True
2023-01-19
Precipita elicottero, decapitato ministero dell’Interno ucraino
(Ansa)
Un terribile schianto che ha «decapitato» il ministero degli Interni ucraino e provocato vittime anche tra i civili che accompagnavano all’asilo i propri figli. Era in viaggio verso Kharkiv l’elicottero caduto a Brovary, nella zona di Kiev, sul quale si trovava il ministro dell’Interno Denys Monastyrskyi. Con lui viaggiavano e hanno trovato la morte anche il suo primo vice Yevgeny Yenin, il segretario di Stato del ministero degli Affari interni Yuriy Lubkovich, il vice capo del servizio di patrocinio del ministero degli Affari interni Tetyana Shutyak, il capo della protezione del dipartimento di sicurezza interna della polizia nazionale, il tenente colonnello Mykhailo Pavlushko e l’ispettore capo del dipartimento della comunicazione del ministero degli Affari interni Mykola Anatskyi.
Il velivolo, che si è schiantato vicino a un asilo in un sobborgo della capitale, era atteso da Volodymyr Tymoshko, capo della direzione principale della polizia nazionale di Kharkiv, che avrebbe dovuto incontrare i funzionari. Erano genitori che portavano i bambini alla scuola dell’infanzia, invece, nove dei morti sul totale delle 18 vittime accertate. Al momento non si conoscono le cause dell’incidente e gli investigatori stanno setacciando la scena, che sembra riportare a un tragico incidente: i funzionari ucraini generalmente volano a bassa quota per evitare i missili nemici e stamattina era particolarmente nebbioso. Il presidente Zelensky, in un accorato ricordo della tragedia, ha voluto sottolineare come questa non sia da considerarsi un incidente, «ma un risultato della guerra».
I servizi ucraini di sicurezza interna (Sbu), incaricati dallo stesso Zelensky di fare chiarezza, stanno comunque valutando «diverse versioni della tragedia», fra cui una violazione delle regole di volo, un malfunzionamento tecnico e un sabotaggio intenzionale. I testimoni presenti avrebbero udito una forte esplosione e poi avrebbero visto «come l’elicottero abbia volteggiato più volte in aria e solo allora sia caduto». L’elicottero coinvolto è un Ec-225 Super Puma, un modello utilizzato per il trasporto passeggeri a lungo raggio.
Il governo ucraino ha provveduto a nominare il capo della polizia nazionale, Ihor Klymenko , come nuovo ministro dell’Interno ad interim. «Dopo la discussione con il Parlamento, ci sarà una proposta per la nomina di un nuovo capo del dipartimento. Il ministero dell’Interno è uno degli anelli fondamentali per la sicurezza del nostro Paese e, quindi, sono in atto i protocolli necessari per tenere sotto controllo tutti i processi», ha annunciato il primo ministro ucraino Denys Shmygal. Nel frattempo, i colloqui tra Mosca e Kiev appaiono sempre più lontani. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha escluso la possibilità di colloqui con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Non si può parlare di negoziati con Zelensky, perché ha vietato legalmente i negoziati con il governo russo», ha dichiarato Lavrov.
Lavrov ha, poi, lanciato una «stoccata» anche all’Italia. «È stata una sorpresa per noi vedere l’Italia diventare rapidamente uno dei leader nel fronte anti Russia», ha detto. Lavrov si è detto convinto che «il modo in cui l’Italia reagisce, riflette la linea di confronto aggressivo imposta all’Europa, piuttosto che gli interessi del popolo italiano. Al popolo italiano non interessa tagliare tutti i canali». È tornato a parlare di armamenti il cancelliere tedesco Olaf Scholz. «Per far finire la guerra in Ucraina, l’aggressione della Russia deve fallire», ha detto Scholz, ricordando che «stiamo supportando Kiev con grandi quantità di armi».
