Un genitore ha diritto di pensare che il proprio figlio sia un angioletto e ha anche diritto di difenderlo contro tutti e contro tutto, magari anche contro l'evidenza. Ma se ti chiami Beppe Grillo, se ti sei autonominato campione della legalità, se sei il capo del partito giustizialista italiano, se fai la parte del leone nella maggioranza che sostiene il governo, prima di parlare forse dovresti pensare alle conseguenze di ciò che dici.
Un genitore ha diritto di pensare che il proprio figlio sia un angioletto e ha anche diritto di difenderlo contro tutti e contro tutto, magari anche contro l'evidenza. Ma se ti chiami Beppe Grillo, se ti sei autonominato campione della legalità, se sei il capo del partito giustizialista italiano, se fai la parte del leone nella maggioranza che sostiene il governo, prima di parlare forse dovresti pensare alle conseguenze di ciò che dici. E le conseguenze sono evidenti: lo sfogo che ieri il fondatore del Movimento 5 stelle ha diffuso via Facebook a favore del figlio, accusato insieme a tre compagni di aver violentato una ragazza in stato di incoscienza, è avvenuto a ridosso della decisione della Procura di chiedere il rinvio a giudizio o il proscioglimento. In pratica, i pm di Tempio Pausania, chiamati a indagare sulla denuncia della giovane, devono stabilire se adeguarsi all'arringa del papà dell'accusato oppure ignorarla e tirare dritto, sollecitando il processo. In altri tempi, e con altri protagonisti, la grande stampa avrebbe parlato di pressione mediatica esercitata sui magistrati i quali, essendo titolari dell'azione penale di una piccola provincia, si trovano tra le mani un caso più grande di loro, perché quella del figlio di Grillo non è faccenda che passi inosservata, ma può avere l'effetto di una scossa del decimo grado in un partito già terremotato di suo. La vicenda risale all'estate di due anni fa. Durante una vacanza in Costa Smeralda, Ciro, il figlio minore del comico, con tre suoi amici incontra in un locale due ragazze. I giovani ballano e bevono fino a tardi, poi la serata finisce a casa Grillo, nell'esclusivo residence Pevero Golf club di Porto Cervo. Qui, secondo la denuncia di una diciannovenne italo-norvegese, scatta la violenza di gruppo. Dopo essere stata costretta a bere vodka in gran quantità, avrebbe subìto lo stupro da parte di tre dei partecipanti al festino, tra questi il figlio del capo dei 5 stelle. L'indagine, fin da subito procede con i piedi di piombo e quasi nulla trapela, nemmeno quando gli accusati sono convocati in Procura per essere interrogati. Sono i giorni in cui sta nascendo il secondo governo Conte e certo la vicenda che inguaia il figlio di Grillo avrebbe una vasta eco sulla stampa, ma mentre si decidono le sorti della legislatura non se ne parla e dei fatti si viene a sapere con un certo ritardo. A dire il vero, tardano anche gli accertamenti, che procedono con una discreta lentezza. Un anno, due anni ed eccoci qua, alla decisione finale: processo o archiviazione. Nelle more si scopre che sul telefonino degli accusati ci sono dei filmati dei rapporti sessuali. Una delle due ragazze, completamente incosciente, è ritratta con il sesso di Grillo junior sulla testa. Una foto ricordo, come si usa nei safari dopo aver abbattuto la preda. Per l'accusa è violenza sessuale, così come lo sono le riprese di atti consumati con una giovane che non è in grado di difendersi dopo essere stata costretta a ubriacarsi. Nel fascicolo della Procura non si usano mezze parole: «La forzavano a bere della vodka, afferrandola per i capelli e tirandole indietro la testa e la costringevano e comunque la inducevano a compiere e subire ripetuti atti sessuali e segnatamente la masturbazione dei propri organi sessuali e ripetuti rapporti orali e vaginali, contestualmente e con ciascuno di loro», approfittando «delle condizioni di inferiorità fisica e psichica». Ma per Grillo senior, ora che si avvicina la decisione della magistratura, quella è stata solo una ragazzata. I giovani sono «quattro coglioni» che si divertono. Il video non dimostra niente, anzi il video è una prova a discarico, un documento a difesa dell'erede, perché dimostrerebbe che la ragazza era consenziente. Se fosse così chiaro che «non è vero niente» come dice il fondatore del movimento 5 stelle, che la presunta violentata «rideva» e «si divertiva», come racconta un po' esagitato il vecchio comico, ci sarebbe da chiedersi perché i magistrati si siano tenuti un'indagine per due anni, perché non abbiano archiviato subito tutto, magari denunciando per calunnia la giovane. Soprattutto, dopo aver visto l'accorata arringa difensiva di un genitore ferito e provato, c'è da chiedersi dove sia finita la verve con cui un tempo Grillo si ergeva a giudice delle malefatte altrui e che cosa resti di quel censore che voleva mandare tanti in galera. Grillo, il campione del giustizialismo costretto a ricorrere alle logore frasi che il peggior maschilismo usa nei confronti di una donna stuprata: «perché la mattina dopo è andata in spiaggia», «perché ha denunciato solo dopo otto giorni». Forse perché si sentiva in colpa per ciò che era successo? Forse perché pensava che non avrebbe dovuto bere e non avrebbe dovuto fidarsi di lupi travestiti da agnelli? Forse perché, per confidarsi e sfogarsi, ha avuto bisogno di avere accanto sua mamma? Forse perché era una ragazza fragile? Forse. Una cosa è certa: per fortuna, il giudice che dovrà decidere gli esiti di questa vicenda non è Grillo. Il quale si dimostra per quel che è: giustizialista con gli altri, garantista con sé stesso e la sua prole. Insomma, un vero campione di doppiopesismo e opportunismo. Pronto a stuprare, se serve, anche la giustizia. E, a parole, anche le vittime.
