True
2023-05-09
La Germania studia un maxi sussidio per le bollette delle grandi imprese
Olaf Scholz (Ansa)
Il ministero dell’Economia tedesco è intenzionato a introdurre un sussidio per le grandi imprese energivore, imponendo un prezzo industriale dell’energia elettrica, fisso e pari a 60 euro/MWh. Nelle intenzioni, il provvedimento è teso a restituire competitività alle imprese tedesche, soprattutto a quelle manifatturiere, vittime del disastroso boom dei prezzi dell’energia verificatosi lo scorso anno.
Si tratta di una proposta che aleggiava da tempo e che era relativamente attesa, dopo che già lo scorso autunno il cancelliere Olaf Scholz aveva proposto un pacchetto di aiuti da quasi 200 miliardi di euro per la Germania. Criticatissimo all’epoca, soprattutto per l’atteggiamento da Marchese del Grillo adottato nei confronti dei partner europei («Io so’ io, e voi…»), alla fine il fondo per gli aiuti fu approvato ma non utilizzato completamente. In complesso, secondo l’Istituto Bruegel, tra il settembre 2021 e il gennaio 2023 la Germania, al fine di mitigare gli effetti della crisi energetica, ha allocato fondi pubblici per 264 miliardi di euro, pari a 7,4 punti di Pil. L’Italia ha stanziato nello stesso periodo poco più di un terzo circa di tale cifra, ovvero 92,7 miliardi di euro, pari al 5,2% del Pil. La Francia mostra cifre simili all’Italia in valore assoluto: 92,1 miliardi, pari in questo caso al 3,7% del Pil francese.
La proposta di questi giorni arriva direttamente dal ministro dell’Economia e dell’azione per il clima, il Verde Robert Habeck. Si tratta di una misura asimmetrica, che avvantaggerà le grandi imprese a discapito delle famiglie e delle piccole imprese. Questa non è una novità, per il sistema ordoliberale tedesco, che si basa proprio su questo: limitare la domanda interna, cioè i consumi delle famiglie, e privilegiare la competitività delle imprese, soprattutto quelle più dedicate all’export. Il sistema dei prezzi dell’energia elettrica e dei relativi carichi fiscali e para-fiscali (come gli oneri di sistema) è già sbilanciato in modo tale da favorire le imprese a discapito delle famiglie. In questo caso, si tratterebbe di un vero e proprio prezzo fisso di 6 eurocent al kilowattora (60 euro/MWh) fino al 2030, data in cui, secondo Habeck, le fonti rinnovabili saranno sviluppate tanto da consentire un calo strutturale dei prezzi dell’energia. Secondo il ministro tedesco, si tratterebbe di un ponte necessario alla competitività di quella industria di base che è responsabile del 76% dei consumi di energia elettrica e che allo stesso tempo rappresenta il 20% del Pil tedesco e il 15% dell’occupazione. Nella visione del leader dei Verdi, si tratta anche di evitare la delocalizzazione di imprese tedesche che potrebbero trovare vantaggioso trasferire altrove le produzioni, in Paesi in cui l’energia costa meno.
Il costo stimato della misura, a prezzi attuali, sarebbe di circa 25-30 miliardi di euro per i sei anni del programma. Il meccanismo sarebbe legato al prezzo spot, funzionando quindi come uno swap (prezzo fisso contro prezzo variabile). Il consumatore (grande azienda energivora) si approvvigionerà di energia elettrica da un qualunque fornitore a un prezzo indicizzato a mercato spot, cioè al mercato giornaliero. Se il prezzo spot di un giorno supera i 60 euro/MWh (per esempio 85 euro/MWh) sarà il meccanismo di sussidio a versare la differenza al fornitore (25 euro/MWh), mentre il cliente pagherà 60 euro/MWh al fornitore. Questo varrà per l’80% dei consumi.
Nella bozza del documento circolata, Habeck (bontà sua) si è poi dichiarato consapevole del fatto che i partner europei possono vedere l’iniziativa tedesca come distorsiva della concorrenza nel mercato interno. Per questo, il governo tedesco, a detta di Habeck, vorrebbe «entrare in uno scambio costruttivo con la Commissione europea su tutte le questioni rilevanti per la concorrenza della proposta». La bozza si spinge sino alla creazione di un fondo simile al Sure, che potrebbe essere utilizzato da tutti i paesi dell’Unione per avviare meccanismi simili.
