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2022-02-14
La Consulta decide il nostro futuro sull’eutanasia, la giustizia e la droga
Ansa
Se per caso fossero state necessarie ragioni supplementari per augurarsi che i sei referendum sulla giustizia promossi dalla Lega e dal Partito radicale possano (prima) essere ammessi dalla Corte costituzionale e (poi) sottoposti al voto degli italiani, è stato l’ultimo weekend a fornircele. Perfino per proporre al Parlamento un intervento da minimo sindacale (fermare le «porte girevoli» tra toghe e politica) è stata necessaria al governo una mediazione spossante. Insomma, anche solo per dare il via a un intervento limitato, marginale, direi quasi impercettibile rispetto ai problemi immensi del sistema giustizia, è servito uno sforzo enorme.
In queste condizioni, qualcuno pensa che questo governo e questo Parlamento possano farsi carico di interventi profondi in materia di giustizia? Decisamente no. Dunque, a maggior ragione ha senso dare la parola agli italiani su alcuni punti decisivi, affinché sia la forza degli elettori a sciogliere alcuni nodi e a indicare la via. Calcisticamente parlando, ci siamo trovati davanti a un «attacco a due punte»: l’iniziativa del governo e i referendum. Poiché, com’era prevedibile, la prima appare debole, ha ancora più senso investire politicamente sui secondi.
I sei quesiti, pur non potendo intervenire su norme costituzionali (per evidenti ragioni connesse ai limiti imposti ai referendum nel nostro sistema), hanno il merito di consentire agli elettori sei scelte di fondo.
Sul Csm, il quesito elimina l’obbligo per il magistrato di raccogliere almeno 25 firme per candidarsi, e in altre parole evita che sia costretto ad avere il supporto di una corrente. Oggi una candidatura autonoma e indipendente è pressoché impedita: il quesito, invece, la incoraggia e la rende possibile.
Sui Consigli giudiziari (organi ausiliari del Csm, e in fondo a loro volta dei «piccoli Csm»), si estende e si incoraggia la valutazione sui magistrati. Attualmente, la parte non togata dei Consigli non può esprimersi su capacità e attitudini del magistrato, ma solo sull’organizzazione degli uffici. Una vittoria del sì al quesito consentirebbe anche agli avvocati e ai professori universitari di contribuire al giudizio. Anche perché, rebus sic stantibus, è per lo meno curioso che il 99% dei magistrati ottenga un giudizio di eccellenza.
Il terzo quesito va al cuore del problema e affronta il nodo della separazione delle carriere. Se passa il sì, quando si entra in magistratura occorre scegliere una volta per tutte se svolgere funzioni requirenti o giudicanti. Sarebbe una svolta epocale, distinguendo una volta per tutte il compito di sostenere l’accusa da quello di essere giudice terzo, dicendo stop ai magistrati che nella loro vita prima fanno il pm, poi il gip e così via.
Il quarto quesito è per la responsabilità civile dei magistrati, già sancita dai cittadini nel referendum voluto da Enzo Tortora nel 1987, ma poi purtroppo vanificata nel 1988 dalla legge promossa dal guardasigilli dell’epoca, Giuliano Vassalli. Il referendum dell’87, stravinto con l’approvazione dell’80% dei votanti, aveva infatti introdotto la responsabilità civile diretta, mentre la legge Vassalli stabilì che si poteva soltanto far causa allo Stato, che poi si sarebbe eventualmente potuto rivalere sul magistrato, ma solo entro certi limiti. E davvero la ratio di quel tradimento della volontà popolare rimase incomprensibile: il magistrato è un funzionario dello Stato; i funzionari in generale devono rispondere dei propri atti; e allora non si comprende perché mai i magistrati, cioè funzionari che si occupano di amministrazione della giustizia, non debbano a loro volta essere direttamente responsabili.
