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2026-02-24
Trump: «Dazi più alti per chi fa giochetti»
Donald Trump (Ansa)
Attenzione, acquirenti!», ha tuonato ieri il presidente americano su Truth, per poi aggiungere: «Come presidente, non devo rivolgermi al Congresso per ottenere l’approvazione dei dazi. L’approvazione è già stata ottenuta, in molte forme, molto tempo fa! Sono stati anche appena riconfermati dalla ridicola e mal formulata sentenza della Corte Suprema!». In sostanza, il presidente americano si sta muovendo su due piani. Dal punto di vista internazionale, ha minacciato quei Paesi che potrebbero cercare di approfittare del fatto che, venerdì scorso, la Corte Suprema ha cassato i dazi decretati ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act. Dall’altra parte, sul fronte interno, Trump ha ribadito che il potere di imporre tariffe continuerebbe comunque a rientrare nel perimetro dell’autorità esecutiva tramite il ricorso a strumenti legislativi differenti dallo Ieepa (come la Sezione 122 del Trade Act del 1974).
E proprio su questo punto il presidente, sempre ieri, si è espresso. «La corte suprema degli Stati Uniti (userò le lettere minuscole per un po’, per una totale mancanza di rispetto!) mi ha accidentalmente e inconsapevolmente conferito, in qualità di presidente degli Stati Uniti, poteri e forza molto maggiori di quelli che avevo prima della loro ridicola, stupida e internazionalmente divisiva sentenza», ha dichiarato. «La corte ha anche approvato tutte le altre tariffe che sono numerose, e possono essere tutte utilizzate in modo molto più potente e odioso, con certezza giuridica, rispetto alle tariffe inizialmente utilizzate», ha aggiunto, in una minaccia neppure tanto velata ai partner commerciali americani.
Il presidente è poi tornato a criticare frontalmente la Corte Suprema, preconizzando che la maggioranza dei togati casserà l’interpretazione restrittiva dello ius soli, promossa dalla Casa Bianca l’anno scorso. «La prossima cosa che saprete sarà che i giudici si pronunceranno a favore della Cina e di altri, che stanno facendo una fortuna assoluta con la cittadinanza per diritto di nascita, affermando che il XIV Emendamento non è stato scritto per prendersi cura dei “bambini degli schiavi”, cosa che invece è stata dimostrata dal momento esatto della sua elaborazione, archiviazione e ratifica, che ha coinciso perfettamente con la fine della Guerra civile», ha affermato.
Tornando ai dazi, domenica, il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha reso noto che Washington non ha intenzione di mutare la propria politica tariffaria. «La realtà è che vogliamo mantenere la politica che abbiamo adottato, avere la massima continuità possibile e assicurarci che le aziende capiscano che questa è la direzione che stiamo seguendo. Continueremo su questa strada», ha affermato. Tutto questo, mentre, il giorno prima, Trump aveva annunciato di voler aumentare i dazi globali dal 10% al 15%: dazi che, imposti sulla base della Sezione 122, possono però restare in vigore soltanto cinque mesi. Secondo Morgan Stanley, Trump potrebbe usare questo lasso di tempo per decretare tariffe specifiche su prodotti e Paesi ai sensi della Sezione 301: il che, ha avvertito tuttavia la banca d’affari, implicherebbe un «processo molto più macchinoso». In questo quadro, è abbastanza probabile che il presidente affronterà la questione della sentenza di venerdì durante il discorso sullo stato dell’Unione di stasera.
Nel frattempo, a partire da oggi, la Us Customs and Border Protection cesserà di riscuotere i pagamenti correlati alle tariffe annullate dalla Corte Suprema. Non è ancora chiaro invece se saranno effettuati dei rimborsi. Secondo il sito specializzato Scotusblog, la sentenza di venerdì non ha affrontato l’argomento. In caso, la cifra complessiva si aggirerebbe comunque attorno ai 175 miliardi di dollari e, a tal proposito, il segretario al Tesoro, Scott Bessent, non ha finora chiarito quali siano le intenzioni dell’amministrazione. Dall’altra parte, ieri, alcuni senatori dem hanno presentato un disegno di legge che, se approvato, costringerebbe la Casa Bianca a effettuare dei rimborsi. Non solo. Il leader della minoranza democratica al Senato, Chuck Schumer, ha anche detto che si opporrà alla proroga dei dazi globali al 15% quando scadranno quest’estate. Frattanto, a Wall Street regna la confusione per quanto riguarda il futuro: ieri, il Dow Jones Industrial Average ha perso l’8%.
Sullo sfondo, ma neanche troppo, restano aperte le questioni geopolitiche. Per Trump, i dazi sono da considerarsi principalmente uno strumento di sicurezza nazionale, non solo per ridurre la dipendenza statunitense dalla Cina nelle catene di approvvigionamento strategiche ma anche per disporre di una leva negoziale su dossier tanto commerciali quanto di natura politica. Il presidente americano teme, in particolare, che la sentenza di venerdì possa rafforzare la posizione di Pechino. Il che per l’inquilino della Casa Bianca è un problema, soprattutto in previsione del viaggio che dovrebbe effettuare nella Repubblica popolare a cavallo tra marzo e aprile di quest’anno.
