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2020-09-11
Gli istituti sbugiardano il premier: «I Dpi devono procurarli i genitori»
Giuseppe Conte (Ansa)
Diego ha 10 anni, è iscritto alla quinta elementare. Lunedì mattina si presenterà alla scuola primaria Oreste Boni di Sorbolo, pochi chilometri fuori Parma, con la mascherina che i genitori hanno già acquistato facendo scorta per tutto settembre.
«Nel secondo incontro con le maestre, via chat, ci è stato detto di provvedere noi», racconta il padre, Giuseppe Gabola. «Le mascherine per i bambini a scuola non ci sono e nemmeno arriveranno. I bambini dovranno portarsi pure il gel disinfettante. Mi sono offerto di procurarne una cinquantina di flaconi, li vendo nella mia edicola di Parma e non ho problemi a regalarne in classe. Non voglio che mio figlio resti senza protezione», esclama il signor Giuseppe. Altro che «sono già state distribuite le mascherine chirurgiche alle scuole», come ha dichiarato pochi giorni fa il commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri. Tuonando: «Chiunque dica alle famiglie che c'è bisogno che acquistino la mascherina dice il falso perché il governo manda tutti i giorni 11 milioni di mascherine a tutte le scuole. È l'unico governo al mondo». Ieri, Arcuri ha negato l'evidenza: «Nessuna scuola è senza mascherine». Giurando, però: «Tutte le mascherine negli istituti entro lunedì». In pratica, secondo la struttura commissariale, finora sono state distribuiti 41 milioni di Dpi, mentre lunedì ne arriveranno altri 77.
Intanto, alla primaria di Sorbolo, circa 400 alunni, molti genitori doteranno i figli di mascherine di stoffa che si possono lavare e riutilizzare. «Mamme e papà hanno protestato con le maestre, ci sono famiglie che non possono permettersi l'acquisto quotidiano di quelle chirurgiche», precisa Giuseppe Gabola. A pochi chilometri di distanza, alla primaria Jacopo San Vitale di Parma, due fratellini stanno per iniziare l'anno scolastico. Il più piccolo frequenterà la seconda elementare, il grandicello la quinta, entrambi lunedì dovranno portarsi da casa «un kit anti Covid, ovvero due mascherine: una da indossare, l'altra di riserva in una bustina. Assieme a un flaconcino di gel personale», spiega mamma Marta. «Dobbiamo comprarle noi genitori, le maestre sono state chiarissime», spiega la signora. «Due mascherine chirurgiche ogni giorno, più altre due di ricambio, sono spese che si aggiungono. Ci hanno già detto che se ci sarà qualche bambino positivo, bisognerà passare a quelle chirurgiche. Diciamo che sono più preoccupata se uno dei due avrà il raffreddore: sarò costretta a tenerli a casa entrambi. Addio lavoro».
Fuori dall'Emilia Romagna, la situazione non è diversa. «Sono arrivate 2.000 mascherine chirurgiche solo per i docenti e pochi dispenser di gel», fa sapere Daniela Reina, vice preside dell'Istituto Pier Paolo Pasolini a Casarsa della Delizia, in Friuli Venezia Giulia. In base al calendario fissato dalla Regione, la scuola, tra primaria e secondaria di I grado, accoglierà mercoledì prossimo 589 studenti. «Ai genitori non abbiamo ancora comunicato nulla, non abbiamo informazioni», spiega l'insegnante. «Nelle indicazioni di comportamento per il rientro che stiamo preparando, diremo di far indossare al bambino una mascherina, anche di comunità va bene, e di portare sempre con sé un'altra di riserva. Martedì prossimo informeremo i genitori che purtroppo devono acquistarle».
Le famiglie rimangono all'oscuro, dopo mesi di ordini e contrordini sull'utilizzo di un dispositivo giudicato prima inutile, poi utile, adesso non sempre. «Solo durante la ricreazione ma nelle situazioni statiche si può abbassare», ha sostenuto il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina. In tv hanno sentito il premier Giuseppe Conte rassicurare: «Abbiamo predisposto la consegna di 11 milioni di mascherine chirurgiche gratuite per studenti e personale». Oggi è venerdì, le scuole in molte regioni apriranno il 14 settembre: a meno che centinaia di Tir carichi di mascherine e flaconi igienizzanti non viaggino durante questo fine settimana, per raggiungere gli oltre 40.000 plessi scolastici sul territorio, la maggior parte degli istituti sarà sprovvista dei dispositivi imposti dal Cts.
E infatti, ieri, diverse scuole del Lazio hanno comunicato ai mamme e papà che dovranno «munire gli studenti di numero 2 mascherine». L'Ufficio scolastico della Regione di Nicola Zingaretti ha provato a giustificarsi: «Le mascherine sono disponibili, ma ci sono problemi nelle consegne».