Il quinto referendum, che genererà non poche discussioni, incide sulla custodia cautelare. Attualmente, per far scattare una misura cautelare, serve il rischio concreto di inquinamento delle prove, oppure di pericolo di fuga, oppure di reiterazione del reato. Eccezion fatta per reati particolarmente violenti o di tipo associativo, il quesito fa saltare l’ipotesi della reiterazione. La logica dei promotori è che una misura cautelare dovrebbe essere un’extrema ratio, non una «regola», e che circa il 42% degli attuali detenuti si trova in carcere senza avere una condanna definitiva, e il 21% ha solo una condanna in primo grado.
Il sesto e ultimo quesito riguarda la legge Severino, e punta a eliminare l’automaticità di decadenza, ineleggibilità e incandidabilità in caso di condanna, anche in primo grado. È ad esempio piuttosto grave che oggi un sindaco venga sospeso, pubblicamente umiliato nella sua vita politica e professionale, e poi magari risulti assolto anni dopo.
Come si vede, si tratta di nodi decisivi, che ben difficilmente un governo e un Parlamento (meno che mai in uno scorcio finale di legislatura) potrebbero sciogliere. Meglio dunque sperare in tre cose: che la Corte costituzionale ammetta i quesiti; che il governo faccia coincidere il voto referendario (in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno) con la tornata di elezioni amministrative, attraverso un election day che abbatterebbe i costi e favorirebbe la partecipazione; e che poi l’eventuale decisione dei cittadini non venga a posteriori rovesciata in Parlamento.
Se vince il «bioliberismo» l’unico diritto che resta è quello di farsi e disfarsi
Domani la Corte costituzionale si pronuncerà anche su due grandi quesiti che incombono ormai come nubi da molti anni sulla nostra società: l’ammissibilità del referendum sull’eutanasia legale o meglio il suicidio assistito e la legalizzazione della cannabis. Due temi di diversa portata ma di uguale ispirazione radicale.
Sul primo è intervenuto con sorprendente forza e tempismo papa Francesco sostenendo, coerentemente con la posizione della Chiesa e con la visione cristiana della vita, che va riconosciuto il diritto alla vita e non alla morte; è giusto frenare l’accanimento terapeutico e accompagnare alla morte, ma senza aiutare alcuna forma di suicidio. Che peso avrà l’intervento papale e il pronunciamento della Chiesa sulla decisione della Consulta? Domani lo sapremo e capiremo se il Papa viene preso in considerazione quando parla di accoglienza e di ambiente mentre viene ignorato se parla di diritto alla vita e alla nascita e non di diritto alla morte.
Al di là dei motivi religiosi, come si possono considerare le questioni sollevate dai radicali sul piano legale, civile e umano? Nessuno può ergersi a giudicare la sofferenza, la fragilità, la paura altrui; e non giudicheremo mai le scelte personali, soggettive, in quelle condizioni estreme di vita. Non siamo giudici supremi ma siamo giocatori, e mortali, come coloro che decidono di togliersi la vita. Quel che invece si può e si deve contestare è la pretesa che la Legge, lo Stato, la Sanità, la Società debbano sancire il diritto alla libera morte e agevolarlo, dopo avere già negato con l’aborto il diritto alla vita del nascituro. E il fatto che queste norme siano in vigore da anni in alcuni Paesi del Nord Europa non è motivo d’incoraggiamento ad adeguarsi, semmai il contrario; peraltro la legalizzazione del suicidio assistito, la sua facilitazione, ha prodotto un incremento notevole di suicidi.
di cosa si tratta davvero
Non si devono del resto confondere i casi limite, solitamente sbandierati, di vite ormai terminali e poco più che vegetali, con quel che realmente si vuol far passare: il diritto a morire per ogni uomo sulla base della propria scelta sovrana (la vita è mia e me la gestisco io, morte inclusa); e il relativo diritto ad essere assistiti in caso si decida di sottrarsi alla vita, anche quando la vita non è ridotta in condizioni irreversibilmente terminali. Ripeto: non si discutono le scelte personali, anche estreme, magari aiutate da qualcuno; ma si contesta la richiesta di legalizzare il suicidio assistito, cioè la pretesa di «complicità» dello Stato, della legge, delle strutture ospedaliere per queste pratiche estreme. Quel che dovrebbe distinguere la sfera pubblica è la tutela della vita, e non il diritto alla morte.
