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2020-09-11
Gli istituti sbugiardano il premier: «I Dpi devono procurarli i genitori»
Giuseppe Conte (Ansa)
Diego ha 10 anni, è iscritto alla quinta elementare. Lunedì mattina si presenterà alla scuola primaria Oreste Boni di Sorbolo, pochi chilometri fuori Parma, con la mascherina che i genitori hanno già acquistato facendo scorta per tutto settembre.
«Nel secondo incontro con le maestre, via chat, ci è stato detto di provvedere noi», racconta il padre, Giuseppe Gabola. «Le mascherine per i bambini a scuola non ci sono e nemmeno arriveranno. I bambini dovranno portarsi pure il gel disinfettante. Mi sono offerto di procurarne una cinquantina di flaconi, li vendo nella mia edicola di Parma e non ho problemi a regalarne in classe. Non voglio che mio figlio resti senza protezione», esclama il signor Giuseppe. Altro che «sono già state distribuite le mascherine chirurgiche alle scuole», come ha dichiarato pochi giorni fa il commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri. Tuonando: «Chiunque dica alle famiglie che c'è bisogno che acquistino la mascherina dice il falso perché il governo manda tutti i giorni 11 milioni di mascherine a tutte le scuole. È l'unico governo al mondo». Ieri, Arcuri ha negato l'evidenza: «Nessuna scuola è senza mascherine». Giurando, però: «Tutte le mascherine negli istituti entro lunedì». In pratica, secondo la struttura commissariale, finora sono state distribuiti 41 milioni di Dpi, mentre lunedì ne arriveranno altri 77.
Intanto, alla primaria di Sorbolo, circa 400 alunni, molti genitori doteranno i figli di mascherine di stoffa che si possono lavare e riutilizzare. «Mamme e papà hanno protestato con le maestre, ci sono famiglie che non possono permettersi l'acquisto quotidiano di quelle chirurgiche», precisa Giuseppe Gabola. A pochi chilometri di distanza, alla primaria Jacopo San Vitale di Parma, due fratellini stanno per iniziare l'anno scolastico. Il più piccolo frequenterà la seconda elementare, il grandicello la quinta, entrambi lunedì dovranno portarsi da casa «un kit anti Covid, ovvero due mascherine: una da indossare, l'altra di riserva in una bustina. Assieme a un flaconcino di gel personale», spiega mamma Marta. «Dobbiamo comprarle noi genitori, le maestre sono state chiarissime», spiega la signora. «Due mascherine chirurgiche ogni giorno, più altre due di ricambio, sono spese che si aggiungono. Ci hanno già detto che se ci sarà qualche bambino positivo, bisognerà passare a quelle chirurgiche. Diciamo che sono più preoccupata se uno dei due avrà il raffreddore: sarò costretta a tenerli a casa entrambi. Addio lavoro».
Fuori dall'Emilia Romagna, la situazione non è diversa. «Sono arrivate 2.000 mascherine chirurgiche solo per i docenti e pochi dispenser di gel», fa sapere Daniela Reina, vice preside dell'Istituto Pier Paolo Pasolini a Casarsa della Delizia, in Friuli Venezia Giulia. In base al calendario fissato dalla Regione, la scuola, tra primaria e secondaria di I grado, accoglierà mercoledì prossimo 589 studenti. «Ai genitori non abbiamo ancora comunicato nulla, non abbiamo informazioni», spiega l'insegnante. «Nelle indicazioni di comportamento per il rientro che stiamo preparando, diremo di far indossare al bambino una mascherina, anche di comunità va bene, e di portare sempre con sé un'altra di riserva. Martedì prossimo informeremo i genitori che purtroppo devono acquistarle».
Le famiglie rimangono all'oscuro, dopo mesi di ordini e contrordini sull'utilizzo di un dispositivo giudicato prima inutile, poi utile, adesso non sempre. «Solo durante la ricreazione ma nelle situazioni statiche si può abbassare», ha sostenuto il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina. In tv hanno sentito il premier Giuseppe Conte rassicurare: «Abbiamo predisposto la consegna di 11 milioni di mascherine chirurgiche gratuite per studenti e personale». Oggi è venerdì, le scuole in molte regioni apriranno il 14 settembre: a meno che centinaia di Tir carichi di mascherine e flaconi igienizzanti non viaggino durante questo fine settimana, per raggiungere gli oltre 40.000 plessi scolastici sul territorio, la maggior parte degli istituti sarà sprovvista dei dispositivi imposti dal Cts.
