True
2020-10-19
Gli anziani dimenticati
Ansa
Il Covid torna a bussare alle case di riposo. Dentro le residenze sanitarie assistite (Rsa) il dramma continua. Ma questa volta, rispetto ai mesi in cui il virus ha falcidiato migliaia di anziani, dietro le mura delle strutture si svolge un altro dramma, ugualmente micidiale, che è quello della solitudine e della desolazione. Per gli ospiti, le residenze (4.620 su tutto il territorio nazionale) si stanno trasformando in carceri. Niente contatti, niente affetti, niente socialità. Eppure di questo si parla poco, come se fosse un aspetto marginale. Contano soltanto i numeri di chi sta male, come il maxi focolaio nella Rsa di Greve in Chianti, con 64 contagiati tra operatori e ospiti, o i 9.154 morti nei quattro mesi del picco pandemico da febbraio a maggio.
Sui sopravvissuti incombe il silenzio. Dimenticati. Invisibili. Le case di riposo hanno scelto la linea difensiva. Dopo le polemiche sui decessi, per salvaguardarsi da ulteriori denunce arrivate sul tavolo delle Procure, hanno adottato misure di prevenzione rigorose e stringenti. Invece che imporre protezioni e distanziamento, come nei locali pubblici, per gli anziani si è deciso di ridurre drasticamente i contatti con l'esterno. E dove ci sono state eccezioni, non si sono prese precauzioni sufficienti, come è accaduto in una Rsa di Portici, a Napoli, dove la festa aperta ai visitatori si è trasformata in un focolaio con una sessantina di persone coinvolte tra ospiti e operatori, tra i maggiori cluster d'Italia. A questi si sono aggiunti i 50 casi nell'istituto delle Povere figlie della visitazione di Maria nel capoluogo.
Tanto è bastato per indurre il governo a un giro di vite drastico che penalizza persone già gravemente colpite dalla prima ondata del Covid, privandole di rapporti sociali essenziali e di contatti con persone che potrebbero essere luci di speranza per affrontare la loro condizione. L'ultimo Dpcm affida alle strutture la responsabilità di autorizzare gli ingressi dei visitatori e «adottare le misure necessarie a prevenire possibili trasmissioni di infezioni». E le strutture hanno dato un giro di vite severissimo. La Val d'Aosta ha da tempo sbarrato l'accesso delle strutture per anziani; un'analoga iniziativa è stata adottata dall'Associazione residenza anziani Toscana, realtà che comprende 12 residenze, dopo che si sono sviluppati tre grossi focolai a Greve in Chianti, a Firenze e a Sesto Fiorentino, mentre nelle 300 strutture del Veneto sono partiti i test rapidi sugli ospiti.
Le Rsa sono diventate fortini blindati dove l'accesso è contingentato e le attività sociali annullate. Gli ospiti non hanno più la libertà di fare una passeggiata quotidiana, di andare al bar o a trovare parenti e amici. Le comunicazioni con i propri cari avvengono tramite telefono o videochiamate, negli incontri c'è di mezzo una lastra di plexiglas che impedisce anche di allungare una mano per una carezza. Quanto potrà andare avanti questa situazione di confinamento, nessuno è in grado di prevederlo. Di sicuro, nelle 4.620 residenze per anziani sarà un Natale di profonda solitudine. Blindati nelle stanze, gli ospiti dovranno accontentarsi di sbirciare dalle finestre l'ingresso della struttura sperando di vedere un parente che sia riuscito a ottenere il permesso per una visita lampo.
È stata lanciata una petizione, che finora ha raccolto 3.000 adesioni, dal titolo «Liberiamo gli anziani dalle prigioni delle Rsa». Per loro questa detenzione forzata dura da più di 8 mesi. È diventato virale su Facebook il video girato nella casa di riposo D'Azeglio di Torino, in cui l'anziano ha letteralmente abbracciato il pianoforte che la famiglia gli ha fatto recapitare nella struttura. Un contatto con l'esterno, insperato.
In questa condizione di isolamento, si sottolineano soltanto gli aspetti della sicurezza ma non quelli dell'impatto sulla vita nelle residenze. Come se non bastasse, numerose case di riposo private sono state avvertite che quest'anno possono scordarsi il vaccino antinfluenzale gratuito per il proprio personale: se lo dovranno procurare per proprio conto, sperando di trovarlo. Molte famiglie hanno ritirato i loro cari dalle strutture per paura del contagio, ma anche per le difficoltà alle visite. L'Anaste, associazione che riunisce alcuni titolari di case di riposo, ha rilevato il 20% di posti liberi rispetto ai mesi pre Covid. Molte residenze potrebbero essere costrette a tagliare l'organico e a ridimensionare il servizio.
Ma il dramma non è solo per gli anziani nelle Rsa. Chi vive in casa da solo non se la passa meglio. L'assistenza di una badante, anche solo come forma di compagnia, è un lusso che pochi possono permettersi, soprattutto dopo che l'aggiornamento del contratto nazionale ha appesantito le condizioni per i datori di lavoro, cioè gli anziani stessi e le loro famiglie. Rispettare le regole contrattuali significa spendere fino a 1.300 euro al mese. Il mercato sommerso, sempre fiorente, presenta incognite spesso spiacevoli.
