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2025-05-05
La memoria tradita dell’Armenia e del genocidio che aprì il Novecento
Il genocidio degli Armeni iniziato il 24 aprile 1915 (Getty Images)
«D’altri diluvi una colomba ascolto». Viene incontro il verso di Giuseppe Ungaretti, quasi un’invocazione di fronte alla maestà muta dell’Ararat perennemente innevato. Sono le vette dell’origine e qui s’avverte l’arca mentre un bicchiere di rosso Areni accompagna una fetta di Motal, formaggio antico come il vino maturato nelle anfore mescolando latte di capra e erbe selvatiche dei monti biblici, adagiata sull’azzimo lavash parente del pane carasau a nutrire l’ungarettiano «sentimento del tempo». Sono i primordi del nostro mangiare: tutto principia in Armenia e tutto purtroppo scema nell’oblio. Nella grotta di Areni c’è una cantina che ha seimila anni e ancor oggi si fanno vini preziosi, la loro cagliata è sostentamento di una transumanza remotissima e quel pane azzimo era cotto in otri datati cento secoli. Questa è l’Armenia che al tramonto diventa d’oro: fatta di pietre avanzate al Creatore che le ha disperse ai piedi del monte della Genesi.
Eppure della culla della nostra identità siamo dimentichi. C’è bisogno d’un’altra colomba per arginare i nostri diluvi che hanno travolto l’Occidente. Serve il libro di un giovane raffinatissimo studioso ebreo, Vittorio Robiati Bendaud, per raccontare ai cristiani la colpa dell’ignavia di fronte al genocidio armeno. L’ha intitolato Non ti scordar di me (216 pagine, 17,10 euro) come la leggenda dell’amante abbandonato al fiume che si fa fiore. Lo ha prodotto la Liberilibri di Macerata, unico editore di militanza liberale in Italia, dove Vittorio traccia la storia di questo tragico innesco del secolo breve. È stato il primo assistente del rabbino Giuseppe Vittorio Laras, l’uomo del dialogo col cardinale di Milano Carlo Maria Martini quando l’intesa tra cattolici ed ebrei ha raggiunto il culmine. Erano i tempi in cui Giovanni Paolo II entrando in sinagoga a Roma rese grazie «ai nostri fratelli maggiori». Sapendo che la comune origine sta nel libro dei libri, la Bibbia, Robiati Bendaud - come sottolinea nell’intervista qui a fianco - ha voluto squarciare il velo d’ipocrisia e di silenzio sul genocidio armeno, persuaso che lo sterminio perpetuato dai turchi sia stato prodromico alla Shoah. Un argomento tabù per la Turchia che lo nega ed anzi nel codice penale fa diventare reato il solo evocarlo, un argomento intoccabile quando si deve comprare il gas dall’Azerbaijan per sopperire a quello di Vladimir Putin, ora nemico giurato dell’Europa che però nessun conto chiede né a Tayyp Recep Erdogan, né alla «dinastia» degli Aliyev che da 40 anni governa a Baku e che stringe in una morsa gli armeni del Nagorno Karabakh.
Gli armeni guardano l’Ararat come un miraggio: è la loro e la nostra montagna sacra, è la montagna biblica ora, come avrebbero detto i padri della Chiesa, «in partibus infidelium». Sta oltre il confine turco, là dove si prega Allah. Il 24 aprile, giorno della memoria degli armeni, nessuna celebrazione c’è stata in Occidente se non nel Parlamento italiano. Perché gli armeni sono nostri fratelli maggiori anch’essi.
San Lazzaro degli Armeni è l’isola della laguna di Venezia dove spira il vento ieratico dell’origine, dove spuntano nuove radici di cultura. Lo racconta Antonia Arslan - padovana diventata famosissima con la sua Masseria delle Allodole, lessico familiare del genocidio - che sussurra: «La mia famiglia viene dall’Ararat, io sono italianissima, ma appena senti il profumo del mio popolo non puoi che farti armeno». Con questo spirito ha portato avanti una sorta di «evangelizzazione» rispetto allo sterminio, testimone che oggi raccoglie Vittorio Robiati Bendaud.
La persecuzione comincia alla fine dell’Ottocento col sultano Abdul Hamid II che dà vita a una campagna di denigrazione etnica in tutto simile a quella che Adolf Hitler condurrà contro gli ebrei. Caduto l’impero ottomano, i giovani turchi che volevano instaurare la repubblica vanno alla conquista dell’Anatolia. Deporteranno a marce forzate tra un milione e ottocentomila e due milioni e mezzo di armeni, che vengono sterminati lungo la strada. Il genocidio inizia nella notte tra il 24 e il 25 aprile del 1915, una sorta di notte dei cristalli, quando a Costantinopoli iniziarono i rastrellamenti. In un mese oltre mille intellettuali vennero ammazzati. Con la complicità di Germania e Austria le bande di Atatürk, riusciranno a costruire col terrore in Anatolia la repubblica turca. L’allora ministro dell’Interno, Tallat Pascià, dirà: «Ci siamo liberati di tre quarti degli armeni… Dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi».
Al genocidio che la Turchia ha sempre negato si è aggiunta la contesa del Nagorno Karabakh, un territorio caucasico, ricchissimo di petrolio e di gas naturale, che venne assegnato all’Azerbaijan dopo la caduta dell’Urss anche se era stato creato da Mosca l’oblast armeno proprio per garantire la popolazione che abita quella regione che è nella totalità armena. Cinque anni fa Baku mosse alla definitiva conquista. Quegli armeni sono prigionieri nella loro terra. Così oggi la Repubblica Armena occupa meno di un terzo di quello che fu l’antico regno, il primo Stato al mondo ad adottare la religione cristiana nel 301 per volere di Tiridate III, convertito e battezzato con la sua corte da Gregorio Illuminatore, fondatore della Chiesa apostolica armena che è una confessione ortodossa autocefala e del tutto peculiare.