E infatti, ieri, diverse scuole del Lazio hanno comunicato ai mamme e papà che dovranno «munire gli studenti di numero 2 mascherine». L'Ufficio scolastico della Regione di Nicola Zingaretti ha provato a giustificarsi: «Le mascherine sono disponibili, ma ci sono problemi nelle consegne».
«Molte mamme ci telefonano perché non sanno come comportarsi. Nessuna indicazione è ancora arrivata sulla presenza di mascherine a scuola», conferma Giusy D'Amico, insegnante ad Anzio. Francesca, mamma di Filippo, 11 anni, che frequenta la prima media alla scuola Giuseppe Baldan di San Pietro di Stra', nel Veneziano, sa già che lunedì il ragazzino dovrà portarsi da casa la mascherina. «Ci hanno detto di averne troppo poche». Poi c'è chi le ha ricevute, «ma solo grazie alla Regione Campania. Dal governo non è arrivato nulla per i miei insegnanti», puntualizza Valentina Ercolino, preside a Napoli del nido e scuola d'infanzia materna paritaria Il mondo ai piccoli. Giancarlo Sala, direttore scolastico del liceo classico e scientifico Antonio Banfi, a Vimercate (Monza-Brianza), ci risponde di avere «solo tre pacchi di mascherine “governative", 15.000 in tutto, che dovevano servire per l'emergenza e invece di arrivare a luglio sono state recapitate due settimane fa. Gli studenti sono 1.000, più 120 tra docenti e collaboratori scolastici: per forza devo dire ai genitori che i ragazzi devono portarsi le mascherine chirurgiche». Il dirigente scolastico è in attesa anche dei flaconi di sanificazione: se non ci fossero state donazioni private sarebbe privo di disinfettanti. Sala è poco convinto che 11 milioni di Dpi coprano il fabbisogno di tutte le scuole: «Sempre che arrivino i quantitativi promessi, devono spiegarci con quale modalità devono essere distribuite, se a tutti o solo ai professori. Altrimenti non basteranno».
Test al personale, in 13.000 positivi
Oltre il 50% del personale della scuola, circa 500.000 lavoratori, ha svolto il test sierologico. Il 2,6% (13.000 persone circa) è risultato positivo e non potrà prendere servizio prima di un tampone negativo. Sono i dati della struttura commissariale di Domenico Arcuri. Restano fuori dal conteggio i 200.000 del Lazio, che sta procedendo in autonomia. Entro il 24 settembre, si sarà sottoposto al test il 60-70% del personale.
Proprio in virtù della penuria di impiegati, il cdm ha approvato la deroga per le assunzioni a tempo indeterminato nelle scuole. Voluta dall'Anci, come ha sottolineato il suo presidente e sindaco dem di Bari, Antonio Decaro, la norma consente ai Comuni di superare «un tetto di spesa anacronistico e inadeguato a rispondere all'emergenza sanitaria, che vede pressoché raddoppiati i numeri di educatrici di asili nido e maestre delle scuole materne». Peccato che, mentre il ministro Lucia Azzolina si vanta delle «70.000 unità in più», che saranno assunte con il concorso straordinario, circa 20.000 insegnanti siano stati esclusi dalla selezione e rischino di perdere il contratto a tempo indeterminato.
Si tratta dei docenti diplomati, già estromessi dalle Gae per effetto di una sentenza del Consiglio di Stato, i quali, pur avendo lavorato per decenni nelle paritarie, non sono stati inseriti nelle graduatorie. Il motivo? Non hanno maturato il requisito dei 180 giorni di insegnamento, per due anni, in un istituto statale. Dopo i fondi stanziati ma spariti dai decreti, il governo umilia i maestri provenienti dalle private. «Siamo disperati, dopo una vita spesa per la scuola», sospira con La Verità Angela Bugiantelli, una docente umbra che attende, per il 22 settembre, una sentenza di merito. Se la notifica che le conferma l'esclusione dalle graduatorie le arrivasse entro 20 giorni, dovrebbe lasciare subito la scuola pubblica dove insegna: «Ho un contratto a tempo indeterminato, conseguito dopo anni di esperienza nelle paritarie e dopo aver superato l'anno di prova. Peraltro, quando sono stata chiamata nella statale, mi era stato chiarito che, se avessi rifiutato il passaggio, sarei uscita dalle Gae». A molti suoi colleghi, sarà preclusa persino la possibilità di inviare la domanda di Messa a disposizione (Mad) per le supplenze, in una fase in cui ci sarebbe bisogno di più personale possibile. È anche per questo che, domenica, una maestra diplomata di Lodi, Katia Scrigna, ha iniziato uno sciopero della fame.