Naturalmente, le imprese tedesche si sono dichiarate elettrizzate dall’idea. L’Amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, aveva già chiesto al governo di intervenire per mantenere i prezzi dell’energia sotto i 7 centesimi a kilowattora, limite sopra il quale l’industria europea non è competitiva.
Ha pensato il ministro delle finanze, il liberale Christian Lindner, a smorzare gli entusiasmi. Già venerdì scorso un portavoce del ministero delle finanze aveva affermato laconicamente che «non esistono fondi per questo progetto». Poi il ministro stesso, in un articolo su Handelsblatt, ha bollato il sussidio come imprudente e contraddittorio. Anche dalla cancelleria di Olaf Scholz trapela un certo distacco dall’iniziativa dei Verdi, che suona come una sconfessione dell’operato del ministro dell’Economia.
Le incomprensioni e le dispute all’interno del governo di coalizione sembrano proseguire, insomma. A meno che si tratti di una strategia, che consiste nel lanciare il sasso ed aspettare per vedere cosa succede. Non sarebbe la prima volta.
Consulta «sovrana» pure sul green
Pensavate si accontentassero di licenziare una legge elettorale o di stabilire le condizioni di legittimità del suicidio assistito? Ingenui. I fini giuristi del nostro tempo hanno deciso che il ruolo delle Corti costituzionali non è di tutelare le Costituzioni esistenti, bensì di «dinamizzare» l’ordinamento. Insomma, i giudici non vogliono più solo fare i custodi delle leggi; li leggi vogliono proprio farle. E la religione ecologista, in questo senso, apre delle praterie.
Ne è la prova il resoconto del convegno ospitato dalla Consulta tedesca a Berlino, il 4 e il 5 maggio, sul ruolo delle Corti europee davanti alla sfida del cambiamento climatico. Per quella italiana, erano presenti la presidente Silvana Sciarra e il giudice Marco D’Alberti. Stando al resoconto diffuso dalla Corte stessa, la Sciarra ha collegato la questione del climate change a quella del «rispetto dei principi democratici». E già qui sorge qualche perplessità, se è vero che molti dei magistrati che erano all’evento «si sono espressi a favore di un ruolo attivo delle Corti costituzionali, quando si discute di diritti fondamentali della persona». Va bene che, come hanno ammesso gli esperti, bisogna far salva la «discrezionalità del legislatore», ma se di democrazia stiamo parlando, viene spontanea una domanda: chi ha eletto i giudici costituzionali? Donde deriva la loro legittimazione a oltrepassare la funzione di guardiani della Carta, intervenendo con decisioni in tutto e per tutto politiche?
L’esperienza dell’obbligo vaccinale contribuisce a gettare una luce sinistra sulla tesi della Sciarra, a proposito della «centralità dei dati scientifici nell’affrontare il tema dei cambiamenti climatici». I «dati affidabili», stando alla presidente nominata in quota pd, sarebbero «quelli che provengono da istituzioni indipendenti e imparziali». Ma chi valuta il grado di imparzialità di un’agenzia? Basta che chi si pronuncia rappresenti un’autorità pubblica? Così è stato, nel caso del decreto di Mario Draghi sulla puntura anti Covid ai sanitari. Eppure, i pareri dell’Iss e dell’Aifa, alle quali la Corte ha fatto pedissequo riferimento, erano parziali e imprecisi. Senza contare le inchieste giornalistiche che hanno dimostrato le omissioni dell’ente regolatore, quando era venuto a conoscenza dei flop dei vaccini nella prevenzione del contagio (fine primario indicato dalla legge), o dei loro potenziali effetti avversi. I verdetti della «scienza ufficiale», benché discutibili, sono stati presi per oro colato.
Per il green vale un discorso simile. Proprio ieri, sulla Verità, abbiamo elencato i soggetti, tra lobby e Ong, tutt’altro che imparziali, i quali influenzano le politiche ecologiste dell’Ue. Come si orienterebbe la Consulta, dinanzi a una normativa approvata in virtù di stime e previsioni che hanno elaborato associazioni americane d’ispirazione liberal? Imparziali pure quelle?