Questa fortissima identità ha attraversato i secoli, è rimasta viva anche sotto l’Unione sovietica e camminando le strade di Erevan, la capitale dove vive quasi metà della popolazione - gli armeni sono poco più di tre milioni in patria, ma ce ne sono almeno il doppio fuori dai confini nazionali costretti a una continua diaspora che fa sì che Usa, Francia e Italia abbiano le comunità più forti - si avverte una sorta di orgoglio mitigato da una innata propensione all’armonia. Non è un caso che Georges Ivanovič Gurdjieff, il maggior filosofo armeno della contemporaneità, sia il teorico della quarta via: una dimensione dello spirito che postula la totale fusione tra conoscenza, misticismo e corporalità. Gurdjieff operò un sincretismo tra i sufi, l’ebraismo, il cristianesimo per obbedire al richiamo della terra delle origini. Che oggi andrebbe riscoperta andando sull’Ararat, turchi permettendo, per cercare l’arca (innumerevoli sono stati i tentativi di individuarla), perdendosi tra gli altipiani di pietra. Tra quelle distese di roccia si vanno cercando i monasteri e le chiese millenarie: il monastero di Geghard che sbuca come fiore di pietra tra le rocce; Noravank, perla in un’ostrica di montagne; e poi Echmiadzin dove prega il «katholikos», il Papa degli armeni. Lì in un tabernacolo sono custoditi pezzi di legno: sono ciò che resta dell’arca. È il viatico lungo la via della seta. E leggendo Non ti scordar di me riecheggia l’incipit del Milione di Marco Polo: «V’à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di veduta e l’altre per udita, acciò che ‘l nostro libro sia sanza niuna menzogna». La bugia sul genocidio armeno dura da centodieci anni e non è più sopportabile.
«Un “Grande Male” collegato con la Shoah»
«Non ti scordar di me»: più che il titolo del suo libro (edito da Liberilibri di Macerata, 216 pagine, 17,10 euro), sembra un’invocazione di dolore. E invece, del genocidio armeno si sono dimenticati. Vittorio Robiati Bendaud, secondo lei perchè?
«La memoria del Metz Yeghern (il Grande Male), come lo chiamano gli armeni, è, sin dai prodromi dell’opera genocidaria, ossia sin dall’epoca degli immani massacri perpetrati a fine Ottocento dal sultano Abdul Hamid II, sotto lo scacco del negazionismo. Un negazionismo da manuale, che perdura da più di un secolo, e che è tuttora “di Stato” in Turchia e in Azerbaijan, nazioni che anche oggi influenzano l’Occidente (e non solo) circa economia, diplomazia e intese geopolitiche, ben più della minoranza armena (o di altre minoranze, siano esse ebraiche, delle antiche cristianità di Oriente, o musulmane, come nel caso dei curdi, anche loro in questi anni traditi e abbandonati). Infine, la memoria del genocidio armeno subisce l’assalto, differentemente erosivo, di due forme di dimenticanza occidentale. La prima, la principale, erede plurisecolare del Concilio di Calcedonia (451 d. C.), è la generale rimozione da parte dei cristiani di Occidente del simbolico, delle forme di vita, della spiritualità e nondimeno della storia - inclusa quella di persecuzione e finanche di genocidio - dei cristiani di Oriente, dagli armeni ai copti, dagli etiopi agli assiri, sino ai siro-malabarici. La seconda è che la connivenza di gran parte dell’Occidente nell’opera genocidaria contro gli armeni costituisce, assieme alla Shoah, la grande abiura occidentale (rispetto alla Bibbia e alle riserve di senso ebraico-cristiane)».
Si ha come il sospetto che i primi a beneficiare di questo oblio siano i vertici dell’Unione europea. Al di là delle ragioni storiche o storicizzate non c’è anche un fastidio attuale nel pronunciare la parola armeno?
«La monumentalizzazione e l’universalizzazione della memoria di un genocidio, che è invece sempre specifica, può veicolare l’insidia della sua neutralizzazione, a detrimento del popolo che ha subito tale genocidio. È paradigmatico, a esempio, il rincretinimento della memoria della Shoah, laddove poi si accusano gli ebrei di genocidio, rivoltando ad hoc il ricordo della Shoah contro il popolo ebraico. Per quanto riguarda gli armeni, ove molti Stati commemorano sì la data-ricordo del 24 aprile oppure hanno eretto memoriali al Metz Yeghern, oppure - ancora -, come nel caso italiano, lo riconoscono ufficialmente nei Parlamenti, gli interessi economico-energetici-strategici in relazione a Turchia e Azerbaijan portano a una schizofrenia tra proclami e azioni, tra retoriche e politiche. Non sono né un irenista né un moralista: tutto ciò fa parte dei normali rapporti di forza e di interesse, talora vitale, tra Stati».
Lei fa un paragone tra la strage degli armeni e la Shoah, anzi pare di capire che lei consideri il genocidio armeno una sorta di prova generale dell’orrore nazista. È così?
«Gli studi di Dadrian, Ihrig e Akçam (quest’ultimo un eroico, meraviglioso, intellettuale turco contemporaneo, ora esule negli States) ci obbligano a mettere in correlazione Metz Yeghern e Shoah. Il ruolo della Germania e della sua Islampolitik, con le sue evoluzioni da Bismark a Hitler (passando, in Italia, per Mussolini) collega Metz Yeghern e Shoah, pur nella loro rispettiva irriducibilità. La biografia di molti aguzzini tedeschi, dal protogenocidio delle popolazioni nere africane di Nama e Herero al genocidio armeno, e da quest’ultimo alla Shoah, ci obbliga ad allacciare in un particolare unicum queste due memorie. L’antisemitismo, con il suo linguaggio plurale - e solo l’antisemitismo! -, permise al più colto Stato di Europa di far precipitare nell’immaginario culturale, politico e sociale occidentale l’armeno-cristiano in ebreo. C’era il topos classico dell’antiebraismo di matrice cristiana: 1) il complotto: l’armeno complotta e destabilizza i turchi come gli ebrei gli europei e, segnatamente, i tedeschi; 2) il mito del denaro (e della presunta “intelligenza”): l’armeno, infido, sugge la prosperità dei turchi come gli ebrei, perfidi, quella degli occidentali; 3) la devianza armena, dall’epoca di Calcedonia, sorella dell’erranza giudaica, bastante per farne dei “fossili”. C’era, ancora, l’antisemitismo razziale, laddove il “tipo armenoide”, a cui appartenevano gli ebrei, era però ancor più - e peggio! - esemplificato dall’armeno. Fu così che gli armeni divennero già nell’Ottocento in Europa dei “superebrei” (uberjuden) e gli ebrei, di lì a pochi decenni, divennero “sottouomini” (untermenschen)».
La Chiesa di Roma perché poco o nulla ha fatto non solo per proteggere, ma per denunciare questo crimine?
«È complicato. Anzitutto, ricordiamoci che parte del popolo armeno è di obbedienza cattolica. Ci fu anche un famoso cardinale armeno, Aghagianian. All’epoca del genocidio il dimenticato papa Benedetto XV, provò ad adoperarsi a favore degli armeni. In generale, però, specie in Germania e in Austria la simpatia delle Chiese occidentali andava ai turchi ottomani. Per cortocircuiti interni al pensiero cristiano fu più facile l’intesa con l’islam che con i cristiani di Oriente, lasciati soli. Per molti teologi protestanti tedeschi, un ecumene cristiano era impensato: gli armeni potevano essere massacrati e l’universalismo-imperialismo islamo-ottomano era in qualche modo legittimo ai loro occhi. In modo analogo, fu più facile venire a patti con nazismo e fascismo che difendere gli ebrei o, in tempi successivi, sedurre e farsi sedurre da panarabismo prima e panislamismo contemporaneo poi»
Il ruolo della Santa Sede. Una variabile che sposterà voti nel prossimo conclave
La questione armena irrompe nel conclave. Può essere uno dei fattori decisivi per bloccare l’ascesa al soglio pontificio di Pietro Parolin e promuovere il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. Il segretario di Stato è il più autorevole degli allievi del cardinal Achille Silvestrini: quelli dell’Accademia di Villa Nazareth, dove ha studiato anche Giuseppe Conte, la culla del cattolicesimo progressista e che ha particolari rapporti con l’islam. È stato Parolin - ha condotto anche la Chiesa verso le intese con la Cina - a perfezionare il documento di Doha in cui Francesco in accordo col Gran Mufti sostenne che tutte le religioni sono uguali.
Dell’Accademia di Villa Nazareth fa parte anche un altro cardinale rampante. In un libro che svelava i segreti di Curia lo chiamavano «lo Stambecco» per la sua capacità di «arrampicarsi». È il cardinal Claudio Gugerotti, veneto come Parolin. Lo tengono di riserva quelli della fazione pro islam, ma Gugerotti ha scatenato con l’Armenia un incidente diplomatico. Tre settimane fa all’Accademia Gregoriana gestita dai gesuiti ha promosso un incontro sulla religione in Azerbaijan. Alla conferenza hanno partecipato tutti gli esponenti islamici del Caucaso, ma non è stato invitato nessuno della Chiesa armena. La ragione la spiega il Patriarcato armeno: «Non si è minimamente affrontato il tema dei 120.000 armeni reclusi in Naghorno Karabakh». «Lo stambecco» fonda sull’apertura a questi Paesi la sua candidatura sotterranea a Pontefice. Dice Vittorio Robiati Bendaud: «La svolta dei rapporti calorosamente riallacciati con gli armeni c’è stata con Giovanni Paolo II. Il pontificato di Francesco è stato, a mio avviso, anche in questo, profondamente dicotomico. Da un lato, ha usato l’espressione “genocidio armeno”, facendo infuriare Erdogan che ritirò l’ambasciatore, e ha dichiarato Dottore della Chiesa Gregorio di Narek, un santo mistico e teologo armeno, successivo - è rilevante - alla spaccatura consumatasi attorno al VI secolo al concilio di Calcedonia. D’altro canto, durante il recentissimo cruento assalto azero (e turco) al Nagorno-Karabakh armeno, la Segreteria di Stato è stata quasi inerme; il defunto Pontefice ha insignito la moglie del presidente azero della massima onorificenza vaticana. Per non dire del silenzio della Santa Sede sulla distruzione delle vestigia artistico-religiose armene - l’etnocidio che prolunga il genocidio -, laddove però cospicui fondi azeri finanziavano restauri vaticani e di catacombe romane. Il segno definitivo lo ha dato il cardinale Gugerotti, prefetto per le Chiese Orientali, col “convegno” azero all’Università Gregoriana».
Così l’Armenia si inserisce nel conclave. Proprio questo imbarazzo verso l’islam che in Azerbaijan e Turchia sta prendendo sempre più potere potrebbe portare in alto la candidatura del solo cardinale che può invertire la rotta. Si tratta di Pierbattista Pizzaballa, nunzio apostolico a Gerusalemme, il solo della nouvelle vague che abbia studiato l’ebraico invece dell’arabo. È lombardo, nato a Cologno al Serio, giovane, ed è il primo patriarca latino di Gerusalemme nel Collegio cardinalizio in epoca moderna. Se diventasse papa per la piccola Armenia sarebbe una speranza, ma soprattutto la Chiesa guarderebbe di nuovo all’origine.
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La coscienza occidentale ha rimosso la strage del 1915. Eppure con quei perseguitati l’Italia ha un rapporto speciale, tra fede e cultura. E secondo la Bibbia l’intera umanità affonda le sue radici sulla cima dell’Ararat.Lo studioso ebreo Vittorio Robiati Bendaud, autore di un libro sul massacro compiuto dai turchi: «In comune c’è il ruolo della Germania e alcuni pregiudizi tipici dell’antisemitismo. In Occidente la Chiesa non simpatizzava con i cristiani d’Oriente, a parte eccezioni come Benedetto XV».La questione armena irrompe nel conclave. Può essere uno dei fattori decisivi per bloccare l’ascesa al soglio pontificio di Pietro Parolin e promuovere il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa.Lo speciale contiene tre articoli.«D’altri diluvi una colomba ascolto». Viene incontro il verso di Giuseppe Ungaretti, quasi un’invocazione di fronte alla maestà muta dell’Ararat perennemente innevato. Sono le vette dell’origine e qui s’avverte l’arca mentre un bicchiere di rosso Areni accompagna una fetta di Motal, formaggio antico come il vino maturato nelle anfore mescolando latte di capra e erbe selvatiche dei monti biblici, adagiata sull’azzimo lavash parente del pane carasau a nutrire l’ungarettiano «sentimento del tempo». Sono i primordi del nostro mangiare: tutto principia in Armenia e tutto purtroppo scema nell’oblio. Nella grotta di Areni c’è una cantina che ha seimila anni e ancor oggi si fanno vini preziosi, la loro cagliata è sostentamento di una transumanza remotissima e quel pane azzimo era cotto in otri datati cento secoli. Questa è l’Armenia che al tramonto diventa d’oro: fatta di pietre avanzate al Creatore che le ha disperse ai piedi del monte della Genesi. Eppure della culla della nostra identità siamo dimentichi. C’è bisogno d’un’altra colomba per arginare i nostri diluvi che hanno travolto l’Occidente. Serve il libro di un giovane raffinatissimo studioso ebreo, Vittorio Robiati Bendaud, per raccontare ai cristiani la colpa dell’ignavia di fronte al genocidio armeno. L’ha intitolato Non ti scordar di me (216 pagine, 17,10 euro) come la leggenda dell’amante abbandonato al fiume che si fa fiore. Lo ha prodotto la Liberilibri di Macerata, unico editore di militanza liberale in Italia, dove Vittorio traccia la storia di questo tragico innesco del secolo breve. È stato il primo assistente del rabbino Giuseppe Vittorio Laras, l’uomo del dialogo col cardinale di Milano Carlo Maria Martini quando l’intesa tra cattolici ed ebrei ha raggiunto il culmine. Erano i tempi in cui Giovanni Paolo II entrando in sinagoga a Roma rese grazie «ai nostri fratelli maggiori». Sapendo che la comune origine sta nel libro dei libri, la Bibbia, Robiati Bendaud - come sottolinea nell’intervista qui a fianco - ha voluto squarciare il velo d’ipocrisia e di silenzio sul genocidio armeno, persuaso che lo sterminio perpetuato dai turchi sia stato prodromico alla Shoah. Un argomento tabù per la Turchia che lo nega ed anzi nel codice penale fa diventare reato il solo evocarlo, un argomento intoccabile quando si deve comprare il gas dall’Azerbaijan per sopperire a quello di Vladimir Putin, ora nemico giurato dell’Europa che però nessun conto chiede né a Tayyp Recep Erdogan, né alla «dinastia» degli Aliyev che da 40 anni governa a Baku e che stringe in una morsa gli armeni del Nagorno Karabakh. Gli armeni guardano l’Ararat come un miraggio: è la loro e la nostra montagna sacra, è la montagna biblica ora, come avrebbero detto i padri della Chiesa, «in partibus infidelium». Sta oltre il confine turco, là dove si prega Allah. Il 24 aprile, giorno della memoria degli armeni, nessuna celebrazione c’è stata in Occidente se non nel Parlamento italiano. Perché gli armeni sono nostri fratelli maggiori anch’essi. San Lazzaro degli Armeni è l’isola della laguna di Venezia dove spira il vento ieratico dell’origine, dove spuntano nuove radici di cultura. Lo racconta Antonia Arslan - padovana diventata famosissima con la sua Masseria delle Allodole, lessico familiare del genocidio - che sussurra: «La mia famiglia viene dall’Ararat, io sono italianissima, ma appena senti il profumo del mio popolo non puoi che farti armeno». Con questo spirito ha portato avanti una sorta di «evangelizzazione» rispetto allo sterminio, testimone che oggi raccoglie Vittorio Robiati Bendaud. La persecuzione comincia alla fine dell’Ottocento col sultano Abdul Hamid II che dà vita a una campagna di denigrazione etnica in tutto simile a quella che Adolf Hitler condurrà contro gli ebrei. Caduto l’impero ottomano, i giovani turchi che volevano instaurare la repubblica vanno alla conquista dell’Anatolia. Deporteranno a marce forzate tra un milione e ottocentomila e due milioni e mezzo di armeni, che vengono sterminati lungo la strada. Il genocidio inizia nella notte tra il 24 e il 25 aprile del 1915, una sorta di notte dei cristalli, quando a Costantinopoli iniziarono i rastrellamenti. In un mese oltre mille intellettuali vennero ammazzati. Con la complicità di Germania e Austria le bande di Atatürk, riusciranno a costruire col terrore in Anatolia la repubblica turca. L’allora ministro dell’Interno, Tallat Pascià, dirà: «Ci siamo liberati di tre quarti degli armeni… Dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi». Al genocidio che la Turchia ha sempre negato si è aggiunta la contesa del Nagorno Karabakh, un territorio caucasico, ricchissimo di petrolio e di gas naturale, che venne assegnato all’Azerbaijan dopo la caduta dell’Urss anche se era stato creato da Mosca l’oblast armeno proprio per garantire la popolazione che abita quella regione che è nella totalità armena. Cinque anni fa Baku mosse alla definitiva conquista. Quegli armeni sono prigionieri nella loro terra. Così oggi la Repubblica Armena occupa meno di un terzo di quello che fu l’antico regno, il primo Stato al mondo ad adottare la religione cristiana nel 301 per volere di Tiridate III, convertito e battezzato con la sua corte da Gregorio Illuminatore, fondatore della Chiesa apostolica armena che è una confessione ortodossa autocefala e del tutto peculiare. Questa fortissima identità ha attraversato i secoli, è rimasta viva anche sotto l’Unione sovietica e camminando le strade di Erevan, la capitale dove vive quasi metà della popolazione - gli armeni sono poco più di tre milioni in patria, ma ce ne sono almeno il doppio fuori dai confini nazionali costretti a una continua diaspora che fa sì che Usa, Francia e Italia abbiano le comunità più forti - si avverte una sorta di orgoglio mitigato da una innata propensione all’armonia. Non è un caso che Georges Ivanovič Gurdjieff, il maggior filosofo armeno della contemporaneità, sia il teorico della quarta via: una dimensione dello spirito che postula la totale fusione tra conoscenza, misticismo e corporalità. Gurdjieff operò un sincretismo tra i sufi, l’ebraismo, il cristianesimo per obbedire al richiamo della terra delle origini. Che oggi andrebbe riscoperta andando sull’Ararat, turchi permettendo, per cercare l’arca (innumerevoli sono stati i tentativi di individuarla), perdendosi tra gli altipiani di pietra. Tra quelle distese di roccia si vanno cercando i monasteri e le chiese millenarie: il monastero di Geghard che sbuca come fiore di pietra tra le rocce; Noravank, perla in un’ostrica di montagne; e poi Echmiadzin dove prega il «katholikos», il Papa degli armeni. Lì in un tabernacolo sono custoditi pezzi di legno: sono ciò che resta dell’arca. È il viatico lungo la via della seta. E leggendo Non ti scordar di me riecheggia l’incipit del Milione di Marco Polo: «V’à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di veduta e l’altre per udita, acciò che ‘l nostro libro sia sanza niuna menzogna». La bugia sul genocidio armeno dura da centodieci anni e non è più sopportabile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/genocidio-armeni-vaticano-2671892338.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-grande-male-collegato-con-la-shoah" data-post-id="2671892338" data-published-at="1746439754" data-use-pagination="False"> «Un “Grande Male” collegato con la Shoah» «Non ti scordar di me»: più che il titolo del suo libro (edito da Liberilibri di Macerata, 216 pagine, 17,10 euro), sembra un’invocazione di dolore. E invece, del genocidio armeno si sono dimenticati. Vittorio Robiati Bendaud, secondo lei perchè? «La memoria del Metz Yeghern (il Grande Male), come lo chiamano gli armeni, è, sin dai prodromi dell’opera genocidaria, ossia sin dall’epoca degli immani massacri perpetrati a fine Ottocento dal sultano Abdul Hamid II, sotto lo scacco del negazionismo. Un negazionismo da manuale, che perdura da più di un secolo, e che è tuttora “di Stato” in Turchia e in Azerbaijan, nazioni che anche oggi influenzano l’Occidente (e non solo) circa economia, diplomazia e intese geopolitiche, ben più della minoranza armena (o di altre minoranze, siano esse ebraiche, delle antiche cristianità di Oriente, o musulmane, come nel caso dei curdi, anche loro in questi anni traditi e abbandonati). Infine, la memoria del genocidio armeno subisce l’assalto, differentemente erosivo, di due forme di dimenticanza occidentale. La prima, la principale, erede plurisecolare del Concilio di Calcedonia (451 d. C.), è la generale rimozione da parte dei cristiani di Occidente del simbolico, delle forme di vita, della spiritualità e nondimeno della storia - inclusa quella di persecuzione e finanche di genocidio - dei cristiani di Oriente, dagli armeni ai copti, dagli etiopi agli assiri, sino ai siro-malabarici. La seconda è che la connivenza di gran parte dell’Occidente nell’opera genocidaria contro gli armeni costituisce, assieme alla Shoah, la grande abiura occidentale (rispetto alla Bibbia e alle riserve di senso ebraico-cristiane)». Si ha come il sospetto che i primi a beneficiare di questo oblio siano i vertici dell’Unione europea. Al di là delle ragioni storiche o storicizzate non c’è anche un fastidio attuale nel pronunciare la parola armeno? «La monumentalizzazione e l’universalizzazione della memoria di un genocidio, che è invece sempre specifica, può veicolare l’insidia della sua neutralizzazione, a detrimento del popolo che ha subito tale genocidio. È paradigmatico, a esempio, il rincretinimento della memoria della Shoah, laddove poi si accusano gli ebrei di genocidio, rivoltando ad hoc il ricordo della Shoah contro il popolo ebraico. Per quanto riguarda gli armeni, ove molti Stati commemorano sì la data-ricordo del 24 aprile oppure hanno eretto memoriali al Metz Yeghern, oppure - ancora -, come nel caso italiano, lo riconoscono ufficialmente nei Parlamenti, gli interessi economico-energetici-strategici in relazione a Turchia e Azerbaijan portano a una schizofrenia tra proclami e azioni, tra retoriche e politiche. Non sono né un irenista né un moralista: tutto ciò fa parte dei normali rapporti di forza e di interesse, talora vitale, tra Stati». Lei fa un paragone tra la strage degli armeni e la Shoah, anzi pare di capire che lei consideri il genocidio armeno una sorta di prova generale dell’orrore nazista. È così? «Gli studi di Dadrian, Ihrig e Akçam (quest’ultimo un eroico, meraviglioso, intellettuale turco contemporaneo, ora esule negli States) ci obbligano a mettere in correlazione Metz Yeghern e Shoah. Il ruolo della Germania e della sua Islampolitik, con le sue evoluzioni da Bismark a Hitler (passando, in Italia, per Mussolini) collega Metz Yeghern e Shoah, pur nella loro rispettiva irriducibilità. La biografia di molti aguzzini tedeschi, dal protogenocidio delle popolazioni nere africane di Nama e Herero al genocidio armeno, e da quest’ultimo alla Shoah, ci obbliga ad allacciare in un particolare unicum queste due memorie. L’antisemitismo, con il suo linguaggio plurale - e solo l’antisemitismo! -, permise al più colto Stato di Europa di far precipitare nell’immaginario culturale, politico e sociale occidentale l’armeno-cristiano in ebreo. C’era il topos classico dell’antiebraismo di matrice cristiana: 1) il complotto: l’armeno complotta e destabilizza i turchi come gli ebrei gli europei e, segnatamente, i tedeschi; 2) il mito del denaro (e della presunta “intelligenza”): l’armeno, infido, sugge la prosperità dei turchi come gli ebrei, perfidi, quella degli occidentali; 3) la devianza armena, dall’epoca di Calcedonia, sorella dell’erranza giudaica, bastante per farne dei “fossili”. C’era, ancora, l’antisemitismo razziale, laddove il “tipo armenoide”, a cui appartenevano gli ebrei, era però ancor più - e peggio! - esemplificato dall’armeno. Fu così che gli armeni divennero già nell’Ottocento in Europa dei “superebrei” (uberjuden) e gli ebrei, di lì a pochi decenni, divennero “sottouomini” (untermenschen)». La Chiesa di Roma perché poco o nulla ha fatto non solo per proteggere, ma per denunciare questo crimine? «È complicato. Anzitutto, ricordiamoci che parte del popolo armeno è di obbedienza cattolica. Ci fu anche un famoso cardinale armeno, Aghagianian. All’epoca del genocidio il dimenticato papa Benedetto XV, provò ad adoperarsi a favore degli armeni. In generale, però, specie in Germania e in Austria la simpatia delle Chiese occidentali andava ai turchi ottomani. Per cortocircuiti interni al pensiero cristiano fu più facile l’intesa con l’islam che con i cristiani di Oriente, lasciati soli. Per molti teologi protestanti tedeschi, un ecumene cristiano era impensato: gli armeni potevano essere massacrati e l’universalismo-imperialismo islamo-ottomano era in qualche modo legittimo ai loro occhi. In modo analogo, fu più facile venire a patti con nazismo e fascismo che difendere gli ebrei o, in tempi successivi, sedurre e farsi sedurre da panarabismo prima e panislamismo contemporaneo poi» <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/genocidio-armeni-vaticano-2671892338.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-ruolo-della-santa-sede-una-variabile-che-spostera-voti-nel-prossimo-conclave" data-post-id="2671892338" data-published-at="1746439754" data-use-pagination="False"> Il ruolo della Santa Sede. Una variabile che sposterà voti nel prossimo conclave La questione armena irrompe nel conclave. Può essere uno dei fattori decisivi per bloccare l’ascesa al soglio pontificio di Pietro Parolin e promuovere il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. Il segretario di Stato è il più autorevole degli allievi del cardinal Achille Silvestrini: quelli dell’Accademia di Villa Nazareth, dove ha studiato anche Giuseppe Conte, la culla del cattolicesimo progressista e che ha particolari rapporti con l’islam. È stato Parolin - ha condotto anche la Chiesa verso le intese con la Cina - a perfezionare il documento di Doha in cui Francesco in accordo col Gran Mufti sostenne che tutte le religioni sono uguali. Dell’Accademia di Villa Nazareth fa parte anche un altro cardinale rampante. In un libro che svelava i segreti di Curia lo chiamavano «lo Stambecco» per la sua capacità di «arrampicarsi». È il cardinal Claudio Gugerotti, veneto come Parolin. Lo tengono di riserva quelli della fazione pro islam, ma Gugerotti ha scatenato con l’Armenia un incidente diplomatico. Tre settimane fa all’Accademia Gregoriana gestita dai gesuiti ha promosso un incontro sulla religione in Azerbaijan. Alla conferenza hanno partecipato tutti gli esponenti islamici del Caucaso, ma non è stato invitato nessuno della Chiesa armena. La ragione la spiega il Patriarcato armeno: «Non si è minimamente affrontato il tema dei 120.000 armeni reclusi in Naghorno Karabakh». «Lo stambecco» fonda sull’apertura a questi Paesi la sua candidatura sotterranea a Pontefice. Dice Vittorio Robiati Bendaud: «La svolta dei rapporti calorosamente riallacciati con gli armeni c’è stata con Giovanni Paolo II. Il pontificato di Francesco è stato, a mio avviso, anche in questo, profondamente dicotomico. Da un lato, ha usato l’espressione “genocidio armeno”, facendo infuriare Erdogan che ritirò l’ambasciatore, e ha dichiarato Dottore della Chiesa Gregorio di Narek, un santo mistico e teologo armeno, successivo - è rilevante - alla spaccatura consumatasi attorno al VI secolo al concilio di Calcedonia. D’altro canto, durante il recentissimo cruento assalto azero (e turco) al Nagorno-Karabakh armeno, la Segreteria di Stato è stata quasi inerme; il defunto Pontefice ha insignito la moglie del presidente azero della massima onorificenza vaticana. Per non dire del silenzio della Santa Sede sulla distruzione delle vestigia artistico-religiose armene - l’etnocidio che prolunga il genocidio -, laddove però cospicui fondi azeri finanziavano restauri vaticani e di catacombe romane. Il segno definitivo lo ha dato il cardinale Gugerotti, prefetto per le Chiese Orientali, col “convegno” azero all’Università Gregoriana». Così l’Armenia si inserisce nel conclave. Proprio questo imbarazzo verso l’islam che in Azerbaijan e Turchia sta prendendo sempre più potere potrebbe portare in alto la candidatura del solo cardinale che può invertire la rotta. Si tratta di Pierbattista Pizzaballa, nunzio apostolico a Gerusalemme, il solo della nouvelle vague che abbia studiato l’ebraico invece dell’arabo. È lombardo, nato a Cologno al Serio, giovane, ed è il primo patriarca latino di Gerusalemme nel Collegio cardinalizio in epoca moderna. Se diventasse papa per la piccola Armenia sarebbe una speranza, ma soprattutto la Chiesa guarderebbe di nuovo all’origine.
I rottami del motorino sul quale viaggiava Sofia Barberi, 23 anni, morta a Ceriale dopo lo scontro con una Cinquecento guidata da una neopatentata (Ansa). Nel riquadro il frame tratto dal video girato e pubblicato su Instagram da un ragazzo, in cui viene ripreso il luogo dell'incidente in cui ha perso la vita la 23enne. Scena accompagnata dalle risate del giovane
Nel video, pubblicato in una storia Instagram da un ragazzo marocchino che era a bordo della Fiat 500 coinvolta nello schianto, vengono riprese le conseguenze dell’incidente. Sui due sedili anteriori ci sono due ragazze giovanissime. Su quelli posteriori due giovani marocchini (probabilmente minorenni). Poi, nonostante la consapevolezza che una vita si era spezzata troppo presto e che un’altra era appesa solo a un filo di speranza, arrivano le parole, pronunciate tra le risate, che hanno scatenato rabbia e indignazione: «Porca puttana, addio amica mia, free Noemi. Free Noemi. Ve lo giuro, questa è morta… abbiamo rotto tutto stanotte, bro’. Per un mese niente lavoro fratello, tentato omicidio ci han fatto». I filmati sono finiti rapidamente anche negli uffici investigativi dei carabinieri. Che hanno acquisito anche un secondo video ritenuto di rilievo per le indagini. Perché sembra mostrare alcuni momenti precedenti allo schianto.
La Verità è in possesso anche di un terzo filmato, girato probabilmente dopo le attività in caserma: si vedono i due ragazzi protagonisti anche degli altri due video seduti sul sedile posteriore di un’auto guidata da un ragazzo più grande. Uno dei due ha tra le mani una cartina, poi rollata. Sembrano ancora particolarmente su di giri mentre si riprendono. E alla fine uno dei due dice: «Comandiamo noi». Quando il caso esplode sui social, arriva però una parziale retromarcia. Nel pomeriggio il giovanotto è tornato sui social con un video di scuse: «Ragazzuoli, io chiedo scusa per le storie che ho messo. Non avevo capito la gravità delle cose, sono un coglione. Me ne vergogno. Non pensavo le cose fossero così gravi. Chiedo veramente scusa, una ragazza ha perso la vita e, boh, mi spiace veramente tanto. Scusate veramente per le storie». E ammette: «Ero ubriaco, non capivo la situazione, mi dispiace».
Ma la polemica non si è fermata. Durissimo l’intervento della Croce bianca di Finale Ligure, intervenuta sul luogo dell’incidente: «Vedere qualcuno fare l’idiota sui social» mentre i soccorritori «facevano l’impossibile sull’asfalto, mentre delle famiglie venivano distrutte per sempre da una notizia che nessuno vorrebbe mai ricevere», lascia «senza parole e con un profondo senso di nausea e sdegno». L’incidente si è verificato intorno all’1 per cause che, per prudenza, gli investigatori definiscono come «ancora in fase di accertamento».
Le vittime viaggiavano su una moto. Come i due ragazzi finiti sull’asfalto, all’alba, al confine tra Marina di Pietrasanta e Forte dei Marmi, non lontano dalla discoteca Twiga. Da Ceriale alla Versilia, il copione cambia nei dettagli ma non nell’esito: ragazzi giovanissimi e famiglie costrette a fare i conti con una tragedia arrivata all’improvviso. Per un’inversione a «U» di un Suv Range Rover. Lo scooter che arriva sulla corsia opposta e l’impatto. Definitivo. Gabriele Martini, 17 anni, muore sul colpo. Il passeggero, sbalzato anche lui dall’urto, trasportato in elicottero all’ospedale Cisanello di Pisa e ricoverato in gravi condizioni. Dall’altra parte, invece, un buco nero. Perché le tre persone che si trovavano a bordo del Suv con targa svizzera coinvolto nell’incidente dopo la manovra improvvisa (l’inversione di marcia effettuata poco prima dell’impatto) si sono allontanate a piedi e hanno perdere le loro tracce.
Per Gabriele, residente a Viareggio e figlio di un operatore socio-sanitario del Pronto soccorso dell’ospedale Versilia, i soccorritori che hanno tentato a lungo di rianimarlo si sono dovuti arrendere per constatare il decesso. Nel frattempo è scattata la caccia. I carabinieri hanno disposto controlli straordinari sul territorio. Raccolgono testimonianze e analizzano le immagini dei sistemi di videosorveglianza. Nel pomeriggio arriva la svolta. Il presunto conducente del Suv viene individuato a Forte dei Marmi. Si chiama Luigi Giordano, ha 27 anni, è originario di Catania e risiede a Trezzano sul Naviglio, nel Milanese. Secondo quanto ricostruito, sarebbe stato lui a fermare una volante della polizia e a dire: «Quello di stamattina sono io». Dopo l’interrogatorio è stato portato in ospedale per gli accertamenti tossicologici e alcolemici. Poi gli è stato contestato l’omicidio stradale con l’aggravante della fuga. In auto con lui c’erano due ragazze che sono poi state identificate dai carabinieri.
A Ceriale come in Versilia restano i filmati da analizzare e le indagini sulla dinamica da completare. Ma anche un vuoto che le indagini potranno spiegare, ma non colmare.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Cos’è successo al presidente degli Stati Uniti? Perché questo attacco a freddo al presidente del Consiglio? Su Hormuz «Hegseth era già stato chiaro il giorno prima e Trump non dimentica». Lo dice a microfoni spenti alla Verità un imprenditore che lavora ogni giorno con l’America e che era ai tavoli nella trattativa sui dazi lo scorso anno. Cosa aveva detto il segretario americano alla Guerra? «È stato vergognoso, questi alleati hanno messo a rischio i figli e le figlie dell’America, i nostri figli e le nostre figlie», ha accusato da Bruxelles, a pochi secondi dalla fine del G7. E poi l’affondo con le medie potenze «propense a parlare di un ordine internazionale basato sulle regole» che ancora pensano di essere nell’era del «passaggio gratis, degli scrocconi». Il riferimento evidente era per l’Italia e la Spagna. Nel 2025 i membri europei della Nato in realtà hanno aumentato le spese per la difesa del 14%, fino a circa 739 miliardi di euro, record dagli anni Cinquanta, però non tutti gli Stati hanno investito allo stesso modo: la Polonia è arrivata a spendere il 4,48% del Pil in armi e sicurezza. A seguire Lituania, Lettonia ed Estonia: i Baltici timorosi di Putin. Molto più indietro l’Italia, che si è fermata al 2,01% del Pil, la Francia al 2,05%, mentre Spagna, Belgio e Portogallo vivacchiano al 2% secco. L’obiettivo siglato lo scorso anno invece è di arrivare al 5%. Per il nostro Paese si tratterebbe di mettere sul piatto oltre 60 miliardi di euro. Dove trovarli? Soldi che, tra l’altro, secondo Oxford Economics finiscono fuori dal Continente: circa il 40% della spesa della Ue per equipaggiamenti militari è assorbita da importazioni da Paesi extra Ue.
Trump e l’amministrazione Usa aspettano che tiriamo fuori i soldi. E lui, come ha spiegato il segretario alla Guerra, «ce l’ha con noi come con tutti gli altri per il mancato supporto sia morale che concreto per la guerra all’Iran. Si è sentito, e si sente tutt’ora, tradito», sottolinea ancora la fonte che fa la spola tra le due sponde dell’Atlantico. Per questo Donald non tratta i leader europei come «alleati» e quindi li maltratta, se può.
Al di là della Nato e del mancato appoggio dell’Europa nella guerra all’Iran - vedi l’attacco alla Meloni sull’utilizzo delle basi militari - c’è però dell’altro. Qualcosa di extra militare, di economico, come si intuisce da un intervento su X di Andrea Stroppa, molto vicino a Elon Musk: «All’inizio di questa relazione Trump-Meloni avevo detto, privatamente e pubblicamente, che bisognava sfruttarla per le nostre aziende - grandi, medie e piccole - facendo accordi strategici. Volete che compriamo da voi o che vi sosteniamo su alcuni dossier? Bene, in cambio vogliamo investimenti, posti di lavoro, opportunità economiche». Secondo Stroppa non è mai partito questo circolo virtuoso a causa nostra. Il tema investimenti, in testa all’agenda Trump da sempre, alla fine poi muove anche la politica. Si è visto in questo anno e mezzo, dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, che il tycoon spara su tutti i leader europei per i suoi tornaconti: da Sànchez a Merz, passando per Starmer, fino a uno dei suoi bersagli preferiti, ovvero Macron, addirittura imitato durante una conferenza. A Versailles invece il presidente francese sembrava un amicone di Donald. E infatti dal primo «Choose France» del 2018, un anno dopo l’arrivo al potere di Macron, sono stati annunciati oltre 230 progetti. Secondo la società di consulenza EY, la Francia è da sette anni consecutivi il Paese che attira più investimenti esteri in Europa. Molti di questi investimenti sono americani, legati ai Data center, ad esempio, ma pure la giapponese SoftBank investirà 75 miliardi nell’intelligenza artificiale nel Paese transalpino.
Nel rapporto Transatlantic Economy 2026 la Francia risulta tra i maggiori destinatari di investimenti diretti americani in Europa, mentre l’Italia si colloca in una fascia inferiore: 120-150 miliardi di dollari verso Parigi rispetto ai 40-60 miliardi con destinazione Roma.
Tutto questo per dire che c’è qualcuno che, a suon di soldi e capacità di attrarre ancora più soldi, cerca di soppiantare la Meloni nel cuore di Donald. In fondo ci sono elezioni importanti nei prossimi mesi: prima il Mid-term negli Usa, poi nel 2027 toccherà alla Francia e all’Italia. Fatalità... Ovviamente, in un’ottica di Make America Great Again, Trump guarda al suo interesse: più produzione, più occupazione, più export. I numeri, nonostante analisi catastrofiste che si leggono da mesi, vedono un Pil Usa in calo ma con una performance quattro volte superiore a quello dell’eurozona, lavoratori oltre le attese e un deficit commerciale quasi dimezzato a forza di esportare idrocarburi. L’Italia, complice il blocco di Hormuz, è arrivata a importare quasi metà del Gnl dall’America. E la nostra dipendenza incide nei rapporti geopolitici, mentre in Francia il nucleare e gli acquisti di gas liquefatto da Mosca permettono a Macron di essere più «indipendente».
Meloni e Trump, salvo la possibilità di una clamorosa defezione da parte del tycoon, si rivedranno comunque al vertice Nato ad Ankara il 7 luglio. Chissà se fra venti giorni l’incidente diplomatico sarà ricucito o se qualche cosiddetto alleato europeo cercherà di allontanare ancora di più Italia e Usa.
La sinistra vuole usare il duello per spingere Giorgia nelle grinfie Ue
L’attacco del presidente americano Donald Trump alla premier Giorgia Meloni che avrebbe dovuto compattare gli schieramenti politici a difesa del Paese, è stato colto dal campo largo come l’ennesima occasione per buttarla nella caciara europeista. Per la serie, se questo è successo è perché c’è carenza di Europa e andando di sillogismo, se c’è poca Europa è perché Meloni ha rotto il fronte ed è andata avanti in modo autonomo.
«La premier paga per essere stata appiattita sulla politica estera di Trump ed essersi illusa di aver creato un ponte tra Italia e Stati Uniti. Cosa aspetta Meloni a dirsi decisamente pro Unione Europea?», ommenta il segretario di Più Europa Riccardo Magi, pur riconoscendo che «Trump è completamente fuori controllo» e non merita «alcun Nobel se non quello al bullismo».
Stessa musica dal M5S. Secondo Riccardo Ricciardi, capogruppo dei grillini alla Camera, «quanto sta accadendo, le parole del presidente Usa, sono frutto del servilismo mostrato in questi anni. Di chi ha avuto un atteggiamento di sudditanza verso Trump e Netanyahu al punto da fargli credere di poter umiliare il nostro Paese ogni volta che vogliono. FdI la smetta di guardarsi attorno alla ricerca di appigli: l’artefice di questo capolavoro politico è una sola, ed è Giorgia Meloni».
Daniela Ruffino di Azione dice che se «Trump è la malattia, l’Europa è la cura». E declina così il concetto di «malattia» che avrebbe come unica cura la maggiore accentuazione della Ue. «L’Occidente si sta perdendo nei meandri mentali di Donald Trump. Il suo disprezzo per i diritti umani, per gli istituti della democrazia e la divisione dei poteri, fanno di lui la più grave minaccia alle libertà civili mai nata nel cuore della democrazia americana». Ruffino sottolinea che «le aggressioni ai singoli leader europei» del presidente degli Stati Uniti, «non fanno distinzioni politiche, come troppo a lungo ha sperato Giorgia Meloni: per Trump è l’Unione Europea nel suo insieme un fardello mal sopportato e sul piano commerciale un concorrente da combattere. Prima il governo italiano prende atto di questa realtà e prima si potrà, nell’unica sede appropriata che è l’Europa, trovare la cura alla malattia. Trump è il simbolo del declino dell’Occidente. Sarà bene che gli alleati europei gli parlino il linguaggio crudo della verità, cioè il fallimento catastrofico dell’avventura iraniana».
Matteo Renzi va più diretto. Da Chicago dove è volato per partecipare all’inaugurazione dell’Obama Presidential Center, ha ricordato «quale fosse il rapporto tra Europa e Stati Uniti dieci anni fa. È quello che ci serve oggi: rispetto reciproco, non un dibattito da asilo». L’ex presidente del Consiglio, ha detto che «l’Europa deve svegliarsi, smetterla con la cultura Maga e tornare a costruire un’alternativa fondata sugli Stati Uniti d’Europa».
La vice presidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, se da una parte prende le difese di Meloni, dall’altra, tiene la barra dritta verso l’Europa che resta l’obiettivo del discorso. «Meloni ha fatto bene a replicare con la durezza e la chiarezza necessarie alle parole ignobili di Donald Trump, sempre più fuori controllo e sempre più inadeguato a rappresentare un grande Paese come gli Stati Uniti d’America. L’Italia e l’Europa non hanno mai implorato nessuno; è vero invece che in questi mesi abbiamo osservato con sgomento Trump con il cappello in mano davanti a Putin, Xi, e a tutti nemici delle democrazie liberali. Donald Trump è una sciagura per il popolo americano e per il mondo libero».
Ma dove vogliono andare a parare questi richiami a rafforzare il ruolo dell’Ue? L’obiettivo della sinistra è portare l’Italia a prendere posizione contro il meccanismo di voto all’unanimità in Europa. L’attacco decisivo alla sovranità degli Stati che Paesi come Ungheria, la Polonia e Italia contrastano. Perché non usare lo scontro con Trump per spingere l’Italia nelle grinfie dell’Ue?
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