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2023-01-19
Precipita elicottero, decapitato ministero dell’Interno ucraino
(Ansa)
Un terribile schianto che ha «decapitato» il ministero degli Interni ucraino e provocato vittime anche tra i civili che accompagnavano all’asilo i propri figli. Era in viaggio verso Kharkiv l’elicottero caduto a Brovary, nella zona di Kiev, sul quale si trovava il ministro dell’Interno Denys Monastyrskyi. Con lui viaggiavano e hanno trovato la morte anche il suo primo vice Yevgeny Yenin, il segretario di Stato del ministero degli Affari interni Yuriy Lubkovich, il vice capo del servizio di patrocinio del ministero degli Affari interni Tetyana Shutyak, il capo della protezione del dipartimento di sicurezza interna della polizia nazionale, il tenente colonnello Mykhailo Pavlushko e l’ispettore capo del dipartimento della comunicazione del ministero degli Affari interni Mykola Anatskyi.
Il velivolo, che si è schiantato vicino a un asilo in un sobborgo della capitale, era atteso da Volodymyr Tymoshko, capo della direzione principale della polizia nazionale di Kharkiv, che avrebbe dovuto incontrare i funzionari. Erano genitori che portavano i bambini alla scuola dell’infanzia, invece, nove dei morti sul totale delle 18 vittime accertate. Al momento non si conoscono le cause dell’incidente e gli investigatori stanno setacciando la scena, che sembra riportare a un tragico incidente: i funzionari ucraini generalmente volano a bassa quota per evitare i missili nemici e stamattina era particolarmente nebbioso. Il presidente Zelensky, in un accorato ricordo della tragedia, ha voluto sottolineare come questa non sia da considerarsi un incidente, «ma un risultato della guerra».
I servizi ucraini di sicurezza interna (Sbu), incaricati dallo stesso Zelensky di fare chiarezza, stanno comunque valutando «diverse versioni della tragedia», fra cui una violazione delle regole di volo, un malfunzionamento tecnico e un sabotaggio intenzionale. I testimoni presenti avrebbero udito una forte esplosione e poi avrebbero visto «come l’elicottero abbia volteggiato più volte in aria e solo allora sia caduto». L’elicottero coinvolto è un Ec-225 Super Puma, un modello utilizzato per il trasporto passeggeri a lungo raggio.
Il governo ucraino ha provveduto a nominare il capo della polizia nazionale, Ihor Klymenko , come nuovo ministro dell’Interno ad interim. «Dopo la discussione con il Parlamento, ci sarà una proposta per la nomina di un nuovo capo del dipartimento. Il ministero dell’Interno è uno degli anelli fondamentali per la sicurezza del nostro Paese e, quindi, sono in atto i protocolli necessari per tenere sotto controllo tutti i processi», ha annunciato il primo ministro ucraino Denys Shmygal. Nel frattempo, i colloqui tra Mosca e Kiev appaiono sempre più lontani. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha escluso la possibilità di colloqui con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Non si può parlare di negoziati con Zelensky, perché ha vietato legalmente i negoziati con il governo russo», ha dichiarato Lavrov.
Lavrov ha, poi, lanciato una «stoccata» anche all’Italia. «È stata una sorpresa per noi vedere l’Italia diventare rapidamente uno dei leader nel fronte anti Russia», ha detto. Lavrov si è detto convinto che «il modo in cui l’Italia reagisce, riflette la linea di confronto aggressivo imposta all’Europa, piuttosto che gli interessi del popolo italiano. Al popolo italiano non interessa tagliare tutti i canali». È tornato a parlare di armamenti il cancelliere tedesco Olaf Scholz. «Per far finire la guerra in Ucraina, l’aggressione della Russia deve fallire», ha detto Scholz, ricordando che «stiamo supportando Kiev con grandi quantità di armi».
