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2025-05-05
La memoria tradita dell’Armenia e del genocidio che aprì il Novecento
Il genocidio degli Armeni iniziato il 24 aprile 1915 (Getty Images)
«D’altri diluvi una colomba ascolto». Viene incontro il verso di Giuseppe Ungaretti, quasi un’invocazione di fronte alla maestà muta dell’Ararat perennemente innevato. Sono le vette dell’origine e qui s’avverte l’arca mentre un bicchiere di rosso Areni accompagna una fetta di Motal, formaggio antico come il vino maturato nelle anfore mescolando latte di capra e erbe selvatiche dei monti biblici, adagiata sull’azzimo lavash parente del pane carasau a nutrire l’ungarettiano «sentimento del tempo». Sono i primordi del nostro mangiare: tutto principia in Armenia e tutto purtroppo scema nell’oblio. Nella grotta di Areni c’è una cantina che ha seimila anni e ancor oggi si fanno vini preziosi, la loro cagliata è sostentamento di una transumanza remotissima e quel pane azzimo era cotto in otri datati cento secoli. Questa è l’Armenia che al tramonto diventa d’oro: fatta di pietre avanzate al Creatore che le ha disperse ai piedi del monte della Genesi.
Eppure della culla della nostra identità siamo dimentichi. C’è bisogno d’un’altra colomba per arginare i nostri diluvi che hanno travolto l’Occidente. Serve il libro di un giovane raffinatissimo studioso ebreo, Vittorio Robiati Bendaud, per raccontare ai cristiani la colpa dell’ignavia di fronte al genocidio armeno. L’ha intitolato Non ti scordar di me (216 pagine, 17,10 euro) come la leggenda dell’amante abbandonato al fiume che si fa fiore. Lo ha prodotto la Liberilibri di Macerata, unico editore di militanza liberale in Italia, dove Vittorio traccia la storia di questo tragico innesco del secolo breve. È stato il primo assistente del rabbino Giuseppe Vittorio Laras, l’uomo del dialogo col cardinale di Milano Carlo Maria Martini quando l’intesa tra cattolici ed ebrei ha raggiunto il culmine. Erano i tempi in cui Giovanni Paolo II entrando in sinagoga a Roma rese grazie «ai nostri fratelli maggiori». Sapendo che la comune origine sta nel libro dei libri, la Bibbia, Robiati Bendaud - come sottolinea nell’intervista qui a fianco - ha voluto squarciare il velo d’ipocrisia e di silenzio sul genocidio armeno, persuaso che lo sterminio perpetuato dai turchi sia stato prodromico alla Shoah. Un argomento tabù per la Turchia che lo nega ed anzi nel codice penale fa diventare reato il solo evocarlo, un argomento intoccabile quando si deve comprare il gas dall’Azerbaijan per sopperire a quello di Vladimir Putin, ora nemico giurato dell’Europa che però nessun conto chiede né a Tayyp Recep Erdogan, né alla «dinastia» degli Aliyev che da 40 anni governa a Baku e che stringe in una morsa gli armeni del Nagorno Karabakh.
Gli armeni guardano l’Ararat come un miraggio: è la loro e la nostra montagna sacra, è la montagna biblica ora, come avrebbero detto i padri della Chiesa, «in partibus infidelium». Sta oltre il confine turco, là dove si prega Allah. Il 24 aprile, giorno della memoria degli armeni, nessuna celebrazione c’è stata in Occidente se non nel Parlamento italiano. Perché gli armeni sono nostri fratelli maggiori anch’essi.
San Lazzaro degli Armeni è l’isola della laguna di Venezia dove spira il vento ieratico dell’origine, dove spuntano nuove radici di cultura. Lo racconta Antonia Arslan - padovana diventata famosissima con la sua Masseria delle Allodole, lessico familiare del genocidio - che sussurra: «La mia famiglia viene dall’Ararat, io sono italianissima, ma appena senti il profumo del mio popolo non puoi che farti armeno». Con questo spirito ha portato avanti una sorta di «evangelizzazione» rispetto allo sterminio, testimone che oggi raccoglie Vittorio Robiati Bendaud.
La persecuzione comincia alla fine dell’Ottocento col sultano Abdul Hamid II che dà vita a una campagna di denigrazione etnica in tutto simile a quella che Adolf Hitler condurrà contro gli ebrei. Caduto l’impero ottomano, i giovani turchi che volevano instaurare la repubblica vanno alla conquista dell’Anatolia. Deporteranno a marce forzate tra un milione e ottocentomila e due milioni e mezzo di armeni, che vengono sterminati lungo la strada. Il genocidio inizia nella notte tra il 24 e il 25 aprile del 1915, una sorta di notte dei cristalli, quando a Costantinopoli iniziarono i rastrellamenti. In un mese oltre mille intellettuali vennero ammazzati. Con la complicità di Germania e Austria le bande di Atatürk, riusciranno a costruire col terrore in Anatolia la repubblica turca. L’allora ministro dell’Interno, Tallat Pascià, dirà: «Ci siamo liberati di tre quarti degli armeni… Dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi».
Al genocidio che la Turchia ha sempre negato si è aggiunta la contesa del Nagorno Karabakh, un territorio caucasico, ricchissimo di petrolio e di gas naturale, che venne assegnato all’Azerbaijan dopo la caduta dell’Urss anche se era stato creato da Mosca l’oblast armeno proprio per garantire la popolazione che abita quella regione che è nella totalità armena. Cinque anni fa Baku mosse alla definitiva conquista. Quegli armeni sono prigionieri nella loro terra. Così oggi la Repubblica Armena occupa meno di un terzo di quello che fu l’antico regno, il primo Stato al mondo ad adottare la religione cristiana nel 301 per volere di Tiridate III, convertito e battezzato con la sua corte da Gregorio Illuminatore, fondatore della Chiesa apostolica armena che è una confessione ortodossa autocefala e del tutto peculiare.