Lo stesso criterio a mio parere va applicato in tema di legalizzazione delle droghe cosiddette leggere. Non si tratta di giudicare coloro che fanno uso lieve di droghe leggere, non ci ergiamo a loro giudici; ma è inaccettabile che debba essere lo Stato, la Legge, il Diritto, a sancirne la piena liceità. Perché è molto controversa la definizione di droga leggera e controversi sono i suoi confini; non sono pratiche del tutto innocue e neutrali, e senza alcuna ricaduta sociale; è molto aperto il tema se la legalizzazione della cannabis agevoli poi il passaggio dalle droghe leggere a quelle più nocive; ed è comunque una forma di dipendenza e di abdicazione del proprio pieno controllo delle facoltà mentali che si può magari fare a proprio rischio ma senza l’approvazione della legge. E non smantella il racket clandestino della droga più di quanto non lo supporti, curandosi del primo grado di avviamento all’uso di sostanze stupefacenti che poi magari proseguirà nello spaccio.
argini da non abbattere
A livello personale e privato si può pure concepire, ma senza la pretesa di avere il sostegno pubblico, legale, statale. Liberi di decidere se usarlo, ma non chiedete il nullaosta legale per farlo. E se ci sono altre pratiche altrettanto nocive, come l’alcolismo, l’ipernutrizione e il fumo, è il caso di chiedersi come arginarle, e non il contrario, di estendere la liceità anche alla cannabis, e magari via via ad altre erbe o sostanze. Se si abbatte anche la barriera culturale e civile, morale e simbolica, prima che legale, passa l’idea che libertà sia farsi e disfarsi in assoluto, a proprio piacimento.
A questa tendenza della nostra società ho dedicato un ampio capitolo nel mio ultimo libro, La Cappa, soffermandomi in particolare sul bio-liberismo che per molti versi si può leggere come un «libero-mortismo»: diritto al suicidio, all’aborto, all’uso della droga. Libera morte in libero Stato.
gravi contraddizioni
In quelle pagine ho sottolineato una contraddizione davvero stridente: la nostra società invoglia al bioliberismo assoluto nella sfera privata ma poi allarga sempre più il regime di sorveglianza sulla sfera pubblica, ora per motivi sanitari ora per motivi securitari, ora perché invade il campo libero delle opinioni, delle idee con prescrizioni e proscrizioni, codici di correttezza e censure applicate anche alla storia. Un controllo capillare, digitale, molecolare, a cui si unisce l’orizzonte coatto del politically correct e dei suoi santuari intoccabili. Sfogatevi nel privato, ma conformatevi nel pubblico: liberi di farsi e disfarsi, di coltivare l’erba voglio, ma poi coatti, vigilati e conformati nel nuovo sistema globalitario. Bioliberismo in un regime illibertario. Bel mostro, vi pare?
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Al vaglio i quesiti referendari. Bioliberismo? Potremo solo «sballarci» o «ucciderci».Lo speciale contiene due articoliSe per caso fossero state necessarie ragioni supplementari per augurarsi che i sei referendum sulla giustizia promossi dalla Lega e dal Partito radicale possano (prima) essere ammessi dalla Corte costituzionale e (poi) sottoposti al voto degli italiani, è stato l’ultimo weekend a fornircele. Perfino per proporre al Parlamento un intervento da minimo sindacale (fermare le «porte girevoli» tra toghe e politica) è stata necessaria al governo una mediazione spossante. Insomma, anche solo per dare il via a un intervento limitato, marginale, direi quasi impercettibile rispetto ai problemi immensi del sistema giustizia, è servito uno sforzo enorme.In queste condizioni, qualcuno pensa che questo governo e questo Parlamento possano farsi carico di interventi profondi in materia di giustizia? Decisamente no. Dunque, a maggior ragione ha senso dare la parola agli italiani su alcuni punti decisivi, affinché sia la forza degli elettori a sciogliere alcuni nodi e a indicare la via. Calcisticamente parlando, ci siamo trovati