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2023-05-09
La Germania studia un maxi sussidio per le bollette delle grandi imprese
Olaf Scholz (Ansa)
Il ministero dell’Economia tedesco è intenzionato a introdurre un sussidio per le grandi imprese energivore, imponendo un prezzo industriale dell’energia elettrica, fisso e pari a 60 euro/MWh. Nelle intenzioni, il provvedimento è teso a restituire competitività alle imprese tedesche, soprattutto a quelle manifatturiere, vittime del disastroso boom dei prezzi dell’energia verificatosi lo scorso anno.
Si tratta di una proposta che aleggiava da tempo e che era relativamente attesa, dopo che già lo scorso autunno il cancelliere Olaf Scholz aveva proposto un pacchetto di aiuti da quasi 200 miliardi di euro per la Germania. Criticatissimo all’epoca, soprattutto per l’atteggiamento da Marchese del Grillo adottato nei confronti dei partner europei («Io so’ io, e voi…»), alla fine il fondo per gli aiuti fu approvato ma non utilizzato completamente. In complesso, secondo l’Istituto Bruegel, tra il settembre 2021 e il gennaio 2023 la Germania, al fine di mitigare gli effetti della crisi energetica, ha allocato fondi pubblici per 264 miliardi di euro, pari a 7,4 punti di Pil. L’Italia ha stanziato nello stesso periodo poco più di un terzo circa di tale cifra, ovvero 92,7 miliardi di euro, pari al 5,2% del Pil. La Francia mostra cifre simili all’Italia in valore assoluto: 92,1 miliardi, pari in questo caso al 3,7% del Pil francese.
La proposta di questi giorni arriva direttamente dal ministro dell’Economia e dell’azione per il clima, il Verde Robert Habeck. Si tratta di una misura asimmetrica, che avvantaggerà le grandi imprese a discapito delle famiglie e delle piccole imprese. Questa non è una novità, per il sistema ordoliberale tedesco, che si basa proprio su questo: limitare la domanda interna, cioè i consumi delle famiglie, e privilegiare la competitività delle imprese, soprattutto quelle più dedicate all’export. Il sistema dei prezzi dell’energia elettrica e dei relativi carichi fiscali e para-fiscali (come gli oneri di sistema) è già sbilanciato in modo tale da favorire le imprese a discapito delle famiglie. In questo caso, si tratterebbe di un vero e proprio prezzo fisso di 6 eurocent al kilowattora (60 euro/MWh) fino al 2030, data in cui, secondo Habeck, le fonti rinnovabili saranno sviluppate tanto da consentire un calo strutturale dei prezzi dell’energia. Secondo il ministro tedesco, si tratterebbe di un ponte necessario alla competitività di quella industria di base che è responsabile del 76% dei consumi di energia elettrica e che allo stesso tempo rappresenta il 20% del Pil tedesco e il 15% dell’occupazione. Nella visione del leader dei Verdi, si tratta anche di evitare la delocalizzazione di imprese tedesche che potrebbero trovare vantaggioso trasferire altrove le produzioni, in Paesi in cui l’energia costa meno.
Il costo stimato della misura, a prezzi attuali, sarebbe di circa 25-30 miliardi di euro per i sei anni del programma. Il meccanismo sarebbe legato al prezzo spot, funzionando quindi come uno swap (prezzo fisso contro prezzo variabile). Il consumatore (grande azienda energivora) si approvvigionerà di energia elettrica da un qualunque fornitore a un prezzo indicizzato a mercato spot, cioè al mercato giornaliero. Se il prezzo spot di un giorno supera i 60 euro/MWh (per esempio 85 euro/MWh) sarà il meccanismo di sussidio a versare la differenza al fornitore (25 euro/MWh), mentre il cliente pagherà 60 euro/MWh al fornitore. Questo varrà per l’80% dei consumi.
Nella bozza del documento circolata, Habeck (bontà sua) si è poi dichiarato consapevole del fatto che i partner europei possono vedere l’iniziativa tedesca come distorsiva della concorrenza nel mercato interno. Per questo, il governo tedesco, a detta di Habeck, vorrebbe «entrare in uno scambio costruttivo con la Commissione europea su tutte le questioni rilevanti per la concorrenza della proposta». La bozza si spinge sino alla creazione di un fondo simile al Sure, che potrebbe essere utilizzato da tutti i paesi dell’Unione per avviare meccanismi simili.
Naturalmente, le imprese tedesche si sono dichiarate elettrizzate dall’idea. L’Amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, aveva già chiesto al governo di intervenire per mantenere i prezzi dell’energia sotto i 7 centesimi a kilowattora, limite sopra il quale l’industria europea non è competitiva.
