True
2026-01-18
Groenlandia, se inviamo truppe sono dazi
Donald Trump (Ansa)
Il dibattito sulla Groenlandia è sempre più incandescente e si sta trasformando in un braccio di ferro tra gli Stati Uniti e l’Unione europea. A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato ancora Donald Trump. Ieri, infatti, il presidente americano ha annunciato l’introduzione di dazi doganali al 10% contro i Paesi europei che hanno inviato truppe sull’isola artica, con l’avvertimento che l’aliquota salirà al 25% a partire da giugno. Nel mirino di Washington finiscono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, tutti accusati di aver preso parte a quello che Trump ha definito un «gioco pericoloso».
Si tratta, com’è evidente, di una pressione economica esplicita, che resterà in vigore - ha scritto il tycoon su Truth - «fino a quando non verrà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia». Tra i Paesi citati, attualmente, non figura l’Italia. Una circostanza che ha fatto esultare la Lega: «La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là», ha affermato il Carroccio sui social, «raccoglie i suoi amari frutti. Bene per l’Italia essersi chiamati fuori da questo bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d’Europa». «Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell'indebolimento (economico) di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali ed industriali. Non stiamo facendo il tifo tra Milan ed Inter, dovremmo auspicare che tra i nostri alleati prevalgano dialogo e buon senso», il ministro della Difesa Guido Crosetto rispondendo a un tweet di Claudio Borghi in cui si diceva pronto a festeggiare per i dazi a Francia e Germania.
Con i suoi consueti toni muscolari e irriverenti, peraltro, Trump ha dichiarato: «Abbiamo sovvenzionato la Danimarca e tutti i Paesi dell’Unione Europea, e altri ancora, per molti anni, non applicando loro dazi doganali o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca restituisca: la pace mondiale è in gioco! Cina e Russia vogliono la Groenlandia, e non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo. Attualmente hanno due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali è stata aggiunta di recente».
«Per ora sto coordinando una risposta congiunta degli Stati membri dell'Ue su questo tema», ha fatto sapere il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa. Più duro Emmanuel Macron: «Le minacce tariffarie sono inaccettabili e non trovano posto in questo contesto. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato se saranno confermate». «Non ci lasceremo intimidire», ha dichiarato il primo ministro svedese Ulf Kristersson. Keir Starmer si unisce al coro: «Imporre dazi agli alleati per il perseguimento della sicurezza collettiva della Nato è completamente sbagliato».
È in questo contesto (tutt’altro che sereno) che vanno lette le parole pronunciate ieri da Giorgia Meloni, che segnano un cambio di registro sul delicato dossier groenlandese, pur senza trasformarsi in una svolta radicale. Parlando a Tokyo il premier ha detto di «non escludere» una futura presenza italiana in Groenlandia, chiarendo però che si tratterebbe di un’eventualità da valutare esclusivamente «nell’ambito del dialogo all’interno dell’Alleanza atlantica». Una posizione che, al momento, mantiene Roma fuori dalla lista dei Paesi colpiti dai dazi americani. Ma è chiaro che un eventuale invio di truppe esporrebbe l’Italia al rischio di ritorsioni analoghe. Per la Meloni, la Groenlandia «va considerata territorio di responsabilità della Nato» e il tema del rafforzamento della sicurezza nella regione resta «un tema serio», sollevato legittimamente dagli Stati Uniti. Proprio per questo, ha spiegato, «il ragionamento di rafforzare la nostra presenza è un ragionamento sicuramente necessario da fare all’interno dell’Alleanza atlantica», perché quello è «l’ambito nel quale discutere questa materia, anche per quello che eventualmente riguarda la nostra presenza». Il premier ha comunque insistito sulla necessità di non muoversi in ordine sparso, invitando a non interpretare le iniziative militari europee in Groenlandia come un atto «divisivo» nei confronti di Washington. Allo stesso tempo, la Meloni ha ridimensionato apertamente l’ipotesi di un intervento armato su suolo groenlandese, definendo «molto difficile» un’operazione militare di terra e ribadendo di essere convinta che «la questione sia politica e che politicamente verrà risolta». Più categorico, invece, è stato Pietro Parolin: «Le soluzioni di forza non sono accettabili», ha dichiarato il segretario di Stato della Santa Sede.
