficoltà di comunicazione con i vertici dei 5 stelle non è più all'ordine del giorno. Probabilmente lo stesso Guzzetti avrebbe fatto capire che non è il momento. Le Fondazioni sono in via di assestamento e dover decidere ora il nome del presidente di Cdp aprirebbe crepe e divergenze all'interno dell'Associazione a cui per statuto compete la scelta del presidente.
Sempre Lettera 43 rivelava che «Tononi, indicato a suo tempo da Guzzetti in sostituzione di Claudio Costamagna, mal sopporta peso e tensioni che quotidianamente si scaricano su Cdp ogni volta che c'è una nomina da fare, vedi il teatrino che si sta consumando sulla controllata Sace. Ed è da parecchio tempo che medita di chiamarsi fuori. L'ultima volta che ciò accadde, lo scorso marzo, la sua determinazione era tale che è dovuto intervenire Guzzetti in persona per convincerlo a restare». Non sappiamo quanto effettivamente il tema politica influisca o quanto le motivazioni siano più di natura personale, fatto sta che l'eventuale lettera di dimissioni non sembra essere stata stracciata.
Se ne riparlerà più avanti e dunque il tema è destinato a tornare di attualità. Anche perché il gioco a incastro è doppiamente complicato. Sia per le divergenze interne tra fondazioni sia per i punti di vista della vecchia corrente dei Ds.
Non è un caso che lo scorso maggio sia spuntato il nome di Iacovone. Come ha prontamente riportato Lettera 43 sarebbe stato Profumo a lanciarlo e l'attuale capo dell'Acri è anche al vertice della fondazione Bruno Kessler, a metà strada tra gli ambienti prodiani e quelli dei Ds, ma anche partecipa alla Fondazione Italianieuropei il cui presidente si chiama Massimo D'alema. Infatti, stando a quanto apprende La Verità, sarebbe proprio l'ex presidente del Consiglio diessino a sostenere la condidatura di Iacovone al vertice di Cdp. Avrebbe perorato la causa in ambienti istituzionali ma anche in alcune redazioni di giornali.
Coincidenza vuole che un mese fa Ernst & Young Italia abbia avviato una attività di collaborazione con la fondazione di D'Alema. Già nel 2017 le due entità aveva collaborato a una tre giorni di approfondimenti su temi internazionali. Ora si riparte sulle stesse tematiche geopolitiche che nulla hanno a che fare con le attività di Cdp o le ambizioni attorno a Iacovone. Ma fa riflettere come l'intellighenzia dei Ds abbia deciso di rialzare la testa. Sarebbe bastato l'addio di Guzzetti per depotenziare il ruolo della tradizione della finanza cattolica che tutti sanno essere più vicina al mondo della Margherita e soprattutto all'eredità di Beniamino Andreatta. Non a caso nel giorno del suo addio Guzzetti ha citato quattro persone: Andreatta, Sergio Mattarella, Romano Prodi e il Papa. Non certo Massimo D'Alema. Così dal momento che a settembre la partita attorno a Cdp potrebbe tornare di attualità è sempre bene capire come la pensano gli storici stakeholder della finanza italiana. Il presidente di Cdp avrà sul tavolo partite sempre più complesse e di importanza strategica. Sarà una poltrona tanto bollente quanto ambita. A oggi il nome di Iacovone non è più sulle colonne dei quotidiani. Mentre ambienti vicini al Mef gradirebbero poco una tale scalata da parte Ey, ricordando ancora oggi gli episodi di Lorenzo Cola nell'affare Digint ai tempi della Finmeccanica di Pier Francesco Guarguaglini e la breve attività di Francesca Immacolata Chaouqui. In realtà, il futuro si deciderà ancora una volta alla corte di Guzzetti e di un'Acri presieduta solo a tempo da Profumo. Se da un lato Carlo Messina è uno dei delfini di Guzzetti e Giovanni Bazoli, ancora deve essere individuato l'altro, quello che si occuperà di cose romane. A meno che Tononi decida di accettare lo scettro.
