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2023-05-09
La Germania studia un maxi sussidio per le bollette delle grandi imprese
Olaf Scholz (Ansa)
Il ministero dell’Economia tedesco è intenzionato a introdurre un sussidio per le grandi imprese energivore, imponendo un prezzo industriale dell’energia elettrica, fisso e pari a 60 euro/MWh. Nelle intenzioni, il provvedimento è teso a restituire competitività alle imprese tedesche, soprattutto a quelle manifatturiere, vittime del disastroso boom dei prezzi dell’energia verificatosi lo scorso anno.
Si tratta di una proposta che aleggiava da tempo e che era relativamente attesa, dopo che già lo scorso autunno il cancelliere Olaf Scholz aveva proposto un pacchetto di aiuti da quasi 200 miliardi di euro per la Germania. Criticatissimo all’epoca, soprattutto per l’atteggiamento da Marchese del Grillo adottato nei confronti dei partner europei («Io so’ io, e voi…»), alla fine il fondo per gli aiuti fu approvato ma non utilizzato completamente. In complesso, secondo l’Istituto Bruegel, tra il settembre 2021 e il gennaio 2023 la Germania, al fine di mitigare gli effetti della crisi energetica, ha allocato fondi pubblici per 264 miliardi di euro, pari a 7,4 punti di Pil. L’Italia ha stanziato nello stesso periodo poco più di un terzo circa di tale cifra, ovvero 92,7 miliardi di euro, pari al 5,2% del Pil. La Francia mostra cifre simili all’Italia in valore assoluto: 92,1 miliardi, pari in questo caso al 3,7% del Pil francese.
La proposta di questi giorni arriva direttamente dal ministro dell’Economia e dell’azione per il clima, il Verde Robert Habeck. Si tratta di una misura asimmetrica, che avvantaggerà le grandi imprese a discapito delle famiglie e delle piccole imprese. Questa non è una novità, per il sistema ordoliberale tedesco, che si basa proprio su questo: limitare la domanda interna, cioè i consumi delle famiglie, e privilegiare la competitività delle imprese, soprattutto quelle più dedicate all’export. Il sistema dei prezzi dell’energia elettrica e dei relativi carichi fiscali e para-fiscali (come gli oneri di sistema) è già sbilanciato in modo tale da favorire le imprese a discapito delle famiglie. In questo caso, si tratterebbe di un vero e proprio prezzo fisso di 6 eurocent al kilowattora (60 euro/MWh) fino al 2030, data in cui, secondo Habeck, le fonti rinnovabili saranno sviluppate tanto da consentire un calo strutturale dei prezzi dell’energia. Secondo il ministro tedesco, si tratterebbe di un ponte necessario alla competitività di quella industria di base che è responsabile del 76% dei consumi di energia elettrica e che allo stesso tempo rappresenta il 20% del Pil tedesco e il 15% dell’occupazione. Nella visione del leader dei Verdi, si tratta anche di evitare la delocalizzazione di imprese tedesche che potrebbero trovare vantaggioso trasferire altrove le produzioni, in Paesi in cui l’energia costa meno.
Il costo stimato della misura, a prezzi attuali, sarebbe di circa 25-30 miliardi di euro per i sei anni del programma. Il meccanismo sarebbe legato al prezzo spot, funzionando quindi come uno swap (prezzo fisso contro prezzo variabile). Il consumatore (grande azienda energivora) si approvvigionerà di energia elettrica da un qualunque fornitore a un prezzo indicizzato a mercato spot, cioè al mercato giornaliero. Se il prezzo spot di un giorno supera i 60 euro/MWh (per esempio 85 euro/MWh) sarà il meccanismo di sussidio a versare la differenza al fornitore (25 euro/MWh), mentre il cliente pagherà 60 euro/MWh al fornitore. Questo varrà per l’80% dei consumi.
Nella bozza del documento circolata, Habeck (bontà sua) si è poi dichiarato consapevole del fatto che i partner europei possono vedere l’iniziativa tedesca come distorsiva della concorrenza nel mercato interno. Per questo, il governo tedesco, a detta di Habeck, vorrebbe «entrare in uno scambio costruttivo con la Commissione europea su tutte le questioni rilevanti per la concorrenza della proposta». La bozza si spinge sino alla creazione di un fondo simile al Sure, che potrebbe essere utilizzato da tutti i paesi dell’Unione per avviare meccanismi simili.
Naturalmente, le imprese tedesche si sono dichiarate elettrizzate dall’idea. L’Amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, aveva già chiesto al governo di intervenire per mantenere i prezzi dell’energia sotto i 7 centesimi a kilowattora, limite sopra il quale l’industria europea non è competitiva.
