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2021-07-20
Genova: la città dei disordini
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Genova, 30 giugno 1960: scontri nel centro città (Getty Images)
5 dicembre 1746
Come Carlo Giuliani, più di due secoli prima un ragazzino si apprestava a scagliare un oggetto contro le forze dell'ordine. La città era la stessa, ma il contesto totalmente differente. Anche se, come nel luglio 2001, quel gesto passerà alla storia. Il ragazzo, figlio di un tintore genovese, si chiamava Giovanni Battista Perasso, più noto come il "Balilla" (vezzeggiativo che più o meno sta per "pallino" nell'antica lingua genovese). Quando nel sestiere di Portoria brandì la pietra che lo avrebbe reso celebre, era il 5 dicembre del 1746. Genova, che era stata per secoli la "Superba", una repubblica marinara indipendente e potentissima, era occupata dalle truppe asburgiche e piemontesi dopo l'esito della guerra di successione austriaca e logorata da un lungo periodo di crisi economica durante il quale più volte era stata minacciata di occupazione. Si trattava dunque di una rivolta che era nell'aria per scacciare lo straniero, che nel caso del 1746 si identificava con i soldati austriaci. "Che, l'inse?" avrebbe esclamato nella sua lingua il Balilla, ossia "Allora, la inizio?". La leggenda vuole che quel ragazzino di appena undici anni scese la miccia che fece scaturire una battaglia durata otto giorni contro Austriaci e Piemontesi, che durante gli anni dell'occupazione si erano dimostrati violenti ed arroganti nei confronti del popolo genovese, pronto ad intraprendere una lotta che oggi definiremmo "identitaria". Poche ore dopo il presunto gesto del Balilla, la città di Genova era costellata di barricate erette dai cittadini, che nel frattempo si erano organizzati nell'Assemblea del Popolo, più di quarant'anni prima della Rivoluzione francese. A Palazzo Ducale intanto i reggenti austriaci, comandati da Botta Adorno, rimasero isolati e privi di appoggio militare. Saputo che le truppe franco-spagnole stavano muovendo per dar man forte agli insorti, gli Austro-piemontesi decisero di ritirarsi momentaneamente dalla città di Genova, le cui chiavi vennero restituite al Doge Giovanni Francesco Brignole Sale dai capipopolo. Genova era di nuovo una città libera e lo sarebbe rimasta fino all'occupazione napoleonica e quindi a quella sabauda dopo il Congresso di Vienna.
5 aprile 1849
La Superba era tornata sotto un dominatore straniero, I Savoia, dopo la sconfitta di Napoleone e dopo aver perso la Corsica nel 1768. I malumori dei genovesi, città natale di Giuseppe Mazzini, sfociarono in moti popolari nella primavera del 1849. Il timore dei Genovesi era la possibilità che all'epoca si era profilata di poter tornare nuovamente sotto il dominio austriaco. I moti furono capitanati dai mazziniani di Lorenzo Pareto, tra i primi ad aderire al movimento repubblicano della Giovine Italia. I moti antipiemontesi sfociarono presto nel governo provvisorio della città, che durò per poco tempo poiché nel contempo si stavano muovendo le forze piemontesi agli ordini del generale Alfonso Lamarmora con Bersaglieri e Carabinieri ai suoi ordini. Giunti alle porte fortificate dai patrioti nei pressi della Lanterna, il generale attaccò di sorpresa i difensori, dilagando in città e attaccando anche il Forte Begato difeso da Alessandro De Santis che, ferito gravemente, spirò dopo una settimana di agonia. I Bersaglieri si lasciarono andare a violenze e razzie, tanto che i giorni dei moti di Genova rimarranno anche noti come il "sacco di Genova". I Piemontesi furono supportati dalle cannonate degli alleati inglesi della nave HMS "Vengeance", dalle cui bocche da fuoco partì una colpo che fece una strage, avendo colpito in pieno l'ospedale di Pammatone, dove caddero 107 civili. La repressione di Lamarmora e dei suoi generali fu talmente dura da generare imbarazzo anche a Torino, tanto che il Parlamento sabaudo istituirà una commissione d'inchiesta durante la quale Vittorio Emanuele II, pur elogiando Lamarmora per i risultati ottenuti, chiese al generale di produrre un rapporto nel quale fossero indicati i responsabili delle violenze gratuite inflitte alla popolazione genovese. Il Re chiese anche la riabilitazione politica del capo dei rivoltosi Pareto, che dopo i fatti del 1849 sarà amnistiato ed eletto Presidente della Camera del Regno di Sardegna e, con l'unità d'Italia, senatore.