Ha pensato il ministro delle finanze, il liberale Christian Lindner, a smorzare gli entusiasmi. Già venerdì scorso un portavoce del ministero delle finanze aveva affermato laconicamente che «non esistono fondi per questo progetto». Poi il ministro stesso, in un articolo su Handelsblatt, ha bollato il sussidio come imprudente e contraddittorio. Anche dalla cancelleria di Olaf Scholz trapela un certo distacco dall’iniziativa dei Verdi, che suona come una sconfessione dell’operato del ministro dell’Economia.
Le incomprensioni e le dispute all’interno del governo di coalizione sembrano proseguire, insomma. A meno che si tratti di una strategia, che consiste nel lanciare il sasso ed aspettare per vedere cosa succede. Non sarebbe la prima volta.
Consulta «sovrana» pure sul green
Pensavate si accontentassero di licenziare una legge elettorale o di stabilire le condizioni di legittimità del suicidio assistito? Ingenui. I fini giuristi del nostro tempo hanno deciso che il ruolo delle Corti costituzionali non è di tutelare le Costituzioni esistenti, bensì di «dinamizzare» l’ordinamento. Insomma, i giudici non vogliono più solo fare i custodi delle leggi; li leggi vogliono proprio farle. E la religione ecologista, in questo senso, apre delle praterie.
Ne è la prova il resoconto del convegno ospitato dalla Consulta tedesca a Berlino, il 4 e il 5 maggio, sul ruolo delle Corti europee davanti alla sfida del cambiamento climatico. Per quella italiana, erano presenti la presidente Silvana Sciarra e il giudice Marco D’Alberti. Stando al resoconto diffuso dalla Corte stessa, la Sciarra ha collegato la questione del climate change a quella del «rispetto dei principi democratici». E già qui sorge qualche perplessità, se è vero che molti dei magistrati che erano all’evento «si sono espressi a favore di un ruolo attivo delle Corti costituzionali, quando si discute di diritti fondamentali della persona». Va bene che, come hanno ammesso gli esperti, bisogna far salva la «discrezionalità del legislatore», ma se di democrazia stiamo parlando, viene spontanea una domanda: chi ha eletto i giudici costituzionali? Donde deriva la loro legittimazione a oltrepassare la funzione di guardiani della Carta, intervenendo con decisioni in tutto e per tutto politiche?
L’esperienza dell’obbligo vaccinale contribuisce a gettare una luce sinistra sulla tesi della Sciarra, a proposito della «centralità dei dati scientifici nell’affrontare il tema dei cambiamenti climatici». I «dati affidabili», stando alla presidente nominata in quota pd, sarebbero «quelli che provengono da istituzioni indipendenti e imparziali». Ma chi valuta il grado di imparzialità di un’agenzia? Basta che chi si pronuncia rappresenti un’autorità pubblica? Così è stato, nel caso del decreto di Mario Draghi sulla puntura anti Covid ai sanitari. Eppure, i pareri dell’Iss e dell’Aifa, alle quali la Corte ha fatto pedissequo riferimento, erano parziali e imprecisi. Senza contare le inchieste giornalistiche che hanno dimostrato le omissioni dell’ente regolatore, quando era venuto a conoscenza dei flop dei vaccini nella prevenzione del contagio (fine primario indicato dalla legge), o dei loro potenziali effetti avversi. I verdetti della «scienza ufficiale», benché discutibili, sono stati presi per oro colato.
Per il green vale un discorso simile. Proprio ieri, sulla Verità, abbiamo elencato i soggetti, tra lobby e Ong, tutt’altro che imparziali, i quali influenzano le politiche ecologiste dell’Ue. Come si orienterebbe la Consulta, dinanzi a una normativa approvata in virtù di stime e previsioni che hanno elaborato associazioni americane d’ispirazione liberal? Imparziali pure quelle?
Di nuovo, diventa cruciale il richiamo alla democrazia. Chi ha conferito al collegio la facoltà di determinare cosa sia scienza affidabile e cosa no? Perché una toga dovrebbe conferire patenti di attendibilità? Chi la legittima e chi le trasmette le capacità per esaminare adeguatamente una materia che le è aliena? I «competenti» sono diventati direttamente onniscienti?
La Sciarra ha anche sostenuto che le Corti devono «valutare con sempre maggiore puntualità la ragionevolezza delle scelte legislative» e che i Parlamenti «devono misurarsi con le decisioni delle Corti costituzionali, oltre che con l’attendibilità dei dati scientifici». Se ci si aggiunge la riforma costituzionale green approvata lo scorso anno e citata dalla giurista, si vede che ci è stato stretto al collo l’ennesimo cappio. Formalmente, siamo autorizzati a votare forze politiche contrarie a una transizione ecologica traumatica;e possiamo mettere in discussione l’ortodossia accademica sul climate change; dopodiché, interverranno i giudici a correggere le nostre intemperanze di elettori insensibili ai diritti delle generazioni future. A mettere l’agenda verde - ricordiamo un’efficace espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo democratico». Ovviamente, nel nome della democrazia.