Claudio Antonelli
Boccia s’insedia a capo della Luiss e per il futuro pensa a Garrone
A metà della prossima settimana l'attuale presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, si autoinsedierà alla presidenza della Luiss, università di Confindustria diretta fino a oggi da Emma Marcegaglia. Il passaggio di consegne è solo il primo passo - a detta degli addetti ai lavori - per quella che ormai in viale dell'Astronomia è già stata soprannominata «la strategia di sopravvivenza di Boccia & co». A un anno dalla scadenza del mandato - la nuova designazione sarà nel marzo 2020 - l'imprenditore campano si prepara a salvare i suoi e a occupare posizioni. La Luiss non sarà l'ultimo avamposto. A quanto pare il candidato su cui hanno iniziato a puntare i bocciani (tra cui il direttore generale, Marcella Panucci, e la vicepresidente, Antonella Mansi) è Edoardo Garrone, patron di Erg, già presidente del consiglio di amministrazione del Sole 24 Ore, quotidiano di viale Monterosa. Al momento sono solo disegni, ma c'è chi fa notare che Garrone ha già iniziato a muoversi da tempo. Basta guardare il nuovo organismo di vigilanza proprio del Sole. Archiviato quello che doveva far dimenticare la stagione dell'ex direttore Roberto Napoletano, (c'era l'ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo), ora nel nuovo appena insediato troviamo Lelio Fornabaio, già nel collegio sindacale proprio di Erg. Non solo. Nella strategia di Boccia ci sarebbe anche il tentativo di conservare il posto da direttore generale per Panucci, ma soprattutto trovare una quadra sulle possibili vicepresidenze.
Giuseppe Pasini, l'apprezzato numero uno della Confindustria bresciana, potrebbe vedersi assicurata una vicepresidenza in quota Lombardia. Come lui un altro nome per un posto da vice è quello di Fabio Storchi, emiliano, molto vicino all'ex patron della Ferrari Luca Cordero Montezemolo. Altri nomi sono quelli di Carlo Robiglio dal Piemonte e di Matteo Zoppas dal Veneto. Nel Lazio scalpita Alessio Rossi, presidente di Confindustria giovani. Per Mansi ci sarebbe invece la riconferma in Confindustria servizi, nonostante il bilancio del 2018 con un buco da 1,2 milioni di euro. In ogni caso la strategia di Boccia potrebbe scontrarsi con le esigenze di rinnovamento che arrivano dal Nord, da Veneto e Lombardia. È noto che Assolombarda abbia il peso maggiore nel mondo confindustriale e che siano in tanti a chiedere a Carlo Bonomi di candidarsi. Il rischio è che Garrone alla fine non abbia i voti. A Sud, tra Campania e Puglia, il peso dell'attuale presidente è modesto al confronto di un suo rivale storico come Antonio Damato.
Sono i primi movimenti, ma danno l'idea dell'agitazione che circola nel gruppo dirigente che ha traghettato Confindustria negli ultimi anni, collezionando più sconfitte che successi. C'è chi fa notare che le scelte di Boccia non hanno portato bene neppure ai suoi referenti politici. Schierò nel dicembre del 2016 tutta Confindustria sul referendum costituzionale e fu sconfitto. Perse di colpo anche il suo cavallo di battaglia politico, cioè Matteo Renzi, ora impantanato nelle sabbie mobili del Pd di Nicola Zingaretti. Persino prima delle elezioni europee, dopo gli avvertimenti dei veneti durante l'assemblea privata, ha deciso di stringere un accordo con il ministro per lo Sviluppo economico, Luigi Di Maio: il leader dei 5 stelle è uscito travolto dalle elezioni europee. Se queste sono le premesse, in viale dell'Astronomia hanno già capito che per Garrone non sarà così facile vincere. A lato di Confindustria continuano i malumori intorno al Sole 24 Ore. In attesa dell'udienza del 12 settembre dove si deciderà il rinvio a giudizio per l'ex direttore Napoletano, il team Boccia starebbe cercando di piazzare un vicedirettore politico, nel quotidiano diretto da Fabio Tamburini. Il nome caldo è quello di Claudio Tito, ora a Repubblica, finito un po' nell'ombra sotto la direzione di Carlo Verdelli. Dentro viale Monterosa non vogliono saperne di esterni, la redazione fa muro, anche per le gravi difficoltà economiche. Il prossimo vicedirettore dovrebbe essere un interno, ovvero Giorgio Santilli.