Di nuovo, diventa cruciale il richiamo alla democrazia. Chi ha conferito al collegio la facoltà di determinare cosa sia scienza affidabile e cosa no? Perché una toga dovrebbe conferire patenti di attendibilità? Chi la legittima e chi le trasmette le capacità per esaminare adeguatamente una materia che le è aliena? I «competenti» sono diventati direttamente onniscienti?
La Sciarra ha anche sostenuto che le Corti devono «valutare con sempre maggiore puntualità la ragionevolezza delle scelte legislative» e che i Parlamenti «devono misurarsi con le decisioni delle Corti costituzionali, oltre che con l’attendibilità dei dati scientifici». Se ci si aggiunge la riforma costituzionale green approvata lo scorso anno e citata dalla giurista, si vede che ci è stato stretto al collo l’ennesimo cappio. Formalmente, siamo autorizzati a votare forze politiche contrarie a una transizione ecologica traumatica;e possiamo mettere in discussione l’ortodossia accademica sul climate change; dopodiché, interverranno i giudici a correggere le nostre intemperanze di elettori insensibili ai diritti delle generazioni future. A mettere l’agenda verde - ricordiamo un’efficace espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo democratico». Ovviamente, nel nome della democrazia.
Continua a leggereRiduci
La proposta dell’ecologista Robert Habeck distorce la concorrenza e, per prevenire lagne, il ministro suggerisce un fondo Ue. Il governo è diviso, ma intanto ha erogato aiuti per 264 miliardi: rapportati al Pil, il doppio di noi.A un evento a Berlino con i colleghi europei, la presidente della Consulta Silvana Sciarra difende l’attivismo climatico della Corte e il diritto di stabilire cosa sia scienza. In nome della democrazia...Lo speciale contiene due articoli.Il ministero dell’Economia tedesco è intenzionato a introdurre un sussidio per le grandi imprese energivore, imponendo un prezzo industriale dell’energia elettrica, fisso e pari a 60 euro/MWh. Nelle intenzioni, il provvedimento è teso a restituire competitività alle imprese tedesche, soprattutto a quelle manifatturiere, vittime del disastroso boom dei prezzi dell’energia verificatosi lo scorso anno.Si tratta di una proposta che aleggiava da tempo e che era relativamente attesa, dopo che già lo scorso autunno il cancelliere Olaf Scholz aveva proposto un pacchetto di aiuti da quasi 200 miliardi di euro per la Germania. Criticatissimo all’epoca, soprattutto per l’atteggiamento da Marchese del Grillo adottato nei confronti dei partner europei («Io so’ io, e voi…»), alla fine il fondo per gli aiuti fu approvato ma non utilizzato completamente. In complesso, secondo l’Istituto Bruegel, tra il settembre 2021 e il gennaio 2023 la Germania, al fine di mitigare gli effetti della crisi energetica, ha allocato fondi pubblici per 264 miliardi di euro, pari a 7,4 punti di Pil. L’Italia ha stanziato nello stesso periodo poco più di un terzo circa di tale cifra, ovvero 92,7 miliardi di euro, pari al 5,2% del Pil. La Francia mostra cifre simili all’Italia in valore assoluto: 92,1 miliardi, pari in questo caso al 3,7% del Pil francese.La proposta di questi giorni arriva direttamente dal ministro dell’Economia e dell’azione per il clima, il Verde Robert Habeck. Si tratta di una misura asimmetrica, che avvantaggerà le grandi imprese a discapito delle famiglie e delle piccole imprese. Questa non è una novità, per il sistema ordoliberale tedesco, che si basa proprio su questo: limitare la domanda interna, cioè i consumi delle famiglie, e privilegiare la competitività delle imprese, soprattutto quelle più dedicate all’export. Il sistema dei prezzi dell’energia elettrica e dei relativi carichi fiscali e para-fiscali (come gli oneri di sistema) è già sbilanciato in modo tale da favorire le imprese a discapito delle famiglie. In questo caso, si tratterebbe di un vero e proprio prezzo fisso di 6 eurocent al kilowattora (60 euro/MWh) fino al 2030, data in cui, secondo Habeck, le fonti rinnovabili saranno sviluppate tanto da consentire