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2025-04-29
La Germania ha fretta di riarmarsi: chiesta la deroga al Patto di stabilità
Friedrich Merz (Getty Images)
Quando Ursula von der Leyen e Kaja Kallas si sono messe l’elmetto, varando il programma di riarmo europeo, le reazioni degli Stati membri erano state piuttosto fredde, in molti casi persino contrariate. Alla Francia e all’Italia, per esempio, non era garbata un granché la formula studiata dalle prodi amazzoni di Bruxelles, che prevede una licenza all’indebitamento nazionale per le spese belliche e una sorta di Mes camuffato, il cosiddetto Safe. Mentre tutti indugiano, però, la Germania ha risposto prontamente all’appello, inviando ieri una lettera alla Commissione Ue in cui chiede l’attivazione della «clausola di salvaguardia». In sostanza, per riarmarsi in maniera massiccia, Berlino intende avvalersi della deroga al Patto di stabilità. L’obiettivo? Non far pesare gli investimenti nella difesa sul debito tedesco e, quindi, non incorrere nelle temute procedure d’infrazione.
«Possiamo confermare che la Germania ha richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per il periodo 2025-2028», ha dichiarato all’Ansa un portavoce del ministero delle Finanze tedesco. Si tratta, ha proseguito, di «un’importante misura complementare per consentire una maggiore spesa nazionale per la difesa, mantenendo al contempo la sostenibilità fiscale». Stando alle deroghe previste da Bruxelles, ogni Stato membro che ne farà richiesta potrà aumentare ogni anno le spese militari dell’1,5% del Pil per quattro anni. In teoria, era possibile presentare domanda entro fine aprile. In pratica, però, questa scadenza non è vincolante, come ha confermato ieri il commissario Valdis Dombrovskis.
Per adesso, la Germania è stata la prima nazione a fare richiesta formale per l’attivazione della clausola di salvaguardia. Molto presto, tuttavia, potrebbero muoversi anche Portogallo, Slovenia, Polonia, Belgio e Bulgaria. Contrarie si sono finora dette Parigi e Madrid, mentre Roma ha affermato che intende raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil nelle spese per la difesa senza ricorrere alla sospensione del Patto. Come ha spiegato un portavoce della Commissione Ue, l’analisi delle richieste avrà luogo a maggio, in modo da arrivare a una conclusione in tempo per il pacchetto del semestre europeo, previsto il prossimo 4 giugno.
«Una Germania male armata rappresenta oggi un pericolo maggiore per l’Europa di una Germania ben armata», ha dichiarato ieri il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, intervenuto a Bruxelles per celebrare i 70 anni dell’ingresso di Berlino nella Nato. «Oggi che la guerra di Putin contro l’Ucraina continua a imperversare e gli Usa mettono gli alleati europei sotto enorme pressione, alla Germania tocca un ruolo chiave», ha proseguito Steinmeier. Che poi ha aggiunto: «C’è bisogno di un esercito forte non per condurre una guerra, ma per evitarla, non per sostituire la diplomazia, ma per renderla credibile». «L’Europa», ha affermato il presidente tedesco, «ha lanciato un appello alla Germania e noi l’abbiamo sentito. Potete contare su di noi».
A prescindere dalla questione riarmo in sé, però, questa mossa ha un costo politico non indifferente per Friedrich Merz. Pur non essendo ancora cancelliere, infatti, il leader della Cdu ha già perso diversi consensi, tanto che l’Afd ha clamorosamente superato l’Unione nei sondaggi. Ecco perché ieri, durante il congresso del suo partito, Merz ha giustificato con forza la riforma del freno al debito, pur sapendo della «delusione di molti elettori», a cui prima del voto aveva promesso che il nuovo governo non avrebbe toccato il vincolo di bilancio.