Il cancelliere, che ha elencato gli aiuti ad oggi inviati, come «i sistemi di difesa Iris-T o i Patriot, artiglieria, infanteria armata, velivoli», non ha però mai citato i carri armati Leopard, nonostante le pressioni del Parlamento europeo. Il governo tedesco continua a mostrarsi riluttante sulla questione, sebbene la Polonia prema per avere il permesso di inviare i carrarmati a Kiev (la Germania, come produttore, deve concedere la sua autorizzazione a chi ha acquistato i Leopard). Anche nel corposo pacchetto di aiuti a Kiev che gli Usa annunceranno nei prossimi giorni, non sarebbero compresi carri armati. Il segretario generale Nato, Jens Stoltenberg , ha chiarito che il focus tra i Paesi dell’Alleanza «non sarà su cosa gli Usa forniranno ma se la Germania rinuncerà alla sua opposizione a mandare i Leopard o almeno darà il via libera alla fornitura da parte dei Paesi alleati».
Per Stoltenberg la guerra è «a un punto di svolta» ed è necessario «fornire nuovi mezzi pesanti e moderni». Il segretario generale ha delineato con precisione il futuro dell’Ucraina, assicurando che questa «diventerà un Paese membro dell’Alleanza». «Prima, però, l’Ucraina deve vincere la guerra e se vogliamo che l’Ucraina vinca ha bisogno del nostro sostegno militare. È pericoloso sottovalutare la Russia, stanno pianificando nuove offensive», ha aggiunto. «La tirannia avanza più velocemente delle democrazie e occorre essere veloci nel prendere decisioni per aiutare gli ucraini», era stato, poco prima, l’appello del presidente Zelensky al World Economic Forum di Davos.
Zelensky, intanto, continua a ricercare l’appoggio della Cina ed ha scritto una lettera al suo omologo cinese Xi Jinping per «dialogare». Lo ha annunciato la moglie Olena Zelenska, che ha consegnato la missiva alla delegazione cinese presente al Forum di Davos, guidata dal vice premier Liu He. Zelenska ha dichiarato di «sperare sinceramente che ci sia una risposta a questo invito».
L’ex consigliere di Zelensky finisce schedato e umiliato
Kiev non perdona Oleksiy Arestovych, l’ormai ex consigliere di Volodymyr Zelensky e figura apicale della comunicazione istituzionale dell’Ucraina.
Il fedelissimo del presidente si è dimesso martedì scorso, dopo aver affermato che il missile russo che sabato ha provocato una strage in un condominio di Dnipro era caduto sull’edificio perché deviato dalla contraerea ucraina. L’affermazione aveva subito scatenato gli attacchi contro Arestovych, a partire da quello del sindaco di Dnipro, Boris Filatov, che lo aveva accusato di essere «un narcisista con una pattumiera al posto della bocca», mentre il Kyiv Independent ha parlato di «affermazioni false», definendo l’ex consigliere come un personaggio «controverso». Ma, puntuale, dopo la purga ufficiale, per Arestovych è arrivata anche la consueta schedatura nell’archivio dei «nemici della nazione ucraina». L’uomo è stato, infatti, aggiunto nel famigerato sito «Myrotvorets» affiliato al ministero degli Interni di Kiev, che raccoglie e pubblica dal 2014 i dati sensibili di chiunque venga considerato un nemico dal governo. Identità, indirizzo, foto, numeri di telefono, link dei profili social possono essere consultati in ogni momento.
Le informazioni sui «nemici dell’Ucraina» vengono caricate grazie ai dati raccolti dai servizi segreti e persino tramite le segnalazioni fornite dai civili privatamente.
Tra le accuse nel profilo di Arestovych si legge: «Provocatore professionista. Attuatore del sabotaggio dell’informazione pubblica a favore degli invasori russi». Come ulteriore marchio d’infamia, è stata allegata alla sua scheda una vecchia fotografia che ritrae l’ex consigliere con parrucca e trucco da donna (risalente alla sua precedente carriera da attore). Un’immagine che sottintenderebbe, per i compilatori del database, l’omosessualità di Arestovych (il quale, al contrario, in passato aveva definito le persone gay come «deviate e con disabilità», da trattare «con compassione»).
Tutti elementi che fanno ben capire, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto sia fuorviante la narrativa mainstream che dall’inizio della guerra dipinge l’Ucraina come una moderna democrazia poggiante sui valori occidentali e con le carte in regola per aderire, bruciando le tappe, nell’Unione europea. Processo che, in teoria, dovrebbe essere assoggettato al raggiungimento del Paese richiedente di standard minimi, oggettivamente lontani anni luce dalla realtà ucraina. Eppure, solo pochi giorni fa, Ursula von der Leyen dichiarava: «L’Ucraina ha un’ambizione e una rapidità impressionanti. Per sostenere quel processo (di adesione, ndr), il collegio dei commissari visiterà il Paese all’inizio di febbraio. Sono circa 18-20 i punti sui quali stiamo già lavorando».
Sì, perché se qualsiasi Paese che voglia entrare a far parte dell’Ue deve soddisfare i criteri dello Stato di diritto, rispettare i diritti umani e tutelare le minoranze, l’Ucraina può, tra le altre cose (come l’appoggio istituzionale a milizie neonaziste), continuare a perseguire i «nemici della nazione».
Giova ricordare che tra i soggetti inseriti sul sito «Myrotvorets» ci furono dissidenti politici uccisi dopo la pubblicazione dei loro indirizzi di casa. E appaiono anche circa 4.000 giornalisti, da tutto il mondo. Tra questi, il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli, ucciso il 24 maggio 2014 nel Donbass in circostanze controverse e mai chiarite. Per la sua morte fu condannato in primo grado nel 2019 Vitaly Markiv, un militare della guardia nazionale ucraina, poi assolto. Sopra la foto del defunto Rocchelli su «Myrotvorets», campeggia ancora la macabra scritta rossa «liquidato».
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Il velivolo è caduto vicino Kiev, vittime anche tra i civili. Sergei Lavrov avverte l’Italia: «Sorpresi che sia leader del fronte anti Russia».Dopo la purga, il consigliere di Zelensky Oleksiy Arestovych è stato inserito nelle liste di proscrizione del sito «Myrotvorets». Ritratto in una foto dove è vestito da donna.Lo speciale contiene due articoli.Un terribile schianto che ha «decapitato» il ministero degli Interni ucraino e provocato vittime anche tra i civili che accompagnavano all’asilo i propri figli. Era in viaggio verso Kharkiv l’elicottero caduto a Brovary, nella zona di Kiev, sul quale si trovava il ministro dell’Interno Denys Monastyrskyi. Con lui viaggiavano e hanno trovato la morte anche il suo primo vice Yevgeny Yenin, il segretario di Stato del ministero degli Affari interni Yuriy Lubkovich, il vice capo del servizio di patrocinio del ministero degli Affari interni Tetyana Shutyak, il capo della protezione del dipartimento di sicurezza interna della polizia nazionale, il tenente colonnello Mykhailo Pavlushko e l’ispettore capo del dipartimento della comunicazione del ministero degli Affari interni Mykola Anatskyi.Il velivolo, che si è schiantato vicino a un asilo in un sobborgo della capitale, era atteso da Volodymyr Tymoshko, capo della direzione principale della polizia nazionale di Kharkiv, che avrebbe dovuto incontrare i funzionari. Erano genitori che portavano i bambini alla scuola dell’infanzia, invece, nove dei morti sul totale delle 18 vittime accertate. Al momento non si conoscono le cause dell’incidente e gli investigatori stanno setacciando la scena, che sembra riportare a un tragico incidente: i funzionari ucraini generalmente volano a bassa quota per evitare i missili nemici e stamattina era particolarmente nebbioso. Il presidente Zelensky, in un accorato ricordo della tragedia, ha voluto sottolineare come questa non sia da considerarsi un incidente, «ma un risultato della guerra».I servizi ucraini di sicurezza interna (Sbu), incaricati dallo stesso Zelensky di fare chiarezza, stanno comunque valutando «diverse versioni della tragedia», fra cui una violazione delle regole di volo, un malfunzionamento tecnico e un sabotaggio intenzionale. I testimoni presenti avrebbero