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La proposta dell’ecologista Robert Habeck distorce la concorrenza e, per prevenire lagne, il ministro suggerisce un fondo Ue. Il governo è diviso, ma intanto ha erogato aiuti per 264 miliardi: rapportati al Pil, il doppio di noi.A un evento a Berlino con i colleghi europei, la presidente della Consulta Silvana Sciarra difende l’attivismo climatico della Corte e il diritto di stabilire cosa sia scienza. In nome della democrazia...Lo speciale contiene due articoli.Il ministero dell’Economia tedesco è intenzionato a introdurre un sussidio per le grandi imprese energivore, imponendo un prezzo industriale dell’energia elettrica, fisso e pari a 60 euro/MWh. Nelle intenzioni, il provvedimento è teso a restituire competitività alle imprese tedesche, soprattutto a quelle manifatturiere, vittime del disastroso boom dei prezzi dell’energia verificatosi lo scorso anno.Si tratta di una proposta che aleggiava da tempo e che era relativamente attesa, dopo che già lo scorso autunno il cancelliere Olaf Scholz aveva proposto un pacchetto di aiuti da quasi 200 miliardi di euro per la Germania. Criticatissimo all’epoca, soprattutto per l’atteggiamento da Marchese del Grillo adottato nei confronti dei partner europei («Io so’ io, e voi…»), alla fine il fondo per gli aiuti fu approvato ma non utilizzato completamente. In complesso, secondo l’Istituto Bruegel, tra il settembre 2021 e il gennaio 2023 la Germania, al fine di mitigare gli effetti della crisi energetica, ha allocato fondi pubblici per 264 miliardi di euro, pari a 7,4 punti di Pil. L’Italia ha stanziato nello stesso periodo poco più di un terzo circa di tale cifra, ovvero 92,7 miliardi di euro, pari al 5,2% del Pil. La Francia mostra cifre simili all’Italia in valore assoluto: 92,1 miliardi, pari in questo caso al 3,7% del Pil francese.La proposta di questi giorni arriva direttamente dal ministro dell’Economia e dell’azione per il clima, il Verde Robert Habeck. Si tratta di una misura asimmetrica, che avvantaggerà le grandi imprese a discapito delle famiglie e delle piccole imprese. Questa non è una novità, per il sistema ordoliberale tedesco, che si basa proprio su questo: limitare la domanda interna, cioè i consumi delle famiglie, e privilegiare la competitività delle imprese, soprattutto quelle più dedicate all’export. Il sistema dei prezzi dell’energia elettrica e dei relativi carichi fiscali e para-fiscali (come gli oneri di sistema) è già sbilanciato in modo tale da favorire le imprese a discapito delle famiglie. In questo caso, si tratterebbe di un vero e proprio prezzo fisso di 6 eurocent al kilowattora (60 euro/MWh) fino al 2030, data in cui, secondo Habeck, le fonti rinnovabili saranno sviluppate tanto da consentire un calo strutturale dei prezzi dell’energia. Secondo il ministro tedesco, si tratterebbe di un ponte necessario alla competitività di quella industria di base che è responsabile del 76% dei consumi di energia elettrica e che allo stesso tempo rappresenta il 20% del Pil tedesco e il 15% dell’occupazione. Nella visione del leader dei Verdi, si tratta anche di evitare la delocalizzazione di imprese tedesche che potrebbero trovare vantaggioso trasferire altrove le produzioni, in Paesi in cui l’energia costa meno.Il costo stimato della misura, a prezzi attuali, sarebbe di circa 25-30 miliardi di euro per i sei anni del programma. Il meccanismo sarebbe legato al prezzo spot, funzionando quindi come uno swap (prezzo fisso contro prezzo variabile). Il consumatore (grande azienda energivora) si approvvigionerà di energia elettrica da un qualunque fornitore a un prezzo indicizzato a mercato spot, cioè al mercato giornaliero. Se il prezzo spot di un giorno supera i 60 euro/MWh (per esempio 85 euro/MWh) sarà il meccanismo di sussidio a versare la differenza al fornitore (25 euro/MWh), mentre il cliente pagherà 60 euro/MWh al fornitore. Questo varrà per l’80% dei consumi.Nella bozza del documento circolata, Habeck (bontà sua) si è poi dichiarato consapevole del fatto che i partner europei possono vedere l’iniziativa tedesca come distorsiva della concorrenza nel mercato interno. Per questo, il governo tedesco, a detta di Habeck, vorrebbe «entrare in uno scambio costruttivo con la Commissione europea su tutte le questioni rilevanti per la concorrenza della proposta». La bozza si spinge sino alla creazione di un fondo simile al Sure, che potrebbe essere utilizzato da tutti i paesi dell’Unione per avviare meccanismi simili.Naturalmente, le imprese tedesche si sono dichiarate elettrizzate