davanti a un «attacco a due punte»: l’iniziativa del governo e i referendum. Poiché, com’era prevedibile, la prima appare debole, ha ancora più senso investire politicamente sui secondi. I sei quesiti, pur non potendo intervenire su norme costituzionali (per evidenti ragioni connesse ai limiti imposti ai referendum nel nostro sistema), hanno il merito di consentire agli elettori sei scelte di fondo. Sul Csm, il quesito elimina l’obbligo per il magistrato di raccogliere almeno 25 firme per candidarsi, e in altre parole evita che sia costretto ad avere il supporto di una corrente. Oggi una candidatura autonoma e indipendente è pressoché impedita: il quesito, invece, la incoraggia e la rende possibile. Sui Consigli giudiziari (organi ausiliari del Csm, e in fondo a loro volta dei «piccoli Csm»), si estende e si incoraggia la valutazione sui magistrati. Attualmente, la parte non togata dei Consigli non può esprimersi su capacità e attitudini del magistrato, ma solo sull’organizzazione degli uffici. Una vittoria del sì al quesito consentirebbe anche agli avvocati e ai professori universitari di contribuire al giudizio. Anche perché, rebus sic stantibus, è per lo meno curioso che il 99% dei magistrati ottenga un giudizio di eccellenza.Il terzo quesito va al cuore del problema e affronta il nodo della separazione delle carriere. Se passa il sì, quando si entra in magistratura occorre scegliere una volta per tutte se svolgere funzioni requirenti o giudicanti. Sarebbe una svolta epocale, distinguendo una volta per tutte il compito di sostenere l’accusa da quello di essere giudice terzo, dicendo stop ai magistrati che nella loro vita prima fanno il pm, poi il gip e così via.Il quarto quesito è per la responsabilità civile dei magistrati, già sancita dai cittadini nel referendum voluto da Enzo Tortora nel 1987, ma poi purtroppo vanificata nel 1988 dalla legge promossa dal guardasigilli dell’epoca, Giuliano Vassalli. Il referendum dell’87, stravinto con l’approvazione dell’80% dei votanti, aveva infatti introdotto la responsabilità civile diretta, mentre la legge Vassalli stabilì che si poteva soltanto far causa allo Stato, che poi si sarebbe eventualmente potuto rivalere sul magistrato, ma solo entro certi limiti. E davvero la ratio di quel tradimento della volontà popolare rimase incomprensibile: il magistrato è un funzionario dello Stato; i funzionari in generale devono rispondere dei propri atti; e allora non si comprende perché mai i magistrati, cioè funzionari che si occupano di amministrazione della giustizia, non debbano a loro volta essere direttamente responsabili.Il quinto referendum, che genererà non poche discussioni, incide sulla custodia cautelare. Attualmente, per far scattare una misura cautelare, serve il rischio concreto di inquinamento delle prove, oppure di pericolo di fuga, oppure di reiterazione del reato. Eccezion fatta per reati particolarmente violenti o di tipo associativo, il quesito fa saltare l’ipotesi della reiterazione. La logica dei promotori è che una misura cautelare dovrebbe essere un’extrema ratio, non una «regola», e che circa il 42% degli attuali detenuti si trova in carcere senza avere una condanna definitiva, e il 21% ha solo una condanna in primo grado.Il sesto e ultimo quesito riguarda la legge Severino, e punta a eliminare l’automaticità di decadenza, ineleggibilità e incandidabilità in caso di condanna, anche in primo grado. È ad esempio piuttosto grave che oggi un sindaco venga sospeso, pubblicamente umiliato nella sua vita politica e professionale, e poi magari risulti assolto anni dopo. Come si vede, si tratta di nodi decisivi, che ben difficilmente un governo e un Parlamento (meno che mai in uno scorcio finale di legislatura) potrebbero sciogliere. Meglio dunque sperare in tre cose: che la Corte costituzionale ammetta i quesiti; che il governo faccia coincidere il voto referendario (in una domenica tra il 15 aprile e il 15 giugno) con la tornata di elezioni amministrative, attraverso un election day che abbatterebbe i costi e favorirebbe la partecipazione; e che poi l’eventuale decisione dei cittadini non venga a posteriori rovesciata in Parlamento.