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2025-04-29
La Germania ha fretta di riarmarsi: chiesta la deroga al Patto di stabilità
Friedrich Merz (Getty Images)
Quando Ursula von der Leyen e Kaja Kallas si sono messe l’elmetto, varando il programma di riarmo europeo, le reazioni degli Stati membri erano state piuttosto fredde, in molti casi persino contrariate. Alla Francia e all’Italia, per esempio, non era garbata un granché la formula studiata dalle prodi amazzoni di Bruxelles, che prevede una licenza all’indebitamento nazionale per le spese belliche e una sorta di Mes camuffato, il cosiddetto Safe. Mentre tutti indugiano, però, la Germania ha risposto prontamente all’appello, inviando ieri una lettera alla Commissione Ue in cui chiede l’attivazione della «clausola di salvaguardia». In sostanza, per riarmarsi in maniera massiccia, Berlino intende avvalersi della deroga al Patto di stabilità. L’obiettivo? Non far pesare gli investimenti nella difesa sul debito tedesco e, quindi, non incorrere nelle temute procedure d’infrazione.
«Possiamo confermare che la Germania ha richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per il periodo 2025-2028», ha dichiarato all’Ansa un portavoce del ministero delle Finanze tedesco. Si tratta, ha proseguito, di «un’importante misura complementare per consentire una maggiore spesa nazionale per la difesa, mantenendo al contempo la sostenibilità fiscale». Stando alle deroghe previste da Bruxelles, ogni Stato membro che ne farà richiesta potrà aumentare ogni anno le spese militari dell’1,5% del Pil per quattro anni. In teoria, era possibile presentare domanda entro fine aprile. In pratica, però, questa scadenza non è vincolante, come ha confermato ieri il commissario Valdis Dombrovskis.
Per adesso, la Germania è stata la prima nazione a fare richiesta formale per l’attivazione della clausola di salvaguardia. Molto presto, tuttavia, potrebbero muoversi anche Portogallo, Slovenia, Polonia, Belgio e Bulgaria. Contrarie si sono finora dette Parigi e Madrid, mentre Roma ha affermato che intende raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil nelle spese per la difesa senza ricorrere alla sospensione del Patto. Come ha spiegato un portavoce della Commissione Ue, l’analisi delle richieste avrà luogo a maggio, in modo da arrivare a una conclusione in tempo per il pacchetto del semestre europeo, previsto il prossimo 4 giugno.
«Una Germania male armata rappresenta oggi un pericolo maggiore per l’Europa di una Germania ben armata», ha dichiarato ieri il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, intervenuto a Bruxelles per celebrare i 70 anni dell’ingresso di Berlino nella Nato. «Oggi che la guerra di Putin contro l’Ucraina continua a imperversare e gli Usa mettono gli alleati europei sotto enorme pressione, alla Germania tocca un ruolo chiave», ha proseguito Steinmeier. Che poi ha aggiunto: «C’è bisogno di un esercito forte non per condurre una guerra, ma per evitarla, non per sostituire la diplomazia, ma per renderla credibile». «L’Europa», ha affermato il presidente tedesco, «ha lanciato un appello alla Germania e noi l’abbiamo sentito. Potete contare su di noi».
A prescindere dalla questione riarmo in sé, però, questa mossa ha un costo politico non indifferente per Friedrich Merz. Pur non essendo ancora cancelliere, infatti, il leader della Cdu ha già perso diversi consensi, tanto che l’Afd ha clamorosamente superato l’Unione nei sondaggi. Ecco perché ieri, durante il congresso del suo partito, Merz ha giustificato con forza la riforma del freno al debito, pur sapendo della «delusione di molti elettori», a cui prima del voto aveva promesso che il nuovo governo non avrebbe toccato il vincolo di bilancio.
Al di là di questi impacci, sempre ieri la commissione della Cdu ha approvato il contratto di coalizione, in attesa che domani lo faccia la Spd. Durante il congresso sono stati resi i noti i ministri espressi dal partito cristiano-democratico (e dai «fratelli» bavaresi della Csu). Si tratta, per la maggior parte, di figure piuttosto scialbe, in alcuni casi di veri e propri outsider. Il loro minimo comun denominatore, però, è chiaro: sono tutti uomini di Merz. A partire da Thorsten Frei, che dirigerà la cancelleria. Braccio destro del leader, Frei si è distinto in campagna elettorale per i suoi toni duri sull’immigrazione. E non è un caso che ieri Merz abbia annunciato a trombe spiegate che la priorità del governo sarà il controllo dei confini, unita a «un’offensiva sulle espulsioni» che includerà anche i rimpatri in Afghanistan. Per il resto, spiccano la manager Katherina Reiche al ministero dell’Economia e l’esperto Johann Wadephul agli Esteri.
