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2018-09-07
«Giusto tacere», dice l’altro Viganò, quello che fabbricava fake news
Ansa
Undici campanili. Dalla terrazza a sbalzo sul presepe d'acqua davanti al santuario della Madonna del Soccorso, dove quell'altro ramo del lago di Como diventa magico e silenzioso, se ne contano undici. Piccole pievi dove la fede è ancora pietra angolare. Li ha innalzati il popolo di Dio in duemila anni di cristianità e da qui è più facile osservare l'orizzonte, andare oltre la canea delle polemiche che mettono in imbarazzo la Chiesa. Non è ai cosiddetti cani mediatici che il Papa nega una risposta, una parola di verità sul memoriale Viganò, ma a questi uomini e donne, a questi fedeli perplessi, che continuano a salire fin qui sotto il sole a picco per confrontarsi con la bellezza assoluta.
Lobby gay, pedofilia, torbidi maneggi curiali denunciati con puntualità. È troppo facile sbarazzarsi dell'ansia di verità con la formuletta dei benedettini, quel «silenzio e preghiera» fuori dal tempo che oggi - nella società della comunicazione - significa omertà. È troppo comodo lasciare che la violenza continui a scorrere nelle penombre vaticane additando chi solleva il tappeto per mostrare la polvere come nemico da abbattere a colpi di alabarda. È troppo riduttivo seguire il grido indignato di Avvenire, che da giorni fa la lista dei buoni e dei cattivi. I buoni sono coloro che custodiscono il silenzio turbato del Papa, i cattivi sono coloro che chiedono di illuminare il problema, di accendere la luce che lo stesso Pontefice auspica quando apre le imposte di quella finestra a San Pietro, ogni mercoledì.
Lo scritto di Viganò ha colto nel segno, per il bene della Chiesa. Non si tratta solo di far luce sull'omosessualità praticata da numerose tonache che si autoassolvono andando contro il dettato di castità, ma di estirpare la mala pianta della pedofilia troppe volte coperta quando si tratta di un nome, una vittima, una storia scabrosa. Mentre i cani da guardia consigliano ai fedeli di guardare altrove, i fatti si ostinano a smentire i princìpi astratti.
Perché è un fatto che il cardinale Theodore McCarrick abbia imperversato nonostante Francesco. È un fatto che monsignor Battista Ricca, pur con un imbarazzante curriculum coperto dalla lobby gay, continui a far parte del cerchio magico del Pontefice. È un fatto che mille bambini negli Stati Uniti sono stati vittime di violenze sessuali da parte di 300 preti, come ha rivelato il procuratore della Pennsylvania, Josh Shapiro, aggiungendo: «Abbiamo le prove che il Vaticano sapeva e ha coperto gli abusi». È un fatto che, anche in conseguenza di questo, oggi sono molti gli alti prelati americani che sottoscrivono il memoriale Viganò sul sito lifesitenews.com. Vescovi del Texas, Wisconsin, California, Hawaii, Arizona, Illinois, Oklahoma, Colorado, Virginia, Ohio, Rhode Island chiedono trasparenza. Adottare la furbesca arte del silenzio come impone Avvenire significa sfiorare il grottesco, mettersi nei panni di Ugo Tognazzi nel Federale quando, tornato nella Roma liberata, si ostina a ripetere: «Quanti prigionieri americani ci sono in giro!». La forza della verità è sempre stata il motore del popolo cattolico. Ed è a quel popolo che si devono risposte. Perché è ancora un fatto che l'arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, perseguito per omissione su casi di pedofilia, rischia un processo. È un fatto che il procuratore francese vorrebbe ascoltare sul tema il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per due volte ha inviato Oltretevere l'invito a comparire. Ma per due volte gli è tornato indietro.
È un fatto - e che fatto - che monsignor Mario Delpini cercò di chiudere lo scandalo di un giovane prete che aveva portato un minorenne «nel lettone» (in seguito il ragazzo tentò più volte il suicidio) mandando il sacerdote a occuparsi di adolescenti in un'altra parrocchia. Delpini è stato nominato arcivescovo di Milano proprio da Francesco nel 2017. Eppure Bergoglio, firmando il motu proprio intitolato Come una madre amorevole, aveva sottolineato la possibilità di rimuovere dall'ufficio ecclesiastico vescovi colpevoli di comportamenti omertosi.
La conferma che una parola di verità fuori dal copione sia liberatoria arriva, per contrapposizione, da un prete chiacchierato, uomo di potere e di curia, il Viganò sbagliato che di nome fa Dario e che proprio ieri ha deciso di rompere il suo doveroso silenzio. «Alimentare questo circolo del detto e non detto è sbagliato, lo stile giusto è silenzio e preghiera», ha suggerito il presunto esperto di comunicazione della Santa Sede costretto alle dimissioni per quella lettera di sostegno a papa Francesco da parte di Benedetto XVI, poi risultata manipolata.
Come una madre amorevole. E allora si torna alla fine del bosco in quel centrolago manzoniano, percorso dai pellegrini di ogni nazionalità. Prima di salire al santuario della Madonna del Soccorso si toccano 14 cappelle; la quinta è dedicata alla disputa di Gesù con i dottori del tempio. Con il potere. I fedeli si fermano a tergersi il sudore e pregano. Pregano anche per il Papa, come chiese lui. Per la sua santità e perché quel silenzio finisca.