«Molte mamme ci telefonano perché non sanno come comportarsi. Nessuna indicazione è ancora arrivata sulla presenza di mascherine a scuola», conferma Giusy D'Amico, insegnante ad Anzio. Francesca, mamma di Filippo, 11 anni, che frequenta la prima media alla scuola Giuseppe Baldan di San Pietro di Stra', nel Veneziano, sa già che lunedì il ragazzino dovrà portarsi da casa la mascherina. «Ci hanno detto di averne troppo poche». Poi c'è chi le ha ricevute, «ma solo grazie alla Regione Campania. Dal governo non è arrivato nulla per i miei insegnanti», puntualizza Valentina Ercolino, preside a Napoli del nido e scuola d'infanzia materna paritaria Il mondo ai piccoli. Giancarlo Sala, direttore scolastico del liceo classico e scientifico Antonio Banfi, a Vimercate (Monza-Brianza), ci risponde di avere «solo tre pacchi di mascherine “governative", 15.000 in tutto, che dovevano servire per l'emergenza e invece di arrivare a luglio sono state recapitate due settimane fa. Gli studenti sono 1.000, più 120 tra docenti e collaboratori scolastici: per forza devo dire ai genitori che i ragazzi devono portarsi le mascherine chirurgiche». Il dirigente scolastico è in attesa anche dei flaconi di sanificazione: se non ci fossero state donazioni private sarebbe privo di disinfettanti. Sala è poco convinto che 11 milioni di Dpi coprano il fabbisogno di tutte le scuole: «Sempre che arrivino i quantitativi promessi, devono spiegarci con quale modalità devono essere distribuite, se a tutti o solo ai professori. Altrimenti non basteranno».
Test al personale, in 13.000 positivi
Oltre il 50% del personale della scuola, circa 500.000 lavoratori, ha svolto il test sierologico. Il 2,6% (13.000 persone circa) è risultato positivo e non potrà prendere servizio prima di un tampone negativo. Sono i dati della struttura commissariale di Domenico Arcuri. Restano fuori dal conteggio i 200.000 del Lazio, che sta procedendo in autonomia. Entro il 24 settembre, si sarà sottoposto al test il 60-70% del personale.
Proprio in virtù della penuria di impiegati, il cdm ha approvato la deroga per le assunzioni a tempo indeterminato nelle scuole. Voluta dall'Anci, come ha sottolineato il suo presidente e sindaco dem di Bari, Antonio Decaro, la norma consente ai Comuni di superare «un tetto di spesa anacronistico e inadeguato a rispondere all'emergenza sanitaria, che vede pressoché raddoppiati i numeri di educatrici di asili nido e maestre delle scuole materne». Peccato che, mentre il ministro Lucia Azzolina si vanta delle «70.000 unità in più», che saranno assunte con il concorso straordinario, circa 20.000 insegnanti siano stati esclusi dalla selezione e rischino di perdere il contratto a tempo indeterminato.
Si tratta dei docenti diplomati, già estromessi dalle Gae per effetto di una sentenza del Consiglio di Stato, i quali, pur avendo lavorato per decenni nelle paritarie, non sono stati inseriti nelle graduatorie. Il motivo? Non hanno maturato il requisito dei 180 giorni di insegnamento, per due anni, in un istituto statale. Dopo i fondi stanziati ma spariti dai decreti, il governo umilia i maestri provenienti dalle private. «Siamo disperati, dopo una vita spesa per la scuola», sospira con La Verità Angela Bugiantelli, una docente umbra che attende, per il 22 settembre, una sentenza di merito. Se la notifica che le conferma l'esclusione dalle graduatorie le arrivasse entro 20 giorni, dovrebbe lasciare subito la scuola pubblica dove insegna: «Ho un contratto a tempo indeterminato, conseguito dopo anni di esperienza nelle paritarie e dopo aver superato l'anno di prova. Peraltro, quando sono stata chiamata nella statale, mi era stato chiarito che, se avessi rifiutato il passaggio, sarei uscita dalle Gae». A molti suoi colleghi, sarà preclusa persino la possibilità di inviare la domanda di Messa a disposizione (Mad) per le supplenze, in una fase in cui ci sarebbe bisogno di più personale possibile. È anche per questo che, domenica, una maestra diplomata di Lodi, Katia Scrigna, ha iniziato uno sciopero della fame.
Pure gli studenti bocciano l'Azzolina. «Il lavoro del ministero è ancora incerto e insufficiente», ha commentato Alessandro Personè, dell'Udu, annunciando una manifestazione di piazza per i prossimi 25 e 26 settembre.
Sul fronte risorse, in Aula, il ministro della Famiglia, Elena Bonetti, ha precisato che, per l'anno 2020, sono previsti 50 milioni di euro a copertura delle spese per il congedo dei dipendenti privati, che dovranno seguire la quarantena di un figlio minore di 14 anni. Potranno scegliere, in alternativa, lo smart working. L'esecutivo stima che si verificheranno 50.000 casi.