Sulla stessa linea della Meloni si è poi attestato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Abbiamo sempre detto che tutta la questione dell’Artico, compresa la Groenlandia, deve essere affrontata in sede Nato, per garantire la sicurezza», ha dichiarato. Tajani ha inoltre escluso esplicitamente iniziative autonome
Al tavolo di Donald per la pace a Gaza pure Blair e Rubio. Invitato Erdogan
La Casa Bianca ha ufficializzato la composizione del nuovo Consiglio per la pace di Gaza (Board of Peace, BoP), l’organismo incaricato di guidare la ricostruzione dell’enclave e accompagnare il processo di disarmo di Hamas. L’annuncio comprende l’elenco dei membri del BoP, la nomina del comandante della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf) e la definizione del Consiglio esecutivo di Gaza, nel quale siedono anche rappresentanti di Turchia e Qatar. Secondo la comunicazione americana, Ali Sha’ath, figura legata a Fatah, assumerà la guida del Comitato nazionale tecnocratico per l’amministrazione di Gaza (Ncag). Il suo mandato, viene specificato, sarà quello di «supervisionare il ripristino dei servizi pubblici essenziali, la ricostruzione delle istituzioni civili e la stabilizzazione della vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per un governo autosufficiente e a lungo termine». Il Board of Peace è formato da sette membri fondatori con funzioni esecutive: il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, l’inviato speciale Usa Steve Witkoff, Jared Kushner, Sir Tony Blair, Marc Rowan, Ajay Banga e Robert Gabriel. A questo nucleo, secondo quanto trapela da Washington, potrebbero affiancarsi anche figure politiche di primo piano a livello internazionale. Tra gli invitati figurano il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi, il presidente argentino Javier Milei e il primo ministro canadese Mark Carney.
L’Italia, al momento, non compare nella lista. Tuttavia, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha confermato l’esistenza di contatti in corso: «Abbiamo dato la disponibilità ad avere un ruolo di primo piano. È stato ufficializzato il board di livello esecutivo, manca quello politico. Attendiamo le decisioni definitive». Washington ha inoltre chiarito che l’ex inviato delle Nazioni unite per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov, opererà sul terreno come Alto rappresentante per Gaza, con il compito di fungere da cerniera tra il BoP e l’amministrazione del Ncag. La documentazione diffusa indica che la Forza internazionale di stabilizzazione sarà guidata dal maggior generale Jasper Jeffers, chiamato a «guidare le operazioni di sicurezza, sostenere la smilitarizzazione completa e consentire la consegna sicura di aiuti umanitari e materiali per la ricostruzione». Parallelamente è stato annunciato anche il Consiglio esecutivo di Gaza, incaricato di contribuire a «sostenere una governance efficace e la fornitura di servizi di prima classe che promuovano la pace, la stabilità e la prosperità per la popolazione di Gaza». Oltre ad alcuni membri già presenti nel BoP, ne faranno parte, tra gli altri il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico qatariota Ali Al-Thawadi, il generale egiziano Hassan Rashad, la ministra emiratina Reem Al-Hashimy, Yakir Gabay e Sigrid Kaag. Giovedì Donald Trump aveva sintetizzato l’impostazione dell’iniziativa affermando: «Sosterrò un governo tecnocratico palestinese di nuova nomina, il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, supportato dall’Alto rappresentante del Consiglio, per governare Gaza durante la sua transizione».
