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2025-05-05
La memoria tradita dell’Armenia e del genocidio che aprì il Novecento
Il genocidio degli Armeni iniziato il 24 aprile 1915 (Getty Images)
«D’altri diluvi una colomba ascolto». Viene incontro il verso di Giuseppe Ungaretti, quasi un’invocazione di fronte alla maestà muta dell’Ararat perennemente innevato. Sono le vette dell’origine e qui s’avverte l’arca mentre un bicchiere di rosso Areni accompagna una fetta di Motal, formaggio antico come il vino maturato nelle anfore mescolando latte di capra e erbe selvatiche dei monti biblici, adagiata sull’azzimo lavash parente del pane carasau a nutrire l’ungarettiano «sentimento del tempo». Sono i primordi del nostro mangiare: tutto principia in Armenia e tutto purtroppo scema nell’oblio. Nella grotta di Areni c’è una cantina che ha seimila anni e ancor oggi si fanno vini preziosi, la loro cagliata è sostentamento di una transumanza remotissima e quel pane azzimo era cotto in otri datati cento secoli. Questa è l’Armenia che al tramonto diventa d’oro: fatta di pietre avanzate al Creatore che le ha disperse ai piedi del monte della Genesi.
Eppure della culla della nostra identità siamo dimentichi. C’è bisogno d’un’altra colomba per arginare i nostri diluvi che hanno travolto l’Occidente. Serve il libro di un giovane raffinatissimo studioso ebreo, Vittorio Robiati Bendaud, per raccontare ai cristiani la colpa dell’ignavia di fronte al genocidio armeno. L’ha intitolato Non ti scordar di me (216 pagine, 17,10 euro) come la leggenda dell’amante abbandonato al fiume che si fa fiore. Lo ha prodotto la Liberilibri di Macerata, unico editore di militanza liberale in Italia, dove Vittorio traccia la storia di questo tragico innesco del secolo breve. È stato il primo assistente del rabbino Giuseppe Vittorio Laras, l’uomo del dialogo col cardinale di Milano Carlo Maria Martini quando l’intesa tra cattolici ed ebrei ha raggiunto il culmine. Erano i tempi in cui Giovanni Paolo II entrando in sinagoga a Roma rese grazie «ai nostri fratelli maggiori». Sapendo che la comune origine sta nel libro dei libri, la Bibbia, Robiati Bendaud - come sottolinea nell’intervista qui a fianco - ha voluto squarciare il velo d’ipocrisia e di silenzio sul genocidio armeno, persuaso che lo sterminio perpetuato dai turchi sia stato prodromico alla Shoah. Un argomento tabù per la Turchia che lo nega ed anzi nel codice penale fa diventare reato il solo evocarlo, un argomento intoccabile quando si deve comprare il gas dall’Azerbaijan per sopperire a quello di Vladimir Putin, ora nemico giurato dell’Europa che però nessun conto chiede né a Tayyp Recep Erdogan, né alla «dinastia» degli Aliyev che da 40 anni governa a Baku e che stringe in una morsa gli armeni del Nagorno Karabakh.
Gli armeni guardano l’Ararat come un miraggio: è la loro e la nostra montagna sacra, è la montagna biblica ora, come avrebbero detto i padri della Chiesa, «in partibus infidelium». Sta oltre il confine turco, là dove si prega Allah. Il 24 aprile, giorno della memoria degli armeni, nessuna celebrazione c’è stata in Occidente se non nel Parlamento italiano. Perché gli armeni sono nostri fratelli maggiori anch’essi.
San Lazzaro degli Armeni è l’isola della laguna di Venezia dove spira il vento ieratico dell’origine, dove spuntano nuove radici di cultura. Lo racconta Antonia Arslan - padovana diventata famosissima con la sua Masseria delle Allodole, lessico familiare del genocidio - che sussurra: «La mia famiglia viene dall’Ararat, io sono italianissima, ma appena senti il profumo del mio popolo non puoi che farti armeno». Con questo spirito ha portato avanti una sorta di «evangelizzazione» rispetto allo sterminio, testimone che oggi raccoglie Vittorio Robiati Bendaud.
La persecuzione comincia alla fine dell’Ottocento col sultano Abdul Hamid II che dà vita a una campagna di denigrazione etnica in tutto simile a quella che Adolf Hitler condurrà contro gli ebrei. Caduto l’impero ottomano, i giovani turchi che volevano instaurare la repubblica vanno alla conquista dell’Anatolia. Deporteranno a marce forzate tra un milione e ottocentomila e due milioni e mezzo di armeni, che vengono sterminati lungo la strada. Il genocidio inizia nella notte tra il 24 e il 25 aprile del 1915, una sorta di notte dei cristalli, quando a Costantinopoli iniziarono i rastrellamenti. In un mese oltre mille intellettuali vennero ammazzati. Con la complicità di Germania e Austria le bande di Atatürk, riusciranno a costruire col terrore in Anatolia la repubblica turca. L’allora ministro dell’Interno, Tallat Pascià, dirà: «Ci siamo liberati di tre quarti degli armeni… Dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi».
Al genocidio che la Turchia ha sempre negato si è aggiunta la contesa del Nagorno Karabakh, un territorio caucasico, ricchissimo di petrolio e di gas naturale, che venne assegnato all’Azerbaijan dopo la caduta dell’Urss anche se era stato creato da Mosca l’oblast armeno proprio per garantire la popolazione che abita quella regione che è nella totalità armena. Cinque anni fa Baku mosse alla definitiva conquista. Quegli armeni sono prigionieri nella loro terra. Così oggi la Repubblica Armena occupa meno di un terzo di quello che fu l’antico regno, il primo Stato al mondo ad adottare la religione cristiana nel 301 per volere di Tiridate III, convertito e battezzato con la sua corte da Gregorio Illuminatore, fondatore della Chiesa apostolica armena che è una confessione ortodossa autocefala e del tutto peculiare.