Questa fortissima identità ha attraversato i secoli, è rimasta viva anche sotto l’Unione sovietica e camminando le strade di Erevan, la capitale dove vive quasi metà della popolazione - gli armeni sono poco più di tre milioni in patria, ma ce ne sono almeno il doppio fuori dai confini nazionali costretti a una continua diaspora che fa sì che Usa, Francia e Italia abbiano le comunità più forti - si avverte una sorta di orgoglio mitigato da una innata propensione all’armonia. Non è un caso che Georges Ivanovič Gurdjieff, il maggior filosofo armeno della contemporaneità, sia il teorico della quarta via: una dimensione dello spirito che postula la totale fusione tra conoscenza, misticismo e corporalità. Gurdjieff operò un sincretismo tra i sufi, l’ebraismo, il cristianesimo per obbedire al richiamo della terra delle origini. Che oggi andrebbe riscoperta andando sull’Ararat, turchi permettendo, per cercare l’arca (innumerevoli sono stati i tentativi di individuarla), perdendosi tra gli altipiani di pietra. Tra quelle distese di roccia si vanno cercando i monasteri e le chiese millenarie: il monastero di Geghard che sbuca come fiore di pietra tra le rocce; Noravank, perla in un’ostrica di montagne; e poi Echmiadzin dove prega il «katholikos», il Papa degli armeni. Lì in un tabernacolo sono custoditi pezzi di legno: sono ciò che resta dell’arca. È il viatico lungo la via della seta. E leggendo Non ti scordar di me riecheggia l’incipit del Milione di Marco Polo: «V’à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di veduta e l’altre per udita, acciò che ‘l nostro libro sia sanza niuna menzogna». La bugia sul genocidio armeno dura da centodieci anni e non è più sopportabile.
«Un “Grande Male” collegato con la Shoah»
«Non ti scordar di me»: più che il titolo del suo libro (edito da Liberilibri di Macerata, 216 pagine, 17,10 euro), sembra un’invocazione di dolore. E invece, del genocidio armeno si sono dimenticati. Vittorio Robiati Bendaud, secondo lei perchè?
«La memoria del Metz Yeghern (il Grande Male), come lo chiamano gli armeni, è, sin dai prodromi dell’opera genocidaria, ossia sin dall’epoca degli immani massacri perpetrati a fine Ottocento dal sultano Abdul Hamid II, sotto lo scacco del negazionismo. Un negazionismo da manuale, che perdura da più di un secolo, e che è tuttora “di Stato” in Turchia e in Azerbaijan, nazioni che anche oggi influenzano l’Occidente (e non solo) circa economia, diplomazia e intese geopolitiche, ben più della minoranza armena (o di altre minoranze, siano esse ebraiche, delle antiche cristianità di Oriente, o musulmane, come nel caso dei curdi, anche loro in questi anni traditi e abbandonati). Infine, la memoria del genocidio armeno subisce l’assalto, differentemente erosivo, di due forme di dimenticanza occidentale. La prima, la principale, erede plurisecolare del Concilio di Calcedonia (451 d. C.), è la generale rimozione da parte dei cristiani di Occidente del simbolico, delle forme di vita, della spiritualità e nondimeno della storia - inclusa quella di persecuzione e finanche di genocidio - dei cristiani di Oriente, dagli armeni ai copti, dagli etiopi agli assiri, sino ai siro-malabarici. La seconda è che la connivenza di gran parte dell’Occidente nell’opera genocidaria contro gli armeni costituisce, assieme alla Shoah, la grande abiura occidentale (rispetto alla Bibbia e alle riserve di senso ebraico-cristiane)».
Si ha come il sospetto che i primi a beneficiare di questo oblio siano i vertici dell’Unione europea. Al di là delle ragioni storiche o storicizzate non c’è anche un fastidio attuale nel pronunciare la parola armeno?
«La monumentalizzazione e l’universalizzazione della memoria di un genocidio, che è invece sempre specifica, può veicolare l’insidia della sua neutralizzazione, a detrimento del popolo che ha subito tale genocidio. È paradigmatico, a esempio, il rincretinimento della memoria della Shoah, laddove poi si accusano gli ebrei di genocidio, rivoltando ad hoc il ricordo della Shoah contro il popolo ebraico. Per quanto riguarda gli armeni, ove molti Stati commemorano sì la data-ricordo del 24 aprile oppure hanno eretto memoriali al Metz Yeghern, oppure - ancora -, come nel caso italiano, lo riconoscono ufficialmente nei Parlamenti, gli interessi economico-energetici-strategici in relazione a Turchia e Azerbaijan portano a una schizofrenia tra proclami e azioni, tra retoriche e politiche. Non sono né un irenista né un moralista: tutto ciò fa parte dei normali rapporti di forza e di interesse, talora vitale, tra Stati».
Lei fa un paragone tra la strage degli armeni e la Shoah, anzi pare di capire che lei consideri il genocidio armeno una sorta di prova generale dell’orrore nazista. È così?
«Gli studi di Dadrian, Ihrig e Akçam (quest’ultimo un eroico, meraviglioso, intellettuale turco contemporaneo, ora esule negli States) ci obbligano a mettere in correlazione Metz Yeghern e Shoah. Il ruolo della Germania e della sua Islampolitik, con le sue evoluzioni da Bismark a Hitler (passando, in Italia, per Mussolini) collega Metz Yeghern e Shoah, pur nella loro rispettiva irriducibilità. La biografia di molti aguzzini tedeschi, dal protogenocidio delle popolazioni nere africane di Nama e Herero al genocidio armeno, e da quest’ultimo alla Shoah, ci obbliga ad allacciare in un particolare unicum queste due memorie. L’antisemitismo, con il suo linguaggio plurale - e solo l’antisemitismo! -, permise al più colto Stato di Europa di far precipitare nell’immaginario culturale, politico e sociale occidentale l’armeno-cristiano in ebreo. C’era il topos classico dell’antiebraismo di matrice cristiana: 1) il complotto: l’armeno complotta e destabilizza i turchi come gli ebrei gli europei e, segnatamente, i tedeschi; 2) il mito del denaro (e della presunta “intelligenza”): l’armeno, infido, sugge la prosperità dei turchi come gli ebrei, perfidi, quella degli occidentali; 3) la devianza armena, dall’epoca di Calcedonia, sorella dell’erranza giudaica, bastante per farne dei “fossili”. C’era, ancora, l’antisemitismo razziale, laddove il “tipo armenoide”, a cui appartenevano gli ebrei, era però ancor più - e peggio! - esemplificato dall’armeno. Fu così che gli armeni divennero già nell’Ottocento in Europa dei “superebrei” (uberjuden) e gli ebrei, di lì a pochi decenni, divennero “sottouomini” (untermenschen)».
La Chiesa di Roma perché poco o nulla ha fatto non solo per proteggere, ma per denunciare questo crimine?
