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2026-01-18
Groenlandia, se inviamo truppe sono dazi
Donald Trump (Ansa)
Il dibattito sulla Groenlandia è sempre più incandescente e si sta trasformando in un braccio di ferro tra gli Stati Uniti e l’Unione europea. A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato ancora Donald Trump. Ieri, infatti, il presidente americano ha annunciato l’introduzione di dazi doganali al 10% contro i Paesi europei che hanno inviato truppe sull’isola artica, con l’avvertimento che l’aliquota salirà al 25% a partire da giugno. Nel mirino di Washington finiscono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, tutti accusati di aver preso parte a quello che Trump ha definito un «gioco pericoloso».
Si tratta, com’è evidente, di una pressione economica esplicita, che resterà in vigore - ha scritto il tycoon su Truth - «fino a quando non verrà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia». Tra i Paesi citati, attualmente, non figura l’Italia. Una circostanza che ha fatto esultare la Lega: «La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là», ha affermato il Carroccio sui social, «raccoglie i suoi amari frutti. Bene per l’Italia essersi chiamati fuori da questo bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d’Europa». «Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell'indebolimento (economico) di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali ed industriali. Non stiamo facendo il tifo tra Milan ed Inter, dovremmo auspicare che tra i nostri alleati prevalgano dialogo e buon senso», il ministro della Difesa Guido Crosetto rispondendo a un tweet di Claudio Borghi in cui si diceva pronto a festeggiare per i dazi a Francia e Germania.
Con i suoi consueti toni muscolari e irriverenti, peraltro, Trump ha dichiarato: «Abbiamo sovvenzionato la Danimarca e tutti i Paesi dell’Unione Europea, e altri ancora, per molti anni, non applicando loro dazi doganali o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca restituisca: la pace mondiale è in gioco! Cina e Russia vogliono la Groenlandia, e non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo. Attualmente hanno due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali è stata aggiunta di recente».
«Per ora sto coordinando una risposta congiunta degli Stati membri dell'Ue su questo tema», ha fatto sapere il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa. Più duro Emmanuel Macron: «Le minacce tariffarie sono inaccettabili e non trovano posto in questo contesto. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato se saranno confermate». «Non ci lasceremo intimidire», ha dichiarato il primo ministro svedese Ulf Kristersson. Keir Starmer si unisce al coro: «Imporre dazi agli alleati per il perseguimento della sicurezza collettiva della Nato è completamente sbagliato».
È in questo contesto (tutt’altro che sereno) che vanno lette le parole pronunciate ieri da Giorgia Meloni, che segnano un cambio di registro sul delicato dossier groenlandese, pur senza trasformarsi in una svolta radicale. Parlando a Tokyo il premier ha detto di «non escludere» una futura presenza italiana in Groenlandia, chiarendo però che si tratterebbe di un’eventualità da valutare esclusivamente «nell’ambito del dialogo all’interno dell’Alleanza atlantica». Una posizione che, al momento, mantiene Roma fuori dalla lista dei Paesi colpiti dai dazi americani. Ma è chiaro che un eventuale invio di truppe esporrebbe l’Italia al rischio di ritorsioni analoghe. Per la Meloni, la Groenlandia «va considerata territorio di responsabilità della Nato» e il tema del rafforzamento della sicurezza nella regione resta «un tema serio», sollevato legittimamente dagli Stati Uniti. Proprio per questo, ha spiegato, «il ragionamento di rafforzare la nostra presenza è un ragionamento sicuramente necessario da fare all’interno dell’Alleanza atlantica», perché quello è «l’ambito nel quale discutere questa materia, anche per quello che eventualmente riguarda la nostra presenza». Il premier ha comunque insistito sulla necessità di non muoversi in ordine sparso, invitando a non interpretare le iniziative militari europee in Groenlandia come un atto «divisivo» nei confronti di Washington. Allo stesso tempo, la Meloni ha ridimensionato apertamente l’ipotesi di un intervento armato su suolo groenlandese, definendo «molto difficile» un’operazione militare di terra e ribadendo di essere convinta che «la questione sia politica e che politicamente verrà risolta». Più categorico, invece, è stato Pietro Parolin: «Le soluzioni di forza non sono accettabili», ha dichiarato il segretario di Stato della Santa Sede.
