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2023-01-19
Precipita elicottero, decapitato ministero dell’Interno ucraino
(Ansa)
Un terribile schianto che ha «decapitato» il ministero degli Interni ucraino e provocato vittime anche tra i civili che accompagnavano all’asilo i propri figli. Era in viaggio verso Kharkiv l’elicottero caduto a Brovary, nella zona di Kiev, sul quale si trovava il ministro dell’Interno Denys Monastyrskyi. Con lui viaggiavano e hanno trovato la morte anche il suo primo vice Yevgeny Yenin, il segretario di Stato del ministero degli Affari interni Yuriy Lubkovich, il vice capo del servizio di patrocinio del ministero degli Affari interni Tetyana Shutyak, il capo della protezione del dipartimento di sicurezza interna della polizia nazionale, il tenente colonnello Mykhailo Pavlushko e l’ispettore capo del dipartimento della comunicazione del ministero degli Affari interni Mykola Anatskyi.
Il velivolo, che si è schiantato vicino a un asilo in un sobborgo della capitale, era atteso da Volodymyr Tymoshko, capo della direzione principale della polizia nazionale di Kharkiv, che avrebbe dovuto incontrare i funzionari. Erano genitori che portavano i bambini alla scuola dell’infanzia, invece, nove dei morti sul totale delle 18 vittime accertate. Al momento non si conoscono le cause dell’incidente e gli investigatori stanno setacciando la scena, che sembra riportare a un tragico incidente: i funzionari ucraini generalmente volano a bassa quota per evitare i missili nemici e stamattina era particolarmente nebbioso. Il presidente Zelensky, in un accorato ricordo della tragedia, ha voluto sottolineare come questa non sia da considerarsi un incidente, «ma un risultato della guerra».
I servizi ucraini di sicurezza interna (Sbu), incaricati dallo stesso Zelensky di fare chiarezza, stanno comunque valutando «diverse versioni della tragedia», fra cui una violazione delle regole di volo, un malfunzionamento tecnico e un sabotaggio intenzionale. I testimoni presenti avrebbero udito una forte esplosione e poi avrebbero visto «come l’elicottero abbia volteggiato più volte in aria e solo allora sia caduto». L’elicottero coinvolto è un Ec-225 Super Puma, un modello utilizzato per il trasporto passeggeri a lungo raggio.
Il governo ucraino ha provveduto a nominare il capo della polizia nazionale, Ihor Klymenko , come nuovo ministro dell’Interno ad interim. «Dopo la discussione con il Parlamento, ci sarà una proposta per la nomina di un nuovo capo del dipartimento. Il ministero dell’Interno è uno degli anelli fondamentali per la sicurezza del nostro Paese e, quindi, sono in atto i protocolli necessari per tenere sotto controllo tutti i processi», ha annunciato il primo ministro ucraino Denys Shmygal. Nel frattempo, i colloqui tra Mosca e Kiev appaiono sempre più lontani. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha escluso la possibilità di colloqui con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Non si può parlare di negoziati con Zelensky, perché ha vietato legalmente i negoziati con il governo russo», ha dichiarato Lavrov.
Lavrov ha, poi, lanciato una «stoccata» anche all’Italia. «È stata una sorpresa per noi vedere l’Italia diventare rapidamente uno dei leader nel fronte anti Russia», ha detto. Lavrov si è detto convinto che «il modo in cui l’Italia reagisce, riflette la linea di confronto aggressivo imposta all’Europa, piuttosto che gli interessi del popolo italiano. Al popolo italiano non interessa tagliare tutti i canali». È tornato a parlare di armamenti il cancelliere tedesco Olaf Scholz. «Per far finire la guerra in Ucraina, l’aggressione della Russia deve fallire», ha detto Scholz, ricordando che «stiamo supportando Kiev con grandi quantità di armi».
Il cancelliere, che ha elencato gli aiuti ad oggi inviati, come «i sistemi di difesa Iris-T o i Patriot, artiglieria, infanteria armata, velivoli», non ha però mai citato i carri armati Leopard, nonostante le pressioni del Parlamento europeo. Il governo tedesco continua a mostrarsi riluttante sulla questione, sebbene la Polonia prema per avere il permesso di inviare i carrarmati a Kiev (la Germania, come produttore, deve concedere la sua autorizzazione a chi ha acquistato i Leopard). Anche nel corposo pacchetto di aiuti a Kiev che gli Usa annunceranno nei prossimi giorni, non sarebbero compresi carri armati. Il segretario generale Nato, Jens Stoltenberg , ha chiarito che il focus tra i Paesi dell’Alleanza «non sarà su cosa gli Usa forniranno ma se la Germania rinuncerà alla sua opposizione a mandare i Leopard o almeno darà il via libera alla fornitura da parte dei Paesi alleati».