dall’idea. L’Amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, aveva già chiesto al governo di intervenire per mantenere i prezzi dell’energia sotto i 7 centesimi a kilowattora, limite sopra il quale l’industria europea non è competitiva.Ha pensato il ministro delle finanze, il liberale Christian Lindner, a smorzare gli entusiasmi. Già venerdì scorso un portavoce del ministero delle finanze aveva affermato laconicamente che «non esistono fondi per questo progetto». Poi il ministro stesso, in un articolo su Handelsblatt, ha bollato il sussidio come imprudente e contraddittorio. Anche dalla cancelleria di Olaf Scholz trapela un certo distacco dall’iniziativa dei Verdi, che suona come una sconfessione dell’operato del ministro dell’Economia.Le incomprensioni e le dispute all’interno del governo di coalizione sembrano proseguire, insomma. A meno che si tratti di una strategia, che consiste nel lanciare il sasso ed aspettare per vedere cosa succede. Non sarebbe la prima volta.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-sussidio-bollette-grandi-imprese-2659980050.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="consulta-sovrana-pure-sul-green" data-post-id="2659980050" data-published-at="1683568836" data-use-pagination="False"> Consulta «sovrana» pure sul green Pensavate si accontentassero di licenziare una legge elettorale o di stabilire le condizioni di legittimità del suicidio assistito? Ingenui. I fini giuristi del nostro tempo hanno deciso che il ruolo delle Corti costituzionali non è di tutelare le Costituzioni esistenti, bensì di «dinamizzare» l’ordinamento. Insomma, i giudici non vogliono più solo fare i custodi delle leggi; li leggi vogliono proprio farle. E la religione ecologista, in questo senso, apre delle praterie. Ne è la prova il resoconto del convegno ospitato dalla Consulta tedesca a Berlino, il 4 e il 5 maggio, sul ruolo delle Corti europee davanti alla sfida del cambiamento climatico. Per quella italiana, erano presenti la presidente Silvana Sciarra e il giudice Marco D’Alberti. Stando al resoconto diffuso dalla Corte stessa, la Sciarra ha collegato la questione del climate change a quella del «rispetto dei principi democratici». E già qui sorge qualche perplessità, se è vero che molti dei magistrati che erano all’evento «si sono espressi a favore di un ruolo attivo delle Corti costituzionali, quando si discute di diritti fondamentali della persona». Va bene che, come hanno ammesso gli esperti, bisogna far salva la «discrezionalità del legislatore», ma se di democrazia stiamo parlando, viene spontanea una domanda: chi ha eletto i giudici costituzionali? Donde deriva la loro legittimazione a oltrepassare la funzione di guardiani della Carta, intervenendo con decisioni in tutto e per tutto politiche? L’esperienza dell’obbligo vaccinale contribuisce a gettare una luce sinistra sulla tesi della Sciarra, a proposito della «centralità dei dati scientifici nell’affrontare il tema dei cambiamenti climatici». I «dati affidabili», stando alla presidente nominata in quota pd, sarebbero «quelli che provengono da istituzioni indipendenti e imparziali». Ma chi valuta il grado di imparzialità di un’agenzia? Basta che chi si pronuncia rappresenti un’autorità pubblica? Così è stato, nel caso del decreto di Mario Draghi sulla puntura anti Covid ai sanitari. Eppure, i pareri dell’Iss e dell’Aifa, alle quali la Corte ha fatto pedissequo riferimento, erano parziali e imprecisi. Senza contare le inchieste giornalistiche che hanno dimostrato le omissioni dell’ente regolatore, quando era venuto a conoscenza dei flop dei vaccini nella prevenzione del contagio (fine primario indicato dalla legge), o dei loro potenziali effetti avversi. I verdetti della «scienza ufficiale», benché discutibili, sono stati presi per oro colato. Per il green vale un discorso simile. Proprio ieri, sulla Verità, abbiamo elencato i soggetti, tra lobby e Ong, tutt’altro che imparziali, i quali influenzano le politiche ecologiste dell’Ue. Come si orienterebbe la Consulta, dinanzi a una normativa approvata in virtù di stime e previsioni che hanno elaborato associazioni americane d’ispirazione liberal? Imparziali pure quelle? Di nuovo, diventa cruciale il richiamo alla democrazia. Chi ha conferito al collegio la facoltà di determinare cosa sia scienza affidabile e cosa no? Perché una toga dovrebbe conferire patenti di attendibilità? Chi la legittima e chi le trasmette le capacità per esaminare adeguatamente una materia che le è aliena? I «competenti» sono diventati direttamente onniscienti? La Sciarra