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giustizia-la-chance-di-disarticolare-la-corporazione-togata-che-nessuno-osa-sfiorare-2656648299.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="se-vince-il-bioliberismo-lunico-diritto-che-resta-e-quello-di-farsi-e-disfarsi" data-post-id="2656648299" data-published-at="1644794151" data-use-pagination="False"> Se vince il «bioliberismo» l’unico diritto che resta è quello di farsi e disfarsi Domani la Corte costituzionale si pronuncerà anche su due grandi quesiti che incombono ormai come nubi da molti anni sulla nostra società: l’ammissibilità del referendum sull’eutanasia legale o meglio il suicidio assistito e la legalizzazione della cannabis. Due temi di diversa portata ma di uguale ispirazione radicale. Sul primo è intervenuto con sorprendente forza e tempismo papa Francesco sostenendo, coerentemente con la posizione della Chiesa e con la visione cristiana della vita, che va riconosciuto il diritto alla vita e non alla morte; è giusto frenare l’accanimento terapeutico e accompagnare alla morte, ma senza aiutare alcuna forma di suicidio. Che peso avrà l’intervento papale e il pronunciamento della Chiesa sulla decisione della Consulta? Domani lo sapremo e capiremo se il Papa viene preso in considerazione quando parla di accoglienza e di ambiente mentre viene ignorato se parla di diritto alla vita e alla nascita e non di diritto alla morte. Al di là dei motivi religiosi, come si possono considerare le questioni sollevate dai radicali sul piano legale, civile e umano? Nessuno può ergersi a giudicare la sofferenza, la fragilità, la paura altrui; e non giudicheremo mai le scelte personali, soggettive, in quelle condizioni estreme di vita. Non siamo giudici supremi ma siamo giocatori, e mortali, come coloro che decidono di togliersi la vita. Quel che invece si può e si deve contestare è la pretesa che la Legge, lo Stato, la Sanità, la Società debbano sancire il diritto alla libera morte e agevolarlo, dopo avere già negato con l’aborto il diritto alla vita del nascituro. E il fatto che queste norme siano in vigore da anni in alcuni Paesi del Nord Europa non è motivo d’incoraggiamento ad adeguarsi, semmai il contrario; peraltro la legalizzazione del suicidio assistito, la sua facilitazione, ha prodotto un incremento notevole di suicidi. di cosa si tratta davvero Non si devono del resto confondere i casi limite, solitamente sbandierati, di vite ormai terminali e poco più che vegetali, con quel che realmente si vuol far passare: il diritto a morire per ogni uomo sulla base della propria scelta sovrana (la vita è mia e me la gestisco io, morte inclusa); e il relativo diritto ad essere assistiti in caso si decida di sottrarsi alla vita, anche quando la vita non è ridotta in condizioni irreversibilmente terminali. Ripeto: non si discutono le scelte personali, anche estreme, magari aiutate da qualcuno; ma si contesta la richiesta di legalizzare il suicidio assistito, cioè la pretesa di «complicità» dello Stato, della legge, delle strutture ospedaliere per queste pratiche estreme. Quel che dovrebbe distinguere la sfera pubblica è la tutela della vita, e non il diritto alla morte. Lo stesso criterio a mio parere va applicato in tema di legalizzazione delle droghe cosiddette leggere. Non si tratta di giudicare coloro che fanno uso lieve di droghe leggere, non ci ergiamo a loro giudici; ma è inaccettabile che debba essere lo Stato, la Legge, il Diritto, a sancirne la piena liceità. Perché è molto controversa la definizione di droga leggera e controversi sono i suoi confini; non sono pratiche del tutto innocue e neutrali, e senza alcuna ricaduta sociale; è molto aperto il tema se la legalizzazione