Ha pensato il ministro delle finanze, il liberale Christian Lindner, a smorzare gli entusiasmi. Già venerdì scorso un portavoce del ministero delle finanze aveva affermato laconicamente che «non esistono fondi per questo progetto». Poi il ministro stesso, in un articolo su Handelsblatt, ha bollato il sussidio come imprudente e contraddittorio. Anche dalla cancelleria di Olaf Scholz trapela un certo distacco dall’iniziativa dei Verdi, che suona come una sconfessione dell’operato del ministro dell’Economia.
Le incomprensioni e le dispute all’interno del governo di coalizione sembrano proseguire, insomma. A meno che si tratti di una strategia, che consiste nel lanciare il sasso ed aspettare per vedere cosa succede. Non sarebbe la prima volta.
Consulta «sovrana» pure sul green
Pensavate si accontentassero di licenziare una legge elettorale o di stabilire le condizioni di legittimità del suicidio assistito? Ingenui. I fini giuristi del nostro tempo hanno deciso che il ruolo delle Corti costituzionali non è di tutelare le Costituzioni esistenti, bensì di «dinamizzare» l’ordinamento. Insomma, i giudici non vogliono più solo fare i custodi delle leggi; li leggi vogliono proprio farle. E la religione ecologista, in questo senso, apre delle praterie.
Ne è la prova il resoconto del convegno ospitato dalla Consulta tedesca a Berlino, il 4 e il 5 maggio, sul ruolo delle Corti europee davanti alla sfida del cambiamento climatico. Per quella italiana, erano presenti la presidente Silvana Sciarra e il giudice Marco D’Alberti. Stando al resoconto diffuso dalla Corte stessa, la Sciarra ha collegato la questione del climate change a quella del «rispetto dei principi democratici». E già qui sorge qualche perplessità, se è vero che molti dei magistrati che erano all’evento «si sono espressi a favore di un ruolo attivo delle Corti costituzionali, quando si discute di diritti fondamentali della persona». Va bene che, come hanno ammesso gli esperti, bisogna far salva la «discrezionalità del legislatore», ma se di democrazia stiamo parlando, viene spontanea una domanda: chi ha eletto i giudici costituzionali? Donde deriva la loro legittimazione a oltrepassare la funzione di guardiani della Carta, intervenendo con decisioni in tutto e per tutto politiche?
L’esperienza dell’obbligo vaccinale contribuisce a gettare una luce sinistra sulla tesi della Sciarra, a proposito della «centralità dei dati scientifici nell’affrontare il tema dei cambiamenti climatici». I «dati affidabili», stando alla presidente nominata in quota pd, sarebbero «quelli che provengono da istituzioni indipendenti e imparziali». Ma chi valuta il grado di imparzialità di un’agenzia? Basta che chi si pronuncia rappresenti un’autorità pubblica? Così è stato, nel caso del decreto di Mario Draghi sulla puntura anti Covid ai sanitari. Eppure, i pareri dell’Iss e dell’Aifa, alle quali la Corte ha fatto pedissequo riferimento, erano parziali e imprecisi. Senza contare le inchieste giornalistiche che hanno dimostrato le omissioni dell’ente regolatore, quando era venuto a conoscenza dei flop dei vaccini nella prevenzione del contagio (fine primario indicato dalla legge), o dei loro potenziali effetti avversi. I verdetti della «scienza ufficiale», benché discutibili, sono stati presi per oro colato.
Per il green vale un discorso simile. Proprio ieri, sulla Verità, abbiamo elencato i soggetti, tra lobby e Ong, tutt’altro che imparziali, i quali influenzano le politiche ecologiste dell’Ue. Come si orienterebbe la Consulta, dinanzi a una normativa approvata in virtù di stime e previsioni che hanno elaborato associazioni americane d’ispirazione liberal? Imparziali pure quelle?
Di nuovo, diventa cruciale il richiamo alla democrazia. Chi ha conferito al collegio la facoltà di determinare cosa sia scienza affidabile e cosa no? Perché una toga dovrebbe conferire patenti di attendibilità? Chi la legittima e chi le trasmette le capacità per esaminare adeguatamente una materia che le è aliena? I «competenti» sono diventati direttamente onniscienti?
La Sciarra ha anche sostenuto che le Corti devono «valutare con sempre maggiore puntualità la ragionevolezza delle scelte legislative» e che i Parlamenti «devono misurarsi con le decisioni delle Corti costituzionali, oltre che con l’attendibilità dei dati scientifici». Se ci si aggiunge la riforma costituzionale green approvata lo scorso anno e citata dalla giurista, si vede che ci è stato stretto al collo l’ennesimo cappio. Formalmente, siamo autorizzati a votare forze politiche contrarie a una transizione ecologica traumatica;e possiamo mettere in discussione l’ortodossia accademica sul climate change; dopodiché, interverranno i giudici a correggere le nostre intemperanze di elettori insensibili ai diritti delle generazioni future. A mettere l’agenda verde - ricordiamo un’efficace espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo democratico». Ovviamente, nel nome della democrazia.
