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2022-07-08
Il gregge dei Tories fa dimettere BoJo. Già partita la gara per la successione
Boris Johnson (Ansa)
Comunque la pensiate su di lui, non sottovalutate il discorso di congedo pronunciato ieri da Boris Johnson davanti al portone del numero 10 di Downing Street: sei minuti orgogliosi, a tratti spigolosi, di un uomo che ha rifiutato la parte ipocrita della vittima sacrificale, della madonnina infilzata, del finto umile. Il premier uscente, sfoggiando la sua proverbiale tempra combattiva, ha letteralmente sfidato chi ora lo sta cacciando dalla guida del partito e del governo.
E lo ha fatto in tre passaggi. Il primo è stato quando ha chiarito che la volontà di farlo dimettere è del «parliamentary Conservative party»: formalmente è una pura constatazione di ciò che accade, vista la valanga di dimissioni di ministri e sottosegretari e la raffica di lettere di sfiducia contro di lui firmate da molte decine di deputati Tories; ma, sostanzialmente, è un modo per sottolineare che si tratta di una scelta di palazzo, del gruppo parlamentare, non degli elettori. E infatti per il resto dello speech Johnson si è rivolto al «British public»: alla gente come una cosa distinta e distante dai politici che lo hanno sfiduciato.
Il secondo passaggio, più perfido, è stato quando Johnson ha menzionato gli immensi numeri da lui ottenuti alle elezioni del 2019, ricordando come molti di quegli elettori «avessero votato per i conservatori per la prima volta» (come dire: sono voti miei, non vostri), e rimarcando come si sia trattato della più grande maggioranza conservatrice dal 1987, e della percentuale più alta dal 1979.
Il terzo passaggio è stato quando Johnson ha evocato l’«herd instinct», letteralmente l’istinto di gregge scatenatosi contro di lui. Non esattamente un elogio del suo gruppo parlamentare.
Poi Johnson ha rivendicato i suoi «achievements»: «Aver realizzato Brexit, recuperando poteri per il nostro Paese»; i successi nel contrasto alla pandemia, con «la più rapida uscita» al mondo dal lockdown; l’aver «guidato l’Occidente nel resistere all’aggressione di Vladimir Putin».
Quindi l’elogio del sistema istituzionale britannico: «Il nostro brillante sistema darwiniano produrrà un altro leader ugualmente impegnato a portare avanti il paese». Conclusione: «Alcuni saranno sollevati, altri dispiaciuti» per le dimissioni: «Voglio che sappiate quanto sono triste nel lasciare il miglior lavoro del mondo. Vi ringrazio per l’immenso privilegio che mi avete dato. I vostri interessi saranno serviti finché il nuovo primo ministro sarà al suo posto». Battuta finale con la consueta capacità, da giornalista e scrittore, di immaginare titoli a effetto: «Anche se le cose appaiono scure, il nostro futuro insieme è dorato, luminoso».
E adesso che succede? In mattinata fonti vicine a Johnson avevano ipotizzato una sua permanenza a Downing street fino a ottobre, quando è prevista la conferenza dei conservatori. Ma nel corso della giornata un po’ tutti, sia gli assedianti sia l’assediato, hanno finito per convergere su una formula diversa: il procedimento per il «leadership contest» inizierà presto, e Johnson resterà solo finché il nuovo leader non sarà stato scelto. Quindi non «fino a» ottobre, realisticamente, ma «entro» ottobre: e probabilmente molto prima. A meno che già nei prossimi giorni non sia individuato un altro reggente.
Di fatto già nel weekend tutti i potenziali aspiranti usciranno allo scoperto. Tra loro segnaliamo Rishi Sunak e Sajid Javid (gli ex ministri delle Finanze e della Sanità che con le loro dimissioni hanno fatto deflagrare tutto già martedì sera), oppure Jeremy Hunt, o il capo negoziatore Brexit David Frost, o la ministra degli Esteri Liz Truss, o il ministro della Difesa Ben Wallace (in tempi di guerra queste ultime due figure sono ovviamente quotatissime), oppure il veterano di guerra Tom Tugendhat, oppure il neonominato ministro delle Finanze Nadim Zahawi: tutte leadership saldamente atlantiste, perché la posizione sulla guerra non è in discussione da parte di nessuno.
