True
2025-04-29
La Germania ha fretta di riarmarsi: chiesta la deroga al Patto di stabilità
Friedrich Merz (Getty Images)
Quando Ursula von der Leyen e Kaja Kallas si sono messe l’elmetto, varando il programma di riarmo europeo, le reazioni degli Stati membri erano state piuttosto fredde, in molti casi persino contrariate. Alla Francia e all’Italia, per esempio, non era garbata un granché la formula studiata dalle prodi amazzoni di Bruxelles, che prevede una licenza all’indebitamento nazionale per le spese belliche e una sorta di Mes camuffato, il cosiddetto Safe. Mentre tutti indugiano, però, la Germania ha risposto prontamente all’appello, inviando ieri una lettera alla Commissione Ue in cui chiede l’attivazione della «clausola di salvaguardia». In sostanza, per riarmarsi in maniera massiccia, Berlino intende avvalersi della deroga al Patto di stabilità. L’obiettivo? Non far pesare gli investimenti nella difesa sul debito tedesco e, quindi, non incorrere nelle temute procedure d’infrazione.
«Possiamo confermare che la Germania ha richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per il periodo 2025-2028», ha dichiarato all’Ansa un portavoce del ministero delle Finanze tedesco. Si tratta, ha proseguito, di «un’importante misura complementare per consentire una maggiore spesa nazionale per la difesa, mantenendo al contempo la sostenibilità fiscale». Stando alle deroghe previste da Bruxelles, ogni Stato membro che ne farà richiesta potrà aumentare ogni anno le spese militari dell’1,5% del Pil per quattro anni. In teoria, era possibile presentare domanda entro fine aprile. In pratica, però, questa scadenza non è vincolante, come ha confermato ieri il commissario Valdis Dombrovskis.
Per adesso, la Germania è stata la prima nazione a fare richiesta formale per l’attivazione della clausola di salvaguardia. Molto presto, tuttavia, potrebbero muoversi anche Portogallo, Slovenia, Polonia, Belgio e Bulgaria. Contrarie si sono finora dette Parigi e Madrid, mentre Roma ha affermato che intende raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil nelle spese per la difesa senza ricorrere alla sospensione del Patto. Come ha spiegato un portavoce della Commissione Ue, l’analisi delle richieste avrà luogo a maggio, in modo da arrivare a una conclusione in tempo per il pacchetto del semestre europeo, previsto il prossimo 4 giugno.
«Una Germania male armata rappresenta oggi un pericolo maggiore per l’Europa di una Germania ben armata», ha dichiarato ieri il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, intervenuto a Bruxelles per celebrare i 70 anni dell’ingresso di Berlino nella Nato. «Oggi che la guerra di Putin contro l’Ucraina continua a imperversare e gli Usa mettono gli alleati europei sotto enorme pressione, alla Germania tocca un ruolo chiave», ha proseguito Steinmeier. Che poi ha aggiunto: «C’è bisogno di un esercito forte non per condurre una guerra, ma per evitarla, non per sostituire la diplomazia, ma per renderla credibile». «L’Europa», ha affermato il presidente tedesco, «ha lanciato un appello alla Germania e noi l’abbiamo sentito. Potete contare su di noi».
A prescindere dalla questione riarmo in sé, però, questa mossa ha un costo politico non indifferente per Friedrich Merz. Pur non essendo ancora cancelliere, infatti, il leader della Cdu ha già perso diversi consensi, tanto che l’Afd ha clamorosamente superato l’Unione nei sondaggi. Ecco perché ieri, durante il congresso del suo partito, Merz ha giustificato con forza la riforma del freno al debito, pur sapendo della «delusione di molti elettori», a cui prima del voto aveva promesso che il nuovo governo non avrebbe toccato il vincolo di bilancio.
Al di là di questi impacci, sempre ieri la commissione della Cdu ha approvato il contratto di coalizione, in attesa che domani lo faccia la Spd. Durante il congresso sono stati resi i noti i ministri espressi dal partito cristiano-democratico (e dai «fratelli» bavaresi della Csu). Si tratta, per la maggior parte, di figure piuttosto scialbe, in alcuni casi di veri e propri outsider. Il loro minimo comun denominatore, però, è chiaro: sono tutti uomini di Merz. A partire da Thorsten Frei, che dirigerà la cancelleria. Braccio destro del leader, Frei si è distinto in campagna elettorale per i suoi toni duri sull’immigrazione. E non è un caso che ieri Merz abbia annunciato a trombe spiegate che la priorità del governo sarà il controllo dei confini, unita a «un’offensiva sulle espulsioni» che includerà anche i rimpatri in Afghanistan. Per il resto, spiccano la manager Katherina Reiche al ministero dell’Economia e l’esperto Johann Wadephul agli Esteri.