Alessandro Da Rold
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Per il dopo Massimo Tononi, in supporto a Donato Iacovone di Ey c'è l'ex premier la cui fondazione collabora con lo studio di revisori.Al via le manovre per l'elezione in Confindustria. Il Sole cerca un vicedirettore.Lo speciale contiene due articoliIntorno al 20 maggio il nome di Donato Iacovone, capo di Ernst & Young Italia, è finito su molti quotidiani. Francesco Profumo, il sostituto di Giuseppe Guzzetti alla guida dell'Acri, avrebbe suggerito il nome del responsabile di Ey al posto di Massimo Tononi al vertice di Cassa depositi e prestiti. La notizia è stata più volte smentita, ma soprattutto messa in congelatore. La scelta di Tononi di rassegnare le dimissioni per motivi personali e anche per difficoltà di comunicazione con i vertici dei 5 stelle non è più all'ordine del giorno. Probabilmente lo stesso Guzzetti avrebbe fatto capire che non è il momento. Le Fondazioni sono in via di assestamento e dover decidere ora il nome del presidente di Cdp aprirebbe crepe e divergenze all'interno dell'Associazione a cui per statuto compete la scelta del presidente. Sempre Lettera 43 rivelava che «Tononi, indicato a suo tempo da Guzzetti in sostituzione di Claudio Costamagna, mal sopporta peso e tensioni che quotidianamente si scaricano su Cdp ogni volta che c'è una nomina da fare, vedi il teatrino che si sta consumando sulla controllata Sace. Ed è da parecchio tempo che medita di chiamarsi fuori. L'ultima volta che ciò accadde, lo scorso marzo, la sua determinazione era tale che è dovuto intervenire Guzzetti in persona per convincerlo a restare». Non sappiamo quanto effettivamente il tema politica influisca o quanto le motivazioni siano più di natura personale, fatto sta che l'eventuale lettera di dimissioni non sembra essere stata stracciata. Se ne riparlerà più avanti e dunque il tema è destinato a tornare di attualità. Anche perché il gioco a incastro è doppiamente complicato. Sia per le divergenze interne tra fondazioni sia per i punti di vista della vecchia corrente dei Ds. Non è un caso che lo scorso maggio sia spuntato il nome di Iacovone. Come ha prontamente riportato Lettera 43 sarebbe stato Profumo a lanciarlo e l'attuale capo dell'Acri è anche al vertice della fondazione Bruno Kessler, a metà strada tra gli ambienti prodiani e quelli dei Ds, ma anche partecipa alla Fondazione Italianieuropei il cui presidente si chiama Massimo D'alema. Infatti, stando a quanto apprende La Verità, sarebbe proprio l'ex presidente del Consiglio diessino a sostenere la condidatura di Iacovone al vertice di Cdp. Avrebbe perorato la causa in ambienti istituzionali ma anche in alcune redazioni di giornali. Coincidenza vuole che un mese fa Ernst & Young Italia abbia avviato una attività di collaborazione con la fondazione di D'Alema. Già nel 2017 le due entità aveva collaborato a una tre giorni di approfondimenti su temi internazionali. Ora si riparte sulle stesse tematiche geopolitiche che nulla hanno a che fare con le attività di Cdp o le ambizioni attorno a Iacovone. Ma fa riflettere come l'intellighenzia dei Ds abbia deciso di rialzare la testa. Sarebbe bastato l'addio di Guzzetti per depotenziare il ruolo della tradizione della finanza cattolica che tutti sanno essere più vicina al mondo della Margherita e soprattutto all'eredità di Beniamino Andreatta. Non a caso nel giorno del suo addio Guzzetti ha citato quattro persone: Andreatta, Sergio Mattarella, Romano Prodi e il Papa. Non certo Massimo D'Alema. Così dal momento che a settembre la partita attorno a Cdp potrebbe tornare di attualità è sempre bene capire come la pensano gli storici stakeholder della finanza italiana. Il presidente di Cdp avrà sul tavolo partite sempre più complesse e di importanza strategica. Sarà una poltrona tanto bollente quanto ambita. A oggi il nome di Iacovone non è più sulle colonne dei quotidiani. Mentre ambienti vicini al Mef gradirebbero poco una tale scalata da parte Ey, ricordando ancora oggi gli episodi di Lorenzo Cola nell'affare Digint ai tempi della Finmeccanica di Pier Francesco Guarguaglini e la breve attività di Francesca Immacolata Chaouqui. In realtà, il futuro si deciderà ancora una volta alla corte di Guzzetti e di un'Acri presieduta solo a tempo da Profumo. Se da un lato Carlo Messina è uno dei delfini di Guzzetti e Giovanni Bazoli, ancora deve essere individuato l'altro, quello che si occuperà di cose romane. A meno che Tononi decida di accettare lo scettro. Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guzzetti-in-pensione-rispuntano-i-ds-con-massimo-dalema-per-le-nomine-cdp-2638807007.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="boccia-sinsedia-a-capo-della-luiss-e-per-il-futuro-pensa-a-garrone" data-post-id="2638807007" data-published-at="1777417073" data-use-pagination="False"> Boccia s’insedia a capo della Luiss e per il futuro pensa a Garrone A metà della prossima settimana l'attuale presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, si autoinsedierà alla presidenza della Luiss, università di Confindustria diretta fino a oggi da Emma Marcegaglia. Il passaggio di consegne è solo il primo passo - a detta degli addetti ai lavori - per quella che ormai in viale dell'Astronomia è già stata soprannominata «la strategia di sopravvivenza di Boccia & co». A un anno dalla scadenza del mandato - la nuova designazione sarà nel marzo 2020 - l'imprenditore campano si prepara a salvare i suoi e a occupare posizioni. La Luiss non sarà l'ultimo avamposto. A quanto pare il candidato su cui hanno iniziato a puntare i bocciani (tra cui il direttore generale, Marcella Panucci, e la vicepresidente, Antonella Mansi) è Edoardo Garrone, patron di Erg, già presidente del consiglio di amministrazione del Sole 24 Ore, quotidiano di viale Monterosa. Al momento sono solo disegni, ma c'è chi fa notare che Garrone ha già iniziato a muoversi da tempo. Basta guardare il nuovo organismo di vigilanza proprio del Sole. Archiviato quello che doveva far dimenticare la stagione dell'ex direttore Roberto Napoletano, (c'era l'ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo), ora nel nuovo appena insediato troviamo Lelio Fornabaio, già nel collegio sindacale proprio di Erg. Non solo. Nella strategia di Boccia ci sarebbe anche il tentativo di conservare il posto da direttore generale per Panucci, ma soprattutto trovare una quadra sulle possibili vicepresidenze. Giuseppe Pasini, l'apprezzato numero uno della Confindustria bresciana, potrebbe vedersi assicurata una vicepresidenza in quota Lombardia. Come lui un altro nome per un posto da vice è quello di Fabio Storchi, emiliano, molto vicino all'ex patron della Ferrari Luca Cordero Montezemolo. Altri nomi sono quelli di Carlo Robiglio dal Piemonte e di Matteo Zoppas dal Veneto. Nel Lazio scalpita Alessio Rossi, presidente di Confindustria giovani. Per Mansi ci sarebbe invece la riconferma in Confindustria servizi, nonostante il bilancio del 2018 con un buco da 1,2 milioni di euro. In ogni caso la strategia di Boccia potrebbe scontrarsi con le esigenze di rinnovamento che arrivano dal Nord, da Veneto e Lombardia. È noto che Assolombarda abbia il peso maggiore nel mondo confindustriale e che siano in tanti a chiedere a Carlo Bonomi di candidarsi. Il rischio è che Garrone alla fine non abbia i voti. A Sud, tra Campania e Puglia, il peso dell'attuale presidente è modesto al confronto di un suo rivale storico come Antonio Damato. Sono i primi movimenti, ma danno l'idea dell'agitazione che circola nel gruppo dirigente che ha traghettato Confindustria negli ultimi anni, collezionando più sconfitte che successi. C'è chi fa notare che le scelte di Boccia non hanno portato bene neppure ai suoi referenti politici. Schierò nel dicembre del 2016 tutta Confindustria sul referendum costituzionale e fu sconfitto. Perse di colpo anche il suo cavallo di battaglia politico, cioè Matteo Renzi, ora impantanato nelle sabbie mobili del Pd di Nicola Zingaretti. Persino prima delle elezioni europee, dopo gli avvertimenti dei veneti durante l'assemblea privata, ha deciso di stringere un accordo con il ministro per lo Sviluppo economico, Luigi Di Maio: il leader dei 5 stelle è uscito travolto dalle elezioni europee. Se queste sono le premesse, in viale dell'Astronomia hanno già capito che per Garrone non sarà così facile vincere. A lato di Confindustria continuano i malumori intorno al Sole 24 Ore. In attesa dell'udienza del 12 settembre dove si deciderà il rinvio a giudizio per l'ex direttore Napoletano, il team Boccia starebbe cercando di piazzare un vicedirettore politico, nel quotidiano diretto da Fabio Tamburini. Il nome caldo è quello di Claudio Tito, ora a Repubblica, finito un po' nell'ombra sotto la direzione di Carlo Verdelli. Dentro viale Monterosa non vogliono saperne di esterni, la redazione fa muro, anche per le gravi difficoltà economiche. Il prossimo vicedirettore dovrebbe essere un interno, ovvero Giorgio Santilli. Alessandro Da Rold
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.