Per Stoltenberg la guerra è «a un punto di svolta» ed è necessario «fornire nuovi mezzi pesanti e moderni». Il segretario generale ha delineato con precisione il futuro dell’Ucraina, assicurando che questa «diventerà un Paese membro dell’Alleanza». «Prima, però, l’Ucraina deve vincere la guerra e se vogliamo che l’Ucraina vinca ha bisogno del nostro sostegno militare. È pericoloso sottovalutare la Russia, stanno pianificando nuove offensive», ha aggiunto. «La tirannia avanza più velocemente delle democrazie e occorre essere veloci nel prendere decisioni per aiutare gli ucraini», era stato, poco prima, l’appello del presidente Zelensky al World Economic Forum di Davos.
Zelensky, intanto, continua a ricercare l’appoggio della Cina ed ha scritto una lettera al suo omologo cinese Xi Jinping per «dialogare». Lo ha annunciato la moglie Olena Zelenska, che ha consegnato la missiva alla delegazione cinese presente al Forum di Davos, guidata dal vice premier Liu He. Zelenska ha dichiarato di «sperare sinceramente che ci sia una risposta a questo invito».
L’ex consigliere di Zelensky finisce schedato e umiliato
Kiev non perdona Oleksiy Arestovych, l’ormai ex consigliere di Volodymyr Zelensky e figura apicale della comunicazione istituzionale dell’Ucraina.
Il fedelissimo del presidente si è dimesso martedì scorso, dopo aver affermato che il missile russo che sabato ha provocato una strage in un condominio di Dnipro era caduto sull’edificio perché deviato dalla contraerea ucraina. L’affermazione aveva subito scatenato gli attacchi contro Arestovych, a partire da quello del sindaco di Dnipro, Boris Filatov, che lo aveva accusato di essere «un narcisista con una pattumiera al posto della bocca», mentre il Kyiv Independent ha parlato di «affermazioni false», definendo l’ex consigliere come un personaggio «controverso». Ma, puntuale, dopo la purga ufficiale, per Arestovych è arrivata anche la consueta schedatura nell’archivio dei «nemici della nazione ucraina». L’uomo è stato, infatti, aggiunto nel famigerato sito «Myrotvorets» affiliato al ministero degli Interni di Kiev, che raccoglie e pubblica dal 2014 i dati sensibili di chiunque venga considerato un nemico dal governo. Identità, indirizzo, foto, numeri di telefono, link dei profili social possono essere consultati in ogni momento.
Le informazioni sui «nemici dell’Ucraina» vengono caricate grazie ai dati raccolti dai servizi segreti e persino tramite le segnalazioni fornite dai civili privatamente.
Tra le accuse nel profilo di Arestovych si legge: «Provocatore professionista. Attuatore del sabotaggio dell’informazione pubblica a favore degli invasori russi». Come ulteriore marchio d’infamia, è stata allegata alla sua scheda una vecchia fotografia che ritrae l’ex consigliere con parrucca e trucco da donna (risalente alla sua precedente carriera da attore). Un’immagine che sottintenderebbe, per i compilatori del database, l’omosessualità di Arestovych (il quale, al contrario, in passato aveva definito le persone gay come «deviate e con disabilità», da trattare «con compassione»).
Tutti elementi che fanno ben capire, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto sia fuorviante la narrativa mainstream che dall’inizio della guerra dipinge l’Ucraina come una moderna democrazia poggiante sui valori occidentali e con le carte in regola per aderire, bruciando le tappe, nell’Unione europea. Processo che, in teoria, dovrebbe essere assoggettato al raggiungimento del Paese richiedente di standard minimi, oggettivamente lontani anni luce dalla realtà ucraina. Eppure, solo pochi giorni fa, Ursula von der Leyen dichiarava: «L’Ucraina ha un’ambizione e una rapidità impressionanti. Per sostenere quel processo (di adesione, ndr), il collegio dei commissari visiterà il Paese all’inizio di febbraio. Sono circa 18-20 i punti sui quali stiamo già lavorando».
Sì, perché se qualsiasi Paese che voglia entrare a far parte dell’Ue deve soddisfare i criteri dello Stato di diritto, rispettare i diritti umani e tutelare le minoranze, l’Ucraina può, tra le altre cose (come l’appoggio istituzionale a milizie neonaziste), continuare a perseguire i «nemici della nazione».
Giova ricordare che tra i soggetti inseriti sul sito «Myrotvorets» ci furono dissidenti politici uccisi dopo la pubblicazione dei loro indirizzi di casa. E appaiono anche circa 4.000 giornalisti, da tutto il mondo. Tra questi, il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli, ucciso il 24 maggio 2014 nel Donbass in circostanze controverse e mai chiarite. Per la sua morte fu condannato in primo grado nel 2019 Vitaly Markiv, un militare della guardia nazionale ucraina, poi assolto. Sopra la foto del defunto Rocchelli su «Myrotvorets», campeggia ancora la macabra scritta rossa «liquidato».