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La proposta dell’ecologista Robert Habeck distorce la concorrenza e, per prevenire lagne, il ministro suggerisce un fondo Ue. Il governo è diviso, ma intanto ha erogato aiuti per 264 miliardi: rapportati al Pil, il doppio di noi.A un evento a Berlino con i colleghi europei, la presidente della Consulta Silvana Sciarra difende l’attivismo climatico della Corte e il diritto di stabilire cosa sia scienza. In nome della democrazia...Lo speciale contiene due articoli.Il ministero dell’Economia tedesco è intenzionato a introdurre un sussidio per le grandi imprese energivore, imponendo un prezzo industriale dell’energia elettrica, fisso e pari a 60 euro/MWh. Nelle intenzioni, il provvedimento è teso a restituire competitività alle imprese tedesche, soprattutto a quelle manifatturiere, vittime del disastroso boom dei prezzi dell’energia verificatosi lo scorso anno.Si tratta di una proposta che aleggiava da tempo e che era relativamente attesa, dopo che già lo scorso autunno il cancelliere Olaf Scholz aveva proposto un pacchetto di aiuti da quasi 200 miliardi di euro per la Germania. Criticatissimo all’epoca, soprattutto per l’atteggiamento da Marchese del Grillo adottato nei confronti dei partner europei («Io so’ io, e voi…»), alla fine il fondo per gli aiuti fu approvato ma non utilizzato completamente. In complesso, secondo l’Istituto Bruegel, tra il settembre 2021 e il gennaio 2023 la Germania, al fine di mitigare gli effetti della crisi energetica, ha allocato fondi pubblici per 264 miliardi di euro, pari a 7,4 punti di Pil. L’Italia ha stanziato nello stesso periodo poco più di un terzo circa di tale cifra, ovvero 92,7 miliardi di euro, pari al 5,2% del Pil. La Francia mostra cifre simili all’Italia in valore assoluto: 92,1 miliardi, pari in questo caso al 3,7% del Pil francese.La proposta di questi giorni arriva direttamente dal ministro dell’Economia e dell’azione per il clima, il Verde Robert Habeck. Si tratta di una misura asimmetrica, che avvantaggerà le grandi imprese a discapito delle famiglie e delle piccole imprese. Questa non è una novità, per il sistema ordoliberale tedesco, che si basa proprio su questo: limitare la domanda interna, cioè i consumi delle famiglie, e privilegiare la competitività delle imprese, soprattutto quelle più dedicate all’export. Il sistema dei prezzi dell’energia elettrica e dei relativi carichi fiscali e para-fiscali (come gli oneri di sistema) è già sbilanciato in modo tale da favorire le imprese a discapito delle famiglie. In questo caso, si tratterebbe di un vero e proprio prezzo fisso di 6 eurocent al kilowattora (60 euro/MWh) fino al 2030, data in cui, secondo Habeck, le fonti rinnovabili saranno sviluppate tanto da consentire un calo strutturale dei prezzi dell’energia. Secondo il ministro tedesco, si tratterebbe di un ponte necessario alla competitività di quella industria di base che è responsabile del 76% dei consumi di energia elettrica e che allo stesso tempo rappresenta il 20% del Pil tedesco e il 15% dell’occupazione. Nella visione del leader dei Verdi, si tratta anche di evitare la delocalizzazione di imprese tedesche che potrebbero trovare vantaggioso trasferire altrove le produzioni, in Paesi in cui l’energia costa meno.Il costo stimato della misura, a prezzi attuali, sarebbe di circa 25-30 miliardi di euro per i sei anni del programma. Il meccanismo sarebbe legato al prezzo spot, funzionando quindi come uno swap (prezzo fisso contro prezzo variabile). Il consumatore (grande azienda energivora) si approvvigionerà di energia elettrica da un qualunque fornitore a un prezzo indicizzato a mercato spot, cioè al mercato giornaliero. Se il prezzo spot di un giorno supera i 60 euro/MWh (per esempio 85 euro/MWh) sarà il meccanismo di sussidio a versare la differenza al fornitore (25 euro/MWh), mentre il cliente pagherà 60 euro/MWh al fornitore. Questo varrà per l’80% dei consumi.Nella bozza del documento circolata, Habeck (bontà sua) si è poi dichiarato consapevole del fatto che i partner europei possono vedere l’iniziativa tedesca come distorsiva della concorrenza nel mercato interno. Per questo, il governo tedesco, a detta di Habeck, vorrebbe «entrare in uno scambio costruttivo con la Commissione europea su tutte le questioni rilevanti per la concorrenza della proposta». La bozza si spinge sino alla creazione di un fondo simile al Sure, che potrebbe essere utilizzato da tutti i paesi dell’Unione per avviare meccanismi simili.Naturalmente, le imprese tedesche si sono dichiarate elettrizzate dall’idea. L’Amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, aveva già chiesto al governo di intervenire per mantenere i prezzi dell’energia sotto i 7 centesimi a kilowattora, limite sopra il quale l’industria europea non è competitiva.Ha pensato il ministro delle finanze, il liberale Christian Lindner, a smorzare gli entusiasmi. Già venerdì scorso un portavoce del ministero delle finanze aveva affermato laconicamente che «non esistono fondi per questo progetto». Poi il ministro stesso, in un articolo su Handelsblatt, ha bollato il sussidio come imprudente e contraddittorio. Anche dalla cancelleria di Olaf Scholz trapela un certo distacco dall’iniziativa dei Verdi, che suona come una sconfessione dell’operato del ministro dell’Economia.Le incomprensioni e le dispute all’interno del governo di coalizione sembrano proseguire, insomma. A meno che si tratti di una strategia, che consiste nel lanciare il sasso ed aspettare per vedere cosa succede. Non sarebbe la prima volta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-sussidio-bollette-grandi-imprese-2659980050.