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2025-05-05
La memoria tradita dell’Armenia e del genocidio che aprì il Novecento
Il genocidio degli Armeni iniziato il 24 aprile 1915 (Getty Images)
«D’altri diluvi una colomba ascolto». Viene incontro il verso di Giuseppe Ungaretti, quasi un’invocazione di fronte alla maestà muta dell’Ararat perennemente innevato. Sono le vette dell’origine e qui s’avverte l’arca mentre un bicchiere di rosso Areni accompagna una fetta di Motal, formaggio antico come il vino maturato nelle anfore mescolando latte di capra e erbe selvatiche dei monti biblici, adagiata sull’azzimo lavash parente del pane carasau a nutrire l’ungarettiano «sentimento del tempo». Sono i primordi del nostro mangiare: tutto principia in Armenia e tutto purtroppo scema nell’oblio. Nella grotta di Areni c’è una cantina che ha seimila anni e ancor oggi si fanno vini preziosi, la loro cagliata è sostentamento di una transumanza remotissima e quel pane azzimo era cotto in otri datati cento secoli. Questa è l’Armenia che al tramonto diventa d’oro: fatta di pietre avanzate al Creatore che le ha disperse ai piedi del monte della Genesi.
Eppure della culla della nostra identità siamo dimentichi. C’è bisogno d’un’altra colomba per arginare i nostri diluvi che hanno travolto l’Occidente. Serve il libro di un giovane raffinatissimo studioso ebreo, Vittorio Robiati Bendaud, per raccontare ai cristiani la colpa dell’ignavia di fronte al genocidio armeno. L’ha intitolato Non ti scordar di me (216 pagine, 17,10 euro) come la leggenda dell’amante abbandonato al fiume che si fa fiore. Lo ha prodotto la Liberilibri di Macerata, unico editore di militanza liberale in Italia, dove Vittorio traccia la storia di questo tragico innesco del secolo breve. È stato il primo assistente del rabbino Giuseppe Vittorio Laras, l’uomo del dialogo col cardinale di Milano Carlo Maria Martini quando l’intesa tra cattolici ed ebrei ha raggiunto il culmine. Erano i tempi in cui Giovanni Paolo II entrando in sinagoga a Roma rese grazie «ai nostri fratelli maggiori». Sapendo che la comune origine sta nel libro dei libri, la Bibbia, Robiati Bendaud - come sottolinea nell’intervista qui a fianco - ha voluto squarciare il velo d’ipocrisia e di silenzio sul genocidio armeno, persuaso che lo sterminio perpetuato dai turchi sia stato prodromico alla Shoah. Un argomento tabù per la Turchia che lo nega ed anzi nel codice penale fa diventare reato il solo evocarlo, un argomento intoccabile quando si deve comprare il gas dall’Azerbaijan per sopperire a quello di Vladimir Putin, ora nemico giurato dell’Europa che però nessun conto chiede né a Tayyp Recep Erdogan, né alla «dinastia» degli Aliyev che da 40 anni governa a Baku e che stringe in una morsa gli armeni del Nagorno Karabakh.
Gli armeni guardano l’Ararat come un miraggio: è la loro e la nostra montagna sacra, è la montagna biblica ora, come avrebbero detto i padri della Chiesa, «in partibus infidelium». Sta oltre il confine turco, là dove si prega Allah. Il 24 aprile, giorno della memoria degli armeni, nessuna celebrazione c’è stata in Occidente se non nel Parlamento italiano. Perché gli armeni sono nostri fratelli maggiori anch’essi.
San Lazzaro degli Armeni è l’isola della laguna di Venezia dove spira il vento ieratico dell’origine, dove spuntano nuove radici di cultura. Lo racconta Antonia Arslan - padovana diventata famosissima con la sua Masseria delle Allodole, lessico familiare del genocidio - che sussurra: «La mia famiglia viene dall’Ararat, io sono italianissima, ma appena senti il profumo del mio popolo non puoi che farti armeno». Con questo spirito ha portato avanti una sorta di «evangelizzazione» rispetto allo sterminio, testimone che oggi raccoglie Vittorio Robiati Bendaud.
La persecuzione comincia alla fine dell’Ottocento col sultano Abdul Hamid II che dà vita a una campagna di denigrazione etnica in tutto simile a quella che Adolf Hitler condurrà contro gli ebrei. Caduto l’impero ottomano, i giovani turchi che volevano instaurare la repubblica vanno alla conquista dell’Anatolia. Deporteranno a marce forzate tra un milione e ottocentomila e due milioni e mezzo di armeni, che vengono sterminati lungo la strada. Il genocidio inizia nella notte tra il 24 e il 25 aprile del 1915, una sorta di notte dei cristalli, quando a Costantinopoli iniziarono i rastrellamenti. In un mese oltre mille intellettuali vennero ammazzati. Con la complicità di Germania e Austria le bande di Atatürk, riusciranno a costruire col terrore in Anatolia la repubblica turca. L’allora ministro dell’Interno, Tallat Pascià, dirà: «Ci siamo liberati di tre quarti degli armeni… Dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi».
Al genocidio che la Turchia ha sempre negato si è aggiunta la contesa del Nagorno Karabakh, un territorio caucasico, ricchissimo di petrolio e di gas naturale, che venne assegnato all’Azerbaijan dopo la caduta dell’Urss anche se era stato creato da Mosca l’oblast armeno proprio per garantire la popolazione che abita quella regione che è nella totalità armena. Cinque anni fa Baku mosse alla definitiva conquista. Quegli armeni sono prigionieri nella loro terra. Così oggi la Repubblica Armena occupa meno di un terzo di quello che fu l’antico regno, il primo Stato al mondo ad adottare la religione cristiana nel 301 per volere di Tiridate III, convertito e battezzato con la sua corte da Gregorio Illuminatore, fondatore della Chiesa apostolica armena che è una confessione ortodossa autocefala e del tutto peculiare.