La reazione israeliana non si è fatta attendere. Complice la presenza di Turchia e Qatar, da tempo protettori di Hamas, l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha respinto integralmente l’operazione: «L’annuncio relativo alla composizione del consiglio di governo di Gaza, che è subordinato alla Conferenza di pace, non è stato coordinato con Israele ed è in contrasto con la politica israeliana. Il primo ministro ha incaricato il ministro degli Esteri di contattare il segretario di Stato americano in merito a questa questione». Ancora più dura la presa di posizione del leader dell’opposizione Yair Lapid, che in un post su X ha attaccato l’esecutivo dopo l’annuncio statunitense sul Consiglio di pace. «Da un anno dico al governo: Se non promuovete la soluzione egiziana con gli Stati Uniti e il mondo, finirete con la Turchia e il Qatar a Gaza. Ieri sera è stata annunciata la composizione del Consiglio di pace: la Turchia al suo interno, il Qatar al suo interno e, secondo l’Idf, Hamas con 30.000 uomini armati a Gaza», ha scritto Lapid. La frattura tra Israele e Stati Uniti arriva in un momento drammatico per il Medio Oriente, tra la guerra infinita a Gaza e la rivolta che continua a scuotere la Repubblica islamica.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump ha annunciato tariffe del 10% e poi del 25% ai Paesi che hanno mandato militari nell’isola artica che vuole comprare Tra questi, anche Danimarca, Francia, Uk, e Olanda. L’Italia, che ieri ha aperto a missioni in ambito Nato, è avvertita...Su Gaza c'è l'ira di Israele: «Nessun coordinamento». Giorgia Meloni: «Disponibili per ruolo di primo piano».Lo speciale contiene due articoli Il dibattito sulla Groenlandia è sempre più incandescente e si sta trasformando in un braccio di ferro tra gli Stati Uniti e l’Unione europea. A gettare ulteriore benzina sul fuoco ci ha pensato ancora Donald Trump. Ieri, infatti, il presidente americano ha annunciato l’introduzione di dazi doganali al 10% contro i Paesi europei che hanno inviato truppe sull’isola artica, con l’avvertimento che l’aliquota salirà al 25% a partire da giugno. Nel mirino di Washington finiscono Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, tutti accusati di aver preso parte a quello che Trump ha definito un «gioco pericoloso». Si tratta, com’è evidente, di una pressione economica esplicita, che resterà in vigore - ha scritto il tycoon su Truth - «fino a quando non verrà raggiunto un accordo per l’acquisto completo e totale della Groenlandia». Tra i Paesi citati, attualmente, non figura l’Italia. Una circostanza che ha fatto esultare la Lega: «La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là», ha affermato il Carroccio sui social, «raccoglie i suoi amari frutti. Bene per l’Italia essersi chiamati fuori da questo bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d’Europa». «Non capisco cosa ci sia da festeggiare nell'indebolimento (economico) di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali ed industriali. Non stiamo facendo il tifo tra Milan ed Inter, dovremmo auspicare che tra i nostri alleati prevalgano dialogo e buon senso», il ministro della Difesa Guido Crosetto rispondendo a un tweet di Claudio Borghi in cui si diceva pronto a festeggiare per i dazi a Francia e Germania.Con i suoi consueti toni muscolari e irriverenti, peraltro, Trump ha dichiarato: «Abbiamo sovvenzionato la Danimarca e tutti i Paesi dell’Unione Europea, e altri ancora, per molti anni, non applicando loro dazi doganali o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca restituisca: la pace mondiale è in gioco! Cina e Russia vogliono la Groenlandia, e non c’è nulla che la Danimarca possa fare al riguardo. Attualmente hanno due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali è stata aggiunta di recente». «Per ora sto coordinando una risposta congiunta degli Stati membri dell'Ue su questo tema», ha fatto sapere il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa. Più duro Emmanuel Macron: «Le minacce tariffarie sono inaccettabili e non trovano posto in questo contesto. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato se saranno confermate». «Non ci lasceremo intimidire», ha dichiarato il primo ministro svedese Ulf Kristersson. Keir Starmer si unisce al coro: «Imporre dazi agli alleati per il perseguimento della sicurezza collettiva della Nato è completamente sbagliato». È in questo contesto (tutt’altro che sereno) che vanno lette le parole pronunciate ieri da Giorgia Meloni, che segnano un cambio di registro sul delicato dossier groenlandese, pur senza trasformarsi in una svolta radicale. Parlando a Tokyo il premier ha detto di «non escludere» una futura presenza italiana in Groenlandia, chiarendo però che si tratterebbe di un’eventualità da valutare esclusivamente «nell’ambito del dialogo all’interno dell’Alleanza atlantica». Una posizione che, al momento, mantiene Roma fuori dalla lista dei Paesi colpiti dai dazi americani. Ma è chiaro che un eventuale invio di truppe esporrebbe l’Italia al rischio di ritorsioni analoghe. Per la Meloni, la Groenlandia «va considerata territorio di responsabilità della Nato» e il tema del rafforzamento della sicurezza nella regione resta «un tema serio», sollevato legittimamente dagli Stati Uniti. Proprio per questo, ha spiegato, «il ragionamento di rafforzare la nostra presenza è un ragionamento sicuramente necessario da fare all’interno dell’Alleanza atlantica», perché quello è «l’ambito nel quale discutere questa materia, anche per quello che eventualmente riguarda la nostra presenza». Il premier ha comunque insistito sulla necessità di non muoversi in ordine sparso, invitando a non interpretare le iniziative militari europee in Groenlandia come un atto «divisivo» nei confronti di Washington. Allo stesso tempo, la Meloni ha ridimensionato apertamente l’ipotesi di un intervento armato su suolo groenlandese, definendo «molto difficile» un’operazione militare di terra e ribadendo di essere convinta che «la questione sia politica e che politicamente verrà risolta». Più categorico, invece, è stato Pietro Parolin: «Le soluzioni di forza non sono accettabili», ha dichiarato il segretario di Stato della Santa Sede.Sulla stessa linea della Meloni si è poi attestato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Abbiamo sempre detto che tutta la questione dell’Artico, compresa la Groenlandia, deve essere affrontata in sede Nato, per garantire la sicurezza», ha dichiarato. Tajani ha inoltre escluso esplicitamente iniziative autonome<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/groenlandia-truppe-dazi-donald-trump-2674906016.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-tavolo-di-donald-per-la-pace-a-gaza-pure-blair-e-rubio-invitato-erdogan" data-post-id="2674906016" data-published-at="1768736142" data-use-pagination="False"> Al tavolo di Donald per la pace a Gaza pure Blair e Rubio. Invitato Erdogan La Casa Bianca ha ufficializzato la composizione del nuovo Consiglio per la pace di Gaza (Board of Peace, BoP), l’organismo incaricato di guidare la ricostruzione dell’enclave e accompagnare il processo di disarmo di Hamas. L’annuncio comprende l’elenco dei membri del BoP, la nomina del comandante della Forza internazionale di stabilizzazione (Isf) e la definizione del Consiglio esecutivo di Gaza, nel quale siedono anche rappresentanti di Turchia e Qatar. Secondo la comunicazione americana, Ali Sha’ath, figura legata a Fatah, assumerà la guida del Comitato nazionale tecnocratico per l’amministrazione di Gaza (Ncag). Il suo mandato, viene specificato, sarà quello di «supervisionare il ripristino dei servizi pubblici essenziali, la ricostruzione delle istituzioni civili e la stabilizzazione della vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per un governo autosufficiente e a lungo termine». Il Board of Peace è formato da sette membri fondatori con funzioni esecutive: il segretario di Stato statunitense Marco Rubio, l’inviato speciale Usa Steve Witkoff, Jared Kushner, Sir Tony Blair, Marc Rowan, Ajay Banga e Robert Gabriel. A questo nucleo, secondo quanto trapela da Washington, potrebbero affiancarsi anche figure politiche di primo piano a livello internazionale. Tra gli invitati figurano il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi, il presidente argentino Javier Milei e il primo