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2025-04-29
La Germania ha fretta di riarmarsi: chiesta la deroga al Patto di stabilità
Friedrich Merz (Getty Images)
Quando Ursula von der Leyen e Kaja Kallas si sono messe l’elmetto, varando il programma di riarmo europeo, le reazioni degli Stati membri erano state piuttosto fredde, in molti casi persino contrariate. Alla Francia e all’Italia, per esempio, non era garbata un granché la formula studiata dalle prodi amazzoni di Bruxelles, che prevede una licenza all’indebitamento nazionale per le spese belliche e una sorta di Mes camuffato, il cosiddetto Safe. Mentre tutti indugiano, però, la Germania ha risposto prontamente all’appello, inviando ieri una lettera alla Commissione Ue in cui chiede l’attivazione della «clausola di salvaguardia». In sostanza, per riarmarsi in maniera massiccia, Berlino intende avvalersi della deroga al Patto di stabilità. L’obiettivo? Non far pesare gli investimenti nella difesa sul debito tedesco e, quindi, non incorrere nelle temute procedure d’infrazione.
«Possiamo confermare che la Germania ha richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per il periodo 2025-2028», ha dichiarato all’Ansa un portavoce del ministero delle Finanze tedesco. Si tratta, ha proseguito, di «un’importante misura complementare per consentire una maggiore spesa nazionale per la difesa, mantenendo al contempo la sostenibilità fiscale». Stando alle deroghe previste da Bruxelles, ogni Stato membro che ne farà richiesta potrà aumentare ogni anno le spese militari dell’1,5% del Pil per quattro anni. In teoria, era possibile presentare domanda entro fine aprile. In pratica, però, questa scadenza non è vincolante, come ha confermato ieri il commissario Valdis Dombrovskis.
Per adesso, la Germania è stata la prima nazione a fare richiesta formale per l’attivazione della clausola di salvaguardia. Molto presto, tuttavia, potrebbero muoversi anche Portogallo, Slovenia, Polonia, Belgio e Bulgaria. Contrarie si sono finora dette Parigi e Madrid, mentre Roma ha affermato che intende raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil nelle spese per la difesa senza ricorrere alla sospensione del Patto. Come ha spiegato un portavoce della Commissione Ue, l’analisi delle richieste avrà luogo a maggio, in modo da arrivare a una conclusione in tempo per il pacchetto del semestre europeo, previsto il prossimo 4 giugno.
«Una Germania male armata rappresenta oggi un pericolo maggiore per l’Europa di una Germania ben armata», ha dichiarato ieri il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, intervenuto a Bruxelles per celebrare i 70 anni dell’ingresso di Berlino nella Nato. «Oggi che la guerra di Putin contro l’Ucraina continua a imperversare e gli Usa mettono gli alleati europei sotto enorme pressione, alla Germania tocca un ruolo chiave», ha proseguito Steinmeier. Che poi ha aggiunto: «C’è bisogno di un esercito forte non per condurre una guerra, ma per evitarla, non per sostituire la diplomazia, ma per renderla credibile». «L’Europa», ha affermato il presidente tedesco, «ha lanciato un appello alla Germania e noi l’abbiamo sentito. Potete contare su di noi».
A prescindere dalla questione riarmo in sé, però, questa mossa ha un costo politico non indifferente per Friedrich Merz. Pur non essendo ancora cancelliere, infatti, il leader della Cdu ha già perso diversi consensi, tanto che l’Afd ha clamorosamente superato l’Unione nei sondaggi. Ecco perché ieri, durante il congresso del suo partito, Merz ha giustificato con forza la riforma del freno al debito, pur sapendo della «delusione di molti elettori», a cui prima del voto aveva promesso che il nuovo governo non avrebbe toccato il vincolo di bilancio.
Al di là di questi impacci, sempre ieri la commissione della Cdu ha approvato il contratto di coalizione, in attesa che domani lo faccia la Spd. Durante il congresso sono stati resi i noti i ministri espressi dal partito cristiano-democratico (e dai «fratelli» bavaresi della Csu). Si tratta, per la maggior parte, di figure piuttosto scialbe, in alcuni casi di veri e propri outsider. Il loro minimo comun denominatore, però, è chiaro: sono tutti uomini di Merz. A partire da Thorsten Frei, che dirigerà la cancelleria. Braccio destro del leader, Frei si è distinto in campagna elettorale per i suoi toni duri sull’immigrazione. E non è un caso che ieri Merz abbia annunciato a trombe spiegate che la priorità del governo sarà il controllo dei confini, unita a «un’offensiva sulle espulsioni» che includerà anche i rimpatri in Afghanistan. Per il resto, spiccano la manager Katherina Reiche al ministero dell’Economia e l’esperto Johann Wadephul agli Esteri.
La Csu, invece, ha fatto scelte un po’ più forti, con figure potenzialmente divisive, come per esempio l’ultraconservatore Wolfram Weimer, ex direttore della Welt e di Focus, che sarà ministro della Cultura. Anche per l’agricoltura il partito non si è tirato indietro e ha nominato il macellaio Alois Rainer, in netta discontinuità col predecessore espresso dai Verdi, Cem Özdemir, noto vegetariano. «Più polpettone e meno tofu», ha commentato scherzosamente Markus Söder, il leader dei bavaresi.