La Csu, invece, ha fatto scelte un po’ più forti, con figure potenzialmente divisive, come per esempio l’ultraconservatore Wolfram Weimer, ex direttore della Welt e di Focus, che sarà ministro della Cultura. Anche per l’agricoltura il partito non si è tirato indietro e ha nominato il macellaio Alois Rainer, in netta discontinuità col predecessore espresso dai Verdi, Cem Özdemir, noto vegetariano. «Più polpettone e meno tofu», ha commentato scherzosamente Markus Söder, il leader dei bavaresi.
Ppe, via al patto sulla competitività
Oggi e domani i leader del Partito popolare europeo (Ppe) si riuniranno a Valencia per partecipare a un congresso che definirà la nuova strategia politica. Alla seduta saranno presenti più di 800 delegati e 1.200 ospiti da 40 Paesi. Attesi anche gli interventi del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, del presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, di 15 capi di Stato o di governo, tra i quali il prossimo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e di quattro vicepremier compreso il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che del Ppe è anche vicepresidente decano, essendo stato in carica dal 2002. All’ordine del giorno ci sarà il rinnovo della presidenza. Il tedesco Manfred Weber, alla guida del partito dal 2022, è praticamente certo della riconferma, non essendo pervenute al momento altre candidature. Saranno quindi eletti dieci vicepresidenti, uno dei quali potrebbe essere proprio Tajani, un nuovo segretario generale, sul cui incarico si fa il nome della spagnola Dolores Montserrat, e un tesoriere. A proposito del ministro degli Esteri italiano, la Montserrat ha dichiarato: «Con Tajani mi lega un rapporto speciale di amicizia e affetto. Ho lavorato con lui ed è uno dei maggiori punti di riferimento dell’attuale Ppe. Sono sicura che come vicepresidente continuerà a svolgere un lavoro brillante, proprio come sta facendo attualmente nel governo italiano». Per oggi pomeriggio si attende un intervento di Tajani sul tema delle migrazioni, mentre domattina saranno adottate alcune risoluzioni che delineeranno le priorità della famiglia dei popolari per il prossimo triennio. Le risoluzioni toccheranno inoltre la sottoscrizione di un patto per garantire un nuovo impulso all’occupazione e alla crescita. A questo proposito, il vicepremier Tajani presenterà una risoluzione sulla competitività e l’industria. Risoluzione che ha già incassato il sostegno degli altri membri della presidenza del Ppe e il plauso delle delegazioni tedesche a Cdu e Csu. Insieme a Tajani, faranno parete della delegazione italiana tutti gli europarlamentari di Fi, i presidenti di Regione Alberto Cirio (Piemonte), Vito Bardi (Basilicata), Roberto Occhiuto (Calabria) e Francesco Roberti (Molise), il sottosegretario agli Esteri, Maria Tripodi, e i capigruppo alla Camera e al Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. Il Ppe intende quindi proporre politiche familiari più forti, incentivi alla natalità, sostegno alla genitorialità e una maggiore accessibilità agli alloggi, soprattutto per i giovani. Sul fronte dell’immigrazione, invece, c’è l’obiettivo di introdurre un approccio basato sul rafforzamento della gestione comune delle frontiere esterne, la lotta ai trafficanti e una politica di asilo «più ordinata», laddove centrale è l’integrazione dei migranti regolari, con percorsi di inserimento lavorativo e sociale.«Serve una rivoluzione che permetta all’Europa di tornare a essere protagonista e il Ppe è la garanzia della stabilità, essendo la prima forza politica nel Parlamento, con 15 commissari, compreso il presidente Von der Leyen», ha dichiarato ieri Tajani, appena atterrato a Valencia. E ha parlato si strategie da adottare: «Certamente invertire la rotta del Green deal, che non significa non essere impegnati nella lotta contro il cambiamento climatico, ma tener conto delle questioni sociali, industriali e agricole. Bisogna lavorare per la sicurezza dell’Europa, aumentando le spese per la difesa, che non significa essere guerrafondai. Poi servono riforme istituzionali: un solo presidente eletto direttamente i cittadini, che sia presidente della Commissione e presidente del Consiglio, oltre a dare più potere al Parlamento europeo, che deve avere l’iniziativa legislativa. Infine, l’Europa deve completare il percorso del mercato interno, di capitale e dell’energia. Se non si completa questo percorso sarà difficile competere con Paesi quali gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India e gli Stati africani».