ministro canadese Mark Carney.L’Italia, al momento, non compare nella lista. Tuttavia, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha confermato l’esistenza di contatti in corso: «Abbiamo dato la disponibilità ad avere un ruolo di primo piano. È stato ufficializzato il board di livello esecutivo, manca quello politico. Attendiamo le decisioni definitive». Washington ha inoltre chiarito che l’ex inviato delle Nazioni unite per il Medio Oriente, Nickolay Mladenov, opererà sul terreno come Alto rappresentante per Gaza, con il compito di fungere da cerniera tra il BoP e l’amministrazione del Ncag. La documentazione diffusa indica che la Forza internazionale di stabilizzazione sarà guidata dal maggior generale Jasper Jeffers, chiamato a «guidare le operazioni di sicurezza, sostenere la smilitarizzazione completa e consentire la consegna sicura di aiuti umanitari e materiali per la ricostruzione». Parallelamente è stato annunciato anche il Consiglio esecutivo di Gaza, incaricato di contribuire a «sostenere una governance efficace e la fornitura di servizi di prima classe che promuovano la pace, la stabilità e la prosperità per la popolazione di Gaza». Oltre ad alcuni membri già presenti nel BoP, ne faranno parte, tra gli altri il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, il diplomatico qatariota Ali Al-Thawadi, il generale egiziano Hassan Rashad, la ministra emiratina Reem Al-Hashimy, Yakir Gabay e Sigrid Kaag. Giovedì Donald Trump aveva sintetizzato l’impostazione dell’iniziativa affermando: «Sosterrò un governo tecnocratico palestinese di nuova nomina, il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, supportato dall’Alto rappresentante del Consiglio, per governare Gaza durante la sua transizione».La reazione israeliana non si è fatta attendere. Complice la presenza di Turchia e Qatar, da tempo protettori di Hamas, l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha respinto integralmente l’operazione: «L’annuncio relativo alla composizione del consiglio di governo di Gaza, che è subordinato alla Conferenza di pace, non è stato coordinato con Israele ed è in contrasto con la politica israeliana. Il primo ministro ha incaricato il ministro degli Esteri di contattare il segretario di Stato americano in merito a questa questione». Ancora più dura la presa di posizione del leader dell’opposizione Yair Lapid, che in un post su X ha attaccato l’esecutivo dopo l’annuncio statunitense sul Consiglio di pace. «Da un anno dico al governo: Se non promuovete la soluzione egiziana con gli Stati Uniti e il mondo, finirete con la Turchia e il Qatar a Gaza. Ieri sera è stata annunciata la composizione del Consiglio di pace: la Turchia al suo interno, il Qatar al suo interno e, secondo l’Idf, Hamas con 30.000 uomini armati a Gaza», ha scritto Lapid. La frattura tra Israele e Stati Uniti arriva in un momento drammatico per il Medio Oriente, tra la guerra infinita a Gaza e la rivolta che continua a scuotere la Repubblica islamica.
Christine Lagarde (Ansa)
Lo ammette senza troppi giri di parole Christine Lagarde: abbiamo discusso un possibile rialzo dei tassi. Discusso. Valutato. Soppesato. Poi archiviato. Per ora. Con un’aggiunta che sa più di promessa che di prudenza: se ne riparlerà a giugno. La realtà è salita sul palcoscenico e ha cambiato la scena. La guerra in Medio Oriente riapre una ferita che l’Europa conosce benissimo ma finge di dimenticare: l’energia che diventa arma. Il blocco dello Stretto di Hormuz - nome quasi astratto finché non arriva la bolletta della luce - non è solo una variabile economica. È una leva politica travestita da pompa di benzina. E infatti l’inflazione, che sembrava finalmente domata, decide di rialzare la testa. Ad aprile torna al 3%. Non un’esplosione, ma abbastanza per ricordare alla Bce che il 2% non è un suggerimento: è una linea di confine. Perché mentre i prezzi ripartono, l’economia rallenta. L’Eurozona nel primo trimestre è migliorata dello 0,1%. Tecnicamente è un miglioramento, praticamente un battito di ciglia. Definirla «bassa crescita», come fa Lagarde, è un esercizio di stile che meriterebbe un premio a parte: quello per l’ottimismo resistente.