Pure gli studenti bocciano l'Azzolina. «Il lavoro del ministero è ancora incerto e insufficiente», ha commentato Alessandro Personè, dell'Udu, annunciando una manifestazione di piazza per i prossimi 25 e 26 settembre.
Sul fronte risorse, in Aula, il ministro della Famiglia, Elena Bonetti, ha precisato che, per l'anno 2020, sono previsti 50 milioni di euro a copertura delle spese per il congedo dei dipendenti privati, che dovranno seguire la quarantena di un figlio minore di 14 anni. Potranno scegliere, in alternativa, lo smart working. L'esecutivo stima che si verificheranno 50.000 casi.
Intanto, la «profezia» di Giuseppe Conte sui contagi a scuola trova conferma in un istituto americano di Firenze: risultato positivo un bimbo di 8 anni, sono entrati in osservazione 25 compagni e quattro insegnanti. Allarmante, infine, la dichiarazione del numero uno della Federazione italiana medici pediatri, Paolo Biaci, che al Corriere spiega: «Tra massimo un mese, nelle scuole italiane sarà il caos a causa dei tamponi. Si svuoteranno le classi sia per numero di contagiati che di sospetti».
I giallorossi vanno incontro a un autunno di flop.
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Alla faccia degli 11 milioni al giorno di protezioni fornite dal governo: decine di plessi, in varie regioni, chiedono alle famiglie di provvedere da sole. Domenico Arcuri promette: «Entro lunedì saranno in tutti gli istituti».Chi ha avuto il virus non prenderà servizio prima dell'esame negativo. I pediatri: «Sarà presto caos sui tamponi». Proteste da studenti e docenti diplomati esclusi dal concorso.Lo speciale contiene due articoli.Diego ha 10 anni, è iscritto alla quinta elementare. Lunedì mattina si presenterà alla scuola primaria Oreste Boni di Sorbolo, pochi chilometri fuori Parma, con la mascherina che i genitori hanno già acquistato facendo scorta per tutto settembre. «Nel secondo incontro con le maestre, via chat, ci è stato detto di provvedere noi», racconta il padre, Giuseppe Gabola. «Le mascherine per i bambini a scuola non ci sono e nemmeno arriveranno. I bambini dovranno portarsi pure il gel disinfettante. Mi sono offerto di procurarne una cinquantina di flaconi, li vendo nella mia edicola di Parma e non ho problemi a regalarne in classe. Non voglio che mio figlio resti senza protezione», esclama il signor Giuseppe. Altro che «sono già state distribuite le mascherine chirurgiche alle scuole», come ha dichiarato pochi giorni fa il commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri. Tuonando: «Chiunque dica alle famiglie che c'è bisogno che acquistino la mascherina dice il falso perché il governo manda tutti i giorni 11 milioni di mascherine a tutte le scuole. È l'unico governo al mondo». Ieri, Arcuri ha negato l'evidenza: «Nessuna scuola è senza mascherine». Giurando, però: «Tutte le mascherine negli istituti entro lunedì». In pratica, secondo la struttura commissariale, finora sono state distribuiti 41 milioni di Dpi, mentre lunedì ne arriveranno altri 77. Intanto, alla primaria di Sorbolo, circa 400 alunni, molti genitori doteranno i figli di mascherine di stoffa che si possono lavare e riutilizzare. «Mamme e papà hanno protestato con le maestre, ci sono famiglie che non possono permettersi l'acquisto quotidiano di quelle chirurgiche», precisa Giuseppe Gabola. A pochi chilometri di distanza, alla primaria Jacopo San Vitale di Parma, due fratellini stanno per iniziare l'anno scolastico. Il più piccolo frequenterà la seconda elementare, il grandicello la quinta, entrambi lunedì dovranno portarsi da casa «un kit anti Covid, ovvero due mascherine: una da indossare, l'altra di riserva in una bustina. Assieme a un flaconcino di gel personale», spiega mamma Marta. «Dobbiamo comprarle noi genitori, le maestre sono state chiarissime», spiega la signora. «Due mascherine