Ppe, via al patto sulla competitività
Oggi e domani i leader del Partito popolare europeo (Ppe) si riuniranno a Valencia per partecipare a un congresso che definirà la nuova strategia politica. Alla seduta saranno presenti più di 800 delegati e 1.200 ospiti da 40 Paesi. Attesi anche gli interventi del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, del presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, di 15 capi di Stato o di governo, tra i quali il prossimo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e di quattro vicepremier compreso il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che del Ppe è anche vicepresidente decano, essendo stato in carica dal 2002. All’ordine del giorno ci sarà il rinnovo della presidenza. Il tedesco Manfred Weber, alla guida del partito dal 2022, è praticamente certo della riconferma, non essendo pervenute al momento altre candidature. Saranno quindi eletti dieci vicepresidenti, uno dei quali potrebbe essere proprio Tajani, un nuovo segretario generale, sul cui incarico si fa il nome della spagnola Dolores Montserrat, e un tesoriere. A proposito del ministro degli Esteri italiano, la Montserrat ha dichiarato: «Con Tajani mi lega un rapporto speciale di amicizia e affetto. Ho lavorato con lui ed è uno dei maggiori punti di riferimento dell’attuale Ppe. Sono sicura che come vicepresidente continuerà a svolgere un lavoro brillante, proprio come sta facendo attualmente nel governo italiano». Per oggi pomeriggio si attende un intervento di Tajani sul tema delle migrazioni, mentre domattina saranno adottate alcune risoluzioni che delineeranno le priorità della famiglia dei popolari per il prossimo triennio. Le risoluzioni toccheranno inoltre la sottoscrizione di un patto per garantire un nuovo impulso all’occupazione e alla crescita. A questo proposito, il vicepremier Tajani presenterà una risoluzione sulla competitività e l’industria. Risoluzione che ha già incassato il sostegno degli altri membri della presidenza del Ppe e il plauso delle delegazioni tedesche a Cdu e Csu. Insieme a Tajani, faranno parete della delegazione italiana tutti gli europarlamentari di Fi, i presidenti di Regione Alberto Cirio (Piemonte), Vito Bardi (Basilicata), Roberto Occhiuto (Calabria) e Francesco Roberti (Molise), il sottosegretario agli Esteri, Maria Tripodi, e i capigruppo alla Camera e al Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. Il Ppe intende quindi proporre politiche familiari più forti, incentivi alla natalità, sostegno alla genitorialità e una maggiore accessibilità agli alloggi, soprattutto per i giovani. Sul fronte dell’immigrazione, invece, c’è l’obiettivo di introdurre un approccio basato sul rafforzamento della gestione comune delle frontiere esterne, la lotta ai trafficanti e una politica di asilo «più ordinata», laddove centrale è l’integrazione dei migranti regolari, con percorsi di inserimento lavorativo e sociale.«Serve una rivoluzione che permetta all’Europa di tornare a essere protagonista e il Ppe è la garanzia della stabilità, essendo la prima forza politica nel Parlamento, con 15 commissari, compreso il presidente Von der Leyen», ha dichiarato ieri Tajani, appena atterrato a Valencia. E ha parlato si strategie da adottare: «Certamente invertire la rotta del Green deal, che non significa non essere impegnati nella lotta contro il cambiamento climatico, ma tener conto delle questioni sociali, industriali e agricole. Bisogna lavorare per la sicurezza dell’Europa, aumentando le spese per la difesa, che non significa essere guerrafondai. Poi servono riforme istituzionali: un solo presidente eletto direttamente i cittadini, che sia presidente della Commissione e presidente del Consiglio, oltre a dare più potere al Parlamento europeo, che deve avere l’iniziativa legislativa. Infine, l’Europa deve completare il percorso del mercato interno, di capitale e dell’energia. Se non si completa questo percorso sarà difficile competere con Paesi quali gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India e gli Stati africani».