30 giugno -1 luglio 1960
Questa volta il capopopolo, se così si può chiamare, fu un uomo maturo. Deputato socialista, ligure, era stato una delle figure principali dell'antifascismo e della resistenza. Stiamo parlando di Sandro Pertini, salito su un palco il pomeriggio del 29 giugno 1960 in piazza Vittoria. Davanti a lui, lo ascoltano migliaia di operai e lavoratori portuali. Il motivo del discorso scaturiva dalla dichiarazione dello sciopero generale indetto dai sindacati e appoggiato dai partiti di sinistra contro lo svolgimento del Congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano a Genova. Erano passati pochi anni dalla fine della guerra, il partito retto allora da Michelini era ancora isolato da un punto di vista istituzionale, marginalizzato e più volte minacciato di scioglimento. Oltre al fatto che Genova fu nominata città medaglia d'oro della resistenza, la forte componente operaia della popolazione garantiva una maggioranza schiacciante ai partiti di sinistra. La Superba era una "città rossa", mentre a livello nazionale il Governo era un monocolore democristiano guidato dall'esponente di destra della Dc Fernando Tambroni che per la prima volta dal dopoguerra si reggeva sull'appoggio esterno dei missini. Il clima attorno alla decisione di svolgere il congresso nel capoluogo ligure si fece da subito rovente. Pertini parlò ai genovesi come fosse tornato al 25 aprile di quindici anni prima, mentre la città andava riempiendosi di uomini delle forze dell'ordine. Tutti gli appelli (anche da parte della sinistra Dc) perché il congresso fosse rimandato e spostato, caddero inascoltati. Del resto un precedente si era verificato a Milano, città anch'essa protagonista della resistenza, e luogo primigenio del fascismo. Se nel capoluogo lombardo in occasione del convegno del Msi del 1956 non si erano verificati incidenti, a Genova la situazione socio-politica era esplosiva, perché la città stava attraversando un momento difficile dal punto di vista economico, fatto che aveva generato un clima ben diverso da quello di una Milano proiettata verso gli anni del boom. Il discorso di Pertini non lasciò spazio alle interpretazioni. Secondo il futuro Presidente della Repubblica, si sarebbero dovuti difendere i valori della resistenza senza compromessi. La sera prima degli scontri, l'avvocato e politico ligure chiudeva così il comizio: "Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio. Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l'avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi."
Costi quello che costi: era la premessa di uno scontro durissimo non solo con i missini che avrebbero "provocato" la memoria della Genova liberata dal nazifascismo, ma anche contro le forze dell'ordine che in quel frangente rappresentavano, secondo la visione dei partiti di sinistra e dei sindacati, un Governo che era sceso a patti con il passato (ancora prossimo) del fascismo.
Gli animi surriscaldati dalle parole di Pertini e degli altri leader politici e sindacali sfoceranno, come ormai inevitabile, nelle violenze del giorno successivo. Lo scontro frontale, oltre alle implicazioni storico-ideologiche, fu voluto in quanto visto dagli esponenti di sinistra come un'ottima opportunità per indebolire Tambroni, obiettivo che verrà in seguito centrato.
La manifestazione indetta in concomitanza con lo sciopero generale (che si era esteso anche ad altre città d'Italia) fu fissata per il pomeriggio di giovedì 30 giugno 1960. Il clima, alla vigilia, era già rovente. Il teatro degli scontri ebbe come punto nevralgico il monumento ai caduti della resistenza in via XX Settembre, a poca distanza dal quale si trovava il teatro Margherita, che avrebbe dovuto ospitare due giorni dopo il congresso missino. La lapide dei partigiani fu presidiata giorno e notte da un "picchetto d'onore", pronto a entrare in azione qualora necessario. Già dalla mattina ingenti unità di Polizia e Carabinieri presidiavano quella zona compresa la piazza De Ferrari, obiettivo della rabbia contro l'"oltraggio" perpetrato da Michelini e camerati che i sindacati indicarono come punto di arrivo del corteo. La folla di operai ed esponenti sindacali, comunisti e socialisti si sviluppava in una lunga teoria dove comparvero cartelli che non lasciavano dubbi riguardo alle intenzioni dei manifestanti: "morte ai fascisti", "via i criminali fascisti da Genova". Tra la folla, inizialmente composta, cominciarono le provocazioni verbali verso le forze dell'ordine. "Venduti!" urlavano soprattutto i più giovani. Giunti in piazza della Vittoria, molti dei manifestanti non risposero all'appello di scioglimento da parte degli organizzatori e fecero dietro-front per dirigersi nuovamente verso via XX settembre, per raggiungere ancora la lapide dei caduti, mentre la testa del corteo occupava piazza De Ferrari presidiata dalle camionette del reparto Celere della Polizia. Qui accadde qualcosa che, come un presagio, ricorda molto da vicino quanto accadrà oltre quarant'anni dopo in piazza Alimonda. La folla si avvicinò alle camionette accerchiandole. Poi volarono i primi cubetti di porfido e le jeep