«È complicato. Anzitutto, ricordiamoci che parte del popolo armeno è di obbedienza cattolica. Ci fu anche un famoso cardinale armeno, Aghagianian. All’epoca del genocidio il dimenticato papa Benedetto XV, provò ad adoperarsi a favore degli armeni. In generale, però, specie in Germania e in Austria la simpatia delle Chiese occidentali andava ai turchi ottomani. Per cortocircuiti interni al pensiero cristiano fu più facile l’intesa con l’islam che con i cristiani di Oriente, lasciati soli. Per molti teologi protestanti tedeschi, un ecumene cristiano era impensato: gli armeni potevano essere massacrati e l’universalismo-imperialismo islamo-ottomano era in qualche modo legittimo ai loro occhi. In modo analogo, fu più facile venire a patti con nazismo e fascismo che difendere gli ebrei o, in tempi successivi, sedurre e farsi sedurre da panarabismo prima e panislamismo contemporaneo poi»
Il ruolo della Santa Sede. Una variabile che sposterà voti nel prossimo conclave
La questione armena irrompe nel conclave. Può essere uno dei fattori decisivi per bloccare l’ascesa al soglio pontificio di Pietro Parolin e promuovere il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. Il segretario di Stato è il più autorevole degli allievi del cardinal Achille Silvestrini: quelli dell’Accademia di Villa Nazareth, dove ha studiato anche Giuseppe Conte, la culla del cattolicesimo progressista e che ha particolari rapporti con l’islam. È stato Parolin - ha condotto anche la Chiesa verso le intese con la Cina - a perfezionare il documento di Doha in cui Francesco in accordo col Gran Mufti sostenne che tutte le religioni sono uguali.
Dell’Accademia di Villa Nazareth fa parte anche un altro cardinale rampante. In un libro che svelava i segreti di Curia lo chiamavano «lo Stambecco» per la sua capacità di «arrampicarsi». È il cardinal Claudio Gugerotti, veneto come Parolin. Lo tengono di riserva quelli della fazione pro islam, ma Gugerotti ha scatenato con l’Armenia un incidente diplomatico. Tre settimane fa all’Accademia Gregoriana gestita dai gesuiti ha promosso un incontro sulla religione in Azerbaijan. Alla conferenza hanno partecipato tutti gli esponenti islamici del Caucaso, ma non è stato invitato nessuno della Chiesa armena. La ragione la spiega il Patriarcato armeno: «Non si è minimamente affrontato il tema dei 120.000 armeni reclusi in Naghorno Karabakh». «Lo stambecco» fonda sull’apertura a questi Paesi la sua candidatura sotterranea a Pontefice. Dice Vittorio Robiati Bendaud: «La svolta dei rapporti calorosamente riallacciati con gli armeni c’è stata con Giovanni Paolo II. Il pontificato di Francesco è stato, a mio avviso, anche in questo, profondamente dicotomico. Da un lato, ha usato l’espressione “genocidio armeno”, facendo infuriare Erdogan che ritirò l’ambasciatore, e ha dichiarato Dottore della Chiesa Gregorio di Narek, un santo mistico e teologo armeno, successivo - è rilevante - alla spaccatura consumatasi attorno al VI secolo al concilio di Calcedonia. D’altro canto, durante il recentissimo cruento assalto azero (e turco) al Nagorno-Karabakh armeno, la Segreteria di Stato è stata quasi inerme; il defunto Pontefice ha insignito la moglie del presidente azero della massima onorificenza vaticana. Per non dire del silenzio della Santa Sede sulla distruzione delle vestigia artistico-religiose armene - l’etnocidio che prolunga il genocidio -, laddove però cospicui fondi azeri finanziavano restauri vaticani e di catacombe romane. Il segno definitivo lo ha dato il cardinale Gugerotti, prefetto per le Chiese Orientali, col “convegno” azero all’Università Gregoriana».
Così l’Armenia si inserisce nel conclave. Proprio questo imbarazzo verso l’islam che in Azerbaijan e Turchia sta prendendo sempre più potere potrebbe portare in alto la candidatura del solo cardinale che può invertire la rotta. Si tratta di Pierbattista Pizzaballa, nunzio apostolico a Gerusalemme, il solo della nouvelle vague che abbia studiato l’ebraico invece dell’arabo. È lombardo, nato a Cologno al Serio, giovane, ed è il primo patriarca latino di Gerusalemme nel Collegio cardinalizio in epoca moderna. Se diventasse papa per la piccola Armenia sarebbe una speranza, ma soprattutto la Chiesa guarderebbe di nuovo all’origine.
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La coscienza occidentale ha rimosso la strage del 1915. Eppure con quei perseguitati l’Italia ha un rapporto speciale, tra fede e cultura. E secondo la Bibbia l’intera umanità affonda le sue radici sulla cima dell’Ararat.Lo studioso ebreo Vittorio Robiati Bendaud, autore di un libro sul massacro compiuto dai turchi: «In comune c’è il ruolo della Germania e alcuni pregiudizi tipici dell’antisemitismo. In Occidente la Chiesa non simpatizzava con i cristiani d’Oriente, a parte eccezioni come Benedetto XV».La questione armena irrompe nel conclave. Può essere uno dei fattori decisivi per bloccare l’ascesa al soglio pontificio di Pietro Parolin e promuovere il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa.Lo speciale contiene tre articoli.«D’altri diluvi una colomba ascolto». Viene incontro il verso di Giuseppe Ungaretti, quasi un’invocazione di fronte alla maestà muta dell’Ararat perennemente innevato. Sono le vette dell’origine e qui s’avverte l’arca mentre un bicchiere di rosso Areni accompagna una fetta di Motal, formaggio antico come il vino maturato nelle anfore mescolando latte di capra e erbe selvatiche dei monti biblici, adagiata sull’azzimo lavash parente del pane carasau a nutrire l’ungarettiano «sentimento del tempo». Sono i primordi del nostro mangiare: tutto principia in Armenia e tutto purtroppo scema nell’oblio. Nella grotta di Areni c’è una cantina che ha seimila anni e ancor oggi si fanno vini preziosi, la loro cagliata è sostentamento di una transumanza remotissima e quel pane azzimo era cotto in otri datati cento secoli. Questa è l’Armenia che al tramonto diventa d’oro: fatta di pietre avanzate al Creatore che le ha disperse ai piedi del monte della Genesi. Eppure della culla della nostra identità siamo dimentichi. C’è bisogno d’un’altra colomba per arginare i nostri diluvi che hanno travolto l’Occidente. Serve il libro di un giovane raffinatissimo studioso ebreo, Vittorio Robiati Bendaud, per raccontare ai cristiani la colpa dell’ignavia di fronte al genocidio armeno. L’ha intitolato Non ti scordar di me (216 pagine, 17,10 euro) come la leggenda dell’amante abbandonato al fiume che si fa fiore. Lo ha prodotto la Liberilibri di Macerata, unico editore di militanza liberale in Italia, dove Vittorio