Al di là di questi impacci, sempre ieri la commissione della Cdu ha approvato il contratto di coalizione, in attesa che domani lo faccia la Spd. Durante il congresso sono stati resi i noti i ministri espressi dal partito cristiano-democratico (e dai «fratelli» bavaresi della Csu). Si tratta, per la maggior parte, di figure piuttosto scialbe, in alcuni casi di veri e propri outsider. Il loro minimo comun denominatore, però, è chiaro: sono tutti uomini di Merz. A partire da Thorsten Frei, che dirigerà la cancelleria. Braccio destro del leader, Frei si è distinto in campagna elettorale per i suoi toni duri sull’immigrazione. E non è un caso che ieri Merz abbia annunciato a trombe spiegate che la priorità del governo sarà il controllo dei confini, unita a «un’offensiva sulle espulsioni» che includerà anche i rimpatri in Afghanistan. Per il resto, spiccano la manager Katherina Reiche al ministero dell’Economia e l’esperto Johann Wadephul agli Esteri.
La Csu, invece, ha fatto scelte un po’ più forti, con figure potenzialmente divisive, come per esempio l’ultraconservatore Wolfram Weimer, ex direttore della Welt e di Focus, che sarà ministro della Cultura. Anche per l’agricoltura il partito non si è tirato indietro e ha nominato il macellaio Alois Rainer, in netta discontinuità col predecessore espresso dai Verdi, Cem Özdemir, noto vegetariano. «Più polpettone e meno tofu», ha commentato scherzosamente Markus Söder, il leader dei bavaresi.
Ppe, via al patto sulla competitività
Oggi e domani i leader del Partito popolare europeo (Ppe) si riuniranno a Valencia per partecipare a un congresso che definirà la nuova strategia politica. Alla seduta saranno presenti più di 800 delegati e 1.200 ospiti da 40 Paesi. Attesi anche gli interventi del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, del presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, di 15 capi di Stato o di governo, tra i quali il prossimo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e di quattro vicepremier compreso il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che del Ppe è anche vicepresidente decano, essendo stato in carica dal 2002. All’ordine del giorno ci sarà il rinnovo della presidenza. Il tedesco Manfred Weber, alla guida del partito dal 2022, è praticamente certo della riconferma, non essendo pervenute al momento altre candidature. Saranno quindi eletti dieci vicepresidenti, uno dei quali potrebbe essere proprio Tajani, un nuovo segretario generale, sul cui incarico si fa il nome della spagnola Dolores Montserrat, e un tesoriere. A proposito del ministro degli Esteri italiano, la Montserrat ha dichiarato: «Con Tajani mi lega un rapporto speciale di amicizia e affetto. Ho lavorato con lui ed è uno dei maggiori punti di riferimento dell’attuale Ppe. Sono sicura che come vicepresidente continuerà a svolgere un lavoro brillante, proprio come sta facendo attualmente nel governo italiano». Per oggi pomeriggio si attende un intervento di Tajani sul tema delle migrazioni, mentre domattina saranno adottate alcune risoluzioni che delineeranno le priorità della famiglia dei popolari per il prossimo triennio. Le risoluzioni toccheranno inoltre la sottoscrizione di un patto per garantire un nuovo impulso all’occupazione e alla crescita. A questo proposito, il vicepremier Tajani presenterà una risoluzione sulla competitività e l’industria. Risoluzione che ha già incassato il sostegno degli altri membri della presidenza del Ppe e il plauso delle delegazioni tedesche a Cdu e Csu. Insieme a Tajani, faranno parete della delegazione italiana tutti gli europarlamentari di Fi, i presidenti di Regione Alberto Cirio (Piemonte), Vito Bardi (Basilicata), Roberto Occhiuto (Calabria) e Francesco Roberti (Molise), il sottosegretario agli Esteri, Maria Tripodi, e i capigruppo alla Camera e al Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. Il Ppe intende quindi proporre politiche familiari più forti, incentivi alla natalità, sostegno alla genitorialità e una maggiore accessibilità agli alloggi, soprattutto per i giovani. Sul fronte dell’immigrazione, invece, c’è l’obiettivo di introdurre un approccio basato sul rafforzamento della gestione comune delle frontiere esterne, la lotta ai trafficanti e una politica di asilo «più ordinata», laddove centrale è l’integrazione dei migranti regolari, con percorsi di inserimento lavorativo e sociale.