Continua a leggereRiduci
Il futuro governo non c’è ancora, ma il futuro cancelliere Merz scalpita e presenta i nuovi ministri: tutte figure scialbe e suoi fedelissimi. Ribadita la stretta sui migranti: «Faremo respingimenti massicci».Popolari a congresso oggi e domani. Tajani presenta una risoluzione sull’industria europea: «Bisogna invertire la rotta sul Green deal». Attesa anche la Von der Leyen.Lo speciale contiene due articoli.Quando Ursula von der Leyen e Kaja Kallas si sono messe l’elmetto, varando il programma di riarmo europeo, le reazioni degli Stati membri erano state piuttosto fredde, in molti casi persino contrariate. Alla Francia e all’Italia, per esempio, non era garbata un granché la formula studiata dalle prodi amazzoni di Bruxelles, che prevede una licenza all’indebitamento nazionale per le spese belliche e una sorta di Mes camuffato, il cosiddetto Safe. Mentre tutti indugiano, però, la Germania ha risposto prontamente all’appello, inviando ieri una lettera alla Commissione Ue in cui chiede l’attivazione della «clausola di salvaguardia». In sostanza, per riarmarsi in maniera massiccia, Berlino intende avvalersi della deroga al Patto di stabilità. L’obiettivo? Non far pesare gli investimenti nella difesa sul debito tedesco e, quindi, non incorrere nelle temute procedure d’infrazione. «Possiamo confermare che la Germania ha richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per il periodo 2025-2028», ha dichiarato all’Ansa un portavoce del ministero delle Finanze tedesco. Si tratta, ha proseguito, di «un’importante misura complementare per consentire una maggiore spesa nazionale per la difesa, mantenendo al contempo la sostenibilità fiscale». Stando alle deroghe previste da Bruxelles, ogni Stato membro che ne farà richiesta potrà aumentare ogni anno le spese militari dell’1,5% del Pil per quattro anni. In teoria, era possibile presentare domanda entro fine aprile. In pratica, però, questa scadenza non è vincolante, come ha confermato ieri il commissario Valdis Dombrovskis. Per adesso, la Germania è stata la prima nazione a fare richiesta formale per l’attivazione della clausola di salvaguardia. Molto presto, tuttavia, potrebbero muoversi anche Portogallo, Slovenia, Polonia, Belgio e Bulgaria. Contrarie si sono finora dette Parigi e Madrid, mentre Roma ha affermato che intende raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil nelle spese per la difesa senza ricorrere alla sospensione del Patto. Come ha spiegato un portavoce della Commissione Ue, l’analisi delle richieste avrà luogo a maggio, in modo da arrivare a una conclusione in tempo per il pacchetto del semestre europeo, previsto il prossimo 4 giugno.«Una Germania male armata rappresenta oggi un pericolo maggiore per l’Europa di una Germania ben armata», ha dichiarato ieri il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, intervenuto a Bruxelles per celebrare i 70 anni dell’ingresso di Berlino nella Nato. «Oggi che la guerra di Putin contro l’Ucraina continua a imperversare e gli Usa mettono gli alleati europei sotto enorme pressione, alla Germania tocca un ruolo chiave», ha proseguito Steinmeier. Che poi ha aggiunto: «C’è bisogno di un esercito forte non per condurre una guerra, ma per evitarla, non per sostituire la diplomazia, ma per renderla credibile». «L’Europa», ha affermato il presidente tedesco, «ha lanciato un appello alla Germania e noi l’abbiamo sentito. Potete contare su di noi».A prescindere dalla questione riarmo in sé, però, questa mossa ha un costo politico non indifferente per Friedrich Merz. Pur non essendo ancora cancelliere, infatti, il leader della Cdu ha già perso diversi consensi, tanto che l’Afd ha clamorosamente superato l’Unione nei sondaggi. Ecco perché ieri, durante il congresso del suo partito, Merz ha giustificato con forza la riforma del freno al debito, pur sapendo della «delusione di molti elettori», a cui prima del voto aveva promesso che il nuovo governo non avrebbe toccato il vincolo di bilancio. Al di là di questi impacci, sempre ieri la commissione della Cdu ha approvato il contratto di coalizione, in attesa che domani lo faccia la Spd. Durante il congresso sono stati resi i noti i ministri espressi dal partito cristiano-democratico (e dai «fratelli» bavaresi della Csu). Si tratta, per la maggior parte, di figure piuttosto scialbe, in alcuni casi di veri e propri outsider. Il loro minimo comun denominatore, però, è chiaro: sono tutti uomini di Merz. A partire da Thorsten Frei, che dirigerà la cancelleria. Braccio destro del leader, Frei si è distinto in campagna elettorale per i suoi toni duri sull’immigrazione. E non è un caso che ieri Merz abbia annunciato a trombe spiegate che la priorità del governo sarà il controllo dei confini, unita a «un’offensiva sulle espulsioni» che includerà anche i rimpatri in Afghanistan. Per il resto, spiccano la manager Katherina Reiche al ministero dell’Economia e l’esperto Johann Wadephul agli Esteri. La Csu, invece, ha fatto scelte un po’ più forti, con figure potenzialmente divisive, come per esempio l’ultraconservatore Wolfram Weimer, ex direttore della Welt e di Focus, che sarà ministro della Cultura. Anche per l’agricoltura il partito non si è tirato indietro e ha nominato il macellaio Alois Rainer, in netta discontinuità col predecessore espresso dai Verdi, Cem Özdemir, noto vegetariano. «Più polpettone e meno tofu», ha commentato scherzosamente Markus Söder, il leader dei bavaresi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-ha-fretta-di-riarmarsi-2671862254.