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2025-04-29
La Germania ha fretta di riarmarsi: chiesta la deroga al Patto di stabilità
Friedrich Merz (Getty Images)
Quando Ursula von der Leyen e Kaja Kallas si sono messe l’elmetto, varando il programma di riarmo europeo, le reazioni degli Stati membri erano state piuttosto fredde, in molti casi persino contrariate. Alla Francia e all’Italia, per esempio, non era garbata un granché la formula studiata dalle prodi amazzoni di Bruxelles, che prevede una licenza all’indebitamento nazionale per le spese belliche e una sorta di Mes camuffato, il cosiddetto Safe. Mentre tutti indugiano, però, la Germania ha risposto prontamente all’appello, inviando ieri una lettera alla Commissione Ue in cui chiede l’attivazione della «clausola di salvaguardia». In sostanza, per riarmarsi in maniera massiccia, Berlino intende avvalersi della deroga al Patto di stabilità. L’obiettivo? Non far pesare gli investimenti nella difesa sul debito tedesco e, quindi, non incorrere nelle temute procedure d’infrazione.
«Possiamo confermare che la Germania ha richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per il periodo 2025-2028», ha dichiarato all’Ansa un portavoce del ministero delle Finanze tedesco. Si tratta, ha proseguito, di «un’importante misura complementare per consentire una maggiore spesa nazionale per la difesa, mantenendo al contempo la sostenibilità fiscale». Stando alle deroghe previste da Bruxelles, ogni Stato membro che ne farà richiesta potrà aumentare ogni anno le spese militari dell’1,5% del Pil per quattro anni. In teoria, era possibile presentare domanda entro fine aprile. In pratica, però, questa scadenza non è vincolante, come ha confermato ieri il commissario Valdis Dombrovskis.
Per adesso, la Germania è stata la prima nazione a fare richiesta formale per l’attivazione della clausola di salvaguardia. Molto presto, tuttavia, potrebbero muoversi anche Portogallo, Slovenia, Polonia, Belgio e Bulgaria. Contrarie si sono finora dette Parigi e Madrid, mentre Roma ha affermato che intende raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil nelle spese per la difesa senza ricorrere alla sospensione del Patto. Come ha spiegato un portavoce della Commissione Ue, l’analisi delle richieste avrà luogo a maggio, in modo da arrivare a una conclusione in tempo per il pacchetto del semestre europeo, previsto il prossimo 4 giugno.
«Una Germania male armata rappresenta oggi un pericolo maggiore per l’Europa di una Germania ben armata», ha dichiarato ieri il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, intervenuto a Bruxelles per celebrare i 70 anni dell’ingresso di Berlino nella Nato. «Oggi che la guerra di Putin contro l’Ucraina continua a imperversare e gli Usa mettono gli alleati europei sotto enorme pressione, alla Germania tocca un ruolo chiave», ha proseguito Steinmeier. Che poi ha aggiunto: «C’è bisogno di un esercito forte non per condurre una guerra, ma per evitarla, non per sostituire la diplomazia, ma per renderla credibile». «L’Europa», ha affermato il presidente tedesco, «ha lanciato un appello alla Germania e noi l’abbiamo sentito. Potete contare su di noi».
A prescindere dalla questione riarmo in sé, però, questa mossa ha un costo politico non indifferente per Friedrich Merz. Pur non essendo ancora cancelliere, infatti, il leader della Cdu ha già perso diversi consensi, tanto che l’Afd ha clamorosamente superato l’Unione nei sondaggi. Ecco perché ieri, durante il congresso del suo partito, Merz ha giustificato con forza la riforma del freno al debito, pur sapendo della «delusione di molti elettori», a cui prima del voto aveva promesso che il nuovo governo non avrebbe toccato il vincolo di bilancio.
Al di là di questi impacci, sempre ieri la commissione della Cdu ha approvato il contratto di coalizione, in attesa che domani lo faccia la Spd. Durante il congresso sono stati resi i noti i ministri espressi dal partito cristiano-democratico (e dai «fratelli» bavaresi della Csu). Si tratta, per la maggior parte, di figure piuttosto scialbe, in alcuni casi di veri e propri outsider. Il loro minimo comun denominatore, però, è chiaro: sono tutti uomini di Merz. A partire da Thorsten Frei, che dirigerà la cancelleria. Braccio destro del leader, Frei si è distinto in campagna elettorale per i suoi toni duri sull’immigrazione. E non è un caso che ieri Merz abbia annunciato a trombe spiegate che la priorità del governo sarà il controllo dei confini, unita a «un’offensiva sulle espulsioni» che includerà anche i rimpatri in Afghanistan. Per il resto, spiccano la manager Katherina Reiche al ministero dell’Economia e l’esperto Johann Wadephul agli Esteri.