Questa fortissima identità ha attraversato i secoli, è rimasta viva anche sotto l’Unione sovietica e camminando le strade di Erevan, la capitale dove vive quasi metà della popolazione - gli armeni sono poco più di tre milioni in patria, ma ce ne sono almeno il doppio fuori dai confini nazionali costretti a una continua diaspora che fa sì che Usa, Francia e Italia abbiano le comunità più forti - si avverte una sorta di orgoglio mitigato da una innata propensione all’armonia. Non è un caso che Georges Ivanovič Gurdjieff, il maggior filosofo armeno della contemporaneità, sia il teorico della quarta via: una dimensione dello spirito che postula la totale fusione tra conoscenza, misticismo e corporalità. Gurdjieff operò un sincretismo tra i sufi, l’ebraismo, il cristianesimo per obbedire al richiamo della terra delle origini. Che oggi andrebbe riscoperta andando sull’Ararat, turchi permettendo, per cercare l’arca (innumerevoli sono stati i tentativi di individuarla), perdendosi tra gli altipiani di pietra. Tra quelle distese di roccia si vanno cercando i monasteri e le chiese millenarie: il monastero di Geghard che sbuca come fiore di pietra tra le rocce; Noravank, perla in un’ostrica di montagne; e poi Echmiadzin dove prega il «katholikos», il Papa degli armeni. Lì in un tabernacolo sono custoditi pezzi di legno: sono ciò che resta dell’arca. È il viatico lungo la via della seta. E leggendo Non ti scordar di me riecheggia l’incipit del Milione di Marco Polo: «V’à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di veduta e l’altre per udita, acciò che ‘l nostro libro sia sanza niuna menzogna». La bugia sul genocidio armeno dura da centodieci anni e non è più sopportabile.
«Un “Grande Male” collegato con la Shoah»
«Non ti scordar di me»: più che il titolo del suo libro (edito da Liberilibri di Macerata, 216 pagine, 17,10 euro), sembra un’invocazione di dolore. E invece, del genocidio armeno si sono dimenticati. Vittorio Robiati Bendaud, secondo lei perchè?
«La memoria del Metz Yeghern (il Grande Male), come lo chiamano gli armeni, è, sin dai prodromi dell’opera genocidaria, ossia sin dall’epoca degli immani massacri perpetrati a fine Ottocento dal sultano Abdul Hamid II, sotto lo scacco del negazionismo. Un negazionismo da manuale, che perdura da più di un secolo, e che è tuttora “di Stato” in Turchia e in Azerbaijan, nazioni che anche oggi influenzano l’Occidente (e non solo) circa economia, diplomazia e intese geopolitiche, ben più della minoranza armena (o di altre minoranze, siano esse ebraiche, delle antiche cristianità di Oriente, o musulmane, come nel caso dei curdi, anche loro in questi anni traditi e abbandonati). Infine, la memoria del genocidio armeno subisce l’assalto, differentemente erosivo, di due forme di dimenticanza occidentale. La prima, la principale, erede plurisecolare del Concilio di Calcedonia (451 d. C.), è la generale rimozione da parte dei cristiani di Occidente del simbolico, delle forme di vita, della spiritualità e nondimeno della storia - inclusa quella di persecuzione e finanche di genocidio - dei cristiani di Oriente, dagli armeni ai copti, dagli etiopi agli assiri, sino ai siro-malabarici. La seconda è che la connivenza di gran parte dell’Occidente nell’opera genocidaria contro gli armeni costituisce, assieme alla Shoah, la grande abiura occidentale (rispetto alla Bibbia e alle riserve di senso ebraico-cristiane)».
Si ha come il sospetto che i primi a beneficiare di questo oblio siano i vertici dell’Unione europea. Al di là delle ragioni storiche o storicizzate non c’è anche un fastidio attuale nel pronunciare la parola armeno?
«La monumentalizzazione e l’universalizzazione della memoria di un genocidio, che è invece sempre specifica, può veicolare l’insidia della sua neutralizzazione, a detrimento del popolo che ha subito tale genocidio. È paradigmatico, a esempio, il rincretinimento della memoria della Shoah, laddove poi si accusano gli ebrei di genocidio, rivoltando ad hoc il ricordo della Shoah contro il popolo ebraico. Per quanto riguarda gli armeni, ove molti Stati commemorano sì la data-ricordo del 24 aprile oppure hanno eretto memoriali al Metz Yeghern, oppure - ancora -, come nel caso italiano, lo riconoscono ufficialmente nei Parlamenti, gli interessi economico-energetici-strategici in relazione a Turchia e Azerbaijan portano a una schizofrenia tra proclami e azioni, tra retoriche e politiche. Non sono né un irenista né un moralista: tutto ciò fa parte dei normali rapporti di forza e di interesse, talora vitale, tra Stati».
Lei fa un paragone tra la strage degli armeni e la Shoah, anzi pare di capire che lei consideri il genocidio armeno una sorta di prova generale dell’orrore nazista. È così?
«Gli studi di Dadrian, Ihrig e Akçam (quest’ultimo un eroico, meraviglioso, intellettuale turco contemporaneo, ora esule negli States) ci obbligano a mettere in correlazione Metz Yeghern e Shoah. Il ruolo della Germania e della sua Islampolitik, con le sue evoluzioni da Bismark a Hitler (passando, in Italia, per Mussolini) collega Metz Yeghern e Shoah, pur nella loro rispettiva irriducibilità. La biografia di molti aguzzini tedeschi, dal protogenocidio delle popolazioni nere africane di Nama e Herero al genocidio armeno, e da quest’ultimo alla Shoah, ci obbliga ad allacciare in un particolare unicum queste due memorie. L’antisemitismo, con il suo linguaggio plurale - e solo l’antisemitismo! -, permise al più colto Stato di Europa di far precipitare nell’immaginario culturale, politico e sociale occidentale l’armeno-cristiano in ebreo. C’era il topos classico dell’antiebraismo di matrice cristiana: 1) il complotto: l’armeno complotta e destabilizza i turchi come gli ebrei gli europei e, segnatamente, i tedeschi; 2) il mito del denaro (e della presunta “intelligenza”): l’armeno, infido, sugge la prosperità dei turchi come gli ebrei, perfidi, quella degli occidentali; 3) la devianza armena, dall’epoca di Calcedonia, sorella dell’erranza giudaica, bastante per farne dei “fossili”. C’era, ancora, l’antisemitismo razziale, laddove il “tipo armenoide”, a cui appartenevano gli ebrei, era però ancor più - e peggio! - esemplificato dall’armeno. Fu così che gli armeni divennero già nell’Ottocento in Europa dei “superebrei” (uberjuden) e gli ebrei, di lì a pochi decenni, divennero “sottouomini” (untermenschen)».
La Chiesa di Roma perché poco o nulla ha fatto non solo per proteggere, ma per denunciare questo crimine?
«È complicato. Anzitutto, ricordiamoci che parte del popolo armeno è di obbedienza cattolica. Ci fu anche un famoso cardinale armeno, Aghagianian. All’epoca del genocidio il dimenticato papa Benedetto XV, provò ad adoperarsi a favore degli armeni. In generale, però, specie in Germania e in Austria la simpatia delle Chiese occidentali andava ai turchi ottomani. Per cortocircuiti interni al pensiero cristiano fu più facile l’intesa con l’islam che con i cristiani di Oriente, lasciati soli. Per molti teologi protestanti tedeschi, un ecumene cristiano era impensato: gli armeni potevano essere massacrati e l’universalismo-imperialismo islamo-ottomano era in qualche modo legittimo ai loro occhi. In modo analogo, fu più facile venire a patti con nazismo e fascismo che difendere gli ebrei o, in tempi successivi, sedurre e farsi sedurre da panarabismo prima e panislamismo contemporaneo poi»
Il ruolo della Santa Sede. Una variabile che sposterà voti nel prossimo conclave
La questione armena irrompe nel conclave. Può essere uno dei fattori decisivi per bloccare l’ascesa al soglio pontificio di Pietro Parolin e promuovere il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. Il segretario di Stato è il più autorevole degli allievi del cardinal Achille Silvestrini: quelli dell’Accademia di Villa Nazareth, dove ha studiato anche Giuseppe Conte, la culla del cattolicesimo progressista e che ha particolari rapporti con l’islam. È stato Parolin - ha condotto anche la Chiesa verso le intese con la Cina - a perfezionare il documento di Doha in cui Francesco in accordo col Gran Mufti sostenne che tutte le religioni sono uguali.
Dell’Accademia di Villa Nazareth fa parte anche un altro cardinale rampante. In un libro che svelava i segreti di Curia lo chiamavano «lo Stambecco» per la sua capacità di «arrampicarsi». È il cardinal Claudio Gugerotti, veneto come Parolin. Lo tengono di riserva quelli della fazione pro islam, ma Gugerotti ha scatenato con l’Armenia un incidente diplomatico. Tre settimane fa all’Accademia Gregoriana gestita dai gesuiti ha promosso un incontro sulla religione in Azerbaijan. Alla conferenza hanno partecipato tutti gli esponenti islamici del Caucaso, ma non è stato invitato nessuno della Chiesa armena. La ragione la spiega il Patriarcato armeno: «Non si è minimamente affrontato il tema dei 120.000 armeni reclusi in Naghorno Karabakh». «Lo stambecco» fonda sull’apertura a questi Paesi la sua candidatura sotterranea a Pontefice. Dice Vittorio Robiati Bendaud: «La svolta dei rapporti calorosamente riallacciati con gli armeni c’è stata con Giovanni Paolo II. Il pontificato di Francesco è stato, a mio avviso, anche in questo, profondamente dicotomico. Da un lato, ha usato l’espressione “genocidio armeno”, facendo infuriare Erdogan che ritirò l’ambasciatore, e ha dichiarato Dottore della Chiesa Gregorio di Narek, un santo mistico e teologo armeno, successivo - è rilevante - alla spaccatura consumatasi attorno al VI secolo al concilio di Calcedonia. D’altro canto, durante il recentissimo cruento assalto azero (e turco) al Nagorno-Karabakh armeno, la Segreteria di Stato è stata quasi inerme; il defunto Pontefice ha insignito la moglie del presidente azero della massima onorificenza vaticana. Per non dire del silenzio della Santa Sede sulla distruzione delle vestigia artistico-religiose armene - l’etnocidio che prolunga il genocidio -, laddove però cospicui fondi azeri finanziavano restauri vaticani e di catacombe romane. Il segno definitivo lo ha dato il cardinale Gugerotti, prefetto per le Chiese Orientali, col “convegno” azero all’Università Gregoriana».
Così l’Armenia si inserisce nel conclave. Proprio questo imbarazzo verso l’islam che in Azerbaijan e Turchia sta prendendo sempre più potere potrebbe portare in alto la candidatura del solo cardinale che può invertire la rotta. Si tratta di Pierbattista Pizzaballa, nunzio apostolico a Gerusalemme, il solo della nouvelle vague che abbia studiato l’ebraico invece dell’arabo. È lombardo, nato a Cologno al Serio, giovane, ed è il primo patriarca latino di Gerusalemme nel Collegio cardinalizio in epoca moderna. Se diventasse papa per la piccola Armenia sarebbe una speranza, ma soprattutto la Chiesa guarderebbe di nuovo all’origine.
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La coscienza occidentale ha rimosso la strage del 1915. Eppure con quei perseguitati l’Italia ha un rapporto speciale, tra fede e cultura. E secondo la Bibbia l’intera umanità affonda le sue radici sulla cima dell’Ararat.Lo studioso ebreo Vittorio Robiati Bendaud, autore di un libro sul massacro compiuto dai turchi: «In comune c’è il ruolo della Germania e alcuni pregiudizi tipici dell’antisemitismo. In Occidente la Chiesa non simpatizzava con i cristiani d’Oriente, a parte eccezioni come Benedetto XV».La questione armena irrompe nel conclave. Può essere uno dei fattori decisivi per bloccare l’ascesa al soglio pontificio di Pietro Parolin e promuovere il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa.Lo speciale contiene tre articoli.«D’altri diluvi una colomba ascolto». Viene incontro il verso di Giuseppe Ungaretti, quasi un’invocazione di fronte alla maestà muta dell’Ararat perennemente innevato. Sono le vette dell’origine e qui s’avverte l’arca mentre un bicchiere di rosso Areni accompagna una fetta di Motal, formaggio antico come il vino maturato nelle anfore mescolando latte di capra e erbe selvatiche dei monti biblici, adagiata sull’azzimo lavash parente del pane carasau a nutrire l’ungarettiano «sentimento del tempo». Sono i primordi del nostro mangiare: tutto principia in Armenia e tutto purtroppo scema nell’oblio. Nella grotta di Areni c’è una cantina che ha seimila anni e ancor oggi si fanno vini preziosi, la loro cagliata è sostentamento di una transumanza remotissima e quel pane azzimo era cotto in otri datati cento secoli. Questa è l’Armenia che al tramonto diventa d’oro: fatta di pietre avanzate al Creatore che le ha disperse ai piedi del monte della Genesi. Eppure della culla della nostra identità siamo dimentichi. C’è bisogno d’un’altra colomba per arginare i nostri diluvi che hanno travolto l’Occidente. Serve il libro di un giovane raffinatissimo studioso ebreo, Vittorio Robiati Bendaud, per raccontare ai cristiani la colpa dell’ignavia di fronte al genocidio armeno. L’ha intitolato Non ti scordar di me (216 pagine, 17,10 euro) come la leggenda dell’amante abbandonato al fiume che si fa fiore. Lo ha prodotto la Liberilibri di Macerata, unico editore di militanza liberale in Italia, dove Vittorio traccia la storia di questo tragico innesco del secolo breve. È stato il primo assistente del rabbino Giuseppe Vittorio Laras, l’uomo del dialogo col cardinale di Milano Carlo Maria Martini quando l’intesa tra cattolici ed ebrei ha raggiunto il culmine. Erano i tempi in cui Giovanni Paolo II entrando in sinagoga a Roma rese grazie «ai nostri fratelli maggiori». Sapendo che la comune origine sta nel libro dei libri, la Bibbia, Robiati Bendaud - come sottolinea nell’intervista qui a fianco - ha voluto squarciare il velo d’ipocrisia e di silenzio sul genocidio armeno, persuaso che lo sterminio perpetuato dai turchi sia stato prodromico alla Shoah. Un argomento tabù per la Turchia che lo nega ed anzi nel codice penale fa diventare reato il solo evocarlo, un argomento intoccabile quando si deve comprare il gas dall’Azerbaijan per sopperire a quello di Vladimir Putin, ora nemico giurato dell’Europa che però nessun conto chiede né a Tayyp Recep Erdogan, né alla «dinastia» degli Aliyev che da 40 anni governa a Baku e che stringe in una morsa gli armeni del Nagorno Karabakh. Gli armeni guardano l’Ararat come un miraggio: è la loro e la nostra montagna sacra, è la montagna biblica ora, come avrebbero detto i padri della Chiesa, «in partibus infidelium». Sta oltre il confine turco, là dove si prega Allah. Il 24 aprile, giorno della memoria degli armeni, nessuna celebrazione c’è stata in Occidente se non nel Parlamento italiano. Perché gli armeni sono nostri fratelli maggiori anch’essi. San Lazzaro degli Armeni è l’isola della laguna di Venezia dove spira il vento ieratico dell’origine, dove spuntano nuove radici di cultura. Lo racconta Antonia Arslan - padovana diventata famosissima con la sua Masseria delle Allodole, lessico familiare del genocidio - che sussurra: «La mia famiglia viene dall’Ararat, io sono italianissima, ma appena senti il profumo del mio popolo non puoi che farti armeno». Con questo spirito ha portato avanti una sorta di «evangelizzazione» rispetto allo sterminio, testimone che oggi raccoglie Vittorio Robiati Bendaud. La persecuzione comincia alla fine dell’Ottocento col sultano Abdul Hamid II che dà vita a una campagna di denigrazione etnica in tutto simile a quella che Adolf Hitler condurrà contro gli ebrei. Caduto l’impero ottomano, i giovani turchi che volevano instaurare la repubblica vanno alla conquista dell’Anatolia. Deporteranno a marce forzate tra un milione e ottocentomila e due milioni e mezzo di armeni, che vengono sterminati lungo la strada. Il genocidio inizia nella notte tra il 24 e il 25 aprile del 1915, una sorta di notte dei cristalli, quando a Costantinopoli iniziarono i rastrellamenti. In un mese oltre mille intellettuali vennero ammazzati. Con la complicità di Germania e Austria le bande di Atatürk, riusciranno a costruire col terrore in Anatolia la repubblica turca. L’allora ministro dell’Interno, Tallat Pascià, dirà: «Ci siamo liberati di tre quarti degli armeni… Dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi». Al genocidio che la Turchia ha sempre negato si è aggiunta la contesa del Nagorno Karabakh, un territorio caucasico, ricchissimo di petrolio e di gas naturale, che venne assegnato all’Azerbaijan dopo la caduta dell’Urss anche se era stato creato da Mosca l’oblast armeno proprio per garantire la popolazione che abita quella regione che è nella totalità armena. Cinque anni fa Baku mosse alla definitiva conquista. Quegli armeni sono prigionieri nella loro terra. Così oggi la Repubblica Armena occupa meno di un terzo di quello che fu l’antico regno, il primo Stato al mondo ad adottare la religione cristiana nel 301 per volere di Tiridate III, convertito e battezzato con la sua corte da Gregorio Illuminatore, fondatore della Chiesa apostolica armena che è una confessione ortodossa autocefala e del tutto peculiare. Questa fortissima identità ha attraversato i secoli, è rimasta viva anche sotto l’Unione sovietica e camminando le strade di Erevan, la capitale dove vive quasi metà della popolazione - gli armeni sono poco più di tre milioni in patria, ma ce ne sono almeno il doppio fuori dai confini nazionali costretti a una continua diaspora che fa sì che Usa, Francia e Italia abbiano le comunità più forti - si avverte una sorta di orgoglio mitigato da una innata propensione all’armonia. Non è un caso che Georges Ivanovič Gurdjieff, il maggior filosofo armeno della contemporaneità, sia il teorico della quarta via: una dimensione dello spirito che postula la totale fusione tra conoscenza, misticismo e corporalità. Gurdjieff operò un sincretismo tra i sufi, l’ebraismo, il cristianesimo per obbedire al richiamo della terra delle origini. Che oggi andrebbe riscoperta andando sull’Ararat, turchi permettendo, per cercare l’arca (innumerevoli sono stati i tentativi di individuarla), perdendosi tra gli altipiani di pietra. Tra quelle distese di roccia si vanno cercando i monasteri e le chiese millenarie: il monastero di Geghard che sbuca come fiore di pietra tra le rocce; Noravank, perla in un’ostrica di montagne; e poi Echmiadzin dove prega il «katholikos», il Papa degli armeni. Lì in un tabernacolo sono custoditi pezzi di legno: sono ciò che resta dell’arca. È il viatico lungo la via della seta. E leggendo Non ti scordar di me riecheggia l’incipit del Milione di Marco Polo: «V’à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di veduta e l’altre per udita, acciò che ‘l nostro libro sia sanza niuna menzogna». La bugia sul genocidio armeno dura da centodieci anni e non è più sopportabile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/genocidio-armeni-vaticano-2671892338.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-grande-male-collegato-con-la-shoah" data-post-id="2671892338" data-published-at="1746439754" data-use-pagination="False"> «Un “Grande Male” collegato con la Shoah» «Non ti scordar di me»: più che il titolo del suo libro (edito da Liberilibri di Macerata, 216 pagine, 17,10 euro), sembra un’invocazione di dolore. E invece, del genocidio armeno si sono dimenticati. Vittorio Robiati Bendaud, secondo lei perchè? «La memoria del Metz Yeghern (il Grande Male), come lo chiamano gli armeni, è, sin dai prodromi dell’opera genocidaria, ossia sin dall’epoca degli immani massacri perpetrati a fine Ottocento dal sultano Abdul Hamid II, sotto lo scacco del negazionismo. Un negazionismo da manuale, che perdura da più di un secolo, e che è tuttora “di Stato” in Turchia e in Azerbaijan, nazioni che anche oggi influenzano l’Occidente (e non solo) circa economia, diplomazia e intese geopolitiche, ben più della minoranza armena (o di altre minoranze, siano esse ebraiche, delle antiche cristianità di Oriente, o musulmane, come nel caso dei curdi, anche loro in questi anni traditi e abbandonati). Infine, la memoria del genocidio armeno subisce l’assalto, differentemente erosivo, di due forme di dimenticanza occidentale. La prima, la principale, erede plurisecolare del Concilio di Calcedonia (451 d. C.), è la generale rimozione da parte dei cristiani di Occidente del simbolico, delle forme di vita, della spiritualità e nondimeno della storia - inclusa quella di persecuzione e finanche di genocidio - dei cristiani di Oriente, dagli armeni ai copti, dagli etiopi agli assiri, sino ai siro-malabarici. La seconda è che la connivenza di gran parte dell’Occidente nell’opera genocidaria contro gli armeni costituisce, assieme alla Shoah, la grande abiura occidentale (rispetto alla Bibbia e alle riserve di senso ebraico-cristiane)». Si ha come il sospetto che i primi a beneficiare di questo oblio siano i vertici dell’Unione europea. Al di là delle ragioni storiche o storicizzate non c’è anche un fastidio attuale nel pronunciare la parola armeno? «La monumentalizzazione e l’universalizzazione della memoria di un genocidio, che è invece sempre specifica, può veicolare l’insidia della sua neutralizzazione, a detrimento del popolo che ha subito tale genocidio. È paradigmatico, a esempio, il rincretinimento della memoria della Shoah, laddove poi si accusano gli ebrei di genocidio, rivoltando ad hoc il ricordo della Shoah contro il popolo ebraico. Per quanto riguarda gli armeni, ove molti Stati commemorano sì la data-ricordo del 24 aprile oppure hanno eretto memoriali al Metz Yeghern, oppure - ancora -, come nel caso italiano, lo riconoscono ufficialmente nei Parlamenti, gli interessi economico-energetici-strategici in relazione a Turchia e Azerbaijan portano a una schizofrenia tra proclami e azioni, tra retoriche e politiche. Non sono né un irenista né un moralista: tutto ciò fa parte dei normali rapporti di forza e di interesse, talora vitale, tra Stati». Lei fa un paragone tra la strage degli armeni e la Shoah, anzi pare di capire che lei consideri il genocidio armeno una sorta di prova generale dell’orrore nazista. È così? «Gli studi di Dadrian, Ihrig e Akçam (quest’ultimo un eroico, meraviglioso, intellettuale turco contemporaneo, ora esule negli States) ci obbligano a mettere in correlazione Metz Yeghern e Shoah. Il ruolo della Germania e della sua Islampolitik, con le sue evoluzioni da Bismark a Hitler (passando, in Italia, per Mussolini) collega Metz Yeghern e Shoah, pur nella loro rispettiva irriducibilità. La biografia di molti aguzzini tedeschi, dal protogenocidio delle popolazioni nere africane di Nama e Herero al genocidio armeno, e da quest’ultimo alla Shoah, ci obbliga ad allacciare in un particolare unicum queste due memorie. L’antisemitismo, con il suo linguaggio plurale - e solo l’antisemitismo! -, permise al più colto Stato di Europa di far precipitare nell’immaginario culturale, politico e sociale occidentale l’armeno-cristiano in ebreo. C’era il topos classico dell’antiebraismo di matrice cristiana: 1) il complotto: l’armeno complotta e destabilizza i turchi come gli ebrei gli europei e, segnatamente, i tedeschi; 2) il mito del denaro (e della presunta “intelligenza”): l’armeno, infido, sugge la prosperità dei turchi come gli ebrei, perfidi, quella degli occidentali; 3) la devianza armena, dall’epoca di Calcedonia, sorella dell’erranza giudaica, bastante per farne dei “fossili”. C’era, ancora, l’antisemitismo razziale, laddove il “tipo armenoide”, a cui appartenevano gli ebrei, era però ancor più - e peggio! - esemplificato dall’armeno. Fu così che gli armeni divennero già nell’Ottocento in Europa dei “superebrei” (uberjuden) e gli ebrei, di lì a pochi decenni, divennero “sottouomini” (untermenschen)». La Chiesa di Roma perché poco o nulla ha fatto non solo per proteggere, ma per denunciare questo crimine? «È complicato. Anzitutto, ricordiamoci che parte del popolo armeno è di obbedienza cattolica. Ci fu anche un famoso cardinale armeno, Aghagianian. All’epoca del genocidio il dimenticato papa Benedetto XV, provò ad adoperarsi a favore degli armeni. In generale, però, specie in Germania e in Austria la simpatia delle Chiese occidentali andava ai turchi ottomani. Per cortocircuiti interni al pensiero cristiano fu più facile l’intesa con l’islam che con i cristiani di Oriente, lasciati soli. Per molti teologi protestanti tedeschi, un ecumene cristiano era impensato: gli armeni potevano essere massacrati e l’universalismo-imperialismo islamo-ottomano era in qualche modo legittimo ai loro occhi. In modo analogo, fu più facile venire a patti con nazismo e fascismo che difendere gli ebrei o, in tempi successivi, sedurre e farsi sedurre da panarabismo prima e panislamismo contemporaneo poi» <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/genocidio-armeni-vaticano-2671892338.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-ruolo-della-santa-sede-una-variabile-che-spostera-voti-nel-prossimo-conclave" data-post-id="2671892338" data-published-at="1746439754" data-use-pagination="False"> Il ruolo della Santa Sede. Una variabile che sposterà voti nel prossimo conclave La questione armena irrompe nel conclave. Può essere uno dei fattori decisivi per bloccare l’ascesa al soglio pontificio di Pietro Parolin e promuovere il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. Il segretario di Stato è il più autorevole degli allievi del cardinal Achille Silvestrini: quelli dell’Accademia di Villa Nazareth, dove ha studiato anche Giuseppe Conte, la culla del cattolicesimo progressista e che ha particolari rapporti con l’islam. È stato Parolin - ha condotto anche la Chiesa verso le intese con la Cina - a perfezionare il documento di Doha in cui Francesco in accordo col Gran Mufti sostenne che tutte le religioni sono uguali. Dell’Accademia di Villa Nazareth fa parte anche un altro cardinale rampante. In un libro che svelava i segreti di Curia lo chiamavano «lo Stambecco» per la sua capacità di «arrampicarsi». È il cardinal Claudio Gugerotti, veneto come Parolin. Lo tengono di riserva quelli della fazione pro islam, ma Gugerotti ha scatenato con l’Armenia un incidente diplomatico. Tre settimane fa all’Accademia Gregoriana gestita dai gesuiti ha promosso un incontro sulla religione in Azerbaijan. Alla conferenza hanno partecipato tutti gli esponenti islamici del Caucaso, ma non è stato invitato nessuno della Chiesa armena. La ragione la spiega il Patriarcato armeno: «Non si è minimamente affrontato il tema dei 120.000 armeni reclusi in Naghorno Karabakh». «Lo stambecco» fonda sull’apertura a questi Paesi la sua candidatura sotterranea a Pontefice. Dice Vittorio Robiati Bendaud: «La svolta dei rapporti calorosamente riallacciati con gli armeni c’è stata con Giovanni Paolo II. Il pontificato di Francesco è stato, a mio avviso, anche in questo, profondamente dicotomico. Da un lato, ha usato l’espressione “genocidio armeno”, facendo infuriare Erdogan che ritirò l’ambasciatore, e ha dichiarato Dottore della Chiesa Gregorio di Narek, un santo mistico e teologo armeno, successivo - è rilevante - alla spaccatura consumatasi attorno al VI secolo al concilio di Calcedonia. D’altro canto, durante il recentissimo cruento assalto azero (e turco) al Nagorno-Karabakh armeno, la Segreteria di Stato è stata quasi inerme; il defunto Pontefice ha insignito la moglie del presidente azero della massima onorificenza vaticana. Per non dire del silenzio della Santa Sede sulla distruzione delle vestigia artistico-religiose armene - l’etnocidio che prolunga il genocidio -, laddove però cospicui fondi azeri finanziavano restauri vaticani e di catacombe romane. Il segno definitivo lo ha dato il cardinale Gugerotti, prefetto per le Chiese Orientali, col “convegno” azero all’Università Gregoriana». Così l’Armenia si inserisce nel conclave. Proprio questo imbarazzo verso l’islam che in Azerbaijan e Turchia sta prendendo sempre più potere potrebbe portare in alto la candidatura del solo cardinale che può invertire la rotta. Si tratta di Pierbattista Pizzaballa, nunzio apostolico a Gerusalemme, il solo della nouvelle vague che abbia studiato l’ebraico invece dell’arabo. È lombardo, nato a Cologno al Serio, giovane, ed è il primo patriarca latino di Gerusalemme nel Collegio cardinalizio in epoca moderna. Se diventasse papa per la piccola Armenia sarebbe una speranza, ma soprattutto la Chiesa guarderebbe di nuovo all’origine.
Nei sei capoluoghi di provincia andati alle urne per rinnovare i sindaci (gli elettori chiamati al voto erano circa un milione, l’affluenza è stata del 52%, in calo di oltre 8 punti, e si è votato anche in Sardegna per il primo turno) la spallata immaginata da Schlein-Conte non c’è stata. Il centrodestra si è tenuto Arezzo, dove il Pd aveva schierato un pezzo da novanta come Vincenzo Ceccarelli, asfaltato al secondo turno da Marcello Comanducci (il candidato di Fdi, Lega e Forza Italia conferma il Comune al centrodestra con il 55,75% dei voti contro il 44,25 del campo largissimo) e Macerata, dove viene confermato Sandro Parcaroli, sostenuto da Matteo Salvini, con un ampio margine sullo sfidante proposto dal Pd e appoggiato da tutto il campo largo. Parcaroli ha raccolto il 54,30% dei consensi contro il 45,70% di Giancarlo Tittarelli. Queste due città erano la linea Maginot del centrodestra e hanno ampiamente resistito. Il che fa dire a Giorgia Meloni sui social: «I risultati confermano ancora una volta la forza del centrodestra, la solidità della coalizione e il suo radicamento nei territori; avanti così, con serietà e concretezza». Il presidente del Consiglio aggiunge: «Complimenti e auguri di buon lavoro a tutti i sindaci eletti nei ballottaggi, di ogni schieramento». Auguri dunque anche a Giovanni Legnini, uno dei cacicchi del Pd (è stato sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Enrico Letta, deputato e senatore prima del Pci e poi del Pd, vicepresidente del Csm ai tempi di Luca Palamara) che, con il 52,27%, ha mantenuto al centrosinistra il Comune di Chieti, battendo Cristiano Sicari (47,73%) del centrodestra, che però è arrivato a questa consultazione diviso e non ha approfittato del fatto che il Comune della città abruzzese, amministrato dal Pd, è in dissesto finanziario.
Tutto come previsto anche a Trani, che resta al centrosinistra - non al campo largo perché qui i pentastellati avevano fatto da soli al primo turno e non hanno dato indicazioni di voto al ballottaggio - con Marco Galliano che vince, per dirla con gergo calcistico, di corto muso con il 51,14% contro il candidato del centrodestra Angelo Guarriello che si è fermato al 48,86%.
C’è stato invece un cambio della guardia tanto ad Agrigento quanto a Lecco. La città dei templi era governata dal centrodestra, con Franco Micciché, che però, in rottura prolungata con i partiti, non si è ripresentato. La spaccatura non ha certo giovato, perché Gerlando Alonge non ha ricevuto dagli altri di centrodestra nessun appoggio e nonostante avesse chiuso il primo turno in testa tra i candidati di destra col 34,79% dei voti, al ballottaggio è naufragato. Ha raccolto appena il 27,7% delle preferenze, sonoramente battuto da Michele Sodano, che diventa sindaco col 72,3% dei voti e il sostegno di un campo largissimo. Peraltro Sodano aveva sfiorato l’elezione al primo turno - in Sicilia basta il 40% più un voto per evitare il ballottaggio - perché si era fermato al 39,13%. Ribaltone invece a Lecco e dunque gol del pareggio del centrodestra, con Filippo Boscagli che era in testa anche nel primo turno e ha sonoramente sconfitto il sindaco uscente del Pd, Mauro Gattinoni. Il candidato dem ha raccolto al ballottaggio il 47,96% delle preferenze, ma Boscagli ora indossa la fascia tricolore con il 52,04% delle preferenze. Assai consolatoria per il centrodestra è la vittoria anche a Vigevano, dove ha debuttato la lista di Roberto Vannacci. Diventa sindaco Paolo Previde Massara, candidato targato Forza Italia. Ed è un motivo di soddisfazione in più per il vicepremier Antonio Tajani, che commentando sui social nota: «Da Lecco ad Arezzo, da Macerata a Pompei, da Viareggio a San Giovanni Rotondo, da Vignola a Cava de’ Tirreni, da Comacchio a Sorrento, da Vigevano a Genzano: i dati confermano quelli del primo turno. Il centrodestra vince moltissimi ballottaggi e si conferma la coalizione protagonista. Buon lavoro a tutti i sindaci eletti. Ora tutti al lavoro per aumentare consenso dove non abbiamo ancora raggiunto l’obiettivo, per vincere le elezioni politiche e impedire che la sinistra metta le mani nelle tasche degli italiani: né patrimoniale, né tassa di successione». In effettic facendo i conti come li ha fatti Youtrend, questo turno amministrativo finisce in pareggio: su 18 capoluoghi il Centrosinistra passa da 8 a 10 eletti e il Centrodestra da 5 a 6 e l’area dei sindaci senza partito si riduce da 5 a 2.
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Il senatore Marco Lisei, presidente Commissione Covid (Ansa)
L’esponente di Fratelli d’Italia è finito nel mirino dell’opposizione per aver consentito che alcuni testimoni venissero interrogati negli uffici del commissariato di polizia. Capita spesso che le Procure incarichino gli ufficiali di pubblica sicurezza di sentire delle persone informate sui fatti, cioè a conoscenza di possibili reati. Gli interrogatori, infatti, non sono condotti sempre dai pubblici ministeri. Dunque, nel caso di una Commissione d’inchiesta che ha poteri investigativi, e di fronte alla quale le persone sentite sono tenute a dire il vero, gli interrogatori pare siano stati fatti non da parlamentari ma da funzionari di polizia. E allora? È evidente che chi non ha nulla da nascondere non dovrebbe avere problemi a rispondere a un onorevole o a un poliziotto. Inoltre, quella che ora protesta e minaccia un mini Aventino non è la stessa parte politica che in passato, con Silvio Berlusconi al governo, sfilava al grido di «intercettateci tutti», per mostrare di essere candidi come la neve? E come si è passati dall’idea di essere immacolati e pronti a confrontarsi con chiunque, fosse anche un maresciallo in ascolto delle telefonate personali, a non interrogateci proprio?
In effetti, la posizione politica di una sinistra che un tempo era per difendersi nel processo e non dal processo pare molto contraddittoria. Invece di affrontare con trasparenza gli accertamenti della commissione d’inchiesta sui costi e gli affidamenti durante il Covid, le prova tutte per impedire che proseguano i lavori dell’organismo. L’opposizione parla di plotone d’esecuzione contro la sinistra. In realtà, i lavori della commissione stanno mettendo in luce una serie di stranezze che, considerato l’ammontare delle somme spese senza molta rendicontazione durante quel periodo, generano molti interrogativi.
Non ci sono solo i banchi a rotelle, la cui adozione per combattere il virus fece sghignazzare mezzo mondo, e nemmeno le forniture di mascherine fallate o, come abbiamo scoperto di recente, i tamponi non certificati a rilevare il contagio da Covid. Ci sono anche pagamenti erogati per prestazioni professionali molto dubbie. Lo ha rilevato un testimone, il quale di fronte alla commissione ha parlato di un bonifico di diverse centinaia di migliaia di euro, versate sul conto di un avvocato, collega dello studio dell’ex premier Giuseppe Conte. I commissari hanno incalzato il teste per conoscere la motivazione del pagamento. E questi avrebbe spiegato che la consulenza prestata dal professionista sarebbe stata saldata per prestazioni marginali, come ad esempio il controllo dei documenti e la preparazione di una lettera per sollecitare il saldo di una fattura. Insomma, un servizio a dir poco caro, perché tra controllo e sollecito sarebbero stati spesi 454.000 euro. Eppure, tale somma è stata pagata senza batter ciglio. Perché? Sono domande alle quali la commissione parlamentare vorrebbe dare una risposta. Ma forse, più che dei poliziotti incaricati di porre quesiti, a sinistra hanno paura proprio di questo, di essere chiamati a rispondere dei molti lati oscuri di una stagione in cui, con la scusa dell’emergenza, tutto fu consentito e, soprattutto, moltissimo si è speso.
Infatti, guarda caso, dopo aver protestato per gli interrogatori affidati agli agenti fuori dalle mura del Parlamento, l’opposizione chiede lo scioglimento dell’organismo d’inchiesta. In pratica, su una vicenda che ha visto decine di migliaia di morti e per cui si sono spesi decine di miliardi, i compagni vorrebbero far calare il sipario.
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Il direttore del «Fatto quotidiano» Marco Travaglio. Nel riquadro l'imprenditore Giuseppe Cipriani (Imagoeconomica)
Il punto emerge dall’atto di citazione depositato il 5 giugno davanti alla Southern District Court di New York da Cipriani Usa, contro Società Editoriale Il Fatto S.p.A. e Rai - Radiotelevisione Italiana S.p.A (e Report). Secondo l’atto, Torres starebbe valutando un’azione legale contro il Fatto per essere stata citata in modo inesatto o fuori contesto. Del resto, il documento notarile firmato a Maldonado il 29 maggio davanti al notaio Andrés Fernando García Sención rende il passaggio ancora più rilevante. Torres si presenta con un avvocato e chiede di mettere a verbale una dichiarazione destinata a essere eventualmente prodotta davanti a soggetti pubblici o privati. Dice di aver riflettuto sulla portata delle sue dichiarazioni rilasciate a media nazionali ed esteri e di voler «puntualizzare in modo definitivo» alcuni punti.
Il primo riguarda Nicole Minetti. Torres dichiara che, durante tutto il periodo in cui ha lavorato al Gin Tonic, non ha mai assistito né le consta con certezza che Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione finalizzata a cercare, reclutare, assumere, indurre o invitare prostitute in alcun luogo. Aggiunge che, da quando Minetti e Cipriani hanno adottato il figlio, l’attenzione di lei sarebbe stata rivolta soprattutto alla cura e all’educazione del bambino.
Il secondo riguarda Giuseppe Cipriani. La situazione definita come molestia, precisa Torres, sarebbe stata una vicenda di «molestia lavorativa», chiusa con un accordo transattivo tra le parti. È un dettaglio che si incrocia con l’atto americano: secondo Cipriani Usa, dopo la fine del rapporto con la residenza Gin Tonic, Torres aveva chiesto circa 60.000 dollari per salari e benefici non pagati, ma la controversia si sarebbe chiusa con 6.000 dollari. In quella vertenza, sostiene la società, non compariva alcun riferimento a festini, droga, sesso o prostituzione.
Poi c’è il capitolo mediatico. Torres scrive di non essere abituata all’esposizione pubblica né a rilasciare dichiarazioni davanti a telecamere o registratori. Per questo, afferma, alcune sue dichiarazioni sarebbero state estrapolate dal contesto. Sostiene inoltre che il suo nome sia stato reso pubblico senza autorizzazione, causandole un danno enorme nella vita lavorativa e nella privacy. Dice di aver negato in modo espresso l’autorizzazione all’uso e alla pubblicazione del proprio nome e aggiunge che alcune sue affermazioni sarebbero state travisate.
La donna si impegna anche a non rilasciare altre interviste a media nazionali o esteri su questa vicenda, con l’obiettivo di recuperare tranquillità familiare, proteggere i figli e cercare un nuovo percorso lavorativo. Allo stesso tempo dichiara piena disponibilità a comparire davanti alle sedi istituzionali o giudiziarie che dovessero formalmente richiederlo, per chiarire eventuali dubbi o fatti che, a causa della sua inesperienza con i media, possano aver causato un danno ingiustificato a terzi o alle istituzioni: insomma è disposta difendere gli stessi Cipriani e Minetti.
È qui che il racconto del Fatto potrebbe diventare più esposto a richieste di risarcimenti. Del resto, l’atto depositato a New York contesta anche il modo in cui la donna sarebbe stata presentata. Secondo Cipriani, il Fatto l’avrebbe descritta come una persona legata da oltre 20 anni alla tenuta. I registri di lavoro citati nella causa indicherebbero invece tre soli periodi: dal 27 luglio al 1° agosto 2024, dal 22 al 27 agosto 2024 e dall’8 ottobre 2024 al 3 febbraio 2025. In tutto, circa quattro mesi, non 20 anni. Su questo si innesta il blocco delle testimonianze. L’atto di citazione sostiene che otto dichiarazioni giurate di attuali ed ex dipendenti della residenza di Punta del Este abbiano smentito le accuse della massaggiatrice (poi trasmesse alla Procura generale di Milano).
Va ricordato che il caso non arriva a New York come una semplice lite reputazionale. L’attore è Cipriani Usa, Inc., società newyorchese, e la causa non è impostata come diffamazione. I titoli invocati sono interferenza illecita con relazioni economiche. In sostanza: non solo «ci avete offeso», ma «avete danneggiato il nostro business». Il danno viene legato soprattutto a un finanziamento da 50 milioni di dollari. Secondo l’atto, il 14 maggio 2026 un finanziatore, indicato come Lender A, avrebbe sospeso il closing finché Cipriani Usa non avesse chiarito le accuse su Epstein, corruzione, Uruguay e integrità commerciale. La società sostiene di avere già sostenuto oltre 1 milione di dollari in spese legali, investigative e professionali, e indica circa 50 milioni di dollari di costi collegati al ritardo dell’operazione. La richiesta complessiva arriva ad almeno 250 milioni di dollari, oltre a danni punitivi e misure di rimozione, correzione o deindicizzazione dei contenuti giudicati falsi. I convenuti sono il Fatto Quotidiano e la Rai per Report. È sempre Cartabianca compare solo nella ricostruzione dei fatti, soprattutto per il caso Nordio, ma non è parte convenuta in questo atto americano. Ma la trasmissione di Mediaset compare nella citazione di richiesta di danni depositata ieri a Roma dagli avvocati Emanuele Fisicaro, Paolo Siniscalchi e Antonella Calcaterra. In questo caso la richiesta è di 5 milioni per il Fatto, mentre di 1,5 milioni di euro a testa per Rai e Fininvest. Le narrazioni contestate sono quattro: Epstein, Nordio, festini e adozione. Su Epstein, Cipriani sostiene che ci furono solo bozze per un’operazione mai chiusa: nessun bonifico da 800.000 sterline, nessun accordo, nessuna partnership. Sul ministro Nordio, l’atto richiama la smentita in diretta del ministro e il successivo rilancio del tema da parte di Report.
Sull’adozione, la causa ricostruisce una procedura seguita da Inau e tribunale di Maldonado, con cure negli Stati Uniti nel 2021 e adozione definitiva nel 2023. C’è poi il richiamo al comunicato della Procura generale di Milano, firmato da Francesca Nanni, secondo cui le notizie di stampa «non corrispondono al vero», e la conferma della grazia da parte del Quirinale.
Infine, le diffide: secondo l’atto, i legali di Cipriani avvertirono Fatto e Report il 2 maggio. Nonostante questo, sostiene la causa, Report andò in onda e il Fatto continuò a pubblicare. Da qui la richiesta di danni punitivi e di un processo con giuria. C’è infine un dettaglio di mercato: il Fatto è una società quotata. Se il contenzioso americano sarà ritenuto rilevante per valore o ricadute, dovrà essere comunicato agli investitori.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Furio Suvilla, l’avvocato appoggiato dal fondatore di Futuro nazionale, al primo turno era arrivato addirittura al 14,21%, staccando di cinque punti la Lega. Ma in vista del ballottaggio, l’uomo di Vannacci si era rifiutato di far confluire le proprie preferenze sull’azzurro: «Non appoggeremo», aveva detto, «chi si definisce di centrodestra ma poi ha paura di prendere posizioni ufficiali sui temi più importanti che riguardano la nostra città». Era quasi un invito a premiare Rossella Buratti, candidata del campo largo, testa di serie allo «spareggio» di questo fine settimana, grazie alle tensioni nello schieramento avversario. La «destra destra» esortava a «recarsi alle urne votando scheda bianca o annullando».
Al contrario di Suvilla, Fdi e Carroccio, che al primo turno si erano divisi da Forza Italia, lanciando, insieme a Noi moderati, Riccardo Ghia (terzo, con il 21,45% dei suffragi, alle spalle di Massara Previde, che aveva preso il 24,38%), hanno lasciato ai loro elettori libertà di coscienza. E costoro, in maggioranza, hanno deciso che era il caso di consegnare le chiavi della città all’uomo indicato dai forzisti per subentrare ad Andrea Ceffa, leghista, travolto da un’accusa di corruzione per cui è a processo.
Al di là del dato locale - il centrodestra tiene Vigevano da 26 anni - dal Pavese arriva una lezione di respiro nazionale, in prospettiva politiche 2027. Ieri, Laura Ravetto, esponente di Fn, ha aperto all’idea di un’alleanza con il centrodestra: «Non si capisce perché bisognerebbe dividersi per consegnare il Paese alla sinistra». A Vigevano, alla lista vannacciana non è riuscito di guastare la festa; ma a Trecate (Novara), il candidato del centrodestra, Roberto Minera, è rimasto indietro di cinque punti rispetto a Raffaele Sacco, di Pd e 5 stelle, proprio per il mancato apparentamento con Rosa Criscuolo, di Futuro nazionale. È, in piccolo, ciò che potrebbe accadere in grande tra un anno.
Vanacci non ha escluso un’intesa con l’attuale maggioranza, dove invece si registrano le logiche chiusure della Lega e i malumori di Fi, con tanto di scambi di battute a distanza tra il generale e Marina Berlusconi, oltre alla freddezza di Giorgia Meloni. Vannacci guarda ai sondaggi, che lo danno oltre il 4%, e alza il tiro: vuole che la coalizione si adegui alle sue «linee rosse». Nel fenomeno Fn quale ago della bilancia si profila un duplice rischio: far perdere il centrodestra, oppure condizionarlo. E imporgli il fardello di un kingmaker «impresentabile». In entrambi i casi, sarebbe un regalo alla sinistra.
È comprensibile che Vannacci cerchi il proprio posto al sole. Ma è tempo che decida cosa vuol fare da grande. Altrimenti, la sua sarà la tipica ascesa del gatekeeper: più che alla destra, servirà agli avversari. Roba da militari, no? Divide et impera...
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