chirurgiche ogni giorno, più altre due di ricambio, sono spese che si aggiungono. Ci hanno già detto che se ci sarà qualche bambino positivo, bisognerà passare a quelle chirurgiche. Diciamo che sono più preoccupata se uno dei due avrà il raffreddore: sarò costretta a tenerli a casa entrambi. Addio lavoro». Fuori dall'Emilia Romagna, la situazione non è diversa. «Sono arrivate 2.000 mascherine chirurgiche solo per i docenti e pochi dispenser di gel», fa sapere Daniela Reina, vice preside dell'Istituto Pier Paolo Pasolini a Casarsa della Delizia, in Friuli Venezia Giulia. In base al calendario fissato dalla Regione, la scuola, tra primaria e secondaria di I grado, accoglierà mercoledì prossimo 589 studenti. «Ai genitori non abbiamo ancora comunicato nulla, non abbiamo informazioni», spiega l'insegnante. «Nelle indicazioni di comportamento per il rientro che stiamo preparando, diremo di far indossare al bambino una mascherina, anche di comunità va bene, e di portare sempre con sé un'altra di riserva. Martedì prossimo informeremo i genitori che purtroppo devono acquistarle». Le famiglie rimangono all'oscuro, dopo mesi di ordini e contrordini sull'utilizzo di un dispositivo giudicato prima inutile, poi utile, adesso non sempre. «Solo durante la ricreazione ma nelle situazioni statiche si può abbassare», ha sostenuto il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina. In tv hanno sentito il premier Giuseppe Conte rassicurare: «Abbiamo predisposto la consegna di 11 milioni di mascherine chirurgiche gratuite per studenti e personale». Oggi è venerdì, le scuole in molte regioni apriranno il 14 settembre: a meno che centinaia di Tir carichi di mascherine e flaconi igienizzanti non viaggino durante questo fine settimana, per raggiungere gli oltre 40.000 plessi scolastici sul territorio, la maggior parte degli istituti sarà sprovvista dei dispositivi imposti dal Cts.E infatti, ieri, diverse scuole del Lazio hanno comunicato ai mamme e papà che dovranno «munire gli studenti di numero 2 mascherine». L'Ufficio scolastico della Regione di Nicola Zingaretti ha provato a giustificarsi: «Le mascherine sono disponibili, ma ci sono problemi nelle consegne». «Molte mamme ci telefonano perché non sanno come comportarsi. Nessuna indicazione è ancora arrivata sulla presenza di mascherine a scuola», conferma Giusy D'Amico, insegnante ad Anzio. Francesca, mamma di Filippo, 11 anni, che frequenta la prima media alla scuola Giuseppe Baldan di San Pietro di Stra', nel Veneziano, sa già che lunedì il ragazzino dovrà portarsi da casa la mascherina. «Ci hanno detto di averne troppo poche». Poi c'è chi le ha ricevute, «ma solo grazie alla Regione Campania. Dal governo non è arrivato nulla per i miei insegnanti», puntualizza Valentina Ercolino, preside a Napoli del nido e scuola d'infanzia materna paritaria Il mondo ai piccoli. Giancarlo Sala, direttore scolastico del liceo classico e scientifico Antonio Banfi, a Vimercate (Monza-Brianza), ci risponde di avere «solo tre pacchi di mascherine “governative", 15.000 in tutto, che dovevano servire per l'emergenza e invece di arrivare a luglio sono state recapitate due settimane fa. Gli studenti sono 1.000, più 120 tra docenti e collaboratori scolastici: per forza devo dire ai genitori che i ragazzi devono portarsi le mascherine chirurgiche». Il dirigente scolastico è in attesa anche dei flaconi di sanificazione: se non ci fossero state donazioni private sarebbe privo di disinfettanti. Sala è poco convinto che 11 milioni di Dpi coprano il fabbisogno di tutte le scuole: «Sempre che arrivino i quantitativi promessi, devono spiegarci con quale modalità devono essere distribuite, se a tutti o solo ai professori. Altrimenti non basteranno».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-istituti-sbugiardano-il-premier-i-dpi-devono-procurarli-i-genitori-2647575971.