«Gran parte dei centri per anziani sono chiusi o con ingressi contingentati. Sono state annullate le gite, le feste, le attività ricreative, i pomeriggi danzanti, anche le partite a scopone o i tornei di bocce», commenta Girolamo Di Matteo, segretario nazionale della Fnp Cisl con delega alle politiche sociosanitarie. «Si crede che sia preferibile tenere isolato l'anziano in casa, in realtà così egli diventa più fragile. I rapporti sociali sono fondamentali».
Secondo il report di Passi d'argento, il sistema di sorveglianza che fornisce informazioni sullo stato di salute, sulla qualità della vita e sui bisogni delle persone con oltre 65 anni, coordinato dall'Istituto superiore di sanità, già prima della pandemia quasi 3 anziani su 4 non partecipavano a incontri nei punti di aggregazione come i centri anziani, le parrocchie o le associazioni. Allo stesso tempo, quasi il 29% degli over 65 rappresenta una risorsa per i propri familiari o per la collettività perché aiutano figli e nipoti oppure fanno volontariato. Spesso, però, vivono in condizioni difficili: il 61% degli anziani riferisce di avere almeno un problema strutturale nella casa in cui vive e il 35% ha difficoltà nell'accesso ai servizi sociosanitari e ai negozi di prima necessità. Uno su 10 è caduto di recente e, nel 19% dei casi, è stato ricoverato in ospedale per almeno un giorno.
Questa situazione si sta aggravando con le restrizioni sociali imposte dal Covid. La mappa delle chiusure dei centri anziani, fornita dalla Fnp Cisl a La Verità, è desolante. La frequentazione, nei rari casi in cui è ancora possibile, è scesa al 15%. Lazio e Lombardia li hanno chiusi, in Liguria sono aperti al 60%, in Piemonte al 20%, in Trentino al 10%, in Friuli e in Campania al 50%. In Veneto sono aperti solo alcuni centri a Venezia. Nelle Marche aperti al 50% e in Sicilia al 20%. Dove le porte non sono state sbarrate, sono state introdotte regole molto stringenti tali da essere molto disincentivanti per chi era abituato a frequentarli. Rimanere in casa diventa così una scelta obbligata: più solitudine, meno movimento fisico, maggiori rischi.
«Occorre esercizio fisico e mentale per non farsi sopraffare dal Covid»
«Se le restrizioni negli spostamenti dovessero proseguire a lungo, si avrebbe un peggioramento importante della salute degli anziani. Già è stato registrato un maggior consumo di ansiolitici e antidepressivi e un aumento di infarti e fratture dovute a cadute». Raffaele Antonelli Incalzi, presidente della Società italiana di gerontologia e geriatria e direttore del reparto di geriatria del Policlinico campus biomedico di Roma, ha monitorato gli effetti delle norme restrittive di sicurezza sugli anziani.
Le precauzioni contro il Covid possono essere più dannose del virus?
«Non possiamo ancora dirlo in base a dati statistici, ma gli effetti dell'isolamento sugli anziani si stanno facendo sentire. Si possono considerare due diverse situazioni: psicologica e fisica».
Cominciamo dalle prime. Cosa accade nelle Rsa?
«L'impatto è variabile. Alcune case di riposo si sono organizzate con videocolloqui e visite in sicurezza con pannelli divisori, che hanno consentito agli anziani di mantenere qualche rapporto con l'esterno. Però sono situazioni isolate. Nella maggior parte delle case di riposo, questo non è possibile per la mancanza di spazi e per non ottimali standard organizzativi. L'annullamento dei momenti di socialità, dalle visite di parenti e amici alle attività collettive nelle strutture, ha portato alla diffusione di stati depressivi e a un maggior uso di farmaci. Questo fenomeno riguarda anche gli anziani che vivono con i figli o da soli, privati di incontri, partite a carte, gite, feste, pranzi o cene di gruppo».
Quali soggetti risentono di più dell'isolamento?
«Nei malati con demenza il confinamento sta avendo effetti drammatici, con frequente inversione del ritmo sonno-veglia e accresciuto fabbisogno di antipsicotici per frenare l'agitazione psicomotoria».
E le conseguenze fisiche?
«Non poter uscire o frequentare i centri ricreativi o vedere amici e parenti significa ridurre il movimento, aggravare le patologie cardiovascolari e metaboliche e perdere il tono muscolare. L'attività motoria è a tutti gli effetti un farmaco salvavita per gli anziani. Occorre trovare un compromesso fra rischio ambientale e vulnerabilità individuale, valutando caso per caso».
Tanti anziani finiscono per cancellare le visite mediche periodiche e le analisi?
«La paura del contagio e l'inattività hanno portato a ridurre le visite mediche anche nei malati cronici. È aumentata la mortalità per infarto del 30%. La capacità di adattamento degli anziani a nuove condizioni di vita è scarsa».
Cosa intende per capacità di adattamento?
«Mantenersi attivi fisicamente, non mangiare troppo, conservare l'elasticità delle articolazioni. La costrizione a casa determina la perdita di equilibrio: dopo il lockdown sono aumentate le fratture per cadute. Nel sito Internet della Società italiana di geriatria c'è un volumetto, scaricabile, con alcuni esercizi da fare in casa. È importante pure l'esercizio mentale: leggere, ascoltare musica, telefonare. E adattare la dieta: l'aumento del peso per inattività ha effetti sulla pressione e sulla glicemia. E non perdere relazioni fondamentali per un anziano, soprattutto con i nipoti».