La Csu, invece, ha fatto scelte un po’ più forti, con figure potenzialmente divisive, come per esempio l’ultraconservatore Wolfram Weimer, ex direttore della Welt e di Focus, che sarà ministro della Cultura. Anche per l’agricoltura il partito non si è tirato indietro e ha nominato il macellaio Alois Rainer, in netta discontinuità col predecessore espresso dai Verdi, Cem Özdemir, noto vegetariano. «Più polpettone e meno tofu», ha commentato scherzosamente Markus Söder, il leader dei bavaresi.
Ppe, via al patto sulla competitività
Oggi e domani i leader del Partito popolare europeo (Ppe) si riuniranno a Valencia per partecipare a un congresso che definirà la nuova strategia politica. Alla seduta saranno presenti più di 800 delegati e 1.200 ospiti da 40 Paesi. Attesi anche gli interventi del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, del presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, di 15 capi di Stato o di governo, tra i quali il prossimo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e di quattro vicepremier compreso il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che del Ppe è anche vicepresidente decano, essendo stato in carica dal 2002. All’ordine del giorno ci sarà il rinnovo della presidenza. Il tedesco Manfred Weber, alla guida del partito dal 2022, è praticamente certo della riconferma, non essendo pervenute al momento altre candidature. Saranno quindi eletti dieci vicepresidenti, uno dei quali potrebbe essere proprio Tajani, un nuovo segretario generale, sul cui incarico si fa il nome della spagnola Dolores Montserrat, e un tesoriere. A proposito del ministro degli Esteri italiano, la Montserrat ha dichiarato: «Con Tajani mi lega un rapporto speciale di amicizia e affetto. Ho lavorato con lui ed è uno dei maggiori punti di riferimento dell’attuale Ppe. Sono sicura che come vicepresidente continuerà a svolgere un lavoro brillante, proprio come sta facendo attualmente nel governo italiano». Per oggi pomeriggio si attende un intervento di Tajani sul tema delle migrazioni, mentre domattina saranno adottate alcune risoluzioni che delineeranno le priorità della famiglia dei popolari per il prossimo triennio. Le risoluzioni toccheranno inoltre la sottoscrizione di un patto per garantire un nuovo impulso all’occupazione e alla crescita. A questo proposito, il vicepremier Tajani presenterà una risoluzione sulla competitività e l’industria. Risoluzione che ha già incassato il sostegno degli altri membri della presidenza del Ppe e il plauso delle delegazioni tedesche a Cdu e Csu. Insieme a Tajani, faranno parete della delegazione italiana tutti gli europarlamentari di Fi, i presidenti di Regione Alberto Cirio (Piemonte), Vito Bardi (Basilicata), Roberto Occhiuto (Calabria) e Francesco Roberti (Molise), il sottosegretario agli Esteri, Maria Tripodi, e i capigruppo alla Camera e al Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. Il Ppe intende quindi proporre politiche familiari più forti, incentivi alla natalità, sostegno alla genitorialità e una maggiore accessibilità agli alloggi, soprattutto per i giovani. Sul fronte dell’immigrazione, invece, c’è l’obiettivo di introdurre un approccio basato sul rafforzamento della gestione comune delle frontiere esterne, la lotta ai trafficanti e una politica di asilo «più ordinata», laddove centrale è l’integrazione dei migranti regolari, con percorsi di inserimento lavorativo e sociale.«Serve una rivoluzione che permetta all’Europa di tornare a essere protagonista e il Ppe è la garanzia della stabilità, essendo la prima forza politica nel Parlamento, con 15 commissari, compreso il presidente Von der Leyen», ha dichiarato ieri Tajani, appena atterrato a Valencia. E ha parlato si strategie da adottare: «Certamente invertire la rotta del Green deal, che non significa non essere impegnati nella lotta contro il cambiamento climatico, ma tener conto delle questioni sociali, industriali e agricole. Bisogna lavorare per la sicurezza dell’Europa, aumentando le spese per la difesa, che non significa essere guerrafondai. Poi servono riforme istituzionali: un solo presidente eletto direttamente i cittadini, che sia presidente della Commissione e presidente del Consiglio, oltre a dare più potere al Parlamento europeo, che deve avere l’iniziativa legislativa. Infine, l’Europa deve completare il percorso del mercato interno, di capitale e dell’energia. Se non si completa questo percorso sarà difficile competere con Paesi quali gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India e gli Stati africani».