presero a muoversi in cerchio in un carosello scandito dall'urlo delle sirene. I manifestanti non indietreggiarono e l'aria si fece subito irrespirabile per i lacrimogeni. Partirono colpi di avvertimento in aria per alleggerire l'accerchiamento della folla inferocita, Come nel 2001, i tavolini dei bar e i vasi di fiori divennero improvvisate barricate. I manifestanti brandivano bottiglie incendiarie scagliate durante la sassaiola continua verso i poliziotti. Come il blindato dei Carabinieri, icona degli scontri del G8, anche una jeep della Celere finiva in fiamme sotto i portici della piazza, mentre i primi feriti tra le forze dell'ordine venivano allontanati per essere medicati. Un agente fu persino scaraventato nella fontana che domina la piazza del centro di Genova. Il caos era totale. I fascisti non erano ancora in città, ma la folla si sfogava contro le forze dell'ordine colpevoli di averli secondo loro protetti. Gli scontri proseguirono con cariche di polizia e ritirata momentanea dei manifestanti negli impenetrabili carruggi, per poi rispuntare armati di sassi e bastoni. Solo l'arrivo dei Carabinieri riuscì a placare gli animi, perché i manifestanti ce l'avevano in particolar modo con il reparto Celere, da sempre considerato "fascista". La tregua fu però soltanto momentanea, perché i delegati missini confermarono la propria ferma intenzione di tenere il congresso al teatro Margherita. Alla benzina delle molotov si aggiunse quella sparsa sia dagli organizzatori del convegno che da Pertini, il quale non esitò a dichiarare senza mezzi termini che la colpa dei disordini fosse da attribuire esclusivamente alla Polizia. Tambroni, dal canto suo, dichiarava di voler tutelare la libertà di tutti, mentre in città iniziava l'afflusso dei militanti del Msi. Soltanto in extremis, nella notte del 1 luglio 1960 giungerà la notizia che il congresso era stato annullato, dopo il rifiuto definitivo del proprietario del teatro, l'industriale Fausto Gadolla (il cui figlio Sergio sarà rapito dal gruppo XXII ottobre nel 1970) di concedere lo spazio ai missini, nonostante le proprie aperte simpatie per il partito. Ne conseguirà la revoca da parte dei sindacati del nuovo sciopero generale proclamato per il giorno successivo, data in cui si sarebbe dovuto tenere il convegno dei rappresentanti del partito retto da Arturo Michelini.
A fare le spese maggiori, oltre ai feriti negli scontri tra le forze dell'ordine e i manifestanti, sarà il governo di Fernando Tambroni. Già retto su una minoranza risicata in parlamento e supportata dall'appoggio esterno del Msi, fu attaccato in seguito ai fatti di Genova anche dai rappresentanti di quest'ultimo partito che non gli perdonarono l'esito della mancata protezione nel capoluogo ligure e il forzato annullamento del congresso. Il Governo era nato con due obiettivi principali: gestire l'organizzazione delle Olimpiadi di Roma di quell'estate e votare la legge di bilancio. Il Msi fece mancare il suo appoggio non votandola aprendo di fatto la crisi, accelerata dall'esito di nuovi scontri in diversi luoghi del Paese, tra i quali il più grave fu l'episodio di Reggio Emilia dove rimasero sul selciato uccisi dalla reazione della polizia ben cinque operai. Il governo era ormai alle corde ed il 19 luglio 1960 lascerà le redini al nuovo esecutivo guidato da Amintore Fanfani, esponente della sinistra democristiana.
Poche ore dopo la battaglia di Genova, una fotografia comparsa su molti quotidiani mostrava una palizzata di filo spinato eretta dalle forze dell'ordine nella zona di Portoria, a poca distanza dal luogo dove Giobatta Perasso, il Balilla, aveva scagliato la prima pietra.
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A vent'anni dalla battaglia del G8, la storia racconta di come il capoluogo ligure sia stato fulcro di gravi scontri. Dal mito del "Balilla" che iniziò la rivolta antiaustriaca, ai moti mazziniani fino ai fatti del 1960 sotto il governo Tambroni.5 dicembre 1746Come Carlo Giuliani, più di due secoli prima un ragazzino si apprestava a scagliare un oggetto contro le forze dell'ordine. La città era la stessa, ma il contesto totalmente differente. Anche se, come nel luglio 2001, quel gesto passerà alla storia. Il ragazzo, figlio di un tintore genovese, si chiamava Giovanni Battista Perasso, più noto come il "Balilla" (vezzeggiativo che più o meno sta per "pallino" nell'antica lingua genovese). Quando nel sestiere di Portoria brandì la pietra che lo avrebbe reso celebre, era il 5 dicembre del 1746. Genova, che era stata per secoli la "Superba", una repubblica marinara indipendente e potentissima, era occupata dalle truppe asburgiche e piemontesi dopo l'esito della guerra di successione austriaca e logorata da un lungo periodo di crisi economica durante il quale più volte era stata minacciata di occupazione. Si trattava dunque di una rivolta che era nell'aria per scacciare lo straniero, che nel caso del 1746 si identificava con i soldati austriaci. "Che, l'inse?" avrebbe esclamato nella sua lingua il Balilla, ossia "Allora, la inizio?". La leggenda vuole che quel ragazzino di appena undici anni scese