Intanto, la «profezia» di Giuseppe Conte sui contagi a scuola trova conferma in un istituto americano di Firenze: risultato positivo un bimbo di 8 anni, sono entrati in osservazione 25 compagni e quattro insegnanti. Allarmante, infine, la dichiarazione del numero uno della Federazione italiana medici pediatri, Paolo Biaci, che al Corriere spiega: «Tra massimo un mese, nelle scuole italiane sarà il caos a causa dei tamponi. Si svuoteranno le classi sia per numero di contagiati che di sospetti».
I giallorossi vanno incontro a un autunno di flop.
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Alla faccia degli 11 milioni al giorno di protezioni fornite dal governo: decine di plessi, in varie regioni, chiedono alle famiglie di provvedere da sole. Domenico Arcuri promette: «Entro lunedì saranno in tutti gli istituti».Chi ha avuto il virus non prenderà servizio prima dell'esame negativo. I pediatri: «Sarà presto caos sui tamponi». Proteste da studenti e docenti diplomati esclusi dal concorso.Lo speciale contiene due articoli.Diego ha 10 anni, è iscritto alla quinta elementare. Lunedì mattina si presenterà alla scuola primaria Oreste Boni di Sorbolo, pochi chilometri fuori Parma, con la mascherina che i genitori hanno già acquistato facendo scorta per tutto settembre. «Nel secondo incontro con le maestre, via chat, ci è stato detto di provvedere noi», racconta il padre, Giuseppe Gabola. «Le mascherine per i bambini a scuola non ci sono e nemmeno arriveranno. I bambini dovranno portarsi pure il gel disinfettante. Mi sono offerto di procurarne una cinquantina di flaconi, li vendo nella mia edicola di Parma e non ho problemi a regalarne in classe. Non voglio che mio figlio resti senza protezione», esclama il signor Giuseppe. Altro che «sono già state distribuite le mascherine chirurgiche alle scuole», come ha dichiarato pochi giorni fa il commissario straordinario per l'emergenza, Domenico Arcuri. Tuonando: «Chiunque dica alle famiglie che c'è bisogno che acquistino la mascherina dice il falso perché il governo manda tutti i giorni 11 milioni di mascherine a tutte le scuole. È l'unico governo al mondo». Ieri, Arcuri ha negato l'evidenza: «Nessuna scuola è senza mascherine». Giurando, però: «Tutte le mascherine negli istituti entro lunedì». In pratica, secondo la struttura commissariale, finora sono state distribuiti 41 milioni di Dpi, mentre lunedì ne arriveranno altri 77. Intanto, alla primaria di Sorbolo, circa 400 alunni, molti genitori doteranno i figli di mascherine di stoffa che si possono lavare e riutilizzare. «Mamme e papà hanno protestato con le maestre, ci sono famiglie che non possono permettersi l'acquisto quotidiano di quelle chirurgiche», precisa Giuseppe Gabola. A pochi chilometri di distanza, alla primaria Jacopo San Vitale di Parma, due fratellini stanno per iniziare l'anno scolastico. Il più piccolo frequenterà la seconda elementare, il grandicello la quinta, entrambi lunedì dovranno portarsi da casa «un kit anti Covid, ovvero due mascherine: una da indossare, l'altra di riserva in una bustina. Assieme a un flaconcino di gel personale», spiega mamma Marta. «Dobbiamo comprarle noi genitori, le maestre sono state chiarissime», spiega la signora. «Due mascherine chirurgiche ogni giorno, più altre due di ricambio, sono spese che si aggiungono. Ci hanno già detto che se ci sarà qualche bambino positivo, bisognerà passare a quelle chirurgiche. Diciamo che sono più preoccupata se uno dei due avrà il raffreddore: sarò costretta a tenerli a casa entrambi. Addio lavoro». Fuori dall'Emilia Romagna, la situazione non è diversa. «Sono arrivate 2.000 mascherine chirurgiche solo per i docenti e pochi dispenser di gel», fa sapere Daniela Reina, vice preside dell'Istituto Pier Paolo Pasolini a Casarsa della Delizia, in Friuli Venezia Giulia. In base al calendario fissato dalla Regione, la scuola, tra primaria e secondaria di I grado, accoglierà mercoledì prossimo 589 studenti. «Ai genitori non abbiamo ancora comunicato nulla, non abbiamo informazioni», spiega l'insegnante. «Nelle indicazioni di comportamento per il rientro che stiamo preparando, diremo di far indossare al bambino una mascherina, anche di comunità va bene, e di portare sempre con sé un'altra di riserva. Martedì prossimo informeremo i genitori che purtroppo devono acquistarle». Le famiglie rimangono all'oscuro, dopo mesi di ordini e contrordini sull'utilizzo di un dispositivo giudicato prima inutile, poi utile, adesso non sempre. «Solo durante la ricreazione ma nelle situazioni statiche si può abbassare», ha sostenuto il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina. In tv hanno sentito il premier Giuseppe Conte rassicurare: «Abbiamo predisposto la consegna di 11 milioni di mascherine chirurgiche gratuite per studenti e personale». Oggi è venerdì, le scuole in molte regioni apriranno il 14 settembre: a meno che centinaia di Tir carichi di mascherine e flaconi igienizzanti non viaggino durante questo fine settimana, per raggiungere gli oltre 40.000 plessi scolastici sul territorio, la maggior parte degli istituti sarà sprovvista dei dispositivi imposti dal Cts.E infatti, ieri, diverse scuole del Lazio hanno comunicato ai mamme e papà che dovranno «munire gli studenti di numero 2 mascherine». L'Ufficio scolastico della Regione di Nicola Zingaretti ha provato a giustificarsi: «Le mascherine sono disponibili, ma ci sono problemi nelle consegne». «Molte mamme ci telefonano perché non