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="test-al-personale-in-13-000-positivi" data-post-id="2647575971" data-published-at="1599780340" data-use-pagination="False"> Test al personale, in 13.000 positivi Oltre il 50% del personale della scuola, circa 500.000 lavoratori, ha svolto il test sierologico. Il 2,6% (13.000 persone circa) è risultato positivo e non potrà prendere servizio prima di un tampone negativo. Sono i dati della struttura commissariale di Domenico Arcuri. Restano fuori dal conteggio i 200.000 del Lazio, che sta procedendo in autonomia. Entro il 24 settembre, si sarà sottoposto al test il 60-70% del personale. Proprio in virtù della penuria di impiegati, il cdm ha approvato la deroga per le assunzioni a tempo indeterminato nelle scuole. Voluta dall'Anci, come ha sottolineato il suo presidente e sindaco dem di Bari, Antonio Decaro, la norma consente ai Comuni di superare «un tetto di spesa anacronistico e inadeguato a rispondere all'emergenza sanitaria, che vede pressoché raddoppiati i numeri di educatrici di asili nido e maestre delle scuole materne». Peccato che, mentre il ministro Lucia Azzolina si vanta delle «70.000 unità in più», che saranno assunte con il concorso straordinario, circa 20.000 insegnanti siano stati esclusi dalla selezione e rischino di perdere il contratto a tempo indeterminato. Si tratta dei docenti diplomati, già estromessi dalle Gae per effetto di una sentenza del Consiglio di Stato, i quali, pur avendo lavorato per decenni nelle paritarie, non sono stati inseriti nelle graduatorie. Il motivo? Non hanno maturato il requisito dei 180 giorni di insegnamento, per due anni, in un istituto statale. Dopo i fondi stanziati ma spariti dai decreti, il governo umilia i maestri provenienti dalle private. «Siamo disperati, dopo una vita spesa per la scuola», sospira con La Verità Angela Bugiantelli, una docente umbra che attende, per il 22 settembre, una sentenza di merito. Se la notifica che le conferma l'esclusione dalle graduatorie le arrivasse entro 20 giorni, dovrebbe lasciare subito la scuola pubblica dove insegna: «Ho un contratto a tempo indeterminato, conseguito dopo anni di esperienza nelle paritarie e dopo aver superato l'anno di prova. Peraltro, quando sono stata chiamata nella statale, mi era stato chiarito che, se avessi rifiutato il passaggio, sarei uscita dalle Gae». A molti suoi colleghi, sarà preclusa persino la possibilità di inviare la domanda di Messa a disposizione (Mad) per le supplenze, in una fase in cui ci sarebbe bisogno di più personale possibile. È anche per questo che, domenica, una maestra diplomata di Lodi, Katia Scrigna, ha iniziato uno sciopero della fame. Pure gli studenti bocciano l'Azzolina. «Il lavoro del ministero è ancora incerto e insufficiente», ha commentato Alessandro Personè, dell'Udu, annunciando una manifestazione di piazza per i prossimi 25 e 26 settembre. Sul fronte risorse, in Aula, il ministro della Famiglia, Elena Bonetti, ha precisato che, per l'anno 2020, sono previsti 50 milioni di euro a copertura delle spese per il congedo dei dipendenti privati, che dovranno seguire la quarantena di un figlio minore di 14 anni. Potranno scegliere, in alternativa, lo smart working. L'esecutivo stima che si verificheranno 50.000 casi. Intanto, la «profezia» di Giuseppe Conte sui contagi a scuola trova conferma in un istituto americano di Firenze: risultato positivo un bimbo di 8 anni, sono entrati in osservazione 25 compagni e quattro insegnanti. Allarmante, infine, la dichiarazione del numero uno della Federazione italiana medici pediatri, Paolo Biaci, che al Corriere spiega: «Tra massimo un mese, nelle scuole italiane sarà il caos a causa dei tamponi. Si svuoteranno le classi sia per numero di contagiati che di sospetti». I giallorossi vanno incontro a un autunno di flop.