udito una forte esplosione e poi avrebbero visto «come l’elicottero abbia volteggiato più volte in aria e solo allora sia caduto». L’elicottero coinvolto è un Ec-225 Super Puma, un modello utilizzato per il trasporto passeggeri a lungo raggio.Il governo ucraino ha provveduto a nominare il capo della polizia nazionale, Ihor Klymenko , come nuovo ministro dell’Interno ad interim. «Dopo la discussione con il Parlamento, ci sarà una proposta per la nomina di un nuovo capo del dipartimento. Il ministero dell’Interno è uno degli anelli fondamentali per la sicurezza del nostro Paese e, quindi, sono in atto i protocolli necessari per tenere sotto controllo tutti i processi», ha annunciato il primo ministro ucraino Denys Shmygal. Nel frattempo, i colloqui tra Mosca e Kiev appaiono sempre più lontani. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha escluso la possibilità di colloqui con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Non si può parlare di negoziati con Zelensky, perché ha vietato legalmente i negoziati con il governo russo», ha dichiarato Lavrov. Lavrov ha, poi, lanciato una «stoccata» anche all’Italia. «È stata una sorpresa per noi vedere l’Italia diventare rapidamente uno dei leader nel fronte anti Russia», ha detto. Lavrov si è detto convinto che «il modo in cui l’Italia reagisce, riflette la linea di confronto aggressivo imposta all’Europa, piuttosto che gli interessi del popolo italiano. Al popolo italiano non interessa tagliare tutti i canali». È tornato a parlare di armamenti il cancelliere tedesco Olaf Scholz. «Per far finire la guerra in Ucraina, l’aggressione della Russia deve fallire», ha detto Scholz, ricordando che «stiamo supportando Kiev con grandi quantità di armi».Il cancelliere, che ha elencato gli aiuti ad oggi inviati, come «i sistemi di difesa Iris-T o i Patriot, artiglieria, infanteria armata, velivoli», non ha però mai citato i carri armati Leopard, nonostante le pressioni del Parlamento europeo. Il governo tedesco continua a mostrarsi riluttante sulla questione, sebbene la Polonia prema per avere il permesso di inviare i carrarmati a Kiev (la Germania, come produttore, deve concedere la sua autorizzazione a chi ha acquistato i Leopard). Anche nel corposo pacchetto di aiuti a Kiev che gli Usa annunceranno nei prossimi giorni, non sarebbero compresi carri armati. Il segretario generale Nato, Jens Stoltenberg , ha chiarito che il focus tra i Paesi dell’Alleanza «non sarà su cosa gli Usa forniranno ma se la Germania rinuncerà alla sua opposizione a mandare i Leopard o almeno darà il via libera alla fornitura da parte dei Paesi alleati».Per Stoltenberg la guerra è «a un punto di svolta» ed è necessario «fornire nuovi mezzi pesanti e moderni». Il segretario generale ha delineato con precisione il futuro dell’Ucraina, assicurando che questa «diventerà un Paese membro dell’Alleanza». «Prima, però, l’Ucraina deve vincere la guerra e se vogliamo che l’Ucraina vinca ha bisogno del nostro sostegno militare. È pericoloso sottovalutare la Russia, stanno pianificando nuove offensive», ha aggiunto. «La tirannia avanza più velocemente delle democrazie e occorre essere veloci nel prendere decisioni per aiutare gli ucraini», era stato, poco prima, l’appello del presidente Zelensky al World Economic Forum di Davos.Zelensky, intanto, continua a ricercare l’appoggio della Cina ed ha scritto una lettera al suo omologo cinese Xi Jinping per «dialogare». Lo ha annunciato la moglie Olena Zelenska, che ha consegnato la missiva alla delegazione cinese presente al Forum di Davos, guidata dal vice premier Liu He. Zelenska ha dichiarato di «sperare sinceramente che ci sia una risposta a questo invito».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guerra-ucraina-2659279374.