Stendendo un bilancio, Johnson può rivendicare alcuni meriti indiscutibili: essere stato una macchina da voti senza rivali; aver guidato il contrasto alla pandemia con le minori (e più brevi) restrizioni al mondo; e, soprattutto, aver realizzato Brexit. Va sottolineato che il negoziato finale ebbe successo proprio grazie alla sua irruenza, mentre le timide strategie dell’iper moderata Theresa May non avevano avuto successo. E proprio su questo dovrebbe riflettere chi ha sempre caricaturizzato Johnson: nella politica contemporanea, spesso è proprio il portatore di un carisma speciale (e anche di un grano di «follia») a poter conseguire risultati non ordinari.
In negativo, Johnson paga diverse cose: non aver realizzato i promessi tagli di tasse e aver scelto una linea economica perfino dirigista; non essere riuscito a far quadrare il cerchio tra i vecchi elettori conservatori (tradizionalmente più thatcheriani) e i nuovi elettori provenienti da sinistra; e aver tentato di recitare la parte del finto tonto rispetto agli scandali che avvenivano intorno a lui. Su queste cose, non solo i parlamentari, ma anche il «British public» non perdona.
Populista da abbattere, ma contro Putin faceva comodo
Come spesso gli capita, il più velenoso è stato l’eurolirico belga Guy Verhofstadt, uno degli odiatori di Brexit, anzi dei traumatizzati da Brexit. Ecco il suo tweet di ieri: «Il regno di Boris Johnson finisce in disgrazia, proprio come quello del suo amico Donald Trump. È la fine dell’era dei populismi transatlantici? Speriamo. Le relazioni Ue-Uk hanno enormemente sofferto a causa della scelta di Johnson di Brexit». E in poche righe c’è tutto in termini di distorsione della realtà: Brexit non come scelta democratica, in un referendum, della maggioranza dei britannici, ma come avventura di un solo uomo; disprezzo personale; nessun riconoscimento cavalleresco delle virtù dell’avversario.
Diciamolo con franchezza. Quando tra qualche anno, sine ira et studio, con il necessario distacco temporale ed emotivo, si scriverà la storia europea dei primi vent’anni di questo secolo, l’evento Brexit sarà probabilmente quello che meglio fotograferà l’incapacità delle nostre classi dirigenti (politiche, editoriali, culturali) di comprendere il proprio tempo. Gli appartenenti alla supercasta sacerdotale braminica dei nostri intellettuali non ci hanno capito una mazza, come si direbbe a Cambridge. Prima del giugno 2016, hanno tassativamente escluso, tra risatine e sarcasmi, una vittoria del «Leave»; poi hanno pronosticato sciagure (indimenticabile la previsione secondo cui a Londra sarebbero mancati cibo e medicinali); poi sono passati a trattare il Regno Unito come una specie di provincia ribelle.
La vicenda del Coronavirus ha peggiorato le cose. Inizialmente, durante la prima ondata (primo semestre 2020), gli eurolirici e gli euromistici, con una schadenfreude degna di miglior causa, si sono ringalluzziti davanti alle difficoltà con cui l’Uk stava affrontando la pandemia. L’irrisione verso Boris Johnson, perfino durante il suo ricovero in condizioni gravi in terapia intensiva, non è sembrata conoscere freni.