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="consulta-sovrana-pure-sul-green" data-post-id="2659980050" data-published-at="1683568836" data-use-pagination="False"> Consulta «sovrana» pure sul green Pensavate si accontentassero di licenziare una legge elettorale o di stabilire le condizioni di legittimità del suicidio assistito? Ingenui. I fini giuristi del nostro tempo hanno deciso che il ruolo delle Corti costituzionali non è di tutelare le Costituzioni esistenti, bensì di «dinamizzare» l’ordinamento. Insomma, i giudici non vogliono più solo fare i custodi delle leggi; li leggi vogliono proprio farle. E la religione ecologista, in questo senso, apre delle praterie. Ne è la prova il resoconto del convegno ospitato dalla Consulta tedesca a Berlino, il 4 e il 5 maggio, sul ruolo delle Corti europee davanti alla sfida del cambiamento climatico. Per quella italiana, erano presenti la presidente Silvana Sciarra e il giudice Marco D’Alberti. Stando al resoconto diffuso dalla Corte stessa, la Sciarra ha collegato la questione del climate change a quella del «rispetto dei principi democratici». E già qui sorge qualche perplessità, se è vero che molti dei magistrati che erano all’evento «si sono espressi a favore di un ruolo attivo delle Corti costituzionali, quando si discute di diritti fondamentali della persona». Va bene che, come hanno ammesso gli esperti, bisogna far salva la «discrezionalità del legislatore», ma se di democrazia stiamo parlando, viene spontanea una domanda: chi ha eletto i giudici costituzionali? Donde deriva la loro legittimazione a oltrepassare la funzione di guardiani della Carta, intervenendo con decisioni in tutto e per tutto politiche? L’esperienza dell’obbligo vaccinale contribuisce a gettare una luce sinistra sulla tesi della Sciarra, a proposito della «centralità dei dati scientifici nell’affrontare il tema dei cambiamenti climatici». I «dati affidabili», stando alla presidente nominata in quota pd, sarebbero «quelli che provengono da istituzioni indipendenti e imparziali». Ma chi valuta il grado di imparzialità di un’agenzia? Basta che chi si pronuncia rappresenti un’autorità pubblica? Così è stato, nel caso del decreto di Mario Draghi sulla puntura anti Covid ai sanitari. Eppure, i pareri dell’Iss e dell’Aifa, alle quali la Corte ha fatto pedissequo riferimento, erano parziali e imprecisi. Senza contare le inchieste giornalistiche che hanno dimostrato le omissioni dell’ente regolatore, quando era venuto a conoscenza dei flop dei vaccini nella prevenzione del contagio (fine primario indicato dalla legge), o dei loro potenziali effetti avversi. I verdetti della «scienza ufficiale», benché discutibili, sono stati presi per oro colato. Per il green vale un discorso simile. Proprio ieri, sulla Verità, abbiamo elencato i soggetti, tra lobby e Ong, tutt’altro che imparziali, i quali influenzano le politiche ecologiste dell’Ue. Come si orienterebbe la Consulta, dinanzi a una normativa approvata in virtù di stime e previsioni che hanno elaborato associazioni americane d’ispirazione liberal? Imparziali pure quelle? Di nuovo, diventa cruciale il richiamo alla democrazia. Chi ha conferito al collegio la facoltà di determinare cosa sia scienza affidabile e cosa no? Perché una toga dovrebbe conferire patenti di attendibilità? Chi la legittima e chi le trasmette le capacità per esaminare adeguatamente una materia che le è aliena? I «competenti» sono diventati direttamente onniscienti? La Sciarra ha anche sostenuto che le Corti devono «valutare con sempre maggiore puntualità la ragionevolezza delle scelte legislative» e che i Parlamenti «devono misurarsi con le decisioni delle Corti costituzionali, oltre che con l’attendibilità dei dati scientifici». Se ci si aggiunge la riforma costituzionale green approvata lo scorso anno e citata dalla giurista, si vede che ci è stato stretto al collo l’ennesimo cappio. Formalmente, siamo autorizzati a votare forze politiche contrarie a una transizione ecologica traumatica;e possiamo mettere in discussione l’ortodossia accademica sul climate change; dopodiché, interverranno i giudici a correggere le nostre intemperanze di elettori insensibili ai diritti delle generazioni future. A mettere l’agenda verde - ricordiamo un’efficace espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo democratico». Ovviamente, nel nome della democrazia.