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lex-consigliere-di-zelensky-finisce-schedato-e-umiliato" data-post-id="2659279374" data-published-at="1674133298" data-use-pagination="False"> L’ex consigliere di Zelensky finisce schedato e umiliato Kiev non perdona Oleksiy Arestovych, l’ormai ex consigliere di Volodymyr Zelensky e figura apicale della comunicazione istituzionale dell’Ucraina. Il fedelissimo del presidente si è dimesso martedì scorso, dopo aver affermato che il missile russo che sabato ha provocato una strage in un condominio di Dnipro era caduto sull’edificio perché deviato dalla contraerea ucraina. L’affermazione aveva subito scatenato gli attacchi contro Arestovych, a partire da quello del sindaco di Dnipro, Boris Filatov, che lo aveva accusato di essere «un narcisista con una pattumiera al posto della bocca», mentre il Kyiv Independent ha parlato di «affermazioni false», definendo l’ex consigliere come un personaggio «controverso». Ma, puntuale, dopo la purga ufficiale, per Arestovych è arrivata anche la consueta schedatura nell’archivio dei «nemici della nazione ucraina». L’uomo è stato, infatti, aggiunto nel famigerato sito «Myrotvorets» affiliato al ministero degli Interni di Kiev, che raccoglie e pubblica dal 2014 i dati sensibili di chiunque venga considerato un nemico dal governo. Identità, indirizzo, foto, numeri di telefono, link dei profili social possono essere consultati in ogni momento. Le informazioni sui «nemici dell’Ucraina» vengono caricate grazie ai dati raccolti dai servizi segreti e persino tramite le segnalazioni fornite dai civili privatamente. Tra le accuse nel profilo di Arestovych si legge: «Provocatore professionista. Attuatore del sabotaggio dell’informazione pubblica a favore degli invasori russi». Come ulteriore marchio d’infamia, è stata allegata alla sua scheda una vecchia fotografia che ritrae l’ex consigliere con parrucca e trucco da donna (risalente alla sua precedente carriera da attore). Un’immagine che sottintenderebbe, per i compilatori del database, l’omosessualità di Arestovych (il quale, al contrario, in passato aveva definito le persone gay come «deviate e con disabilità», da trattare «con compassione»). Tutti elementi che fanno ben capire, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto sia fuorviante la narrativa mainstream che dall’inizio della guerra dipinge l’Ucraina come una moderna democrazia poggiante sui valori occidentali e con le carte in regola per aderire, bruciando le tappe, nell’Unione europea. Processo che, in teoria, dovrebbe essere assoggettato al raggiungimento del Paese richiedente di standard minimi, oggettivamente lontani anni luce dalla realtà ucraina. Eppure, solo pochi giorni fa, Ursula von der Leyen dichiarava: «L’Ucraina ha un’ambizione e una rapidità impressionanti. Per sostenere quel processo (di adesione, ndr), il collegio dei commissari visiterà il Paese all’inizio di febbraio. Sono circa 18-20 i punti sui quali stiamo già lavorando». Sì, perché se qualsiasi Paese che voglia entrare a far parte dell’Ue deve soddisfare i criteri dello Stato di diritto, rispettare i diritti umani e tutelare le minoranze, l’Ucraina può, tra le altre cose (come l’appoggio istituzionale a milizie neonaziste), continuare a perseguire i «nemici della nazione». Giova ricordare che tra i soggetti inseriti sul sito «Myrotvorets» ci furono dissidenti politici uccisi dopo la pubblicazione dei loro indirizzi di casa. E appaiono anche circa 4.000 giornalisti, da tutto il mondo. Tra questi, il fotoreporter italiano Andrea Rocchelli, ucciso il 24 maggio 2014 nel Donbass in circostanze controverse e mai chiarite. Per la sua morte fu condannato in primo grado nel 2019 Vitaly Markiv, un militare della guardia nazionale ucraina, poi assolto. Sopra la foto del defunto Rocchelli su «Myrotvorets», campeggia ancora la macabra scritta rossa «liquidato».
Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
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«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
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Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
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