Il cancelliere, che ha elencato gli aiuti ad oggi inviati, come «i sistemi di difesa Iris-T o i Patriot, artiglieria, infanteria armata, velivoli», non ha però mai citato i carri armati Leopard, nonostante le pressioni del Parlamento europeo. Il governo tedesco continua a mostrarsi riluttante sulla questione, sebbene la Polonia prema per avere il permesso di inviare i carrarmati a Kiev (la Germania, come produttore, deve concedere la sua autorizzazione a chi ha acquistato i Leopard). Anche nel corposo pacchetto di aiuti a Kiev che gli Usa annunceranno nei prossimi giorni, non sarebbero compresi carri armati. Il segretario generale Nato, Jens Stoltenberg , ha chiarito che il focus tra i Paesi dell’Alleanza «non sarà su cosa gli Usa forniranno ma se la Germania rinuncerà alla sua opposizione a mandare i Leopard o almeno darà il via libera alla fornitura da parte dei Paesi alleati».
Per Stoltenberg la guerra è «a un punto di svolta» ed è necessario «fornire nuovi mezzi pesanti e moderni». Il segretario generale ha delineato con precisione il futuro dell’Ucraina, assicurando che questa «diventerà un Paese membro dell’Alleanza». «Prima, però, l’Ucraina deve vincere la guerra e se vogliamo che l’Ucraina vinca ha bisogno del nostro sostegno militare. È pericoloso sottovalutare la Russia, stanno pianificando nuove offensive», ha aggiunto. «La tirannia avanza più velocemente delle democrazie e occorre essere veloci nel prendere decisioni per aiutare gli ucraini», era stato, poco prima, l’appello del presidente Zelensky al World Economic Forum di Davos.
Zelensky, intanto, continua a ricercare l’appoggio della Cina ed ha scritto una lettera al suo omologo cinese Xi Jinping per «dialogare». Lo ha annunciato la moglie Olena Zelenska, che ha consegnato la missiva alla delegazione cinese presente al Forum di Davos, guidata dal vice premier Liu He. Zelenska ha dichiarato di «sperare sinceramente che ci sia una risposta a questo invito».
L’ex consigliere di Zelensky finisce schedato e umiliato
Kiev non perdona Oleksiy Arestovych, l’ormai ex consigliere di Volodymyr Zelensky e figura apicale della comunicazione istituzionale dell’Ucraina.
Il fedelissimo del presidente si è dimesso martedì scorso, dopo aver affermato che il missile russo che sabato ha provocato una strage in un condominio di Dnipro era caduto sull’edificio perché deviato dalla contraerea ucraina. L’affermazione aveva subito scatenato gli attacchi contro Arestovych, a partire da quello del sindaco di Dnipro, Boris Filatov, che lo aveva accusato di essere «un narcisista con una pattumiera al posto della bocca», mentre il Kyiv Independent ha parlato di «affermazioni false», definendo l’ex consigliere come un personaggio «controverso». Ma, puntuale, dopo la purga ufficiale, per Arestovych è arrivata anche la consueta schedatura nell’archivio dei «nemici della nazione ucraina». L’uomo è stato, infatti, aggiunto nel famigerato sito «Myrotvorets» affiliato al ministero degli Interni di Kiev, che raccoglie e pubblica dal 2014 i dati sensibili di chiunque venga considerato un nemico dal governo. Identità, indirizzo, foto, numeri di telefono, link dei profili social possono essere consultati in ogni momento.
Le informazioni sui «nemici dell’Ucraina» vengono caricate grazie ai dati raccolti dai servizi segreti e persino tramite le segnalazioni fornite dai civili privatamente.
Tra le accuse nel profilo di Arestovych si legge: «Provocatore professionista. Attuatore del sabotaggio dell’informazione pubblica a favore degli invasori russi». Come ulteriore marchio d’infamia, è stata allegata alla sua scheda una vecchia fotografia che ritrae l’ex consigliere con parrucca e trucco da donna (risalente alla sua precedente carriera da attore). Un’immagine che sottintenderebbe, per i compilatori del database, l’omosessualità di Arestovych (il quale, al contrario, in passato aveva definito le persone gay come «deviate e con disabilità», da trattare «con compassione»).