Barbara Berlusconi (Ansa)
La terzogenita di Silvio Berlusconi esce dalla compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea con sedi a Milano e Londra. Continuerà a occuparsi di cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
Dopo diciassette anni, Barbara Berlusconi lascia la compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea guidata dal gallerista Nicolò Cardi.
La terzogenita di Silvio Berlusconi era entrata nella società nel 2009, affiancando il progetto artistico della galleria fondata a Milano nel 1972 da Renato Cardi. Nel corso degli anni, la Cardi Gallery si è affermata nel panorama internazionale dell’arte contemporanea, partecipando alle principali fiere di settore in Asia, Europa e Nord America, oltre a organizzare mostre museali e attività espositive tra Milano e Londra. L’uscita di Barbara Berlusconi dalla società non segna però un allontanamento dal mondo culturale. Come spiegato in una nota, continuerà infatti a occuparsi di arte e cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
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Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms (Ansa)
Ma guarda chi si rivede, Walter Ricciardi, docente di Igiene alla Cattolica, già consulente di Roberto Speranza durante il Covid. Pure lui partecipa al revival delle virostar di cui, sinceramente, nessuno sentiva il bisogno. E come praticamente tutti i suoi colleghi si comporta come nel tempo che fu, ripetendo a pappagallo le opinioni prevalenti non della scienza ma della politica. Ricciardi lamenta il fatto che gli Stati Uniti siano usciti dalla Organizzazione mondiale della sanità e punta il dito contro Donald Trump: «Le sue scelte sanitarie pesano sul mondo intero», dichiara. Da che pulpito, verrebbe da dire. Forse ce lo siamo dimenticati, ma a pontificare oggi sono gli stessi che scelsero i lockdown come misura dettata da «cieca disperazione» al tempo del Covid. Tanto basterebbe per capire quanto poco ci sia da fidarsi. Eppure sono ancora lì, i virologi in grande spolvero, a suonare la grancassa, a ripetere che ora vengono al pettine i disastri causati dalla fuoriuscita degli Usa. Con una Oms debole, insistono, succedono disastri.
In realtà, con il Covid i disastri sono accaduti per lo più grazie all’Organizzazione guidata dal prode Tedros, riconfermato al vertice dell’istituzione per mancanza di concorrenti. Giova ricordare che l’Oms non fu nemmeno in grado di indagare seriamente sull’origine del coronavirus in Cina per via degli smisurati conflitti d’interessi degli esperti che inviò sul campo. E questa fu solo una minima parte del problema. Giusto per restringere il campo alla sola Italia potremmo rammentare che cosa accadde con Francesco Zambon, il ricercatore che curò il primo e finora unico report sulla gestione nostrana della prima fase di pandemia: il suo lavoro fu censurato per non indispettire il governo italiano e lui fu costretto a dimettersi.
Ma anche se l’Oms non fosse stata - come è stata - responsabile di censure, ritardi, errori marchiani e stupidaggini in cattiva fede, ci sarebbe comunque da notare che ogni nazione si trovò a gestire la pandemia in modo diverso. Fu la politica a decidere su restrizioni, obblighi e vaccinazioni, non l’istituzione sanitaria. Infatti l’Italia applicò misure draconiane quasi peggiori di quelle cinesi, cosa che nessuno al mondo si sognò di imitare. Se ne deduce che è semplicemente ridicolo, ora, sostenere che l’hantavirus possa diffondersi a macchia d’olio perché l’Oms è in difficoltà causa assenza degli Stati Uniti. Primo perché le nazioni potrebbero serenamente accordarsi sulla gestione delle emergenze anche in assenza di un ente sovranazionale. Secondo perché da quell’ente finora non è giunto alcun beneficio.