Ma i ghigni di superiorità (tra Bruxelles, Parigi, Berlino e Roma) si sono presto trasformati in una paralisi facciale quando si è passati dal 2020 al 2021. Allora, infatti, il Regno Unito non ha solo vinto la gara dall’uscita della pandemia: ha letteralmente trionfato. Mescolando vaccinazioni (mai obbligatorie) e restrizioni limitatissime anche nel tempo, e una sequenza programmata e rapidissima di riaperture (a marzo 2021 le scuole, ad aprile i pub, a maggio i teatri e gli stadi, e a luglio fine di ogni limitazione).
In tutte queste circostanze Johnson è stato presentato come una caricatura, un fracassone, uno sfasciacarrozze. Perfino dimenticando il suo profilo culturale, gli studi a Eton e Oxford, la passione per il latino e il greco, la sua attività giornalistica (al Telegraph e allo Spectator), i suoi nove libri, il più famoso dei quali è una splendida, calda e intelligente biografia di Winston Churchill.
Un uomo di cultura europea: e che, proprio per questo, non ama questa Ue. Un uomo che conosce l’importanza della buona immigrazione: e che, proprio per questo, vuole regolarla e limitarla, affinché non diventi una valanga incontrollabile. Un uomo orgogliosamente British: ma anche un intellettuale cosmopolita. Un giornalista e scrittore colto e sofisticato: ma sempre popolare, mai pomposo e noioso.
Solo una volta, in questi anni, è scattata una sorta di «amnistia» pro Johnson da parte di politici e media mainstream in Italia e in Ue: per le sue posizioni intransigenti contro Vladimir Putin, dopo l’attacco russo all’Ucraina. E qui non si tratta di entrare nel merito della sua posizione: la si può condividere (come fa chi scrive queste righe) oppure no. Quel che conta è l’ipocrisia e il doppio standard di chi gli ha sempre negato dignità e lo ha costantemente irriso, salvo elogiarlo in una sola circostanza. Ma era una parentesi: negli ultimi giorni si è tornati alla consueta demonizzazione.
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Johnson vuole restare premier fino alla scelta del nuovo leader che continuerà la politica atlantista. Tanti ministri nel toto-nomi.Guy Verhofstadt: l’ipocrisia dei detrattori di Mr Brexit, prima irriso, criticato e demonizzato. Poi la (breve) riabilitazione con la guerra in Ucraina.Lo speciale contiene due articoli.Comunque la pensiate su di lui, non sottovalutate il discorso di congedo pronunciato ieri da Boris Johnson davanti al portone del numero 10 di Downing Street: sei minuti orgogliosi, a tratti spigolosi, di un uomo che ha rifiutato la parte ipocrita della vittima sacrificale, della madonnina infilzata, del finto umile. Il premier uscente, sfoggiando la sua proverbiale tempra combattiva, ha letteralmente sfidato chi ora lo sta cacciando dalla guida del partito e del governo.E lo ha fatto in tre passaggi. Il primo è stato quando ha chiarito che la volontà di farlo dimettere è del «parliamentary Conservative party»: formalmente è una pura constatazione di ciò che accade, vista la valanga di dimissioni di ministri e sottosegretari e la raffica di lettere di sfiducia contro di lui firmate da molte decine di deputati Tories; ma, sostanzialmente, è un modo per sottolineare che si tratta di una scelta di palazzo, del gruppo parlamentare, non degli elettori. E infatti per il resto dello speech Johnson si è rivolto al «British public»: alla gente come una cosa distinta e distante dai politici che lo hanno sfiduciato.Il secondo passaggio, più perfido, è stato quando Johnson ha menzionato gli immensi numeri da lui ottenuti alle elezioni del 2019, ricordando come molti di quegli elettori «avessero votato per i conservatori per la prima volta» (come dire: sono voti miei, non vostri), e rimarcando come si sia trattato della più grande maggioranza conservatrice dal 1987, e della percentuale più alta dal 1979. Il terzo passaggio è stato quando Johnson ha evocato l’«herd instinct», letteralmente l’istinto di gregge scatenatosi contro di lui. Non esattamente un elogio del suo gruppo parlamentare.Poi Johnson ha rivendicato i suoi «achievements»: «Aver realizzato Brexit, recuperando poteri per il nostro Paese»; i successi nel contrasto alla pandemia, con «la più rapida uscita» al mondo dal lockdown; l’aver «guidato l’Occidente nel resistere all’aggressione di Vladimir Putin». Quindi l’elogio del sistema istituzionale britannico: «Il nostro brillante sistema darwiniano produrrà un altro leader ugualmente impegnato a portare avanti il paese». Conclusione: «Alcuni saranno sollevati, altri dispiaciuti» per le dimissioni: «Voglio che sappiate quanto sono triste nel lasciare il miglior lavoro del mondo. Vi ringrazio per l’immenso privilegio che mi avete dato. I vostri interessi saranno serviti finché il nuovo primo ministro sarà al suo posto». Battuta finale con la consueta capacità, da giornalista e scrittore, di immaginare titoli a effetto: «Anche se le cose appaiono scure, il nostro futuro insieme è dorato, luminoso». E adesso che succede? In mattinata fonti vicine a Johnson avevano ipotizzato una sua permanenza a Downing street fino a ottobre, quando è prevista la conferenza dei conservatori. Ma nel corso della giornata un po’ tutti, sia gli assedianti sia l’assediato, hanno finito per convergere su una formula diversa: il procedimento per il «leadership contest» inizierà presto, e Johnson resterà solo finché il nuovo leader non sarà stato scelto. Quindi non «fino a» ottobre, realisticamente, ma «entro» ottobre: e probabilmente molto prima. A meno che già nei prossimi giorni non sia individuato un altro reggente. Di fatto già nel weekend tutti i potenziali aspiranti usciranno allo scoperto. Tra loro segnaliamo Rishi Sunak e Sajid Javid (gli ex ministri delle Finanze e della Sanità che con le loro dimissioni hanno fatto deflagrare tutto già martedì sera), oppure Jeremy Hunt, o il capo negoziatore Brexit David Frost, o la ministra degli Esteri Liz Truss, o il ministro della Difesa Ben Wallace (in tempi di guerra queste ultime due figure sono ovviamente quotatissime), oppure il veterano di guerra Tom Tugendhat, oppure il neonominato ministro delle Finanze Nadim Zahawi: tutte leadership saldamente atlantiste, perché la posizione sulla guerra non è in discussione da parte di nessuno.Stendendo un bilancio, Johnson può rivendicare alcuni meriti indiscutibili: essere stato una macchina da voti senza rivali; aver guidato il contrasto alla pandemia con le minori (e più brevi) restrizioni al mondo; e, soprattutto, aver realizzato Brexit. Va sottolineato che il negoziato finale ebbe successo proprio grazie alla sua irruenza, mentre le timide strategie dell’iper moderata Theresa May non avevano avuto successo. E proprio su questo dovrebbe riflettere chi ha sempre caricaturizzato Johnson: nella politica contemporanea, spesso è proprio il portatore di un carisma speciale (e anche di un grano di «follia») a poter conseguire risultati non ordinari. In negativo, Johnson paga diverse cose: non aver realizzato i promessi tagli di tasse e aver scelto una linea economica perfino dirigista; non essere riuscito a far quadrare il cerchio tra i vecchi elettori conservatori (tradizionalmente più thatcheriani) e i nuovi elettori provenienti da sinistra; e aver tentato di recitare la parte del finto tonto rispetto agli scandali che avvenivano intorno a lui. Su queste cose, non solo i parlamentari, ma anche il «British public» non perdona. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gregge-tories-dimettere-bojo-2657628707.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="populista-da-abbattere-ma-contro-putin-faceva-comodo" data-post-id="2657628707" data-published-at="1657267491" data-use-pagination="False"> Populista da abbattere, ma contro Putin faceva comodo Come spesso gli capita, il più velenoso è stato l’eurolirico belga Guy Verhofstadt, uno degli odiatori di Brexit, anzi dei traumatizzati da Brexit. Ecco il suo tweet di ieri: «Il regno di Boris Johnson finisce in disgrazia, proprio come quello del suo amico Donald Trump. È la fine dell’era dei populismi transatlantici? Speriamo. Le relazioni Ue-Uk hanno enormemente sofferto a causa della scelta di Johnson di Brexit». E in poche righe c’è tutto in termini di distorsione della realtà: Brexit non come scelta democratica, in un referendum, della maggioranza dei britannici, ma come avventura di un solo uomo; disprezzo personale; nessun riconoscimento cavalleresco delle virtù dell’avversario. Diciamolo con franchezza. Quando tra qualche anno, sine ira et studio, con il necessario distacco temporale ed emotivo, si scriverà la storia europea dei primi vent’anni di questo secolo, l’evento Brexit sarà probabilmente quello che meglio fotograferà l’incapacità delle nostre classi dirigenti (politiche, editoriali, culturali) di comprendere il proprio tempo. Gli appartenenti alla supercasta sacerdotale braminica dei nostri intellettuali non ci hanno capito una mazza, come si direbbe a Cambridge. Prima del giugno 2016, hanno tassativamente escluso, tra risatine e sarcasmi, una vittoria del «Leave»; poi hanno pronosticato sciagure (indimenticabile la previsione secondo cui a Londra sarebbero mancati cibo e medicinali); poi sono passati a trattare il Regno Unito come una specie di provincia ribelle. La vicenda del Coronavirus ha peggiorato le cose. Inizialmente, durante la prima ondata (primo semestre 2020), gli eurolirici e gli euromistici, con una schadenfreude degna di miglior causa, si sono ringalluzziti davanti alle difficoltà con cui l’Uk stava affrontando la pandemia. L’irrisione verso Boris Johnson, perfino durante il suo ricovero in condizioni gravi in terapia intensiva, non è sembrata conoscere freni. Ma i ghigni di superiorità (tra Bruxelles, Parigi, Berlino e Roma) si sono presto trasformati in una paralisi facciale quando si è passati dal 2020 al 2021. Allora, infatti, il Regno Unito non ha solo vinto la gara dall’uscita della pandemia: ha letteralmente trionfato. Mescolando vaccinazioni (mai obbligatorie) e restrizioni limitatissime anche nel tempo, e una sequenza programmata e rapidissima di riaperture (a marzo 2021 le scuole, ad aprile i pub, a maggio i teatri e gli stadi, e a luglio fine di ogni limitazione). In tutte queste circostanze Johnson è stato presentato come una caricatura, un fracassone, uno sfasciacarrozze. Perfino dimenticando il suo profilo culturale, gli studi a Eton e Oxford, la passione per il latino e il greco, la sua attività giornalistica (al Telegraph e allo Spectator), i suoi nove libri, il più famoso dei quali è una splendida, calda e intelligente biografia di Winston Churchill. Un uomo di cultura europea: e che, proprio per questo, non ama questa Ue. Un uomo che conosce l’importanza della buona immigrazione: e che, proprio per questo, vuole regolarla e limitarla, affinché non diventi una valanga incontrollabile. Un uomo orgogliosamente British: ma anche un intellettuale cosmopolita. Un giornalista e scrittore colto e sofisticato: ma sempre popolare, mai pomposo e noioso. Solo una volta, in questi anni, è scattata una sorta di «amnistia» pro Johnson da parte di politici e media mainstream in Italia e in Ue: per le sue posizioni intransigenti contro Vladimir Putin, dopo l’attacco russo all’Ucraina. E qui non si tratta di entrare nel merito della sua posizione: la si può condividere (come fa chi scrive queste righe) oppure no. Quel che conta è l’ipocrisia e il doppio standard di chi gli ha sempre negato dignità e lo ha costantemente irriso, salvo elogiarlo in una sola circostanza. Ma era una parentesi: negli ultimi giorni si è tornati alla consueta demonizzazione.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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