un calo strutturale dei prezzi dell’energia. Secondo il ministro tedesco, si tratterebbe di un ponte necessario alla competitività di quella industria di base che è responsabile del 76% dei consumi di energia elettrica e che allo stesso tempo rappresenta il 20% del Pil tedesco e il 15% dell’occupazione. Nella visione del leader dei Verdi, si tratta anche di evitare la delocalizzazione di imprese tedesche che potrebbero trovare vantaggioso trasferire altrove le produzioni, in Paesi in cui l’energia costa meno.Il costo stimato della misura, a prezzi attuali, sarebbe di circa 25-30 miliardi di euro per i sei anni del programma. Il meccanismo sarebbe legato al prezzo spot, funzionando quindi come uno swap (prezzo fisso contro prezzo variabile). Il consumatore (grande azienda energivora) si approvvigionerà di energia elettrica da un qualunque fornitore a un prezzo indicizzato a mercato spot, cioè al mercato giornaliero. Se il prezzo spot di un giorno supera i 60 euro/MWh (per esempio 85 euro/MWh) sarà il meccanismo di sussidio a versare la differenza al fornitore (25 euro/MWh), mentre il cliente pagherà 60 euro/MWh al fornitore. Questo varrà per l’80% dei consumi.Nella bozza del documento circolata, Habeck (bontà sua) si è poi dichiarato consapevole del fatto che i partner europei possono vedere l’iniziativa tedesca come distorsiva della concorrenza nel mercato interno. Per questo, il governo tedesco, a detta di Habeck, vorrebbe «entrare in uno scambio costruttivo con la Commissione europea su tutte le questioni rilevanti per la concorrenza della proposta». La bozza si spinge sino alla creazione di un fondo simile al Sure, che potrebbe essere utilizzato da tutti i paesi dell’Unione per avviare meccanismi simili.Naturalmente, le imprese tedesche si sono dichiarate elettrizzate dall’idea. L’Amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, aveva già chiesto al governo di intervenire per mantenere i prezzi dell’energia sotto i 7 centesimi a kilowattora, limite sopra il quale l’industria europea non è competitiva.Ha pensato il ministro delle finanze, il liberale Christian Lindner, a smorzare gli entusiasmi. Già venerdì scorso un portavoce del ministero delle finanze aveva affermato laconicamente che «non esistono fondi per questo progetto». Poi il ministro stesso, in un articolo su Handelsblatt, ha bollato il sussidio come imprudente e contraddittorio. Anche dalla cancelleria di Olaf Scholz trapela un certo distacco dall’iniziativa dei Verdi, che suona come una sconfessione dell’operato del ministro dell’Economia.Le incomprensioni e le dispute all’interno del governo di coalizione sembrano proseguire, insomma. A meno che si tratti di una strategia, che consiste nel lanciare il sasso ed aspettare per vedere cosa succede. Non sarebbe la prima volta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-sussidio-bollette-grandi-imprese-2659980050.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="consulta-sovrana-pure-sul-green" data-post-id="2659980050" data-published-at="1683568836" data-use-pagination="False"> Consulta «sovrana» pure sul green Pensavate si accontentassero di licenziare una legge elettorale o di stabilire le condizioni di legittimità del suicidio assistito? Ingenui. I fini giuristi del nostro tempo hanno deciso che il ruolo delle Corti costituzionali non è di tutelare le Costituzioni esistenti, bensì di «dinamizzare» l’ordinamento. Insomma, i giudici non vogliono più solo fare i custodi delle leggi; li leggi vogliono proprio farle. E la religione ecologista, in questo senso, apre delle praterie. Ne è la prova il resoconto del convegno ospitato dalla Consulta tedesca a Berlino, il 4 e il 5 maggio, sul ruolo delle Corti europee davanti alla sfida del cambiamento climatico. Per quella italiana, erano presenti la presidente Silvana Sciarra e il giudice Marco D’Alberti. Stando al resoconto diffuso dalla Corte stessa, la Sciarra ha collegato la questione del climate change a quella del «rispetto dei principi democratici». E