Tutti elementi che fanno ben capire, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto sia fuorviante la narrativa mainstream che dall’inizio della guerra dipinge l’Ucraina come una moderna democrazia poggiante sui valori occidentali e con le carte in regola per aderire, bruciando le tappe, nell’Unione europea. Processo che, in teoria, dovrebbe essere assoggettato al raggiungimento del Paese richiedente di standard minimi, oggettivamente lontani anni luce dalla realtà ucraina. Eppure, solo pochi giorni fa, Ursula von der Leyen dichiarava: «L’Ucraina ha un’ambizione e una rapidità impressionanti. Per sostenere quel processo (di adesione, ndr), il collegio dei commissari visiterà il Paese all’inizio di febbraio. Sono circa 18-20 i punti sui quali stiamo già lavorando».
Sì, perché se qualsiasi Paese che voglia entrare a far parte dell’Ue deve soddisfare i criteri dello Stato di diritto, rispettare i diritti umani e tutelare le minoranze, l’Ucraina può, tra le altre cose (come l’appoggio istituzionale a milizie neonaziste), continuare a perseguire i «nemici della nazione».
Giova ricordare che tra i soggetti inseriti sul sito «Myrotvorets» ci furono dissidenti politici uccisi dopo la pubblicazione dei loro indirizzi di casa. E appaiono anche circa 4.000 giornalisti, da tutto il mondo. Tra questi, il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli, ucciso il 24 maggio 2014 nel Donbass in circostanze controverse e mai chiarite. Per la sua morte fu condannato in primo grado nel 2019 Vitaly Markiv, un militare della guardia nazionale ucraina, poi assolto. Sopra la foto del defunto Rocchelli su «Myrotvorets», campeggia ancora la macabra scritta rossa «liquidato».
Continua a leggereRiduci
Il velivolo è caduto vicino Kiev, vittime anche tra i civili. Sergei Lavrov avverte l’Italia: «Sorpresi che sia leader del fronte anti Russia».Dopo la purga, il consigliere di Zelensky Oleksiy Arestovych è stato inserito nelle liste di proscrizione del sito «Myrotvorets». Ritratto in una foto dove è vestito da donna.Lo speciale contiene due articoli.Un terribile schianto che ha «decapitato» il ministero degli Interni ucraino e provocato vittime anche tra i civili che accompagnavano all’asilo i propri figli. Era in viaggio verso Kharkiv l’elicottero caduto a Brovary, nella zona di Kiev, sul quale si trovava il ministro dell’Interno Denys Monastyrskyi. Con lui viaggiavano e hanno trovato la morte anche il suo primo vice Yevgeny Yenin, il segretario di Stato del ministero degli Affari interni Yuriy Lubkovich, il vice capo del servizio di patrocinio del ministero degli Affari interni Tetyana Shutyak, il capo della protezione del dipartimento di sicurezza interna della polizia nazionale, il tenente colonnello Mykhailo Pavlushko e l’ispettore capo del dipartimento della comunicazione del ministero degli Affari interni Mykola Anatskyi.Il velivolo, che si è schiantato vicino a un asilo in un sobborgo della capitale, era atteso da Volodymyr Tymoshko, capo della direzione principale della polizia nazionale di Kharkiv, che avrebbe dovuto incontrare i funzionari. Erano genitori che portavano i bambini alla scuola dell’infanzia, invece, nove dei morti sul totale delle 18 vittime accertate. Al momento non si conoscono le cause dell’incidente e gli investigatori stanno setacciando la scena, che sembra riportare a un tragico incidente: i funzionari ucraini generalmente volano a bassa quota per evitare i missili nemici e stamattina era particolarmente nebbioso. Il presidente Zelensky, in un accorato ricordo della tragedia, ha voluto sottolineare come questa non sia da considerarsi un incidente, «ma un risultato della guerra».I servizi ucraini di sicurezza interna (Sbu), incaricati dallo stesso Zelensky di fare chiarezza, stanno comunque valutando «diverse versioni della tragedia», fra cui una violazione delle regole di volo, un malfunzionamento tecnico e un sabotaggio intenzionale. I testimoni presenti avrebbero udito una forte esplosione e poi avrebbero visto «come l’elicottero abbia volteggiato più volte in aria e solo allora sia