La Csu, invece, ha fatto scelte un po’ più forti, con figure potenzialmente divisive, come per esempio l’ultraconservatore Wolfram Weimer, ex direttore della Welt e di Focus, che sarà ministro della Cultura. Anche per l’agricoltura il partito non si è tirato indietro e ha nominato il macellaio Alois Rainer, in netta discontinuità col predecessore espresso dai Verdi, Cem Özdemir, noto vegetariano. «Più polpettone e meno tofu», ha commentato scherzosamente Markus Söder, il leader dei bavaresi.
Ppe, via al patto sulla competitività
Oggi e domani i leader del Partito popolare europeo (Ppe) si riuniranno a Valencia per partecipare a un congresso che definirà la nuova strategia politica. Alla seduta saranno presenti più di 800 delegati e 1.200 ospiti da 40 Paesi. Attesi anche gli interventi del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, del presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, di 15 capi di Stato o di governo, tra i quali il prossimo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e di quattro vicepremier compreso il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che del Ppe è anche vicepresidente decano, essendo stato in carica dal 2002. All’ordine del giorno ci sarà il rinnovo della presidenza. Il tedesco Manfred Weber, alla guida del partito dal 2022, è praticamente certo della riconferma, non essendo pervenute al momento altre candidature. Saranno quindi eletti dieci vicepresidenti, uno dei quali potrebbe essere proprio Tajani, un nuovo segretario generale, sul cui incarico si fa il nome della spagnola Dolores Montserrat, e un tesoriere. A proposito del ministro degli Esteri italiano, la Montserrat ha dichiarato: «Con Tajani mi lega un rapporto speciale di amicizia e affetto. Ho lavorato con lui ed è uno dei maggiori punti di riferimento dell’attuale Ppe. Sono sicura che come vicepresidente continuerà a svolgere un lavoro brillante, proprio come sta facendo attualmente nel governo italiano». Per oggi pomeriggio si attende un intervento di Tajani sul tema delle migrazioni, mentre domattina saranno adottate alcune risoluzioni che delineeranno le priorità della famiglia dei popolari per il prossimo triennio. Le risoluzioni toccheranno inoltre la sottoscrizione di un patto per garantire un nuovo impulso all’occupazione e alla crescita. A questo proposito, il vicepremier Tajani presenterà una risoluzione sulla competitività e l’industria. Risoluzione che ha già incassato il sostegno degli altri membri della presidenza del Ppe e il plauso delle delegazioni tedesche a Cdu e Csu. Insieme a Tajani, faranno parete della delegazione italiana tutti gli europarlamentari di Fi, i presidenti di Regione Alberto Cirio (Piemonte), Vito Bardi (Basilicata), Roberto Occhiuto (Calabria) e Francesco Roberti (Molise), il sottosegretario agli Esteri, Maria Tripodi, e i capigruppo alla Camera e al Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. Il Ppe intende quindi proporre politiche familiari più forti, incentivi alla natalità, sostegno alla genitorialità e una maggiore accessibilità agli alloggi, soprattutto per i giovani. Sul fronte dell’immigrazione, invece, c’è l’obiettivo di introdurre un approccio basato sul rafforzamento della gestione comune delle frontiere esterne, la lotta ai trafficanti e una politica di asilo «più ordinata», laddove centrale è l’integrazione dei migranti regolari, con percorsi di inserimento lavorativo e sociale.«Serve una rivoluzione che permetta all’Europa di tornare a essere protagonista e il Ppe è la garanzia della stabilità, essendo la prima forza politica nel Parlamento, con 15 commissari, compreso il presidente Von der Leyen», ha dichiarato ieri Tajani, appena atterrato a Valencia. E ha parlato si strategie da adottare: «Certamente invertire la rotta del Green deal, che non significa non essere impegnati nella lotta contro il cambiamento climatico, ma tener conto delle questioni sociali, industriali e agricole. Bisogna lavorare per la sicurezza dell’Europa, aumentando le spese per la difesa, che non significa essere guerrafondai. Poi servono riforme istituzionali: un solo presidente eletto direttamente i cittadini, che sia presidente della Commissione e presidente del Consiglio, oltre a dare più potere al Parlamento europeo, che deve avere l’iniziativa legislativa. Infine, l’Europa deve completare il percorso del mercato interno, di capitale e dell’energia. Se non si completa questo percorso sarà difficile competere con Paesi quali gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India e gli Stati africani».