Un esempio concreto lo fornisce proprio l’hantavirus. Per quale motivo, ci si domanda, dalla nave su cui è divampato il focolaio sono state fatte scendere delle persone? Che senso ha una scelta del genere? Se si verificano dei contagi, la cosa migliore da fare era semmai organizzare una quarantena a bordo. E invece no. I geni che hanno spinto per rinchiuderci in casa quando circolava una malattia respiratoria (e che in questo modo hanno probabilmente fatto aumentare contagi e morti) ora lasciano andare in giro gente che potrebbe ammalarsi e diffondere la malattia? A nessuno dell’Oms è venuto in mente di alzare il telefono e consigliare un comportamento diverso? Delle due l’una: o l’istituzione è inutile se non dannosa perché ha sbagliato a dare indicazioni, oppure ha dato i giusti consigli ma nessuno li ha seguiti, cosa che la rende ancora una volta inutile e dannosa.
Sono considerazioni banali, forse persino stupide. Ma non sembrano balenare nella mente di medici e cronisti che alimentano l’ansia sull’hantavirus e si comportano esattamente come si comportarono al tempo del Covid, anzi peggio perché ora sono recidivi. Costoro, di fatto, stanno usando l’hantavirus per spingere l’opinione pubblica a sostenere il delirante accordo pandemico globale dell’Oms, da cui l’Italia si è ritirata lo scorso anno. Benché teoricamente approvato, in realtà quel testo è ancora bloccato per una serie di divergenze sul cosiddetto allegato Pabs (Pathogen Access and Benefit-Sharing). Nuove discussioni in merito sono previste per luglio, e può darsi che la pratica sia rinviata al 2027. La psicosi da hantavirus giunge quasi a fagiuolo, perché consente di montare la panna sul tema e permette ai virofanatici di chiedere a gran voce che l’Italia ammetta di avere clamorosamente sbagliato a non sott oscrivere l’accordo.
Per carità, non stupisce. In fondo il circolino mediatico-sanitario è sempre lo stesso. E, Stati Uniti a parte, sono sempre gli stessi i poteri tragici che dominano l’Oms. I cui principali sostenitori sono la Fondazione Gates e Gavi Alliance, cioè la principale lobby globale a sostegno dei vaccini, che da tempo collabora con le maggiori case farmaceutiche e che è a sua volta partecipata da Gates (l’Italia, poco tempo fa, grazie ad Antonio Tajani ha deciso di versare a questa opera pia ben 250 milioni di euro). Alcune delle Big Pharma, guarda caso, hanno già guadagnato grazie alla nuova malattia. Secondo alcune fonti le azioni di Moderna sono cresciute notevolmente, con guadagni tra l’8% e il 16%, non appena si è saputo che l’azienda stava sviluppando un vaccino per l’hantavirus. È facile comprendere, dunque, perché in queste ore ci sia gente in giro che si dispera chiedendo che all’Oms sia dato più potere: qualcuno ci guadagna, gli altri sono i soliti gonzi.
Negativi gli italiani in isolamento. Schillaci ribadisce: «Nessun rischio»
Saranno tutti processati allo Spallanzani di Roma i campioni biologici dei quattro italiani attualmente in quarantena per aver viaggiato su un volo della Klm dove è salita, solo per pochi minuti, la donna poi deceduta a causa dell’Hantavirus contratto, probabilmente, nel fare birdwatching in una discarica argentina, con il marito, il primo a morire per l’infezione.
Il giovane marittimo italiano, residente in Calabria, ha smentito di avere sintomi sospetti. «Federico sta bene». Il prelievo che verrà fatto «dall’Asp di Reggio Calabria sarà poi inviato per essere processato allo Spallanzani», ha assicurato il sindaco di Villa San Giovanni, Giusy Caminiti, che ha sentito il venticinquenne al telefono. La procedura è quella contenuta nella circolare del ministero della Salute firmata lunedì sera che prevede, «anche in assenza di un chiaro collegamento epidemiologico noto con il focolaio della nave Mv Hondius o con casi confermati/probabili di infezione da virus Andes in aree endemiche», di considerare, «dopo attenta valutazione infettivologica, l’esecuzione di indagini diagnostiche specifiche nei pazienti con quadro clinico compatibile, o non altrimenti spiegabile, e risultato negativo agli accertamenti microbiologici routinari», per «favorire l’identificazione precoce di eventuali casi sporadici o secondari e ad assicurare la tempestiva attivazione delle misure di sanità pubblica previste». Intanto è negativo il test del sudafricano in isolamento in Veneto, come ha confermato Maria Rosaria Campitello, capo del dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute. «Questo non significa che non si potrebbe un domani positivizzarsi», ha spiegato ieri a Rai Radio 1, «ma ci lascia ben sperare: è asintomatico e ha un test negativo». La situazione, in merito al virus, per il ministro della Salute, Orazio Schillaci, è di «assoluta tranquillità», attualmente «non c’è alcun pericolo», ha assicurato. La stessa Organizzazione mondiale della Sanità - informando che degli 11 casi sospetti (compresi i 3 deceduti) tra le 120 persone che hanno viaggiato nella nave focolaio dell’infezione e che sono sbarcate a Tenerife, nove sono risultati positivi all’Hantavirus - ribadisce, attraverso il direttore generale, Tedros Adhanom, che «il rischio per la salute globale è basso» e raccomanda la «quarantena fino al 21 giugno».