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Il velivolo è caduto vicino Kiev, vittime anche tra i civili. Sergei Lavrov avverte l’Italia: «Sorpresi che sia leader del fronte anti Russia».Dopo la purga, il consigliere di Zelensky Oleksiy Arestovych è stato inserito nelle liste di proscrizione del sito «Myrotvorets». Ritratto in una foto dove è vestito da donna.Lo speciale contiene due articoli.Un terribile schianto che ha «decapitato» il ministero degli Interni ucraino e provocato vittime anche tra i civili che accompagnavano all’asilo i propri figli. Era in viaggio verso Kharkiv l’elicottero caduto a Brovary, nella zona di Kiev, sul quale si trovava il ministro dell’Interno Denys Monastyrskyi. Con lui viaggiavano e hanno trovato la morte anche il suo primo vice Yevgeny Yenin, il segretario di Stato del ministero degli Affari interni Yuriy Lubkovich, il vice capo del servizio di patrocinio del ministero degli Affari interni Tetyana Shutyak, il capo della protezione del dipartimento di sicurezza interna della polizia nazionale, il tenente colonnello Mykhailo Pavlushko e l’ispettore capo del dipartimento della comunicazione del ministero degli Affari interni Mykola Anatskyi.Il velivolo, che si è schiantato vicino a un asilo in un sobborgo della capitale, era atteso da Volodymyr Tymoshko, capo della direzione principale della polizia nazionale di Kharkiv, che avrebbe dovuto incontrare i funzionari. Erano genitori che portavano i bambini alla scuola dell’infanzia, invece, nove dei morti sul totale delle 18 vittime accertate. Al momento non si conoscono le cause dell’incidente e gli investigatori stanno setacciando la scena, che sembra riportare a un tragico incidente: i funzionari ucraini generalmente volano a bassa quota per evitare i missili nemici e stamattina era particolarmente nebbioso. Il presidente Zelensky, in un accorato ricordo della tragedia, ha voluto sottolineare come questa non sia da considerarsi un incidente, «ma un risultato della guerra».I servizi ucraini di sicurezza interna (Sbu), incaricati dallo stesso Zelensky di fare chiarezza, stanno comunque valutando «diverse versioni della tragedia», fra cui una violazione delle regole di volo, un malfunzionamento tecnico e un sabotaggio intenzionale. I testimoni presenti avrebbero udito una forte esplosione e poi avrebbero visto «come l’elicottero abbia volteggiato più volte in aria e solo allora sia caduto». L’elicottero coinvolto è un Ec-225 Super Puma, un modello utilizzato per il trasporto passeggeri a lungo raggio.Il governo ucraino ha provveduto a nominare il capo della polizia nazionale, Ihor Klymenko , come nuovo ministro dell’Interno ad interim. «Dopo la discussione con il Parlamento, ci sarà una proposta per la nomina di un nuovo capo del dipartimento. Il ministero dell’Interno è uno degli anelli fondamentali per la sicurezza del nostro Paese e, quindi, sono in atto i protocolli necessari per tenere sotto controllo tutti i processi», ha annunciato il primo ministro ucraino Denys Shmygal. Nel frattempo, i colloqui tra Mosca e Kiev appaiono sempre più lontani. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha escluso la possibilità di colloqui con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Non si può parlare di negoziati con Zelensky, perché ha vietato legalmente i negoziati con il governo russo», ha dichiarato Lavrov. Lavrov ha, poi, lanciato una «stoccata» anche all’Italia. «È stata una sorpresa per noi vedere l’Italia diventare rapidamente uno dei leader nel fronte anti Russia», ha detto. Lavrov si è detto convinto che «il modo in cui l’Italia reagisce, riflette la linea di confronto aggressivo imposta all’Europa, piuttosto che gli interessi del popolo italiano. Al popolo italiano non interessa tagliare tutti i canali». È tornato a parlare di armamenti il cancelliere tedesco Olaf Scholz. «Per far finire la guerra in Ucraina, l’aggressione della Russia deve fallire», ha detto Scholz, ricordando che «stiamo supportando Kiev con grandi quantità di armi».Il cancelliere, che ha elencato gli aiuti ad oggi inviati, come «i sistemi di difesa Iris-T o i Patriot, artiglieria, infanteria armata, velivoli», non ha però mai citato i carri armati Leopard, nonostante le pressioni del Parlamento europeo. Il governo tedesco continua a mostrarsi riluttante sulla questione, sebbene la Polonia prema per avere il permesso di inviare i carrarmati a Kiev (la Germania, come produttore, deve concedere la sua autorizzazione a chi ha acquistato i Leopard). Anche nel corposo pacchetto di aiuti a Kiev che gli Usa annunceranno nei prossimi giorni, non sarebbero compresi carri