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Il futuro governo non c’è ancora, ma il futuro cancelliere Merz scalpita e presenta i nuovi ministri: tutte figure scialbe e suoi fedelissimi. Ribadita la stretta sui migranti: «Faremo respingimenti massicci».Popolari a congresso oggi e domani. Tajani presenta una risoluzione sull’industria europea: «Bisogna invertire la rotta sul Green deal». Attesa anche la Von der Leyen.Lo speciale contiene due articoli.Quando Ursula von der Leyen e Kaja Kallas si sono messe l’elmetto, varando il programma di riarmo europeo, le reazioni degli Stati membri erano state piuttosto fredde, in molti casi persino contrariate. Alla Francia e all’Italia, per esempio, non era garbata un granché la formula studiata dalle prodi amazzoni di Bruxelles, che prevede una licenza all’indebitamento nazionale per le spese belliche e una sorta di Mes camuffato, il cosiddetto Safe. Mentre tutti indugiano, però, la Germania ha risposto prontamente all’appello, inviando ieri una lettera alla Commissione Ue in cui chiede l’attivazione della «clausola di salvaguardia». In sostanza, per riarmarsi in maniera massiccia, Berlino intende avvalersi della deroga al Patto di stabilità. L’obiettivo? Non far pesare gli investimenti nella difesa sul debito tedesco e, quindi, non incorrere nelle temute procedure d’infrazione. «Possiamo confermare che la Germania ha richiesto l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per il periodo 2025-2028», ha dichiarato all’Ansa un portavoce del ministero delle Finanze tedesco. Si tratta, ha proseguito, di «un’importante misura complementare per consentire una maggiore spesa nazionale per la difesa, mantenendo al contempo la sostenibilità fiscale». Stando alle deroghe previste da Bruxelles, ogni Stato membro che ne farà richiesta potrà aumentare ogni anno le spese militari dell’1,5% del Pil per quattro anni. In teoria, era possibile presentare domanda entro fine aprile. In pratica, però, questa scadenza non è vincolante, come ha confermato ieri il commissario Valdis Dombrovskis. Per adesso, la Germania è stata la prima nazione a fare richiesta formale per l’attivazione della clausola di salvaguardia. Molto presto, tuttavia, potrebbero muoversi anche Portogallo, Slovenia, Polonia, Belgio e Bulgaria. Contrarie si sono finora dette Parigi e Madrid, mentre Roma ha affermato che intende raggiungere l’obiettivo del 2% del Pil nelle spese per la difesa senza ricorrere alla sospensione del Patto. Come ha spiegato un portavoce della Commissione Ue, l’analisi delle richieste avrà luogo a maggio, in modo da arrivare a una conclusione in tempo per il pacchetto del semestre europeo, previsto il prossimo 4 giugno.«Una Germania male armata rappresenta oggi un pericolo maggiore per l’Europa di una Germania ben armata», ha dichiarato ieri il presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, intervenuto a Bruxelles per celebrare i 70 anni dell’ingresso di Berlino nella Nato. «Oggi che la guerra di Putin contro l’Ucraina continua a imperversare e gli Usa mettono gli alleati europei sotto enorme pressione, alla Germania tocca un ruolo chiave», ha proseguito Steinmeier. Che poi ha aggiunto: «C’è bisogno di un esercito forte non per condurre una guerra, ma per evitarla, non per sostituire la diplomazia, ma per renderla credibile». «L’Europa», ha affermato il presidente tedesco, «ha lanciato un appello alla Germania e noi l’abbiamo sentito. Potete contare su di noi».A prescindere dalla questione riarmo in sé, però, questa mossa ha un costo politico non indifferente per Friedrich Merz. Pur non essendo ancora cancelliere, infatti, il leader della Cdu ha già perso diversi consensi, tanto che l’Afd ha clamorosamente superato l’Unione nei sondaggi. Ecco perché ieri, durante il congresso del suo partito, Merz ha giustificato con forza la riforma del freno al debito, pur sapendo della «delusione di molti elettori», a cui prima del voto aveva promesso che il nuovo governo non avrebbe toccato il vincolo di bilancio. Al di là di questi impacci, sempre ieri la commissione della Cdu ha approvato il contratto di coalizione, in attesa che domani lo faccia la Spd. Durante il congresso sono stati resi i