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Il futuro governo non c’è ancora, ma il futuro cancelliere Merz scalpita e presenta i nuovi ministri: tutte figure scialbe e suoi fedelissimi. Ribadita la stretta sui migranti: «Faremo respingimenti massicci».Popolari a congresso oggi e domani. Tajani presenta una risoluzione sull’industria europea: «Bisogna invertire la rotta sul Green deal». Attesa anche la Von der Leyen.Lo speciale contiene due articoli.Quando Ursula von der Leyen e Kaja Kallas si sono messe l’elmetto, varando il programma di riarmo europeo, le reazioni degli Stati membri erano state piuttosto fredde, in molti casi persino contrariate. Alla Francia e all’Italia, per esempio, non era garbata un granché la formula studiata dalle prodi amazzoni di Bruxelles, che prevede una licenza all’indebitamento nazionale per le spese belliche e una sorta di Mes camuffato, il cosiddetto Safe. Mentre tutti indugiano, però, la Germania ha risposto prontamente all’appello, inviando ieri una lettera alla Commissione Ue in cui chiede l’attivazione della «clausola di salvaguardia». In sostanza, per riarmarsi in maniera massiccia, Berlino intende avvalersi della deroga al Patto di stabilità. L’obiettivo? Non far pesare gli investimenti nella difesa sul debito tedesco e, quindi, non incorrere nelle temute procedure d’infrazione. «Possiamo confermare che la Germania ha richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per il periodo 2025-2028», ha dichiarato all’Ansa un portavoce del ministero delle Finanze tedesco. Si tratta, ha proseguito, di «un’importante misura complementare per consentire una maggiore spesa nazionale per la difesa, mantenendo al contempo la sostenibilità fiscale». Stando alle deroghe previste da Bruxelles, ogni Stato membro che ne farà richiesta potrà aumentare ogni anno le spese militari dell’1,5% del Pil per quattro anni. In teoria, era possibile presentare domanda entro fine aprile. In pratica, però, questa scadenza non è vincolante, come ha confermato ieri il commissario Valdis Dombrovskis. Per adesso, la Germania è stata la prima nazione a fare richiesta formale per l’attivazione della clausola di salvaguardia. Molto presto, tuttavia, potrebbero muoversi anche Portogallo, Slovenia, Polonia, Belgio e Bulgaria. Contrarie si sono finora dette Parigi e Madrid, mentre Roma ha affermato che intende raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil nelle spese per la difesa senza ricorrere alla sospensione del Patto. Come ha spiegato un portavoce della Commissione Ue, l’analisi delle richieste avrà luogo a maggio, in modo da arrivare a una conclusione in tempo per il pacchetto del semestre europeo, previsto il prossimo 4 giugno.«Una Germania male armata rappresenta oggi un pericolo maggiore per l’Europa di una Germania ben armata», ha dichiarato ieri il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, intervenuto a Bruxelles per celebrare i 70 anni dell’ingresso di Berlino nella Nato. «Oggi che la guerra di Putin contro l’Ucraina continua a imperversare e gli Usa mettono gli alleati europei sotto enorme pressione, alla Germania tocca un ruolo chiave», ha proseguito Steinmeier. Che poi ha aggiunto: «C’è bisogno di un esercito forte non per condurre una guerra, ma per evitarla, non per sostituire la diplomazia, ma per renderla credibile». «L’Europa», ha affermato il presidente tedesco, «ha lanciato un appello alla Germania e noi l’abbiamo sentito. Potete contare su di noi».A prescindere dalla questione riarmo in sé, però, questa mossa ha un costo politico non indifferente per Friedrich Merz. Pur non essendo ancora cancelliere, infatti, il leader della Cdu ha già perso diversi consensi, tanto che l’Afd ha clamorosamente superato l’Unione nei sondaggi. Ecco perché ieri, durante il congresso del suo partito, Merz ha giustificato con forza la riforma del freno al debito, pur sapendo della «delusione di molti elettori», a cui prima del voto aveva promesso che il nuovo governo non avrebbe toccato il vincolo di bilancio. Al di là di questi impacci, sempre ieri la commissione della Cdu ha approvato il contratto di coalizione, in attesa che domani lo faccia la Spd. Durante il congresso sono stati resi i noti i ministri espressi dal partito cristiano-democratico (e dai «fratelli» bavaresi della Csu). Si tratta, per la maggior parte, di figure piuttosto scialbe, in alcuni casi di veri e propri outsider. Il loro minimo comun denominatore, però, è chiaro: sono tutti uomini di Merz. A partire da Thorsten Frei, che dirigerà la cancelleria. Braccio destro del leader, Frei si è distinto in campagna elettorale per i suoi toni duri sull’immigrazione. E non è un caso che ieri Merz abbia annunciato a trombe spiegate che la priorità del governo sarà il controllo dei confini, unita a «un’offensiva sulle espulsioni» che includerà anche i rimpatri in Afghanistan. Per il resto, spiccano la manager Katherina Reiche al ministero dell’Economia e l’esperto Johann Wadephul agli Esteri. La Csu, invece, ha fatto scelte un po’ più forti, con figure potenzialmente divisive, come per esempio l’ultraconservatore Wolfram Weimer, ex direttore della Welt e di Focus, che sarà ministro della Cultura. Anche per l’agricoltura il partito non si è tirato indietro e ha nominato il macellaio Alois Rainer, in netta discontinuità col predecessore espresso dai Verdi, Cem Özdemir, noto vegetariano. «Più polpettone e meno tofu», ha commentato scherzosamente Markus Söder, il leader dei bavaresi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-ha-fretta-di-riarmarsi-2671862254.