traccia la storia di questo tragico innesco del secolo breve. È stato il primo assistente del rabbino Giuseppe Vittorio Laras, l’uomo del dialogo col cardinale di Milano Carlo Maria Martini quando l’intesa tra cattolici ed ebrei ha raggiunto il culmine. Erano i tempi in cui Giovanni Paolo II entrando in sinagoga a Roma rese grazie «ai nostri fratelli maggiori». Sapendo che la comune origine sta nel libro dei libri, la Bibbia, Robiati Bendaud - come sottolinea nell’intervista qui a fianco - ha voluto squarciare il velo d’ipocrisia e di silenzio sul genocidio armeno, persuaso che lo sterminio perpetuato dai turchi sia stato prodromico alla Shoah. Un argomento tabù per la Turchia che lo nega ed anzi nel codice penale fa diventare reato il solo evocarlo, un argomento intoccabile quando si deve comprare il gas dall’Azerbaijan per sopperire a quello di Vladimir Putin, ora nemico giurato dell’Europa che però nessun conto chiede né a Tayyp Recep Erdogan, né alla «dinastia» degli Aliyev che da 40 anni governa a Baku e che stringe in una morsa gli armeni del Nagorno Karabakh. Gli armeni guardano l’Ararat come un miraggio: è la loro e la nostra montagna sacra, è la montagna biblica ora, come avrebbero detto i padri della Chiesa, «in partibus infidelium». Sta oltre il confine turco, là dove si prega Allah. Il 24 aprile, giorno della memoria degli armeni, nessuna celebrazione c’è stata in Occidente se non nel Parlamento italiano. Perché gli armeni sono nostri fratelli maggiori anch’essi. San Lazzaro degli Armeni è l’isola della laguna di Venezia dove spira il vento ieratico dell’origine, dove spuntano nuove radici di cultura. Lo racconta Antonia Arslan - padovana diventata famosissima con la sua Masseria delle Allodole, lessico familiare del genocidio - che sussurra: «La mia famiglia viene dall’Ararat, io sono italianissima, ma appena senti il profumo del mio popolo non puoi che farti armeno». Con questo spirito ha portato avanti una sorta di «evangelizzazione» rispetto allo sterminio, testimone che oggi raccoglie Vittorio Robiati Bendaud. La persecuzione comincia alla fine dell’Ottocento col sultano Abdul Hamid II che dà vita a una campagna di denigrazione etnica in tutto simile a quella che Adolf Hitler condurrà contro gli ebrei. Caduto l’impero ottomano, i giovani turchi che volevano instaurare la repubblica vanno alla conquista dell’Anatolia. Deporteranno a marce forzate tra un milione e ottocentomila e due milioni e mezzo di armeni, che vengono sterminati lungo la strada. Il genocidio inizia nella notte tra il 24 e il 25 aprile del 1915, una sorta di notte dei cristalli, quando a Costantinopoli iniziarono i rastrellamenti. In un mese oltre mille intellettuali vennero ammazzati. Con la complicità di Germania e Austria le bande di Atatürk, riusciranno a costruire col terrore in Anatolia la repubblica turca. L’allora ministro dell’Interno, Tallat Pascià, dirà: «Ci siamo liberati di tre quarti degli armeni… Dobbiamo farla finita con loro, altrimenti si vendicheranno su di noi». Al genocidio che la Turchia ha sempre negato si è aggiunta la contesa del Nagorno Karabakh, un territorio caucasico, ricchissimo di petrolio e di gas naturale, che venne assegnato all’Azerbaijan dopo la caduta dell’Urss anche se era stato creato da Mosca l’oblast armeno proprio per garantire la popolazione che abita quella regione che è nella totalità armena. Cinque anni fa Baku mosse alla definitiva conquista. Quegli armeni sono prigionieri nella loro terra. Così oggi la Repubblica Armena occupa meno di un terzo di quello che fu l’antico regno, il primo Stato al mondo ad adottare la religione cristiana nel 301 per volere di Tiridate III, convertito e battezzato con la sua corte da Gregorio Illuminatore, fondatore della Chiesa apostolica armena che è una confessione ortodossa autocefala e del tutto peculiare. Questa fortissima identità ha attraversato i secoli, è rimasta viva anche sotto l’Unione sovietica e camminando le strade di Erevan, la capitale dove vive quasi metà della popolazione - gli armeni sono poco più di tre milioni in patria, ma ce ne sono almeno il doppio fuori dai confini nazionali costretti a una continua diaspora che fa sì che Usa, Francia e Italia abbiano le comunità più forti - si avverte una sorta di orgoglio mitigato da una innata propensione all’armonia. Non è un caso che Georges Ivanovič Gurdjieff, il maggior filosofo armeno della contemporaneità, sia il teorico della quarta via: una dimensione dello spirito che postula la totale fusione tra conoscenza, misticismo e corporalità. Gurdjieff operò un sincretismo tra i sufi, l’ebraismo, il cristianesimo per obbedire al richiamo della terra delle origini. Che oggi andrebbe riscoperta andando sull’Ararat, turchi permettendo, per cercare l’arca (innumerevoli sono stati i tentativi di individuarla), perdendosi tra gli altipiani di pietra. Tra quelle distese di roccia si vanno cercando i monasteri e le chiese millenarie: il monastero di Geghard che sbuca come fiore di pietra tra le rocce; Noravank, perla in un’ostrica di montagne; e poi Echmiadzin dove prega il «katholikos», il Papa degli armeni. Lì in un tabernacolo sono custoditi pezzi di legno: sono ciò che resta dell’arca. È il viatico lungo la via della seta. E leggendo Non ti scordar di me riecheggia l’incipit del Milione di Marco Polo: «V’à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di veduta e l’altre per udita, acciò che ‘l nostro libro sia sanza niuna menzogna». La bugia sul genocidio armeno dura da centodieci anni e non è più sopportabile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/genocidio-armeni-vaticano-2671892338.