sanno come comportarsi. Nessuna indicazione è ancora arrivata sulla presenza di mascherine a scuola», conferma Giusy D'Amico, insegnante ad Anzio. Francesca, mamma di Filippo, 11 anni, che frequenta la prima media alla scuola Giuseppe Baldan di San Pietro di Stra', nel Veneziano, sa già che lunedì il ragazzino dovrà portarsi da casa la mascherina. «Ci hanno detto di averne troppo poche». Poi c'è chi le ha ricevute, «ma solo grazie alla Regione Campania. Dal governo non è arrivato nulla per i miei insegnanti», puntualizza Valentina Ercolino, preside a Napoli del nido e scuola d'infanzia materna paritaria Il mondo ai piccoli. Giancarlo Sala, direttore scolastico del liceo classico e scientifico Antonio Banfi, a Vimercate (Monza-Brianza), ci risponde di avere «solo tre pacchi di mascherine “governative", 15.000 in tutto, che dovevano servire per l'emergenza e invece di arrivare a luglio sono state recapitate due settimane fa. Gli studenti sono 1.000, più 120 tra docenti e collaboratori scolastici: per forza devo dire ai genitori che i ragazzi devono portarsi le mascherine chirurgiche». Il dirigente scolastico è in attesa anche dei flaconi di sanificazione: se non ci fossero state donazioni private sarebbe privo di disinfettanti. Sala è poco convinto che 11 milioni di Dpi coprano il fabbisogno di tutte le scuole: «Sempre che arrivino i quantitativi promessi, devono spiegarci con quale modalità devono essere distribuite, se a tutti o solo ai professori. Altrimenti non basteranno».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-istituti-sbugiardano-il-premier-i-dpi-devono-procurarli-i-genitori-2647575971.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="test-al-personale-in-13-000-positivi" data-post-id="2647575971" data-published-at="1599780340" data-use-pagination="False"> Test al personale, in 13.000 positivi Oltre il 50% del personale della scuola, circa 500.000 lavoratori, ha svolto il test sierologico. Il 2,6% (13.000 persone circa) è risultato positivo e non potrà prendere servizio prima di un tampone negativo. Sono i dati della struttura commissariale di Domenico Arcuri. Restano fuori dal conteggio i 200.000 del Lazio, che sta procedendo in autonomia. Entro il 24 settembre, si sarà sottoposto al test il 60-70% del personale. Proprio in virtù della penuria di impiegati, il cdm ha approvato la deroga per le assunzioni a tempo indeterminato nelle scuole. Voluta dall'Anci, come ha sottolineato il suo presidente e sindaco dem di Bari, Antonio Decaro, la norma consente ai Comuni di superare «un tetto di spesa anacronistico e inadeguato a rispondere all'emergenza sanitaria, che vede pressoché raddoppiati i numeri di educatrici di asili nido e maestre delle scuole materne». Peccato che, mentre il ministro Lucia Azzolina si vanta delle «70.000 unità in più», che saranno assunte con il concorso straordinario, circa 20.000 insegnanti siano stati esclusi dalla selezione e rischino di perdere il contratto a tempo indeterminato. Si tratta dei docenti diplomati, già estromessi dalle Gae per effetto di una sentenza del Consiglio di Stato, i quali, pur avendo lavorato per decenni nelle paritarie, non sono stati inseriti nelle graduatorie. Il motivo? Non hanno maturato il requisito dei 180 giorni di insegnamento, per due anni, in un istituto statale. Dopo i fondi stanziati ma spariti dai decreti, il governo umilia i maestri provenienti dalle private. «Siamo disperati, dopo una vita spesa per la scuola», sospira con La Verità Angela Bugiantelli, una docente umbra che attende, per il 22 settembre, una sentenza di merito. Se la notifica che le conferma l'esclusione dalle graduatorie le arrivasse entro 20 giorni, dovrebbe lasciare subito la scuola pubblica dove insegna: «Ho un contratto a tempo indeterminato, conseguito dopo anni di esperienza nelle paritarie e dopo aver superato l'anno di prova. Peraltro, quando sono stata chiamata nella statale, mi era stato chiarito che, se avessi rifiutato il passaggio, sarei uscita dalle Gae». A molti suoi colleghi, sarà preclusa persino la possibilità di inviare la domanda di Messa a disposizione (Mad) per le supplenze, in una fase in cui ci sarebbe bisogno di più personale possibile. È anche per questo che, domenica, una maestra diplomata di Lodi, Katia Scrigna, ha iniziato uno sciopero della fame. Pure gli studenti bocciano l'Azzolina. «Il lavoro del ministero è ancora incerto e insufficiente», ha commentato Alessandro Personè, dell'Udu, annunciando una manifestazione di piazza per i prossimi 25 e 26 settembre. Sul fronte risorse, in Aula, il ministro della Famiglia, Elena Bonetti, ha precisato che, per l'anno 2020, sono previsti 50 milioni di euro a copertura delle spese per il congedo dei dipendenti privati, che dovranno seguire la quarantena di un figlio minore di 14 anni. Potranno scegliere, in alternativa, lo smart working. L'esecutivo stima che si verificheranno 50.000 casi. Intanto, la «profezia» di Giuseppe Conte sui contagi a scuola trova conferma in un istituto americano di Firenze: risultato positivo un bimbo di 8 anni, sono entrati in osservazione 25 compagni e quattro insegnanti. Allarmante, infine, la dichiarazione del numero uno della Federazione italiana medici pediatri, Paolo Biaci, che al Corriere spiega: «Tra massimo un mese, nelle scuole italiane sarà il caos a causa dei tamponi. Si svuoteranno le classi sia per numero di contagiati che di sospetti». I giallorossi vanno incontro a un autunno di flop.