Nel frattempo, 12 membri dello staff di un ospedale olandese, che ha in cura un paziente positivo all’hantavirus evacuato dalla nave MV Hondius, sono finiti in isolamento a causa di procedure non correttamente seguite. All’ospedale militare Gómez Ulla di Madrid, è in quarantena uno dei croceristi spagnoli: risultato positivo all’hantavirus, è «attualmente asintomatico e in buone condizioni», ha dichiarato il ministero della Salute iberico aggiungendo che «i risultati definitivi saranno disponibili nelle prossime ore» e che gli altri 13 spagnoli sono risultati negativi. Dei cinque francesi che erano a bordo della nave, una donna è risultata positiva ad hantavirus «ed è attualmente in terapia intensiva in condizioni gravi», ha riferito la ministra francese della Salute, Stéphanie Rist, aggiungendo che «in totale in Francia sono stati individuati 22 casi di contatto». L’Agenzia europea del farmaco (Ema) sta «monitorando attivamente l’epidemia» in concerto con «il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), che classifica il rischio per la popolazione generale in Europa come molto basso». In assenza di «trattamenti antivirali o vaccini autorizzati contro l’hantavirus», l’Ema «si tiene pronta a supportare lo sviluppo e la valutazione regolatoria di vaccini e terapie per gli hantavirus». Non sorprende che l’agenzia abbia «mappato i produttori di farmaci, in particolare antivirali, anticorpi monoclonali e vaccini contro gli hantavirus».
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Guido Bertolaso (Ansa)
Il nodo del protocollo (divulgato informalmente ai capigruppo di maggioranza regionale) è tutto politico e, prima di descriverne il contenuto per come è stato raccontato alla Verità da fonti vicine alla pratica, occorre citare alcune tappe della complessa vicenda. Il Consiglio lombardo infatti ha votato a fine 2024 una pregiudiziale di costituzionalità che stabiliva come la materia fosse di ambito nazionale, dunque non trattabile sul piano regionale. Nello stesso anno, però, un decreto firmato dalla Direzione generale welfare ha istituito un «tavolo regionale» (presieduto dall’ex presidente di Cassazione Giovanni Canzio) per lo studio e l’approfondimento dei temi posti in essere dalle sentenze della Consulta. Tra i compiti di questo tavolo, come spiegato su queste colonne l’anno scorso, c’è stata la stesura di una bozza di protocollo d’azione comune per tutte le Aziende socio sanitarie territoriali lombarde. Passaggio ora giunto al dunque, senza che la rappresentanza politica abbia avuto significativa voce in capitolo: da qui il nervosismo palese in Consiglio ieri, con i tre partiti principali di maggioranza che sono parsi quasi isolare Bertolaso e il governatore Attilio Fontana.
Ma cosa c’è nel protocollo atteso dalla firma finale per l’entrata in vigore? La carta, in modo eccentrico rispetto alla citata pregiudiziale di costituzionalità, «recepisce» le quattro sentenze della Consulta sul fine vita dal 2019 al 2025 e ne desume i vincoli derivanti per il sistema regionale. Dopo la premessa sulla necessità di presentare le cure palliative come prima soluzione a chi faccia richiesta di porre fine alle sue sofferenze, il protocollo stabilisce che la Regione sia tenuta a sottoporre l’eventuale richiesta di accedere alla «Mma» (Morte medicalmente assistita) a un Collegio di valutazione, composto da vari specialisti chiamati su base volontaria a stabilire se ci siano i requisiti tecnici fissati dalle pronunce della Consulta per presentare domanda di interruzione dei sostegni vitali. Viene inoltre spiegato come tale valutazione debba essere inoltrata al Comitato etico territorialmente competente, che si occupa di una ulteriore valutazione del procedimento, le cui conclusioni sono trasmesse alla persona richiedente.
La parte più delicata arriva qui: «Nelle more dell’adozione di una disciplina legislativa con portata generale», si legge nella bozza, «si ritiene che sia doveroso per il servizio sanitario regionale offrire una risposta che si faccia carico anche del percorso finale di esecuzione della Mma, non limitandosi alla fase della mera valutazione». È difficile non cogliere il peso tutto politico di una disposizione simile, certo non riducibile a dettaglio tecnico. E infatti il documento prosegue con le prescrizioni in caso di decisione di porre termine alla propria vita prese da persone ricoverate in strutture pubbliche. L’Azienda socio-sanitaria territoriale deve «individuare e rendere disponibile il luogo idoneo ad attuare la procedura», e garantire personale sanitario che, «pur non partecipando», curi «monitoraggio ed efficacia» dell’autosomministrazione del farmaco o della strumentazione letale. Viene specificato che il personale è chiamato a «fronteggiare eventuali complicanze tecniche durante l’atto», tra le quali probabilmente la sopravvivenza del soggetto. La partecipazione alla procedura di morte è su base volontaria e non può implicare un ruolo attivo del personale, e si conclude con le indicazioni per il certificato di decesso: «autosomministrazione» con modalità «suicidio».