Una medaglia mai data per scadenza dei termini, un atto eroico in quella che viene definita la Guerra dimenticata. Ecco la storia di Royce Williams.
Il tribunale dei minori de L'Aquila (Ansa)
I toni utilizzati nell’ordinanza sono durissimi, puntano a descrivere la donna come ostile e fanatica. Sembra quasi che lo scopo di certe affermazioni sia quello di gettare zizzania fra i genitori e, forse, non è un caso che da un paio di giorni circolino sui giornali strane ricostruzioni riguardanti presunte liti fra i coniugi o addirittura un possibile affidamento esclusivo dei bambini al padre. Di fronte a tutto ciò è davvero difficile pensare che il tribunale possa rivedere le sue posizioni o riconsiderare i suoi provvedimenti senza qualche tipo di pressione esterna.
Una pressione che può arrivare soltanto dall’opinione pubblica e, appunto, dalla politica. E per fortuna sembra che qualcosa di importante abbia iniziato a muoversi. Parlando con La Verità, Matteo Salvini sembra cogliere il diffusissimo malumore popolare che da settimane monta attorno a questa vicenda. «Prima hanno portato via tre bambini e una mamma alla loro casa, lasciando solo il papà, adesso dividono i bambini dalla madre. Qui mi sembra si stia esagerando. Molti esperti, a partire dall’Autorità garante per l’infanzia, oltre che grandissima parte dell’opinione pubblica, fanno enorme fatica a comprendere l’accanimento verso una famiglia che certamente non contemplava violenze o abusi», dice il leader leghista. Che coglie il punto della questione: «È come se i magistrati non volessero ammettere errori o forzature. Ci auguriamo vivamente non sia così: il loro ruolo non può e non deve contemplare reazioni arroganti o permalose, e qui c’è in gioco il destino di una famiglia».
La sensazione, molto concreta, è che da settimane il tribunale aquilano e le varie istituzioni coinvolte nel caso della famiglia nel bosco si siano irrigidite su posizioni auto difensive, anche a costo di far passare in secondo piano il benessere dei bambini Trevallion. «Anziché trovare una soluzione, è evidente che questa vicenda si stia addirittura complicando», continua Salvini. «E trovo insopportabile l’ipocrisia di chi prova a difendere queste scelte che appaiono sproporzionate e irragionevoli, quando ci sono migliaia di casi in Italia di famiglie rom che vivono in condizioni igienico sanitarie ben peggiori, senza scolarizzazione e in un ambiente troppo spesso caratterizzato da violenze e illegalità. Ma per i rom i giudici e gli assistenti sociali sembrano meno solerti. La magistratura spero sia equilibrata: va bene che il referendum sulla giustizia potrà spazzare via le correnti e un sistema di potere che non funziona e non fa bene alla democrazia, ma conto che queste ansie non ricadano su tre bambini innocenti e sui loro genitori». Il leader della Lega ha deciso di prendere di petto la questione. «Sono determinato a chiedere, già nelle prossime ore, un incontro al Garante dell’infanzia nazionale e a quello della regione Abruzzo», annuncia. «Altro che festa della donna e festa della mamma, qui ci sono persone senza cuore e senza anima che fanno soffrire mamme e bambini».
Salvini fa sapere anche, tramite nota della Lega, di essere intenzionato a scendere in Abruzzo con l’obiettivo di «fare tutto il possibile perché i bimbi, dopo mesi di allontanamento forzato dalla loro casa e dai loro genitori, vengano dissequestrati e la famiglia possa tornare a vivere insieme».