Scontri fra pro-Pal e Polizia a Torino. Nel riquadro, Walter Mazzetti (Ansa)
La tenuità del reato vale anche se la vittima è un uomo in divisa. La Corte sconfessa il principio della sua ex presidente Cartabia.
Ennesima umiliazione per le forze dell’ordine. Sarà contenta l’eurodeputata Ilaria Salis, la quale non perde mai occasione per difendere i violenti e condannare gli agenti. La mano dello Stato contro chi aggredisce poliziotti o carabinieri non è mai stata pesante, ma da oggi potrebbe diventare una piuma. A dare il colpo di grazia ai servitori dello Stato che ogni giorno vengono aggrediti da delinquenti o facinorosi è una sentenza fresca di stampa, destinata a far discutere.
Mohamed Shahin (Ansa). Nel riquadro, il vescovo di Pinerolo Derio Olivero (Imagoeconomica)
Per il Viminale, Mohamed Shahin è una persona radicalizzata che rappresenta una minaccia per lo Stato. Sulle stragi di Hamas disse: «Non è violenza». Monsignor Olivero lo difende: «Ha solo espresso un’opinione».
Per il Viminale è un pericoloso estremista. Per la sinistra e la Chiesa un simbolo da difendere. Dalla Cgil al Pd, da Avs al Movimento 5 stelle, dal vescovo di Pinerolo ai rappresentanti della Chiesa valdese, un’alleanza trasversale e influente è scesa in campo a sostegno di un imam che è in attesa di essere espulso per «ragioni di sicurezza dello Stato e prevenzione del terrorismo». Un personaggio a cui, già l’8 novembre 2023, le autorità negarono la cittadinanza italiana per «ragioni di sicurezza dello Stato». Addirittura un nutrito gruppo di antagonisti, anche in suo nome, ha dato l’assalto alla redazione della Stampa. Una saldatura tra mondi diversi che non promette niente di buono.
Nei riquadri, Letizia Martina prima e dopo il vaccino (IStock)
Letizia Martini, oggi ventiduenne, ha già sintomi in seguito alla prima dose, ma per fiducia nel sistema li sottovaluta. Con la seconda, la situazione precipita: a causa di una malattia neurologica certificata ora non cammina più.
«Io avevo 18 anni e stavo bene. Vivevo una vita normale. Mi allenavo. Ero in forma. Mi sono vaccinata ad agosto del 2021 e dieci giorni dopo la seconda dose ho iniziato a stare malissimo e da quel momento in poi sono peggiorata sempre di più. Adesso praticamente non riesco a fare più niente, riesco a stare in piedi a malapena qualche minuto e a fare qualche passo in casa, ma poi ho bisogno della sedia a rotelle, perché se mi sforzo mi vengono dolori lancinanti. Non riesco neppure ad asciugarmi i capelli perché le braccia non mi reggono…». Letizia Martini, di Rimini, oggi ha 22 anni e la vita rovinata a causa degli effetti collaterali neurologici del vaccino Pfizer. Già subito dopo la prima dose aveva avvertito i primi sintomi della malattia, che poi si è manifestata con violenza dopo la seconda puntura, tant’è che adesso Letizia è stata riconosciuta invalida all’80%.
Maria Rita Parsi critica la gestione del caso “famiglia nel bosco”: nessun pericolo reale per i bambini, scelta brusca e dannosa, sistema dei minori da ripensare profondamente.