della cannabis agevoli poi il passaggio dalle droghe leggere a quelle più nocive; ed è comunque una forma di dipendenza e di abdicazione del proprio pieno controllo delle facoltà mentali che si può magari fare a proprio rischio ma senza l’approvazione della legge. E non smantella il racket clandestino della droga più di quanto non lo supporti, curandosi del primo grado di avviamento all’uso di sostanze stupefacenti che poi magari proseguirà nello spaccio. argini da non abbattere A livello personale e privato si può pure concepire, ma senza la pretesa di avere il sostegno pubblico, legale, statale. Liberi di decidere se usarlo, ma non chiedete il nullaosta legale per farlo. E se ci sono altre pratiche altrettanto nocive, come l’alcolismo, l’ipernutrizione e il fumo, è il caso di chiedersi come arginarle, e non il contrario, di estendere la liceità anche alla cannabis, e magari via via ad altre erbe o sostanze. Se si abbatte anche la barriera culturale e civile, morale e simbolica, prima che legale, passa l’idea che libertà sia farsi e disfarsi in assoluto, a proprio piacimento. A questa tendenza della nostra società ho dedicato un ampio capitolo nel mio ultimo libro, La Cappa, soffermandomi in particolare sul bio-liberismo che per molti versi si può leggere come un «libero-mortismo»: diritto al suicidio, all’aborto, all’uso della droga. Libera morte in libero Stato. gravi contraddizioni In quelle pagine ho sottolineato una contraddizione davvero stridente: la nostra società invoglia al bioliberismo assoluto nella sfera privata ma poi allarga sempre più il regime di sorveglianza sulla sfera pubblica, ora per motivi sanitari ora per motivi securitari, ora perché invade il campo libero delle opinioni, delle idee con prescrizioni e proscrizioni, codici di correttezza e censure applicate anche alla storia. Un controllo capillare, digitale, molecolare, a cui si unisce l’orizzonte coatto del politically correct e dei suoi santuari intoccabili. Sfogatevi nel privato, ma conformatevi nel pubblico: liberi di farsi e disfarsi, di coltivare l’erba voglio, ma poi coatti, vigilati e conformati nel nuovo sistema globalitario. Bioliberismo in un regime illibertario. Bel mostro, vi pare?
Il soprano Lidia Fridman (Lady Macbeth) e il baritono Luca Micheletti (Macbeth) scavano nei personaggi del capolavoro di Giuseppe Verdi alla vigilia della Prima al Teatro Regio di Torino. Dirige il Maestro Riccardo Muti, regia di Chiara Muti
Ansa
Il bambino di due anni è morto questa mattina al Monaldi dopo settimane in terapia intensiva. Il cuore impiantato il 23 dicembre era risultato danneggiato durante il trasporto. La Procura di Napoli indaga sei sanitari e dispone l’autopsia. La madre: «Non deve essere dimenticato».
Alle 9.20 di questa mattina il cuore del piccolo Domenico ha cessato di battere. Il bambino di due anni ricoverato all’ospedale Monaldi di Napoli, sottoposto il 23 dicembre scorso a un trapianto rivelatosi poi compromesso, non ce l’ha fatta. Dopo settimane trascorse in terapia intensiva, sostenuto dall’Ecmo e assistito da un’équipe multidisciplinare, il quadro clinico si è aggravato in modo irreversibile nelle ultime ore.
La telefonata alla madre è arrivata prima dell’alba. Un invito a correre in ospedale. Poco dopo, accanto al letto del piccolo, si sono riuniti i familiari. Nei giorni precedenti, d’intesa con i medici, era stato stabilito che non si sarebbe proceduto con ulteriori manovre invasive in caso di arresto cardiaco, evitando un prolungamento artificiale delle sofferenze. Il decesso è stato constatato in mattinata. In una nota ufficiale, l’Azienda Ospedaliera dei Colli ha parlato di «improvviso e irreversibile peggioramento delle condizioni cliniche», esprimendo cordoglio e vicinanza alla famiglia. Nel reparto di cardiochirurgia è arrivato anche l’arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia, per un momento di preghiera e per impartire l’estrema unzione.