Sulla stessa linea della Meloni si è poi attestato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Abbiamo sempre detto che tutta la questione dell’Artico, compresa la Groenlandia, deve essere affrontata in sede Nato, per garantire la sicurezza», ha dichiarato. Tajani ha inoltre escluso esplicitamente iniziative autonome
Al tavolo di Donald per la pace a Gaza pure Blair e Rubio. Invitato Erdogan
La Casa Bianca ha ufficializzato la composizione del nuovo Consiglio per la pace di Gaza (Board of Peace, BoP), l’organismo incaricato di guidare la ricostruzione dell’enclave e accompagnare il processo di disarmo di Hamas. L’annuncio comprende l’elenco dei membri del BoP, la nomina del comandante della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf) e la definizione del Consiglio esecutivo di Gaza, nel quale siedono anche rappresentanti di Turchia e Qatar. Secondo la comunicazione americana, Ali Sha’ath, figura legata a Fatah, assumerà la guida del Comitato nazionale tecnocratico per l’amministrazione di Gaza (Ncag). Il suo mandato, viene specificato, sarà quello di «supervisionare il ripristino dei servizi pubblici essenziali, la ricostruzione delle istituzioni civili e la stabilizzazione della vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per un governo autosufficiente e a lungo termine». Il Board of Peace è formato da sette membri fondatori con funzioni esecutive: il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, l’inviato speciale Usa Steve Witkoff, Jared Kushner, Sir Tony Blair, Marc Rowan, Ajay Banga e Robert Gabriel. A questo nucleo, secondo quanto trapela da Washington, potrebbero affiancarsi anche figure politiche di primo piano a livello internazionale. Tra gli invitati figurano il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi, il presidente argentino Javier Milei e il primo ministro canadese Mark Carney.
L’Italia, al momento, non compare nella lista. Tuttavia, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha confermato l’esistenza di contatti in corso: «Abbiamo dato la disponibilità ad avere un ruolo di primo piano. È stato ufficializzato il board di livello esecutivo, manca quello politico. Attendiamo le decisioni definitive». Washington ha inoltre chiarito che l’ex inviato delle Nazioni unite per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov, opererà sul terreno come Alto rappresentante per Gaza, con il compito di fungere da cerniera tra il BoP e l’amministrazione del Ncag. La documentazione diffusa indica che la Forza internazionale di stabilizzazione sarà guidata dal maggior generale Jasper Jeffers, chiamato a «guidare le operazioni di sicurezza, sostenere la smilitarizzazione completa e consentire la consegna sicura di aiuti umanitari e materiali per la ricostruzione». Parallelamente è stato annunciato anche il Consiglio esecutivo di Gaza, incaricato di contribuire a «sostenere una governance efficace e la fornitura di servizi di prima classe che promuovano la pace, la stabilità e la prosperità per la popolazione di Gaza». Oltre ad alcuni membri già presenti nel BoP, ne faranno parte, tra gli altri il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico qatariota Ali Al-Thawadi, il generale egiziano Hassan Rashad, la ministra emiratina Reem Al-Hashimy, Yakir Gabay e Sigrid Kaag. Giovedì Donald Trump aveva sintetizzato l’impostazione dell’iniziativa affermando: «Sosterrò un governo tecnocratico palestinese di nuova nomina, il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, supportato dall’Alto rappresentante del Consiglio, per governare Gaza durante la sua transizione».
