
L’Europa ha scoperto la Groenlandia, ma ormai è decisamente tardi. Del resto che fosse un amore di ghiaccio gli inuit lo avevano messo nero su bianco con un referendum nell’85 che sancì l’uscita dalla Cee pur restando sorellastra del Regno di Danimarca, Paese Ue (non nell’euro) e Nato. A Bruxelles non si stracciarono le vesti: che volete che gliene importasse di quella isola gigantesca di ghiaccio; loro avevano altre mire, altre ambizioni.
A conti fatti, se la Groenlandia già si sente poco danese - tanto da aver messo le cose in chiaro negli ultimi decenni conquistando una maggiore autonomia - figurarsi europea. Certo, nemmeno si può dire che il «corteggiamento» americano abbia aperto una breccia ma gli abitanti hanno capito che stavolta non finirà come negli anni passati, quando dalla Casa Bianca allungarono gli occhi su quell’insediamento incardinato nel circolo polare artico. Questo sebbene per effetto di una legge entrata in vigore il 1° gennaio del 2026, i cittadini e le società straniere potranno acquistare proprietà o diritti di utilizzo del suolo groenlandese solo se sono stati residenti permanenti e hanno pagato tutte le tasse in Groenlandia negli ultimi due anni.
Dire «Artico» significa dire: 1,5.000 miliardi di metri cubi di gas; 83 miliardi di barili di petrolio non esplorato; giacimenti inestimabili di terre rare, cioè i minerali delle nuove frontiere industriali. Dire «Artico» significa inoltre fare i conti con uno dei più grossi bacini di acqua potabile, cioè l’oro blu. E infine dire «Artico» significa indicare la nuova rotta commerciale navale, il by-pass tra l’Atlantico e il Pacifico. Senza ovviamente considerare la grande piattaforma militare dove posizionare missili di lunga gittata come hanno fatto Russia e Cina dopo la recente intesa.
Dunque ora la Groenlandia - avamposto strategico - è un prezioso oggetto dei desideri: la Danimarca si è ricordata della sua «contea», un tempo colonia; l’Europa la considera politicamente «sua»; e l’America di Trump ha in mano un libretto degli assegni per farne un suo nuovo Stato. Mettiamola giù brutalmente: l’America se vuole la Groenlandia se la prenderà. Si tratta di capire le modalità: sarà un approccio hard o un approccio soft?
Dopo il discusso (ma anche discutibile) blitz in Venezuela, è chiaro che il gioco si è fatto assai duro. E la sfida è all’insegna della forza più che del diritto, anche se è spiacevole dirlo. L’Europa oggi paga la sua evanescenza politica e la presunzione di pensare che gli Stati sovrani fossero un reperto novecentesco e che il mercato fosse mappa e bussola nello stesso tempo per affrontare le sfide del nuovo secolo. Invece gli Stati sovrani ci sono eccome e si stanno affrontando per spartirsi diversamente il mondo nel nuovo secolo. Un secolo che sarà segnato in buona parte dalle sfide della digitalizzazione.
È il motivo per cui si cercano le terre degli altri onde conquistarle in un nuovo colonialismo digitale (che fa il paio con il nuovo feudalesimo digitale, dove i Nuovi Padroni controllano le nostre vite). Una conquista che avviene o con la spada (la Russia in Ucraina, l’America in Venezuela) o con la moneta (la Cina sui mercati europei; l’America accordandosi con gli emiri del Golfo). La Groenlandia potrebbe rientrare più nella conquista per via economica che per via militare: non è un caso che Trump, per bocca di Rubio, parli di acquisto come fu per la Louisiana e per l’Alaska. La conquista di Nuun avverrà per via commerciale, con intese di prelazione di utilizzo delle ricchezze in loco, e poi guidando una secessione dalla Danimarca, presupposto di un nuovo accordo bilaterale così che gli americani potranno accaparrarsi al più presto le ricchezze di terre rare, di tutti gli altri minerali fondamentali per le nuove frontiere digitali, e di mettere mano alle riserve di petrolio e di gas. Per la sola ricchezza mineraria in Groenlandia, si dice che l’America ridurrebbe di parecchio il gap con la Cina, attualmente monopolista delle terre rare emerse.
C’è poi il capitolo delle nuove rotte artiche: lo scongelamento dei ghiacci aprirà nuovi collegamenti, con valenza sia commerciale che militare. C’è infine la logistica per le infrastrutture di raccolta dati di tutto ciò che dal cielo i satelliti inviano e che dai fondali degli oceani i cavi trasmettono. Per farla breve la Groenlandia non è più il pourparler del primo mandato di Trump; stavolta The Donald vuole chiudere. E non si farà minimamente scrupolo a puntare contro l’Europa se da Bruxelles o da altre cancellerie qualcuno tenterà di opporre resistenza. Il match globale con la Cina e con la Russia è arrivato a una intensità tale che, nell’ottica della Casa Bianca, non c’è spazio per i dibattiti filosofici. È tornato il tempo di Marte: è per questo che la Venere Europa è fuori gara.