noti i ministri espressi dal partito cristiano-democratico (e dai «fratelli» bavaresi della Csu). Si tratta, per la maggior parte, di figure piuttosto scialbe, in alcuni casi di veri e propri outsider. Il loro minimo comun denominatore, però, è chiaro: sono tutti uomini di Merz. A partire da Thorsten Frei, che dirigerà la cancelleria. Braccio destro del leader, Frei si è distinto in campagna elettorale per i suoi toni duri sull’immigrazione. E non è un caso che ieri Merz abbia annunciato a trombe spiegate che la priorità del governo sarà il controllo dei confini, unita a «un’offensiva sulle espulsioni» che includerà anche i rimpatri in Afghanistan. Per il resto, spiccano la manager Katherina Reiche al ministero dell’Economia e l’esperto Johann Wadephul agli Esteri. La Csu, invece, ha fatto scelte un po’ più forti, con figure potenzialmente divisive, come per esempio l’ultraconservatore Wolfram Weimer, ex direttore della Welt e di Focus, che sarà ministro della Cultura. Anche per l’agricoltura il partito non si è tirato indietro e ha nominato il macellaio Alois Rainer, in netta discontinuità col predecessore espresso dai Verdi, Cem Özdemir, noto vegetariano. «Più polpettone e meno tofu», ha commentato scherzosamente Markus Söder, il leader dei bavaresi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/germania-ha-fretta-di-riarmarsi-2671862254.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ppe-via-al-patto-sulla-competitivita" data-post-id="2671862254" data-published-at="1745926010" data-use-pagination="False"> Ppe, via al patto sulla competitività Oggi e domani i leader del Partito popolare europeo (Ppe) si riuniranno a Valencia per partecipare a un congresso che definirà la nuova strategia politica. Alla seduta saranno presenti più di 800 delegati e 1.200 ospiti da 40 Paesi. Attesi anche gli interventi del presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, del presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, di 15 capi di Stato o di governo, tra i quali il prossimo cancelliere tedesco, Friedrich Merz, e di quattro vicepremier compreso il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che del Ppe è anche vicepresidente decano, essendo stato in carica dal 2002. All’ordine del giorno ci sarà il rinnovo della presidenza. Il tedesco Manfred Weber, alla guida del partito dal 2022, è praticamente certo della riconferma, non essendo pervenute al momento altre candidature. Saranno quindi eletti dieci vicepresidenti, uno dei quali potrebbe essere proprio Tajani, un nuovo segretario generale, sul cui incarico si fa il nome della spagnola Dolores Montserrat, e un tesoriere. A proposito del ministro degli Esteri italiano, la Montserrat ha dichiarato: «Con Tajani mi lega un rapporto speciale di amicizia e affetto. Ho lavorato con lui ed è uno dei maggiori punti di riferimento dell’attuale Ppe. Sono sicura che come vicepresidente continuerà a svolgere un lavoro brillante, proprio come sta facendo attualmente nel governo italiano». Per oggi pomeriggio si attende un intervento di Tajani sul tema delle migrazioni, mentre domattina saranno adottate alcune risoluzioni che delineeranno le priorità della famiglia dei popolari per il prossimo triennio. Le risoluzioni toccheranno inoltre la sottoscrizione di un patto per garantire un nuovo impulso all’occupazione e alla crescita. A questo proposito, il vicepremier Tajani presenterà una risoluzione sulla competitività e l’industria. Risoluzione che ha già incassato il sostegno degli altri membri della presidenza del Ppe e il plauso delle delegazioni tedesche a Cdu e Csu. Insieme a Tajani, faranno parete della delegazione italiana tutti gli europarlamentari di Fi, i presidenti di Regione Alberto Cirio (Piemonte), Vito Bardi (Basilicata), Roberto Occhiuto (Calabria) e Francesco Roberti (Molise), il sottosegretario agli Esteri, Maria Tripodi, e i capigruppo alla Camera e al Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. Il Ppe intende quindi proporre politiche familiari più forti, incentivi alla natalità, sostegno alla genitorialità e una maggiore accessibilità agli alloggi, soprattutto per i giovani. Sul fronte dell’immigrazione, invece, c’è l’obiettivo di introdurre un approccio basato sul rafforzamento della gestione comune delle frontiere esterne, la lotta ai trafficanti e una politica di asilo «più ordinata», laddove centrale è l’integrazione dei migranti regolari, con percorsi di inserimento lavorativo e sociale.