Barbara Fabbroni (Getty Images)
Ne parliamo con Barbara Fabbroni, criminologa e scrittrice, che ci offre una prospettiva unica sull’intersezione tra moda, crimine sociale e cultura contemporanea e come questo possa incidere sull’evoluzione del nostro modo di vestire, pensare e, soprattutto, resistere.
C’è sempre un maggiore interesse per i temi sociali nella moda, in particolare per quelli legati alla violenza di genere e alle disuguaglianze. Come vede questa evoluzione?
«Come una reazione necessaria, quasi inevitabile, prima ancora che come una scelta estetica. La moda, storicamente, è sempre stata uno specchio del tempo, ma oggi quello specchio si è incrinato. Non riflette più solo desideri o status, riflette fratture sociali, ferite collettive, urgenze non risolte. Quando la violenza di genere e le disuguaglianze entrano nelle collezioni, non è perché “fanno tendenza” ma perché non possono più essere ignorate. È un tentativo di rendere visibile ciò che per troppo tempo è rimasto sommerso, normalizzato, silenziato. Il rischio, semmai - ed è un rischio reale - è che questa visibilità resti superficiale. Ma il movimento, in sé, è già un segnale di consapevolezza sociale».
Come pensa che la moda stia trasformando il concetto di «empowerment femminile»? In che modo le collezioni stanno affrontando la violenza di genere e le disuguaglianze in modo diverso rispetto al passato?
«L’empowerment femminile, oggi, non passa più solo dall’immagine della donna forte, invincibile. Sta emergendo un concetto più maturo: il potere come possibilità di essere complesse, non perfette. Io amo dire che “la perfezione sta sempre nell’imperfezione di ciascuna individualità”. Le collezioni più interessanti non celebrano più un femminile idealizzato, ma raccontano corpi reali, storie ferite. È una rottura rispetto al passato, dove la moda parlava sulle donne; oggi, quando funziona davvero, parla con le donne. Anche la violenza di genere non viene più trattata come choc visivo, ma come processo culturale, come sistema che va decostruito, non semplicemente denunciato».
Molti brand e designer stanno utilizzando la moda come strumento per trasmettere messaggi sociali. Qual è il ruolo della moda come linguaggio anche di protesta?
«La moda è un linguaggio silenzioso ma, proprio per questo, potentissimo. Non argomenta: mostra. Non convince: disturba. In una società sempre più polarizzata, la moda può diventare uno spazio di resistenza simbolica, perché agisce sull’immaginario, non sull’ideologia. Un abito può essere un manifesto ma anche e, forse, soprattutto una domanda aperta. Il suo ruolo più importante non è schierarsi, ma rompere la neutralità apparente, che spesso è la forma più subdola di complicità. La moda, quando è autentica, non pacifica: mette a disagio, costringe a guardare».
C’è un legame tra l’evoluzione estetica della moda e l’analisi criminologica dei crimini sociali?
«Sì e credo sia un legame profondo. La criminologia studia le dinamiche invisibili: potere, controllo, esclusione, normalizzazione della violenza. La moda, spesso senza rendersene conto, mette in scena gli stessi meccanismi: chi è visibile, chi è escluso, quali corpi sono legittimi e quali restano marginalizzati. Nell’incrocio tra questi ambiti, vedo una possibilità importante: usare l’estetica non per occultare il conflitto, ma per renderlo leggibile. La moda può diventare una mappa emotiva dei crimini sociali, se accetta di non essere rassicurante».
Come pensa che i giovani stiano interpretando questi messaggi? C’è una relazione tra il modo in cui si vestono e come percepiscono il mondo che li circonda?