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Il futuro governo non c’è ancora, ma il futuro cancelliere Merz scalpita e presenta i nuovi ministri: tutte figure scialbe e suoi fedelissimi. Ribadita la stretta sui migranti: «Faremo respingimenti massicci».Popolari a congresso oggi e domani. Tajani presenta una risoluzione sull’industria europea: «Bisogna invertire la rotta sul Green deal». Attesa anche la Von der Leyen.Lo speciale contiene due articoli.Quando Ursula von der Leyen e Kaja Kallas si sono messe l’elmetto, varando il programma di riarmo europeo, le reazioni degli Stati membri erano state piuttosto fredde, in molti casi persino contrariate. Alla Francia e all’Italia, per esempio, non era garbata un granché la formula studiata dalle prodi amazzoni di Bruxelles, che prevede una licenza all’indebitamento nazionale per le spese belliche e una sorta di Mes camuffato, il cosiddetto Safe. Mentre tutti indugiano, però, la Germania ha risposto prontamente all’appello, inviando ieri una lettera alla Commissione Ue in cui chiede l’attivazione della «clausola di salvaguardia». In sostanza, per riarmarsi in maniera massiccia, Berlino intende avvalersi della deroga al Patto di stabilità. L’obiettivo? Non far pesare gli investimenti nella difesa sul debito tedesco e, quindi, non incorrere nelle temute procedure d’infrazione. «Possiamo confermare che la Germania ha richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per il periodo 2025-2028», ha dichiarato all’Ansa un portavoce del ministero delle Finanze tedesco. Si tratta, ha proseguito, di «un’importante misura complementare per consentire una maggiore spesa nazionale per la difesa, mantenendo al contempo la sostenibilità fiscale». Stando alle deroghe previste da Bruxelles, ogni Stato membro che ne farà richiesta potrà aumentare ogni anno le spese militari dell’1,5% del Pil per quattro anni. In teoria, era possibile presentare domanda entro fine aprile. In pratica, però, questa scadenza non è vincolante, come ha confermato ieri il commissario Valdis Dombrovskis. Per adesso, la Germania è stata la prima nazione a fare richiesta formale per l’attivazione della clausola di salvaguardia. Molto presto, tuttavia, potrebbero muoversi anche Portogallo, Slovenia, Polonia, Belgio e Bulgaria. Contrarie si sono finora dette Parigi e Madrid, mentre Roma ha affermato che intende raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil nelle spese per la difesa senza ricorrere alla sospensione del Patto. Come ha spiegato un portavoce della Commissione Ue, l’analisi delle richieste avrà luogo a maggio, in modo da arrivare a una conclusione in tempo per il pacchetto del semestre europeo, previsto il prossimo 4 giugno.«Una Germania male armata rappresenta oggi un pericolo maggiore per l’Europa di una Germania ben armata», ha dichiarato ieri il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, intervenuto a Bruxelles per celebrare i 70 anni dell’ingresso di Berlino nella Nato. «Oggi che la guerra di Putin contro l’Ucraina continua a imperversare e gli Usa mettono gli alleati europei sotto enorme pressione, alla Germania tocca un ruolo chiave», ha proseguito Steinmeier. Che poi ha aggiunto: «C’è bisogno di un esercito forte non per condurre una guerra, ma per evitarla, non per sostituire la diplomazia, ma per renderla credibile». «L’Europa», ha affermato il presidente tedesco, «ha lanciato un appello alla Germania e noi l’abbiamo sentito. Potete contare su di noi».A prescindere dalla questione riarmo in sé, però, questa mossa ha un costo politico non indifferente per Friedrich Merz. Pur non essendo ancora cancelliere, infatti, il leader della Cdu ha già perso diversi consensi, tanto che l’Afd ha clamorosamente superato l’Unione nei sondaggi. Ecco perché ieri, durante il congresso del suo partito, Merz ha giustificato con forza la riforma del freno al debito, pur sapendo della «delusione di molti elettori», a cui prima del voto aveva promesso che il nuovo governo non avrebbe toccato il vincolo di bilancio. Al di là di questi impacci, sempre ieri la commissione della Cdu ha approvato il contratto di coalizione, in attesa che domani lo faccia la Spd. Durante il congresso sono stati resi i noti i ministri espressi dal partito cristiano-democratico (e dai «fratelli» bavaresi della Csu). Si tratta, per la maggior parte, di figure piuttosto scialbe, in alcuni casi di veri e propri outsider. Il loro minimo comun denominatore, però, è chiaro: sono tutti uomini di Merz. A partire da Thorsten Frei, che dirigerà la cancelleria. Braccio destro del leader, Frei si è distinto in campagna elettorale per i suoi toni duri sull’immigrazione. E non è un caso che ieri Merz abbia annunciato a trombe spiegate che la priorità del governo sarà il controllo dei confini, unita a «un’offensiva sulle espulsioni» che includerà anche i rimpatri in Afghanistan. Per il resto, spiccano la manager Katherina Reiche al ministero dell’Economia e l’esperto Johann Wadephul agli Esteri. La Csu, invece, ha fatto scelte un po’ più forti, con figure potenzialmente divisive, come per esempio l’ultraconservatore Wolfram Weimer, ex direttore della Welt e di Focus, che sarà ministro della Cultura. Anche per l’agricoltura il partito non si è tirato indietro e ha nominato il macellaio Alois Rainer, in netta discontinuità col predecessore espresso dai Verdi, Cem Özdemir, noto vegetariano. «Più polpettone e meno tofu», ha commentato scherzosamente Markus Söder, il leader dei bavaresi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-ha-fretta-di-riarmarsi-2671862254.