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ppe-via-al-patto-sulla-competitivita" data-post-id="2671862254" data-published-at="1745926010" data-use-pagination="False"> Ppe, via al patto sulla competitività Oggi e domani i leader del Partito popolare europeo (Ppe) si riuniranno a Valencia per partecipare a un congresso che definirà la nuova strategia politica. Alla seduta saranno presenti più di 800 delegati e 1.200 ospiti da 40 Paesi. Attesi anche gli interventi del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, del presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, di 15 capi di Stato o di governo, tra i quali il prossimo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e di quattro vicepremier compreso il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che del Ppe è anche vicepresidente decano, essendo stato in carica dal 2002. All’ordine del giorno ci sarà il rinnovo della presidenza. Il tedesco Manfred Weber, alla guida del partito dal 2022, è praticamente certo della riconferma, non essendo pervenute al momento altre candidature. Saranno quindi eletti dieci vicepresidenti, uno dei quali potrebbe essere proprio Tajani, un nuovo segretario generale, sul cui incarico si fa il nome della spagnola Dolores Montserrat, e un tesoriere. A proposito del ministro degli Esteri italiano, la Montserrat ha dichiarato: «Con Tajani mi lega un rapporto speciale di amicizia e affetto. Ho lavorato con lui ed è uno dei maggiori punti di riferimento dell’attuale Ppe. Sono sicura che come vicepresidente continuerà a svolgere un lavoro brillante, proprio come sta facendo attualmente nel governo italiano». Per oggi pomeriggio si attende un intervento di Tajani sul tema delle migrazioni, mentre domattina saranno adottate alcune risoluzioni che delineeranno le priorità della famiglia dei popolari per il prossimo triennio. Le risoluzioni toccheranno inoltre la sottoscrizione di un patto per garantire un nuovo impulso all’occupazione e alla crescita. A questo proposito, il vicepremier Tajani presenterà una risoluzione sulla competitività e l’industria. Risoluzione che ha già incassato il sostegno degli altri membri della presidenza del Ppe e il plauso delle delegazioni tedesche a Cdu e Csu. Insieme a Tajani, faranno parete della delegazione italiana tutti gli europarlamentari di Fi, i presidenti di Regione Alberto Cirio (Piemonte), Vito Bardi (Basilicata), Roberto Occhiuto (Calabria) e Francesco Roberti (Molise), il sottosegretario agli Esteri, Maria Tripodi, e i capigruppo alla Camera e al Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. Il Ppe intende quindi proporre politiche familiari più forti, incentivi alla natalità, sostegno alla genitorialità e una maggiore accessibilità agli alloggi, soprattutto per i giovani. Sul fronte dell’immigrazione, invece, c’è l’obiettivo di introdurre un approccio basato sul rafforzamento della gestione comune delle frontiere esterne, la lotta ai trafficanti e una politica di asilo «più ordinata», laddove centrale è l’integrazione dei migranti regolari, con percorsi di inserimento lavorativo e sociale.«Serve una rivoluzione che permetta all’Europa di tornare a essere protagonista e il Ppe è la garanzia della stabilità, essendo la prima forza politica nel Parlamento, con 15 commissari, compreso il presidente Von der Leyen», ha dichiarato ieri Tajani, appena atterrato a Valencia. E ha parlato si strategie da adottare: «Certamente invertire la rotta del Green deal, che non significa non essere impegnati nella lotta contro il cambiamento climatico, ma tener conto delle questioni sociali, industriali e agricole. Bisogna lavorare per la sicurezza dell’Europa, aumentando le spese per la difesa, che non significa essere guerrafondai. Poi servono riforme istituzionali: un solo presidente eletto direttamente i cittadini, che sia presidente della Commissione e presidente del Consiglio, oltre a dare più potere al Parlamento europeo, che deve avere l’iniziativa legislativa. Infine, l’Europa deve completare il percorso del mercato interno, di capitale e dell’energia. Se non si completa questo percorso sarà difficile competere con Paesi quali gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India e gli Stati africani».