già qui sorge qualche perplessità, se è vero che molti dei magistrati che erano all’evento «si sono espressi a favore di un ruolo attivo delle Corti costituzionali, quando si discute di diritti fondamentali della persona». Va bene che, come hanno ammesso gli esperti, bisogna far salva la «discrezionalità del legislatore», ma se di democrazia stiamo parlando, viene spontanea una domanda: chi ha eletto i giudici costituzionali? Donde deriva la loro legittimazione a oltrepassare la funzione di guardiani della Carta, intervenendo con decisioni in tutto e per tutto politiche? L’esperienza dell’obbligo vaccinale contribuisce a gettare una luce sinistra sulla tesi della Sciarra, a proposito della «centralità dei dati scientifici nell’affrontare il tema dei cambiamenti climatici». I «dati affidabili», stando alla presidente nominata in quota pd, sarebbero «quelli che provengono da istituzioni indipendenti e imparziali». Ma chi valuta il grado di imparzialità di un’agenzia? Basta che chi si pronuncia rappresenti un’autorità pubblica? Così è stato, nel caso del decreto di Mario Draghi sulla puntura anti Covid ai sanitari. Eppure, i pareri dell’Iss e dell’Aifa, alle quali la Corte ha fatto pedissequo riferimento, erano parziali e imprecisi. Senza contare le inchieste giornalistiche che hanno dimostrato le omissioni dell’ente regolatore, quando era venuto a conoscenza dei flop dei vaccini nella prevenzione del contagio (fine primario indicato dalla legge), o dei loro potenziali effetti avversi. I verdetti della «scienza ufficiale», benché discutibili, sono stati presi per oro colato. Per il green vale un discorso simile. Proprio ieri, sulla Verità, abbiamo elencato i soggetti, tra lobby e Ong, tutt’altro che imparziali, i quali influenzano le politiche ecologiste dell’Ue. Come si orienterebbe la Consulta, dinanzi a una normativa approvata in virtù di stime e previsioni che hanno elaborato associazioni americane d’ispirazione liberal? Imparziali pure quelle? Di nuovo, diventa cruciale il richiamo alla democrazia. Chi ha conferito al collegio la facoltà di determinare cosa sia scienza affidabile e cosa no? Perché una toga dovrebbe conferire patenti di attendibilità? Chi la legittima e chi le trasmette le capacità per esaminare adeguatamente una materia che le è aliena? I «competenti» sono diventati direttamente onniscienti? La Sciarra ha anche sostenuto che le Corti devono «valutare con sempre maggiore puntualità la ragionevolezza delle scelte legislative» e che i Parlamenti «devono misurarsi con le decisioni delle Corti costituzionali, oltre che con l’attendibilità dei dati scientifici». Se ci si aggiunge la riforma costituzionale green approvata lo scorso anno e citata dalla giurista, si vede che ci è stato stretto al collo l’ennesimo cappio. Formalmente, siamo autorizzati a votare forze politiche contrarie a una transizione ecologica traumatica;e possiamo mettere in discussione l’ortodossia accademica sul climate change; dopodiché, interverranno i giudici a correggere le nostre intemperanze di elettori insensibili ai diritti delle generazioni future. A mettere l’agenda verde - ricordiamo un’efficace espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo democratico». Ovviamente, nel nome della democrazia.
Il «Norge», pilotato da Umberto Nobile e protagonista del primo volo transartico (Getty Images)
Erano le 13:20 (ora italiana) del 17 maggio 2026 quando nel cielo di Teller, in Alaska, comparve la grande sagoma grigia di un dirigibile. Nel villaggio di pescatori affacciato sullo stretto di Bering. L’aeronave era il norvegese «Norge», che aveva appena portato a termine l’impresa pionieristica del primo volo transartico della storia dell’aviazione.
Il «Norge», pur mostrando le insegne norvegesi, era un capolavoro dell’industria aeronautica italiana e del suo progettista, Umberto Nobile, a bordo del dirigibile assieme all’esploratore Roald Amundsen, al finanziatore americano ed esploratore Lincoln Ellsworth e ad altri 14 membri dell’equipaggio.