ha anche sostenuto che le Corti devono «valutare con sempre maggiore puntualità la ragionevolezza delle scelte legislative» e che i Parlamenti «devono misurarsi con le decisioni delle Corti costituzionali, oltre che con l’attendibilità dei dati scientifici». Se ci si aggiunge la riforma costituzionale green approvata lo scorso anno e citata dalla giurista, si vede che ci è stato stretto al collo l’ennesimo cappio. Formalmente, siamo autorizzati a votare forze politiche contrarie a una transizione ecologica traumatica;e possiamo mettere in discussione l’ortodossia accademica sul climate change; dopodiché, interverranno i giudici a correggere le nostre intemperanze di elettori insensibili ai diritti delle generazioni future. A mettere l’agenda verde - ricordiamo un’efficace espressione di Mario Monti - «al riparo dal processo democratico». Ovviamente, nel nome della democrazia.
Maurizio Landini (Ansa)
Noi ancora continuiamo a pensare che si rivolga agli operai, agli impiegati, magari ai precari. Ottusamente, non abbiamo capito che questo è passato. La Cgil, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per mostrarci che eravamo in errore, ma noi duri: insistevamo con i lavoratori, i residui della borghesia e del proletariato. Invece oggi il sindacato si rivolge a un altro pubblico. Gli intellettuali, l’alta borghesia di sinistra, la classe creativa tanto celebrata dagli ideologi liberal americani dei primi anni Novanta. Quelli radicali nei toni, ultraliberisti nei modi (e per lo più a proprio favore).
L’illuminazione a riguardo ci è arrivata in queste ultime ore. Cioè quando abbiamo appreso che il sindacato ha messo in piedi una grande iniziativa. Oggi, apprendiamo, «è il giorno dello sciopero della cultura proclamato da Fp Cgil e Nidil Cgil», Insomma scioperano i lavoratori della cultura, quelli che tengono in piedi eventi, rassegne, festival e kermesse assortite. Giusto, giustissimo. Sappiamo da anni che l’intero comparto si regge su stipendi ridicoli, totale precarietà, finte partite Iva e patetico clientelismo, spesso alimentato proprio da editori, associazioni e organizzatori che fanno grandi professioni di socialismo e poi non pagano l’ufficio stampa.
Che cosa chiede la Cgil? Forse una redistribuzione del reddito fra autori e editori celebrati e operai dell’editoria? Forse riduzione del compenso degli attori a favore delle maestranze? Macché. Lo sciopero serve «per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura, mettendo a rischio la continuità quotidiana del servizio pubblico». E «per chiedere di rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi». Insomma, il sindacato vuole più soldi per la cultura, così che il sistema rimanga uguale e i soliti continuino a guadagnare, magari con un bel film sovvenzionato dallo Stato che nessuno andrà a vedere. O con uno spettacolo appaltato ai soliti amici del giro buono, che ringrazieranno firmando il prossimo appello promosso da Pd e Cgil.
A tale riguardo il sindacato ci offre un meraviglioso spunto. Domani, finito lo sciopero, le truppe sinistrorse della Cgil sfileranno a Roma assieme ai patrioti dell’Anpi e dell’Arci contro il corteo organizzato dal comitato Remigrazione contro l’immigrazione di massa. La locandina della manifestazione l’ha disegnata l’amico Zerocalcare. Cioè un signore che, per la serie animata Due spicci realizzata per Netflix, ha beneficiato di contributi pubblici tramite tax credit per la bellezza di 3 milioni di euro. Giova ricordare che attorno alla serie ci sono state anche alcune polemiche partite dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, dove sono comparse denunce anonime di alcuni professionisti che lamentano di aver dovuto sopportare condizioni di lavoro non proprio favorevolissime. La produzione della serie si è affrettata a mandare smentite e diffide, l’Unione animatori ha tenuto il punto. In ogni caso, quel che conta è l’intervento di Zerocalcare medesimo, che ha dichiarato: «Il dato surreale di tutta questa discussione è che io non sono né un animatore né un produttore. Quindi non ho proprio gli strumenti per fare proposte valide su ‘sta roba». Il fatto, però, è che di «quella roba» lui non è solo autore, ma anche produttore esecutivo. Può darsi sia un incarico formale per fargli avere più controllo creativo o più soldi. Ma scaricare a prescindere le colpe su altri è un po’ troppo facile. Tanto più che la Cgil ha promosso un referendum che chiedeva tra le altre cose di sanzionare gli imprenditori proprio per circostanze simili, cioè per lo sfruttamento operato da altri.