Ieri sera sulla vicenda è intervenuta anche Giorgia Meloni, in una lunga intervista concessa a Mario Giordano a Fuori dal coro. «A me il caso della famiglia nel bosco lascia senza parole», ha detto il presidente del Consiglio. «Si era deciso di affidare ai servizi sociali questi tre bambini che vivano con i genitori nella natura, ma almeno stavano con la madre. Adesso si è deciso di allontanare la madre dalla struttura protetta. E penso che questa non sia una decisione che fa stare meglio questi bambini. Penso, anzi, che infligga loro un altro pesantissimo trauma. E noi dobbiamo assistere inermi a queste decisioni che sono secondo me figlie anche di letture ideologiche. Lo Stato», ha ribadito Meloni, «non ti può togliere i figli perché non condivide il tuo stile di vita, tra l’altro quando nulla si dice a chi i figli li fa vivere nel degrado - penso ai campi rom - o li manda ad accattonare o a rubare. E nessuno può fare nulla». Al di là della valutazione sulla vicenda, però, il presidente del Consiglio ha dato una notizia importante: ha annunciato che «il ministro Nordio sta mandando una ispezione» al tribunale dell’Aquila. A quanto pare, dunque, verrà finalmente preso un provvedimento molto atteso da quanti, in queste settimane, hanno assistito con sgomento alle decisioni dei giudici riguardo ai Trevallion. La politica, dunque, offre l’ultima speranza: la visita di Salvini, l’ispezione che Nordio sta approntando. Vedremo se serviranno a riportare un minimo di buonsenso tra le istituzioni abruzzesi.
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Giorgia Meloni e Donald Trump a Sharm el Sheikh nell'ottobre 2025 (Ansa)
Il premier spagnolo Pedro Sánchez dice che non concederà le basi militari agli americani, che peraltro non gliele avevano chieste perché Madrid non ne ha di condivise? Qualche onorevole si sveglia la mattina e chiede a Giorgia Meloni di fare altrettanto anche se l’Italia ha da sempre accolto sul suo territorio distaccamenti di forze degli Stati Uniti. Il premier inglese nicchia nel concedere atterraggi e partenze dei caccia dell’aviazione americana dagli aeroporti gestiti dalla Raf di sua maestà britannica? Anche se poi Keir Starmer ha fatto marcia indietro, l’opposizione chiede che il capo del nostro governo faccia altrettanto.
L’ultima uscita è di ieri. Siccome una giornalista del Corriere della Sera ha raggiunto al telefono il presidente americano Donald Trump e gli ha strappato qualche frase, tra cui un paio in cui elogia Giorgia Meloni e l’Italia, il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano, ha preso cappello. «Quella di Trump è un’affermazione grave e inquietante. Il presidente del Consiglio deve smentire. Gli italiani hanno diritto di sapere la verità». E che ha detto di tanto grave l’inquilino della Casa Bianca per meritare Meloni una così vibrata ingiunzione a chiarire? Niente di che. Rispondendo a Viviana Mazza, il presidente americano ha detto non solo di amare l’Italia, ma che il premier è un ottimo leader aggiungendo, a proposito dell’invio di una nave a difesa di Cipro dopo l’attacco subito da parte iraniana, che Giorgia Meloni «cerca sempre di aiutare. È una mia amica». Ebbene, che cosa c’è da smentire? Il capo del governo deve dire di non essere un’ottima leader? Oppure deve negare di essere amica di Trump? Che cosa ha fatto agitare Provenzano e compagni? La frase in cui il presidente americano dice che il capo del nostro governo è «sempre pronto ad aiutare»? E che cosa c’è di male? Per far contento il Pd, Trump doveva sostenere che Meloni si mette sempre di traverso e ostacola ogni cosa?
Ovviamente mi è ben chiaro perché a sinistra si agitano. A loro farebbe piacere che il governo impedisse decolli e atterraggi dei velivoli americani dalle basi disseminate lungo la Penisola anche se, al momento, non risulta che aerei partiti da Aviano o da Sigonella abbiano bombardato l’Iran. Anzi, se fosse possibile reclamerebbero la chiusura di tutte le basi, da Vicenza a Livorno, così da prendere le distanze dallo Zio Sam. Peccato che aeroporti e centri operativi in cui sono di stanza truppe americane esistano da decenni e che nel passato nessuno degli esponenti del Pd che si sono succeduti al governo si sia mai posto il problema di limitare l’operatività militare degli Stati Uniti sul territorio italiano. Anzi, quando Massimo D’Alema era a Palazzo Chigi, la agevolò. Ho ricordato nei giorni scorsi di quando i Tornado italiani, insieme a quelli americani e tedeschi, bombardarono Belgrado. All’epoca nessuno si indignò per l’uso e l’abuso (il Parlamento non ne sapeva nulla) delle basi americane in Italia. E nessuno chiese a D’Alema di smentire ciò che disse il suo ministro della Difesa, Carlo Scognamiglio, il quale, con una lettera al Corriere, chiarì che il governo presieduto per la prima volta da un ex comunista era nato proprio per consentire all’Alleanza atlantica di intervenire in Kosovo, cioè di bombardare la Serbia. Romano Prodi si era dimesso, ma non si poteva andare a nuove elezioni perché c’era da fare la guerra (senza dirlo agli italiani).