«Serve una rivoluzione che permetta all’Europa di tornare a essere protagonista e il Ppe è la garanzia della stabilità, essendo la prima forza politica nel Parlamento, con 15 commissari, compreso il presidente Von der Leyen», ha dichiarato ieri Tajani, appena atterrato a Valencia. E ha parlato si strategie da adottare: «Certamente invertire la rotta del Green deal, che non significa non essere impegnati nella lotta contro il cambiamento climatico, ma tener conto delle questioni sociali, industriali e agricole. Bisogna lavorare per la sicurezza dell’Europa, aumentando le spese per la difesa, che non significa essere guerrafondai. Poi servono riforme istituzionali: un solo presidente eletto direttamente i cittadini, che sia presidente della Commissione e presidente del Consiglio, oltre a dare più potere al Parlamento europeo, che deve avere l’iniziativa legislativa. Infine, l’Europa deve completare il percorso del mercato interno, di capitale e dell’energia. Se non si completa questo percorso sarà difficile competere con Paesi quali gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India e gli Stati africani».
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Il futuro governo non c’è ancora, ma il futuro cancelliere Merz scalpita e presenta i nuovi ministri: tutte figure scialbe e suoi fedelissimi. Ribadita la stretta sui migranti: «Faremo respingimenti massicci».Popolari a congresso oggi e domani. Tajani presenta una risoluzione sull’industria europea: «Bisogna invertire la rotta sul Green deal». Attesa anche la Von der Leyen.Lo speciale contiene due articoli.Quando Ursula von der Leyen e Kaja Kallas si sono messe l’elmetto, varando il programma di riarmo europeo, le reazioni degli Stati membri erano state piuttosto fredde, in molti casi persino contrariate. Alla Francia e all’Italia, per esempio, non era garbata un granché la formula studiata dalle prodi amazzoni di Bruxelles, che prevede una licenza all’indebitamento nazionale per le spese belliche e una sorta di Mes camuffato, il cosiddetto Safe. Mentre tutti indugiano, però, la Germania ha risposto prontamente all’appello, inviando ieri una lettera alla Commissione Ue in cui chiede l’attivazione della «clausola di salvaguardia». In sostanza, per riarmarsi in maniera massiccia, Berlino intende avvalersi della deroga al Patto di stabilità. L’obiettivo? Non far pesare gli investimenti nella difesa sul debito tedesco e, quindi, non incorrere nelle temute procedure d’infrazione. «Possiamo confermare che la Germania ha richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per il periodo 2025-2028», ha dichiarato all’Ansa un portavoce del ministero delle Finanze tedesco. Si tratta, ha proseguito, di «un’importante misura complementare per consentire una maggiore spesa nazionale per la difesa, mantenendo al contempo la sostenibilità fiscale». Stando alle deroghe previste da Bruxelles, ogni Stato membro che ne farà richiesta potrà aumentare ogni anno le spese militari dell’1,5% del Pil per quattro anni. In teoria, era possibile presentare domanda entro fine aprile. In pratica, però, questa scadenza non è vincolante, come ha confermato ieri il commissario Valdis Dombrovskis. Per adesso, la Germania è stata la prima nazione a fare richiesta formale per l’attivazione della clausola di salvaguardia. Molto presto, tuttavia, potrebbero muoversi anche Portogallo, Slovenia, Polonia, Belgio e Bulgaria. Contrarie si sono finora dette Parigi e Madrid, mentre Roma ha affermato che intende raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil nelle spese per la difesa senza ricorrere alla sospensione del Patto. Come ha spiegato un portavoce della Commissione Ue, l’analisi delle richieste avrà luogo a maggio, in modo da arrivare a una conclusione in tempo per il pacchetto del semestre europeo, previsto il prossimo 4 giugno.