Questo bel quadretto ci ha fatto aprire gli occhi sul sindacato. Zerocalcare è il perfetto esponente della categoria sociale a cui la Cgil si rivolge. Il militante che lavora per il colosso multinazionale e scarica le responsabilità, salvo poi disegnare i manifesti di lotta e boicottare le kermesse dove ci sono «i fascisti». Magari proprio le stesse kermesse in cui lavoratori precari si dannano per vendere i libri degli autori radicali e combattenti. Il target della Cgil sono i produttori a cui si devono dare più soldi pubblici perché continuino a esercitare l’egemonia (economica più che culturale). A questo genere di intellettuali e starlette piace occuparsi di grandi temi come l’immigrazione, perché li fa sentire bravi e umani. E la Cgil li accontenta chiedendo di censurare le manifestazioni sulla remigrazione e sponsorizzando l’accoglienza. Se poi l’immigrazione produce disastri come quello di Amendolara, dove i caporali pakistani hanno bruciato vivi quattro braccianti loro connazionali, è comunque colpa dei perfidi fasci.
Prima di chiedere censure a destra e a manca (soprattutto a destra), la Cgil dovrebbe guardare in casa propria. Pensare agli amici Vip di cui si circonda e ai propri rappresentanti. Ad esempio Mauro Baldi, 66 anni, già segretario provinciale di Rovigo della sezione agricoltura della Cgil ora divenuto segretario provinciale a Sicurezza e Legalità, Ambiente, Artigianato e Immigrazione. Costui è finito a processo per falsa testimonianza nell’ambito di una brutta storia che coinvolge alcuni lavoratori sfruttati, per cui sono stati condannati a due anni e tre mesi per estorsione tre imprenditori.
Come spiega Il Corriere della Sera, «secondo l’accusa, con l’avallo della Cgil, il 19 dicembre 2017 i tre datori di lavoro avevano fatto firmare un accordo stragiudiziale a tre operai paventando loro un licenziamento o che i loro contratti non sarebbero stati rinnovati, se non avessero accettato di incassare 100 euro a testa come saldo e stralcio di ogni pretesa sugli straordinari che avanzavano». Certo, può darsi che - proprio come Zerocalcare - il sindacalista di Rovigo sia innocente. Ma una riflessione sul tema la Cgil potrebbe anche farla, visto quanto ama fare la morale agli altri. Sappiamo però che non si disturberà: dopo tutto si tratta solo di qualche operaio sfruttato, roba che non rientra fra le competenze del sindacato.
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Dal 18 luglio al 15 agosto Asiago ospita la 60ª edizione di Asiagofestival. In programma l'omaggio a Vivaldi, la prima assoluta di Manos Tsangaris ispirata alla leggenda dell'Altar Knotto e un ricordo della fondatrice Fiorella Benetti Brazzale.
Sessant'anni di musica, ricerca e tradizione. Asiagofestival taglia nel 2026 il traguardo della sua sessantesima edizione e si prepara ad animare l'Altopiano con un calendario di appuntamenti che, dal 18 luglio al 15 agosto, porterà ad Asiago alcuni protagonisti della scena musicale internazionale, insieme a nuove produzioni e omaggi alla storia della rassegna.
L'inaugurazione, in via eccezionale al Teatro Millepini il 18 luglio, sarà affidata al concerto Omaggio ad Antonio Vivaldi, realizzato in collaborazione con la Società del Quartetto di Vicenza. Sul palco saliranno la violinista Chouchane Siranossian, il direttore veneto Andrea Marcon e l'Orchestra giovanile Frau Musika.
Tra i momenti più attesi dell'edizione 2026 figurano gli appuntamenti dedicati al compositore ospite Manos Tsangaris, protagonista il 6 e 7 agosto nella Chiesa di San Rocco. In quell'occasione verrà presentata in prima esecuzione assoluta un'opera dedicata alla città di Asiago e ispirata alla leggenda cimbra dell'«Altar Knotto». Tra i due concerti, la mattina del 7 agosto nella sala consiliare del municipio, si terrà anche il tradizionale incontro con il compositore, occasione di confronto diretto con il pubblico.
