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2019-10-08
Genitori di Renzi condannati per false fatturazioni. Ma i processi non sono finiti
Ansa
Nei giorni scorsi Matteo Renzi aveva messo le mani avanti: «Abituiamoci ad aspettare le sentenze della Cassazione». Forse lo stuolo di avvocati che da mesi seguono le numerose inchieste che coinvolgono i suoi genitori gli aveva preconizzato che il primo processo che sarebbe arrivato a sentenza, quello per l'emissione di due presunte false fatture da 195.200 euro, non avrebbe avuto l'esito sperato. E ieri, lunedì 7 ottobre, l'infausto vaticinio si è trasformato in realtà. Aruspice il giudice monocratico Fabio Gugliotta, che poco prima delle 16.30 di ieri, dopo circa 100 minuti di camera di consiglio ha annunciato la condanna: 1 anno e 9 mesi a testa di reclusione per Tiziano Renzi e Laura Bovoli, oltre al pagamento delle spese processuali, a cui ha aggiunto come pene accessorie l'interdizione per un anno dai pubblici uffici e per sei mesi dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, il divieto per un anno di trattare con le pubbliche amministrazioni, oltre all'interdizione (perpetua) dall'ufficio di componente di commissione tributaria e (di un anno) dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria. Il loro coimputato Luigi Dagostino, ex titolare della Tramor Srl che pagò le fatture, è stato invece condannato, oltre che alle pene accessorie, a due anni per utilizzo a fini fiscali delle false fatture e per truffa a danni della stessa Tramor, che su sua indicazione, dopo essere passata al gruppo Kering, pagò le parcelle ai Renzi.
L'imprenditore dovrà risarcire i danni subiti dalla parte civile (lo stesso gruppo Kering) che il giudice ha liquidato in 190.000 euro oltre agli interessi legali e alle spese processuali (3.100 euro). Entro 90 giorni verranno redatte le motivazioni della sentenza, che in forma di estratto dovrà essere pubblicata sul sito del ministero della Giustizia per quindici giorni.
Ai due genitori il giudice ha concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena. Ma, purtroppo per loro, sono in corso molti altri processi ed eventuali condanne anche in questi potranno poi cumularsi tra di loro, ponendo a rischio l'ombrello della condizionale.
I due genitori infatti sono indagati a Firenze per il concorso nella bancarotta di tre cooperative (Marmodiv, Delivery Italia service ed Europe service) e false fatturazioni, la mamma è già alla sbarra a Cuneo con la stessa accusa per il crac della Direkta srl; a questi procedimenti bisogna aggiungere i due fascicoli per traffico di influenze illecite che coinvolgono Tiziano a Firenze e a Roma, dove il 14 ottobre ci sarà un'udienza in cui il babbo rischia l'imputazione coatta per i suoi rapporti scivolosi con l'imprenditore Alfredo Romeo, imputato nella cosiddetta inchiesta Consip.
Va detto che la prima tappa di questa via crucis giudiziaria poteva essere più dolorosa per la coppia, infatti la pm Christine von Borries non ha voluto accanirsi e ha chiesto la pena base (il reato di false fatturazione può essere punito con pene che vanno da 1 anno e sei mesi a 6 anni di reclusione) con l'aggiunta di tre mesi per la continuazione (fattispecie che può portare anche alla triplicazione della pena). Una richiesta che il giudice ha accolto alla lettera. Alla fine i due genitori sono stati condannati perché dopo un approfondito processo è risultato chiaro che le due fatture erano state pagate per prestazioni effettivamente inesistenti. La prima, emessa dalla Party Srl e datata 15 giugno 2015, dell'importo di 24.400 euro, Iva compresa, non era in effetti supportata da nessuna lettera di incarico o progetto e l'oggetto era un generico studio di fattibilità «per un'area destinata al food». La fattura 202 della Eventi 6, datata 30 giugno 2015, era invece supportata da tre paginette di uno studio per «una struttura ricettiva e food con i relativi incoming asiatici e la logistica da e per i vari trasporti pubblici (Ferrovie-aeroporti ecc.)» e da cinque planimetrie che durante le indagini sono risultate essere state realizzate da uno studio di architettura di Milano (su incarico di Dagostino) e successivamente leggermente modificate dalla Eventi 6.
Evidentemente il «progettino», come è stato definito dallo stesso imprenditore pugliese in un'intercettazione ambientale, non è stato considerato dal giudice neanche una piccola prestazione sovrafatturata o pagata in modo non congruo. Lo stesso Dagostino, durante le spontanee dichiarazioni di luglio, ammise: «Dico la verità, quando ho ricevuto le fatture sono rimasto abbastanza perplesso per l'importo. Però loro in quel momento erano i genitori del presidente del Consiglio… non ho ritenuto di contestare le fatture perché ho subito un po' la sudditanza psicologica».