«Serve una rivoluzione che permetta all’Europa di tornare a essere protagonista e il Ppe è la garanzia della stabilità, essendo la prima forza politica nel Parlamento, con 15 commissari, compreso il presidente Von der Leyen», ha dichiarato ieri Tajani, appena atterrato a Valencia. E ha parlato si strategie da adottare: «Certamente invertire la rotta del Green deal, che non significa non essere impegnati nella lotta contro il cambiamento climatico, ma tener conto delle questioni sociali, industriali e agricole. Bisogna lavorare per la sicurezza dell’Europa, aumentando le spese per la difesa, che non significa essere guerrafondai. Poi servono riforme istituzionali: un solo presidente eletto direttamente i cittadini, che sia presidente della Commissione e presidente del Consiglio, oltre a dare più potere al Parlamento europeo, che deve avere l’iniziativa legislativa. Infine, l’Europa deve completare il percorso del mercato interno, di capitale e dell’energia. Se non si completa questo percorso sarà difficile competere con Paesi quali gli Stati Uniti, la Russia, la Cina, l’India e gli Stati africani».
Nel riquadro Ilario Castello, segretario del Nuovo sindacato carabinieri (Ansa)
Partiamo dal caso Rogoredo, con un agente indagato per omicidio volontario dopo aver sparato contro un pusher marocchino di 28 anni che puntava un’arma a salve. In base alla normativa vigente, che cosa deve aspettarsi il poliziotto?
«Per l’automatismo dell’attuale articolo 335 del Codice di procedura penale, il collega si è trovato iscritto con un capo di imputazione forte. Il messaggio che passa è che le forze dell’ordine vanno in giro ad ammazzare persone. Il poliziotto dovrà farsi carico della difesa legale e di tutte le altre spese del procedimento penale a suo carico».
Quindi né il dipartimento della pubblica sicurezza del ministero dell’Interno, né il ministero della Difesa intervengono a coprire le spese legali?
«Il ddl Sicurezza dello scorso anno prevedeva un rimborso fino a un massimo di 10.000 euro per ogni grado di giudizio. Ottima iniziativa, ma è solo un inizio e bisogna vedere per quale reato si sta procedendo: le spese possono essere di gran lunga superiori. Basti pensare alle perizie come nel caso Ramy»
Un poliziotto o un carabiniere indagato continua a percepire lo stipendio?
«Ogni amministrazione procede secondo i propri regolamenti. Nell’Arma spesso succede che ti ritrovi demansionato, con mancati guadagni. Non è esclusa la sospensione cautelativa da servizio, tra tre a 12 mesi. Anche se non è una sanzione definitiva, la sospensione comporta la limitazione delle attività operative e una riduzione del trattamento economico, il blocco delle progressioni di carriera. Oltre al danno, quindi, anche la beffa».
La vostra proposta di legge che cosa ha di diverso dal pacchetto sicurezza del governo, in fase di elaborazione?
«Prevede che l’amministrazione di appartenenza fornisca assistenza legale d’ufficio e supporto psicologico immediato al personale in divisa coinvolto in operazioni che hanno richiesto l’uso della forza o delle armi o che sono oggetto di indagine per fatti connessi al servizio. Sarà necessario un Fondo nazionale apposito, istituito presso il ministero dell’Interno, destinato a coprire direttamente le spese legali, comprese quelle relative a consulenze tecniche e perizie di parte nei vari gradi e fasi del procedimento».
Le altre vostre richieste quali sono?
«Partiamo dal contesto operativo: un poliziotto o un carabiniere non agiscono mai come privati cittadini, ma sempre come pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio. Ogni azione, pur se compiuta individualmente, è espressione della funzione e autorità dello Stato, per questo è giustificata la copertura legale e risarcitoria. Salvo i casi di dolo o di colpa grave del poliziotto o del carabiniere, l’amministrazione di appartenenza si deve far carico dell’eventuale risarcimento dovuto alla parte civile».