Farrell: «Mai visto nulla» Ma non poteva non sapere degli abusi di McCarrick
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Al coro del «silenzio» sui fatti scoperchiati dall'ex nunzio, si unisce l'esperto di comunicazione del Vaticano famoso per aver taroccato una lettera di Benedetto XVI. Il popolo dei fedeli intanto attende ancora la verità.Ha convissuto per 4 anni con il cardinale gay e all'epoca le prime denunce per molestie erano note alla Chiesa: lo conferma il vescovo di Metuchen.Indaga il procuratore Josh Shapiro. Le diocesi locali: «Collaboreremo».In un momento clou del meeting mondiale delle famiglie, il prelato americano si è fatto affiancare sul palco da un membro di una lobby arcobaleno. Nel '99 il gruppo era stato condannato dal Sant'Uffizio.Lo speciale contiene quattro articoli.Undici campanili. Dalla terrazza a sbalzo sul presepe d'acqua davanti al santuario della Madonna del Soccorso, dove quell'altro ramo del lago di Como diventa magico e silenzioso, se ne contano undici. Piccole pievi dove la fede è ancora pietra angolare. Li ha innalzati il popolo di Dio in duemila anni di cristianità e da qui è più facile osservare l'orizzonte, andare oltre la canea delle polemiche che mettono in imbarazzo la Chiesa. Non è ai cosiddetti cani mediatici che il Papa nega una risposta, una parola di verità sul memoriale Viganò, ma a questi uomini e donne, a questi fedeli perplessi, che continuano a salire fin qui sotto il sole a picco per confrontarsi con la bellezza assoluta.Lobby gay, pedofilia, torbidi maneggi curiali denunciati con puntualità. È troppo facile sbarazzarsi dell'ansia di verità con la formuletta dei benedettini, quel «silenzio e preghiera» fuori dal tempo che oggi - nella società della comunicazione - significa omertà. È troppo comodo lasciare che la violenza continui a scorrere nelle penombre vaticane additando chi solleva il tappeto per mostrare la polvere come nemico da abbattere a colpi di alabarda. È troppo riduttivo seguire il grido indignato di Avvenire, che da giorni fa la lista dei buoni e dei cattivi. I buoni sono coloro che custodiscono il silenzio turbato del Papa, i cattivi sono coloro che chiedono di illuminare il problema, di accendere la luce che lo stesso Pontefice auspica quando apre le imposte di quella finestra a San Pietro, ogni mercoledì. Lo scritto di Viganò ha colto nel segno, per il bene della Chiesa. Non si tratta solo di far luce sull'omosessualità praticata da numerose tonache che si autoassolvono andando contro il dettato di castità, ma di estirpare la mala pianta della pedofilia troppe volte coperta quando si tratta di un nome, una vittima, una storia scabrosa. Mentre i cani da guardia consigliano ai fedeli di guardare altrove, i fatti si ostinano a smentire i princìpi astratti. Perché è un fatto che il cardinale Theodore McCarrick abbia imperversato nonostante Francesco. È un fatto che monsignor Battista Ricca, pur con un imbarazzante curriculum coperto dalla lobby gay, continui a far parte del cerchio magico del Pontefice. È un fatto che mille bambini negli Stati Uniti sono stati vittime di violenze sessuali da parte di 300 preti, come ha rivelato il procuratore della Pennsylvania, Josh Shapiro, aggiungendo: «Abbiamo le prove che il Vaticano sapeva e ha coperto gli abusi». È un fatto che, anche in conseguenza di questo, oggi sono molti gli alti prelati americani che sottoscrivono il memoriale Viganò sul sito lifesitenews.com. Vescovi del Texas, Wisconsin, California, Hawaii, Arizona, Illinois, Oklahoma, Colorado, Virginia, Ohio, Rhode Island chiedono trasparenza. Adottare la furbesca arte del silenzio come impone Avvenire significa sfiorare il grottesco, mettersi nei panni di Ugo Tognazzi nel Federale quando, tornato nella Roma liberata, si ostina a ripetere: «Quanti prigionieri americani ci sono in giro!». La forza della verità è sempre stata il motore del popolo cattolico. Ed è a quel popolo che si devono risposte. Perché è ancora un fatto che l'arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, perseguito per omissione su casi di pedofilia, rischia un processo. È un fatto che il procuratore francese vorrebbe ascoltare sul tema il cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e per due volte ha inviato Oltretevere l'invito a comparire. Ma per due volte gli è tornato indietro. È un fatto - e che fatto - che monsignor Mario Delpini cercò di chiudere lo scandalo di un giovane prete che aveva portato un minorenne «nel lettone» (in seguito il ragazzo tentò più volte il suicidio) mandando il sacerdote a occuparsi di adolescenti in un'altra parrocchia. Delpini è stato nominato arcivescovo di Milano proprio da Francesco nel 2017. Eppure Bergoglio, firmando il motu proprio intitolato Come una madre amorevole, aveva sottolineato la possibilità di rimuovere dall'ufficio ecclesiastico vescovi colpevoli di comportamenti omertosi.La conferma che una parola di verità fuori dal copione sia liberatoria arriva, per contrapposizione, da un prete chiacchierato, uomo di potere e di curia, il Viganò sbagliato che di nome fa Dario e che proprio ieri ha deciso di rompere il suo doveroso silenzio. «Alimentare questo circolo del detto e non detto è sbagliato, lo stile giusto è silenzio e preghiera», ha suggerito il presunto esperto di comunicazione della Santa Sede costretto alle dimissioni per quella lettera di sostegno a papa Francesco da parte di Benedetto XVI, poi risultata manipolata. Come una madre amorevole. E allora si torna alla fine del bosco in quel centrolago manzoniano, percorso dai pellegrini di ogni nazionalità. Prima di salire al santuario della Madonna del Soccorso si toccano 14 cappelle; la quinta è dedicata alla disputa di Gesù con i dottori del tempio. Con il potere. I fedeli si fermano a tergersi il sudore e pregano. Pregano anche per il Papa, come chiese lui. Per la sua santità e perché quel silenzio finisca. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giusto-tacere-dice-laltro-vigano-quello-che-fabbricava-fake-news-2602607178.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="farrell-mai-visto-nulla-ma-non-poteva-non-sapere-degli-abusi-di-mccarrick" data-post-id="2602607178" data-published-at="1779793377" data-use-pagination="False"> Farrell: «Mai visto nulla» Ma non poteva non sapere degli abusi di McCarrick Hanno convissuto negli stessi spazi per almeno 4 anni, come ha dichiarato lo stesso cardinale Kevin Farrell a Vatican Insider, (blog della Stampa. «Mi sono trasferito nella residenza dell'arcivescovo nel novembre 2002 e ho vissuto lì fino a che McCarrick si è ritirato, nel 2006», occupando insieme un appartamento con quattro camere da letto, una cappella, un ufficio, una cucina, un soggiorno e una sala da pranzo. Ma non sapeva nulla dei comportamenti inappropriati del cardinale spogliato della porpora poco più di un mese fa proprio a causa di quei comportamenti: «Durante il periodo in cui ho vissuto nella residenza», si giustifica Farrell, «non ho mai visto McCarrick comportarsi in modo inappropriato. Non ricordo mai di aver visto i seminaristi nella residenza arcivescovile». Secondo quando ha riportato Il Fatto qualche giorno fa, sul cardinale Farrell sarebbe però aperto un dossier presso la Congregazione per la dottrina della fede, circostanza non smentita e probabile, e quindi è lecito farsi qualche domanda. Può darsi che il prelato, oggi a capo del dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, non abbia «visto» nulla, ma davvero non aveva mai sentito le chiacchiere che circolavano sulla passione di McCarrick verso i seminaristi? Qualcosa in effetti aveva sentito, e Farrell lo ammette nell'intervista ricordando un incontro avvenuto nel gennaio 2003, quando chiese al vescovo Michael Saltarelli, che era stato vicario di McCarrick a Newark, «come fosse lavorare» con lui. «Verso la fine della nostra conversazione», dice Farrell, «[Saltarelli] mi ha chiesto se McCarrick avesse portato i seminaristi in spiaggia, ma in nessun momento ha fatto riferimento ad un qualche cattivo comportamento». Come sappiamo l'ex cardinale McCarrick era chiacchierato da tempo per le sue gite al mare in cui si faceva accompagnare da giovani seminaristi, e oggi sappiamo anche che queste gitarelle finivano spesso con qualche seminarista che si accomodava nel lettone a fare compagnia all'arcivescovo. Abusi. Però Farrell non aveva nessun sentore di cattivi comportamenti. Eppure di queste gite al mare di McCarrick se ne parlava anche sulla stampa, visto che nell'ottobre 2004 il Washingtonian scriveva che «quando si prende un giorno libero, McCarrick si dirige verso un porto turistico a St. Patrick's Creek, nel Maryland meridionale, dove tiene una barca da pesca di 20 piedi che gli è stata data. Di solito invita alcuni preti e pescano il branzino». E poi «ogni anno ha trascorso una settimana di vacanza sulla costa del New Jersey, dove un amico gli concede una casa. Di solito accompagna un gruppo di sacerdoti e seminaristi. L'unico requisito per gli ospiti è che qualcuno sia in grado di cucinare». Oggi dobbiamo pensare che oltre al requisito culinario e allo svago della pesca gli ospiti dello «Zio Ted», così amava farsi chiamare McCarrick dai seminaristi prediletti, dovessero avere anche altre caratteristiche gradite. Erano caratteristiche di cui si chiacchierava e per cui qualcuno aveva anche avvertito le autorità ecclesiastiche, come racconta nel suo memoriale l'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò. Secondo Viganò nel 2000 il suo predecessore, Gabriel Montalvo, aveva già denunciato in Vaticano le chiacchiere che circolavano sullo «Zio Ted» e sul fatto che «shared his bed with seminarians». Un'altra memoria sarebbe poi stata scritta dal successore di Montalvo, il nunzio Pietro Sambi, e infine lo stesso Viganò, da funzionario della Segreteria di Stato vaticana, avrebbe redatto una nota su questi documenti nel dicembre 2006, consegnandola al suo speriore, il cardinale Tarcisio Bertone. Peraltro, lo scorso 28 agosto il vescovo emerito di Metuchen, Paul Bootkoski , tirato in ballo a propria volta da Viganò, ha in qualche modo confermato che le chiacchiere su McCarrik erano già corroborate dai fatti. Innanzitutto, «la diocesi di Metuchen ha ricevuto la prima di tre denunce contro l'arcivescovo McCarrick nel 2004», denunce prontamente «riferite alle forze dell'ordine in diverse contee», dice Bootkoski. Inoltre - e questo è un particolare importante - la diocesi ha informato l'allora nunzio Montalvo per telefono e per iscritto nel dicembre 2005. Addirittura l'ufficio del vescovo Bootkoski ha prodotto la lettera inviata a Montalvo il 6 dicembre 2005 e del contenuto degli allegati