iStock
Dalla ristorazione alla grande distribuzione, dal confezionamento alimentare al retail: l’estate si conferma un momento chiave per chi cerca lavoro, con migliaia di posizioni aperte in tutta Italia secondo Openjobmetis.
L’estate si conferma anche nel 2026 un momento chiave per chi è alla ricerca di un impiego. A dirlo è Openjobmetis, che segnala oltre 2.000 posizioni aperte in tutta Italia tra contratti stagionali e opportunità a più lungo termine.
La domanda di lavoro si distribuisce lungo tutta la penisola, ma con una concentrazione più marcata nelle aree a forte vocazione turistica e nei distretti produttivi. Il Nord si conferma il principale motore occupazionale, con il Veneto in prima linea: nella regione si contano più di 300 posizioni aperte nel periodo compreso tra maggio e settembre.
Proprio il Veneto offre una fotografia della varietà delle opportunità estive. Accanto agli impieghi nel commercio, con circa 50 addetti vendita tra Padova, Venezia e Vicenza, cresce la richiesta anche nel comparto produttivo e alimentare, dove si cercano operai e addetti alla lavorazione. Nelle zone turistiche, come il litorale veneziano e Jesolo, aumenta invece il fabbisogno nella ristorazione, nei servizi e nella grande distribuzione.
Il turismo resta infatti uno dei principali motori dell’occupazione stagionale. Dalla Sardegna alla Calabria, passando per Emilia-Romagna e Toscana, alberghi, ristoranti e attività legate all’accoglienza continuano a trainare le assunzioni. In Sardegna, in particolare, si concentrano opportunità per camerieri, personale alberghiero, addetti ai fast food e bagnini, oltre a figure legate ai servizi essenziali come la gestione dei rifiuti, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza. Situazione simile lungo la costa adriatica dell’Emilia-Romagna e nelle località balneari calabresi, dove resta alta la richiesta di personale per hotel, ristorazione e grande distribuzione.
Accanto al turismo, si rafforza anche il comparto della logistica. In regioni come Liguria, Piemonte e Marche si registra una domanda significativa di magazzinieri, autisti e addetti al carico e scarico merci, spinta sia dall’aumento dei consumi estivi sia dalle necessità di rifornimento delle località turistiche.
Un contributo rilevante arriva inoltre dal settore produttivo e agroalimentare. L’Emilia-Romagna si distingue per il numero di opportunità nella lavorazione della frutta e nella logistica industriale, con diverse posizioni tra addetti alla cernita, carrellisti e operatori di magazzino nell’area di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Anche Marche e Umbria confermano il peso del comparto alimentare, in particolare nelle attività di confezionamento, con un focus sul distretto di Perugia.
Nel complesso emerge un mercato del lavoro estivo sempre più articolato, dove alla tradizionale flessibilità dei lavori stagionali si affianca una crescente richiesta di profili tecnici e specializzati. Un’evoluzione che, secondo Elisa Fagotto, apre nuove prospettive: l’estate non rappresenta più soltanto una fase temporanea, ma diventa anche un’occasione per le aziende di valutare nuove risorse e, per molti lavoratori, un possibile punto di partenza verso impieghi più stabili.
Continua a leggereRiduci
La Commissione Ue contesta alla società americana di non impedire l’accesso ai minori, in violazione delle normative europee. La vicepresidente per gli Affari digitali Henna Virkkunen: «Non fa praticamente nulla». Meta respinge le accuse.
Bruxelles accusa Meta di consentire a numerosi minori di età inferiore ai 13 anni di accedere a Instagram e Facebook, esponendoli a diversi rischi e violando le normative europee. «Le nostre indagini preliminari dimostrano che Meta non sta facendo praticamente nulla per impedire ai minori di accedere a queste piattaforme», ha dichiarato la vicepresidente della Commissione per gli Affari digitali, Henna Virkkunen. La società respinge con fermezza le accuse.
Continua a leggereRiduci