«Una Germania male armata rappresenta oggi un pericolo maggiore per l’Europa di una Germania ben armata», ha dichiarato ieri il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, intervenuto a Bruxelles per celebrare i 70 anni dell’ingresso di Berlino nella Nato. «Oggi che la guerra di Putin contro l’Ucraina continua a imperversare e gli Usa mettono gli alleati europei sotto enorme pressione, alla Germania tocca un ruolo chiave», ha proseguito Steinmeier. Che poi ha aggiunto: «C’è bisogno di un esercito forte non per condurre una guerra, ma per evitarla, non per sostituire la diplomazia, ma per renderla credibile». «L’Europa», ha affermato il presidente tedesco, «ha lanciato un appello alla Germania e noi l’abbiamo sentito. Potete contare su di noi».A prescindere dalla questione riarmo in sé, però, questa mossa ha un costo politico non indifferente per Friedrich Merz. Pur non essendo ancora cancelliere, infatti, il leader della Cdu ha già perso diversi consensi, tanto che l’Afd ha clamorosamente superato l’Unione nei sondaggi. Ecco perché ieri, durante il congresso del suo partito, Merz ha giustificato con forza la riforma del freno al debito, pur sapendo della «delusione di molti elettori», a cui prima del voto aveva promesso che il nuovo governo non avrebbe toccato il vincolo di bilancio. Al di là di questi impacci, sempre ieri la commissione della Cdu ha approvato il contratto di coalizione, in attesa che domani lo faccia la Spd. Durante il congresso sono stati resi i noti i ministri espressi dal partito cristiano-democratico (e dai «fratelli» bavaresi della Csu). Si tratta, per la maggior parte, di figure piuttosto scialbe, in alcuni casi di veri e propri outsider. Il loro minimo comun denominatore, però, è chiaro: sono tutti uomini di Merz. A partire da Thorsten Frei, che dirigerà la cancelleria. Braccio destro del leader, Frei si è distinto in campagna elettorale per i suoi toni duri sull’immigrazione. E non è un caso che ieri Merz abbia annunciato a trombe spiegate che la priorità del governo sarà il controllo dei confini, unita a «un’offensiva sulle espulsioni» che includerà anche i rimpatri in Afghanistan. Per il resto, spiccano la manager Katherina Reiche al ministero dell’Economia e l’esperto Johann Wadephul agli Esteri. La Csu, invece, ha fatto scelte un po’ più forti, con figure potenzialmente divisive, come per esempio l’ultraconservatore Wolfram Weimer, ex direttore della Welt e di Focus, che sarà ministro della Cultura. Anche per l’agricoltura il partito non si è tirato indietro e ha nominato il macellaio Alois Rainer, in netta discontinuità col predecessore espresso dai Verdi, Cem Özdemir, noto vegetariano. «Più polpettone e meno tofu», ha commentato scherzosamente Markus Söder, il leader dei bavaresi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-ha-fretta-di-riarmarsi-2671862254.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ppe-via-al-patto-sulla-competitivita" data-post-id="2671862254" data-published-at="1745926010" data-use-pagination="False"> Ppe, via al patto sulla competitività Oggi e domani i leader del Partito popolare europeo (Ppe) si riuniranno a Valencia per partecipare a un congresso che definirà la nuova strategia politica. Alla seduta saranno presenti più di 800 delegati e 1.200 ospiti da 40 Paesi. Attesi anche gli interventi del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, del presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, di 15 capi di Stato o di governo, tra i quali il prossimo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e di quattro vicepremier compreso il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che del Ppe è anche vicepresidente decano, essendo stato in carica dal 2002. All’ordine del giorno ci sarà il rinnovo della presidenza. Il tedesco Manfred Weber, alla guida del partito dal 2022, è praticamente certo della riconferma, non essendo pervenute al momento altre candidature. Saranno quindi eletti dieci