ha fornito elementi importanti che riguardano denunce di ex seminaristi che raccontavano di party al mare e di molestie sessuali subite dal McCarrick. Ma Farrell, ordinato vescovo nel 2001 proprio da McCarrick, con il quale con ha condiviso l'appartamento dal 2002, non ha mai sentito nulla. E il cardinale Donald Wuerl, successore di McCarrick alla guida della diocesi di Washington dal maggio 2006? Mai sentito nulla nemmeno lui, dice. Quindi, anche volendo ignorare il memoriale Viganò e considerando soltanto le comunicazioni di Bootkoski al nunzio Montalvo, dovremmo concludere che questi non abbia mai comunicato nulla in Vaticano, oppure che il Vaticano non abbia mai avvertito il suo successore, Pietro Sambi (è subentrato a Montalvo nel 2005). Oppure che Sambi (nunzio fino al 2011) non abbia mai detto nulla né a Farrell, vescovo ausiliare di McCarrick dal 2001 al 2006, né al successore Wuerl, attuale arcivescovo di Washington. Qualche anno fa circolava un film molto edificante sulla vita nel monastero certosino della Grande Chartreuse: il suo titolo, Il grande silenzio, potrebbe oggi essere applicato in modo molto meno edificante a questa triste pagina di omissioni e reticenze. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giusto-tacere-dice-laltro-vigano-quello-che-fabbricava-fake-news-2602607178.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="preti-pedofili-anche-nel-missouri" data-post-id="2602607178" data-published-at="1779793377" data-use-pagination="False"> «Preti pedofili anche nel Missouri» Nuova grana per la Chiesa americana, dopo il caso degli abusi commessi da oltre 300 sacerdoti in Pennsylvania e tenuti nascosti per 70 anni, con il procuratore Josh Shapiro che ha puntato il dito contro il Vaticano: «Sapeva e ha coperto». Ora, a finire nel mirino della magistratura statunitense c'è il clero del Missouri, dove è stata aperta un'indagine sugli abusi sessuali dei sacerdoti. Il procuratore generale non ha la facoltà di emettere mandati di comparizione e dovrà affidarsi alla collaborazione della Chiesa locale. Monsignor Robert Carlson, arcivescovo della capitale del Missouri, Saint Louis, ha assicurato che «qualsiasi documento di cui avrà bisogno la Procura sarà reso disponibile». Il vescovo di Kansas City ha fatto sapere di essere «felice di collaborare», precisando che «oggi qualunque sacerdote sarebbe immediatamente rimosso dall'incarico alla prima accusa credibile». Cbs News ha riportato le testimonianze di alcune vittime. Sconvolgente quella di Michael Sandridge, che all'epoca dei fatti era un bambino: «Mi capitava, guidando la macchina, di dire a me stesso: “Se vado a sbattere contro il ponte e rimango ucciso, allora non dovrò più pensare"» agli orrori patiti. Joe Eldred, un altro dei giovani abusati, ha fatto un nome illustre, che circola già dagli anni Novanta: monsignor Thomas O'Brien, ex vescovo di Phoenix, scomparso il 26 agosto scorso. Costui, per facilitare le violenze, avrebbe fatto drogare e ubriacare i ragazzini, minacciandoli affinché non rivelassero le sevizie: «Mi diceva che se ne avessi parlato con qualcuno sarei stato espulso dalla chiesa e che i miei genitori mi avrebbero diseredato. Che avrei perso la mia famiglia e sarei finito dritto all'inferno», ha raccontato Eldred. Il procuratore Josh Hawley si è detto fiducioso nella cooperazione della Chiesa, premurandosi però di avvisare gli ecclesiastici: «Se le diocesi non collaboreranno, lo renderò noto». I recenti scandali, inclusa la diffusione del memoriale di Carlo Maria Viganò, hanno riaperto il dibattito sull'efficacia del diritto canonico nel contrasto alle violenze sessuali. Poche settimane fa, un esperto canonista, Kieran Tapsell, aveva sostenuto che sarebbe ancora valida un'«istruzione confidenziale» diffusa nel 1922 da papa Pio XI, la quale prescriveva di trattare questi casi con massimo riserbo. «Una segretezza», aveva aggiunto Tapsell, «confermata da tutti i Papi, incluso quello attuale». Per la verità, tra il 2001 e il 2010, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano varato riforme del diritto canonico per snellire le procedure di accertamento dei responsabili dei cosiddetti delicta graviora, tra cui l'abuso sui minori e affrontare efficacemente le situazioni più gravi. Joseph Ratzinger, in particolare, aveva preso di petto il problema. Non solo il Papa emerito si era sforzato di punire esemplarmente i membri del clero macchiatisi di tali delitti, ma si era anche speso per limitare l'accesso degli omosessuali nei seminari. D'altra parte, già dal 1983 il diritto canonico criminalizza gli abusi sessuali. È in ogni caso indiscutibile l'urgenza di fronteggiare con trasparenza e severità, pur evitando la giustizia sommaria, questa piaga nella Chiesa. Possibilmente, prima che siano le Procure o i giornali a scoperchiare gli scandali, come è accaduto in Irlanda. A quel punto, infatti, diventa più difficile far comprendere ai fedeli e al pubblico che è opportuno separare il grano dal loglio, che la Chiesa è piena di sacerdoti santi. L'opinione laicista non attende altro che bubboni mediatici cui aggrapparsi per screditare il clero, approfittando magari di silenzi più o meno complici e coperture più o meno strategiche. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giusto-tacere-dice-laltro-vigano-quello-che-fabbricava-fake-news-2602607178.