Perché proprio i nipoti?
«Loro, più che i figli, rappresentano la continuità, la vita che prosegue. Privarli di questo contatto ha effetti gravi».
Si muore di solitudine?
«L'impatto dell'isolamento non è inferiore a quello del coronavirus. Sì, si può morire di isolamento ma anche vivere male è un brutto esito per l'ultima parte della vita».
Con il nuovo contratto delle badanti più costi e burocrazia per le famiglie
Le restrizioni imposte dal Covid stanno mettendo sotto stress le famiglie con anziani, soprattutto se non autosufficienti. Le chiusure dei centri ricreativi di quartiere o delle parrocchie, che offrivano qualche forma di intrattenimento, e la crescente difficoltà di organizzare le visite domenicali con parenti o nipoti, hanno costretto molti anziani a restare da soli in casa, bisognosi più di prima di una compagnia se non di assistenza. Spesso non c'è alternativa ad avere una badante in casa. Ma questo ormai è un «lusso». Le regole contrattuali sembrano fatte apposta per non essere applicate e per favorire il nero. Il nuovo contratto appena approvato, anziché facilitare la situazione, la complica. Oltre ad aumentare l'esborso per il pensionato, esso aggiunge una buona dose di burocrazia, nella quale è difficile districarsi se non con l'aiuto di qualche associazione di consulenza o dei patronati dei sindacati.
Il punto di partenza è che la famiglia è assimilata nientemeno che a un'azienda, con tutti gli obblighi burocratici che questo status comporta. Dal 1° ottobre, data di entrata in vigore del contratto sottoscritto l'8 settembre, non si può più usare la parola «badante» ma quella di «assistente familiare». Novità di cui davvero avevamo bisogno. In compenso, per «facilitare» le cose, i tre livelli di inquadramento diventano quattro nominati con le lettere A, B, C, D, ciascuno dei quali è stato suddiviso in altri due, con una categoria «super». A ognuno corrispondono due parametri retributivi, in base alle conoscenze e competenze possedute in riferimento alla mansione richiesta. La griglia delle funzioni è molto rigida.
Al momento dell'assunzione le famiglie-datori di lavoro domestico dovranno attivare un nuovo canale per accedere alle prestazioni (assunzioni, cessazioni e variazioni contrattuali) sul portale dell'Inps. Dal 1° ottobre serve lo Spid come accesso unico ai servizi dell'Istituto di previdenza, in sostituzione del Pin. Rimane invariato l'accesso al portale dei pagamenti (dove si possono elaborare e scaricare i PagoPa per il versamento dei contributi trimestrali) per il quale non è necessario essere in possesso dello Spid. Per il pensionato è impossibile fare da sé, a meno che non abbia un diploma da ragioniere o un passato da commercialista.
Con le novità arrivano pure gli aumenti. Oltre a quelli previsti dal rinnovo del contratto, che scatteranno a partire dal prossimo 1° gennaio, si aggiunge un'indennità di 100 euro al mese per le badanti, di livello C super e D super, che assistono due anziani non autosufficienti e provvedono anche al vitto e alla pulizia dell'abitazione. C'è poi un'indennità mensile aggiuntiva che varia da 8 a 10 euro se la badante è in possesso di una certificazione, una sorta di patente di qualità che ottiene dopo aver seguito un corso di formazione.
Per gli assistenti conviventi inquadrati al livello B super, quello delle badanti per persone autosufficienti e in regime di convivenza, l'aumento è di 12 euro al mese. Per gli altri profili professionali sono previsti aggiustamenti differenti: ad esempio, chi assiste persone non autosufficienti passa a 997 euro lordi, con un aumento di 13,5 euro circa.
Raddoppiano, infine, i contributi alla Cassa Colf (da 0,03 euro l'ora a 0,06 euro, per due terzi a carico del datore e per un terzo a carico del lavoratore), mentre bisognerà attendere il 2021 per l'aggiornamento dei contributi Inps. Da un calcolo dell'Assofamiglie, emerge che per una badante a tempo pieno, per 54 ore settimanali, un anziano dovrebbe spendere circa 1.300 euro al mese, comprensivi di tredicesima, ferie, contributi e Tfr. Ma la maggior parte delle pensioni non arriva a 1.000 euro. Rispettare alla lettera il nuovo contratto di categoria significa, per un anziano, non solo disfarsi di tutta la pensione ma dover chiedere aiuto ai figli.
Si prevede che con il progressivo invecchiamento della popolazione, nel 2025 la domanda di assistenti agli anziani aumenterà del 9%. Attualmente il 22,6% della popolazione italiana è costituita da over 65. Nel 2025 potrebbe arrivare al 24,7%. Gli anziani non autosufficienti rappresentano il 4,67% e si stima che di qui a cinque anni saranno il 5,11%. Il panorama è desolante. Poche strutture pubbliche con liste d'attesa interminabili, scandali di ogni tipo, dai maltrattamenti all'assenza di standard igienici e di sicurezza o alla frode di risorse statali.