Queste sì erano dichiarazioni gravi e inquietanti, per usare le parole di Provenzano. Ma all’epoca nessuno a sinistra fiatò. Forse per la troppa vergogna. Che adesso evidentemente i compagni non conoscono.
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(IStock)
Se fosse così saremmo in presenza di un balzo da record delle quotazioni dell’oro nero, che spingeranno alle stelle benzina e diesel oltre i 2 euro lungo le nostre strade. «Pensavamo che i prezzi del petrolio sarebbero saliti, e così è stato. Poi ci sarà il down. Scenderanno molto velocemente», ha spiegato ieri Donald Trump ai giornalisti. Quando scenderanno però? La guerra nel Golfo continua, lo stretto di Hormuz non sarà riattraversato a breve dalle navi occidentali, nel mentre i Paesi che vivono di greggio riducono l’estrazione.
La produzione di petrolio in Iraq è diminuita di 3 milioni di barili al giorno: precisamente è scesa da 4,3 milioni di barili al giorno a 1,3 milioni di barili al giorno. Sabato anche il Kuwait ha confermato ufficialmente di aver tagliato la produzione e, prima della guerra, l’emirato produceva circa 2,8 milioni di barili di petrolio al giorno...
Gli americani in realtà non dovrebbero soffrire molto da questo calo di produzione ed esportazioni di greggio. La dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio del Golfo non è mai stata così bassa: le importazioni statunitensi sono scese a circa 500.000 barili al giorno, quasi al livello più basso mai registrato. Gli acquisti da Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Qatar sono diminuiti di 2,5 milioni di barili al giorno dal picco del 2003. Solo 9 anni fa, gli Stati Uniti ricevevano circa 2 milioni di barili al giorno dalla regione. L’attuale livello delle importazioni è ora superiore solo allo shock pandemico del 2020 e al minimo degli anni ‘80. Nel frattempo, la produzione di greggio degli Stati Uniti si attesta a circa 13,7 milioni di barili al giorno, quasi al massimo storico, con un aumento del +145% dal 2003.
Sta male soprattutto l’Asia: la Cina che dipende dalle esportazioni iraniane, l’India che beneficerà del greggio russo sanzionato grazie all’intercessione degli Usa, e pure la Corea del Sud che ha visto la propria Borsa precipitare la scorsa settimana a causa proprio dello choc energetico al punto che, per la prima volta dal 1997, Seul sta valutando l’ipotesi di imporre un tetto al prezzo del petrolio.
E poi c’è l’incubo gas, il cui prezzo in Europa è praticamente raddoppiato. Secondo una nota di Bernstein, l’interruzione delle spedizioni di Gnl (gas liquefatto) dal Qatar e le interruzioni nello Stretto di Hormuz ha però fatto salire ancora di più le quotazioni in Asia. E in tutto ciò gli analisti affermano che gli Stati Uniti potrebbero avere una capacità limitata di aumentare significativamente la fornitura di Gnl all’Europa nel breve termine. Bernstein osserva che i terminali di esportazione di gas Usa stanno già operando quasi a piena capacità, con volumi di esportazione recenti pari a circa il 94% della capacità di picco, lasciando poco spazio per incrementare ulteriormente le spedizioni.
Invece di aumentare la produzione, gli Stati Uniti potrebbero solo reindirizzare i carichi esistenti verso l’Europa che però sta attualmente perdendo questa guerra di offerte con gli asiatici, proprio perché i prezzi del Gnl in Oriente sono aumentati drasticamente, creando uno spread che rende più redditizio per le navi dirigersi verso i mercati asiatici piuttosto che verso l'Europa.
Bernstein stima che i prezzi del gas europeo potrebbero dover aumentare di un altro 40-50% per attrarre sufficienti carichi di Gnl statunitense dall'Asia, se l’interruzione delle esportazioni del Qatar dovesse durare diversi mesi.
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