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ppe-via-al-patto-sulla-competitivita" data-post-id="2671862254" data-published-at="1745926010" data-use-pagination="False"> Ppe, via al patto sulla competitività Oggi e domani i leader del Partito popolare europeo (Ppe) si riuniranno a Valencia per partecipare a un congresso che definirà la nuova strategia politica. Alla seduta saranno presenti più di 800 delegati e 1.200 ospiti da 40 Paesi. Attesi anche gli interventi del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, del presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, di 15 capi di Stato o di governo, tra i quali il prossimo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e di quattro vicepremier compreso il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che del Ppe è anche vicepresidente decano, essendo stato in carica dal 2002. All’ordine del giorno ci sarà il rinnovo della presidenza. Il tedesco Manfred Weber, alla guida del partito dal 2022, è praticamente certo della riconferma, non essendo pervenute al momento altre candidature. Saranno quindi eletti dieci vicepresidenti, uno dei quali potrebbe essere proprio Tajani, un nuovo segretario generale, sul cui incarico si fa il nome della spagnola Dolores Montserrat, e un tesoriere. A proposito del ministro degli Esteri italiano, la Montserrat ha dichiarato: «Con Tajani mi lega un rapporto speciale di amicizia e affetto. Ho lavorato con lui ed è uno dei maggiori punti di riferimento dell’attuale Ppe. Sono sicura che come vicepresidente continuerà a svolgere un lavoro brillante, proprio come sta facendo attualmente nel governo italiano». Per oggi pomeriggio si attende un intervento di Tajani sul tema delle migrazioni, mentre domattina saranno adottate alcune risoluzioni che delineeranno le priorità della famiglia dei popolari per il prossimo triennio. Le risoluzioni toccheranno inoltre la sottoscrizione di un patto per garantire un nuovo impulso all’occupazione e alla crescita. A questo proposito, il vicepremier Tajani presenterà una risoluzione sulla competitività e l’industria. Risoluzione che ha già incassato il sostegno degli altri membri della presidenza del Ppe e il plauso delle delegazioni tedesche a Cdu e Csu. Insieme a Tajani, faranno parete della delegazione italiana tutti gli europarlamentari di Fi, i presidenti di Regione Alberto Cirio (Piemonte), Vito Bardi (Basilicata), Roberto Occhiuto (Calabria) e Francesco Roberti (Molise), il sottosegretario agli Esteri, Maria Tripodi, e i capigruppo alla Camera e al Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. Il Ppe intende quindi proporre politiche familiari più forti, incentivi alla natalità, sostegno alla genitorialità e una maggiore accessibilità agli alloggi, soprattutto per i giovani. Sul fronte dell’immigrazione, invece, c’è l’obiettivo di introdurre un approccio basato sul rafforzamento della gestione comune delle frontiere esterne, la lotta ai trafficanti e una politica di asilo «più ordinata», laddove centrale è l’integrazione dei migranti regolari, con percorsi di inserimento lavorativo e sociale.«Serve una rivoluzione che permetta all’Europa di tornare a essere protagonista e il Ppe è la garanzia della stabilità, essendo la prima forza politica nel Parlamento, con 15 commissari, compreso il presidente Von der Leyen», ha dichiarato ieri Tajani, appena atterrato a Valencia. E ha parlato si strategie da adottare: «Certamente invertire la rotta del Green deal, che non significa non essere impegnati nella lotta contro il cambiamento climatico, ma tener conto delle questioni sociali, industriali e agricole. Bisogna lavorare per la sicurezza dell’Europa, aumentando le spese per la difesa, che non significa essere guerrafondai. Poi servono riforme istituzionali: un solo presidente eletto direttamente i cittadini, che sia presidente della Commissione e presidente del Consiglio, oltre a dare più potere al Parlamento europeo, che deve avere l’iniziativa legislativa. Infine, l’Europa deve completare il percorso del mercato interno, di capitale e dell’energia. Se non si completa questo percorso sarà difficile competere con Paesi quali gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India e gli Stati africani».
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Lo dice un importante studio finlandese realizzato su più di 2.000 adolescenti, che ha inferto un duro colpo alle promesse dei promotori della transizione di genere in età adolescenziale.
I risultati dello studio, pubblicato questa settimana su Acta Pediatrica e condotto dal professor Riittakerttu Kaltiala-Heino dell’ospedale universitario di Tampere, sono impressionanti: la morbilità psichiatrica degli adolescenti sottoposti ai trattamenti medici è aumentata notevolmente durante il monitoraggio, passando dal 9,8% al 60,7% nella riassegnazione di genere femminilizzante e dal 21,6% al 54,5% nella riassegnazione di genere mascolinizzante. «Ogni sottogruppo di adolescenti riferiti al genere ha affrontato un rischio psichiatrico in corso sostanzialmente elevato», ha evidenziato lo studio, realizzato su una coorte di 2.083 giovani dal 1996 al 2019. «I bisogni psichiatrici non diminuiscono dopo la riassegnazione di genere medico», sostengono gli autori dell’indagine, che descrivono nelle loro analisi un rischio circa cinque volte superiore rispetto ai controlli maschili e tre volte superiore rispetto ai controlli femminili. Gli autori hanno osservato che in alcuni giovani pazienti, i trattamenti medici «sembrano essere collegati a un peggioramento della salute mentale».
I risultati finlandesi arrivano nel mezzo di una fase di profonda revisione, caratterizzata da un passaggio dall’approccio «affermativo» (basato sulla transizione medica rapida), incoraggiato soprattutto dall’onda woke statunitense, a uno più prudente, orientato alla psicoterapia. Negli ultimi 10-15 anni, molti Paesi hanno registrato un incremento esponenziale di adolescenti (soprattutto femmine) con disforia di genere, dovuto anche alla propaganda martellante di alcuni circuiti politici e mediatici.