caduto». L’elicottero coinvolto è un Ec-225 Super Puma, un modello utilizzato per il trasporto passeggeri a lungo raggio.Il governo ucraino ha provveduto a nominare il capo della polizia nazionale, Ihor Klymenko , come nuovo ministro dell’Interno ad interim. «Dopo la discussione con il Parlamento, ci sarà una proposta per la nomina di un nuovo capo del dipartimento. Il ministero dell’Interno è uno degli anelli fondamentali per la sicurezza del nostro Paese e, quindi, sono in atto i protocolli necessari per tenere sotto controllo tutti i processi», ha annunciato il primo ministro ucraino Denys Shmygal. Nel frattempo, i colloqui tra Mosca e Kiev appaiono sempre più lontani. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha escluso la possibilità di colloqui con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Non si può parlare di negoziati con Zelensky, perché ha vietato legalmente i negoziati con il governo russo», ha dichiarato Lavrov. Lavrov ha, poi, lanciato una «stoccata» anche all’Italia. «È stata una sorpresa per noi vedere l’Italia diventare rapidamente uno dei leader nel fronte anti Russia», ha detto. Lavrov si è detto convinto che «il modo in cui l’Italia reagisce, riflette la linea di confronto aggressivo imposta all’Europa, piuttosto che gli interessi del popolo italiano. Al popolo italiano non interessa tagliare tutti i canali». È tornato a parlare di armamenti il cancelliere tedesco Olaf Scholz. «Per far finire la guerra in Ucraina, l’aggressione della Russia deve fallire», ha detto Scholz, ricordando che «stiamo supportando Kiev con grandi quantità di armi».Il cancelliere, che ha elencato gli aiuti ad oggi inviati, come «i sistemi di difesa Iris-T o i Patriot, artiglieria, infanteria armata, velivoli», non ha però mai citato i carri armati Leopard, nonostante le pressioni del Parlamento europeo. Il governo tedesco continua a mostrarsi riluttante sulla questione, sebbene la Polonia prema per avere il permesso di inviare i carrarmati a Kiev (la Germania, come produttore, deve concedere la sua autorizzazione a chi ha acquistato i Leopard). Anche nel corposo pacchetto di aiuti a Kiev che gli Usa annunceranno nei prossimi giorni, non sarebbero compresi carri armati. Il segretario generale Nato, Jens Stoltenberg , ha chiarito che il focus tra i Paesi dell’Alleanza «non sarà su cosa gli Usa forniranno ma se la Germania rinuncerà alla sua opposizione a mandare i Leopard o almeno darà il via libera alla fornitura da parte dei Paesi alleati».Per Stoltenberg la guerra è «a un punto di svolta» ed è necessario «fornire nuovi mezzi pesanti e moderni». Il segretario generale ha delineato con precisione il futuro dell’Ucraina, assicurando che questa «diventerà un Paese membro dell’Alleanza». «Prima, però, l’Ucraina deve vincere la guerra e se vogliamo che l’Ucraina vinca ha bisogno del nostro sostegno militare. È pericoloso sottovalutare la Russia, stanno pianificando nuove offensive», ha aggiunto. «La tirannia avanza più velocemente delle democrazie e occorre essere veloci nel prendere decisioni per aiutare gli ucraini», era stato, poco prima, l’appello del presidente Zelensky al World Economic Forum di Davos.Zelensky, intanto, continua a ricercare l’appoggio della Cina ed ha scritto una lettera al suo omologo cinese Xi Jinping per «dialogare». Lo ha annunciato la moglie Olena Zelenska, che ha consegnato la missiva alla delegazione cinese presente al Forum di Davos, guidata dal vice premier Liu He. Zelenska ha dichiarato di «sperare sinceramente che ci sia una risposta a questo invito».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guerra-ucraina-2659279374.