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-grande-male-collegato-con-la-shoah" data-post-id="2671892338" data-published-at="1746439754" data-use-pagination="False"> «Un “Grande Male” collegato con la Shoah» «Non ti scordar di me»: più che il titolo del suo libro (edito da Liberilibri di Macerata, 216 pagine, 17,10 euro), sembra un’invocazione di dolore. E invece, del genocidio armeno si sono dimenticati. Vittorio Robiati Bendaud, secondo lei perchè? «La memoria del Metz Yeghern (il Grande Male), come lo chiamano gli armeni, è, sin dai prodromi dell’opera genocidaria, ossia sin dall’epoca degli immani massacri perpetrati a fine Ottocento dal sultano Abdul Hamid II, sotto lo scacco del negazionismo. Un negazionismo da manuale, che perdura da più di un secolo, e che è tuttora “di Stato” in Turchia e in Azerbaijan, nazioni che anche oggi influenzano l’Occidente (e non solo) circa economia, diplomazia e intese geopolitiche, ben più della minoranza armena (o di altre minoranze, siano esse ebraiche, delle antiche cristianità di Oriente, o musulmane, come nel caso dei curdi, anche loro in questi anni traditi e abbandonati). Infine, la memoria del genocidio armeno subisce l’assalto, differentemente erosivo, di due forme di dimenticanza occidentale. La prima, la principale, erede plurisecolare del Concilio di Calcedonia (451 d. C.), è la generale rimozione da parte dei cristiani di Occidente del simbolico, delle forme di vita, della spiritualità e nondimeno della storia - inclusa quella di persecuzione e finanche di genocidio - dei cristiani di Oriente, dagli armeni ai copti, dagli etiopi agli assiri, sino ai siro-malabarici. La seconda è che la connivenza di gran parte dell’Occidente nell’opera genocidaria contro gli armeni costituisce, assieme alla Shoah, la grande abiura occidentale (rispetto alla Bibbia e alle riserve di senso ebraico-cristiane)». Si ha come il sospetto che i primi a beneficiare di questo oblio siano i vertici dell’Unione europea. Al di là delle ragioni storiche o storicizzate non c’è anche un fastidio attuale nel pronunciare la parola armeno? «La monumentalizzazione e l’universalizzazione della memoria di un genocidio, che è invece sempre specifica, può veicolare l’insidia della sua neutralizzazione, a detrimento del popolo che ha subito tale genocidio. È paradigmatico, a esempio, il rincretinimento della memoria della Shoah, laddove poi si accusano gli ebrei di genocidio, rivoltando ad hoc il ricordo della Shoah contro il popolo ebraico. Per quanto riguarda gli armeni, ove molti Stati commemorano sì la data-ricordo del 24 aprile oppure hanno eretto memoriali al Metz Yeghern, oppure - ancora -, come nel caso italiano, lo riconoscono ufficialmente nei Parlamenti, gli interessi economico-energetici-strategici in relazione a Turchia e Azerbaijan portano a una schizofrenia tra proclami e azioni, tra retoriche e politiche. Non sono né un irenista né un moralista: tutto ciò fa parte dei normali rapporti di forza e di interesse, talora vitale, tra Stati». Lei fa un paragone tra la strage degli armeni e la Shoah, anzi pare di capire che lei consideri il genocidio armeno una sorta di prova generale dell’orrore nazista. È così? «Gli studi di Dadrian, Ihrig e Akçam (quest’ultimo un eroico, meraviglioso, intellettuale turco contemporaneo, ora esule negli States) ci obbligano a mettere in correlazione Metz Yeghern e Shoah. Il ruolo della Germania e della sua Islampolitik, con le sue evoluzioni da Bismark a Hitler (passando, in Italia, per Mussolini) collega Metz Yeghern e Shoah, pur nella loro rispettiva irriducibilità. La biografia di molti aguzzini tedeschi, dal protogenocidio delle popolazioni nere africane di Nama e Herero al genocidio armeno, e da quest’ultimo alla Shoah, ci obbliga ad allacciare in un particolare unicum queste due memorie. L’antisemitismo, con il suo linguaggio plurale - e solo l’antisemitismo! -, permise al più colto Stato di Europa di far precipitare nell’immaginario culturale, politico e sociale occidentale l’armeno-cristiano in ebreo. C’era il topos classico dell’antiebraismo di matrice cristiana: 1) il complotto: l’armeno complotta e destabilizza i turchi come gli ebrei gli europei e, segnatamente, i tedeschi; 2) il mito del denaro (e della presunta “intelligenza”): l’armeno, infido, sugge la prosperità dei turchi come gli ebrei, perfidi, quella degli occidentali; 3) la devianza armena, dall’epoca di Calcedonia, sorella dell’erranza giudaica, bastante per farne dei “fossili”. C’era, ancora, l’antisemitismo razziale, laddove il “tipo armenoide”, a cui appartenevano gli ebrei, era però ancor più - e peggio! - esemplificato dall’armeno. Fu così che gli armeni divennero già nell’Ottocento in Europa dei “superebrei” (uberjuden) e gli ebrei, di lì a pochi decenni, divennero “sottouomini” (untermenschen)». La Chiesa di Roma perché poco o nulla ha fatto non solo per proteggere, ma per denunciare questo crimine? «È complicato. Anzitutto, ricordiamoci che parte del popolo armeno è di obbedienza cattolica. Ci fu anche un famoso cardinale armeno, Aghagianian. All’epoca del genocidio il dimenticato papa Benedetto XV, provò ad adoperarsi a favore degli armeni. In generale, però, specie in Germania e in Austria la simpatia delle Chiese occidentali andava ai turchi ottomani. Per cortocircuiti interni al pensiero cristiano fu più facile l’intesa con l’islam che con i cristiani di Oriente, lasciati soli. Per molti teologi protestanti tedeschi, un ecumene cristiano era impensato: gli armeni potevano essere massacrati e l’universalismo-imperialismo islamo-ottomano era in qualche modo legittimo ai loro occhi. In modo analogo, fu più facile venire a patti con nazismo e fascismo che difendere gli ebrei o, in tempi successivi, sedurre e farsi sedurre da panarabismo prima e panislamismo contemporaneo poi» <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/genocidio-armeni-vaticano-2671892338.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-ruolo-della-santa-sede-una-variabile-che-spostera-voti-nel-prossimo-conclave" data-post-id="2671892338" data-published-at="1746439754" data-use-pagination="False"> Il ruolo della Santa Sede. Una variabile che sposterà voti nel prossimo conclave La questione armena irrompe nel conclave. Può essere uno dei fattori decisivi per bloccare l’ascesa al soglio pontificio di Pietro Parolin e promuovere il patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa. Il segretario di Stato è il più autorevole degli allievi del cardinal Achille Silvestrini: quelli dell’Accademia di Villa Nazareth, dove ha studiato anche Giuseppe Conte, la culla del cattolicesimo progressista e che ha particolari rapporti con l’islam. È stato Parolin - ha condotto anche la Chiesa verso le intese con la Cina - a perfezionare il documento di Doha in cui Francesco in accordo col Gran Mufti sostenne che tutte le religioni sono uguali. Dell’Accademia di Villa Nazareth fa parte anche un altro cardinale rampante. In un libro che svelava i segreti di Curia lo chiamavano «lo Stambecco» per la sua capacità di «arrampicarsi». È il cardinal Claudio Gugerotti, veneto come Parolin. Lo tengono di riserva quelli della fazione pro islam, ma Gugerotti ha scatenato con l’Armenia un incidente diplomatico. Tre settimane fa all’Accademia Gregoriana gestita dai gesuiti ha promosso un incontro sulla religione in Azerbaijan. Alla conferenza hanno partecipato tutti gli esponenti islamici del Caucaso, ma non è stato invitato nessuno della Chiesa armena. La ragione la