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="quella-messa-celebrata-a-dublino-con-il-diacono-dei-cattolici-lgbt" data-post-id="2602607178" data-published-at="1779793377" data-use-pagination="False"> Quella messa celebrata a Dublino con il diacono dei «cattolici Lgbt» Se il cardinale Kevin Farrell, prefetto del dicastero per i laici, la famiglia e la vita, non ha mai visto nulla che potesse farlo impensierire sulla condotta del suo superiore ai tempi di Washington, il cardinale Theodore McCarrick, chissà, invece, se era informato sulle idee del diacono che gli ha servito messa durante la celebrazione conclusiva del Congresso pastorale nell'ambito del meeting mondiale delle famiglie che si è svolto a Dublino in agosto. Il diacono permanente Ray Dever, che serve pastoralmente nella parrocchia di St. Paul, Tampa, Florida, è padre di una figlia transgender e di una figlia bisessuale e ha servito liturgicamente una delle celebrazioni più importanti dell'evento, guidata appunto il 24 agosto dal cardinale Farrell. Dever scrive regolarmente sul blog di New ways ministry, un movimento che sostiene le istanze dei cosiddetti cattolici Lgbt e non è affatto contrario al matrimonio gay che, invece, è stigmatizzato anche dalla esortazione Amoris laetitia di papa Francesco. Ma il diacono salito all'altare con Farrell è anche più avanzato nelle rivendicazioni, perché per lui le chiare espressioni del Papa contro il gender sono una forma di bigottismo: «Nella sua esortazione apostolica Amoris laetitia», ha scritto il diacono in un articolo per il sito di New ways ministry, «papa Francesco ha espresso preoccupazione per “l'ideologia gender", che egli immagina essere un'ideologia che cerca di eliminare le differenze sessuali nella società, minando così le basi della famiglia. (…) Non ho altro che rispetto per le buone intenzioni che indubbiamente sono alla base di queste dichiarazioni, ma la mia esperienza personale è che queste dichiarazioni hanno alimentato incomprensioni e bigottismo, e non amore, verità e vita che sono l'essenza di Gesù Cristo». Forse il cardinale Farrell non era a conoscenza di questo pensiero, anche se la sua volontà di gettare ponti verso il mondo Lgbt è dimostrata dalla prefazione che ha redatto per il famoso libro di padre James Martin, il gesuita americano che dei ponti alla comunità gay ha fatto una ragione di impegno pastorale. Peraltro, lo stesso Martin ha tenuto una discussa conferenza proprio al meeting di Dublino, dove ha esortato le famiglie cattoliche ad aprirsi alle persone Lgbt e smetterla con l'omofobia. Dever e Martin condividono l'idea che sia ora di non considerare più come famiglia solo quella tra maschio e femmina, perché, ha scritto Dever, «naturalmente ci sono una grande varietà di famiglie eroiche sedute ai banchi ogni domenica, eroiche in tutti i sensi delle parole del Papa - famiglie fedeli guidate da divorziati, risposati, coppie non sposate, coppie di fedi diverse, genitori soli. E sì, anche le famiglie come la mia con bambini Lgbtq e le famiglie capeggiate da coppie dello stesso sesso». Anche Martin, ovviamente, è di casa presso New ways ministry, che lo ha anche premiato il 30 ottobre 2016. Il problema non è il rispetto dovuto a tutte le persone, ma il fatto che l'associazione New ways ministry - che ovviamente si è rallegrata di aver potuto piazzare un proprio membro sull'altare durante il meeting mondiale delle famiglie - è stata condannata dall'ex Sant'Uffizio nel 1999. Con la pesante firma dell'allora cardinale Joseph Ratzinger, il movimento veniva colpito nei suoi fondatori: la congregazione per la dottrina della fede si vedeva «obbligata a dichiarare per il bene dei fedeli cattolici che le posizioni espresse da suor Jeannine Gramick e da padre Robert Nugent in merito alla malizia intrinseca degli atti omosessuali ed al disordine oggettivo dell'inclinazione omosessuale sono dottrinalmente inaccettabili perché non trasmettono fedelmente il chiaro e costante insegnamento della Chiesa cattolica su questo punto». Una posizione netta che veniva ripresa anche dai vescovi statunitensi nel 2010: «Nessuno dovrebbe essere indotto in errore dall'affermazione che New ways ministry fornisce un'interpretazione autentica dell'insegnamento cattolico e un'autentica pratica pastorale cattolica». Probabilmente il cardinale Farrell, celebrando a fianco di Dever, pensava di mostrare l'accoglienza della Chiesa verso tutti, ma abbiamo il dubbio che l'obiettivo fosse più ampio. Anche perché ci sono ancora vescovi che rispetto New ways ministry restano fedeli alle direttive della Chiesa. È successo lo scorso agosto a Milwaukee, dove monsignor Jerome Listecky ha preso le distanze da un incontro per preti e diaconi gay patrocinato per l'ottobre prossimo dal movimento pro Lgbt: «Questo evento non è in linea con l'insegnamento della Chiesa cattolica e non è in alcun modo collegato o appoggiato dall'arcidiocesi», ha dichiarato l'arcivescovo. Ma visto lo spazio crescente riservato a questa associazione, se qualcuno cerca la base della fantomatica lobby gay in casa cattolica, forse la può trovare proprio in New ways ministry. Che ultimamente riesce a far concelebrare un suo simpatizzante in una delle messe più importanti del meeting mondiale delle famiglie organizzato dalla Chiesa cattolica.