In questa realtà, in cui le eccellenze sono rare, la famiglia è ancora l'unica forma di welfare. Gli anziani arrivano alla fine della vita per lo più nella loro casa. Pochissimi hanno la fortuna di poter essere assistiti da un familiare e anche dove questo si renda disponibile, il ruolo dei badanti è essenziale e nella maggior parte dei casi irrinunciabile. Ma assumere una persona ora è diventato un salasso.
«Chiudere le Rsa e riformare l’intero sistema del welfare»
«Per gli anziani il lockdown non è finito e chissà fino a quando durerà. Il Covid ha peggiorato la situazione di quanti sono nelle Rsa, le residenze sanitarie. Lontani dalle famiglie, senza più alcun legame con l'esterno tranne qualche telefonata, vivono come deportati. I pochi spazi vivibili sono stati soppressi. Gli anziani sono solo numeri, collocati in pochi metri quadrati di una stanza, avviati verso una lenta morte interiore». Colpiscono al cuore le parole di don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, nelle Marche, che dal 1994 ha raccolto il testimone del fondatore don Franco Monterubbianesi. Anziani, disabili, tossicodipendenti, migranti, una vita dedicata al prossimo. È autore di un e-book, Anziani deportati, sulla condizione nelle residenze sanitarie pubbliche.
È azzardato dire che la solitudine nelle Rsa uccide come il Covid?
«Per niente. La pandemia sta mettendo in crisi lo schema delle Rsa che già avevano mostrato i loro limiti. Sono strutture che hanno un'impostazione ospedaliera e quindi ritmi e regole rigide. Ma un conto è trascorrere qualche giorno in ospedale, altro è passarci anni, la parte conclusiva della vita. La pandemia ha imposto misure severe che hanno improvvisamente isolato gli anziani con conseguenze psicologiche gravissime. Già il trasferimento dalla propria casa in una residenza è un trauma. Significa recidere i legami con tutta una vita, testimoniata da mille piccole cose, una foto, un soprammobile, l'odore di un ambiente familiare, ed essere deportati in un luogo anonimo a contatto con persone che cambiano in continuazione. E ora l'unico ancoraggio con la vita precedente, rappresentato da parenti e amici, è venuto meno in nome delle regole sulla sicurezza».
Ma le Rsa sono state, e lo sono ancora, focolai di propagazione del virus. Non si può abbassare la guardia.
«È vero, ma queste regole rientrano in una logica ospedaliera che ha i suoi limiti. Per gli anziani le relazioni sociali e soprattutto i legami familiari sono fondamentali. Nelle strutture ricettive essi perdono l'orientamento, non sono più in grado di collegare i ricordi perché questi nascono da ambienti e persone».
I contatti con i parenti sono mantenuti tramite le telefonate e le video chiamate.
«La video chiamata non è un modo normale di rapportarsi per un anziano. È spiazzante. Non può sostituire il contatto fisico. Due parole per telefono non equivalgono a una carezza, all'abbraccio di un parente. Pochi sanno che anche un malato di Alzheimer percepisce il calore di un abbraccio, reagisce a una voce conosciuta che fa parte del suo vissuto. Ci sono modi di comunicare che vanno oltre l'intelletto. Le Rsa offrono un posto letto, ritmi scanditi dall'orologio, cibo standardizzato in piatti di plastica, spesso senza sapore e senza odore. E ora anche regole ferree per la sicurezza. L'anziano è portato a pensare che la vita non abbia più senso. La condizione di fragilità è amplificata. Magari la vita si allunga di qualche anno, ma con un'enorme tristezza. Tante medicine, tanta sicurezza, ma umanità zero».
Quale è la soluzione?
«Qualcuno si è chiesto come stanno vivendo queste persone isolate dai propri cari? Anche i giovani hanno sperimentato quanto sia pesante vivere per mesi nella restrizione di una casa: pensate a quello che stanno soffrendo gli anziani, magari se la salute non è buona. La vita è fatta di relazioni, sentimenti, affetti, ricordi. Per un anziano, la voce, la presenza di un familiare è importante. Altrimenti la persona rimane sola con i suoi fantasmi e le sue allucinazioni. La soluzione? Le Rsa andrebbero smantellate, con tutto il rispetto per tali strutture. Va ripensato il sistema del welfare».
Come?
«Il Covid è proprio l'occasione per cambiare la forma di assistenza agli anziani che è cosa diversa dalla ospedalizzazione. Occorre pensare a uno schema vivibile. Le residenze da 200 persone sono per forza luoghi di abbandono. Servono strutture più piccole, massimo di 15 ospiti, nelle quali creare una situazione confortevole. Servono aiuti pubblici alle famiglie meno abbienti affinché possano dotarsi di una badante. Il mio timore è che, passata la fase di emergenza, la politica si dimentichi ancora una volta degli anziani».