spiega il Patriarcato armeno: «Non si è minimamente affrontato il tema dei 120.000 armeni reclusi in Naghorno Karabakh». «Lo stambecco» fonda sull’apertura a questi Paesi la sua candidatura sotterranea a Pontefice. Dice Vittorio Robiati Bendaud: «La svolta dei rapporti calorosamente riallacciati con gli armeni c’è stata con Giovanni Paolo II. Il pontificato di Francesco è stato, a mio avviso, anche in questo, profondamente dicotomico. Da un lato, ha usato l’espressione “genocidio armeno”, facendo infuriare Erdogan che ritirò l’ambasciatore, e ha dichiarato Dottore della Chiesa Gregorio di Narek, un santo mistico e teologo armeno, successivo - è rilevante - alla spaccatura consumatasi attorno al VI secolo al concilio di Calcedonia. D’altro canto, durante il recentissimo cruento assalto azero (e turco) al Nagorno-Karabakh armeno, la Segreteria di Stato è stata quasi inerme; il defunto Pontefice ha insignito la moglie del presidente azero della massima onorificenza vaticana. Per non dire del silenzio della Santa Sede sulla distruzione delle vestigia artistico-religiose armene - l’etnocidio che prolunga il genocidio -, laddove però cospicui fondi azeri finanziavano restauri vaticani e di catacombe romane. Il segno definitivo lo ha dato il cardinale Gugerotti, prefetto per le Chiese Orientali, col “convegno” azero all’Università Gregoriana». Così l’Armenia si inserisce nel conclave. Proprio questo imbarazzo verso l’islam che in Azerbaijan e Turchia sta prendendo sempre più potere potrebbe portare in alto la candidatura del solo cardinale che può invertire la rotta. Si tratta di Pierbattista Pizzaballa, nunzio apostolico a Gerusalemme, il solo della nouvelle vague che abbia studiato l’ebraico invece dell’arabo. È lombardo, nato a Cologno al Serio, giovane, ed è il primo patriarca latino di Gerusalemme nel Collegio cardinalizio in epoca moderna. Se diventasse papa per la piccola Armenia sarebbe una speranza, ma soprattutto la Chiesa guarderebbe di nuovo all’origine.
Giorgia Meloni con il primo ministro armeno Nikol Pashinyan al vertice Epc di Erevan (Getty Images)
Su questo punto è tornato anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. «I flussi migratori incontrollati mettono a dura prova la sicurezza dei cittadini e, se sfruttati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati. Ma non è tutto. Influiscono anche sull’economia, mettendo a dura prova le risorse pubbliche e incidendo sul mercato del lavoro; ciò indebolisce la competitività aumentando l’incertezza e le tensioni sociali», è il monito di Meloni. «Il modello Italia per le politiche migratorie continua a essere un punto di riferimento», ha ricordato anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, «i centri in Albania sono un progetto innovativo di cui parla tutta Europa, che infatti ha tarato le sue normative sui nostri centri. Quindi non stiamo sprecando soldi. Mare Nostrum, peraltro, è costata molto di più, al di là dell’obiettivo nobile».
In questo contesto, ha ripreso il premier, l’Europa è chiamata ad «alzare il tiro e, dopo aver dimostrato di saper rispondere alle emergenze, deve dimostrare di saperle prevedere».
Infine ci sono anche legami con l’energia, «poiché dobbiamo anche affrontare il fatto che molti flussi provengono da regioni instabili che sono fondamentali per i nostri approvvigionamenti energetici». Lo ha spiegato in occasione dell’ottava edizione della Comunità politica europea (Epc) a Erevan, in Armenia. La «necessità» è quella «di agire contro i trafficanti, garantire che i quadri normativi nazionali e internazionali siano solidi, accelerare i rimpatri, stringere nuove partnership, gestire efficacemente la migrazione a monte e contrastare la strumentalizzazione della migrazione», quindi «sostenersi a vicenda in questi sforzi». È quanto si legge nella dichiarazione congiunta dell’Epc.
In Armenia Meloni ha affrontato con il primo ministro canadese Mark Carney il tema delle materie prime critiche, «un altro elemento essenziale della sovranità energetica». E poi: «Credo che anche iniziative come questa che allargano il concetto d’Europa e dei confini propri dell’Unione europea siano utili».
Un vertice che anticipa la visita di Meloni in Azerbaigian, una missione che rientra nel quadro del rafforzamento della sicurezza energetica dell’Italia per proteggere le famiglie e le imprese dagli choc esterni dovuti alla guerra ma non solo. L’Italia si conferma il primo mercato di destinazione dell’export azero ed è anche il secondo fornitore di petrolio e gas all’Italia (17% e 16% del fabbisogno nazionale). Dal 2020 al 2025, sono stati trasportati in Italia circa 45 miliardi di metri cubi via Tap, il Trans-Adriatic pipeline.
In un contesto internazionale segnato da elevata instabilità, che incide sulla tenuta delle catene di approvvigionamento, Meloni e il presidente Ilham Aliyev avranno modo di approfondire le modalità per consolidare le relazioni tra Roma e Baku. «Il progetto Tap, che fa parte del corridoio del gas, deve naturalmente essere ampliato per aumentare le forniture», ha detto Aliyev.
«Dopo il viaggio nel Golfo, chiaramente anche questo (in Azerbaigian) fa parte di una diplomazia dell’energia che serve a difendere i nostri interessi ma non a farlo semplicemente sul piano episodico, a farlo su un piano strutturale di lungo termine e quindi cerchiamo di fare la nostra parte», ha spiegato Meloni. «Noi vogliamo che l’Azerbaigian possa rafforzare il suo ruolo di snodo fondamentale tra Europa e Asia», ha aggiunto, «e che l’Italia possa essere sempre più la porta d’accesso privilegiata al mercato europeo».
Secondo il premier, energia e connettività sono due ambiti nei quali l’Europa «può e deve giocare un ruolo più incisivo», sostenendo investimenti e favorendo una maggiore integrazione dell’Azerbaigian nelle reti energetiche e nei network dei trasporti internazionali. Il governo sul piano energetico punta a diversificare fonti e partner, costruendo una rete di cooperazioni che guarda all’Azerbaigian, al Nord Africa e ai Paesi del Golfo. Una vera e propria «diplomazia dell’energia» pensata per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e tutelare gli interessi nazionali nel lungo periodo. Meloni insiste poi sulla necessità di un cambio di paradigma in Europa: «Dopo anni segnati da crisi, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, l’Unione europea deve passare da una logica di reazione a una capacità di anticipazione. Serve una strategia di lungo periodo che tenga conto non solo dei partner più affini, ma anche del vicinato geografico».