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ppe-via-al-patto-sulla-competitivita" data-post-id="2671862254" data-published-at="1745926010" data-use-pagination="False"> Ppe, via al patto sulla competitività Oggi e domani i leader del Partito popolare europeo (Ppe) si riuniranno a Valencia per partecipare a un congresso che definirà la nuova strategia politica. Alla seduta saranno presenti più di 800 delegati e 1.200 ospiti da 40 Paesi. Attesi anche gli interventi del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, del presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, di 15 capi di Stato o di governo, tra i quali il prossimo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e di quattro vicepremier compreso il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che del Ppe è anche vicepresidente decano, essendo stato in carica dal 2002. All’ordine del giorno ci sarà il rinnovo della presidenza. Il tedesco Manfred Weber, alla guida del partito dal 2022, è praticamente certo della riconferma, non essendo pervenute al momento altre candidature. Saranno quindi eletti dieci vicepresidenti, uno dei quali potrebbe essere proprio Tajani, un nuovo segretario generale, sul cui incarico si fa il nome della spagnola Dolores Montserrat, e un tesoriere. A proposito del ministro degli Esteri italiano, la Montserrat ha dichiarato: «Con Tajani mi lega un rapporto speciale di amicizia e affetto. Ho lavorato con lui ed è uno dei maggiori punti di riferimento dell’attuale Ppe. Sono sicura che come vicepresidente continuerà a svolgere un lavoro brillante, proprio come sta facendo attualmente nel governo italiano». Per oggi pomeriggio si attende un intervento di Tajani sul tema delle migrazioni, mentre domattina saranno adottate alcune risoluzioni che delineeranno le priorità della famiglia dei popolari per il prossimo triennio. Le risoluzioni toccheranno inoltre la sottoscrizione di un patto per garantire un nuovo impulso all’occupazione e alla crescita. A questo proposito, il vicepremier Tajani presenterà una risoluzione sulla competitività e l’industria. Risoluzione che ha già incassato il sostegno degli altri membri della presidenza del Ppe e il plauso delle delegazioni tedesche a Cdu e Csu. Insieme a Tajani, faranno parete della delegazione italiana tutti gli europarlamentari di Fi, i presidenti di Regione Alberto Cirio (Piemonte), Vito Bardi (Basilicata), Roberto Occhiuto (Calabria) e Francesco Roberti (Molise), il sottosegretario agli Esteri, Maria Tripodi, e i capigruppo alla Camera e al Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. Il Ppe intende quindi proporre politiche familiari più forti, incentivi alla natalità, sostegno alla genitorialità e una maggiore accessibilità agli alloggi, soprattutto per i giovani. Sul fronte dell’immigrazione, invece, c’è l’obiettivo di introdurre un approccio basato sul rafforzamento della gestione comune delle frontiere esterne, la lotta ai trafficanti e una politica di asilo «più ordinata», laddove centrale è l’integrazione dei migranti regolari, con percorsi di inserimento lavorativo e sociale.«Serve una rivoluzione che permetta all’Europa di tornare a essere protagonista e il Ppe è la garanzia della stabilità, essendo la prima forza politica nel Parlamento, con 15 commissari, compreso il presidente Von der Leyen», ha dichiarato ieri Tajani, appena atterrato a Valencia. E ha parlato si strategie da adottare: «Certamente invertire la rotta del Green deal, che non significa non essere impegnati nella lotta contro il cambiamento climatico, ma tener conto delle questioni sociali, industriali e agricole. Bisogna lavorare per la sicurezza dell’Europa, aumentando le spese per la difesa, che non significa essere guerrafondai. Poi servono riforme istituzionali: un solo presidente eletto direttamente i cittadini, che sia presidente della Commissione e presidente del Consiglio, oltre a dare più potere al Parlamento europeo, che deve avere l’iniziativa legislativa. Infine, l’Europa deve completare il percorso del mercato interno, di capitale e dell’energia. Se non si completa questo percorso sarà difficile competere con Paesi quali gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India e gli Stati africani».
Ansa
Dopo le due ore di guerriglia, in 24 sono stati portati in Questura, identificati e denunciati per resistenza a pubblico ufficiale, porto d’armi improprie, travisamento e inottemperanza ai provvedimenti dell’autorità. Sono scattati anche i sequestri: materiale da travestimento, sassi, chiavi inglesi, frombole e coltelli. Il kit da guerrigliero metropolitano.