La vicenda che ha tenuto con il fiato sospeso l’opinione pubblica prende avvio alla vigilia di Natale. Il cuore destinato a Domenico, proveniente da Bolzano, sarebbe stato danneggiato durante il trasporto a causa del contatto con ghiaccio secco. L’organo, impiantato il 23 dicembre, non ha mai ripreso una funzionalità adeguata. Dopo il fallimento dell’intervento, il bambino è rimasto in condizioni critiche, collegato per settimane all’Ecmo, la macchina per l’ossigenazione e la circolazione extracorporea, presidio salvavita che nel tempo ha però inciso pesantemente sugli altri organi. Un secondo trapianto era stato valutato, ma i medici hanno escluso che vi fossero le condizioni per affrontarlo. L’organo compatibile disponibile nei giorni scorsi è stato così assegnato a un altro bambino inserito nella lista nazionale d’urgenza. Da allora il decorso è rimasto segnato da un equilibrio sempre più fragile, fino all’epilogo di questa mattina. Sul piano giudiziario, la Procura di Napoli ha aperto un’inchiesta per fare luce sull’intera filiera del trapianto e sulle modalità di conservazione e trasporto dell’organo. Sei sanitari risultano indagati: l’ipotesi di reato, alla luce del decesso, è ora quella di omicidio colposo. Gli inquirenti disporranno il sequestro della salma per l’autopsia; il muscolo cardiaco sarà sottoposto ad accertamenti tecnici. In parallelo è in corso un’indagine interna amministrativa.
La madre, Patrizia, affida alle parole pronunciate tra le lacrime un impegno: il nome di Domenico, dice, non dovrà essere dimenticato. L’intenzione è quella di dare vita a una fondazione che sostenga i bambini in attesa di trapianto e metta in guardia da raccolte fondi non autorizzate, già comparse online nelle ultime settimane.
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Fabrizio Gifuni è Enzo Tortora nella serie «Portobello» diretta da Marco Bellocchio (Ansa/Warner Bros)
Sei episodi di un’ora ciascuno, interpretati da un cast straordinario, forgiato dall’autore di Buongiorno, notte ed Esterno notte, serie tv tratte da altrettanti film. Ripulito della visionarietà che appesantiva i precedenti lavori, Portobello è un’opera molto riuscita, che rispetta la storia del grande caso italiano, Quando l’Italia perse la faccia, per dirla ancora con Della Valle, e hai voglia a tenerti distante dall’atavico e più che mai attuale dissidio tra politica e magistratura. Il caso Tortora fu lo sfondo non solo emotivo sul quale l’8 e 9 novembre 1987 si votò per il referendum che ampliò la responsabilità civile dei giudici (80% di Sì, ma rimasto lettera morta). E ora, a 39 anni dal ritorno in onda, il 20 febbraio 1987, dopo l’assoluzione del conduttore con il celebre «dove eravamo rimasti», questo «orrore» approda sulle nostre televisioni alla vigilia di un’altra, catalizzante, consultazione referendaria. Intervistato da Marco Damilano su Rai 3, Bellocchio ha ammesso che la serie sarà tirata per la giacchetta dagli schieramenti in campo nel referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ma, dopo aver premesso che non avrebbe rivelato come voterà, ha auspicato che serva a discutere «nel merito della riforma, oltre le polarizzazioni».
Intanto, l’opera parla abbondantemente da sola. Il caso Tortora fu un obbrobrio etico perché conseguenza di una mentalità e di un modus operandi. Anzi, forse di un’antropologia. L’arroganza produce sciatteria, la presunzione determina superficialità (quanti esempi anche in altri campi). Bastano pochi appigli per suffragare un’accusa e avvalorare una condanna. Solo che, così facendo, si nuota inconsapevolmente nella bolla di un teorema, senza avvertire il bisogno di trovare conferme alle delazioni.
Dalla vertiginosa ascesa fino ai 28 milioni di telespettatori, ipnotizzati dal pappagallo del «mercatino del venerdì» che regalò enorme popolarità a Tortora, alle calunnie di una schiera di pentiti che lo fecero arrestare il 17 giugno 1983 con l’accusa di associazione camorristica e traffico di stupefacenti, fino alla tardiva assoluzione dopo la candidatura all’Europarlamento con il Pr di Marco Pannella, al breve ritorno in onda prima della morte 11 mesi dopo, per raccontare la solitudine dell’uomo di fronte al Leviatano, Bellocchio scolpisce tre nuclei protagonisti della storia: Tortora e la sua famiglia di donne, la batteria dei pentiti e accusatori e il manipolo di magistrati inquirenti.