Non è una richiesta di scudo penale?
«No, non cerchiamo privilegi, ma la necessaria serenità per operare con tutele concrete e inequivocabili e senza il timore di conseguenze sproporzionate. L’uso delle armi si presume sempre legittimo se esercitato da un poliziotto o da un carabiniere. Pensiamo a Rogoredo, contesto operativo rischiosissimo. L’agente ha intercettato un’arma simile a tutte quelle in uso presso le forze dell’ordine e ha dovuto fare il suo lavoro, fermare quella minaccia».
Diverso è se c’è abuso della forza.
«Certo, o dei mezzi di coercizione fisica, delle armi e in questi casi c’è dolo o colpa grave, altrimenti in servizio è legittimo, anzi obbligatorio intervenire. In Italia, invece, passa il concetto che prima sparano i cattivi e poi noi dobbiamo rispondere».
Chiedete anche il coinvolgimento del Viminale e del ministero della Difesa.
«Proponiamo modifiche al Codice di procedura penale, ovvero che l’atto dovuto dell’iscrizione di un operatore delle forze dell’ordine nel registro di reato, per principio di immedesimazione organica debba essere comunicata immediatamente anche all’amministrazione di appartenenza, che nominerà un proprio difensore, consulenti tecnici di parte. E non deve esserci l’obbligatorietà di indagare subito l’agente».
Il motivo?
«Le ripercussioni significative sulla serenità professionale e personale degli operatori di pubblica sicurezza: influenzano la loro capacità di agire con la necessaria prontezza e determinazione. Non c’è pericolo di fuga per noi, l’avviso di garanzia va emesso se emergono gravi indizi di colpevolezza».
Altro elemento che suggerite?
«L’introduzione di una nuova circostanza attenuante, riconosciuta quando il fatto è stato commesso in ragione di una percezione distorta, errata o sproporzionata del pericolo reale dovuta alla concitazione, all’urgenza o a un elevato livello di stress operativo. Come è accaduto a Rogoredo. Sarà il giudice a doverla valutare in base al livello di rischio oggettivo. E chiediamo l’eventuale sospensione dal servizio solo alla fine dei tre gradi di giudizio».
Come sta procedendo la vostra campagna di raccolta firme?
«Ne abbiamo raggiunto 30.000, il quorum è 50.000. Per chiedere al Parlamento di legiferare, basta sottoscrivere la proposta di legge cliccando su firmereferendum.giustizia.it, accedere con il proprio Spid e firmare».
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Nel riquadro Abderrahim Mansouri (Ansa)
A dettare il tono è stato il comunicato di Potere al popolo, che ha parlato di «un’altra vita spezzata nel quadrante sud di Milano», definendo l’intervento della polizia in borghese «ambiguo» e addirittura «provocatorio». Nel testo si arriva a contestare l’operazione antidroga in quanto tale, a evocare presunte «marginalità da far sparire» in vista delle Olimpiadi e a paragonare l’episodio milanese alle pratiche degli Stati Uniti, accusati di uccidere «a sangue freddo per strada» attraverso l’Ice. Considerazioni deliranti, ideologiche e scollegate dalla realtà di Rogoredo, ma che anticipano il clima della manifestazione annunciata in piazza XXV Aprile sabato prossimo, contro la presenza di agenti statunitensi a Milano, dove il caso Mansouri rischia di diventare l’ennesimo simbolo da piazza, come Ramy Elgaml. Mentre venerdì sera ci sarà una passeggiata per la sicurezza a Rogoredo promossa da Fratelli d’Italia e Gioventù nazionale, al fianco di residenti e polizia, per dire stop a degrado e insicurezza dopo anni di immobilismo della giunta di centrosinistra.