Continua a leggereRiduci
Case di riposo blindate, centri di aggregazione chiusi, vita sociale impossibile: per le persone più colpite dal virus situazione sempre più difficile. E per chi ha un assistente arriva la stangata.Il geriatra Raffaele Antonelli Incalzi: «Dopo il lockdown aumentati gli infarti, le cadute e l'uso di antidepressivi»Ormai avere una persona che presta aiuto domestico è diventato un lusso: dal 1° gennaio aumentano stipendi e contributi. Tra Spid e altre incombenze, per essere in regola serve un consulente. Così cresce il lavoro neroIl presidente della Comunità di Capodarco don Vinicio Albanesi «Servono strutture piccole e accoglienti»Lo speciale contiene quattro articoliIl Covid torna a bussare alle case di riposo. Dentro le residenze sanitarie assistite (Rsa) il dramma continua. Ma questa volta, rispetto ai mesi in cui il virus ha falcidiato migliaia di anziani, dietro le mura delle strutture si svolge un altro dramma, ugualmente micidiale, che è quello della solitudine e della desolazione. Per gli ospiti, le residenze (4.620 su tutto il territorio nazionale) si stanno trasformando in carceri. Niente contatti, niente affetti, niente socialità. Eppure di questo si parla poco, come se fosse un aspetto marginale. Contano soltanto i numeri di chi sta male, come il maxi focolaio nella Rsa di Greve in Chianti, con 64 contagiati tra operatori e ospiti, o i 9.154 morti nei quattro mesi del picco pandemico da febbraio a maggio.Sui sopravvissuti incombe il silenzio. Dimenticati. Invisibili. Le case di riposo hanno scelto la linea difensiva. Dopo le polemiche sui decessi, per salvaguardarsi da ulteriori denunce arrivate sul tavolo delle Procure, hanno adottato misure di prevenzione rigorose e stringenti. Invece che imporre protezioni e distanziamento, come nei locali pubblici, per gli anziani si è deciso di ridurre drasticamente i contatti con l'esterno. E dove ci sono state eccezioni, non si sono prese precauzioni sufficienti, come è accaduto in una Rsa di Portici, a Napoli, dove la festa aperta ai visitatori si è trasformata in un focolaio con una sessantina di persone coinvolte tra ospiti e operatori, tra i maggiori cluster d'Italia. A questi si sono aggiunti i 50 casi nell'istituto delle Povere figlie della visitazione di Maria nel capoluogo.Tanto è bastato per indurre il governo a un giro di vite drastico che penalizza persone già gravemente colpite dalla prima ondata del Covid, privandole di rapporti sociali essenziali e di contatti con persone che potrebbero essere luci di speranza per affrontare la loro condizione. L'ultimo Dpcm affida alle strutture la responsabilità di autorizzare gli ingressi dei visitatori e «adottare le misure necessarie a prevenire possibili trasmissioni di infezioni». E le strutture hanno dato un giro di vite severissimo. La Val d'Aosta ha da tempo sbarrato l'accesso delle strutture per anziani; un'analoga iniziativa è stata adottata dall'Associazione residenza anziani Toscana, realtà che comprende 12 residenze, dopo che si sono sviluppati tre grossi focolai a Greve in Chianti, a Firenze e a Sesto Fiorentino, mentre nelle 300 strutture del Veneto sono partiti i test rapidi sugli ospiti. Le Rsa sono diventate fortini blindati dove l'accesso è contingentato e le attività sociali annullate. Gli ospiti non hanno più la libertà di fare una passeggiata quotidiana, di andare al bar o a trovare parenti e amici. Le comunicazioni con i propri cari avvengono tramite telefono o videochiamate, negli incontri c'è di mezzo una lastra di plexiglas che impedisce anche di allungare una mano per una carezza. Quanto potrà andare avanti questa situazione di confinamento, nessuno è in grado di prevederlo. Di sicuro, nelle 4.620 residenze per anziani sarà un Natale di profonda solitudine. Blindati nelle stanze, gli ospiti dovranno accontentarsi di sbirciare dalle finestre l'ingresso della struttura sperando di vedere un parente che sia riuscito a ottenere il permesso per una visita lampo. È stata lanciata una petizione, che finora ha raccolto 3.000 adesioni, dal titolo «Liberiamo gli anziani dalle prigioni delle Rsa». Per loro questa detenzione forzata dura da più di 8 mesi. È diventato virale su Facebook il video girato nella casa di riposo D'Azeglio di Torino, in cui l'anziano ha letteralmente abbracciato il pianoforte che la famiglia gli ha fatto recapitare nella struttura. Un contatto con l'esterno, insperato.In questa condizione di isolamento, si sottolineano soltanto gli aspetti della sicurezza ma non quelli dell'impatto sulla vita nelle residenze. Come se non bastasse, numerose case di riposo private sono state avvertite che quest'anno possono scordarsi il vaccino antinfluenzale gratuito per il proprio personale: se lo dovranno procurare per proprio conto, sperando di trovarlo. Molte famiglie hanno ritirato i loro cari dalle strutture per paura del contagio, ma anche per le difficoltà alle visite. L'Anaste, associazione che riunisce alcuni titolari di case di riposo, ha rilevato il 20% di posti liberi rispetto ai mesi pre Covid. Molte residenze potrebbero essere costrette a tagliare l'organico e a ridimensionare il servizio. Ma il dramma non è solo per gli anziani nelle Rsa. Chi vive in casa da solo non se la passa meglio. L'assistenza di una badante, anche solo come forma di compagnia, è un lusso che pochi possono permettersi, soprattutto dopo che l'aggiornamento del contratto nazionale ha appesantito le condizioni per i datori di lavoro, cioè gli anziani stessi e le loro famiglie. Rispettare le regole contrattuali significa spendere fino a 1.300 euro al mese. Il mercato sommerso, sempre fiorente, presenta incognite spesso spiacevoli.