Il festival renderà inoltre omaggio alla propria fondatrice, Fiorella Benetti Brazzale, figura centrale nella nascita e nello sviluppo della manifestazione. Il 9 agosto il Teatro Millepini ospiterà l'incontro Donne dell'Altopiano, durante il quale la scrittrice e storica Raffaella Calgaro dialogherà con Roberto Brazzale, figlio di Fiorella.
Spazio anche alla musica da camera con il progetto L'Officina cameristica, in programma il 13 e 14 agosto. Protagonisti saranno la violinista norvegese Vilde Frang, Josè Gallardo al pianoforte, Tomoko Akasaka alla viola e Julius Berger al violoncello.
La chiusura della rassegna è prevista per il 15 agosto nel Duomo di San Matteo, dove si esibirà l'organista Alberto Barbetta, vincitore della quarta edizione del Concorso Organistico Internazionale Fiorella Benetti Brazzale – Città di Vicenza.
La sessantesima edizione rappresenta un traguardo significativo per una manifestazione nata negli anni Sessanta grazie all'iniziativa di Fiorella Benetti Brazzale, organista, compositrice e docente originaria di Asiago. Con il sostegno della parrocchia di San Matteo, il festival prese forma con l'obiettivo di promuovere e diffondere la cultura musicale sull'Altopiano, portando negli anni interpreti e formazioni di rilievo nazionale e internazionale.
Dopo la scomparsa di Fiorella Benetti Brazzale nel 1992, l'esperienza di Asiagofestival è proseguita grazie alla costituzione dell'Associazione culturale Amici della Musica di Asiago, intitolata alla fondatrice. Dal 1993 il festival ha continuato a crescere, mantenendo vivo lo spirito originario e rafforzando il dialogo tra tradizione e contemporaneità. Dal 1998 la rassegna invita ogni anno un compositore di fama internazionale, commissionandogli un'opera da eseguire in prima assoluta durante il festival. Una formula che ha contribuito a consolidare l'identità di Asiagofestival come luogo di incontro tra il grande repertorio e la musica del presente.
L'edizione 2026 sarà diretta artisticamente da Josè Gallardo e Hyun-Jung Berger, mentre la direzione organizzativa sarà affidata ad Alberto Brazzale.
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Christine Lagarde (Ansa)
Mentre la Bce continua a muoversi con la sicurezza di chi crede che il freno monetario sia sempre la risposta giusta, fioccano le proteste. Alcune da un coro inatteso come la presidenza di Confindustria. «Credo che in un momento come questo, visto quello che sta succedendo e, visto che comunque le cause non sono interne ma sono esterne, più che un rialzo dei tassi mi aspettavo un ribasso dei tassi», dice Emanuele Orsini, «mentre esce l’iperammortamento per l’Italia e noi invitiamo le imprese a investire, c’è un +0,25% sui tassi. Credo che questo non sia un grande segnale. Noi oggi abbiamo bisogno che le imprese corrano e investano. Abbiamo bisogno di produrre e che incrementino la produttività». Anche i governi alzano la voce. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è tra i più espliciti: «Il rialzo dei tassi non solo è inutile rispetto all’origine del problema (lo choc energetico nato dalla chiusura di Hormuz), ma rischia di aggravare una situazione già fragile». Il punto è semplice: se l’inflazione arriva dall’esterno, alzare il costo del denaro dentro l’Eurozona significa colpire la domanda senza toccare la causa. Si cura il malato con una terapia che agisce sui sintomi e ignora la malattia. Ancora più netto Antonio Tajani, che smonta la logica della stretta: «L’aumento dei tassi non aiuta nessuno». Una bocciatura politica e tecnica.
Così, mentre Roma alza l’asticella del dissenso, da Washington arriva una conferma che pesa come un macigno. Il Fondo monetario internazionale non lascia spazio: se il prezzo dell’energia e l’inflazione restano coerenti con le attuali proiezioni, «potrebbe essere necessario un orientamento di politica monetaria leggermente più restrittivo». Insomma, altri rialzi dei tassi sono non solo possibili, ma coerenti con lo scenario centrale. Il paradosso è evidente: mentre governi e imprese chiedono respiro, le istituzioni internazionali preparano il terreno a un ulteriore irrigidimento.
In particolare, la Bce sembra procedere come se il costo sociale della stretta fosse una variabile secondaria. Lagarde insiste sulla necessità di mantenere la credibilità anti inflazione, come se quella credibilità non avesse un prezzo: credito più caro, investimenti più deboli, famiglie sotto pressione e crescita compressa.