armati. Il segretario generale Nato, Jens Stoltenberg , ha chiarito che il focus tra i Paesi dell’Alleanza «non sarà su cosa gli Usa forniranno ma se la Germania rinuncerà alla sua opposizione a mandare i Leopard o almeno darà il via libera alla fornitura da parte dei Paesi alleati».Per Stoltenberg la guerra è «a un punto di svolta» ed è necessario «fornire nuovi mezzi pesanti e moderni». Il segretario generale ha delineato con precisione il futuro dell’Ucraina, assicurando che questa «diventerà un Paese membro dell’Alleanza». «Prima, però, l’Ucraina deve vincere la guerra e se vogliamo che l’Ucraina vinca ha bisogno del nostro sostegno militare. È pericoloso sottovalutare la Russia, stanno pianificando nuove offensive», ha aggiunto. «La tirannia avanza più velocemente delle democrazie e occorre essere veloci nel prendere decisioni per aiutare gli ucraini», era stato, poco prima, l’appello del presidente Zelensky al World Economic Forum di Davos.Zelensky, intanto, continua a ricercare l’appoggio della Cina ed ha scritto una lettera al suo omologo cinese Xi Jinping per «dialogare». Lo ha annunciato la moglie Olena Zelenska, che ha consegnato la missiva alla delegazione cinese presente al Forum di Davos, guidata dal vice premier Liu He. 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L’affermazione aveva subito scatenato gli attacchi contro Arestovych, a partire da quello del sindaco di Dnipro, Boris Filatov, che lo aveva accusato di essere «un narcisista con una pattumiera al posto della bocca», mentre il Kyiv Independent ha parlato di «affermazioni false», definendo l’ex consigliere come un personaggio «controverso». Ma, puntuale, dopo la purga ufficiale, per Arestovych è arrivata anche la consueta schedatura nell’archivio dei «nemici della nazione ucraina». L’uomo è stato, infatti, aggiunto nel famigerato sito «Myrotvorets» affiliato al ministero degli Interni di Kiev, che raccoglie e pubblica dal 2014 i dati sensibili di chiunque venga considerato un nemico dal governo. Identità, indirizzo, foto, numeri di telefono, link dei profili social possono essere consultati in ogni momento. Le informazioni sui «nemici dell’Ucraina» vengono caricate grazie ai dati raccolti dai servizi segreti e persino tramite le segnalazioni fornite dai civili privatamente. Tra le accuse nel profilo di Arestovych si legge: «Provocatore professionista. Attuatore del sabotaggio dell’informazione pubblica a favore degli invasori russi». Come ulteriore marchio d’infamia, è stata allegata alla sua scheda una vecchia fotografia che ritrae l’ex consigliere con parrucca e trucco da donna (risalente alla sua precedente carriera da attore). Un’immagine che sottintenderebbe, per i compilatori del database, l’omosessualità di Arestovych (il quale, al contrario, in passato aveva definito le persone gay come «deviate e con disabilità», da trattare «con compassione»). Tutti elementi che fanno ben capire, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto sia fuorviante la narrativa mainstream che dall’inizio della guerra dipinge l’Ucraina come una moderna democrazia poggiante sui valori occidentali e con le carte in regola per aderire, bruciando le tappe, nell’Unione europea. Processo che, in teoria, dovrebbe essere assoggettato al raggiungimento del Paese richiedente di standard minimi, oggettivamente lontani anni luce dalla realtà ucraina. Eppure, solo pochi giorni fa, Ursula von der Leyen dichiarava: «L’Ucraina ha un’ambizione e una rapidità impressionanti. Per sostenere quel processo (di adesione, ndr), il collegio dei commissari visiterà il Paese all’inizio di febbraio. Sono circa 18-20 i punti sui quali stiamo già lavorando». Sì, perché se qualsiasi Paese che voglia entrare a far parte dell’Ue deve soddisfare i criteri dello Stato di diritto, rispettare i diritti umani e tutelare le minoranze, l’Ucraina può, tra le altre cose (come l’appoggio istituzionale a milizie neonaziste), continuare a perseguire i «nemici della nazione». Giova ricordare che tra i soggetti inseriti sul sito «Myrotvorets» ci furono dissidenti politici uccisi dopo la pubblicazione dei loro indirizzi di casa. E appaiono anche circa 4.000 giornalisti, da tutto il mondo. Tra questi, il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli, ucciso il 24 maggio 2014 nel Donbass in circostanze controverse e mai chiarite. Per la sua morte fu condannato in primo grado nel 2019 Vitaly Markiv, un militare della guardia nazionale ucraina, poi assolto. Sopra la foto del defunto Rocchelli su «Myrotvorets», campeggia ancora la macabra scritta rossa «liquidato».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».