Ai 24 bisogna aggiungere altri tre aggressori finiti in manette: due fermati in flagranza di reato, un trentunenne e un trentacinquenne, ritenuti responsabili di resistenza e violenza a pubblico ufficiale. Il terzo arresto è stato disposto con lo strumento della flagranza differita. È un ventiduenne proveniente dalla provincia di Grosseto, indicato dalla Digos torinese come uno dei componenti del gruppo che ha preso parte alla violenta aggressione contro l’operatore del Secondo Reparto mobile della polizia di Stato di Padova, Alessandro Calista, isolato durante gli scontri e rimasto per alcuni istanti in balia degli antagonisti. Preso a calci e colpito con oggetti contundenti. Anche con un martello. Ieri è stato dimesso con 20 giorni di prognosi, mentre per il collega che l’ha soccorso e col quale ha condiviso la stanza all’ospedale Molinette la prognosi è di 30 giorni.
Per Calista, il capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, chiede un riconoscimento per merito straordinario. Per il ventiduenne grossetano, invece, sono scattate le accuse di lesioni personali aggravate, violenza a pubblico ufficiale e rapina in concorso, perché, stando alla ricostruzione degli investigatori, oltre ad aver partecipato al pestaggio, il giovane avrebbe fatto parte del gruppo che ha depredato il poliziotto. Dello scudo. Del casco U-bot. E della maschera antigas. Lasciandolo così esposto ai lacrimogeni e alla furia degli aggressori. È questo l’episodio che segna il punto di non ritorno della giornata. Nella quale bisogna inserire un altro dato pesante: 108 operatori delle forze dell’ordine feriti: 96 poliziotti, cinque carabinieri e sette finanzieri. È il bilancio finale degli scontri. Il più alto degli ultimi anni.
Ma c’è ancora un terzo gruppetto di facinorosi. È stato schedato prima del corteo, durante le attività di prevenzione, quando sono scattati 30 fogli di via obbligatori, dieci avvisi orali del questore e sette divieti di accesso ai locali pubblici. Provvedimenti indirizzati a soggetti trovati in possesso di maschere antigas, passamontagna e oggetti atti al travisamento e all’offesa, oppure già gravati da precedenti penali e di polizia ritenuti indicativi di pericolosità sociale. Sono dati essenziali. Perché, superata la fase dell’ordine pubblico, scendono in campo le squadre investigative. Si è già accertato che dentro il blocco antagonista c’era di tutto: anarchici, autonomi, gruppi strutturati e cani sciolti. Un insieme composito. Con degli innesti dall’estero: specialisti della guerriglia arrivati a Torino soprattutto dalla Francia. Che, ricostruiscono gli investigatori, comunicano tra loro usando nomi in codice (Blu, Ugo, Kiwi, Mango), come se la piazza fosse un terreno operativo. Si sono mossi a piccoli gruppi, con modalità già viste soprattutto in Val di Susa, indicata dagli investigatori come una sorta di palestra permanente per i cosiddetti incappucciati. Durante gli attacchi hanno usato puntatori laser per disturbare gli agenti, tubi di lancio artigianali, bottiglie di vetro, razzi, bombe carta e batterie di artifici pirotecnici, oltre alle aste divelte dai cartelloni stradali. Insomma, erano armati. Un modus operandi che richiede l’attenzione di una magistratura da reati non ordinari.
Perché un conto è punire le aggressioni agli operatori delle forze dell’ordine, un altro è interrogarsi su un livello di organizzazione, addestramento e coordinamento che va ben oltre la violenza episodica di piazza e che chiama in causa responsabilità più ampie, strutturate, e ancora tutte da accertare. Di certo c’è che nell’ottobre scorso, quando ancora Askatasuna era occupato, qualcuno organizzò un’assemblea, presentata come «riunione aperta», dal titolo «Diamoci strumenti per continuare a lottare!». Una lezione di guerriglia, costruita per fornire strumenti teorici e pratici a chi, nei giorni precedenti, aveva già sperimentato lo scontro in piazza: come muoversi in un picchetto, in un blocco, durante un’occupazione, leggere quello che accade intorno, imparare a stare dentro una mobilitazione conflittuale. Un vademecum della lotta, pensato per rendere più efficace l’azione futura e preparare quello che veniva definito un «autunno caldissimo». Ma che probabilmente è stato spostato in avanti di qualche mese.
Come il processo d’appello contro gli storici attivisti del centro sociale, la cui data della prima udienza non è ancora stata fissata. La Procura generale di Torino, in quel procedimento, tornerà a sostenere l’accusa di associazione a delinquere che, in primo grado, nel marzo del 2025, era caduta per tutti e 16 gli imputati. Il processo era stato originato da una lunga indagine della Digos che aveva ricondotto a un’unica strategia una serie di attentati contro i cantieri della Tav in Val di Susa. I pubblici ministeri, in Aula, per i 26 imputati avevano chiesto condanne per un totale di circa 88 anni di reclusione. I giudici ne hanno inflitte 18 (pene comprese fra i quattro anni e i nove mesi di carcere). E mentre in Procura si lavora alla richiesta di convalida dei tre fermi, il procuratore Giovanni Bombardieri attende le prime informative per stabilire il perimetro dell’attività investigativa post chiusura di Askatasuna.