Il 22enne Jaggay Naber è stato fermato dagli uomini della Digos di Reggio Emilia (Polizia di Stato)
Stando alla ricostruzione degli inquirenti voleva compiere un attentato, proprio a Reggio, in una affollata serata di festa. Ma, a contrario di quanto accaduto con El Koudri, è stato fermato in tempo. Naggay era già noto alle forze dell’ordine che da due anni ne monitoravano i suoi movimenti. Più volte, infatti, si era dichiarato sostenitore dello Stato islamico e pronto a organizzare un attentato. La Germania pesa enormemente nel racconto giudiziario. Naggay viene descritto come un ragazzo ossessionato dall’universo jihadista già dal 2019, quando mostrava ai compagni «video di decapitazioni». Poi arrivano gli episodi sempre più inquietanti: falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere in cui rivendica simpatia per Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio. Arrivato in Italia, dopo la sua espulsione da soggetto «pericoloso», è stato seguito dal Centro di salute mentale reggiano, poi ha interrotto il percorso e giovedì scorso, a pochi giorni dall’attentato di Modena, secondo l’accusa, sarebbe stato anche lui pronto a colpire. È stata la madre a segnalare alla polizia le intenzioni del ragazzo, dopo che questi le aveva aveva mandato un messaggio valutato come inequivocabile, nel quale dichiarava di «andare in centro con un coltello a picchiare le persone». E Reggio Emilia, giovedì scorso, già dal pomeriggio era più affollata del solito, perché al palazzetto era prevista una importante partita di pallacanestro: Reggiana Basket contro Olimpia Milano mentre in centro era in corso anche uno spettacolo musicale. Naggay è stato fermato dalla polizia mentre si dirigeva a piedi, da solo, proprio nell’area della movida. Ora è gravemente indiziato del reato di arruolamento con finalità di terrorismo anche internazionale e per lui, ieri, il gip ha confermato la custodia cautelare in carcere. Il problema non sarebbe l’appartenenza formale a una cellula terroristica, bensì la disponibilità soggettiva all’azione violenta. È qui che entra in gioco il comma quattro dell’articolo 270 del codice penale. Non serve il soldato inserito nella gerarchia del Califfato. Basta un’adesione concreta e individuale alla prospettiva terroristica. Una prospettiva che proverrebbe dritta dal suo recente passato. Dal 2024, quando era stato arrestato in Germania e condannato a 20 mesi per «simulazione di reato» e «disturbo della quiete pubblica mediante la minaccia di commettere un reato». Nel gennaio 2022, mentre si trovava alla stazione di Friburgo, era stato fermato per un controllo dalla polizia e in quell’occasione ha dichiarato di avere con sé un’arma «per commettere un attentato in nome dello Stato Islamico». Nell’aprile dello stesso anno aveva spontaneamente chiamato la stazione di polizia di Villingen, comunicando che stava per commettere un attentato dinamitardo, aggiungendo di aver «ricevuto da un siriano, conosciuto tramite un gruppo Telegram, uno zaino con all’interno una bomba collegata a distanza che avrebbe depositato nella stazione ferroviaria». A seguito di questa chiamata, le stazioni di Offenburg e Lahr erano state chiuse per diverse ore con il blocco totale della circolazione. Nel giugno dello stesso anno è stato arrestato, dichiarato socialmente pericoloso sottoposto a visita psichiatrica, per poi finire nel penitenziario minorile di Adelsheim. E anche lì avrebbe ribadito più volte la sua volontà di agire. Un giorno, per esempio, come riportato nell’ordinanza, avrebbe chiesto al responsabile dell’area lavoro della struttura di poter cercare su internet il sito di un negozio di bricolage. Una volta trovato, aveva digitato sul sito della catena la parola «ascia» e ne aveva poi selezionata una tra quelle offerte in vendita. Alla richiesta di spiegazioni, aveva dichiarato di volersi «recare alla stazione ferroviaria di Mosbach-Neckarelz per compiere una vendetta per l’uccisione da parte dei tedeschi di Abu Talha Al-Almani», un rapper, morto nel gennaio 2018 in Siria dove aveva raggiunto lo Stato islamico. E per mostrarsi più credibile Naggay avrebbe aggiunto i dettagli dell’operazione che stava pianificando: «Dato che tra quattro mesi sarò rilasciato, comincio subito a pianificare il tutto. Lo faccio per l’Isis perché per me la Germania non è uno Stato finché non sarà islamica e governata dall’Isis». Poi avrebbe affermato a più riprese che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le proprie convinzioni religiose».
Atteggiamenti che gli sono costati perizie e cure psichiatriche. Poi c’è la chat di Telegram, il vero detonatore dell’inchiesta italiana. Con al centro una conversazione che il giudice interpreta come un dialogo con un possibile reclutatore o intermediario dell’Isis. L’interlocutore usa termini tipici del gergo jihadista: «Lone wolf (lupo solitario, ndr)» e «gruppo specializzato». Si parla di video di adesione al Daesh, di soldi, di «produzione di tossine» e di «lezioni di manifattura». Il giudice insiste soprattutto su un elemento: l’altro interlocutore pretende «prove» della fedeltà ideologica di Naggay prima di aiutarlo. «Qualsiasi cosa che dimostri che sei un sostenitore». Una provocazione alla quale l’indagato replica con una promessa: «Registrerò un video in cui dichiarerò di essere sostenitore dell’Isis». L’istigatore, però, chiede altre conferme: «Quando puoi girarlo? Fino ad allora non posso aiutarti (economicamente)». Ed è a quel punto che fornisce all’allievo un inquietante suggerimento: quello di assumere l’identità di un «lone wolf». Un lupo solitario.