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lex-consigliere-di-zelensky-finisce-schedato-e-umiliato" data-post-id="2659279374" data-published-at="1674133298" data-use-pagination="False"> L’ex consigliere di Zelensky finisce schedato e umiliato Kiev non perdona Oleksiy Arestovych, l’ormai ex consigliere di Volodymyr Zelensky e figura apicale della comunicazione istituzionale dell’Ucraina. Il fedelissimo del presidente si è dimesso martedì scorso, dopo aver affermato che il missile russo che sabato ha provocato una strage in un condominio di Dnipro era caduto sull’edificio perché deviato dalla contraerea ucraina. L’affermazione aveva subito scatenato gli attacchi contro Arestovych, a partire da quello del sindaco di Dnipro, Boris Filatov, che lo aveva accusato di essere «un narcisista con una pattumiera al posto della bocca», mentre il Kyiv Independent ha parlato di «affermazioni false», definendo l’ex consigliere come un personaggio «controverso». Ma, puntuale, dopo la purga ufficiale, per Arestovych è arrivata anche la consueta schedatura nell’archivio dei «nemici della nazione ucraina». L’uomo è stato, infatti, aggiunto nel famigerato sito «Myrotvorets» affiliato al ministero degli Interni di Kiev, che raccoglie e pubblica dal 2014 i dati sensibili di chiunque venga considerato un nemico dal governo. Identità, indirizzo, foto, numeri di telefono, link dei profili social possono essere consultati in ogni momento. Le informazioni sui «nemici dell’Ucraina» vengono caricate grazie ai dati raccolti dai servizi segreti e persino tramite le segnalazioni fornite dai civili privatamente. Tra le accuse nel profilo di Arestovych si legge: «Provocatore professionista. Attuatore del sabotaggio dell’informazione pubblica a favore degli invasori russi». Come ulteriore marchio d’infamia, è stata allegata alla sua scheda una vecchia fotografia che ritrae l’ex consigliere con parrucca e trucco da donna (risalente alla sua precedente carriera da attore). Un’immagine che sottintenderebbe, per i compilatori del database, l’omosessualità di Arestovych (il quale, al contrario, in passato aveva definito le persone gay come «deviate e con disabilità», da trattare «con compassione»). Tutti elementi che fanno ben capire, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto sia fuorviante la narrativa mainstream che dall’inizio della guerra dipinge l’Ucraina come una moderna democrazia poggiante sui valori occidentali e con le carte in regola per aderire, bruciando le tappe, nell’Unione europea. Processo che, in teoria, dovrebbe essere assoggettato al raggiungimento del Paese richiedente di standard minimi, oggettivamente lontani anni luce dalla realtà ucraina. Eppure, solo pochi giorni fa, Ursula von der Leyen dichiarava: «L’Ucraina ha un’ambizione e una rapidità impressionanti. Per sostenere quel processo (di adesione, ndr), il collegio dei commissari visiterà il Paese all’inizio di febbraio. Sono circa 18-20 i punti sui quali stiamo già lavorando». Sì, perché se qualsiasi Paese che voglia entrare a far parte dell’Ue deve soddisfare i criteri dello Stato di diritto, rispettare i diritti umani e tutelare le minoranze, l’Ucraina può, tra le altre cose (come l’appoggio istituzionale a milizie neonaziste), continuare a perseguire i «nemici della nazione». Giova ricordare che tra i soggetti inseriti sul sito «Myrotvorets» ci furono dissidenti politici uccisi dopo la pubblicazione dei loro indirizzi di casa. E appaiono anche circa 4.000 giornalisti, da tutto il mondo. Tra questi, il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli, ucciso il 24 maggio 2014 nel Donbass in circostanze controverse e mai chiarite. Per la sua morte fu condannato in primo grado nel 2019 Vitaly Markiv, un militare della guardia nazionale ucraina, poi assolto. Sopra la foto del defunto Rocchelli su «Myrotvorets», campeggia ancora la macabra scritta rossa «liquidato».
Operazioni di soccorso a Osoppo (Udine) la mattina del 7 maggio 1976 (Getty Images)
L’«Orcolat», il mostro mitologico della tradizione popolare carnica, si era risvegliato con tutta la sua ferocia da un lungo sonno durato dal 25 gennaio 1348, l’anno del flagello della peste nera. Quel giorno un devastante sisma con epicentro nella vicina Carinzia colpì il Friuli con una magnitudo di circa 6,6 gradi Richter, che causò gravissimi danni a Gemona, San Daniele, Tolmezzo e Venzone. Altre volte nei secoli quell’essere spaventoso terrorizzò il Friuli: nel 1511, 1690, 1776, 1928 con eventi sismici meno potenti ma non meno terrorizzanti.