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Il presidente attacca la «sentenza ridicola e mal formulata» della Corte Suprema e avvisa i partner commerciali che volessero approfittarne: «Attenzione, arriveranno tasse peggiori per voi». Attesa per il discorso sullo stato dell’Unione in programma oggi.Sui dazi, Donald Trump resta più battagliero che mai. «Qualsiasi Paese che voglia “giocare” con la ridicola decisione della Corte Suprema, in particolare quelli che hanno “fregato” gli Stati Uniti per anni, e persino decenni, si troverà ad affrontare tariffe molto più elevate, e peggiori, di quelle che ha appena concordato. Attenzione, acquirenti!», ha tuonato ieri il presidente americano su Truth, per poi aggiungere: «Come presidente, non devo rivolgermi al Congresso per ottenere l’approvazione dei dazi. L’approvazione è già stata ottenuta, in molte forme, molto tempo fa! Sono stati anche appena riconfermati dalla ridicola e mal formulata sentenza della Corte Suprema!». In sostanza, il presidente americano si sta muovendo su due piani. Dal punto di vista internazionale, ha minacciato quei Paesi che potrebbero cercare di approfittare del fatto che, venerdì scorso, la Corte Suprema ha cassato i dazi decretati ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act. Dall’altra parte, sul fronte interno, Trump ha ribadito che il potere di imporre tariffe continuerebbe comunque a rientrare nel perimetro dell’autorità esecutiva tramite il ricorso a strumenti legislativi differenti dallo Ieepa (come la Sezione 122 del Trade Act del 1974).E proprio su questo punto il presidente, sempre ieri, si è espresso. «La corte suprema degli Stati Uniti (userò le lettere minuscole per un po’, per una totale mancanza di rispetto!) mi ha accidentalmente e inconsapevolmente conferito, in qualità di presidente degli Stati Uniti, poteri e forza molto maggiori di quelli che avevo prima della loro ridicola, stupida e internazionalmente divisiva sentenza», ha dichiarato. «La corte ha anche approvato tutte le altre tariffe che sono numerose, e possono essere tutte utilizzate in modo molto più potente e odioso, con certezza giuridica, rispetto alle tariffe inizialmente utilizzate», ha aggiunto, in una minaccia neppure tanto velata ai partner commerciali americani.Il presidente è poi tornato a criticare frontalmente la Corte Suprema, preconizzando che la maggioranza dei togati casserà l’interpretazione restrittiva dello ius soli, promossa dalla Casa Bianca l’anno scorso. «La prossima cosa che saprete sarà che i giudici si pronunceranno a favore della Cina e di altri, che stanno facendo una fortuna assoluta con la cittadinanza per diritto di nascita, affermando che il XIV Emendamento non è stato scritto per prendersi cura dei “bambini degli schiavi”, cosa che invece è stata dimostrata dal momento esatto della sua elaborazione, archiviazione e ratifica, che ha coinciso perfettamente con la fine della Guerra civile», ha affermato.Tornando ai dazi, domenica, il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha reso noto che Washington non ha intenzione di mutare la propria politica tariffaria. «La realtà è che vogliamo mantenere la politica che abbiamo adottato, avere la massima continuità possibile e assicurarci che le aziende capiscano che questa è la direzione che stiamo seguendo. Continueremo su questa strada», ha affermato. Tutto questo, mentre, il giorno prima, Trump aveva annunciato di voler aumentare i dazi globali dal 10% al 15%: dazi che, imposti sulla base della Sezione 122, possono però restare in vigore soltanto cinque mesi. Secondo Morgan Stanley, Trump potrebbe usare questo lasso di tempo per decretare tariffe specifiche su prodotti e Paesi ai sensi della Sezione 301: il che, ha avvertito tuttavia la banca d’affari, implicherebbe un «processo molto più macchinoso». In questo quadro, è abbastanza probabile che il presidente affronterà la questione della sentenza di venerdì durante il discorso sullo stato dell’Unione di stasera.Nel frattempo, a partire da oggi, la Us Customs and Border Protection cesserà di riscuotere i pagamenti correlati alle tariffe annullate dalla Corte Suprema. Non è ancora chiaro invece se saranno effettuati dei rimborsi. Secondo il sito specializzato Scotusblog, la sentenza di venerdì non ha affrontato l’argomento. In caso, la cifra complessiva si aggirerebbe comunque attorno ai 175 miliardi di dollari e, a tal proposito, il segretario al Tesoro, Scott Bessent, non ha finora chiarito quali siano le intenzioni dell’amministrazione. Dall’altra parte, ieri, alcuni senatori dem hanno presentato un disegno di legge che, se approvato, costringerebbe la Casa Bianca a effettuare dei rimborsi. Non solo. Il leader della minoranza democratica al Senato, Chuck Schumer, ha anche detto che si opporrà alla proroga dei dazi globali al 15% quando scadranno quest’estate. Frattanto, a Wall Street regna la confusione per quanto riguarda il futuro: ieri, il Dow Jones Industrial Average ha perso l’8%.Sullo sfondo, ma neanche troppo, restano aperte le questioni geopolitiche. Per Trump, i dazi sono da considerarsi principalmente uno strumento di sicurezza nazionale, non solo per ridurre la dipendenza statunitense dalla Cina nelle catene di approvvigionamento strategiche ma anche per disporre di una leva negoziale su dossier tanto commerciali quanto di natura politica. Il presidente americano teme, in particolare, che la sentenza di venerdì possa rafforzare la posizione di Pechino. Il che per l’inquilino della Casa Bianca è un problema, soprattutto in previsione del viaggio che dovrebbe effettuare nella Repubblica popolare a cavallo tra marzo e aprile di quest’anno.
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