Che intorno alla disforia ci sia un vero e proprio business, è un dato di fatto: la «gender industry» (l’industria delle cliniche e dei prodotti farmaceutici che lavorano intorno alla transizione di identità di genere, speculando sui dubbi identitari delle giovani generazioni) ha prosperato negli Stati Uniti, almeno fino all’arrivo del presidente Donald Trump, che già a fine 2023 prometteva di «porre fine alle mutilazioni sessuali infantili». La mappa delle cliniche «pediatriche» per cambio di sesso e terapie ormonali dal 2007 al 2023 negli Usa è cresciuta a ritmo incessante. Si è dovuto aspettare il 2026 per vedere la prima grande organizzazione medica statunitense prendere una posizione netta contro la chirurgia sui minori: a febbraio di quest’anno la American Society of Plastic Surgeons (Asps) ha emesso una posizione ufficiale raccomandando che gli interventi chirurgici di affermazione di genere siano posticipati a dopo i 19 anni.
Il dibattito globale si è acceso: diversi governi hanno commissionato studi indipendenti per valutare l’efficacia dei trattamenti. Il più influente è stato il Rapporto Cass (Cass Review, indagine indipendente di quattro anni commissionata dal servizio sanitario nazionale britannico e guidata dalla nota pediatra britannica Hillary Cass), reso pubblico ad aprile 2024, che ha definito le basi della medicina di genere per minori come «sorprendentemente deboli». Risultato: il Regno Unito ha vietato la prescrizione di bloccanti della pubertà ai minori di 18 anni al di fuori dei trial clinici dopo aver chiuso, già nel 2022, il Gender identity development service (Gids) della clinica Tavistock di Londra, l’unico ospedale pubblico britannico dedicato alla disforia di genere dei minori, trattati con farmaci bloccanti della pubertà. Un rapporto pubblicato l’anno precedente ha riscontrato «forti criticità» all’interno del Gids per i metodi di cura adottati. C’è inoltre il sospetto che diversi, giovanissimi pazienti siano stati incoraggiati a intraprendere il percorso di transizione con troppa fretta.
Negli Stati Uniti la situazione è polarizzata: molti stati a guida repubblicana hanno vietato le cure di genere per i minori, mentre organizzazioni vicine ai democratici come la Wpath (World professional association for transgender health), organizzazione che definisce gli standard di cura globali per la salute delle persone transgender e non binarie) continuano a sostenere l’accesso ai trattamenti, pur sottolineando la necessità di valutazioni approfondite. Il famoso Transgender Center della Washington University presso il St. Louis Children’s Hospital ha chiuso, dopo che una legge del Missouri entrata in vigore nel 2023 ha obbligato il centro a sospendere i trattamenti medici per i pazienti minorenni. Anche le linee guida tedesche, adottate formalmente nel marzo 2025, sono significativamente più caute rispetto alle bozze precedenti, riconoscendo che per molti giovani l’insoddisfazione di genere può essere «temporanea».
In Australia, il governo Lnp del Queensland ha sospeso la distribuzione dei farmaci che sopprimono la pubertà e degli ormoni sessuali per i minori almeno fino al 2031. Finlandia, Svezia e Norvegia hanno indicato la psicoterapia come trattamento di prima linea, riservando gli ormoni solo a casi eccezionali o all’interno di protocolli di ricerca. Non manca però la criminalizzazione degli scienziati revisionisti: gli esperti (come la stessa dottoressa Cass) hanno denunciato un clima di discussione «tossico» che impedisce una ricerca serena. Due medici australiani che hanno sollevato preoccupazioni sulla «medicina di genere» infantile hanno dovuto affrontare un’azione giudiziaria, lo psichiatra del Queensland Andrew Amos è stato bandito dall’ordine dei medici (Ahpra) per aver pubblicamente messo in discussione i trattamenti contestati, mentre la psichiatra Jillian Spencer è stata sospesa dal suo ospedale dopo essersi opposta ai trattamenti di genere dei minori. La strada per tutelare gli adolescenti, insomma, appare ancora in salita.
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Ecco #DimmiLaVerità del 10 aprile 2026. Il nostro Alessandro Rico ci parla della inaudita tensione tra amministrazione Trump e Vaticano.
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La notizia c’è, la consapevolezza del momento speriamo prenda corpo. Sta tra questi due punti il percorso che il Vinitaly giunto ala 58° edizione si accinge a percorrere come di consueto a Verona dal 12 al 15 aprile con un’anteprima di due giorni di fuori salone che comincia il 10 e ha in Opera Wines, la rassegna delle migliori etichette scelte dalla bibbia americana del vino Wine Spectator, per esaltare il meglio del meglio delle cantine italiane ospitata come sempre nei padiglioni della Gran Guardia proprio di fianco all’Arena.