Dentro questo contesto si colloca anche la scelta della famiglia Mansouri di entrare formalmente nel procedimento come persona offesa. Da una parte c’è il racconto del poliziotto, confermato in questa fase da un collega che lo seguiva a breve distanza durante un servizio antidroga; dall’altra la linea dei familiari, che sostengono che la dinamica «non convince affatto» e chiedono che venga rimessa integralmente in discussione. Il pm Giovanni Tarzia, titolare dell’inchiesta, ha impostato un’indagine a tutto campo e ha chiarito di non voler lasciare nulla al caso. Sono stati disposti l’esame autoptico, le perizie balistiche, gli accertamenti sull’arma a salve impugnata dalla vittima, le analisi tossicologiche, le verifiche sull’organizzazione del servizio e la ricerca di immagini di videosorveglianza. È in questo quadro che si inserisce la decisione, contestata da più parti, di iscrivere l’agente per omicidio volontario: una qualificazione tecnica iniziale che consente tutti gli accertamenti irripetibili ma che appare difficilmente compatibile con i fatti finora emersi e che, anche nelle ipotesi più severe, sembrerebbe al massimo riconducibile a un profilo colposo, non certo a un’azione dolosamente diretta a uccidere.
Il fratello della vittima, assistito dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, ha depositato la nomina per partecipare a ogni accertamento con consulenti propri. Tra le richieste avanzate figura anche quella di acquisire e analizzare i cellulari degli agenti presenti durante l’operazione, nella convinzione che possano emergere elementi utili a ricostruire tempi e modalità dell’intervento. La stessa Piazza, con l’Agi, ha richiamato l’attenzione sulla presenza di una telecamera nelle immediate vicinanze del luogo della sparatoria, che potrebbe aver ripreso almeno in parte gli ultimi istanti di vita di Mansouri e che non risulta ancora acquisita.
Il dato su cui i legali della parte civile insistono è quello della distanza: secondo i primi rilievi della Scientifica, al momento dello sparo tra l’agente e Mansouri ci sarebbero stati circa 30 metri. Una distanza ritenuta «significativa». Ma è un elemento che, letto nel contesto operativo di Rogoredo, non viene considerato decisivo da chi difende l’operato della polizia: perché non conta che l’arma si sia poi rivelata una pistola a salve, ma che in quel momento apparisse come un’arma vera a chi se l’è vista puntare contro, in una delle aree più pericolose della città. Rogoredo, infatti, non è una periferia qualunque. Da almeno un decennio è la più grande piazza di spaccio di eroina a cielo aperto di Milano. Un contesto che spiega perché ogni intervento venga considerato ad altissimo rischio. In questo scenario, Abderrahim Mansouri non era un volto sconosciuto: già nel 2016 aveva tentato la fuga aggredendo un finanziere e cercando di sottrargli l’arma; negli anni successivi il suo nome e quello di altri membri della famiglia è tornato più volte nelle indagini sul traffico di droga nell’area. Secondo chi lo conosceva, amava sfidare le divise per far vedere «chi comandava» nella zona.
A fronte delle accuse e delle pressioni politiche è intervenuta anche Unarma, ricordando che l’operatore «ha agito in una situazione concitata, in pochi istanti, percependo un rischio reale per la propria vita» e che, nonostante ciò, «si trovi ora indagato». L’associazione parla di «emergenza sicurezza» per le forze dell’ordine e chiede tutele giuridiche più chiare perché, ha detto il segretario generale Antonio Nicolosi. Il Sap di Milano, con il segretario aggiunto Paolo Magrone, definisce «un po’ forte» ipotizzare che un poliziotto esca in servizio con la volontà di uccidere, giudicando la contestazione dell’omicidio volontario «molto dura» e ricordando che a Rogoredo si opera in un contesto rischioso, dove una pistola a salve senza tappo rosso è indistinguibile da un’arma vera.
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L’Ice, però, è a sua volta divisa in due comparti: l’Ero (Enforcement and removal operations), ovvero il ramo anti-immigrazione, protagonista di efferati crimini in Minnesota; e l’Hsi (Homeland security investigations), che si concentra su crimini internazionali e terrorismo: «Gli investigatori dell’Hsi», ha chiarito il Viminale dopo l’incontro tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, e l’ambasciatore Usa in Italia, Tilman J. Fertitta, «saranno rappresentati non da personale operativo come quello impegnato nei controlli sulla migrazione in territorio Usa, ma da referenti esclusivamente specializzati nelle investigazioni». Del resto, ogni Paese scorta i propri atleti impegnati in competizioni internazionali affidandosi ai propri servizi antiterrorismo: lo fa Israele col Mossad, l’ha fatto la Russia con il Kgb, e così via.