«Gran parte dei centri per anziani sono chiusi o con ingressi contingentati. Sono state annullate le gite, le feste, le attività ricreative, i pomeriggi danzanti, anche le partite a scopone o i tornei di bocce», commenta Girolamo Di Matteo, segretario nazionale della Fnp Cisl con delega alle politiche sociosanitarie. «Si crede che sia preferibile tenere isolato l'anziano in casa, in realtà così egli diventa più fragile. I rapporti sociali sono fondamentali». Secondo il report di Passi d'argento, il sistema di sorveglianza che fornisce informazioni sullo stato di salute, sulla qualità della vita e sui bisogni delle persone con oltre 65 anni, coordinato dall'Istituto superiore di sanità, già prima della pandemia quasi 3 anziani su 4 non partecipavano a incontri nei punti di aggregazione come i centri anziani, le parrocchie o le associazioni. Allo stesso tempo, quasi il 29% degli over 65 rappresenta una risorsa per i propri familiari o per la collettività perché aiutano figli e nipoti oppure fanno volontariato. Spesso, però, vivono in condizioni difficili: il 61% degli anziani riferisce di avere almeno un problema strutturale nella casa in cui vive e il 35% ha difficoltà nell'accesso ai servizi sociosanitari e ai negozi di prima necessità. Uno su 10 è caduto di recente e, nel 19% dei casi, è stato ricoverato in ospedale per almeno un giorno.Questa situazione si sta aggravando con le restrizioni sociali imposte dal Covid. La mappa delle chiusure dei centri anziani, fornita dalla Fnp Cisl a La Verità, è desolante. La frequentazione, nei rari casi in cui è ancora possibile, è scesa al 15%. Lazio e Lombardia li hanno chiusi, in Liguria sono aperti al 60%, in Piemonte al 20%, in Trentino al 10%, in Friuli e in Campania al 50%. In Veneto sono aperti solo alcuni centri a Venezia. Nelle Marche aperti al 50% e in Sicilia al 20%. Dove le porte non sono state sbarrate, sono state introdotte regole molto stringenti tali da essere molto disincentivanti per chi era abituato a frequentarli. Rimanere in casa diventa così una scelta obbligata: più solitudine, meno movimento fisico, maggiori rischi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-anziani-dimenticati-2648336062.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="occorre-esercizio-fisico-e-mentale-per-non-farsi-sopraffare-dal-covid" data-post-id="2648336062" data-published-at="1603040459" data-use-pagination="False"> «Occorre esercizio fisico e mentale per non farsi sopraffare dal Covid» «Se le restrizioni negli spostamenti dovessero proseguire a lungo, si avrebbe un peggioramento importante della salute degli anziani. Già è stato registrato un maggior consumo di ansiolitici e antidepressivi e un aumento di infarti e fratture dovute a cadute». Raffaele Antonelli Incalzi, presidente della Società italiana di gerontologia e geriatria e direttore del reparto di geriatria del Policlinico campus biomedico di Roma, ha monitorato gli effetti delle norme restrittive di sicurezza sugli anziani. Le precauzioni contro il Covid possono essere più dannose del virus? «Non possiamo ancora dirlo in base a dati statistici, ma gli effetti dell'isolamento sugli anziani si stanno facendo sentire. Si possono considerare due diverse situazioni: psicologica e fisica». Cominciamo dalle prime. Cosa accade nelle Rsa? «L'impatto è variabile. Alcune case di riposo si sono organizzate con videocolloqui e visite in sicurezza con pannelli divisori, che hanno consentito agli anziani di mantenere qualche rapporto con l'esterno. Però sono situazioni isolate. Nella maggior parte delle case di riposo, questo non è possibile per la mancanza di spazi e per non ottimali standard organizzativi. L'annullamento dei momenti di socialità, dalle visite di parenti e amici alle attività collettive nelle strutture, ha portato alla diffusione di stati depressivi e a un maggior uso di farmaci. Questo fenomeno riguarda anche gli anziani che vivono con i figli o da soli, privati di incontri, partite a carte, gite, feste, pranzi o cene di gruppo». Quali soggetti risentono di più dell'isolamento? «Nei malati con demenza il confinamento sta avendo effetti drammatici, con frequente inversione del ritmo sonno-veglia e accresciuto fabbisogno di antipsicotici per frenare l'agitazione psicomotoria». E le conseguenze fisiche? «Non poter uscire o frequentare i centri ricreativi o vedere amici e parenti significa ridurre il movimento, aggravare le patologie cardiovascolari e metaboliche e perdere il tono muscolare. L'attività motoria è a tutti gli effetti un farmaco salvavita per gli anziani. Occorre trovare un compromesso fra rischio ambientale e vulnerabilità individuale, valutando caso per caso». Tanti anziani finiscono per cancellare le visite mediche periodiche e le analisi? «La paura del contagio e l'inattività hanno portato a ridurre le visite mediche anche nei malati cronici. È aumentata la mortalità per infarto del 30%. La capacità di adattamento degli anziani a nuove condizioni di vita è scarsa». Cosa intende per capacità di adattamento? «Mantenersi attivi