Si celebra a Verona il vino italiano un settore che vale 14 miliardi (si veda il box sui numeri del vino) e che visto dai lustrini della Fiera sembra ancora il bel mondo di qualche anno fa, ma si dovrebbe invece meditare sul vino versato. Per rimi ad occuparsene dovrebbero essere proprio gli organizzatori di Vinitaly, la Fiera di Verona che non riesce a uscire dal bozzolo della consuetudine stretta com’è in un quartiere fieristico del tutto anacronistico, in un programma di eventi scontato, in un’autocelebrazione che non produce alcuna innovazione. Si sono persuasi che bastasse dare spazio agli influencer, agli smanettoni del web, magari anche a qualche minigonna per dare valore al vino. Il risultato è una crisi sera con oltre 70 milioni di ettari di vino invenduto stoccato nelle cantine. Peraltro tuti gli studi confermano che per vendere il vino gli influencer non servono a nulla. Uno studio della Rutgers University ha dimostrato che gli influencer aumentano del 73% il desiderio di bere tra i giovani di età compresa tra 18 e 24 anni, ma che il trasferimento di quel desiderio in acquisto è pari a zero. Andava bene negli anni dei ricchi premi e cotillons la falsa attrattività ora c’è bisogno di sostanza. Ma la Fiera non si è adeguata.
Troppo vicino al centro della città, troppo ingolfato il traffico, troppo congestionata la proposta degli espositori, impossibile il parcheggio, difficile il collegamento e soprattutto costosissimo il partecipare alla Fiera. Si è detto negli anni scorsi che il biglietto caro serviva a scoraggiare il pubblico dei bevitori; risultato ottenuto solo a metà, ma con un’evidente controindicazione: si è ancora di più rinchiuso in ghetto dorato il vino che invece ha un bisogno matto di ritrovare la sua dimensione popolare e sociale e il suo valore culturale. Per questo serve una narrazione più profonda, meditata, meno estemporanea, serve l’esperienza del vino. Chissà se di questo si discute a Vinitaly.
Di certo, come detto, c’è la notizia che spiazza la narrazione di una cisi senza soluzione e rilancia la strategia del valore del vino. E la notizia sta nel fatto che il gruppo farmaceutico Angelini ha investito una somma ingente per rilanciare la cantina che ha cerato nel mondo il mito del Sagrantino: la Arnaldo Caprai. Il gruppo Angelini che è uno dei colossi dell’industria farmaceutica ha da anni una propensione al vino per la valorizzazione dei territori. Partito con Tenuta Trerose (ottimo nobile di Montepulciano) si è poi diramato in tutti i territori di qualità costituendo il gruppo Angelini Wines&Estates che oggi conta Bertani in Veneto con un grande Amarone, la cantina del Brunello a Montalcino Val di Suga, San Leonino nel Chianti Classico, Fazi Battaglia che è come dire il Verdicchio e Puiatti che significa grandi bianchi del Collio. Infine ecco l’approdo a Montefalco. Come si sa Arnaldo Caprai è scomparso di recente c’era incertezza sul destino della cantina contesa tra gli eredi ed ecco che Marco Caprai, il vero creatore del Sagrantino come fenomeno mondiale tra i rossi di grande qualità, ha trovato in Angelini il partner finanziario giusto. Il gruppo acquisisce la maggioranza, Marco torna al timone e sarà anche l’uomo di punta del vino di qualità di Angelini. Si dirà, ma è in fin dei conti è una notizia aziendale. Niente affatto: è il segno che sul vino di altissima qualità si può e si deve tornare ad investire. Del resto questo è uno dei temi centrali: la dotazione finanziarie delle imprese, il sostegno all’export, la mutazione delle aziende che da solo agricole devono necessariamente diventare soggetti economici capaci di stare sui mercati, di diversificare l’offerta, di far valere i loro valori in Europa.
Il caso Caprai diventa così paradigmatico dell’evoluzione che il prodotto vino deve avere: crescere di dimensioni, diversificare e qualificare le produzioni. È uno degli asset strategici di Sandro Boscaini che con la Masi ha esplorato per orino il mercato dei capitali e che oggi spinge sull’offerta turistica integrata al vino. E’ il caso della Marchesi Antinori che è diventata brand globale e lavora su acquisizioni per presidiare diverse fase di mercato e diversificare al massimo l’offerta. Sono tutte dinamiche che dovrebbero essere al centro del Vinitaly che invece pare più orientato ad offrire la faccia ludica del mondo del vino. Che invece ha di fronte a se sfide molto importanti riconquistare consumatori soprattutto nella generazione Z, conquistare nuovi mercati dopo la battaglia estenuante sui dazi visto che gli Usa sono ancora il nostro primo cliente, ma ci sono economie in espansione che desiderano il valore vino. E poi c’è la sfida sull’enoturismo: almeno 4 miliardi di fatturato possibili. Ma questo significa mettersi in sinergia con i territori, creare strutture capaci di far diventare le cantine testimoni dei valori culturali dei distretti vinicoli, rilanciare le leggi sulle strade del vino. Infine c’è il rapporto con l’Europa che da una parte sostiene il vino, ma dall’altra lo penalizza con le campagne (sbagliate nelle forme) anti-alcol o con gli accordi commerciali come l’ultimo firmato con l’Australia che consente la produzione del falso Prosecco. Come si vede i temi sono tanti e complessi. Da domenica 12 aprile a Verona tra 4400 espositori che vengono da una cinquantina di Paesi se ne parla nella speranza che abbia ancora ragione, dopo 2500 anni, Aristofane che sentenziava: «Bevendo gli uomini migliorano: fanno buoni affari, vincono le cause, son felici e sostengono gli amici».
