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2019-06-14
Guzzetti in pensione. Rispuntano i Ds con Massimo D’Alema per le nomine Cdp
Ansa
Intorno al 20 maggio il nome di Donato Iacovone, capo di Ernst & Young Italia, è finito su molti quotidiani. Francesco Profumo, il sostituto di Giuseppe Guzzetti alla guida dell'Acri, avrebbe suggerito il nome del responsabile di Ey al posto di Massimo Tononi al vertice di Cassa depositi e prestiti. La notizia è stata più volte smentita, ma soprattutto messa in congelatore.
La scelta di Tononi di rassegnare le dimissioni per motivi personali e anche per difficoltà di comunicazione con i vertici dei 5 stelle non è più all'ordine del giorno. Probabilmente lo stesso Guzzetti avrebbe fatto capire che non è il momento. Le Fondazioni sono in via di assestamento e dover decidere ora il nome del presidente di Cdp aprirebbe crepe e divergenze all'interno dell'Associazione a cui per statuto compete la scelta del presidente.
Sempre Lettera 43 rivelava che «Tononi, indicato a suo tempo da Guzzetti in sostituzione di Claudio Costamagna, mal sopporta peso e tensioni che quotidianamente si scaricano su Cdp ogni volta che c'è una nomina da fare, vedi il teatrino che si sta consumando sulla controllata Sace. Ed è da parecchio tempo che medita di chiamarsi fuori. L'ultima volta che ciò accadde, lo scorso marzo, la sua determinazione era tale che è dovuto intervenire Guzzetti in persona per convincerlo a restare». Non sappiamo quanto effettivamente il tema politica influisca o quanto le motivazioni siano più di natura personale, fatto sta che l'eventuale lettera di dimissioni non sembra essere stata stracciata.
Se ne riparlerà più avanti e dunque il tema è destinato a tornare di attualità. Anche perché il gioco a incastro è doppiamente complicato. Sia per le divergenze interne tra fondazioni sia per i punti di vista della vecchia corrente dei Ds.
Non è un caso che lo scorso maggio sia spuntato il nome di Iacovone. Come ha prontamente riportato Lettera 43 sarebbe stato Profumo a lanciarlo e l'attuale capo dell'Acri è anche al vertice della fondazione Bruno Kessler, a metà strada tra gli ambienti prodiani e quelli dei Ds, ma anche partecipa alla Fondazione Italianieuropei il cui presidente si chiama Massimo D'alema. Infatti, stando a quanto apprende La Verità, sarebbe proprio l'ex presidente del Consiglio diessino a sostenere la condidatura di Iacovone al vertice di Cdp. Avrebbe perorato la causa in ambienti istituzionali ma anche in alcune redazioni di giornali.
Coincidenza vuole che un mese fa Ernst & Young Italia abbia avviato una attività di collaborazione con la fondazione di D'Alema. Già nel 2017 le due entità aveva collaborato a una tre giorni di approfondimenti su temi internazionali. Ora si riparte sulle stesse tematiche geopolitiche che nulla hanno a che fare con le attività di Cdp o le ambizioni attorno a Iacovone. Ma fa riflettere come l'intellighenzia dei Ds abbia deciso di rialzare la testa. Sarebbe bastato l'addio di Guzzetti per depotenziare il ruolo della tradizione della finanza cattolica che tutti sanno essere più vicina al mondo della Margherita e soprattutto all'eredità di Beniamino Andreatta. Non a caso nel giorno del suo addio Guzzetti ha citato quattro persone: Andreatta, Sergio Mattarella, Romano Prodi e il Papa. Non certo Massimo D'Alema. Così dal momento che a settembre la partita attorno a Cdp potrebbe tornare di attualità è sempre bene capire come la pensano gli storici stakeholder della finanza italiana. Il presidente di Cdp avrà sul tavolo partite sempre più complesse e di importanza strategica. Sarà una poltrona tanto bollente quanto ambita. A oggi il nome di Iacovone non è più sulle colonne dei quotidiani. Mentre ambienti vicini al Mef gradirebbero poco una tale scalata da parte Ey, ricordando ancora oggi gli episodi di Lorenzo Cola nell'affare Digint ai tempi della Finmeccanica di Pier Francesco Guarguaglini e la breve attività di Francesca Immacolata Chaouqui. In realtà, il futuro si deciderà ancora una volta alla corte di Guzzetti e di un'Acri presieduta solo a tempo da Profumo. Se da un lato Carlo Messina è uno dei delfini di Guzzetti e Giovanni Bazoli, ancora deve essere individuato l'altro, quello che si occuperà di cose romane. A meno che Tononi decida di accettare lo scettro.
Claudio Antonelli
Boccia s’insedia a capo della Luiss e per il futuro pensa a Garrone
A metà della prossima settimana l'attuale presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, si autoinsedierà alla presidenza della Luiss, università di Confindustria diretta fino a oggi da Emma Marcegaglia. Il passaggio di consegne è solo il primo passo - a detta degli addetti ai lavori - per quella che ormai in viale dell'Astronomia è già stata soprannominata «la strategia di sopravvivenza di Boccia & co». A un anno dalla scadenza del mandato - la nuova designazione sarà nel marzo 2020 - l'imprenditore campano si prepara a salvare i suoi e a occupare posizioni. La Luiss non sarà l'ultimo avamposto. A quanto pare il candidato su cui hanno iniziato a puntare i bocciani (tra cui il direttore generale, Marcella Panucci, e la vicepresidente, Antonella Mansi) è Edoardo Garrone, patron di Erg, già presidente del consiglio di amministrazione del Sole 24 Ore, quotidiano di viale Monterosa. Al momento sono solo disegni, ma c'è chi fa notare che Garrone ha già iniziato a muoversi da tempo. Basta guardare il nuovo organismo di vigilanza proprio del Sole. Archiviato quello che doveva far dimenticare la stagione dell'ex direttore Roberto Napoletano, (c'era l'ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo), ora nel nuovo appena insediato troviamo Lelio Fornabaio, già nel collegio sindacale proprio di Erg. Non solo. Nella strategia di Boccia ci sarebbe anche il tentativo di conservare il posto da direttore generale per Panucci, ma soprattutto trovare una quadra sulle possibili vicepresidenze.
Giuseppe Pasini, l'apprezzato numero uno della Confindustria bresciana, potrebbe vedersi assicurata una vicepresidenza in quota Lombardia. Come lui un altro nome per un posto da vice è quello di Fabio Storchi, emiliano, molto vicino all'ex patron della Ferrari Luca Cordero Montezemolo. Altri nomi sono quelli di Carlo Robiglio dal Piemonte e di Matteo Zoppas dal Veneto. Nel Lazio scalpita Alessio Rossi, presidente di Confindustria giovani. Per Mansi ci sarebbe invece la riconferma in Confindustria servizi, nonostante il bilancio del 2018 con un buco da 1,2 milioni di euro. In ogni caso la strategia di Boccia potrebbe scontrarsi con le esigenze di rinnovamento che arrivano dal Nord, da Veneto e Lombardia. È noto che Assolombarda abbia il peso maggiore nel mondo confindustriale e che siano in tanti a chiedere a Carlo Bonomi di candidarsi. Il rischio è che Garrone alla fine non abbia i voti. A Sud, tra Campania e Puglia, il peso dell'attuale presidente è modesto al confronto di un suo rivale storico come Antonio Damato.
Sono i primi movimenti, ma danno l'idea dell'agitazione che circola nel gruppo dirigente che ha traghettato Confindustria negli ultimi anni, collezionando più sconfitte che successi. C'è chi fa notare che le scelte di Boccia non hanno portato bene neppure ai suoi referenti politici. Schierò nel dicembre del 2016 tutta Confindustria sul referendum costituzionale e fu sconfitto. Perse di colpo anche il suo cavallo di battaglia politico, cioè Matteo Renzi, ora impantanato nelle sabbie mobili del Pd di Nicola Zingaretti. Persino prima delle elezioni europee, dopo gli avvertimenti dei veneti durante l'assemblea privata, ha deciso di stringere un accordo con il ministro per lo Sviluppo economico, Luigi Di Maio: il leader dei 5 stelle è uscito travolto dalle elezioni europee. Se queste sono le premesse, in viale dell'Astronomia hanno già capito che per Garrone non sarà così facile vincere. A lato di Confindustria continuano i malumori intorno al Sole 24 Ore. In attesa dell'udienza del 12 settembre dove si deciderà il rinvio a giudizio per l'ex direttore Napoletano, il team Boccia starebbe cercando di piazzare un vicedirettore politico, nel quotidiano diretto da Fabio Tamburini. Il nome caldo è quello di Claudio Tito, ora a Repubblica, finito un po' nell'ombra sotto la direzione di Carlo Verdelli. Dentro viale Monterosa non vogliono saperne di esterni, la redazione fa muro, anche per le gravi difficoltà economiche. Il prossimo vicedirettore dovrebbe essere un interno, ovvero Giorgio Santilli.
Alessandro Da Rold
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Per il dopo Massimo Tononi, in supporto a Donato Iacovone di Ey c'è l'ex premier la cui fondazione collabora con lo studio di revisori.Al via le manovre per l'elezione in Confindustria. Il Sole cerca un vicedirettore.Lo speciale contiene due articoliIntorno al 20 maggio il nome di Donato Iacovone, capo di Ernst & Young Italia, è finito su molti quotidiani. Francesco Profumo, il sostituto di Giuseppe Guzzetti alla guida dell'Acri, avrebbe suggerito il nome del responsabile di Ey al posto di Massimo Tononi al vertice di Cassa depositi e prestiti. La notizia è stata più volte smentita, ma soprattutto messa in congelatore. La scelta di Tononi di rassegnare le dimissioni per motivi personali e anche per difficoltà di comunicazione con i vertici dei 5 stelle non è più all'ordine del giorno. Probabilmente lo stesso Guzzetti avrebbe fatto capire che non è il momento. Le Fondazioni sono in via di assestamento e dover decidere ora il nome del presidente di Cdp aprirebbe crepe e divergenze all'interno dell'Associazione a cui per statuto compete la scelta del presidente. Sempre Lettera 43 rivelava che «Tononi, indicato a suo tempo da Guzzetti in sostituzione di Claudio Costamagna, mal sopporta peso e tensioni che quotidianamente si scaricano su Cdp ogni volta che c'è una nomina da fare, vedi il teatrino che si sta consumando sulla controllata Sace. Ed è da parecchio tempo che medita di chiamarsi fuori. L'ultima volta che ciò accadde, lo scorso marzo, la sua determinazione era tale che è dovuto intervenire Guzzetti in persona per convincerlo a restare». Non sappiamo quanto effettivamente il tema politica influisca o quanto le motivazioni siano più di natura personale, fatto sta che l'eventuale lettera di dimissioni non sembra essere stata stracciata. Se ne riparlerà più avanti e dunque il tema è destinato a tornare di attualità. Anche perché il gioco a incastro è doppiamente complicato. Sia per le divergenze interne tra fondazioni sia per i punti di vista della vecchia corrente dei Ds. Non è un caso che lo scorso maggio sia spuntato il nome di Iacovone. Come ha prontamente riportato Lettera 43 sarebbe stato Profumo a lanciarlo e l'attuale capo dell'Acri è anche al vertice della fondazione Bruno Kessler, a metà strada tra gli ambienti prodiani e quelli dei Ds, ma anche partecipa alla Fondazione Italianieuropei il cui presidente si chiama Massimo D'alema. Infatti, stando a quanto apprende La Verità, sarebbe proprio l'ex presidente del Consiglio diessino a sostenere la condidatura di Iacovone al vertice di Cdp. Avrebbe perorato la causa in ambienti istituzionali ma anche in alcune redazioni di giornali. Coincidenza vuole che un mese fa Ernst & Young Italia abbia avviato una attività di collaborazione con la fondazione di D'Alema. Già nel 2017 le due entità aveva collaborato a una tre giorni di approfondimenti su temi internazionali. Ora si riparte sulle stesse tematiche geopolitiche che nulla hanno a che fare con le attività di Cdp o le ambizioni attorno a Iacovone. Ma fa riflettere come l'intellighenzia dei Ds abbia deciso di rialzare la testa. Sarebbe bastato l'addio di Guzzetti per depotenziare il ruolo della tradizione della finanza cattolica che tutti sanno essere più vicina al mondo della Margherita e soprattutto all'eredità di Beniamino Andreatta. Non a caso nel giorno del suo addio Guzzetti ha citato quattro persone: Andreatta, Sergio Mattarella, Romano Prodi e il Papa. Non certo Massimo D'Alema. Così dal momento che a settembre la partita attorno a Cdp potrebbe tornare di attualità è sempre bene capire come la pensano gli storici stakeholder della finanza italiana. Il presidente di Cdp avrà sul tavolo partite sempre più complesse e di importanza strategica. Sarà una poltrona tanto bollente quanto ambita. A oggi il nome di Iacovone non è più sulle colonne dei quotidiani. Mentre ambienti vicini al Mef gradirebbero poco una tale scalata da parte Ey, ricordando ancora oggi gli episodi di Lorenzo Cola nell'affare Digint ai tempi della Finmeccanica di Pier Francesco Guarguaglini e la breve attività di Francesca Immacolata Chaouqui. In realtà, il futuro si deciderà ancora una volta alla corte di Guzzetti e di un'Acri presieduta solo a tempo da Profumo. Se da un lato Carlo Messina è uno dei delfini di Guzzetti e Giovanni Bazoli, ancora deve essere individuato l'altro, quello che si occuperà di cose romane. A meno che Tononi decida di accettare lo scettro. Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guzzetti-in-pensione-rispuntano-i-ds-con-massimo-dalema-per-le-nomine-cdp-2638807007.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="boccia-sinsedia-a-capo-della-luiss-e-per-il-futuro-pensa-a-garrone" data-post-id="2638807007" data-published-at="1781745853" data-use-pagination="False"> Boccia s’insedia a capo della Luiss e per il futuro pensa a Garrone A metà della prossima settimana l'attuale presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, si autoinsedierà alla presidenza della Luiss, università di Confindustria diretta fino a oggi da Emma Marcegaglia. Il passaggio di consegne è solo il primo passo - a detta degli addetti ai lavori - per quella che ormai in viale dell'Astronomia è già stata soprannominata «la strategia di sopravvivenza di Boccia & co». A un anno dalla scadenza del mandato - la nuova designazione sarà nel marzo 2020 - l'imprenditore campano si prepara a salvare i suoi e a occupare posizioni. La Luiss non sarà l'ultimo avamposto. A quanto pare il candidato su cui hanno iniziato a puntare i bocciani (tra cui il direttore generale, Marcella Panucci, e la vicepresidente, Antonella Mansi) è Edoardo Garrone, patron di Erg, già presidente del consiglio di amministrazione del Sole 24 Ore, quotidiano di viale Monterosa. Al momento sono solo disegni, ma c'è chi fa notare che Garrone ha già iniziato a muoversi da tempo. Basta guardare il nuovo organismo di vigilanza proprio del Sole. Archiviato quello che doveva far dimenticare la stagione dell'ex direttore Roberto Napoletano, (c'era l'ex pm di Mani pulite Gherardo Colombo), ora nel nuovo appena insediato troviamo Lelio Fornabaio, già nel collegio sindacale proprio di Erg. Non solo. Nella strategia di Boccia ci sarebbe anche il tentativo di conservare il posto da direttore generale per Panucci, ma soprattutto trovare una quadra sulle possibili vicepresidenze. Giuseppe Pasini, l'apprezzato numero uno della Confindustria bresciana, potrebbe vedersi assicurata una vicepresidenza in quota Lombardia. Come lui un altro nome per un posto da vice è quello di Fabio Storchi, emiliano, molto vicino all'ex patron della Ferrari Luca Cordero Montezemolo. Altri nomi sono quelli di Carlo Robiglio dal Piemonte e di Matteo Zoppas dal Veneto. Nel Lazio scalpita Alessio Rossi, presidente di Confindustria giovani. Per Mansi ci sarebbe invece la riconferma in Confindustria servizi, nonostante il bilancio del 2018 con un buco da 1,2 milioni di euro. In ogni caso la strategia di Boccia potrebbe scontrarsi con le esigenze di rinnovamento che arrivano dal Nord, da Veneto e Lombardia. È noto che Assolombarda abbia il peso maggiore nel mondo confindustriale e che siano in tanti a chiedere a Carlo Bonomi di candidarsi. Il rischio è che Garrone alla fine non abbia i voti. A Sud, tra Campania e Puglia, il peso dell'attuale presidente è modesto al confronto di un suo rivale storico come Antonio Damato. Sono i primi movimenti, ma danno l'idea dell'agitazione che circola nel gruppo dirigente che ha traghettato Confindustria negli ultimi anni, collezionando più sconfitte che successi. C'è chi fa notare che le scelte di Boccia non hanno portato bene neppure ai suoi referenti politici. Schierò nel dicembre del 2016 tutta Confindustria sul referendum costituzionale e fu sconfitto. Perse di colpo anche il suo cavallo di battaglia politico, cioè Matteo Renzi, ora impantanato nelle sabbie mobili del Pd di Nicola Zingaretti. Persino prima delle elezioni europee, dopo gli avvertimenti dei veneti durante l'assemblea privata, ha deciso di stringere un accordo con il ministro per lo Sviluppo economico, Luigi Di Maio: il leader dei 5 stelle è uscito travolto dalle elezioni europee. Se queste sono le premesse, in viale dell'Astronomia hanno già capito che per Garrone non sarà così facile vincere. A lato di Confindustria continuano i malumori intorno al Sole 24 Ore. In attesa dell'udienza del 12 settembre dove si deciderà il rinvio a giudizio per l'ex direttore Napoletano, il team Boccia starebbe cercando di piazzare un vicedirettore politico, nel quotidiano diretto da Fabio Tamburini. Il nome caldo è quello di Claudio Tito, ora a Repubblica, finito un po' nell'ombra sotto la direzione di Carlo Verdelli. Dentro viale Monterosa non vogliono saperne di esterni, la redazione fa muro, anche per le gravi difficoltà economiche. Il prossimo vicedirettore dovrebbe essere un interno, ovvero Giorgio Santilli. Alessandro Da Rold
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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