Alle quali andrà ad aggiungersi una denuncia, quella che presenterà il difensore dell’agente Calista, l’avvocato Rachele De Giorgis, che inquadra giuridicamente l’aggressione in un tentato omicidio: «Mi aspetto che venga formulata una contestazione proporzionata a quanto accaduto, ovvero di tentato omicidio. Non possono esserci due pesi e due misure a seconda di chi sia la persona offesa».
Gli arresti e le denunce di ieri, insomma, sono solo il punto di partenza.
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Ci sono dei film nei quali gli Usa, la Russia o Israele perdono una bomba nucleare e si scatenano avventurose missioni di ricerca. Ricordate "007 Thunderball" o "Il pacificatore" con George Clooney? E, ancora, i libri dello scrittore Tom Clancy? Ecco, sappiate che qualcosa di simile è veramente accaduto!
Gli scontri di Torino tra i manifestanti e le forze dell'ordine durante il corteo di sabato scorso contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna (Ansa)
Sorprendente? No. Ogni volta che si prova a mettere dentro i professionisti della violenza, che colgono ogni occasione per devastare le città e scontrarsi con la polizia, c’è sempre una sentenza che li salva e li rimette in circolazione. Prendete la banda dei No tav che da anni tiene in scacco le forze dell’ordine. Nonostante sia evidente l’esistenza di un coordinamento delle manifestazioni e degli scontri con l’unico obiettivo di impedire un’opera pubblica, i giudici hanno assolto i componenti della banda dall’accusa di associazione a delinquere. La Procura aveva chiesto 88 anni di carcere per 26 imputati, ma pur riconoscendo l’esistenza di reati gravi come estorsione, rapina, sequestro di persona, violenza privata, incendio e resistenza a pubblico ufficiale, il tribunale ha negato il reato associativo. I centri sociali sono gruppi organizzati, i militanti si muovono con le modalità di un’organizzazione eversiva, ma per le toghe non esiste l’associazione a delinquere.
Stefano Esposito, ex senatore del Pd, non ha dubbi: a Torino e in Val di Susa c’è un gruppo che ha fatto della lotta all’alta velocità un laboratorio dell’antagonismo e della violenza politica. Ci sono pezzi della sinistra che stanno con questa teppaglia, spiega. «Come sapevo io che sarebbe finita così?», ha detto al Corriere della Sera: «Lo sapevano tutti che gli scontri erano l’obiettivo della manifestazione e che sarebbe finita così. E questo è inaccettabile».
Già. Lo sanno tutti. Quelli che rivendicano la libertà di manifestare il dissenso, ben sapendo che si legittima la libertà di devastare le città e ferire uomini delle forze dell’ordine, e quelli che una volta arrestati li rimettono in libertà, facendo finta di ignorare che la prossima volta faranno anche peggio. Proprio a Torino, inaugurando l’anno giudiziario prima che si verificassero gli incidenti che tanto hanno indignato l’opinione pubblica, il procuratore generale Lucia Musti se l’è presa con la benevola tolleranza dell’upper class, che guarda con compiacimento i disordini di piazza, «che altro non sono se non gravi reati». L’alto magistrato ha accusato quei personaggi che «con il loro scrivere, il loro condurre alla normalizzazione, il loro agire in appoggio» vanno a popolare «un’area grigia, di matrice colta e borghese» che, invece di svolgere un’azione illuminata di deterrenza, finisce per fornire una lettura compiacente «dell’utilizzo delle piazze quale strumento di lotta al di fuori del contesto democratico e in violazione della legalità». Per Musti «in ogni corteo si stacca una frangia nella quale si ritrovano sempre le stesse persone, oltre a nuovi sodali e manovalanza varia, vecchi capi che incitano a distanza alla rivolta e nuovi capi che incitano sul campo».
Ha ragione il procuratore generale di Torino. I soggetti sono sempre gli stessi. Tutti li conoscono. Ma l’informazione che ieri inaugurando l’anno giudiziario non ha fornito è una sola: perché i suoi colleghi li lasciano in libertà nonostante si sappia chi sono e chi li ispira?
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Polizia di Stato e divisione scientifica in via Cassinis a Milano, per i rilievi dopo la sparatoria tra un uomo cinese di trent'anni e degli agenti di polizia (Ansa)
I poliziotti sono vivi per miracolo. È il punto da cui bisogna partire per capire che cosa è accaduto domenica pomeriggio in piazza Mistral, a Rogoredo, periferia di Milano, dove una volante della Polizia di Stato è finita sotto il fuoco di un uomo armato. Contro il mezzo sono stati esplosi almeno tre colpi, secondo gli accertamenti più recenti, diretti ad altezza d’uomo. I proiettili hanno colpito la carrozzeria e le portiere del Land Cruiser blindato delle Uopi, le Unità operative di primo intervento create dopo gli attentati del Bataclan per fronteggiare minacce armate ad alto rischio. Senza quella blindatura, oggi il bilancio sarebbe probabilmente un altro.