vicepresidenti, uno dei quali potrebbe essere proprio Tajani, un nuovo segretario generale, sul cui incarico si fa il nome della spagnola Dolores Montserrat, e un tesoriere. A proposito del ministro degli Esteri italiano, la Montserrat ha dichiarato: «Con Tajani mi lega un rapporto speciale di amicizia e affetto. Ho lavorato con lui ed è uno dei maggiori punti di riferimento dell’attuale Ppe. Sono sicura che come vicepresidente continuerà a svolgere un lavoro brillante, proprio come sta facendo attualmente nel governo italiano». Per oggi pomeriggio si attende un intervento di Tajani sul tema delle migrazioni, mentre domattina saranno adottate alcune risoluzioni che delineeranno le priorità della famiglia dei popolari per il prossimo triennio. Le risoluzioni toccheranno inoltre la sottoscrizione di un patto per garantire un nuovo impulso all’occupazione e alla crescita. A questo proposito, il vicepremier Tajani presenterà una risoluzione sulla competitività e l’industria. Risoluzione che ha già incassato il sostegno degli altri membri della presidenza del Ppe e il plauso delle delegazioni tedesche a Cdu e Csu. Insieme a Tajani, faranno parete della delegazione italiana tutti gli europarlamentari di Fi, i presidenti di Regione Alberto Cirio (Piemonte), Vito Bardi (Basilicata), Roberto Occhiuto (Calabria) e Francesco Roberti (Molise), il sottosegretario agli Esteri, Maria Tripodi, e i capigruppo alla Camera e al Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. Il Ppe intende quindi proporre politiche familiari più forti, incentivi alla natalità, sostegno alla genitorialità e una maggiore accessibilità agli alloggi, soprattutto per i giovani. Sul fronte dell’immigrazione, invece, c’è l’obiettivo di introdurre un approccio basato sul rafforzamento della gestione comune delle frontiere esterne, la lotta ai trafficanti e una politica di asilo «più ordinata», laddove centrale è l’integrazione dei migranti regolari, con percorsi di inserimento lavorativo e sociale.«Serve una rivoluzione che permetta all’Europa di tornare a essere protagonista e il Ppe è la garanzia della stabilità, essendo la prima forza politica nel Parlamento, con 15 commissari, compreso il presidente Von der Leyen», ha dichiarato ieri Tajani, appena atterrato a Valencia. E ha parlato si strategie da adottare: «Certamente invertire la rotta del Green deal, che non significa non essere impegnati nella lotta contro il cambiamento climatico, ma tener conto delle questioni sociali, industriali e agricole. Bisogna lavorare per la sicurezza dell’Europa, aumentando le spese per la difesa, che non significa essere guerrafondai. Poi servono riforme istituzionali: un solo presidente eletto direttamente i cittadini, che sia presidente della Commissione e presidente del Consiglio, oltre a dare più potere al Parlamento europeo, che deve avere l’iniziativa legislativa. Infine, l’Europa deve completare il percorso del mercato interno, di capitale e dell’energia. Se non si completa questo percorso sarà difficile competere con Paesi quali gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India e gli Stati africani».
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Dalla «serendipità» agli scroll infiniti, i social non sono neutrali: sono progettati per trattenere l’utente. Studi e ricerche mostrano come gli algoritmi replichino i meccanismi del gioco d’azzardo, con effetti su attenzione, sonno e controllo degli impulsi.
Il 25 marzo scorso, in quella che è già stata definita una sentenza «storica», il tribunale di Los Angeles ha condannato Google e Meta giudicandole colpevoli di aver progettato piattaforme in grado di indurre dipendenza nei giovani utenti. La condanna, arrivata in risposta alla denuncia effettuata da una ventenne che lamentava la sua totale dipendenza dalle applicazioni dei giganti tech, riporta prepotentemente sotto i riflettori il tema relativo al funzionamento degli algoritmi dei social network. Applicazioni che ciascuno di noi utilizza ormai quotidianamente, talvolta in maniera ossessiva, specialmente i più giovani.