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Simone Venturini (Ansa)
Il più giovane tra i candidati nella corsa a Ca’ Farsetti ha superato il diretto avversario del campo largo, Andrea Martella, 58 anni, segretario regionale del Pd, assestando un sonoro schiaffone alla sinistra che non è andata oltre al 40%. Non c’è bisogno di ballottaggio, e quello che è accaduto in Laguna è un test politico importante. «Sarebbe una grande gioia», era stato il primo commento di Giorgia Meloni al risultato che si prospettava, riferito dal senatore di Fdi Raffaele Speranzon.
Qualcuno ha fatto notare che a Venezia il No al referendum costituzionale sulla giustizia aveva preso il 55% dei voti, eppure questo non si è affatto tradotto in uno spostamento a sinistra dell’elettorato. «La stagione buona», che univa Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Psi, +Europa, Radicali e Rifondazione Comunista non ha convinto gli elettori. E nemmeno sono bastati i voti degli islamici, cercati da Martella mettendo in lista ben sei esponenti della comunità bengalese che da tempo chiedono una moschea a Mestre.
Il candidato della mega coalizione «da sindaco darà a Venezia quel cambiamento che Venezia domanda», prometteva sul palco in piazza Ferretto la segretaria nazionale del Pd, Elly Schlein, in chiusura di campagna elettorale. Previsione sbagliata, i desideri dei veneziani non sono stati intercettati a sinistra. A Cà Farsetti siederà Venturini. «È un risultato importante e un apprezzamento personale», ha commentato il neo sindaco a caldo, mentre si faceva festa in Galleria Matteotti a Mestre, suo quartier generale assieme alla sede elettorale di Campo Santa Marina, nel centro storico di Venezia, che ad aprile venne imbrattata con cartelli offensivi e intimidatori.
«Un risultato che arriva dopo due mesi impegnativi, ma dopo undici anni di storia personale al servizio della città», ha precisato Venturini. «In questa campagna mi sono sempre presentato come Simone, un ragazzo che da Marghera è partito, ha fatto la gavetta, si è impegnato nel territorio, si è presentato con una civica supportato dal centrodestra e oggi sta ricevendo un buon risultato».
Laureato in giurisprudenza, nato e cresciuto a Marghera, ora residente nella città storica, a 22 anni risultò il più giovane eletto nel Consiglio comunale veneziano. Nel 2015 scese in campo con la lista civica «fucsia» di Brugnaro, fu il più votato e diventò assessore con la delega a Coesione Sociale, Lavoro, Infrastrutture e Sviluppo economico.
Nel corso del mandato 2015-2020 aveva ricoperto ulteriori incarichi all’interno di commissioni e organismi locali e nazionali, nel 2020 venne rieletto sempre nella lista dell’ex sindaco. Ieri, con la lista civica «gialla» sostenuta dal centrodestra ha dimostrato di saper conoscere gli abitanti della sua città. Tra gli obiettivi, vuole una Venezia a misura di giovani «anche in chiave residenziale», come aveva dichiarato alla Verità.
Alla chiusura dei seggi l’affluenza definitiva nel comune di Venezia, con tutte le 256 sezioni conteggiate, è stata del 55,87%, sei punti percentuali in meno rispetto al 2020 (62,23%). Hanno votato 112.701 elettori su 201.713 iscritti (55,87%). Erano otto, tutti uomini, i candidati alla carica di primo cittadino alle elezioni comunali di Venezia.
Oltre a Venturini e a Martella, in grande distacco gli altri nomi in lista, che erano con «Prima il Veneto» Pierangelo Del Zotto, 63 anni, ex assessore al Bilancio della provincia di Venezia; con le liste civiche «Abc-Ambiente Bene Comune» e «Venezia Pace Lavoro» Giovanni Andrea Martini, 70 anni, docente in pensione e già presidente della Municipalità di Venezia-Murano-Burano; con «Ora!» Michele Boldrin, 69 anni, economista e docente universitario alla Washington University in Saint Louis, che è risultato tra i più votati tra i «minori». Con la lista civica «Città vive» Claudio Vernier, 49 anni, titolare del caffè al Todaro di piazza San Marco; Roberto Agirmo, 58 anni, imprenditore turistico, era il candidato di «Resistere Veneto» mentre Luigi Corò, 62 anni, ex assessore di An a Mirano, esponente di Futuro Nazionale, si presentava con la lista «Futuro per Venezia Mestre». Tutti hanno portato a casa manciate di voti.
«Per le elezioni comunali di Venezia non mi aspettavo un risultato di questo tipo: era difficile immaginare una débâcle così pesante per il centrosinistra. L’astensione sembra aver colpito soprattutto un elettorato giovane, che non si è riconosciuto nella candidatura di Andrea Martella. Proprio quei giovani che poche settimane fa avevano fatto sentire la propria voce in occasione del referendum sulla giustizia, questa volta sono mancati del tutto», ha dichiarato il filosofo Massimo Cacciari, due volte sindaco di Venezia.
Si è votato anche in due Comuni della città metropolitana Venezia. A Cavallino-Treporti, dove è stata riconfermata Roberta Nesto con la sua civica orientata verso il centro destra e a Torre di Mosto dove è stato eletto Andrea Marchesin, sostenuto dal centrodestra (Fi, Fdi, Lega, Udc, Torre di Mosto).
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Geopolitica, intelligenza artificiale e industria: a Trento economisti, imprenditori e politici esaminano i nuovi assetti mondiali.