La diffusione del protocollo, come detto, ha spiazzato la maggioranza: i consiglieri leghisti «prendono atto» della procedura avviata da Bertolaso notando come il tema non possa «essere affrontato con percorsi differenti da Regione a Regione». Matteo Forte, di Fdi, parla di vero e proprio «errore politico» che può portare a un «federalismo della morte», e pure Forza Italia con Jacopo Dozio definisce «gravi» le affermazioni sulla decisione di pubblicare le indicazioni sulla Mma», sia «da un punto di vista della dialettica democratica» sia «per i contenuti». Non male per essere stata «condivisa con la maggioranza», come aveva spiegato l’assessore.
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Edi Rama (Ansa)
«A tutti i giornalisti italiani e non solo che ci hanno contattato in merito a una citazione fuorviante riportata da un organo di stampa a seguito di un’intervista con il ministro degli Esteri albanese, vorrei ribadire, in modo chiaro e, spero, una volta per tutte, che il nostro protocollo con l’Italia è destinato a durare, fintanto che l’Italia lo vorrà». Insomma più chiaro di così non poteva essere. Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha in un’intervista a Euractiv, aveva detto: «L’accordo ha una durata di cinque anni e non sono sicuro che ci sarà un rinnovo», precisando: «Non ci sarà alcun rinnovo perché saremo membri dell’Ue». Parole che il Fatto quotidiano ha tradotto così: «L’Albania non ha intenzione di rinnovare l’intesa sui Cpr con l’Italia». Traduzione sulla quale le opposizioni hanno ricamato e speculato.
Pierfrancesco Majorino, responsabile Politiche migratorie del Pd ha commentato: «Il governo di Tirana ha assestato un colpo ulteriore ad un modello totalmente fallimentare confermando l’intenzione di non proseguire su quella strada, assolutamente folle e odiosa, oltre il 2029. Giorgia Meloni aveva spiegato che “fun-zio-ne-ran-no!”, e ancora una volta prendeva in giro gli italiani». Stessa linea tenuta da Avs che con Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione Affari costituzionali della Camera, è uscita così: «Sono diventati il simbolo di una destra incapace di governare: anche l’Albania prende ora le distanze dai Cpr extraterritoriali, rendendo ufficiale un fallimento ampiamente preannunciato. Dovevano essere il modello per l’Unione europea, sono oggi l’imbarazzante testimonianza di accordi che hanno fatto spendere milioni al nostro Paese. Meloni ora si scusi per l’arroganza con cui hanno imposto questa follia».
Speculazione pura, come chiarito dal premier Edi Rama, e dall’incontro tra il ministro degli Interni albanese Besfort Lamallari, e il ministro degli Interni Matteo Piantedosi a Tirana, in cui ieri si sono rinnovati stima reciproca: «I due ministri si sono confrontati soprattutto sugli sviluppi futuri del protocollo Italia-Albania, anche in vista dell’entrata in vigore dei nuovi regolamenti europei in materia di migrazione e asilo, condividendo l’opportunità di proseguire sulla cooperazione avviata, che ha costituito un modello innovativo apprezzato dai principali Paesi europei, e che costituisce un elemento caratterizzante dell’amicizia tra i due Paesi», ha fatto sapere il Viminale.
L’analisi di quanto accaduto l’avevano già chiarita perfettamente alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Il capogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami ha puntualizzato: «Le dichiarazioni del ministro degli Esteri albanese, su cui le opposizioni stanno montando le solite pretestuose polemiche, sono ovvie e scontate. È risaputo che nel 2030 l’Albania entrerà nell’Unione europea e quindi quel Protocollo che l’Italia aveva firmato con un Paese Terzo, quale è attualmente l’Albania, potrà divenire un accordo tra due Paesi ma stavolta appartenenti all’Unione europea. E tutto questo è confermato dalla presenza proprio a Tirana del ministro Piantedosi, che si è incontrato con il suo omologo albanese per lavorare sulla prosecuzione della collaborazione avviata». Così anche la deputata Sara Kelany, responsabile dipartimento immigrazione di Fdi: «Le dichiarazioni del ministro albanese sul protocollo Italia-Albania sono state strumentalizzate da parte della sinistra, il contenuto era evidente e sarebbe stato facilmente comprensibile se si fosse letto non solo il titolo». L’ennesima figuraccia della sinistra nell’ultimo di trovare argomenti per fare l’opposizione che sui temi in quattro anni ancora non è riuscita a creare.
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