L’idea che queste app siano progettate per creare dipendenza comincia ad assumere i contorni di realtà incontrovertibile. D’altra parte, seppure il consenso scientifico non sia ancora unanime, gli studi accademici a supporto di questa teoria sono ormai innumerevoli. Al centro di questo sistema c'è il funzionamento degli algoritmi. Piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube non si limitano infatti a mostrarci contenuti, ma li selezionano con precisione chirurgica, analizzando in tempo reale ogni nostro comportamento.
Quanto guardiamo un video, se lo salviamo, se lo commentiamo o semplicemente se ci fermiamo qualche secondo prima di scorrere oltre: ogni segnale viene registrato e utilizzato per affinare il profilo dell'utente e tenerlo incollato allo schermo il più a lungo possibile. L'obiettivo dichiarato è massimizzare l'engagement e il tempo di permanenza sulla piattaforma, gli algoritmi sono ottimizzati proprio in questa direzione, indipendentemente dagli effetti che ciò produce sulla salute degli utenti.
Un recente studio della Baylor University ha confrontato TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts su un campione di 555 studenti universitari, analizzando tre caratteristiche chiave: la facilità d'uso, l'accuratezza dei contenuti raccomandati e la capacità di sorprendere l'utente con contenuti inaspettati. TikTok ha ottenuto punteggi più alti su tutte e tre le dimensioni. In particolare, quella che viene definita «serendipità» (ovvero l'iniezione di contenuti inattesi generato dall’algoritmo) risulta essere uno dei meccanismi più efficaci per impedire che l'utente si annoi e smetta di scorrere. In altre parole, si tratta di ingegneria comportamentale applicata su scala miliardaria.
Questi sistemi rientrano in ciò che la ricerca accademica definisce «design persuasivo», ovverosia interfacce e algoritmi progettati intenzionalmente per modificare i comportamenti degli utenti. Uno studio pubblicato dall'Università di Brown ha evidenziato come le app di social media siano strutturate per funzionare in maniera simile alle slot machine. Il gesto dello «swipe down» per aggiornare la pagina principale riproduce fedelmente il gesto di tirare la leva di una slot machine, mentre la sequenza irregolare di contenuti soddisfacenti replica il meccanismo della ricompensa variabile che rende il gioco d'azzardo. L'utente scorre nella speranza che il prossimo video sia «quello giusto», esattamente come il giocatore tira la leva convinto che la prossima giocata possa essere quella vincente.
Il nostro cervello parrebbe risentirne. L'uso prolungato dei social media altera i circuiti dopaminergici del cervello (per inciso, gli stessi coinvolti nelle dipendenze da sostanze) generando un loop di desiderio, anticipazione e gratificazione che diventa progressivamente più difficile da interrompere, questo almeno il risultato di uno studio pubblicato sulla National Library of Medicine, condotto da ricercatori del Vanderbilt University Medical Center. Le modifiche strutturali osservate riguardano la corteccia prefrontale, l'amigdala e i gangli della base, aree cruciali per il controllo degli impulsi, la regolazione emotiva e il processo decisionale.
Tra le conseguenze più documentate dell'uso intensivo vi è la perdita della percezione del tempo. Negli studi sopracitati gli utenti TikTok intervistati riferiscono di perdere frequentemente il senso del tempo durante la navigazione, continuando a scorrere ben oltre le proprie intenzioni iniziali. A questo si aggiungono gli impatti sulla qualità del sonno, sulla capacità attentiva e sul benessere generale, con effetti che variano significativamente da individuo a individuo in base a fattori come l'età, la predisposizione psicologica e la quantità di tempo trascorso sulle piattaforme.
Ciò che accomuna quasi tutti gli studi, tuttavia, è la conclusione che questi effetti non siano accidentali, bensì il prodotto prevedibile e calcolato di sistemi progettati per massimizzare il coinvolgimento, a prescindere dal costo umano.
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Alberto Gurrisi ci guida alla scoperta dell’organo Hammond, uno strumento che ha fatto la storia, dal rock al jazz. E ci parla del suo grande maestro, Franco Cerri, che verrà ricordato al Blue Note di Milano con un concerto speciale il 31 maggio.
Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
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