Innovazione, sostenibilità, tecnologia e, soprattutto, trasformazioni geopolitiche ridefiniscono oggi gli equilibri economici globali. Un contesto in cui le imprese italiane sono chiamate a compiere l'ennesimo salto di qualità: trasformare la complessità in valore strategico. Questo numero di Industria analizza, a partire dai protagonisti del Festival dell'Economia di Trento, i «nuovi poteri» - dall’intelligenza artificiale alla ridefinizione delle filiere produttive, fino alle sfide della sicurezza e del lavoro del futuro – interpretando reazioni e ripercussioni su sistema economico e produzione industriale. È proprio in questo scenario che si inserisce il contributo di Gieffe Research, piattaforma integrata di trasferimento tecnologico e advisory industriale. «Lavoriamo per creare connessioni concrete tra innovazione, organizzazione aziendale e strategia industriale, aiutando le imprese a trasformare gli investimenti tecnologici in vantaggi competitivi reali», sottolinea il fondatore di Gieffe Research, Fabio Glave. «Oggi il mercato richiede una capacità di lettura multidimensionale dei processi industriali: non basta introdurre nuove tecnologie, bisogna saperle integrare all’interno di una governance efficiente e orientata alla crescita strutturata». Il vicepresidente di Confindustria, Marco Nocivelli, si concentra invece su criticità e prospettive della manifattura italiana, dalla crescita di export e made in Italy al rafforzamento delle Pmi.
Lavoro e sicurezza, le voci del governo. Innovazione e intelligenza artificiale stanno già modificando professioni e competenze, imponendo nuovi modelli organizzativi e investimenti continui nella formazione. Su scuola e lavoro intervengono Paola Frassinetti, sottosegretario al ministero dell’Istruzione e del merito, e Marina Calderone, ministro del Lavoro, che commenta il recente Dl 1° maggio, un provvedimento che «guarda in particolare all’inclusione lavorativa dei disoccupati di lunga durata, alle giuste retribuzioni e a un patto di responsabilità con le parti sociali per la qualificazione dell’occupazione in Italia». A concepire la sicurezza come visione integrata, dal contrasto alla criminalità al riutilizzo dei beni confiscati, è il sottosegretario dell'Interno, Wanda Ferro: «Il governo sta lavorando su una strategia complessiva che tiene insieme controllo del territorio, rigenerazione urbana, legalità e prevenzione sociale, dove si inseriscono anche operazioni come «Strade Sicure», «Stazioni Sicure» e il modello Caivano», che segna il ritorno dello Stato nei territori più difficili.
Il modello Trento. Trento, capitale dell'economia durante la kermesse dello Scoiattolo, punta ad alzare l'asticella in termini di sostenibilità e inclusione. Il sindaco Franco Ianeselli non nasconde le sfide: espansione della rete ciclabile, nuovo hub intermodale, circonvallazione ferroviaria, incremento del verde umano, progetti di edilizia a canone moderato, incentivi agli affitti a lungo termine e azzeramento delle liste di attesa per gli asili nido. Dal canto suo, l'Università degli Studi di Trento si propone come luogo capace non solo di trasmettere conoscenze, ma di aiutare i giovani a interpretare un mondo sempre più complesso. Il rettore Flavio Deflorian sottolinea l’importanza di una didattica partecipativa, alimentata dal dialogo continuo tra studenti e docenti, con l’obiettivo di «dare un senso alla conoscenza». Per mantenere alta la qualità della ricerca e della formazione, l’Ateneo deve continuare a investire in infrastrutture, servizi, internazionalizzazione e capacità di attrarre talenti.
Un nuovo ordine internazionale. Il Festival dell'Economia di Trento (20-24 maggio) si conferma osservatorio privilegiato sulle traiettorie del cambiamento, con oltre 700 relatori tra Premi Nobel, economisti, imprenditori e rappresentanti delle istituzioni. Quest'anno il tema è «Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani». Da un lato si prendono in esame i nuovi centri di potere come le Big Tech, che detengono le chiavi dell’intelligenza artificiale, e le autarchie di Russia e Cina; dall’altro, le paure e le aspettative dei giovani. In primo piano c'è la geopolitica. Saranno ben 14 i panel targati Ispi. «La vera trasformazione è che economia e sicurezza sono ormai inseparabili», spiega Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’Ispi e membro dell’advisory board del Festival. «Conta chi domina le tecnologie avanzate, i semiconduttori, l’intelligenza artificiale, i dati, l’energia, le terre rare, le rotte marittime, le infrastrutture di gitali e finanziarie». L’economista Alessandro Terzulli (presidente GEI) anticipa a Industria il contenuto del panel «Commercio internazionale e potere dei dazi», con l’evoluzione delle barriere commerciali dal 2009 alle presidenze Trump. «Osserviamo la Weaponisation del commercio internazionale, sempre più un’arma geopolitica», che esercita un forte impatto inevitabilmente anche sulle imprese. Al Festival dell'Economia parteciperà anche Giulio Sapelli, il cui panel si concentrerà sul ruolo strategico dell’India e sul nuovo assetto globale. «Si sta consolidando l’intera area dell’Indo-Pacifico, una regione che negli ultimi anni è diventata il centro strategico delle nuove dinamiche economiche e geopolitiche mondiali».
Anche la cultura è un'infrastruttura economica cruciale per il Paese. Dalla tutela del diritto d’autore alla rigenerazione degli attrattori culturali diffusi, fino al ruolo della cultura come nuovo «soft power» italiano, Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, traccia una prospettiva che unisce impresa, territorio e identità. Tra i volti della manifestazione c'è anche quello di Giovanni Malagò, reduce dai successi delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina e ufficialmente candidato alla presidenza della Figc.
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