Giovedì 6 maggio 1976 alle ore 21:06 quando l’ultima luce del giorno ancora accarezzava i monti, le colline e la pianura friulana, l’«Orcolat» si svegliò di colpo dal suo antro sul monte San Simeone, in Carnia.
Il rilievo che affaccia sull’abitato di Venzone fu l’epicentro di un terremoto della magnitudo di 6,4 gradi Richter che generò una lunga scossa della durata di 59 secondi, in grado di radere al suolo quasi completamente 45 comuni e di danneggiarne gravemente altri 92, seminando morte e distruzione su un’area di oltre 5.000 km/q. Le vittime del sisma del maggio 1976 furono 990, di cui 400 solo a Gemona del Friuli, uno dei simboli del dramma di 50 anni fa. E poi Buja, Venzone, Trasaghis, Osoppo, Artegna, Bordano e tanti altri centri abitati in pochi istanti non esistevano più. I feriti furono 4.000 e Il numero dei sinistrati altrettanto impressionante: oltre 100.000 su un totale di 600.000 persone danneggiate dal sisma. 18.000 le abitazioni colpite. La rete elettrica e quella idrica erano interrotte. Migliaia di persone, soprattutto nei paesi di montagna, rimasero isolate e minacciate dalle frane. Le strade erano interrotte in più punti. La macchina dei soccorsi si mosse subito, grazie anche alla presenza massiccia dell’Esercito nella regione. Le caserme furono immediatamente mobilitate, nonostante i militari fossero stati gravemente colpiti, con 32 soldati morti e 242 feriti nei crolli. Già nella notte tra il 6 e il 7 maggio si mossero verso le zone maggiormente colpite le brigate «Mantova», «Ariete» e «Julia» che con tutti gli uomini e i mezzi a disposizione scavarono disperatamente per cercare di estrarre dalle macerie i vivi e i morti. Le caserme ed i loro magazzini furono aperti e messi a disposizione come primo riparo per i superstiti. Il giorno seguente nelle zone terremotate giunsero il presidente della Repubblica Giovanni Leone, il premier Aldo Moro e il ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Mentre da tutta Italia affluivano gli aiuti (l’esercito arriverà ed impiegare più di 14.000 uomini) il governo nominò Commissario straordinario per l’emergenza in Friuli il sottosegretario all’Interno, il varesino Giuseppe Zamberletti. Fu sotto la sua supervisione che nacque il cosiddetto «modello Friuli», considerato in seguito come un modello di efficienza nell’assistenza alla popolazione e nella ricostruzione integrale delle zone devastate dal sisma. Zamberletti, che rimase in Friuli per tutta la durata delle operazioni, concepì nel 1976 il principio che negli anni successivi sarà alla base della futura Protezione Civile. Considerata l’efficienza delle amministrazioni locali e dello spirito di resilienza dei friulani che da subito, pur colpiti da lutti e perdite materiali, si misero al lavoro, il commissario organizzò un sistema gestionale che prevedeva un organico misto tra istituzioni locali (i sindaci e le associazioni) e militari. Per la prima volta le forze armate vennero messe ai comandi delle amministrazioni civili, con il merito di aumentare l’efficienza dei soccorsi e la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni e delle forze armate. Zamberletti, sentiti i sindaci e le rappresentanze civili, capì che i friulani volevano ricostruire ciò che avevano perso esattamente com’era prima del sisma e negli stessi luoghi, evitando la costruzione di nuovi comuni in pianura come avvenuto pochi anni prima in occasione del sisma del Belice. Quando gli americani, che inviarono subito aiuti materiali dalla vicina base di Aviano, offrirono finanziamenti per circa 100 milioni di dollari, Zamberletti ne affidò la gestione all’Associazione Nazionale Alpini, come garanzia di onestà morale di una realtà profondamente radicata e amata dai friulani. Gli Alpini in congedo affluirono come volontari da tutta Italia, organizzando da subito una febbrile opera di ricostruzione con la costituzione di 11 cantieri, coordinati da un ingegnere o da un geometra, ognuno formato da circa 100 persone. Tutte le industrie locali misero a disposizione uomini e materiali che andarono ad alimentare le risorse già attivate dall’Esercito.