In ottima forma a 86 anni, frenati certi rigurgiti ideologici, dirige con maestria Fabrizio Gifuni nel ruolo del protagonista, riproposto nelle posture e nelle inflessioni genovesi, Barbora Bobulova nelle vesti della sorella Anna, Romana Maggiora Vergano in quelle dell’amante Francesca Scopelliti, Lino Musella, il camorrista dissociato e allucinato Giovanni Pandico, Giovanni Buselli nella parte di Gianni Melluso detto «il bello», altro accusatore impenitente, poi Massimiliano Rossi che fa Pasquale Barra, 66 assassinii mandato da Raffaele Cutolo, Alessandro Preziosi, il giudice istruttore Giorgio Fontana, Fausto Russo Alesi, il pubblico ministero Diego Marmo, Salvatore D’Onofrio, il giudice a latere dell’appello Michele Morello, Paolo Pierobon, l’avvocato Alberto Dall’Ora e Davide Mancini lo stesso Della Valle, mentre solo Tommaso Ragno, Marco Pannella, appare un filo fuori fuoco.
Tre piccole comunità di persone dipinte con grande padronanza di strumenti, dalla fotografia alle scelte linguistiche, dalle inquadrature alle pillole di filmati dell’epoca nel backstage del programma Rai, laboratorio di mezza televisione dei decenni a venire. Soprattutto, tratteggiate da alcune trovate geniali dentro un racconto imperdibile. L’introspezione di Tortora, signore mite e colto che votava Partito liberale, ma in tv esaltava la provincia italiana e per questo inviso agli intellettuali engagé («Cosa c’è che non va nei buoni sentimenti?», chiede alla giornalista che glieli rinfaccia). Il suo autocontrollo quando dal vertice del successo precipita nell’inferno del carcere. La scena potente dell’ora d’aria, rapato a zero, sulle note di Jesahel dei Delirium del genovese Ivano Fossati, molto evocativa sebbene antecedente di 12 anni. Il dialogo telefonico con la madre, appena giunto agli arresti domiciliari dopo mesi di frustrazione: «Perché proprio a me, tra cinque miliardi di esseri umani sulla terra?»; «Enzo, non ti montare la testa. Mangia e riposa. Io continuerò a pregare per te anche se sei un miscredente»; «Hai ragione, mamma. Tu sai sempre riportarmi con i piedi per terra». I ritratti ad alta definizione dei pentiti cutoliani ed ex cutoliani, interpretati da bravissimi caratteristi. Il confronto al dibattimento come un derby dei belli della criminalità tra Melluso e Renato Vallanzasca. Meno profilati sembrano i magistrati, anche se abbozzati con sagaci tocchi di regia. Il pm Lucio Di Pietro (Gennaro Apicella) sempre schermato da occhiali da sole fumé e Diego Marmo che si accarezza i capelli con un pettine tascabile e sparisce durante l’arringa della difesa. Il resto lo fanno gli incubi dello stesso Tortora, le toghe mascherate da Pulcinella, come lui li appellava nei suoi scritti, e il gigantesco castello di carte che lo ritraggono presunto colpevole. Dopo la condanna, i cronisti festeggiano a cena con canti e brindisi, «ce lo siamo tolto dai c…».
Il fatto che i magistrati del processo di primo grado fecero tutti carriera e che non la fece, invece, Morello, il giudice dell’Appello che cercò i riscontri probatori delle rivelazioni fino a far assolvere Tortora, dimostra che non si trattò solo di un errore. Ma dell’azione di una casta protetta da un sistema, per dirla con Luca Palamara e Alessandro Sallusti, basato sulle correnti e sulle reciprocità della categoria. «Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato», recita l’incipit di Il processo di Franz Kafka. Ma qualcun altro, molti altri, potenti, decisero di credere pedissequamente a quelle calunnie. Forse ce n’è abbastanza per non scartare a priori l’idea del test psicoattitudinale per chi si accinge a una professione tanto delicata.
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