La reazione israeliana non si è fatta attendere. Complice la presenza di Turchia e Qatar, da tempo protettori di Hamas, l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha respinto integralmente l’operazione: «L’annuncio relativo alla composizione del consiglio di governo di Gaza, che è subordinato alla Conferenza di pace, non è stato coordinato con Israele ed è in contrasto con la politica israeliana. Il primo ministro ha incaricato il ministro degli Esteri di contattare il segretario di Stato americano in merito a questa questione». Ancora più dura la presa di posizione del leader dell’opposizione Yair Lapid, che in un post su X ha attaccato l’esecutivo dopo l’annuncio statunitense sul Consiglio di pace. «Da un anno dico al governo: Se non promuovete la soluzione egiziana con gli Stati Uniti e il mondo, finirete con la Turchia e il Qatar a Gaza. Ieri sera è stata annunciata la composizione del Consiglio di pace: la Turchia al suo interno, il Qatar al suo interno e, secondo l’Idf, Hamas con 30.000 uomini armati a Gaza», ha scritto Lapid. La frattura tra Israele e Stati Uniti arriva in un momento drammatico per il Medio Oriente, tra la guerra infinita a Gaza e la rivolta che continua a scuotere la Repubblica islamica.
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Donald Trump ha annunciato tariffe del 10% e poi del 25% ai Paesi che hanno mandato militari nell’isola artica che vuole comprare Tra questi, anche Danimarca, Francia, Uk, e Olanda. L’Italia, che ieri ha aperto a missioni in ambito Nato, è avvertita...Su Gaza c'è l'ira di Israele: «Nessun coordinamento». Giorgia Meloni: «Disponibili per ruolo di primo piano».Lo speciale contiene due articoli Il dibattito sulla Groenlandia è sempre più incandescente e si sta trasformando in un braccio di ferro tra gli Stati Uniti e l’Unione europea. A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato ancora Donald Trump. Ieri, infatti, il presidente americano ha annunciato l’introduzione di dazi doganali al 10% contro i Paesi europei che hanno inviato truppe sull’isola artica, con l’avvertimento che l’aliquota salirà al 25% a partire da giugno. Nel mirino di Washington finiscono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, tutti accusati di aver preso parte a quello che Trump ha definito un «gioco pericoloso». Si tratta, com’è evidente, di una pressione economica esplicita, che resterà in vigore - ha scritto il tycoon su Truth - «fino a quando non verrà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia». Tra i Paesi citati, attualmente, non figura l’Italia. Una circostanza che ha fatto esultare la Lega: «La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là», ha affermato il Carroccio sui social, «raccoglie i suoi amari frutti. Bene per l’Italia essersi chiamati fuori da questo bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d’Europa». «Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell'indebolimento (economico) di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali ed industriali. Non stiamo facendo il tifo tra Milan ed Inter, dovremmo auspicare che tra i nostri alleati prevalgano dialogo e buon senso», il ministro della Difesa Guido Crosetto rispondendo a un tweet di Claudio Borghi in cui si diceva pronto a festeggiare per i dazi a Francia e Germania.Con i suoi consueti toni muscolari e irriverenti, peraltro, Trump ha dichiarato: «Abbiamo sovvenzionato la Danimarca e tutti i Paesi dell’Unione Europea, e altri ancora, per molti anni, non applicando loro dazi doganali o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca restituisca: la pace mondiale è in gioco! Cina e Russia vogliono la Groenlandia, e non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo. Attualmente hanno due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali è stata aggiunta di recente». «Per ora sto coordinando una risposta congiunta degli Stati membri dell'Ue su questo tema», ha fatto sapere il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa. Più duro Emmanuel Macron: «Le minacce tariffarie sono inaccettabili e non trovano posto in questo contesto. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato se saranno confermate». «Non ci lasceremo intimidire», ha dichiarato il primo ministro svedese Ulf Kristersson. Keir Starmer si unisce al coro: «Imporre dazi agli alleati per il perseguimento della sicurezza collettiva della Nato è completamente sbagliato». È in questo contesto (tutt’altro che sereno) che vanno lette le parole pronunciate ieri da Giorgia Meloni, che segnano un cambio di registro sul delicato dossier groenlandese, pur senza trasformarsi in una svolta radicale. Parlando a Tokyo il premier ha detto di «non escludere» una futura presenza italiana in Groenlandia, chiarendo però che si tratterebbe di un’eventualità da valutare esclusivamente «nell’ambito del dialogo all’interno dell’Alleanza atlantica». Una posizione che, al momento, mantiene Roma fuori dalla lista dei Paesi colpiti dai dazi americani. Ma è chiaro che un eventuale invio di truppe esporrebbe l’Italia al rischio di ritorsioni analoghe. Per la Meloni, la Groenlandia «va considerata territorio di responsabilità della Nato» e il tema del rafforzamento della sicurezza nella regione resta «un tema serio», sollevato legittimamente dagli Stati Uniti. Proprio per questo, ha spiegato, «il ragionamento di rafforzare la nostra presenza è un ragionamento sicuramente necessario da fare all’interno dell’Alleanza atlantica», perché quello è «l’ambito nel quale discutere questa materia, anche per quello che eventualmente riguarda la nostra presenza». Il premier ha comunque insistito sulla necessità di non muoversi in ordine sparso, invitando a non interpretare le iniziative militari europee in Groenlandia come un atto «divisivo» nei confronti di Washington. Allo stesso tempo, la Meloni ha ridimensionato apertamente l’ipotesi di un intervento armato su suolo groenlandese, definendo «molto difficile» un’operazione militare di terra e ribadendo di essere convinta che «la questione sia politica e che politicamente verrà risolta». Più categorico, invece, è stato Pietro Parolin: «Le soluzioni di forza non sono accettabili», ha dichiarato il segretario di Stato della Santa Sede.Sulla stessa linea della Meloni si è poi attestato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Abbiamo sempre detto che tutta la questione dell’Artico, compresa la Groenlandia, deve essere affrontata in sede Nato, per garantire la sicurezza», ha dichiarato. Tajani ha inoltre escluso esplicitamente iniziative autonome<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/groenlandia-truppe-dazi-donald-trump-2674906016.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-tavolo-di-donald-per-la-pace-a-gaza-pure-blair-e-rubio-invitato-erdogan" data-post-id="2674906016" data-published-at="1768736142" data-use-pagination="False"> Al tavolo di Donald per la pace a Gaza pure Blair e Rubio. Invitato Erdogan La Casa Bianca ha ufficializzato la composizione del nuovo Consiglio per la pace di Gaza (Board of Peace, BoP), l’organismo incaricato di guidare la ricostruzione dell’enclave e accompagnare il processo di disarmo di Hamas. L’annuncio comprende l’elenco dei membri del BoP, la nomina del comandante della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf) e la definizione del Consiglio esecutivo di Gaza, nel quale siedono anche rappresentanti di Turchia e Qatar. Secondo la comunicazione americana, Ali Sha’ath, figura legata a Fatah, assumerà la guida del Comitato nazionale tecnocratico per l’amministrazione di Gaza (Ncag). Il suo mandato, viene specificato, sarà quello di «supervisionare il ripristino dei servizi pubblici essenziali, la ricostruzione delle istituzioni civili e la stabilizzazione della vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per un governo autosufficiente e a lungo termine». Il Board of Peace è formato da sette membri fondatori con funzioni esecutive: il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, l’inviato speciale Usa Steve Witkoff, Jared Kushner, Sir Tony Blair, Marc