Pochi giorni fa, a Milano, hanno sfilato a bordo di una colonna di 12 jeep, quattro blindati e pure tre motoslitte circa 100 agenti della polizia del Qatar. Ma l’occasione per fare polemica, sull’onda emotiva delle agghiaccianti immagini di Minneapolis, è ghiotta, e allora via con la rumba: «Gli agenti Ice», dice il leader di Azione, Carlo Calenda, «sono le SS, nel senso che sono dei delinquenti, assassini, privi di training sufficiente per svolgere un lavoro delicatissimo. Non li vorrei vedere sul suolo italiano. E siccome siamo un Paese dove c’è un governo fortemente sovranista che tiene alla dignità nazionale, si faccia lo sforzo, per una volta, di dire no a Trump, secondo me può essere che scoprano un mondo nuovo».
«Condanniamo l’incapacità del governo», dichiarano i parlamentari lombardi del M5s, i senatori Elena Sironi e Bruno Marton, e i deputati Valentina Barzotti e Antonio Ferrara, «di chiedere a Washington di inviare altre agenzie federali, che negli Usa non mancano, per ovvie ragioni di sicurezza, dato che la presenza dell’Ice, seppur simbolica, rischia di scatenare proteste e possibili disordini». «Non sono i benvenuti», sottolinea il segretario del Pd Elly Schlein, «lo ha detto benissimo il sindaco di Milano Sala. È una milizia armata che sta uccidendo a sangue freddo cittadini Usa per strada. Sosteniamo le manifestazioni che chiedono di levare l’Ice dalle strade. Se per Piantedosi non è un problema, per noi è un problema». «Non c’è spazio in Italia», dice il sindaco di Firenze Sara Funaro, «per chi calpesta i diritti umani. Non si può restare in silenzio di fronte all’arrivo di un corpo militare aggressivo come l’Ice». Non poteva farsi scappare l’occasione di un bel flash mob davanti all’ambasciata americana il segretario di Più Europa, Riccardo Magi: «I Giochi di Milano-Cortina», sentenzia, «non possono essere la passerella delle squadracce di Trump». «È auspicabile», ha commentato il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, Giuseppe Baturi, «che la garanzia dell’ordine pubblico nel nostro Paese sia affidata alle forze italiane». «Ho letto la notizia», commenta il Segretario di Stato Vaticano cardinale Pietro Parolin, «so che c’è una polemica al riguardo. Non vogliamo entrarci». Un barlume di razionalità arriva dal portavoce di Forza Italia, Raffaele Nevi: «Si sta facendo propaganda politica becera», dice Nevi ad Agorà, su Rai Tre, «che sfrutta degli eventi accaduti negli Stati Uniti per fare caciara in Italia, sfruttando il dramma di Minneapolis a fini politici. L’Ice non verrà in Italia per le Olimpiadi, verranno agenti dell’intelligence che non c’entrano niente con quelli dell’anti immigrazione di Minneapolis, aspetto questo chiarito benissimo dal ministro Piantedosi».
Come spesso capita, la farsa è in agguato. In Aula, rispondendo al senatore di Iv Ivan Scalfarotto, il presidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama, Alberto Balboni (Fdi), ha dichiarato: «Il collega Scalfarotto si chiedeva da chi saranno protetti gli sportivi dell’Iran. Basta fare una ricerca su Internet e lo scopre: dai Pasdaran», ha detto Balboni, «cioè da coloro che hanno massacrato 30.000 giovani in Iran, di questo non vi scandalizzate». L’ambasciata iraniana in Italia ha smentito su X, auspicando che «prima di qualsiasi analisi o presa di posizione politica, venga verificata la veridicità delle notizie».
«Ho citato semplicemente una cosa che ho letto su fonti aperte», ha chiarito ieri Balboni all’Adnkronos, «in cui si dice che il compito di scortare gli atleti iraniani è sempre stato svolto dai Pasdaran, ma certo non mi riferivo direttamente a queste Olimpiadi». Ma il co-leader di Avs, Angelo Bonelli, si è perso qualche passaggio: «Giorgia Meloni», è stato il monito di Bonelli, «neghi l’ingresso in Italia all’Ice e ai Pasdaran. L’Italia non può diventare il terreno di conquista di milizie straniere, tagliagole e assassini. Non li vogliamo». Infatti, non ci saranno. A Bonelli la prima medaglia d’oro delle Olimpiadi: quella della distrazione.
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