I numeri del vino: giù i consumi, su i turisti

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Il vino in Italia significa 14 miliari di fatturato di cui 7,8 arrivano dall’export. Le cantine che imbottigliano sono circa 46 mila, le aziende agricole che producono uva o comunque gravitano attorno al vino sono circa 300 mila.
In totale il vino occupa direttamente, 1,2 milioni di persone a cui si aggiungono poi gli addetti a valle del processo produttivo. Nell’ultima vendemmia l’Italia ha prodotto 47,4 milioni di ettolitri di vino (più 8 % rispetto all’anno precedente) recuperando la leadership mondiale (è un primato che significa molto poco) considerando che la Francia (è in crisi nera sta estirpando 30 mila ettari di vigna)ha prodotto 35,9 milioni di ettolitri e la Spagna 29,4 milioni. Solo di bottiglie Doc e Docg in Italia se ne producono 2,2 miliardi. Le regioni leader nella produzione sono Veneto (25%), Puglia (18%), Emilia Romagna (17%) e Sicilia (8%), quelle che hanno il valore aggiunto più alto sono Toscana e Piemonte.
Sul fronte dell’export il 2025 è stato un anno problematico. In complesso abbiamo venduto per 7,78 miliardi di euro con un calo del 3,7% rispetto all'anno precedente. Pesano le tensioni commerciali e il rallentamento nei mercati chiave come gli Usa (-9,2%). Nonostante la flessione, l'Italia si conferma tra i leader mondiali per volumi esportati, con Veneto, Toscana e Piemonte a trainare il settore. I vini più esportati restano gli spumanti con il Prosecco in testa. Dal punto di vista dei consumi si assiste ad una continua erosione. Come rende noto il sito inumeridelvino.it nel 2024, secondo Istat, gli italiani che hanno consumato vino sono il 54,7% della popolazione, lo 0,4% in meno rispetto al 2023. Di questi, circa il 2% beve oltre mezzo litro al giorno, il 13% beve uno o due bicchieri al giorno, mentre il 33% beve meno spesso. L’andamento è ancora leggermente positivo per il consumo sporadico, mentre i bevitori abituali calano dal 16% al 14% della popolazione.
Nel 2024, la fascia d’età in cui il consumo sporadico di vino è al massimo è quella dei 35-44 anni, mentre nel consumo moderato ma costante la proporzione maggiore è sempre quella degli ultra 75enni, con una penetrazione calante ma pur sempre importante del 24%. Dati positivi sono invece quelli che riguardano l’enoturismo.
In Italia è in forte crescita, con un valore stimato di 2,9 miliardi di euro nel 2024 e un boom previsto a 18 milioni di italiani coinvolti nel 2026. Il comparto, fondamentale per il turismo rurale, attira principalmente per degustazioni (71,2%) e visite in cantina (49,7%), con Toscana, Sicilia e Sardegna tra le mete preferite.
Con il fuori salone ci sono oltre 70 appuntamenti

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Vinitaly è anche festa fuori dai padiglioni. Si parte venerdì 10 in Piazza dei Signori dove alle sei di pomeriggio ci sarà a tagliare i nastro della 58ª edizione, la vincitrice della Coppa del Mondo di discesa libera Laura Pirovano, portacolori delle Fiamme Gialle, ospite d’onore sul Palco della Loggia di Fra Giocondo affiancata dal presidente di Veronafiere, Federico Bricolo, dal sindaco di Verona, Damiano Tommasi, dal presidente della Provincia di Verona, Flavio Massimo Pasini, e Diego Ruzza, assessore ai Trasporti, Mobilità e Lavori Pubblici della Regione Veneto, con gli interventi di Roberto Nicolis, presidente di Asd La Grande Sfida, e Luca Rigotti, presidente del Consorzio delle Venezie.
Nei calici del brindisi inaugurale, ci sarà infatti il Pinot Grigio Doc delle Venezie, official wine della manifestazione. Oltre settanta gli eventi che per tutto il fine settimana trasformeranno il cuore storico della città in un grande palcoscenico dedicato al vino italiano. Fino a domenica (10-12 aprile), tra piazze, cortili e scorci iconici, Vinitaly and The City proporrà iniziative diffuse pensate per appassionati e curiosi, con un’offerta capace di valorizzare l’identità enologica del Paese attraverso esperienze coinvolgenti e trasversali.
Degustazioni guidate, incontri di approfondimento e momenti formativi si affiancheranno a un calendario articolato che spazierà dalle visite guidate alla scoperta del patrimonio cittadino agli appuntamenti culturali e letterari, offrendo nuove chiavi di lettura del rapporto tra territorio, tradizione e vino. Tra le novità più attese sabato sera in Piazza Bra, andrà in scena lo spettacolo immersivo «Dentro c’è l’Italia», una produzione originale che unisce linguaggi artistici differenti – danza, teatro e musica – per raccontare l’anima del vino italiano.
Firmato e diretto da Giuliano Peparini e organizzato da Veronafiere con la partnership di OpportunItaly, il programma di accelerazione imprenditoriale promosso dal ministero degli Affari Esteri e da Ita - Italian Trade Agency, e patrocinato dal Masaf, lo spettacolo vedrà protagonisti 150 performer sulla scalinata di Palazzo Barbieri, in un racconto scenico che intreccia paesaggio, memoria, tradizione e passione, elementi distintivi della cultura vitivinicola nazionale.