«I giovani usano il corpo come spazio di incontro, spesso più consapevolmente degli adulti. Il modo in cui si vestono è una forma di posizionamento nel mondo: identitario, relazionale, valoriale, esistenziale. Non è solo stile. È presa di parola, è comunicazione di sé all’altro e al mondo. Attraverso l’abbigliamento esprimono conflitto, rifiuto, ricerca di senso, possibilità. È un linguaggio immediato, ma tutt’altro che superficiale. Spesso racconta proprio quello spazio che non trovano altrove e che, allora, cercano di costruire. Ignorarlo significa non ascoltare una generazione che sta cercando nuovi codici per interpretare una realtà complessa come quella che stiamo vivendo».
Quali sfide ritiene che la moda debba affrontare per essere davvero un catalizzatore di cambiamento sociale?
«La sfida principale è non fermarsi all’immagine. Il rischio più grande è la neutralizzazione del messaggio: trasformare il pensiero del cambiamento in stile, l’empowerment in branding, il dolore in trend. Per evitarlo servono coerenza, continuità, responsabilità. La moda può essere catalizzatore di cambiamento solo se accetta di lasciare andare qualcosa. E non è poco: consenso, comodità, neutralità. Il cambiamento non è mai esteticamente semplice. E, forse, è proprio lì che la moda deve avere il coraggio di stare».
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Al levar del sole, si faceva accompagnare dalla sua borsa blu (conservata, poi, come una sorta di reliquia per anni) che, con pochi chili di acquisto, gli permetteva di gestire la cucina. Nel contempo, con l’amico macellaio Emilio Hen andava «a studiare» le cucine dei locali che allora, nel territorio, risultavano tra i più rinomati. «Davo un’occhiata per imparare a copiare qualche piatto, era una sorta di spionaggio industriale», diceva. A trovare la quadra gli viene in aiuto, nel suo pellegrinaggio mattutino al mercato del pesce mestrino, il signor Galvani, che ne intuisce le potenzialità. «Dia un’occhiata a quello che mangia la gente qui per strada». In primis i folpetti caldi ripescati al momento dal pentolone in bella vista. Da lì l’intuizione conseguente.
All’entrata del suo locale ecco un carrello tentatore con il meglio dei cicheti (i piccoli assaggi di street food locale) della tradizione, a iniziare da quelli freddi: gamberi, uova di seppia, alici marinate. Il passaggio conseguente a tavola, con quelli caldi in arrivo dalla cucina, dagli immancabili folpetti ai peoci (le cozze) e molto altro. Su queste basi, sior Dino ottimizza la sua filosofia, ovvero quella di conservare e valorizzare il passato, in una Venezia patrimonio secolare, con uno sguardo continuamente rivolto al futuro ma sempre rimanendo nel solco della tradizione, di un territorio con molte storie da offrire, se non da riscoprire, in un tempo in cui, con il boom economico, anche la cucina seguiva nuove mode, a prevalenza transalpina ma un po’ «senz’anima», ovvero proponibili un po’ ovunque. Su queste basi trovare la quadra è indispensabile, a partire da chi sappia gestire la regia ai fornelli con talento e spirito conseguente.
Era il tempo in cui, il lunedì mattina, con un’ombra e due cicheti passava a salutare il fratello Bepi, cuoco in carica, Federico «Rico» Spolaore, con diverse esperienze in importanti cucine d’albergo della catena Ciga. Dino lo annusa e butta l’esca: «Non le chiedo quanto mi costa, ma soltanto di applicare la sua bravura a questa cucina», magari con qualche piccola invenzione, ma sempre nel solco della tradizione. Chef «Rico» lo guarda, paga il conto e se ne va senza rispondere. Dopo qualche giorno ritorna, stavolta non per salutare il fratello Bepi, ma per confrontarsi, occhi negli occhi, con un Boscarato felicemente rincuorato dall’aver scommesso per la giusta causa. Dall’Amelia comincia a prendere il volo. Il passaparola va oltre i confini locali e i suoi piatti hanno un primo riconoscimento con l’entrata nel circuito dei Ristoranti del Buon ricordo, nato dalla felice intuizione di Dino Villani, tra i fondatori dell’Accademia italiana della cucina. Un primo riconoscimento con il Fogher d’Oro, nel 1969, al tempo uno dei maggiori tra quelli riservati a quei locali che, tra Veneto e Friuli, nel rispetto della qualità, sapevano valorizzare al meglio le rispettive cucine locali. Nel 1970 altro cambio di passo. Parte la ristrutturazione della vecchia Amelia, grazie all’architetto Luigi Carrer che, oltre a decorare gli interni con un tratto personale, si inventa il logo che poi diventerà un’icona conosciuta e ambita dai vari pellegrini golosi. Un pesce con un bel cappellone da chef. Messaggio neanche tanto subliminale per far intendere che, dall’Amelia, la cucina di pesce viaggia a paso doble.