Nei tre mesi successivi, mentre erano ancora in atto le operazioni di sgombero e messa in sicurezza di abitazioni e infrastrutture, dalle tendopoli i friulani cominciavano a credere in un rapido ritorno alla normalità. Le speranze furono bruscamente interrotte il 15 settembre 1976 quando un violento sciame sismico colpì nuovamente generando altre vittime e altri crolli. Il nuovo sisma generò un esodo della popolazione che generò un’emergenza nell’emergenza. Zamberletti e i vertici delle autorità preposte al soccorso si trovarono in gravi difficoltà nella gestione dello sfollamento. Fu in questa occasione che il commissario e sottosegretario della Dc prese alcune decisioni radicali, che per sua stessa ammissione misero a rischio la sua figura all’interno del governo e del partito. Per fare rapidamente fronte alla seconda emergenza relativa allo sgombero della popolazione di giovani e anziani, visto anche l’avvicinarsi della stagione fredda, Zamberletti ordinò la requisizione di abitazioni e di roulottes per poter dare rifugio a chi non poteva rientrare nella propria casa, dando garanzie di restituzione ed eventuale risarcimento che fecero temere un’emorragia di voti nella Dc. L’appello ebbe successo e 15.000 caravan giunsero in breve tempo nei luoghi sinistrati, per poter accogliere chi doveva restare per non paralizzare il lavoro soprattutto nei campi. Ancora una volta i militari furono decisivi per la riuscita delle operazioni. In particolare grazie al generale Giovanni De Acutis, allora comandante della Brigata alpina «Julia», che fu decisivo nella logistica per il trasferimento dei terremotati nelle zone del litorale friulano, dove le temperature erano più miti. Ad una diffidenza iniziale di fronte ai mezzi offerti dal commissario all’emergenza, alla vista delle penne nere le famiglie di montagna si affidarono senza esitazione, salendo sui pullman per raggiungere le località di sfollamento.
La ricostruzione dei paesi fu il fiore all’occhiello della determinazione e della forza dei friulani. Come dichiarato fermamente fin dai primi giorni dopo il sisma del 6 maggio 1976, gli abitanti rifiutarono lo spostamento in centri abitati ricostruiti ex novo in luoghi diversi. Tutto avrebbe dovuto essere ricostruito «com’era, dov’era». Zamberletti e le autorità assecondarono il desiderio, appoggiando una difficile ricostruzione tecnicamente chiamata «anastilosi». In termini semplificati, si trattava di una meticolosa operazione di catalogazione delle macerie, applicata alle abitazioni storiche e alle chiese prevalentemente in pietra che, una volta numerate, furono riposizionate singolarmente nella stessa posizione precedente il crollo. Uno degli esempi più significativi fu la ricostruzione del duomo di Venzone, le cui macerie furono stese sul letto del fiume Tagliamento e numerate ad una ad una.
L’opera di ricostruzione dei comuni proseguì per un decennio sotto la supervisione della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia dopo il termine del mandato a Giuseppe Zamberletti, che, per la sua opera e per il successivo ruolo nella costituzione della Protezione Civile, sarà insignito dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al Merito nel 1996. Il commissario straordinario è ancora oggi ricordato con gratitudine dai friulani, assieme agli Alpini in armi e in congedo che in quei drammatici mesi di 50 anni fa aiutarono la popolazione a sconfiggere l’«Orcolat», cancellando le ferite del terremoto con il lavoro e la dignità caratteristiche di quel popolo che, soffocando il dolore, dimostrò in silenzio un amore sconfinato per la propria terra, sapendo ringraziare per sempre chi venne per aiutare.
In una frase, coniata in quei giorni dal prete e linguista don Francesco Placereani, sta tutta la determinazione dei friulani dimostrata nell’affrontare la catastrofe del 1976: «Il Friûl al à di vignî fûr dal taramot pal cjâf, no pai pîts» («Il Friuli deve venir fuori dal terremoto con la testa, non con i piedi»). E così è stato.
Continua a leggereRiduci