Il tutto in nome di un’inflazione che, per ammissione della stessa Bce, è alimentata in larga parte da fattori energetici e geopolitici, quindi esterni alla domanda interna. Qui sta la frattura politica ed economica più profonda: da un lato una banca centrale che continua a rispondere con la leva dei tassi a uno choc che non nasce dal sistema economico; dall’altro governi che vedono il rischio di una terapia che finisce per diventare parte del problema. Il quadro non aiuta la narrazione ottimista. L’inflazione viene stimata al 3% nel 2026 e al 2,3% nel 2027, con il ritorno al 2% spostato addirittura al 2028. Una traiettoria che somiglia a una lunga sospensione della normalità.
Nel frattempo, la crescita resta debole, quasi trattenuta. E qui la critica si fa più politica: perché una banca centrale che continua a privilegiare la stretta in un contesto di choc esterni finisce per assumere, di fatto, il rischio di raffreddare l’economia oltre il necessario.
Il risultato è un’Europa che procede con il freno tirato, mentre il Fmi avverte che il percorso potrebbe richiedere ancora ulteriori strette. Qui il cerchio si chiude: la Bce stringe per combattere l’inflazione, il Fmi annuncia la possibilità di stringere ancora, governi e industriali denunciano gli effetti collaterali. Nel mezzo un’economia reale che paga il conto più alto: quello di una politica monetaria che, nel tentativo di non arrivare in ritardo sull’inflazione, rischia di arrivare in anticipo sulla recessione.
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Natalino Irti (Imagoeconomica)
Allievo del marchigiano Emilio Betti, insigne storico e a sua volta docente di diritto (fondamentale il suo apporto al Codice civile italiano del 1942, ancora oggi in vigore), Irti diviene dottore in Giurisprudenza all’università La Sapienza di Roma per poi acquisire il titolo di professore ordinario nel 1968. Dopo avere insegnato negli atenei di Sassari, Parma, Perugia e Torino (dove intrattiene un fertile rapporto intellettuale con un altro eminente giurista, Mario Allara), nel 1977 fa ritorno nella Capitale svolgendo l’attività di docente di diritto civile, teoria generale del diritto e istituzioni di diritto privato presso la facoltà di Giurisprudenza di quella stessa università, La Sapienza, in cui si era laureato.
Autore tra il 1962 e il 2025 di una quarantina di pubblicazioni, fra cui numerosi libri di testo, Irti concepiva il diritto come un baluardo della ragione e come il mezzo principale tramite cui fronteggiare la supremazia del mercato e della tecnica che contraddistingue la contemporaneità. Tra i suoi maggiori crucci figurava la costante perdita di centralità del Codice civile, progressivamente sopraffatto da un numero esorbitante di «leggi speciali» e da una deleteria frammentazione normativa il cui approdo, ma anche la cui prima motivazione, è il soddisfacimento di interessi «particolari» - riconducibili per lo più al potere tecnologico - a discapito del primato della legge (problema estesamente affrontato, fra l’altro, nella densa conversazione con Massimo Cacciari, Elogio del diritto, pubblicata nel 2019 da La nave di Teseo). Esito di questo processo degenerativo era, per Irti, il «nichilismo giuridico», vale a dire la latitanza di valori assoluti nel diritto contemporaneo, con la conseguente riduzione di quest’ultimo a puro strumento di gestione di rapporti di forza. Negli ultimi tempi, l’affermarsi del Web e il consolidarsi del fenomeno della globalizzazione avevano indotto Irti a misurarsi con il concetto di geo-diritto (in particolare nel saggio Norma e luoghi. Problemi di geo-diritto, stampato da Laterza nel 2006): secondo il giurista abruzzese, il diritto può efficacemente regolamentare luoghi virtuali e tendenzialmente privi di confini, come quelli della rete, solo elaborando una visione artificiale dello spazio con la quale affrancarsi dai vincoli con il territorio concretamente inteso. Anche accademico dei Lincei e presidente emerito dell’Istituto italiano per gli studi storici, Natalino Irti è stato celebrato, nella giornata di ieri, da colleghi ed esponenti del mondo politico e culturale, tra cui Elisabetta Sgarbi, suo ultimo editore in ordine di tempo, la quale ha scritto sui social: «La nave di Teseo è orgogliosa di avere ospitato nella sua storia una personalità di tale livello umano e culturale». Il lascito di Irti può essere sintetizzato dalla seguente frase (proveniente da Riconoscersi nella parola, pubblicato nel 2020 dal Mulino), capace di condensare l’eterna tensione umana fra l’esigenza di ordinare la realtà e il pericolo di irrigidirla e depauperarla a causa di un eccesso di norme: «È forza l’uscire dal caos informe degli eventi, prendere nome, ritrovarsi e riconoscersi in una figura generale e tipica. È pena la fissazione schematica e definitoria che sopprime o trascura particolarità, soffoca sfumature».
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