Iniziano le missioni all’estero, come ad esempio a New York. Nella preparazione della lista della spesa, un involontario qui pro quo linguistico: il tradizionale stoccafisso, ovvero il merluzzo essiccato al vento delle Lofoten, nel Veneto è tradotto come baccalà mentre invece, come tale, nel resto del mondo si intende quello conservato sotto sale. Due preparazioni che richiedono un trattamento completamente diverso. Giunti alla vigilia del grande evento, i cuochi amelioti non sanno più che fare. Partono telefonate a tutti i fornitori della Grande mela ma niente da fare. Poi, all’ultimo, il miracolo: in un negozietto di Little Italy, gestito da una famiglia calabrese, ci sono dei mini stoccafissi, poco più grandi di sardine, «ma piccoli e duri come il marmo».
Bisogna fare il miracolo. I Boscarato boys vanno nell’officina meccanica dell’albergo e lì procedono alla battitura di rito usando una pressa metallica destinata ad altri usi, ma il risultato al piatto risulterà molto gradito al centinaio di convitati curiosi di scoprire le vere specialità della cucina veneziana. Il giorno dopo, per premiarsi della fatica, Dino e i suoi ragazzi vanno nell’ambasciata culinaria italiana di Manhattan, «Le Cirque», di quel toscanaccio di Sirio Maccioni. E chi ti incontrano? Enzo Biagi, anche lui in trasferta yankee, che offrirà loro il pranzo, per ringraziare sior Dino di avergli assegnato, qualche mese prima, il prestigioso premio «Tavola all’Amelia». In sostanza, era successo questo. Dall’Amelia, nel tempo, diventa sempre più centro di golosità permanente del meglio dell’intellighenzia dapprima veneta e poi nazionale. Nel 1965, dalla collaborazione con il gallerista Mario Lucchesi, si pensò di dare un premio a chi si era distinto in vari settori della cultura, dalla letteratura all’arte nelle sue varie declinazioni. Come premio, la riproduzione di una scultura di Salvatore Messina.
Nell’albo d’oro ci sono nomi che hanno fatto la storia sella cultura italiana: Dino Buzzati, Leonardo Sciascia, Enzo Biagi, Uto Ughi, Carlo Rubbia, Ottavio Missoni, Ermanno Olmi. Con la possibilità, per il pubblico, sempre più fidelizzato alla «missione Amelia» di conoscerli in diretta, almeno per una sera. La gemmazione conseguente con «A Tavola con l’autore». Il tutto è nato un po’ per caso, ma bisogna avere talento per cogliere quell’occasione che può fare la differenza. Siamo nel 1983. Dall’Amelia, oramai, è un mito consolidato. Una serata è dedicata alla presentazione dell’ultima creatura editoriale di Bepi Maffioli, un gigante del connubio tra cucina, storia e cultura, La cucina veneziana, per i tipi di Franco Muzzio Editore. Come rendere il meritato onore a cotanta firma? Elementare, Watson: Boscarato si incuriosisce a ricercare tra le pagine di Maffioli lo spunto per proporre qualche ricetta originale, magari un po’ dimenticata dallo scorrere del tempo. Ed ecco riemergere un piatto del XVIII secolo, il baccalà in turbante, un’eredità del ghetto sepolta nella memoria. Uno stoccafisso messo a sobbollire lentamente con burro e latte, cui vengono poi aggiunti spinaci lessati, uova e noce moscata. Il tutto messo in forno entro uno stampo rotondo con il buco in mezzo. Ne deriva, servito al piatto, come un turbante goloso. È facile immaginarsi lo stupore dei commensali e dello stesso Maffioli. Così come il riso e fagioli con i gò, piccoli pesciolini della laguna che vivono prudentemente nascondendosi sotto i fondali per sfuggire alle reti dei piccoli veneziani che così venivano addestrati dai nonni all’arte della pesca.
Un format, quello de A tavola con l’autore» che avrà oltre 100 repliche nel corso del tempo, ad esempio con il polesano Gian Antonio Cibotto, in una serata in cui il pubblico ha scoperto quali fossero le radici del popolare riso a la sbiraglia» Durante il dominio austriaco gli sbiri (ovvero i gendarmi) di Cecco Beppe, predavano le campagne delle famiglie rurali di quanto trovavano, in primis i polli. Poi entravano in qualche osteria con sorriso sornione: «O mi cuoci bene questi polli, o ti rubo anche i tuoi». Era conseguente che la cuoca vittima di tale approccio era quanto mai generosa nel condire il tutto con quanto offrivano le risaie del vicino delta del Po.
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Narendra Modi (Ansa)
Dal 1° gennaio l’India ha assunto la presidenza dei Brics, per la prima volta alla guida del formato allargato a dieci Paesi. Narendra Modi propone una visione «humanity-first», mentre sullo sfondo pesano le tensioni commerciali con gli Stati Uniti e la sfida di rafforzare il ruolo del Global South in un contesto geopolitico instabile.