La ricostruzione parte alle 14.30. Il rapinatore, un trentenne di nazionalità cinese, classe 1995, di nome Liu Wenham, irregolare sul territorio italiano, aggredisce in via Caviglia una guardia giurata italiana di circa 50 anni che sta andando al lavoro. Lo colpisce alla testa con un bastone. Poi gli strappa la pistola d’ordinanza, una Walther P99, e fugge verso la periferia. Scatta l’allarme al 112, le volanti iniziano a setacciare il quartiere, finché alle 15.15 l’uomo incrocia il Land Cruiser delle Uopi in via Cassinis. Non tenta la fuga: spara contro l’auto della polizia. Gli agenti sono protetti dalla blindatura e rispondono. Il trentenne viene colpito gravemente, trasportato al Niguarda in codice rosso, dove ora è ricoverato in fin di vita. Nessun poliziotto è rimasto ferito. La differenza l’ha fatta la protezione del mezzo.
Il contesto è quello che inquieta di più. Piazza Mistral dista poco più di un chilometro dal boschetto della droga di via Impastato, dove solo pochi giorni fa un altro intervento di polizia, durante un servizio antidroga, si è concluso con la morte del pusher Abderrahim Mansouri. In quel caso, a un agente in borghese era stata puntata contro una pistola - poi risultata una replica a salve priva del tappo rosso, ma indistinguibile da una vera nella penombra - e l’agente aveva sparato un solo colpo.
Rogoredo è così tornata, nel giro di pochi giorni, al centro della cronaca nera. Un’area che da anni concentra spaccio, rapine, aggressioni, e che oggi si trova sotto i riflettori anche per un altro motivo: a meno di due chilometri sorge l’Arena di Santa Giulia, destinata a ospitare le gare di hockey delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026. La Milano che si prepara a mostrarsi al mondo convive con una periferia in cui si spara contro le volanti in pieno giorno. Una frattura che i residenti denunciano da tempo e che gli interventi, per quanto intensi, faticano a ricomporre.
Le Uopi rappresentano l’ultimo livello di risposta dello Stato. Operano con mezzi blindati, armi lunghe e addestramento specifico per situazioni di fuoco diretto. Il fatto che siano state necessarie in un normale pomeriggio domenicale, davanti a un ristorante e a una scuola di danza poi evacuata per sicurezza, è un segnale che va oltre il singolo episodio. È il segno di una soglia della violenza ormai superata, che impone scelte operative e politiche difficili.
A rafforzare questo quadro è arrivata anche la presa di posizione del Siulp, il principale sindacato della Polizia di Stato. Il segretario generale Felice Romano ha parlato di un episodio che conferma come il degrado e la violenza delle periferie non siano più una «percezione», ma un dato oggettivo con cui gli operatori si confrontano ogni giorno, esponendo la propria incolumità. Romano ha sottolineato che ignorare la sussistenza della legittima difesa in situazioni di fuoco reale sarebbe «un’opzione irricevibile», ricordando come l’automatismo dell’atto dovuto - l’iscrizione nel registro degli indagati - si traduca spesso per i poliziotti in anni di sofferenze personali e professionali. A pochi giorni dall’iscrizione per omicidio volontario di un collega coinvolto nella sparatoria di via Impastato, il leader del Siulp ha avvertito che il modo in cui verranno inquadrate anche queste nuove vicende inciderà sulla credibilità dello Stato, che rischia di apparire più solerte nel vagliare l’operato di chi interviene che nel reprimere chi spara contro una volante.
Mentre Rogoredo torna a essere teatro di sparatorie, il centrosinistra milanese è sceso in piazza contro la presenza degli agenti statunitensi dell’Ice nel villaggio olimpico, una presenza innocua, limitata a funzioni di coordinamento. Alla manifestazione era ha partecipato anche Mario Calabresi, indicato come candidato sindaco in pectore per il centrosinistra. Peccato che a pochi chilometri di distanza i residenti di Rogoredo hanno a due conflitti a fuoco in pochi giorni: una distanza politica che nel quartiere viene vissuta come rimozione dei problemi reali, tra spaccio, violenza e paura quotidiana.
Matteo Salvini ha scritto su X «Io sto col poliziotto», annunciando iniziative di sostegno agli agenti. Un messaggio che risuona anche alla luce di quanto accaduto ieri a Torino, dove un agente è stato picchiato: episodi diversi, ma un comune denominatore che riporta al centro la sicurezza e la tutela di chi opera sul campo.