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Marco Rubio (Ansa)
Si tratta di una missione, quella di Rubio, particolarmente delicata. Non dimentichiamo infatti che, il mese scorso, Donald Trump ha polemizzato sia con Leone che con la stessa Meloni. Al primo ha rimproverato di essere «debole» su crimine e politica estera, mentre ha accusato la seconda di non aver fornito adeguata assistenza agli Usa nella crisi di Hormuz.
Fibrillazioni significative, i cui strascichi, a oggi, non si sono ancora del tutto sopiti. La scorsa settimana, Leone ha messo a capo della diocesi di Wheeling-Charleston un prelato che, oltre a entrare illegalmente negli Stati Uniti da adolescente, è un aperto critico delle politiche migratorie di Trump. Inoltre, proprio ieri, il Papa ha ricevuto i rappresentanti delle Catholic Charities degli Stati Uniti: enti con cui l’attuale amministrazione americana è ai ferri corti sull’immigrazione. Al contempo, sempre ieri, la Meloni ha continuato a mostrare una certa freddezza verso la Casa Bianca. «È una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», ha dichiarato, riferendosi all’eventualità, ventilata da Trump, di ritirare le truppe americane dall’Italia. «L’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito Nato, lo abbiamo fatto anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti: lo abbiamo fatto in Afghanistan, lo abbiamo fatto in Iraq», ha anche detto l’inquilina di Palazzo Chigi, per poi aggiungere: «Quindi alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
In tutto questo, il comunicato con cui il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato il viaggio romano di Rubio è apparso particolarmente stringato. «Il segretario Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale. Gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico», si legge nella breve nota. Tuttavia, al di là della freddezza del comunicato, è comunque una notizia che Rubio arrivi in Italia per parlare con Leone e con la Meloni: il che significa che, al netto della retorica, Trump ha interesse a questa doppia ricucitura. Del resto, oltre a essere cattolico, Rubio, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, è la figura meno ostile alla Nato e, più in generale, al Vecchio Continente. Non solo. Oltre a essere segretario di Stato, il diretto interessato riveste anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che ne fa, insieme a JD Vance, l’uomo attualmente più vicino al presidente statunitense.
Ma in che cosa risiede esattamente l’importanza del viaggio di Rubio? Partiamo dalla Santa Sede. Trump ha necessità di ricomporre la frattura con Leone per una serie di ragioni. Dal punto di vista geopolitico, la rottura con l’attuale pontefice rischia indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In secondo luogo, Trump, a livello interno, vuole mantenere la presa su quell’elettorato cattolico che, nel 2024, lo votò in larga maggioranza: un elettorato di cui il presidente ha bisogno in vista delle Midterm di novembre e di cui avranno bisogno anche Rubio e Vance, entrambi cattolici, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Dall’altra parte, è vero che i vescovi statunitensi sono ai ferri corti con Trump su immigrazione clandestina e guerra in Iran. Ma è altrettanto vero che la gerarchia cattolica americana continua a temere l’ala woke di quel Partito democratico che, quando guidò la Casa Bianca con Joe Biden, non solo portò avanti politiche ferreamente abortiste ma utilizzò anche l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti. Va d’altronde rilevato che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dell’attuale presidente americano tra gli elettori cattolici a fine aprile è aumentato rispetto al mese precedente: segno, questo, del fatto che non sempre la base elettorale cattolica statunitense è politicamente allineata all’episcopato locale.
Venendo al governo italiano, è significativo che Trump invii Rubio a Roma proprio mentre sta inasprendo il suo scontro con Berlino. La Casa Bianca ha del resto sempre trovato nel governo Meloni una sponda contro quei leader europei che, da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, hanno cercato di spingere Bruxelles tra le braccia della Cina. Dall’altra parte, la forza dell’inquilina di Palazzo Chigi sul piano internazionale è storicamente in gran parte connessa ai suoi stretti legami con Washington (sia ai tempi di Biden che con Trump). Tutto questo per dire che, al netto delle difficoltà, tutti e tre gli attori in gioco - Usa, Italia e Santa Sede - hanno un interesse a ricomporre le fratture. Rubio è chiamato a portare a termine questo compito. Missione non facile, ma neppure impossibile.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 maggio con Carlo Cambi
Lo scontro nello Stretto di Hormuz entra in una fase sempre più critica, tra attacchi, incidenti in mare e dichiarazioni contrapposte che rendono il quadro estremamente instabile. Nelle ultime ore, il corridoio strategico per il traffico energetico globale è tornato al centro di un’escalation che coinvolge direttamente Iran e Stati Uniti, con effetti su tutta la regione del Golfo. I primi segnali arrivano dal fronte asiatico. La Corea del Sud ha annunciato verifiche su un possibile attacco contro una nave battente bandiera sudcoreana nello stretto. Secondo l’agenzia Yonhap, non ci sarebbero vittime, ma restano da accertare danni e responsabilità.
Teheran ha poi dichiarato di aver esploso «colpi di avvertimento» contro unità militari statunitensi che si sarebbero avvicinate senza rispondere agli avvisi radio. La televisione di Stato iraniana parla di missili da crociera e droni impiegati per intimidire i cacciatorpediniere americani. In precedenza, l’agenzia Fars aveva sostenuto che una fregata Usa fosse stata colpita da due missili, notizia poi smentita dal Comando centrale degli Stati Uniti. Sul fronte iraniano, il tono si è ulteriormente alzato anche sul piano retorico. Un portavoce del Corpo delle guardie rivoluzionarie ha dichiarato che «stasera si aprirà un nuovo capitolo di potere, uno che i nemici non hanno mai visto prima», mentre i vertici militari continuano a rivendicare il controllo dell’area.
Washington, dal canto suo, rivendica il controllo della situazione. Il Centcom ha annunciato che due navi mercantili statunitensi hanno attraversato lo Stretto sotto scorta militare nell’ambito dell’operazione «Project Freedom», parlando di «libertà di navigazione ristabilita». Il segretario all’Economia, Scott Bessent, lo ha detto in maniera ancora più chiara: «Abbiamo il completo controllo di «Hormuz». Teheran ha però smentito, affermando che «nessuna nave commerciale ha attraversato lo Stretto di Hormuz nelle ultime ore». A rafforzare la linea americana è intervenuto Donald Trump. Il presidente ha minacciato che, in caso di attacchi contro le navi americane impegnate a scortare il traffico commerciale, l’Iran verrebbe «cancellato dalla faccia della Terra», secondo quanto riportato da Fox News. Allo stesso tempo, Trump ha indicato un possibile spiraglio negoziale, affermando che Teheran sarebbe oggi «più malleabile» nelle trattative grazie alla pressione esercitata da Washington. Alla dichiarazione ha risposto l’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai pasdaran, sostenendo che Trump «bluffa» e parlando di «nuovo bluff» del presidente americano. La stessa agenzia ha inoltre affermato che l’Iran avrebbe già «aperto il fuoco contro navi da guerra americane nella regione», alimentando ulteriormente la guerra di narrazioni. Il regime ha inoltre affermato, per bocca del comandante in capo dell’esercito Amir Hatami, che la sicurezza dello Stretto è la sua linea rossa.