Ed è in questo equilibrio instabile che la Bce si ritrova intrappolata. Da una parte l’inflazione che rialza la voce, dall’altra una crescita che ha perso le corde vocali. In mezzo, la politica monetaria che tenta di non scegliere per non sbagliare. O meglio sceglie di aspettare perché qualsiasi scelta avrebbe un costo. «Abbiamo preso la decisione di non toccare i tassi perché le informazioni sono ancora insufficienti», dice Lagarde. Onesta, ma inquietante. Il tempo che passa, in economia, non è mai neutrale. Poi arriva la frase chiave che fa alzare qualche sopracciglio: «Ci stiamo allontanando dal nostro scenario di base». Come dire: le stime su cui pensavamo di basarci - guerra breve, energia sotto controllo, inflazione in discesa - si stanno sgretolando. Non crollano, certo. Ma si incrinano abbastanza da rendere ogni previsione una scommessa. E qui la lettura diventa inevitabilmente più critica. Perché la sensazione è che la Bce, ancora una volta, si trova a inseguire gli eventi invece di anticiparli. Un thriller già visto: nel 2011, con il rialzo dei tassi che alimentò la crisi del debito. Nel 2022, sottovalutando l’inflazione fino a farla diventare un problema strutturale. Due errori opposti, ma figli dello stesso difetto: arrivare sempre un attimo dopo. È proprio questo l’incubo che incombe sulle riunioni di Francoforte. Non tanto cosa fare, ma cosa non fare. E in economia, come in politica, la paura di sbagliare diventa strategia: quella del rinvio permanente. Nel frattempo, il resto del mondo fa coro. La Federal Reserve per la terza volta di fila resta ferma, la Bank of England pure. Tutti prudenti, tutti immobili, tutti in attesa che qualcun altro faccia il primo passo. È la globalizzazione della cautela: nessuno vuole essere ricordato come quello che ha mosso la pedina sbagliata nel momento sbagliato. Sotto questa calma apparente, il sistema si muove. Le aspettative di inflazione risalgono, la fiducia di imprese e famiglie si incrina, la guerra non ha ancora scaricato tutto il suo impatto sull’economia reale. La quiete che precede non il temporale ma la revisione del meteo. E così il quadro finale è quasi sospeso: tassi fermi, dibattito acceso; inflazione in salita, ma non fuori controllo; crescita debole, ma non assente. Una sorta di equilibrio instabile in cui tutto sembra tenere finché non precipita. Ed è qui che la narrazione di Lagarde diventa più fragile, quasi difensiva. La prudenza viene presentata come virtù, ma rischia di diventare una postura permanente. E il mercato, si sa, non premia chi aspetta troppo a lungo di decidere: premia chi arriva prima di essere costretto a rincorrere. La conclusione, allora, è meno rassicurante di quanto sembri. La Bce non è immobile: è semplicemente in attesa del momento in cui muoversi sarà inevitabile. Ha scelto la pausa. Ma è una pausa che somiglia sempre di più a una sospensione carica di tensione. E quando il sipario si rialzerà non basterà più raccontare che «si è discusso il rialzo». Il pubblico chiederà spiegazioni.
Continua a leggereRiduci
Gianluigi Paragone smaschera il paradosso del fronte del No: un giorno difende l'autonomia dei giudici come fosse sacra e il giorno dopo, sul caso di Nicole Minetti, si arrabbia perché il Ministero non ha dato ordini ai magistrati o non ha inseguito i colpevoli in Uruguay.