Nel frattempo, un ventitreenne è stato accoltellato da tre giovani, nella notte tra sabato e domenica, vicino alla Bocconi, sempre a Milano. Ricoverato in codice rosso, non è in pericolo. Dopo il suo racconto sono scattate le indagini, ma i contorni dell’episodio sono ancora poco chiari.
Questa volta l’arma non era finta. Il presidio del territorio è a rischio
Ancora una volta a Rogoredo. Ancora una volta lì, in una periferia che evidentemente la lunga amministrazione del sindaco Beppe Sala ha spinto più in là dalla Milano dei grattacieli e del jet set e che ha tentato di recuperare con il tocco magico delle Olimpiadi invernali. Già, perché Rogoredo è a due passi dall’Arena Santa Giulia, uno dei palazzetti del ghiaccio palcoscenico dei Giochi.
Ancora Rogoredo, dunque. Ma soprattutto ancora una volta contro la polizia, sempre più bersaglio di teppisti e criminali. Sfumature diverse dello stesso disegno delinquenziale dove le forze dell’ordine diventano il nemico e lo Stato un nulla. Ancora una volta a Rogoredo, come era successo la notte del 26 gennaio in cui Zack Mansouri, giovane spacciatore marocchino, aveva puntato una pistola - solo successivamente si sarebbe rivelata una replica a salve - contro uno dei poliziotti che stavano facendo i controlli, il quale per legittima difesa ha risposto aprendo il fuoco. Ecco, ieri pomeriggio, ancora una volta a Rogoredo, in piazza Mistral, altra scena da Far west: un rapinatore di origine cinese, irregolare, ha prima rubato la pistola a una guardia giurata e poi aperto il fuoco contro la pattuglia della polizia intervenuta sul posto, ingaggiando così uno scontro armato con gli agenti, ma anche col rischio di colpire i passanti visto l’orario (primo pomeriggio) e la zona. Riavvolgendo il nastro si capisce la gravità del fatto: il rapinatore aveva aggredito la guardia giurata con un bastone per sottrarle l’arma, impossessatasi della quale era poi fuggito. A quel punto è scattato l’allarme. Il resto è appunto come descritto: il bandito usa l’arma sottratta alla guardia e apre il fuoco. A differenza del marocchino, sentinella del traffico della droga nel bosco di Rogoredo che aveva puntato nella notte una pistola poi risultata non vera, stavolta l’arma è perfettamente funzionante perché di una guardia giurata. Ecco perché non c’è il minimo dubbio tra gli agenti in servizio. E infatti ecco i colpi all’indirizzo del Range Rover blindato della Polizia. Non resta che rispondere per evitare il peggio.
I colpi che partono dagli agenti andranno a bersaglio, atterrando l’uomo e riducendolo in fin di vita. La dinamica è lampante: legittima difesa ed espletamento delle funzioni di garanzia a tutela dell’ordine pubblico. Nella speranza che in Procura nessuno abbia intenzione di indugiare oltremodo con il rischio di indebolire ancor più il ruolo della polizia e più in generale delle forze dell’ordine, messo a durissima prova nelle ultime ore. Ci sono parole da aggiungere? Sì, sempre. Perché altrimenti il rischio è di «isolare» quegli agenti, quelle donne e quegli uomini in divisa impegnati nel garantire la nostra sicurezza. Cos’è successo stavolta? Il motivo potrebbe essere lo stesso: il pusher marocchino era sbucato dal buio per disturbare il controllo della polizia nella principale area di spaccio della città; allo stesso modo si può pensare al rapinatore di ieri, un trentenne di origine cinese, come facente parte di una catena di montaggio delinquenziale. Gli asiatici non sono - salvo smentite - rapinatori isolati, ma fanno parte di filiere criminali invisibili dove si passa dal controllo dei laboratori (e anche nella zona di Rogoredo, come in tante periferie metropolitane, ce ne sono parecchi) a quello delle attività commerciali, dal racket dei fiori a quello di altra merce. L’aggressione alla guardia giurata per sottrarre un’arma è un atteggiamento che trasmette un senso di padronanza: io faccio quello che voglio, anche prendermi un’arma per sbrigare i miei affari. Ecco, quel che sta accadendo è la sfida a chi deve controllare pezzi di città: da una parte lo Stato, dall’altra i criminali. Vuoi che siano le zone circostanti le stazioni, vuoi che siano le periferie dove gli stranieri si differenziano spesso per una matrice di provenienza: magrebina, nigeriana, latinos, cinesi, pachistani, cingalesi, slavi…
La questione migratoria incide eccome nelle dinamiche criminali e, se la sinistra continua con lo stesso atteggiamento ambiguo con cui solidarizza a caldo ma non affronta certe meccaniche legate alla sicurezza, le sue ricette non potranno mai essere credibili.
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