Rowan, Ajay Banga e Robert Gabriel. A questo nucleo, secondo quanto trapela da Washington, potrebbero affiancarsi anche figure politiche di primo piano a livello internazionale. Tra gli invitati figurano il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi, il presidente argentino Javier Milei e il primo ministro canadese Mark Carney.L’Italia, al momento, non compare nella lista. Tuttavia, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha confermato l’esistenza di contatti in corso: «Abbiamo dato la disponibilità ad avere un ruolo di primo piano. È stato ufficializzato il board di livello esecutivo, manca quello politico. Attendiamo le decisioni definitive». Washington ha inoltre chiarito che l’ex inviato delle Nazioni unite per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov, opererà sul terreno come Alto rappresentante per Gaza, con il compito di fungere da cerniera tra il BoP e l’amministrazione del Ncag. La documentazione diffusa indica che la Forza internazionale di stabilizzazione sarà guidata dal maggior generale Jasper Jeffers, chiamato a «guidare le operazioni di sicurezza, sostenere la smilitarizzazione completa e consentire la consegna sicura di aiuti umanitari e materiali per la ricostruzione». Parallelamente è stato annunciato anche il Consiglio esecutivo di Gaza, incaricato di contribuire a «sostenere una governance efficace e la fornitura di servizi di prima classe che promuovano la pace, la stabilità e la prosperità per la popolazione di Gaza». Oltre ad alcuni membri già presenti nel BoP, ne faranno parte, tra gli altri il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico qatariota Ali Al-Thawadi, il generale egiziano Hassan Rashad, la ministra emiratina Reem Al-Hashimy, Yakir Gabay e Sigrid Kaag. Giovedì Donald Trump aveva sintetizzato l’impostazione dell’iniziativa affermando: «Sosterrò un governo tecnocratico palestinese di nuova nomina, il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, supportato dall’Alto rappresentante del Consiglio, per governare Gaza durante la sua transizione».La reazione israeliana non si è fatta attendere. Complice la presenza di Turchia e Qatar, da tempo protettori di Hamas, l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha respinto integralmente l’operazione: «L’annuncio relativo alla composizione del consiglio di governo di Gaza, che è subordinato alla Conferenza di pace, non è stato coordinato con Israele ed è in contrasto con la politica israeliana. Il primo ministro ha incaricato il ministro degli Esteri di contattare il segretario di Stato americano in merito a questa questione». Ancora più dura la presa di posizione del leader dell’opposizione Yair Lapid, che in un post su X ha attaccato l’esecutivo dopo l’annuncio statunitense sul Consiglio di pace. «Da un anno dico al governo: Se non promuovete la soluzione egiziana con gli Stati Uniti e il mondo, finirete con la Turchia e il Qatar a Gaza. Ieri sera è stata annunciata la composizione del Consiglio di pace: la Turchia al suo interno, il Qatar al suo interno e, secondo l’Idf, Hamas con 30.000 uomini armati a Gaza», ha scritto Lapid. La frattura tra Israele e Stati Uniti arriva in un momento drammatico per il Medio Oriente, tra la guerra infinita a Gaza e la rivolta che continua a scuotere la Repubblica islamica.
Getty Images
L’ayatollah ha inoltre bollato le proteste come frutto di una «cospirazione americana». «L’obiettivo dell’America è quello di inghiottire l’Iran», ha proseguito. «Per grazia di Dio, la nazione iraniana deve spezzare la schiena dei sediziosi, proprio come ha spezzato la schiena della sedizione», ha continuato Khamenei. Non solo. Il procuratore di Teheran, Ali Salehi, ha anche platealmente smentito Trump, il quale, nei giorni scorsi, aveva affermato che il regime khomeinista aveva annullato alcune centinaia di esecuzioni. «Dovrebbe farsi gli affari suoi», ha affermato Salehi, riferendosi al presidente americano, per poi promettere una risposta «decisa» della magistratura iraniana contro i manifestanti.