L’India ha assunto ufficialmente la presidenza dei Brics il 1° gennaio 2026, prendendo il timone del gruppo in una fase segnata da forti tensioni commerciali globali e da un quadro geopolitico in rapido mutamento. Il passaggio di consegne è avvenuto dal Brasile e affida ora a Nuova Delhi la guida di un blocco allargato a dieci Paesi, chiamato a muoversi in un contesto economico instabile.
Il primo ministro Narendra Modi ha delineato per il mandato indiano una visione definita «humanity-first», proponendo una rilettura dell’acronimo Brics come Building Resilience and Innovation for Cooperation and Sustainability. Un’impostazione che punta a rafforzare il ruolo e la voce del cosiddetto Global South, in continuità con l’approccio adottato dall’India durante la sua presidenza del G20, fortemente orientata ai temi dello sviluppo.
La leadership indiana si inserisce inoltre in un momento di rapporti commerciali tesi con gli Stati Uniti, deterioratisi dopo la rielezione di Donald Trump. Nel 2025, l’amministrazione americana ha imposto dazi elevati su alcune esportazioni indiane, un fattore che spinge Nuova Delhi a utilizzare il foro Brics per promuovere una linea di «realismo commerciale». Tra i punti chiave figurano il ricorso a regolamenti in valuta locale, la riduzione della dipendenza dal dollaro statunitense e la contrarietà a barriere commerciali unilaterali.
La presidenza del 2026 assume un peso particolare perché è la prima esercitata dall’India alla guida del formato Brics+, ampliato con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran ed Emirati Arabi Uniti, che si affiancano ai membri fondatori Russia, Cina e Sudafrica. Nuova Delhi ha individuato quattro priorità centrali per il suo mandato: resilienza, innovazione, cooperazione e sostenibilità. Tra i dossier su cui concentrare l’azione figurano lo sviluppo delle infrastrutture pubbliche digitali, il finanziamento climatico a favore dei Paesi in via di sviluppo e la riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio.
Il banco di prova politico sarà il 18° vertice Brics, atteso nel corso dell’anno proprio a New Delhi. L’appuntamento servirà a misurare la capacità dell’India di mantenere la propria autonomia strategica, bilanciando i rapporti con le grandi potenze e proponendosi al tempo stesso come ponte tra il mondo sviluppato e il Global South.
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Will Smith (Getty Images)
«Le accuse del signor Joseph riguardanti il mio cliente sono false, infondate e sconsiderate. Neghiamo categoricamente ogni addebito e utilizzeremo tutti i mezzi legali disponibili per affrontare questa vicenda e garantire che la verità venga portata alla luce», ha dichiarato alla stampa l’avvocato di Smith, Allen B. Grodsky.
Secondo la sua ricostruzione Joseph, giunto alla ribalta come uno dei primi tre finalisti di America’s Got Talent nel 2018, era stato invitato a casa di Smith a novembre 2024 per suonare per la star di Hollywood. Durante l’incontro era stato poi ingaggiato per suonare al concerto di Smith a San Diego nel dicembre 2024 e poi nel successivo tour. Nell’ambito della relazione professionale, i due uomini sarebbero diventati intimi e avrebbero trascorso «molto tempo da soli». Secondo il musicista, Smith all’inizio della collaborazione avrebbe detto a Joseph: «Tu ed io abbiamo una connessione così speciale che io non ho con nessun altro».
Joseph ha affermato che durante una sosta del tour a Las Vegas nel marzo dello scorso anno, rientrando nella sua stanza d’albergo la sera dopo cena, avrebbe scoperto che qualcuno era «entrato illegittimamente» ma «senza forzare la porta» lasciando un biglietto scritto a mano che recitava: «Brian, tornerò più tardi, alle 5.30, solo noi», con un cuore e la firma «Stone F.». L’attore, che ha precisato che i membri della direzione del tour erano «le uniche persone che avevano accesso alla sua stanza», ha affermato di aver trovato, oltre al biglietto, «alcune salviette, una bottiglia di birra, uno zaino rosso, un flaconcino di farmaci per l’Hiv con il nome di un’altra persona, un orecchino e documenti di dimissione ospedaliera appartenenti a una persona a lui sconosciuta». Temendo che qualcuno «tornasse nella sua stanza» dopo la minaccia di violenza sessuale, Joseph aveva denunciato l’incidente alla sicurezza dell’hotel, alla polizia e al team di Smith, ma era stato «deriso, umiliato e svergognato» dal team dell’attore, quindi licenziato e sostituito con un altro musicista, provocandogli «grave disagio emotivo, perdita economica, danni alla reputazione e altri danni», nonché «Ptsd (sindrome post-traumatica) e altre malattie mentali». Secondo l’accusa, il musicista si sarebbe inoltre fatto carico di «significativi investimenti finanziari in preparazione del tour», che si è svolto da luglio all’inizio di settembre.
La nuova denuncia fa seguito alla causa da 3 milioni di dollari intentata l’1 dicembre dall’ex socio Bilaal Salaam contro la moglie di Smith, Jada Pinkett Smith, che lo avrebbe minacciato verbalmente.
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