Vinitaly and the City è aperto dalle 15 alle 20 tutti i giorni i carnet degustazioni sono acquistabili online fino al 9 aprile al costo di 18 euro, durante i giorni dell’evento si potranno acquistare online e presso le casse di Piazza dei Signori a 22 euro. A questo programma si aggiunge Opera Wine l’appuntamento con cento cantine selezionate da Wine Spectator ed ospitato sabato nel padiglione della Gram Guardia.
Tra griffe e dealcolati. In cerca del vino amico

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L’ultima «botta» è arrivata come al solito da Bruxelles. La Commissione salute del Parlamento europeo nel suo documento anticancro torna alla carica con le etichette allarmistiche e invita Ursula von der Leyen «a presentare senza ulteriori indugi proposte di legge sugli health warming».
Insomma, scrivere sulle etichette del vino quello che ormai si trova da molti anni sulle sigarette: il vino uccide. Immediata la reazione dei vignaioli europei che non ci stanno anche perché moltissimi testi scientifici dimostrano che un consumo moderato di vino non è dannoso, ma anzi ha vantaggi per la salute. Così il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi si lamenta e dice: «Colpisce e preoccupa che si torni a mettere in discussione un equilibrio già raggiunto rimettendo in discussione una deliberazione del Parlamento europeo e le indicazioni delle Nazioni unite sulle malattie non trasmissibili; è una impostazione che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». Insomma, per le cantine piove sul bagnato e certo questi allarmi non aiutano i consumi.
Perciò uno dei temi centrali di questo Vinitaly sono i vini dealcolati. È stata una battaglia anche questa della Unione Italia Vini quella di tenere anche i no e low alcol dentro il perimetro della produzione enoica per evitare l0aggressione dei bibitari. Si dice che sia un segmento in crescita. Per ora i volumi sono ridottissimi: 7,2 milioni di bottiglie in tuto per un fatturato che non ha superato i 24 milioni di euro con un prezzo medio a bottiglia che oscilla tra i 15 e 20 euro.
A debuttare e a andare abbastanza bene sono i vini spumanti anche perché Doc, Igt e Docg sono esclusi dalla possibilità di essere dealcolati mentre i vini che spumano possono essere anche addizionati di anidride carbonica e dunque diventano a tutti gli effetti una bibita. Sarà interessante comunque esplorarli sapendo che poiché i costi di delacolazione e gli impianti che servono per togliere l’alcol (quasi tutti lo fano a freddo con processo osmotico) sono importanti non si trovano «vini» delle cantine più piccole anche se di grande blasone.
Ma il Vinitaly conferma anche un’altra tendenza di mercato emersa negli ultimi anni; quella dei bianchi di lungo o lunghissimo affinamento. In questo alcuni vitigni come il Fiano (Di Meo) il Verdicchio (Mirizzi) la Vernaccia di San Gimignano (Teruzzi) il Sauvignon (Venica) emergono con grande forza espressiva. Torna un’ attenzione anche sui vini dele Isole (Nerello Mascalese dala Sicilia con Donnafugata, Carignano del Sulcis con Santadi) e sui rossi meridionali primo tra tutti l’Aglianico (Mastroberardino e Cantine del Notaio per il Vulture). È vero che i rossi hanno subito un certi appannamento nei consumi, ma alcuni must non solo resistono ma si sono apprezzati di valore. Con una differenza però: se prima bastava la denominazione a decretare il successo di un grande rosso oggi conta moltissimo il marchio, il blasone dell’azienda. Brunello significa ancora Biondi Santi o Argiano, Chianti Classico significa Badia a Passignano, Castello d’Ama, Mazzei o Ricasoli, Barolo significa ancora Gaja, Amarone Masi o Tedeschi, Sagrantino si declina ancora come Arnaldo Caprai. Tornano di prepotenza i grandi uvaggi: San Leonardo in Trentino, Tignanello, Ornellaia, in Toscana, Turriga o Barrua in Sardegna per citare alcuni con la percezione che questi non siano vini ma ormai siano diventati delle griffe che si consumano come scelta di piacere assoluto.
Il resto del mercato è monopolizzato dagli spumanti che se certo vanno al traino del Prosecco tuttavia cominciano ad emergere spumanti di territorio da vitigni autoctoni – esempi su tutti l’esplosione della Passerina e la fortissima ripresa del Lambrusco - mentre le etichette più famose (Ferrari, Bellavista, Ca’ del Bosco, Monsupello, Serafino, Maso Martis) ormai si collocano in diretta concorrenza con gli Champagne. Le sorprese di questo Vinitaly? I vini freschi bianchi e rosati di bassa gradazione, non destinati a sfidare il tempo, ma necessari per esaltare il piacere della tavola. Dice il re degli enologi Riccardo Cotarella: «Non necessariamente dobbiamo fare vini destinati a sfidare il tempo, bisogna tornare a fare anche vini di prezzo accessibile che diano il piacere del bere, che siano appetibili per i giovani come degustazione moderna». È una sfida che i produttori sembrano avere accolto e girando per i padiglioni di Verona l’incontro col vino amico è possibile.
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