Umberto Nobile, ingegnere aeronautico e pioniere dei dirigibili, aveva progettato il dirigibile semirigido inizialmente battezzato N-1, convinto della maggiore affidabilità e praticità dei rigidi Zeppelin, ritenendo che quel tipo di configurazione fosse adatta a lunghe percorrenze necessarie nelle esplorazioni geografiche. Particolarmente interessato al progetto si mostrò sin da subito l’esploratore norvegese Roald Amundsen, che nel 1906 attraversò il Passaggio a Nord-Ovest e nel 1911 raggiunse il Polo Sud. L’Artico invece era ancora una terra da studiare, nonostante diverse spedizioni avessero dichiarato di averlo raggiunto, ma senza prove certe. Il dirigibile di Nobile, per le sue caratteristiche, sembrava il mezzo ideale per testimoniare la conquista del Polo Nord conducendo anche esperimenti scientifici durante il lento sorvolo. Alla metà degli anni Venti, il dirigibile N-1 era quanto di meglio potesse offrire la tecnologia nel campo dei dirigibili, sviluppata rapidamente durante la Grande Guerra. L’aeronave di Nobile (originariamente fornita delle marche civili I-SAAN) aveva una grande autonomia, a differenza degli aerei dell’epoca, e spazio sufficiente nella navicella per poter ospitare una spedizione scientifica al completo. Spinto da 3 motori Maybach per un totale di 725 Cv, il Norge poteva mantenere la buona velocità di crociera di 93 km/h. Lungo 106 metri e largo 18, era riempito con 19.000 metri cubi di idrogeno. La sua autonomia era la punta di diamante: circa 5.300 km.
Queste caratteristiche spinsero Amundsen a scegliere il dirigibile di Nobile come mezzo ideale per la spedizione norvegese e, grazie al finanziamento di Ellsworth (che prese parte al viaggio transartico) l’italiano N-1 fu acquistato dall’Aero Club norvegese, che lo ribattezzò richiamando il nome del Paese di Amundsen.
Il trasferimento verso il luogo di partenza della spedizione avvenne da Roma, dove Nobile fece alzare in volo il dirigibile il 10 aprile 1926 per un lunghissimo viaggio a tappe, che servì anche per la messa a punto dell’aeronave. Il Norge toccò l’Inghilterra, Oslo, Leningrado per giungere a Ny Alėsund alle Svalbard, dove era stata stabilita la base di partenza della spedizione. Dopo un periodo di acclimatamento di equipaggio e della struttura del dirigibile alle temperature polari, il volo iniziò l’11 maggio 1926. Alle prime ore del giorno 12 maggio Nobile, Amundsen e il resto dell’equipaggio videro sotto la navicella del dirigibile il Polo Nord e lanciarono sulla superficie gelata le bandiere italiana, norvegese e americana. L’impresa era riuscita, supportata dalle prove scientifiche e fotografiche che l’equipaggio portò con sé. La navigazione durò altri 5 giorni, i più difficili per i venti artici che mandavano il Norge fuori rotta e per l’assoluta mancanza di punti di riferimento, oltre alla necessità di un monitoraggio continuo dell’efficienza dei tre motori sottoposti a temperature estreme e all’aggressione del ghiaccio. L’abilità di Nobile nel governare la sua creazione fu determinante per la riuscita dell’impresa storica e il 13 maggio la costa dell’Alaska comparve di fronte alla prua. Il 14, il Norge attraccò finalmente a Teller.
Nei mesi successivi, tra l’entusiasmo della stampa mondiale, Nobile e Amundsen ebbero decisi attriti sulla paternità dell’impresa: il norvegese considerava il costruttore del dirigibile un semplice accompagnatore mentre Nobile considerava Amundsen poco più di un osservatore durante la difficile traversata. Per questo Nobile, promosso al grado di generale dopo la conquista aerea del Polo Nord, sfidò nuovamente l’Artide con la tragica impresa del dirigibile «Italia» (in risposta al «Norge» - Norvegia). Roald Amundsen perderà la vita precipitando nelle acque del mare di Barents con un idrovolante il 18 giugno 1928, mentre partecipava alla ricerca dei superstiti del dirigibile italiano, tra cui il compagno-rivale Umberto Nobile.
Continua a leggereRiduci