la miccia che fece scaturire una battaglia durata otto giorni contro Austriaci e Piemontesi, che durante gli anni dell'occupazione si erano dimostrati violenti ed arroganti nei confronti del popolo genovese, pronto ad intraprendere una lotta che oggi definiremmo "identitaria". Poche ore dopo il presunto gesto del Balilla, la città di Genova era costellata di barricate erette dai cittadini, che nel frattempo si erano organizzati nell'Assemblea del Popolo, più di quarant'anni prima della Rivoluzione francese. A Palazzo Ducale intanto i reggenti austriaci, comandati da Botta Adorno, rimasero isolati e privi di appoggio militare. Saputo che le truppe franco-spagnole stavano muovendo per dar man forte agli insorti, gli Austro-piemontesi decisero di ritirarsi momentaneamente dalla città di Genova, le cui chiavi vennero restituite al Doge Giovanni Francesco Brignole Sale dai capipopolo. Genova era di nuovo una città libera e lo sarebbe rimasta fino all'occupazione napoleonica e quindi a quella sabauda dopo il Congresso di Vienna.5 aprile 1849La Superba era tornata sotto un dominatore straniero, I Savoia, dopo la sconfitta di Napoleone e dopo aver perso la Corsica nel 1768. I malumori dei genovesi, città natale di Giuseppe Mazzini, sfociarono in moti popolari nella primavera del 1849. Il timore dei Genovesi era la possibilità che all'epoca si era profilata di poter tornare nuovamente sotto il dominio austriaco. I moti furono capitanati dai mazziniani di Lorenzo Pareto, tra i primi ad aderire al movimento repubblicano della Giovine Italia. I moti antipiemontesi sfociarono presto nel governo provvisorio della città, che durò per poco tempo poiché nel contempo si stavano muovendo le forze piemontesi agli ordini del generale Alfonso Lamarmora con Bersaglieri e Carabinieri ai suoi ordini. Giunti alle porte fortificate dai patrioti nei pressi della Lanterna, il generale attaccò di sorpresa i difensori, dilagando in città e attaccando anche il Forte Begato difeso da Alessandro De Santis che, ferito gravemente, spirò dopo una settimana di agonia. I Bersaglieri si lasciarono andare a violenze e razzie, tanto che i giorni dei moti di Genova rimarranno anche noti come il "sacco di Genova". I Piemontesi furono supportati dalle cannonate degli alleati inglesi della nave HMS "Vengeance", dalle cui bocche da fuoco partì una colpo che fece una strage, avendo colpito in pieno l'ospedale di Pammatone, dove caddero 107 civili. La repressione di Lamarmora e dei suoi generali fu talmente dura da generare imbarazzo anche a Torino, tanto che il Parlamento sabaudo istituirà una commissione d'inchiesta durante la quale Vittorio Emanuele II, pur elogiando Lamarmora per i risultati ottenuti, chiese al generale di produrre un rapporto nel quale fossero indicati i responsabili delle violenze gratuite inflitte alla popolazione genovese. Il Re chiese anche la riabilitazione politica del capo dei rivoltosi Pareto, che dopo i fatti del 1849 sarà amnistiato ed eletto Presidente della Camera del Regno di Sardegna e, con l'unità d'Italia, senatore.30 giugno -1 luglio 1960Questa volta il capopopolo, se così si può chiamare, fu un uomo maturo. Deputato socialista, ligure, era stato una delle figure principali dell'antifascismo e della resistenza. Stiamo parlando di Sandro Pertini, salito su un palco il pomeriggio del 29 giugno 1960 in piazza Vittoria. Davanti a lui, lo ascoltano migliaia di operai e lavoratori portuali. Il motivo del discorso scaturiva dalla dichiarazione dello sciopero generale indetto dai sindacati e appoggiato dai partiti di sinistra contro lo svolgimento del Congresso nazionale del Movimento Sociale Italiano a Genova. Erano passati pochi anni dalla fine della guerra, il partito retto allora da Michelini era ancora isolato da un punto di vista istituzionale, marginalizzato e più volte minacciato di scioglimento. Oltre al fatto che Genova fu nominata città medaglia d'oro della resistenza, la forte componente operaia della popolazione garantiva una maggioranza schiacciante ai partiti di sinistra. La Superba era una "città rossa", mentre a livello nazionale il Governo era un monocolore democristiano guidato dall'esponente di destra della Dc Fernando Tambroni che per la prima volta dal dopoguerra si reggeva sull'appoggio esterno dei missini. Il clima attorno alla decisione di svolgere il congresso nel capoluogo ligure si fece da subito rovente. Pertini parlò ai genovesi come fosse tornato al 25 aprile di quindici anni prima, mentre la città andava riempiendosi di uomini delle forze dell'ordine. Tutti gli appelli (anche da parte della sinistra Dc) perché il congresso fosse rimandato e spostato, caddero inascoltati. Del resto un precedente si era verificato a Milano, città anch'essa protagonista della resistenza, e luogo primigenio del fascismo. Se nel capoluogo lombardo in occasione del convegno del Msi del 1956 non si erano verificati incidenti, a Genova la situazione socio-politica era esplosiva, perché la città stava attraversando un momento difficile dal punto di vista economico, fatto che aveva generato un clima ben diverso da quello di una Milano proiettata verso gli anni del boom. Il discorso di Pertini non lasciò spazio alle interpretazioni. Secondo il futuro Presidente della Repubblica, si sarebbero dovuti difendere i valori della resistenza senza compromessi. La sera prima degli scontri, l'avvocato e politico ligure chiudeva così il comizio: "Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio. Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l'avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi."Costi quello che costi: era la premessa di uno scontro durissimo non solo con i missini che avrebbero "provocato" la memoria della Genova liberata dal nazifascismo, ma anche contro le forze dell'ordine che in quel frangente rappresentavano, secondo la visione dei partiti di sinistra e dei sindacati, un Governo che era sceso a patti con il passato (ancora prossimo) del fascismo.Gli animi surriscaldati dalle parole di Pertini e degli altri leader politici e sindacali sfoceranno, come ormai inevitabile, nelle violenze del giorno successivo. Lo scontro frontale, oltre alle implicazioni storico-ideologiche, fu voluto in quanto visto dagli esponenti di sinistra come un'ottima opportunità per indebolire Tambroni, obiettivo che verrà in seguito centrato. La manifestazione indetta in concomitanza con lo sciopero generale (che si era esteso anche ad altre città d'Italia) fu fissata per il pomeriggio di giovedì 30 giugno 1960. Il clima, alla vigilia, era già rovente. Il teatro degli scontri ebbe come punto nevralgico il monumento ai caduti della resistenza in via XX Settembre, a poca distanza dal quale si trovava il teatro Margherita, che avrebbe dovuto ospitare due giorni dopo il congresso missino. La lapide dei partigiani fu presidiata giorno e notte da un "picchetto d'onore", pronto a entrare in azione qualora necessario. Già dalla mattina ingenti unità di Polizia e Carabinieri presidiavano quella zona compresa la piazza De Ferrari, obiettivo della rabbia contro l'"oltraggio" perpetrato da Michelini e camerati che i sindacati indicarono come punto di arrivo del corteo. La folla di operai ed esponenti sindacali, comunisti e socialisti si sviluppava in una lunga teoria dove comparvero cartelli che non lasciavano dubbi riguardo alle intenzioni dei manifestanti: "morte ai fascisti", "via i criminali fascisti da Genova". Tra la folla, inizialmente composta, cominciarono le provocazioni verbali verso le forze dell'ordine. "Venduti!" urlavano soprattutto i più giovani. Giunti in piazza della Vittoria, molti dei manifestanti non risposero all'appello di scioglimento da parte degli organizzatori e fecero dietro-front per dirigersi nuovamente verso via XX settembre, per raggiungere ancora la lapide dei caduti, mentre la testa del corteo occupava piazza De Ferrari presidiata dalle camionette del reparto Celere della Polizia. Qui accadde qualcosa che, come un presagio, ricorda molto da vicino quanto accadrà oltre quarant'anni dopo in piazza Alimonda. La folla si avvicinò alle camionette accerchiandole. Poi volarono i primi cubetti di porfido e le jeep presero a muoversi in cerchio in un carosello scandito dall'urlo delle sirene. I manifestanti non indietreggiarono e l'aria si fece subito irrespirabile per i lacrimogeni. Partirono colpi di avvertimento in aria per alleggerire l'accerchiamento della folla inferocita, Come nel 2001, i tavolini dei bar e i vasi di fiori divennero improvvisate barricate. I manifestanti brandivano bottiglie incendiarie scagliate durante la sassaiola continua verso i poliziotti. Come il blindato dei Carabinieri, icona degli scontri del G8, anche una jeep della Celere finiva in fiamme sotto i portici della piazza, mentre i primi feriti tra le forze dell'ordine venivano allontanati per essere medicati. Un agente fu persino scaraventato nella fontana che domina la piazza del centro di Genova. Il caos era totale. I fascisti non erano ancora in città, ma la folla si sfogava contro le forze dell'ordine colpevoli di averli secondo loro protetti. Gli scontri proseguirono con cariche di polizia e ritirata momentanea dei manifestanti negli impenetrabili carruggi, per poi rispuntare armati di sassi e bastoni. Solo l'arrivo dei Carabinieri riuscì a placare gli animi, perché i manifestanti ce l'avevano in particolar modo con il reparto Celere, da sempre considerato "fascista". La tregua fu però soltanto momentanea, perché i delegati missini confermarono la propria ferma intenzione di tenere il congresso al teatro Margherita. Alla benzina delle molotov si aggiunse quella sparsa sia dagli organizzatori del convegno che da Pertini, il quale non esitò a dichiarare senza mezzi termini che la colpa dei disordini fosse da attribuire esclusivamente alla Polizia. Tambroni, dal canto suo, dichiarava di voler tutelare la libertà di tutti, mentre in città iniziava l'afflusso dei militanti del Msi. Soltanto in extremis, nella notte del 1 luglio 1960 giungerà la notizia che il congresso era stato annullato, dopo il rifiuto definitivo del proprietario del teatro, l'industriale Fausto Gadolla (il cui figlio Sergio sarà rapito dal gruppo XXII ottobre nel 1970) di concedere lo spazio ai