Questa fortissima identità ha attraversato i secoli, è rimasta viva anche sotto l’Unione sovietica e camminando le strade di Erevan, la capitale dove vive quasi metà della popolazione - gli armeni sono poco più di tre milioni in patria, ma ce ne sono almeno il doppio fuori dai confini nazionali costretti a una continua diaspora che fa sì che Usa, Francia e Italia abbiano le comunità più forti - si avverte una sorta di orgoglio mitigato da una innata propensione all’armonia. Non è un caso che Georges Ivanovič Gurdjieff, il maggior filosofo armeno della contemporaneità, sia il teorico della quarta via: una dimensione dello spirito che postula la totale fusione tra conoscenza, misticismo e corporalità. Gurdjieff operò un sincretismo tra i sufi, l’ebraismo, il cristianesimo per obbedire al richiamo della terra delle origini. Che oggi andrebbe riscoperta andando sull’Ararat, turchi permettendo, per cercare l’arca (innumerevoli sono stati i tentativi di individuarla), perdendosi tra gli altipiani di pietra. Tra quelle distese di roccia si vanno cercando i monasteri e le chiese millenarie: il monastero di Geghard che sbuca come fiore di pietra tra le rocce; Noravank, perla in un’ostrica di montagne; e poi Echmiadzin dove prega il «katholikos», il Papa degli armeni. Lì in un tabernacolo sono custoditi pezzi di legno: sono ciò che resta dell’arca. È il viatico lungo la via della seta. E leggendo Non ti scordar di me riecheggia l’incipit del Milione di Marco Polo: «V’à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di veduta e l’altre per udita, acciò che ‘l nostro libro sia sanza niuna menzogna». La bugia sul genocidio armeno dura da centodieci anni e non è più sopportabile.
«Un “Grande Male” collegato con la Shoah»
«Non ti scordar di me»: più che il titolo del suo libro (edito da Liberilibri di Macerata, 216 pagine, 17,10 euro), sembra un’invocazione di dolore. E invece, del genocidio armeno si sono dimenticati. Vittorio Robiati Bendaud, secondo lei perchè?
«La memoria del Metz Yeghern (il Grande Male), come lo chiamano gli armeni, è, sin dai prodromi dell’opera genocidaria, ossia sin dall’epoca degli immani massacri perpetrati a fine Ottocento dal sultano Abdul Hamid II, sotto lo scacco del negazionismo. Un negazionismo da manuale, che perdura da più di un secolo, e che è tuttora “di Stato” in Turchia e in Azerbaijan, nazioni che anche oggi influenzano l’Occidente (e non solo) circa economia, diplomazia e intese geopolitiche, ben più della minoranza armena (o di altre minoranze, siano esse ebraiche, delle antiche cristianità di Oriente, o musulmane, come nel caso dei curdi, anche loro in questi anni traditi e abbandonati). Infine, la memoria del genocidio armeno subisce l’assalto, differentemente erosivo, di due forme di dimenticanza occidentale. La prima, la principale, erede plurisecolare del Concilio di Calcedonia (451 d. C.), è la generale rimozione da parte dei cristiani di Occidente del simbolico, delle forme di vita, della spiritualità e nondimeno della storia - inclusa quella di persecuzione e finanche di genocidio - dei cristiani di Oriente, dagli armeni ai copti, dagli etiopi agli assiri, sino ai siro-malabarici. La seconda è che la connivenza di gran parte dell’Occidente nell’opera genocidaria contro gli armeni costituisce, assieme alla Shoah, la grande abiura occidentale (rispetto alla Bibbia e alle riserve di senso ebraico-cristiane)».
Si ha come il sospetto che i primi a beneficiare di questo oblio siano i vertici dell’Unione europea. Al di là delle ragioni storiche o storicizzate non c’è anche un fastidio attuale nel pronunciare la parola armeno?
«La monumentalizzazione e l’universalizzazione della memoria di un genocidio, che è invece sempre specifica, può veicolare l’insidia della sua neutralizzazione, a detrimento del popolo che ha subito tale genocidio. È paradigmatico, a esempio, il rincretinimento della memoria della Shoah, laddove poi si accusano gli ebrei di genocidio, rivoltando ad hoc il ricordo della Shoah contro il popolo ebraico. Per quanto riguarda gli armeni, ove molti Stati commemorano sì la data-ricordo del 24 aprile oppure hanno eretto memoriali al Metz Yeghern, oppure - ancora -, come nel caso italiano, lo riconoscono ufficialmente nei Parlamenti, gli interessi economico-energetici-strategici in relazione a Turchia e Azerbaijan portano a una schizofrenia tra proclami e azioni, tra retoriche e politiche. Non sono né un irenista né un moralista: tutto ciò fa parte dei normali rapporti di forza e di interesse, talora vitale, tra Stati».
Lei fa un paragone tra la strage degli armeni e la Shoah, anzi pare di capire che lei consideri il genocidio armeno una sorta di prova generale dell’orrore nazista. È così?
«Gli studi di Dadrian, Ihrig e Akçam (quest’ultimo un eroico, meraviglioso, intellettuale turco contemporaneo, ora esule negli States) ci obbligano a mettere in correlazione Metz Yeghern e Shoah. Il ruolo della Germania e della sua Islampolitik, con le sue evoluzioni da Bismark a Hitler (passando, in Italia, per Mussolini) collega Metz Yeghern e Shoah, pur nella loro rispettiva irriducibilità. La biografia di molti aguzzini tedeschi, dal protogenocidio delle popolazioni nere africane di Nama e Herero al genocidio armeno, e da quest’ultimo alla Shoah, ci obbliga ad allacciare in un particolare unicum queste due memorie. L’antisemitismo, con il suo linguaggio plurale - e solo l’antisemitismo! -, permise al più colto Stato di Europa di far precipitare nell’immaginario culturale, politico e sociale occidentale l’armeno-cristiano in ebreo. C’era il topos classico dell’antiebraismo di matrice cristiana: 1) il complotto: l’armeno complotta e destabilizza i turchi come gli ebrei gli europei e, segnatamente, i tedeschi; 2) il mito del denaro (e della presunta “intelligenza”): l’armeno, infido, sugge la prosperità dei turchi come gli ebrei, perfidi, quella degli occidentali; 3) la devianza armena, dall’epoca di Calcedonia, sorella dell’erranza giudaica, bastante per farne dei “fossili”. C’era, ancora, l’antisemitismo razziale, laddove il “tipo armenoide”, a cui appartenevano gli ebrei, era però ancor più - e peggio! - esemplificato dall’armeno. Fu così che gli armeni divennero già nell’Ottocento in Europa dei “superebrei” (uberjuden) e gli ebrei, di lì a pochi decenni, divennero “sottouomini” (untermenschen)».
La Chiesa di Roma perché poco o nulla ha fatto non solo per proteggere, ma per denunciare questo crimine?
«È complicato. Anzitutto, ricordiamoci che parte del popolo armeno è di obbedienza cattolica. Ci fu anche un famoso cardinale armeno, Aghagianian. All’epoca del genocidio il dimenticato papa Benedetto XV, provò ad adoperarsi a favore degli armeni. In generale, però, specie in Germania e in Austria la simpatia delle Chiese occidentali andava ai turchi ottomani. Per cortocircuiti interni al pensiero cristiano fu più facile l’intesa con l’islam che con i cristiani di Oriente, lasciati soli. Per molti teologi protestanti tedeschi, un ecumene cristiano era impensato: gli armeni potevano essere massacrati e l’universalismo-imperialismo islamo-ottomano era in qualche modo legittimo ai loro occhi. In modo analogo, fu più facile venire a patti con nazismo e fascismo che difendere gli ebrei o, in tempi successivi, sedurre e farsi sedurre da panarabismo prima e panislamismo contemporaneo poi»
Il ruolo della Santa Sede. Una variabile che sposterà voti nel prossimo conclave
La questione armena irrompe nel conclave. Può essere uno dei fattori decisivi per bloccare l’ascesa al soglio pontificio di Pietro Parolin e promuovere il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. Il segretario di Stato è il più autorevole degli allievi del cardinal Achille Silvestrini: quelli dell’Accademia di Villa Nazareth, dove ha studiato anche Giuseppe Conte, la culla del cattolicesimo progressista e che ha particolari rapporti con l’islam. È stato Parolin - ha condotto anche la Chiesa verso le intese con la Cina - a perfezionare il documento di Doha in cui Francesco in accordo col Gran Mufti sostenne che tutte le religioni sono uguali.
Dell’Accademia di Villa Nazareth fa parte anche un altro cardinale rampante. In un libro che svelava i segreti di Curia lo chiamavano «lo Stambecco» per la sua capacità di «arrampicarsi». È il cardinal Claudio Gugerotti, veneto come Parolin. Lo tengono di riserva quelli della fazione pro islam, ma Gugerotti ha scatenato con l’Armenia un incidente diplomatico. Tre settimane fa all’Accademia Gregoriana gestita dai gesuiti ha promosso un incontro sulla religione in Azerbaijan. Alla conferenza hanno partecipato tutti gli esponenti islamici del Caucaso, ma non è stato invitato nessuno della Chiesa armena. La ragione la spiega il Patriarcato armeno: «Non si è minimamente affrontato il tema dei 120.000 armeni reclusi in Naghorno Karabakh». «Lo stambecco» fonda sull’apertura a questi Paesi la sua candidatura sotterranea a Pontefice. Dice Vittorio Robiati Bendaud: «La svolta dei rapporti calorosamente riallacciati con gli armeni c’è stata con Giovanni Paolo II. Il pontificato di Francesco è stato, a mio avviso, anche in questo, profondamente dicotomico. Da un lato, ha usato l’espressione “genocidio armeno”, facendo infuriare Erdogan che ritirò l’ambasciatore, e ha dichiarato Dottore della Chiesa Gregorio di Narek, un santo mistico e teologo armeno, successivo - è rilevante - alla spaccatura consumatasi attorno al VI secolo al concilio di Calcedonia. D’altro canto, durante il recentissimo cruento assalto azero (e turco) al Nagorno-Karabakh armeno, la Segreteria di Stato è stata quasi inerme; il defunto Pontefice ha insignito la moglie del presidente azero della massima onorificenza vaticana. Per non dire del silenzio della Santa Sede sulla distruzione delle vestigia artistico-religiose armene - l’etnocidio che prolunga il genocidio -, laddove però cospicui fondi azeri finanziavano restauri vaticani e di catacombe romane. Il segno definitivo lo ha dato il cardinale Gugerotti, prefetto per le Chiese Orientali, col “convegno” azero all’Università Gregoriana».
Così l’Armenia si inserisce nel conclave. Proprio questo imbarazzo verso l’islam che in Azerbaijan e Turchia sta prendendo sempre più potere potrebbe portare in alto la candidatura del solo cardinale che può invertire la rotta. Si tratta di Pierbattista Pizzaballa, nunzio apostolico a Gerusalemme, il solo della nouvelle vague che abbia studiato l’ebraico invece dell’arabo. È lombardo, nato a Cologno al Serio, giovane, ed è il primo patriarca latino di Gerusalemme nel Collegio cardinalizio in epoca moderna. Se diventasse papa per la piccola Armenia sarebbe una speranza, ma soprattutto la Chiesa guarderebbe di nuovo all’origine.
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La coscienza occidentale ha rimosso la strage del 1915. Eppure con quei perseguitati l’Italia ha un rapporto speciale, tra fede e cultura. E secondo la Bibbia l’intera umanità affonda le sue radici sulla cima dell’Ararat.Lo studioso ebreo Vittorio Robiati Bendaud, autore di un libro sul massacro compiuto dai turchi: «In comune c’è il ruolo della Germania e alcuni pregiudizi tipici dell’antisemitismo. In Occidente la Chiesa non simpatizzava con i cristiani d’Oriente, a parte eccezioni come Benedetto XV».La questione armena irrompe nel conclave. Può essere uno dei fattori decisivi per bloccare l’ascesa al soglio pontificio di Pietro Parolin e promuovere il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa.Lo speciale contiene tre articoli.«D’altri diluvi una colomba ascolto». Viene incontro il verso di Giuseppe Ungaretti, quasi un’invocazione di fronte alla maestà muta dell’Ararat perennemente innevato. Sono le vette dell’origine e qui s’avverte l’arca mentre un bicchiere di rosso Areni accompagna una fetta di Motal, formaggio antico come il vino maturato nelle anfore mescolando latte di capra e erbe selvatiche dei monti biblici, adagiata sull’azzimo lavash parente del pane carasau a nutrire l’ungarettiano «sentimento del tempo». Sono i primordi del nostro mangiare: tutto principia in Armenia e tutto purtroppo scema nell’oblio. Nella grotta di Areni c’è una cantina che ha seimila anni e ancor oggi si fanno vini preziosi, la loro cagliata è sostentamento di una transumanza remotissima e quel pane azzimo era cotto in otri datati cento secoli. Questa è l’Armenia che al tramonto diventa d’oro: fatta di pietre avanzate al Creatore che le ha disperse ai piedi del monte della Genesi. Eppure della culla della nostra identità siamo dimentichi. C’è bisogno d’un’altra colomba per arginare i nostri diluvi che hanno travolto l’Occidente. Serve il libro di un giovane raffinatissimo studioso ebreo, Vittorio Robiati Bendaud, per raccontare ai cristiani la colpa dell’ignavia di fronte al genocidio armeno. L’ha intitolato Non ti scordar di me (216 pagine, 17,10 euro) come la leggenda dell’amante abbandonato al fiume che si fa fiore. Lo ha prodotto la Liberilibri di Macerata, unico editore di militanza liberale in Italia, dove Vittorio traccia la storia di questo tragico innesco del secolo breve. È stato il primo assistente del rabbino Giuseppe Vittorio Laras, l’uomo del dialogo col cardinale di Milano Carlo Maria Martini quando l’intesa tra cattolici ed ebrei ha raggiunto il culmine. Erano i tempi in cui Giovanni Paolo II entrando in sinagoga a Roma rese grazie «ai nostri fratelli maggiori». Sapendo che la comune origine sta nel libro dei libri, la Bibbia, Robiati Bendaud - come sottolinea nell’intervista qui a fianco - ha voluto squarciare il velo d’ipocrisia e di silenzio sul genocidio armeno, persuaso che lo sterminio perpetuato dai turchi sia stato prodromico alla Shoah. Un argomento tabù per la Turchia che lo nega ed anzi nel codice penale fa diventare reato il solo evocarlo, un argomento intoccabile quando si deve comprare il gas dall’Azerbaijan per sopperire a quello di Vladimir Putin, ora nemico giurato dell’Europa che però nessun conto chiede né a Tayyp Recep Erdogan, né alla «dinastia» degli Aliyev che da 40 anni governa a Baku e che stringe in una morsa gli armeni del Nagorno Karabakh. Gli armeni guardano l’Ararat come un miraggio: è la loro e la nostra montagna sacra, è la montagna biblica ora, come avrebbero detto i padri della Chiesa, «in partibus infidelium». Sta oltre il confine turco, là dove si prega Allah. Il 24 aprile, giorno della memoria degli armeni, nessuna celebrazione c’è stata in Occidente se non nel Parlamento italiano. Perché gli armeni sono nostri fratelli maggiori anch’essi. San Lazzaro degli Armeni è l’isola della laguna di Venezia dove spira il vento ieratico dell’origine, dove spuntano nuove radici di cultura. Lo racconta Antonia Arslan - padovana diventata famosissima con la sua Masseria delle Allodole, lessico familiare del genocidio - che sussurra: «La mia famiglia viene dall’Ararat, io sono italianissima, ma appena senti il profumo del mio popolo non puoi che farti armeno». Con questo spirito ha portato avanti una sorta di «evangelizzazione» rispetto allo sterminio, testimone che oggi raccoglie Vittorio Robiati Bendaud. La persecuzione comincia alla fine dell’Ottocento col sultano Abdul Hamid II che dà vita a una campagna di denigrazione etnica in tutto simile a quella che Adolf Hitler condurrà contro gli ebrei. Caduto l’impero ottomano, i giovani turchi che volevano instaurare la repubblica vanno alla conquista dell’Anatolia. Deporteranno a marce forzate tra un milione e ottocentomila e due milioni e mezzo di armeni, che vengono sterminati lungo la strada. Il genocidio inizia nella notte tra il 24 e il 25 aprile del 1915, una sorta di notte dei cristalli, quando a Costantinopoli iniziarono i rastrellamenti. In un mese oltre mille intellettuali vennero ammazzati. Con la complicità di Germania e Austria le bande di Atatürk, riusciranno a costruire col terrore in Anatolia la repubblica turca. L’allora ministro dell’Interno, Tallat Pascià, dirà: «Ci siamo liberati di tre quarti degli armeni… Dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi». Al genocidio che la Turchia ha sempre negato si è aggiunta la contesa del Nagorno Karabakh, un territorio caucasico, ricchissimo di petrolio e di gas naturale, che venne assegnato all’Azerbaijan dopo la caduta dell’Urss anche se era stato creato da Mosca l’oblast armeno proprio per garantire la popolazione che abita quella regione che è nella totalità armena. Cinque anni fa Baku mosse alla definitiva conquista. Quegli armeni sono prigionieri nella loro terra. Così oggi la Repubblica Armena occupa meno di un terzo di quello che fu l’antico regno, il primo Stato al mondo ad adottare la religione cristiana nel 301 per volere di Tiridate III, convertito e battezzato con la sua corte da Gregorio Illuminatore, fondatore della Chiesa apostolica armena che è una confessione ortodossa autocefala e del tutto peculiare. Questa fortissima identità ha attraversato i secoli, è rimasta viva anche sotto l’Unione sovietica e camminando le strade di Erevan, la capitale dove vive quasi metà della popolazione - gli armeni sono poco più di tre milioni in patria, ma ce ne sono almeno il doppio fuori dai confini nazionali costretti a una continua diaspora che fa sì che Usa, Francia e Italia abbiano le comunità più forti - si avverte una sorta di orgoglio mitigato da una innata propensione all’armonia. Non è un caso che Georges Ivanovič Gurdjieff, il maggior filosofo armeno della contemporaneità, sia il teorico della quarta via: una dimensione dello spirito che postula la totale fusione tra conoscenza, misticismo e corporalità. Gurdjieff operò un sincretismo tra i sufi, l’ebraismo, il cristianesimo per obbedire al richiamo della terra delle origini. Che oggi andrebbe riscoperta andando sull’Ararat, turchi permettendo, per cercare l’arca (innumerevoli sono stati i tentativi di individuarla), perdendosi tra gli altipiani di pietra. Tra quelle distese di roccia si vanno cercando i monasteri e le chiese millenarie: il monastero di Geghard che sbuca come fiore di pietra tra le rocce; Noravank, perla in un’ostrica di montagne; e poi Echmiadzin dove prega il «katholikos», il Papa degli armeni. Lì in un tabernacolo sono custoditi pezzi di legno: sono ciò che resta dell’arca. È il viatico lungo la via della seta. E leggendo Non ti scordar di me riecheggia l’incipit del Milione di Marco Polo: «V’à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di veduta e l’altre per udita, acciò che ‘l nostro libro sia sanza niuna menzogna». La bugia sul genocidio armeno dura da centodieci anni e non è più sopportabile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/genocidio-armeni-vaticano-2671892338.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-grande-male-collegato-con-la-shoah" data-post-id="2671892338" data-published-at="1746439754" data-use-pagination="False"> «Un “Grande Male” collegato con la Shoah» «Non ti scordar di me»: più che il titolo del suo libro (edito da Liberilibri di Macerata, 216 pagine, 17,10 euro), sembra un’invocazione di dolore. E invece, del genocidio armeno si sono dimenticati. Vittorio Robiati Bendaud, secondo lei perchè? «La memoria del Metz Yeghern (il Grande Male), come lo chiamano gli armeni, è, sin dai prodromi dell’opera genocidaria, ossia sin dall’epoca degli immani massacri perpetrati a fine Ottocento dal sultano Abdul Hamid II, sotto lo scacco del negazionismo. Un negazionismo da manuale, che perdura da più di un secolo, e che è tuttora “di Stato” in Turchia e in Azerbaijan, nazioni che anche oggi influenzano l’Occidente (e non solo) circa economia, diplomazia e intese geopolitiche, ben più della minoranza armena (o di altre minoranze, siano esse ebraiche, delle antiche cristianità di Oriente, o musulmane, come nel caso dei curdi, anche loro in questi anni traditi e abbandonati). Infine, la memoria del genocidio armeno subisce l’assalto, differentemente erosivo, di due forme di dimenticanza occidentale. La prima, la principale, erede plurisecolare del Concilio di Calcedonia (451 d. C.), è la generale rimozione da parte dei cristiani di Occidente del simbolico, delle forme di vita, della spiritualità e nondimeno della storia - inclusa quella di persecuzione e finanche di genocidio - dei cristiani di Oriente, dagli armeni ai copti, dagli etiopi agli assiri, sino ai siro-malabarici. La seconda è che la connivenza di gran parte dell’Occidente nell’opera genocidaria contro gli armeni costituisce, assieme alla Shoah, la grande abiura occidentale (rispetto alla Bibbia e alle riserve di senso ebraico-cristiane)». Si ha come il sospetto che i primi a beneficiare di questo oblio siano i vertici dell’Unione europea. Al di là delle ragioni storiche o storicizzate non c’è anche un fastidio attuale nel pronunciare la parola armeno? «La monumentalizzazione e l’universalizzazione della memoria di un genocidio, che è invece sempre specifica, può veicolare l’insidia della sua neutralizzazione, a detrimento del popolo che ha subito tale genocidio. È paradigmatico, a esempio, il rincretinimento della memoria della Shoah, laddove poi si accusano gli ebrei di genocidio, rivoltando ad hoc il ricordo della Shoah contro il popolo ebraico. Per quanto riguarda gli armeni, ove molti Stati commemorano sì la data-ricordo del 24 aprile oppure hanno eretto memoriali al Metz Yeghern, oppure - ancora -, come nel caso italiano, lo riconoscono ufficialmente nei Parlamenti, gli interessi economico-energetici-strategici in relazione a Turchia e Azerbaijan portano a una schizofrenia tra proclami e azioni, tra retoriche e politiche. Non sono né un irenista né un moralista: tutto ciò fa parte dei normali rapporti di forza e di interesse, talora vitale, tra Stati». Lei fa un paragone tra la strage degli armeni e la Shoah, anzi pare di capire che lei consideri il genocidio armeno una sorta di prova generale dell’orrore nazista. È così? «Gli studi di Dadrian, Ihrig e Akçam (quest’ultimo un eroico, meraviglioso, intellettuale turco contemporaneo, ora esule negli States) ci obbligano a mettere in correlazione Metz Yeghern e Shoah. Il ruolo della Germania e della sua Islampolitik, con le sue evoluzioni da Bismark a Hitler (passando, in Italia, per Mussolini) collega Metz Yeghern e Shoah, pur nella loro rispettiva irriducibilità. La biografia di molti aguzzini tedeschi, dal protogenocidio delle popolazioni nere africane di Nama e Herero al genocidio armeno, e da quest’ultimo alla Shoah, ci obbliga ad allacciare in un particolare unicum queste due memorie. L’antisemitismo, con il suo linguaggio plurale - e solo l’antisemitismo! -, permise al più colto Stato di Europa di far precipitare nell’immaginario culturale, politico e sociale occidentale l’armeno-cristiano in ebreo. C’era il topos classico dell’antiebraismo di matrice cristiana: 1) il complotto: l’armeno complotta e destabilizza i turchi come gli ebrei gli europei e, segnatamente, i tedeschi; 2) il mito del denaro (e della presunta “intelligenza”): l’armeno, infido, sugge la prosperità dei turchi come gli ebrei, perfidi, quella degli occidentali; 3) la devianza armena, dall’epoca di Calcedonia, sorella dell’erranza giudaica, bastante per farne dei “fossili”. C’era, ancora, l’antisemitismo razziale, laddove il “tipo armenoide”, a cui appartenevano gli ebrei, era però ancor più - e peggio! - esemplificato dall’armeno. Fu così che gli armeni divennero già nell’Ottocento in Europa dei “superebrei” (uberjuden) e gli ebrei, di lì a pochi decenni, divennero “sottouomini” (untermenschen)». La Chiesa di Roma perché poco o nulla ha fatto non solo per proteggere, ma per denunciare questo crimine? «È complicato. Anzitutto, ricordiamoci che parte del popolo armeno è di obbedienza cattolica. Ci fu anche un famoso cardinale armeno, Aghagianian. All’epoca del genocidio il dimenticato papa Benedetto XV, provò ad adoperarsi a favore degli armeni. In generale, però, specie in Germania e in Austria la simpatia delle Chiese occidentali andava ai turchi ottomani. Per cortocircuiti interni al pensiero cristiano fu più facile l’intesa con l’islam che con i cristiani di Oriente, lasciati soli. Per molti teologi protestanti tedeschi, un ecumene cristiano era impensato: gli armeni potevano essere massacrati e l’universalismo-imperialismo islamo-ottomano era in qualche modo legittimo ai loro occhi. In modo analogo, fu più facile venire a patti con nazismo e fascismo che difendere gli ebrei o, in tempi successivi, sedurre e farsi sedurre da panarabismo prima e panislamismo contemporaneo poi» <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/genocidio-armeni-vaticano-2671892338.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-ruolo-della-santa-sede-una-variabile-che-spostera-voti-nel-prossimo-conclave" data-post-id="2671892338" data-published-at="1746439754" data-use-pagination="False"> Il ruolo della Santa Sede. Una variabile che sposterà voti nel prossimo conclave La questione armena irrompe nel conclave. Può essere uno dei fattori decisivi per bloccare l’ascesa al soglio pontificio di Pietro Parolin e promuovere il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. Il segretario di Stato è il più autorevole degli allievi del cardinal Achille Silvestrini: quelli dell’Accademia di Villa Nazareth, dove ha studiato anche Giuseppe Conte, la culla del cattolicesimo progressista e che ha particolari rapporti con l’islam. È stato Parolin - ha condotto anche la Chiesa verso le intese con la Cina - a perfezionare il documento di Doha in cui Francesco in accordo col Gran Mufti sostenne che tutte le religioni sono uguali. Dell’Accademia di Villa Nazareth fa parte anche un altro cardinale rampante. In un libro che svelava i segreti di Curia lo chiamavano «lo Stambecco» per la sua capacità di «arrampicarsi». È il cardinal Claudio Gugerotti, veneto come Parolin. Lo tengono di riserva quelli della fazione pro islam, ma Gugerotti ha scatenato con l’Armenia un incidente diplomatico. Tre settimane fa all’Accademia Gregoriana gestita dai gesuiti ha promosso un incontro sulla religione in Azerbaijan. Alla conferenza hanno partecipato tutti gli esponenti islamici del Caucaso, ma non è stato invitato nessuno della Chiesa armena. La ragione la spiega il Patriarcato armeno: «Non si è minimamente affrontato il tema dei 120.000 armeni reclusi in Naghorno Karabakh». «Lo stambecco» fonda sull’apertura a questi Paesi la sua candidatura sotterranea a Pontefice. Dice Vittorio Robiati Bendaud: «La svolta dei rapporti calorosamente riallacciati con gli armeni c’è stata con Giovanni Paolo II. Il pontificato di Francesco è stato, a mio avviso, anche in questo, profondamente dicotomico. Da un lato, ha usato l’espressione “genocidio armeno”, facendo infuriare Erdogan che ritirò l’ambasciatore, e ha dichiarato Dottore della Chiesa Gregorio di Narek, un santo mistico e teologo armeno, successivo - è rilevante - alla spaccatura consumatasi attorno al VI secolo al concilio di Calcedonia. D’altro canto, durante il recentissimo cruento assalto azero (e turco) al Nagorno-Karabakh armeno, la Segreteria di Stato è stata quasi inerme; il defunto Pontefice ha insignito la moglie del presidente azero della massima onorificenza vaticana. Per non dire del silenzio della Santa Sede sulla distruzione delle vestigia artistico-religiose armene - l’etnocidio che prolunga il genocidio -, laddove però cospicui fondi azeri finanziavano restauri vaticani e di catacombe romane. Il segno definitivo lo ha dato il cardinale Gugerotti, prefetto per le Chiese Orientali, col “convegno” azero all’Università Gregoriana». Così l’Armenia si inserisce nel conclave. Proprio questo imbarazzo verso l’islam che in Azerbaijan e Turchia sta prendendo sempre più potere potrebbe portare in alto la candidatura del solo cardinale che può invertire la rotta. Si tratta di Pierbattista Pizzaballa, nunzio apostolico a Gerusalemme, il solo della nouvelle vague che abbia studiato l’ebraico invece dell’arabo. È lombardo, nato a Cologno al Serio, giovane, ed è il primo patriarca latino di Gerusalemme nel Collegio cardinalizio in epoca moderna. Se diventasse papa per la piccola Armenia sarebbe una speranza, ma soprattutto la Chiesa guarderebbe di nuovo all’origine.
L'ad di Unicredit Andrea Orcel (Ansa)
Nel lessico corrente, significa che il gruppo guidato da Andrea Orcel ha deciso di chiudere la porta del tribunale per tornare nella stanza dove si giocano davvero le partite del risiko: quella delle trattative, delle iniziative di mercato, e soprattutto dei rapporti di forza con la politica economica. Il Consiglio di Stato prende atto della rinuncia all’appello contro la sentenza del Tar del Lazio sulle prescrizioni imposte dal Golden power nell’operazione su Banco Bpm. Una chiusura formale che però ha il sapore sostanziale di una tregua. Una maniera per togliere tensioni e imbarazzi. Del resto, in questa nuova stagione di consolidamento del sistema bancario, il confronto si svolge su più tavoli e nessuno ha tempo per restare impigliato troppo a lungo in quello giudiziario. E mentre Unicredit archivia la pratica romana, sullo sfondo resta la partita vera: quella industriale e azionaria, dove i numeri contano più delle sentenze e i soci più dei tribunali.
A Siena il mondo continua a girare con il suo passo antico e inquieto. Monte dei Paschi si muove dentro la seconda fase del grande risiko bancario italiano, quello in cui non è mai del tutto chiaro chi sia il predatore e chi la preda. Il cda di Banca Monte dei Paschi, con la regia di Luigi Lovaglio, si riunisce mentre sul tavolo si accumulano dossier che hanno più il peso della storia che quello della contabilità: aggregazioni, scorpori, fusioni, e soprattutto la lunga ombra delle operazioni su Mediobanca.
C’è chi a Siena continua a parlare di «integrazione industriale», e chi più brutalmente di sopravvivenza. In questo senso l’operazione privilegiata è quella con Banco Bpm che tuttavia si scontra con il piatto da 30 miliarmesso sul tavolo da Intesa. In attesa che si definiscano gli assetti proprietari il riassetto del gruppo toscano va avanti con una geometria complessa: scissioni parziali, scorpori, riorganizzazioni societarie che ridisegnano perimetri e identità. Un mosaico in movimento che dovrebbe trovare un primo ordine entro il quarto trimestre dell’anno, sempre che il mercato e le autorità non decidano di riscrivere qualche tessera lungo il percorso. Nella nuova Mediobanca disegnata da Luigi Lovaglio resterà la storica partecipazione del 13% in Generali. L’altro braccio sarà costituito dalle reti di consulenti finanziari di Mediobanca Premier e Banca Widiba.
Sul fronte più caldo del risiko, però, la scena non è solo italiana ma ha accento tedesco. L’operazione di Unicredit su Commerzbank riparte per il secondo tempo, ma il copione non cambia. Berlino, ancora una volta, alza un sopracciglio più che un ponte.
Dalle colonne dell’Handelsblatt arriva un messaggio che somiglia a una porta socchiusa ma ben presidiata: il governo federale tedesco, che detiene circa il 13% della banca, non ha alcuna intende vendere. E finché lo Stato resta dentro, ricordano a Francoforte, parole come delisting o fusioni verso Milano restano esercizi teorici. E dire che numeri e percentuali, almeno sulla carta, raccontano una storia diversa. Unicredit è già salita oltre il 39% del capitale e potrebbe spingersi al 42,5% con gli strumenti convertibili, fino al 44,33% dopo l’annullamento delle azioni proprie da parte della banca tedesca. Una posizione tutt’altro che marginale, con l’offerta che viaggia anche su un premio contenuto (1,9%) ma simbolicamente significativo. Eppure, come spesso accade nelle partite più delicate, la matematica non basta quando entra in scena la politica.
I tempi supplementari dell’Ops sembrano allora più un prolungamento tattico che una svolta decisiva. Ancora pochi giorni di Borsa aperta per provare a convincere gli indecisi, poi l’8 luglio dirà il resto. Ma anche lì, più che un verdetto definitivo, si intravede l’ennesimo capitolo di una trattativa in corso.
Così tra Milano, Siena e Francoforte, il risiko bancario europeo assume sempre più le sembianze di un gioco a incastri dove ogni mossa genera una contro-mossa, e ogni avanzata si porta dietro un passo laterale della politica. Insomma mentre in Italia si chiude – almeno formalmente – il contenzioso sul Golden power con il ritiro del ricorso di Unicredit contro il governo sull’operazione Banco Bpm, e mentre il sistema bancario italiano continua a ridisegnarsi tra offerte, fusioni e contro-proposte, resta aperto il fronte più delicato per Orcel.
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L'ex ministro dei Trasporti spagnolo Josè Luis Ábalos (Ansa)
La Spagna si conferma un Paese all’avanguardia per il centrosinistra italiano. Ieri l’ex numero tre del partito socialista, Josè Luis Ábalos, ex braccio destro del premier Pedro Sánchez, si è preso una condanna monstre da 24 anni di carcere per corruzione, nell’ambito di uno scandalo sulle forniture di mascherine e altro materiale sanitario ai tempi del Covid 19. Il governo idolatrato per otto anni dal Pd traballa ogni giorno di più e ieri è arrivata anche una nuova puntata dello scandalo giudiziario e politico che riguarda la moglie di Sànchez, Begoña Gómez, alla quale è stato ritirato il passaporto. Stessa misura preventiva era toccata due settimane fa all’ex premier José Luis Zapatero, al centro di un’inchiesta per corruzione che rischia di travolgere quel che resta dei socialisti iberici.
L’ex ministro dei Trasporti Ábalos è stato per anni l’uomo più fidato di Sánchez, fin quando è stato bruciato dallo scandalo Koldo, dal nome del consigliere ministeriale Koldo Garcia. Si tratta di un’inchiesta sulla fornitura di mascherine e altro materiale sanitario ai tempi della pandemia cinese, con un bel giro di tangenti. Scandalo impreziosito da una serie di assunzioni femminili in varie aziende pubbliche, in un’interpretazione estensiva delle quote rosa. Ieri il collegio giudicante della Corte suprema spagnola, con sette voti su sette, ha inflitto una condanna da 24 anni e tre mesi di carcere per corruzione ad Ábalos. A Koldo Garcia sono stati comminati 19 anni e otto mesi, mentre un terzo imputato, che ha confessato di aver pagato tangenti, si è preso solo quattro anni e mezzo con pena sospesa. Due anni fa, la stampa spagnola aveva riportato le micidiali chat degli indagati, tra le quali una sembrava portare all’Italia. In particolare, due indagati parlavano di «una ministra» da coinvolgere nel business delle mascherine perché, a sua volta, quella avrebbe potuto «metterci in contatto con il ministro della Salute in Italia» (all’epoca era Roberto Speranza).
La banda spagnola delle mascherine seguiva con grandissima attenzione l’evolversi dei contagi in Italia, nella primavera del 2020, e ha pensato di introdursi sul mercato della nostra Penisola. Ma non risulta che poi ci sia stato alcun seguito pratico a tutti quei discorsi e, infatti, nessun italiano è stato coinvolto nello scandalo Koldo. Se da molte settimane Sánchez, almeno prima della batosta di ieri ad Ábalos, ripeteva che è oggetto di un accerchiamento giudiziario tutto di matrice politica, ieri il «sistema» ha reagito. L’equivalente del Csm spagnolo ha aperto un procedimento disciplinare contro il giudice Juan Carlos Peinado, che indaga sulla signora Sánchez. Sabato, questo giudice, dopo ben due anni di indagini, aveva osato ritirare il passaporto a donna Begoña, che verrà processata per corruzione. Il fatto che il giudice, nel motivare il ritiro del passaporto, abbia ipotizzato il rischio di favoreggiamenti della polizia in un’eventuale fuga della signora ha scatenato mille polemiche e il Csm per primo ha censurato la sfiducia ingenerata dal giudice nei confronti della polizia. Insomma, una bella rissa tra corpi dello Stato. Begoña Gómez è sotto inchiesta per appropriazione indebita, traffico di influenze e corruzione in affari nell’ambito di un’indagine avviata nel 2024 per accertare se avesse sfruttato la posizione di moglie del premier per profitto personale, in relazione al lavoro presso l’Università Complutense di Madrid.
Tanto per rendere l’idea del clima di lacerazione, la decisione del Csm di mettere sotto inchiesta il giudice è stata presa con quattro voti a favore e quattro contrari. Tra i vari scandali che hanno offuscato la stella cometa Sánchez c’è anche quello del fratello David, direttore d’orchestra accusato di aver ottenuto nel 2017 il posto di coordinatore dei conservatori della sua regione con un procedimento «ad hoc». Il processo è in corso, ma il reato è a rischio prescrizione. L’inchiesta appena emersa che riguarda Zapatero è pesantissima perché ci sono accuse non solo di corruzione, ma pure di riciclaggio di somme enormi. E Zapatero è stato la levatrice di Sánchez. Che intorno a sé, ormai, ha solo indagati.
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Andy Burnham (Ansa)
E in effetti l’ormai ex sindaco della Grande Manchester ed ex deputato (fresco di rientro a Westminster dopo la vittoria alle suppletive di Makerfield) ha tutte le carte in regola per portare a termine il «capolavoro» di Starmer.
Soprannominato il «Re del Nord», Burnham si presenta con un profilo da perfetto camaleonte, al punto che il suo opportunismo ha alimentato barzellette sulle sue facili conversioni: ieri fedelissimo di Tony Blair, poi ministro con Gordon Brown, quindi vicino a Jeremy Corbyn e oggi leader di una mozione di «rinnovamento» interno al partito. Non si sa esattamente cosa può fare di diverso rispetto al premier uscente: c’è il rischio che faccia anche peggio, ma i parlamentari laburisti sembrano aver concluso che, per ora, è la loro migliore carta. Il suo programma, in compenso, resta volutamente vago («Ho cercato d’individuare la sua filosofia economica ma non ci sono riuscito», ha dichiarato John Springford, economista del think tank Center for european reform) e si accompagna a un’attitudine politica che ricorda un Romano Prodi in salsa barbecue. Un accostamento tutt’altro che azzardato, se si considera che è stato lo stesso Burnham a indicare i pilastri identitari della sua formazione: «L’Everton, il Partito laburista e la Chiesa cattolica, rigorosamente in quest’ordine». Cresciuto da una madre irlandese di forte fede cattolica, se la sua scalata a Downing Street andasse in porto, diventerebbe il primo premier cattolico della storia britannica moderna; un cattolicesimo all’acqua di rose, tuttavia, vista la posizione di retroguardia a cui ha formalmente confinato Santa Romana Chiesa, terza e ultima nella sua personalissima scala dei valori. L'accostamento a Prodi si ritrova anche nell’approccio improntato al dialogo e alla coesione sociale. Burnham ha infatti spiegato di voler evitare che la Gran Bretagna imbocchi un percorso di polarizzazione politica (come se già non ci fosse, e non tra laburisti e conservatori), finendo un po’ come gli Stati Uniti, «dove le persone non si rivolgono la parola per strada se votano in modo diverso: non permetteremo che accada qui», ha dichiarato lo stesso Burnham , che ha però appena innescato l’ennesima, durissima rissa politica con Starmer.
Sul piano dell’immagine, il probabile futuro premier sta giocando invece su una cifra stilistica che rievoca la prima parabola comunicativa di Matteo Renzi. A 56 anni compiuti, il politico britannico ha adottato i codici del linguaggio giovanilista e vagamente hipster, proponendosi con blazer strutturati portati su t-shirt basiche: un’operazione di rebranding estetico che ricalca, per attitudine e rottura degli schemi formali, la celebre stagione del «chiodo» in pelle sfoggiato a suo tempo dall’ex premier italiano. Politicamente e ideologicamente, inoltre, il suo alter ego oltreoceano è Zohran Mamdani, sindaco di New York: proprio come lui, Burnham si è accreditato come il volto gioviale e iper-progressista di quella grande area metropolitana di sinistra che è Manchester.
È proprio in questa veste di «paladino progressista», tuttavia, che Burnham ha mostrato il suo fianco scoperto. Appena eletto nel 2017, ha cercato di disinnescare politicamente la bomba delle grooming gang - le reti criminali dedite all’adescamento, all’abuso sessuale sistematico e allo sfruttamento di minori - commissionando una serie di inchieste indipendenti sui fallimenti storici delle istituzioni a Rochdale e Oldham. Quei dossier si sono rivelati un boomerang: hanno confermato che la polizia e i servizi sociali locali avevano letteralmente abbandonato centinaia di ragazze vulnerabili a causa di «cecità istituzionale» e pesanti pregiudizi. Da allora, Burnham è rimasto al centro di una tempesta perfetta: attivisti e figure chiave come l’ex detective-whistleblower Maggie Oliver lo accusano frontalmente di «non essere stato all’altezza» e di aver agito tardi, muovendosi con calcolo politico per minimizzare la reale portata del fenomeno e proteggere la reputazione delle storiche amministrazioni laburiste locali.
Il nodo principale, tuttavia, risiede nell’ambiguità programmatica. Persino l’ex consigliere politico Luke Sullivan ha descritto l’approccio di Burnham come «molto leggero sui dettagli, più sui principi», ammettendo che il suo team sta «costruendo l’aereo mentre è già in volo». Restano profonde incognite, ad esempio, sulla sua linea nei confronti dell’Ue: dopo aver inizialmente accarezzato l’idea di un rientro del Regno Unito, il leader laburista ha recentemente innestato la retromarcia, escludendo un ritorno a breve termine nell’Ue. Anche sul fronte migratorio, la sua posizione dovrà fare i conti con il nomignolo che gli ha affibbiato il partito Reform Uk di Nigel Farage: «Andy porte aperte». Sarà proprio contro la corazzata di Farage - ormai primo partito nei sondaggi, proprio come l’Afd in Germania - che il futuro premier inglese dovrà giocare la sua partita decisiva per la leadership.
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