Dopo queste dichiarazioni, Trump ha rilasciato a Politico un commento lapidario. «È tempo di cercare una nuova leadership in Iran», ha dichiarato. Poi, riferendosi a Khamenei, ha aggiunto: «Questo è un uomo malato che dovrebbe governare il suo Paese come si deve e smettere di uccidere. Il suo Paese è il posto peggiore in cui vivere al mondo a causa della sua pessima leadership». Particolarmente duro si è mostrato anche il Dipartimento di Stato americano che, in un post sul suo account X in lingua farsi, ha affermato: «Abbiamo ricevuto notizie secondo cui la Repubblica islamica starebbe preparando opzioni per colpire le basi americane. Come ha ripetutamente sottolineato il presidente Trump, tutte le opzioni restano sul tavolo e, se il regime della Repubblica islamica attaccasse gli asset americani, la Repubblica islamica si troverebbe ad affrontare una forza molto, molto potente». Insomma, se negli ultimi giorni la tensione sembrava essersi parzialmente smorzata, è chiaro che ieri le fibrillazioni tra Washington e Teheran sono tornate a salire. Sotto questo aspetto, le parole di Khamenei e di Salehi hanno notevolmente gettato benzina sul fuoco. Non dimentichiamo infatti che, venerdì, Trump aveva lasciato intendere di aver cancellato (o comunque rimandato) l’attacco militare proprio in conseguenza dell’annullamento di 800 esecuzioni da parte del regime. Non solo. Nei giorni scorsi, il presidente americano aveva espresso più volte scetticismo verso l’ipotesi che il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, potesse guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran, lasciando così intendere di non essere troppo convinto di un regime change in piena regola. Certo, la Casa Bianca non aveva rinunciato a esercitare pressione sul governo iraniano tra nuove sanzioni e spostamento della portaerei Lincoln verso il Mediterraneo. Tuttavia, tra giovedì e venerdì, Trump era sembrato meno propenso a ricorrere all’opzione bellica. Dall’altra parte, non è un mistero che, già a partire dallo scorso fine settimana, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si fosse mosso diplomaticamente per cercare di scongiurare un’operazione militare da parte di Washington. Una serie di manovre, quelle di Araghchi, che rischiano di essere state affossate dalle recenti parole di Khamenei e Salehi.
Il regime khomeinista, che potrebbe tenere bloccato internet fino a fine marzo, è del resto internamente spaccato. Delle divisioni erano già emerse a giugno, a seguito dell’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani. In quell’occasione, si registrò un contrasto tra la linea maggiormente diplomatica dello stesso Araghchi e quella più battagliera dei pasdaran. È dunque probabile che oggi si stiano ripresentando delle dinamiche simili in seno al regime. E adesso, le dure parole di Khamenei hanno portato Trump a propendere per un regime change. Un regime change che, qualora dovesse essere attuato, sarebbe tuttavia più simile alla «soluzione venezuelana», che a quella «afgana» o «irachena». Il presidente americano potrebbe, in altre parole, colpire il vertice del regime e scegliere poi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato. Se questa è la linea che Trump intende seguire, è chiaro che a rischiare di più sarebbero Khamenei, il suo entourage e i capi dei pasdaran. La rivista specializzata 19FortyFive ha definito questa strategia «coercizione senza proprietà». Come ha fatto in Venezuela, Trump, anche in Iran, non procederebbe a un regime change completo né tantomeno a un’operazione di nation building: due politiche, queste, rispetto a cui l’attuale presidente americano si è sempre mostrato scettico, considerandole rischiose, costose e foriere di instabilità. La soluzione migliore, per lui, sarebbe quella di «domare» il regime avversario (magari epurandone gli esponenti più problematici), per riorientare la sua politica estera, evitando al contempo che gli Usa restino impelagati in un pantano. È così che sta spingendo oggi il governo chavista «de-madurizzato» lontano dalla Cina. Ed è così che potrebbe presto fare con il governo iraniano. Non a caso, ieri il presidente americano ha appuntato i suoi strali soprattutto contro Khamenei, definendolo un «uomo malato». Chi ha orecchie per intendere...
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