Attenzione a quello che si muove sul fronte politico interno statunitense. Un gruppo ristretto di senatori repubblicani sta lavorando a un’autorizzazione all’uso della forza militare contro l’Iran, da attivare nel caso di una ripresa delle ostilità. La proposta potrebbe essere esaminata con procedura accelerata grazie al War Powers Act, consentendo un rapido voto al Senato. Il testo allo studio prevederebbe limiti all’impiego di truppe di terra e una durata definita del conflitto. Le mosse politiche si inseriscono in un contesto operativo sempre più teso. Gli Stati Uniti hanno infatti ammesso di aver modificato le regole d’ingaggio, autorizzando attacchi preventivi contro minacce imminenti, incluse le imbarcazioni veloci dei pasdaran e le postazioni missilistiche iraniane. Secondo fonti militari americane, sei piccole imbarcazioni iraniane sono state neutralizzate mentre cercavano di interferire con la navigazione commerciale, e sono stati intercettati missili e droni lanciati da Teheran. L’inasprimento dello scontro ha avuto effetti immediati anche su Israele. Un funzionario militare ha riferito che lo Stato ebraico è entrato in «stato di massima allerta» proprio dopo l’intercettazione dei vettori iraniani da parte degli Stati Uniti. «L’esercito israeliano sta monitorando attentamente la situazione e rimane in stato di massima allerta», ha spiegato la fonte, segnalando il timore di un allargamento del conflitto. Teheran, dal canto suo, continua a rilanciare sul piano comunicativo. I media statali hanno diffuso una mappa che attribuirebbe all’Iran il controllo di fatto dell’intero Stretto, estendendo simbolicamente la propria influenza fino alle coste emiratine. Una rappresentazione più politica che militare, accompagnata dall’ipotesi di consentire il transito alle navi non legate a Stati Uniti o Israele previo pagamento di un pedaggio. Intanto proseguono i contatti diplomatici con l’Oman per definire un protocollo di sicurezza marittima, ma le posizioni restano distanti. Teheran accusa Washington di avanzare richieste «massimaliste», mentre gli Stati Uniti insistono su una strategia di pressione. Sul terreno si registrano nuovi episodi. In Oman, a Bukha, un edificio residenziale è stato colpito in circostanze ancora da chiarire, causando due feriti. Nelle stesse ore, una nave mercantile è stata fermata dalle autorità iraniane per un controllo, mentre una petroliera ha segnalato di essere stata colpita al largo di Fujairah. «Ogni centimetro di queste acque è sotto il nostro controllo», ha scritto su X sempre il capo dell’esercito iraniano Amir Hatami. Una dichiarazione che sintetizza il clima di contrapposizione crescente.
Si ricomincia: altri raid sugli Emirati
Dopo quasi un mese di tregua nei cieli degli Emirati Arabi Uniti, le allerte missilistiche sono scattate di nuovo ieri. Stando a quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, il regime iraniano ha lanciato quattro missili da crociera diretti contro il Paese: tre sono stati intercettati, mentre l’ultimo è precipitato nelle acque del Golfo.
Poco dopo l’annuncio, come riportato dal Khaleej Times, le autorità degli Emirati hanno comunicato lo scoppio di un incendio nell’impianto petrolifero di Fujairah, a seguito di un attacco con droni. Nel raid «tre cittadini indiani hanno riportato ferite di media entità e sono stati trasportati in ospedale per le cure».
Le allerte negli Emirati sono scattate a partire dalle 17.00, con i residenti che hanno ricevuto sui cellulari almeno quattro alert. Come ha mostrato una fonte della Verità presente sul posto, negli avvisi la popolazione è stata invitata «a cercare immediatamente un luogo sicuro nell’edificio protetto più vicino, tenendosi lontani da finestre, porte e aree aperte». A distanza di dieci minuti dal primo avviso, è arrivato un altro messaggio in cui si comunicava il cessato allarme. Successivamente però sono seguiti altri tre avvisi, a breve distanza l’uno dall’altro. Il ministero della Difesa emiratino ha poi confermato su X che «i rumori uditi in varie parti del Paese sono il risultato dell’intercettazione di missili balistici, missili da crociera e droni da parte dei sistemi di difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti». Come rivelato dalla Cnn, Israele avrebbe svolto un ruolo cruciale nell’intercettazione dei vettori: una fonte ha spiegato che Tel Aviv avrebbe schierato «segretamente» negli Emirati Arabi Uniti un sistema di difesa aerea Iron Dome.
Mentre il Paese non si è fatto cogliere impreparato, sono già state annunciate alcune misure precauzionali. Il ministero dell’Istruzione emiratino ha comunicato che in tutto il Paese sarà introdotta «la didattica a distanza» per tutte le scuole, a partire da oggi fino almeno all’8 maggio. Nel frattempo, i raid iraniani hanno già avuto un impatto diretto sullo spazio aereo. Diversi voli diretti negli Emirati, a Dubai e a Sharjah, sono stati sospesi o dirottati verso Muscat.
Le parole di condanna da parte di Abu Dhabi non si sono fatte attendere. Il ministero degli Esteri degli Emirati, tramite una nota su X, ha affermato che «la ripresa degli attacchi da parte della Repubblica Islamica rappresenta una pericolosa escalation, un’azione inaccettabile e una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità del Paese». E il Paese del Golfo si è riservato «il pieno e legittimo diritto di risposta alle aggressioni». Stando a quanto riferito da Channel 12, anche un alto funzionario emiratino avrebbe confermato: «Il regime iraniano ha iniziato ad attaccarci, noi reagiremo».
Inizialmente, Teheran ha rispedito le accuse al mittente: una fonte militare del regime ha reso noto all’agenzia Tasnim che l’Iran non ha alcun piano di colpire gli Emirati Arabi Uniti. Poco dopo, però, sembra che il regime abbia ammesso «l’errore». La televisione iraniana, riportando quanto affermato da un alto funzionario iraniano, ha comunicato che Teheran «non aveva intenzione di colpire gli Emirati Arabi Uniti».
Peraltro, l’agenzia di stampa dell’Oman ha reso noto che a Bukha, vicino allo Stretto di Hormuz, è stato colpito un edificio in cui risiedono gli expat. Nel momento in cui scriviamo, le autorità dell’Oman stanno ancora indagando sull’origine dell’attacco.
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