fisicamente, non mangiare troppo, conservare l'elasticità delle articolazioni. La costrizione a casa determina la perdita di equilibrio: dopo il lockdown sono aumentate le fratture per cadute. Nel sito Internet della Società italiana di geriatria c'è un volumetto, scaricabile, con alcuni esercizi da fare in casa. È importante pure l'esercizio mentale: leggere, ascoltare musica, telefonare. E adattare la dieta: l'aumento del peso per inattività ha effetti sulla pressione e sulla glicemia. E non perdere relazioni fondamentali per un anziano, soprattutto con i nipoti». Perché proprio i nipoti? «Loro, più che i figli, rappresentano la continuità, la vita che prosegue. Privarli di questo contatto ha effetti gravi». Si muore di solitudine? «L'impatto dell'isolamento non è inferiore a quello del coronavirus. Sì, si può morire di isolamento ma anche vivere male è un brutto esito per l'ultima parte della vita». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-anziani-dimenticati-2648336062.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="con-il-nuovo-contratto-delle-badanti-piu-costi-e-burocrazia-per-le-famiglie" data-post-id="2648336062" data-published-at="1603040459" data-use-pagination="False"> Con il nuovo contratto delle badanti più costi e burocrazia per le famiglie Le restrizioni imposte dal Covid stanno mettendo sotto stress le famiglie con anziani, soprattutto se non autosufficienti. Le chiusure dei centri ricreativi di quartiere o delle parrocchie, che offrivano qualche forma di intrattenimento, e la crescente difficoltà di organizzare le visite domenicali con parenti o nipoti, hanno costretto molti anziani a restare da soli in casa, bisognosi più di prima di una compagnia se non di assistenza. Spesso non c'è alternativa ad avere una badante in casa. Ma questo ormai è un «lusso». Le regole contrattuali sembrano fatte apposta per non essere applicate e per favorire il nero. Il nuovo contratto appena approvato, anziché facilitare la situazione, la complica. Oltre ad aumentare l'esborso per il pensionato, esso aggiunge una buona dose di burocrazia, nella quale è difficile districarsi se non con l'aiuto di qualche associazione di consulenza o dei patronati dei sindacati. Il punto di partenza è che la famiglia è assimilata nientemeno che a un'azienda, con tutti gli obblighi burocratici che questo status comporta. Dal 1° ottobre, data di entrata in vigore del contratto sottoscritto l'8 settembre, non si può più usare la parola «badante» ma quella di «assistente familiare». Novità di cui davvero avevamo bisogno. In compenso, per «facilitare» le cose, i tre livelli di inquadramento diventano quattro nominati con le lettere A, B, C, D, ciascuno dei quali è stato suddiviso in altri due, con una categoria «super». A ognuno corrispondono due parametri retributivi, in base alle conoscenze e competenze possedute in riferimento alla mansione richiesta. La griglia delle funzioni è molto rigida. Al momento dell'assunzione le famiglie-datori di lavoro domestico dovranno attivare un nuovo canale per accedere alle prestazioni (assunzioni, cessazioni e variazioni contrattuali) sul portale dell'Inps. Dal 1° ottobre serve lo Spid come accesso unico ai servizi dell'Istituto di previdenza, in sostituzione del Pin. Rimane invariato l'accesso al portale dei pagamenti (dove si possono elaborare e scaricare i PagoPa per il versamento dei contributi trimestrali) per il quale non è necessario essere in possesso dello Spid. Per il pensionato è impossibile fare da sé, a meno che non abbia un diploma da ragioniere o un passato da commercialista. Con le novità arrivano pure gli aumenti. Oltre a quelli previsti dal rinnovo del contratto, che scatteranno a partire dal prossimo 1° gennaio, si aggiunge un'indennità di 100 euro al mese per le badanti, di livello C super e D super, che assistono due anziani non autosufficienti e provvedono anche al vitto e alla pulizia dell'abitazione. C'è poi un'indennità mensile aggiuntiva che varia da 8 a 10 euro se la badante è in possesso di una certificazione, una sorta di patente di qualità che ottiene dopo aver seguito un corso di formazione. Per gli assistenti conviventi inquadrati al livello B super, quello delle badanti per persone autosufficienti e in regime di convivenza, l'aumento è di 12 euro al mese. Per gli altri profili professionali sono previsti aggiustamenti differenti: ad esempio, chi assiste persone non autosufficienti passa a 997 euro lordi, con un aumento di 13,5 euro circa. Raddoppiano, infine, i contributi alla Cassa Colf (da 0,03 euro l'ora a 0,06 euro, per due terzi a carico del datore e per un terzo a carico del lavoratore), mentre bisognerà attendere il 2021 per l'aggiornamento dei contributi Inps. Da un calcolo dell'Assofamiglie, emerge che per una badante a tempo pieno, per 54 ore settimanali, un anziano dovrebbe spendere circa 1.300 euro al mese, comprensivi di tredicesima, ferie, contributi e Tfr. Ma la maggior parte delle pensioni non arriva a 1.000 euro. Rispettare alla lettera il nuovo contratto di categoria significa, per un anziano, non solo disfarsi di tutta la pensione ma dover chiedere aiuto ai figli. Si prevede che con il progressivo invecchiamento della popolazione, nel 2025 la domanda di assistenti agli anziani aumenterà del 9%. Attualmente il 22,6% della popolazione italiana è costituita da over 65. Nel 2025 potrebbe arrivare al 24,7%. Gli anziani non autosufficienti rappresentano il 4,67% e si stima che di qui a cinque anni saranno il 5,11%. Il panorama è desolante. Poche strutture pubbliche con liste d'attesa interminabili, scandali di ogni tipo, dai maltrattamenti all'assenza di standard igienici e di sicurezza o alla frode di risorse statali. In questa realtà, in cui le eccellenze sono rare, la famiglia è ancora l'unica forma di welfare. Gli anziani arrivano alla fine della vita per lo più nella loro casa. Pochissimi hanno la fortuna di poter essere assistiti da un familiare e anche dove questo si renda disponibile, il ruolo dei badanti è essenziale e nella maggior parte dei casi irrinunciabile. Ma assumere una persona ora è diventato un salasso. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-anziani-dimenticati-2648336062.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="chiudere-le-rsa-e-riformare-lintero-sistema-del-welfare" data-post-id="2648336062" data-published-at="1603040459" data-use-pagination="False"> «Chiudere le Rsa e riformare l’intero sistema del welfare» «Per gli anziani il lockdown non è finito e chissà fino a quando durerà. Il Covid ha peggiorato la situazione di quanti sono nelle Rsa, le residenze sanitarie. Lontani dalle famiglie, senza più alcun legame con l'esterno tranne qualche telefonata, vivono come deportati. I pochi spazi vivibili sono stati soppressi. Gli anziani sono solo numeri, collocati in pochi metri quadrati di una stanza, avviati verso una lenta morte interiore». Colpiscono al cuore le parole di don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, nelle Marche, che dal 1994 ha raccolto il testimone del fondatore don Franco Monterubbianesi. Anziani, disabili, tossicodipendenti, migranti, una vita dedicata al prossimo. È autore di un e-book, Anziani deportati, sulla condizione nelle residenze sanitarie pubbliche. È azzardato dire che la solitudine nelle Rsa uccide come il Covid? «Per niente. La pandemia sta mettendo in crisi lo schema delle Rsa che già avevano mostrato i loro limiti. Sono strutture che hanno un'impostazione ospedaliera e quindi ritmi e regole rigide. Ma un conto è trascorrere qualche giorno in ospedale, altro è passarci anni, la parte conclusiva della vita. La pandemia ha imposto misure severe che hanno improvvisamente isolato gli anziani con conseguenze psicologiche gravissime. Già il trasferimento dalla propria casa in una residenza è un trauma. Significa recidere i legami con tutta una vita, testimoniata da mille piccole cose, una foto, un soprammobile, l'odore di un ambiente familiare, ed essere deportati in un luogo anonimo a contatto con persone che cambiano in continuazione. E ora l'unico ancoraggio con la vita precedente, rappresentato da parenti e amici, è venuto meno in nome delle regole sulla sicurezza». Ma le Rsa sono state, e lo sono ancora, focolai di propagazione del virus. Non si può abbassare la guardia. «È vero, ma queste regole rientrano in una logica ospedaliera che ha i suoi limiti. Per gli anziani le relazioni sociali e soprattutto i legami familiari sono fondamentali. Nelle strutture ricettive essi perdono l'orientamento, non sono più in grado di collegare i ricordi perché questi nascono da ambienti e persone». I contatti con i parenti sono mantenuti tramite le telefonate e le video chiamate. «La video chiamata non è un modo normale di rapportarsi per un anziano. È spiazzante. Non può sostituire il contatto fisico. Due parole per telefono non equivalgono a una carezza, all'abbraccio di un parente. Pochi sanno che anche un malato di Alzheimer percepisce il calore di un abbraccio, reagisce a una voce conosciuta che fa parte del suo vissuto. Ci sono modi di comunicare che vanno oltre l'intelletto. Le Rsa offrono un posto letto, ritmi scanditi dall'orologio, cibo standardizzato in piatti di plastica, spesso senza sapore e senza odore. E ora anche regole ferree per la sicurezza. L'anziano è portato a pensare che la vita non abbia più senso. La condizione di fragilità è amplificata. Magari la vita si allunga di qualche anno, ma con un'enorme tristezza. Tante medicine, tanta sicurezza, ma umanità zero». Quale è la soluzione? «Qualcuno si è chiesto come stanno vivendo queste persone isolate dai propri cari? Anche i giovani hanno sperimentato quanto sia pesante vivere per mesi nella restrizione di una casa: pensate a quello che stanno soffrendo gli anziani, magari se la salute non è buona. La vita è fatta di relazioni, sentimenti, affetti, ricordi. Per un anziano, la voce, la presenza di un familiare è importante. Altrimenti la persona rimane sola con i suoi fantasmi e le sue allucinazioni. La soluzione? Le Rsa andrebbero smantellate, con tutto il rispetto per tali strutture. Va ripensato il sistema del welfare». Come? «Il Covid è proprio l'occasione per cambiare la forma di assistenza agli anziani che è cosa diversa dalla ospedalizzazione. Occorre pensare a uno schema vivibile. Le residenze da 200 persone sono per forza luoghi di abbandono. Servono strutture più piccole, massimo di 15 ospiti, nelle quali creare una situazione confortevole. Servono aiuti pubblici alle famiglie meno abbienti affinché possano dotarsi di una badante. Il mio timore è che, passata la fase di emergenza, la politica si dimentichi ancora una volta degli anziani».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci