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2022-04-26
Gli Usa mettono Berlino con le spalle al muro
Gerhard Schröder (Ansa)
Non dà segni di tregua il pressing americano nei confronti della Germania. Alle sollecitazioni continue sull’invio di armi e aiuti all’Ucraina invasa, si sommano quelle tese a far adottare un embargo sui prodotti energetici dalla Russia. Nella nuova prospettiva americana, il modello europeo germano-centrico va ridimensionato e ricondotto a una logica geo-strategica. Dunque, è proprio il governo tedesco il primo tra quelli che devono essere disciplinati. Proprio per oggi è prevista una riunione tra i vertici militari della Nato, per decidere come e quanto aumentare il supporto militare all’Ucraina. Il segretario alla difesa Usa, Lloyd J. Austin, ha invitato oltre 30 Paesi Nato, Italia compresa, alla base militare americana di Ramstein, in Germania. Non a caso. Così come non è un caso che il prossimo incontro dei ministri degli Esteri dei Paesi della Nato si tenga sempre in Germania, a Berlino, il 14 e 15 maggio. È evidente il richiamo di Washington a un’assunzione di responsabilità tedesca nel fosco scenario attuale.
Diversi media americani contribuiscono ad alimentare il clima di assedio nei confronti del governo tedesco. Emblematica la lunga e rara intervista concessa al New York Times da Gerhard Schröder, che da 17 anni ricopre posizioni di rilievo nella galassia della società di stato russa Gazprom. Ora che, improvvisamente, la dipendenza della Germania dal gas russo è diventata un problema, l’ex cancelliere tedesco si trova al centro di grandi polemiche in Germania e in Europa. C’è chi si spinge a chiedere per lui sanzioni personali, considerandolo alla stregua di un oligarca russo, proprio per il suo ruolo nell’entourage di Vladimir Putin.
Nell’intervista, Schröder si è tolto qualche sassolino dalla scarpa e ha rivendicato quanto fatto sin qui con il suo lavoro. In fondo, la dipendenza della Germania dal gas russo era evidente anche prima del 24 febbraio, ma non è mai stata criminalizzata. L’idea di riempire la Germania di gas russo è stata venduta all’opinione pubblica occidentale nello stesso modo utilizzato per elogiare l’Ue. Cioè affermando che l’interdipendenza economica avrebbe reso meno probabile, se non impossibile, una riaccensione delle guerre in Europa. Il marketing tedesco puntava sul claim di una Russia che, imbrigliata in scambi commerciali sempre più ampi con l’Europa, potesse essere addomesticata e ricondotta al consorzio delle nazioni occidentali. Questa è stata la canzone che tutti (politici, mass media, «esperti»), con grande ipocrisia, hanno cantato in Germania e in Europa anche dopo l’annessione della Crimea: facciamo gli affari, non facciamo la guerra.
Ma la realtà è ben altra. Il carbone, materia prima d’elezione in Germania, iniziava a scarseggiare ed era necessario sostituirlo con il gas. Il blocco politico-industriale-finanziario tedesco ha lavorato unicamente per sé stringendo accordi con la Russia per importare gas a basso costo, con Nord Stream 1 e 2. Ciò al fine di perpetuare il proprio modello di sviluppo: ovvero un mercantilismo contemporaneo, basato su un enorme surplus delle partite correnti ottenuto grazie a una moneta sottovalutata rispetto all’economia nazionale, compressione della domanda interna, bassi costi e deflazione salariale.
Il socialdemocratico Olaf Scholz è sommerso dalle critiche, dopo le parole di Schröder, e il rischio di una crisi politica si fa sempre più alto. «Schröder resta dalla parte di Putin», titolano in questi giorni le grandi testate dopo avere letto l’intervista al Nyt, riducendo la cosa a una questione personalistica e con ciò facendo il gioco di chi vuole mettere in difficoltà il governo tedesco.
In realtà, per chi ha occhi per vedere, l’ex cancelliere resta dalla parte della Germania, difende ciò che ha fatto perché questo significa difendere il modello mercantilista tedesco, l’Unione europea, l’euro, la deflazione. Ciò che motiva la resistenza tedesca, insomma, è che rinunciare al gas russo non vorrebbe dire semplicemente per la Germania avere 5 punti di Pil in meno, ma significherebbe rinunciare all’intero modello export-driven che con tanta fatica (e tanto successo) ha costruito in 30 anni di globalizzazione. Assimilare il denaro guadagnato da Schröder a corruzione, come molti stanno facendo, significa assecondare il populismo delle élite che conforma gran parte della pubblica opinione. La realtà è che si trattava e si tratta di un sistema, un quid pro quo tra due Stati sovrani, trasparente, bilanciato e calcolato. Coloro i quali oggi si stracciano le vesti per le resistenze tedesche all’embargo sono gli stessi che fino a ieri hanno elogiato la politica della cancelliera Angela Merkel, che per 15 anni ha segnato l’Europa e l’ha portata nel cul de sac in cui si trova. Una politica fatta di affari con la Russia, con lo stesso Putin che oggi è diventato la personificazione del male. Quando si firmavano gli accordi per Nord Stream 1, prima, e Nord Stream 2, poi, non si ricordano editoriali traboccanti indignazione.
«Non si può isolare un Paese come la Russia nel lungo periodo», conclude Schröder nell’intervista al Nyt. Profezia o semplice constatazione? La difesa tedesca del proprio modello economico e sociale passa dalla difesa del suo rapporto con la Russia, cioè proprio ciò che gli Usa chiedono di tagliare. La sfida è aperta.
Sanzioni, slitta il sesto pacchetto? In bilico l’embargo su greggio e gas
Partirà domani l’iter per decidere il sesto pacchetto di sanzioni dell’Ue verso la Russia. Al centro del dibattito lo stop all’import di greggio, tema che scuote non poco diversi leader europei. Tanto che, con ogni probabilità, i tempi per l’approvazione delle nuove limitazioni slitteranno di almeno una settimana.
Tra le opzioni al vaglio da parte dei vertici guidati Ursula von der Leyen c’è il cosiddetto periodo di «phasing out», ovvero di eliminazione graduale del petrolio russo. Inoltre, tra le nuove misure è previsto anche l’allungamento della lista delle banche russe escluse dal sistema Swift. Questa settimana sarà quindi dedicata ai colloqui e alle consultazioni sul nuovo pacchetto tra l’Ue e le diverse cancellerie europee.
L’oggetto del contendere sull’oro nero è chiaro: ci sono Paesi, tra cui l’Italia, che non potrebbero permettersi un embargo immediato sul petrolio russo. Altri Stati, invece, tra cui Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia spingono per iniziare con uno stop già da maggio.
Germania e Ungheria, dal canto loro, preferirebbero invece iniziare con un abbandono graduale. C’è poi l’idea del premier, Mario Draghi, che ha proposto di inserire un tetto massimo al prezzo delle risorse come alternativa alle sanzioni. In questo modo i clienti che acquistano greggio nei Paesi dell’Ue sarebbero spinti a pagare meno per il petrolio russo rispetto alle richieste di Mosca.
Ma le trattative sono complesse. L’Alto rappresentante agli Affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, in un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt, ha reso noto che «alcuni Stati membri hanno detto molto chiaramente che non sosterrebbero un embargo, o una tariffa punitiva sul petrolio o sul gas russo. Ciò significa che a questo punto non abbiamo ancora l’unanimità nell’Ue per decidere un embargo, o una tariffa. Di conseguenza, una proposta finale di embargo su petrolio e gas non è pronta».
In totale, uno stop al greggio russo potrebbe togliere fino a 200 miliardi di dollari di nuove entrate per Putin. Il problema è che questo comporterebbe un taglio del 5% delle esportazioni mondiali, spingendo l’Ue a una caccia forsennata per avere nuova energia.
In più, perplessità su uno stop da parte di Bruxelles al petrolio russo arrivano anche da oltreoceano. «L’Europa», ha detto la segretaria al Tesoro americana, Janet Yellen, delineando un ipotetico scenario di embargo totale europeo su gas e petrolio russi, «deve ridurre la sua dipendenza dalla Russia per quanto riguarda l’energia, ma bisogna stare attenti quando pensiamo a un embargo completo europeo sulle importazioni petrolifere. Questo farebbe aumentare i prezzi globali del petrolio e avrebbe un impatto negativo sull’Europa e altre parti del mondo. E, al contrario, potrebbe avere un effetto negativo molto ridotto per la Russia, che per quanto si troverà a esportare di meno, venderà a prezzi più alti».
In particolare, la preoccupazione è che il prezzo del greggio salga a tal punto da creare problemi ai democratici guidati dal presidente Joe Biden nelle elezioni di midterm e per il Congresso in autunno. Allo Zio Sam, insomma, interessa ben poco delle sorti dell’Ucraina. L’obiettivo degli Usa è quello di rendere la Russia il più inoffensiva possibile: non deve essere in grado di lanciare nuove guerre.
L’unico modo certo perché ciò avvenga è quello di tagliare qualunque forma di entrata finanziaria. A dirlo a chiare lettere è stato lo stesso capo del Pentagono, Lloyd Austin, parlando nei pressi della frontiera ucraina di rientro dalla visita lampo a Kiev con il segretario di Stato, Antony Blinken. «Noi vogliamo vedere la Russia indebolita a un livello tale che non possa più fare cose come l’invasione dell’Ucraina», ha sottolineato Austin, «ha già perso molte delle sue capacità militari e molte truppe, per essere franchi. E noi non vorremmo che possa ricostruire rapidamente tali capacità».
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Continua il pressing sul governo tedesco per porre fine al suo modello di cooperazione con Mosca. Fissati ben due vertici Nato nel Paese guidato da Olaf Scholz. Mentre la stampa accerchia Gerhard Schröder. Eppure a fare affari con lo zar iniziò la stimatissima Angela Merkel.Sanzioni, slitta il sesto pacchetto? In bilico l’embargo su greggio e gas. Ue divisa, possibile una dilazione: Italia, Germania e Ungheria contro uno stop rapido.Lo speciale comprende due articoli.Non dà segni di tregua il pressing americano nei confronti della Germania. Alle sollecitazioni continue sull’invio di armi e aiuti all’Ucraina invasa, si sommano quelle tese a far adottare un embargo sui prodotti energetici dalla Russia. Nella nuova prospettiva americana, il modello europeo germano-centrico va ridimensionato e ricondotto a una logica geo-strategica. Dunque, è proprio il governo tedesco il primo tra quelli che devono essere disciplinati. Proprio per oggi è prevista una riunione tra i vertici militari della Nato, per decidere come e quanto aumentare il supporto militare all’Ucraina. Il segretario alla difesa Usa, Lloyd J. Austin, ha invitato oltre 30 Paesi Nato, Italia compresa, alla base militare americana di Ramstein, in Germania. Non a caso. Così come non è un caso che il prossimo incontro dei ministri degli Esteri dei Paesi della Nato si tenga sempre in Germania, a Berlino, il 14 e 15 maggio. È evidente il richiamo di Washington a un’assunzione di responsabilità tedesca nel fosco scenario attuale.Diversi media americani contribuiscono ad alimentare il clima di assedio nei confronti del governo tedesco. Emblematica la lunga e rara intervista concessa al New York Times da Gerhard Schröder, che da 17 anni ricopre posizioni di rilievo nella galassia della società di stato russa Gazprom. Ora che, improvvisamente, la dipendenza della Germania dal gas russo è diventata un problema, l’ex cancelliere tedesco si trova al centro di grandi polemiche in Germania e in Europa. C’è chi si spinge a chiedere per lui sanzioni personali, considerandolo alla stregua di un oligarca russo, proprio per il suo ruolo nell’entourage di Vladimir Putin.Nell’intervista, Schröder si è tolto qualche sassolino dalla scarpa e ha rivendicato quanto fatto sin qui con il suo lavoro. In fondo, la dipendenza della Germania dal gas russo era evidente anche prima del 24 febbraio, ma non è mai stata criminalizzata. L’idea di riempire la Germania di gas russo è stata venduta all’opinione pubblica occidentale nello stesso modo utilizzato per elogiare l’Ue. Cioè affermando che l’interdipendenza economica avrebbe reso meno probabile, se non impossibile, una riaccensione delle guerre in Europa. Il marketing tedesco puntava sul claim di una Russia che, imbrigliata in scambi commerciali sempre più ampi con l’Europa, potesse essere addomesticata e ricondotta al consorzio delle nazioni occidentali. Questa è stata la canzone che tutti (politici, mass media, «esperti»), con grande ipocrisia, hanno cantato in Germania e in Europa anche dopo l’annessione della Crimea: facciamo gli affari, non facciamo la guerra.Ma la realtà è ben altra. Il carbone, materia prima d’elezione in Germania, iniziava a scarseggiare ed era necessario sostituirlo con il gas. Il blocco politico-industriale-finanziario tedesco ha lavorato unicamente per sé stringendo accordi con la Russia per importare gas a basso costo, con Nord Stream 1 e 2. Ciò al fine di perpetuare il proprio modello di sviluppo: ovvero un mercantilismo contemporaneo, basato su un enorme surplus delle partite correnti ottenuto grazie a una moneta sottovalutata rispetto all’economia nazionale, compressione della domanda interna, bassi costi e deflazione salariale.Il socialdemocratico Olaf Scholz è sommerso dalle critiche, dopo le parole di Schröder, e il rischio di una crisi politica si fa sempre più alto. «Schröder resta dalla parte di Putin», titolano in questi giorni le grandi testate dopo avere letto l’intervista al Nyt, riducendo la cosa a una questione personalistica e con ciò facendo il gioco di chi vuole mettere in difficoltà il governo tedesco. In realtà, per chi ha occhi per vedere, l’ex cancelliere resta dalla parte della Germania, difende ciò che ha fatto perché questo significa difendere il modello mercantilista tedesco, l’Unione europea, l’euro, la deflazione. Ciò che motiva la resistenza tedesca, insomma, è che rinunciare al gas russo non vorrebbe dire semplicemente per la Germania avere 5 punti di Pil in meno, ma significherebbe rinunciare all’intero modello export-driven che con tanta fatica (e tanto successo) ha costruito in 30 anni di globalizzazione. Assimilare il denaro guadagnato da Schröder a corruzione, come molti stanno facendo, significa assecondare il populismo delle élite che conforma gran parte della pubblica opinione. La realtà è che si trattava e si tratta di un sistema, un quid pro quo tra due Stati sovrani, trasparente, bilanciato e calcolato. Coloro i quali oggi si stracciano le vesti per le resistenze tedesche all’embargo sono gli stessi che fino a ieri hanno elogiato la politica della cancelliera Angela Merkel, che per 15 anni ha segnato l’Europa e l’ha portata nel cul de sac in cui si trova. Una politica fatta di affari con la Russia, con lo stesso Putin che oggi è diventato la personificazione del male. Quando si firmavano gli accordi per Nord Stream 1, prima, e Nord Stream 2, poi, non si ricordano editoriali traboccanti indignazione.«Non si può isolare un Paese come la Russia nel lungo periodo», conclude Schröder nell’intervista al Nyt. Profezia o semplice constatazione? La difesa tedesca del proprio modello economico e sociale passa dalla difesa del suo rapporto con la Russia, cioè proprio ciò che gli Usa chiedono di tagliare. La sfida è aperta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-usa-mettono-berlino-con-le-spalle-al-muro-2657211330.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sanzioni-slitta-il-sesto-pacchetto-in-bilico-lembargo-su-greggio-e-gas" data-post-id="2657211330" data-published-at="1650914919" data-use-pagination="False"> Sanzioni, slitta il sesto pacchetto? In bilico l’embargo su greggio e gas Partirà domani l’iter per decidere il sesto pacchetto di sanzioni dell’Ue verso la Russia. Al centro del dibattito lo stop all’import di greggio, tema che scuote non poco diversi leader europei. Tanto che, con ogni probabilità, i tempi per l’approvazione delle nuove limitazioni slitteranno di almeno una settimana. Tra le opzioni al vaglio da parte dei vertici guidati Ursula von der Leyen c’è il cosiddetto periodo di «phasing out», ovvero di eliminazione graduale del petrolio russo. Inoltre, tra le nuove misure è previsto anche l’allungamento della lista delle banche russe escluse dal sistema Swift. Questa settimana sarà quindi dedicata ai colloqui e alle consultazioni sul nuovo pacchetto tra l’Ue e le diverse cancellerie europee. L’oggetto del contendere sull’oro nero è chiaro: ci sono Paesi, tra cui l’Italia, che non potrebbero permettersi un embargo immediato sul petrolio russo. Altri Stati, invece, tra cui Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia spingono per iniziare con uno stop già da maggio. Germania e Ungheria, dal canto loro, preferirebbero invece iniziare con un abbandono graduale. C’è poi l’idea del premier, Mario Draghi, che ha proposto di inserire un tetto massimo al prezzo delle risorse come alternativa alle sanzioni. In questo modo i clienti che acquistano greggio nei Paesi dell’Ue sarebbero spinti a pagare meno per il petrolio russo rispetto alle richieste di Mosca. Ma le trattative sono complesse. L’Alto rappresentante agli Affari esteri dell’Ue, Josep Borrell, in un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt, ha reso noto che «alcuni Stati membri hanno detto molto chiaramente che non sosterrebbero un embargo, o una tariffa punitiva sul petrolio o sul gas russo. Ciò significa che a questo punto non abbiamo ancora l’unanimità nell’Ue per decidere un embargo, o una tariffa. Di conseguenza, una proposta finale di embargo su petrolio e gas non è pronta». In totale, uno stop al greggio russo potrebbe togliere fino a 200 miliardi di dollari di nuove entrate per Putin. Il problema è che questo comporterebbe un taglio del 5% delle esportazioni mondiali, spingendo l’Ue a una caccia forsennata per avere nuova energia. In più, perplessità su uno stop da parte di Bruxelles al petrolio russo arrivano anche da oltreoceano. «L’Europa», ha detto la segretaria al Tesoro americana, Janet Yellen, delineando un ipotetico scenario di embargo totale europeo su gas e petrolio russi, «deve ridurre la sua dipendenza dalla Russia per quanto riguarda l’energia, ma bisogna stare attenti quando pensiamo a un embargo completo europeo sulle importazioni petrolifere. Questo farebbe aumentare i prezzi globali del petrolio e avrebbe un impatto negativo sull’Europa e altre parti del mondo. E, al contrario, potrebbe avere un effetto negativo molto ridotto per la Russia, che per quanto si troverà a esportare di meno, venderà a prezzi più alti». In particolare, la preoccupazione è che il prezzo del greggio salga a tal punto da creare problemi ai democratici guidati dal presidente Joe Biden nelle elezioni di midterm e per il Congresso in autunno. Allo Zio Sam, insomma, interessa ben poco delle sorti dell’Ucraina. L’obiettivo degli Usa è quello di rendere la Russia il più inoffensiva possibile: non deve essere in grado di lanciare nuove guerre. L’unico modo certo perché ciò avvenga è quello di tagliare qualunque forma di entrata finanziaria. A dirlo a chiare lettere è stato lo stesso capo del Pentagono, Lloyd Austin, parlando nei pressi della frontiera ucraina di rientro dalla visita lampo a Kiev con il segretario di Stato, Antony Blinken. «Noi vogliamo vedere la Russia indebolita a un livello tale che non possa più fare cose come l’invasione dell’Ucraina», ha sottolineato Austin, «ha già perso molte delle sue capacità militari e molte truppe, per essere franchi. E noi non vorremmo che possa ricostruire rapidamente tali capacità».
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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