missini, nonostante le proprie aperte simpatie per il partito. Ne conseguirà la revoca da parte dei sindacati del nuovo sciopero generale proclamato per il giorno successivo, data in cui si sarebbe dovuto tenere il convegno dei rappresentanti del partito retto da Arturo Michelini. A fare le spese maggiori, oltre ai feriti negli scontri tra le forze dell'ordine e i manifestanti, sarà il governo di Fernando Tambroni. Già retto su una minoranza risicata in parlamento e supportata dall'appoggio esterno del Msi, fu attaccato in seguito ai fatti di Genova anche dai rappresentanti di quest'ultimo partito che non gli perdonarono l'esito della mancata protezione nel capoluogo ligure e il forzato annullamento del congresso. Il Governo era nato con due obiettivi principali: gestire l'organizzazione delle Olimpiadi di Roma di quell'estate e votare la legge di bilancio. Il Msi fece mancare il suo appoggio non votandola aprendo di fatto la crisi, accelerata dall'esito di nuovi scontri in diversi luoghi del Paese, tra i quali il più grave fu l'episodio di Reggio Emilia dove rimasero sul selciato uccisi dalla reazione della polizia ben cinque operai. Il governo era ormai alle corde ed il 19 luglio 1960 lascerà le redini al nuovo esecutivo guidato da Amintore Fanfani, esponente della sinistra democristiana. Poche ore dopo la battaglia di Genova, una fotografia comparsa su molti quotidiani mostrava una palizzata di filo spinato eretta dalle forze dell'ordine nella zona di Portoria, a poca distanza dal luogo dove Giobatta Perasso, il Balilla, aveva scagliato la prima pietra.
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Verdura antica e di poco costo («tre palanche al mazz»), il ramolaccio un tempo era assai più diffuso. Poi, come accade ai poveri in un Paese diventato ricco, il ramolaccio è finito ai margini della società orticola che mira più ai consumi nei supermercati che al bene prezioso della biodiversità.
Originario dell’Est dell’Europa, conosciuto già da Egizi, Greci e Romani che lo apprezzavano per le notevoli proprietà salutari, il ramolaccio invernale, Raphanus sativus, è un ravanello superdotato, di colore nero. Ci sono diverse varietà di Raphanus, differenti tra loro per forma, colore e sapore: piccole, grandi, giganti, allungate, tonde, a candela, rosse, gialle, nere. A noi, qui, interessa il niger, nero, bello grassoccio, rotondo come l’«O» di Giotto, ma con il codino. È molto bello da vedere. Anche se è un ortaggio piuttosto sconosciuto e poco coltivato, capita ancora di adocchiarlo sui banchi del mercato cittadino o in uno dei vari mercatini della terra o in un negozio di ortofrutta il cui proprietario sia particolarmente sensibile alla biodiversità. Quando, pulito dalla terra e ben lavato, si taglia a fette, il forte contrasto che oppone la scorza corvina dalla polpa candida è uno spettacolo. Notte e giorno. Neve e carbone. Corpo scuro, anima candida.
Il ramolaccio invernale è decisamente piccante e questo, presso il consumatore italiano, non depone purtroppo a suo favore. Ma è un ortaggio che fa un monte di bene e si presta a molti usi in cucina: tagliato a striscioline o a fettine sottili in carpaccio o abbinato ad altre verdure crude; cucinato come i crauti; adoperato come ingrediente per salse piccanti; conservato sotto aceto. È utilizzato anche per zuppe e pare impossibile come una radice così acre, così spicy, riesca a trasformarsi in deliziosa e morbida vellutata.
Nella civiltà contadina era famoso come rimedio naturale antitosse e antinfiammatorio per le vie respiratorie. Qualche nonna avanti con gli anni lo consiglia ancora. E non solo lei, come vedremo più sotto. Una ricetta popolare suggerisce di scavare la rapa, farcirla di zucchero o miele e lasciarla riposare per 24 ore: si ottiene così uno sciroppo naturale espettorante. Il ramolaccio invernale è noto anche per la sua capacità di drenare le tossine e stimolare la produzione di bile, migliorando la digestione dei grassi. Per questo la tradizione popolare consiglia di consumarlo dopo pasti abbondanti. Il consiglio vale anche per chi eccede con il vino. Il medico di Alessandro Magno, il pitagorico Androcide, ne consigliava l’uso al suo poco docile paziente, grande condottiero e grande bevitore, per evitare le conseguenze dannose dell’uso eccessivo del «sangue della terra». Pare che l’antico medico vissuto a cavallo tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, si basasse sull’osservazione che la vite si ritraeva o non fruttava bene se piantata accanto alle coltivazioni di rafani. È Plinio il Vecchio che ci racconta l’episodio. Il suggerimento di Androcide deve funzionare se dopo 2.000 e passa anni è arrivato fino alla soglia dei nostri giorni, fino all’altroieri. Nelle osterie dei nostri nonni era facile trovare una terrina di rapanelli sul bancone di mescita come rimedio popolare contro gli effetti dell’eccesso di vino. L’usanza si basava, appunto, sull’antica convinzione che i rapanelli, grazie alle loro proprietà rinfrescanti e depurative, potessero aiutare a mitigare i postumi di una sbornia o comunque favorire il benessere dopo aver tracannato parecchio.
Oltre alle proprietà medicinali, i Romani apprezzavano le qualità alimentari del ramolaccio invernale: lo dimostrano gli scritti di Columella e dello stesso Plinio, ma anche i moderni studi storici sulle risorse alimentari delle popolazioni vesuviane compiuti, tra gli altri, da Annamaria Ciarallo, compianta archeologa e botanica, autrice di numerosi libri sul «verde» pompeiano mediante la ricostruzione degli horti in base ai calchi delle radici.
Pare che i Romani facessero anche un terribile uso improprio - almeno quando Roma viveva tempi più casti e castigati moralmente - del ramolaccio. Una legge non scritta, ma crudelmente applicata, permetteva al marito tradito, in caso di flagrante adulterio, di sodomizzare con la radice piccante di un raphanus (la storia non ne specifica la varietà, ma sicuramente non era un rapanello) l’amante della moglie colto in fallo.
Durante il Medioevo il raphanus, probabilmente per la sua piccantezza, era considerato simbolo della lite. Aveva, quindi, valore negativo ma si poteva neutralizzarlo e consumare benissimo l’ortaggio purché, prima di mangiarlo, lo si benedicesse.
Come detto, il ramolaccio invernale ha stretti legami di parentela con il ravanello (Raphanus Sativus): appartengono entrambi alla famiglia delle Brassicaceae. Il niger rispetto al cuginetto rosso ha foglie e radici molto più grandi e resiste bene al freddo. L’apparato fogliare può raggiungere i 30 cm di altezza; la radice può arrivare anche al mezzo chilo. Ci sono diversi tipi di ramolaccio invernale nero: rotondi, conici e allungati a cilindro, di grosso o medio calibro.
Per la buona presenza di vitamine e la lunga conservabilità, veniva stivato in botti sulle navi per combattere lo scorbuto, terribile malattia che affliggeva i marinai causata dalla prolungata carenza di vitamina C. A confermare i rimedi della nonna a base di ramolaccio, ci sono le attestazioni degli studiosi moderni: il raphanus stimola l’appetito, la tonicità dell’apparato respiratorio e l’attivazione delle cellule epatiche; è diuretico, antiallergico. Il ravanello nero, in particolare, è utile nel curare bronchiti, tosse convulsa, reumatismi, malattie dell’apparato genito-urinario e coliche epatiche. A quanto pare fa bene anche ai giovani che patiscono la stanchezza. Mangiare ramolacci sotto esami o nei periodi di stress scolastico o di cambio di stagione, aiuta l’organismo a tener duro. A ulteriore conferma delle virtù salutari del ramolaccio nero c’è anche un modo di dire lituano che corrisponde al nostro «sano come un pesce». Nel Paese baltico, per descrivere lo stato di ottima salute di un individuo, dicono: «È sano come un ravanello nero».
Concludiamo suggerendo il più semplice dei modi di mangiare il Raphanus sativus niger: la sua preparazione al carpaccio. Per due persone basteranno due ramolacci invernali neri di media grossezza. Dopo averli lavati - se si vuole togliere un po’ di piccantezza basta lavarli ancora sotto acqua corrente - e sbucciati (volendo si può tenere anche la buccia nera, che fa un bell’effetto, ma in questo caso si deve strofinare ben bene il rafano per togliere tutta la terra), si affettano a rondelle sottili e si stendono su un piatto di portata. A questo punto si usa il sale q.b. sul carpaccio in modo che faccia perdere all’ortaggio acqua e piccantezza. Buttata l’acqua in eccesso e benedetto il ramolaccio con una emulsione di olio d’oliva extravergine buono (due terzi), aceto balsamico (un terzo), senape e un pizzichino di pepe, il carpaccio è pronto. È un buon abbinamento per i piatti di carne.
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Ovs
Sotto la sua guida, Ovs ha superato la logica della semplice insegna per evolversi in una piattaforma di marche, capace di coniugare accessibilità, qualità e identità. Una svolta costruita nel tempo, investendo su persone, stile, organizzazione e innovazione operativa, senza mai perdere di vista la sostenibilità economica per valorizzare ogni brand del gruppo, da Upim a Croff, da Stefanel a Goldenpoint. In un settore attraversato da forti discontinuità, Beraldo ha dimostrato che la crescita non è il frutto di scorciatoie, ma di una gestione coerente e di lungo periodo. È da questa traiettoria che prende le mosse questa chiacchierata con La Verità, in cui l’amministratore delegato racconta i risultati, le scelte e le priorità future di un gruppo che continua a crescere controcorrente.
In un mercato definito ancora debole, Ovs ha chiuso il 2025 con vendite in crescita del 7% e un Ebitda atteso a +11%. Che cosa vi ha permesso di fare meglio del mercato?
«Negli ultimi anni abbiamo lavorato per trasformare Ovs da semplice insegna a piattaforma di marche. Oggi il cliente non entra solo per cercare un prezzo o un prodotto funzionale, ma perché si riconosce in un’identità: Piombo, Les Copains, Altavia, B.Angel sono trattate come vere marche, con uno stile, una comunicazione e una relazione emotiva con il consumatore. A questo si aggiunge un forte lavoro sul prodotto: qualità dei materiali, attenzione ai fit, chiarezza di assortimento. È questa combinazione che ci consente di crescere più del mercato».
Tutte le insegne crescono anche nel perimetro like-for-like. È un segnale strutturale?
«In Italia il mercato non offre spinte strutturali: la crescita è il risultato di scelte molto mirate. Se cresciamo trimestre dopo trimestre è perché la progettualità messa in campo viene premiata dai clienti. Non è un automatismo, è una conquista continua».
Donna e Beauty sono indicati come i segmenti più dinamici. Perché?
«Nel womenswear cresciamo perché siamo migliorati molto rispetto al passato. Il mercato donna è fermo, ma è grande, e stiamo guadagnando quote grazie al rafforzamento del prodotto e del team stile. Nel beauty, invece, cresciamo anche perché il mercato è strutturalmente in espansione, trainato dalla skincare, e intercetta una domanda legata alla cura di sé. Ovs è diventata una destinazione riconosciuta anche per questa categoria».
Ci sono segmenti più in difficoltà?
«Se il segmento «donna» cresce leggermente e quello «uomo» rimane stabile, la fascia «kids» è in calo. La nostra risposta è duplice: da un lato riduciamo la dipendenza dal bambino grazie alla crescita della donna; dall’altro difendiamo il kidswear puntando sulla qualità, soprattutto nel neonato, dove cresciamo nonostante il mercato in contrazione».
L’apertura del primo negozio diretto in India ha dato segnali molto positivi. È l’inizio di una strategia più ampia?
«Sì. Dopo un primo tentativo in joint venture, abbiamo deciso di investire direttamente creando una filiale e un team locale. Il primo negozio sta performando molto bene e abbiamo già acquisito la location per il secondo, a Mumbai. I primi mesi confermano che l’India è pronta per un progetto strategico di Ovs».
L’Ebitda cresce nonostante l’inflazione sui costi. Quanto conta l’efficienza operativa?
«È fondamentale, ma non può sostituire il valore del prodotto. L’efficienza è una leva, ma la crescita nasce dalla capacità di offrire qualità, design e identità di marca a prezzi accessibili».
La generazione di cassa è aumentata di oltre il 20%. Come la utilizzerete?
«In modo equilibrato: investimenti, remunerazione degli azionisti e rafforzamento della struttura finanziaria. La solidità raggiunta ci consente di sostenere lo sviluppo e riconoscere il valore creato».
Parlate di innovazione digitale nelle operations. Qual è il progetto chiave?
«Non esiste un singolo progetto, ma molti interventi diffusi: logistica, previsione della domanda, distribuzione in-season e post-distribuzione. Grazie ad algoritmi avanzati possiamo riallocare i prodotti in tempo reale tra i negozi, migliorando l’efficienza e riducendo gli sprechi».
Quanto sono centrali dati e Intelligenza artificiale?
«Sono centrali soprattutto nella gestione delle scorte. L’Ia applicata ai dati ci consente di capire perché un prodotto funziona in un punto vendita e non in un altro e di intervenire in modo sempre più mirato. È utilizzata anche nei contenuti, nelle immagini e nella personalizzazione dell’esperienza cliente».
Quanto incide il fattore cambio, in particolare il dollaro?
«Molto. Chi opera nel segmento dei prezzi accessibili ed è attento alla qualità deve produrre fuori dai mercati maturi. Gran parte degli acquisti è denominata in dollari, quindi il cambio incide direttamente su costi e competitività».
Goldenpoint cresce del 10% nei primi sette mesi di consolidamento. Che ruolo avrà?
«Goldenpoint è uno dei pilastri della crescita futura. È un marchio noto, con buone posizioni retail e poca concorrenza strutturata. Siamo intervenuti sul ringiovanimento del prodotto, soprattutto in intimo e leggings, abbiamo visto una risposta immediata del mercato. Dove il prodotto è stato rinnovato, la crescita è stata evidente. Il lavoro continuerà».
Guardando al 2026, una sola priorità strategica?
«Crescita, redditività e rafforzamento del posizionamento di lungo periodo. Sono obiettivi interconnessi, non alternativi».
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I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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