Da ieri la pm von Borries, giallista per hobby, può appuntarsi una medaglia al petto: quella di aver portato a casa la prima condanna in un processo penale contro Tiziano Renzi e Laura Bovoli. In gergo sportivo il suo si definirebbe un percorso netto: infatti il giudice ha accolto quasi alla lettera le sue richieste, arrivate al termine di una requisitoria lunga più di un'ora e condotta con tono pacato, ma fermo. Certo l'impresa della von Borries non è stata semplice, visto lo spiegamento di legali degli imputati, nomi di prestigio come quelli di Alessandro Traversi, uno dei principi del foro e miniera di dotte citazioni, del sempre arguto ed efficace Federico Bagattini, del pugnace ed eloquente Lorenzo Pellegrini e di due tributaristi di vaglia come i professori Marco Miccinesi e Francesco Pistolesi. Una specie di dream team che purtroppo per i Renzi non è riuscito a evitare l'inevitabile. Troppo farlocche le fatture che l'imprenditore Luigi Dagostino aveva pagato e fatto pagare tra il 17 giugno e il 21 luglio 2015 alla Party Srl e alla Eventi 6. L'ultimo romanzo pubblicato dalla pm trionfatrice si intitola A noi donne basta uno sguardo, ma di certo un po' di intuito l'abbiamo avuto anche noi, che quando la vicenda non interessava a nessuno (ieri l'aula, invece, brulicava di cronisti e telecamere) raccontammo gli albori dell'inchiesta e l'iscrizione sul registro degli indagati dei due genitori. Nel gennaio di quest'anno aggiungemmo un tassello e collegammo il pagamento da 24.400 euro all'incontro ottenuto da Dagostino, grazie ai buoni uffici di babbo Tiziano, al cospetto di Luca Lotti a Palazzo Chigi per un magistrato pugliese, Antonio Savasta, poi arrestato per corruzione in atti giudiziari. Un'intuizione felice, visto che qualche settimana dopo la Procura di Firenze ha aperto un fascicolo ai danni di Dagostino e Renzi senior per traffico di influenze illecite e ieri la pm von Borries ha ricordato nella sua requisitoria quella visita nel palazzo del governo, quasi a indicare il vero oggetto del pagamento: l'attività di lobbista del babbo dell'ex premier.
L'avvocato Traversi, difensore di Dagostino, ha sottolineato «l'assoluta inconferenza di questi riferimenti (Palazzo Chigi, Lotti, Savasta) che saranno oggetto di eventuali altri procedimenti», ma che in quello per false fatturazioni sono destinati «a creare confusione e niente più». Nessuno degli argomenti degli avvocati, però, deve aver fatto breccia nel cuore del giudice. Anche se il collegio difensivo dei Renzi ieri ha visto il bicchiere mezzo pieno e ha sottolineato con un comunicato come la sentenza dimostri che «non c'è mai stata alcuna evasione»: «Il giudice concede la sospensione condizionale e irroga una pena mite solo se l'imputato ha provveduto a risarcire i danni erariali (…) risarcimento che in questo caso non è avvenuto proprio perché mancava ogni profilo di danno tributario». I difensori hanno annunciato che ricorreranno in appello. Per loro i prossimi mesi saranno pieni di lavoro.
Giacomo Amadori
Salvini punge: «Felice che i miei siano dei tranquilli pensionati»
Un'ondata di garantismo ha avvolto la politica, un sentimento di muto rispetto ha accolto la notizia della condanna dei genitori di Matteo Renzi. Il fair play è il nuovo stile dominante, è come se tutti avessero abbandonato il clima da stadio per indossare grisaglia e pochette alla Giuseppi. Il governo che vuole mandare in carcere gli evasori partecipa in silenzio al dolore di uno dei suoi azionisti di riferimento. Non una parola si alza dalla maggioranza a commentare i guai giudiziari della famiglia Renzi, in un imbarazzo collettivo, nel terrore che il minimo alito di vento possa scuoterne i fragili equilibri. Soltanto Ettore Rosato, uno dei democratici trasferitosi a Italia viva, tra i più stretti collaboratori dell'ex premier, azzarda una difesa: «Massimo rispetto per la giustizia, come sempre. Rispettiamo i giudici e aspettiamo le sentenze definitive, quelle della Cassazione», dice il vicepresidente della Camera. Secondo il quale, dunque, si dovrebbe parlare dello scandalo solamente fra qualche annetto.
Sulle reti sociali è tutto l'opposto. Da Twitter a Facebook è partito il tam tam di chi si chiede che cosa sarebbe successo se una condanna avesse per caso colpito i genitori di qualche altro politico di primo piano. La domanda è legittima, anche se priva di una risposta inconfutabile. In qualche modo se ne fa interprete Matteo Salvini. Il leader leghista ieri era a Narni, nel cuore dell'Umbria, per l'ennesimo tour pre elettorale. I giornalisti lo circondano sotto il palco del comizio, l'interrogativo è d'obbligo. Salvini la tocca piano: «Non commento le condanne altrui, sono contento che i miei genitori siano pensionati tranquilli, si dedichino ai nipoti e siano incensurati». Pacifici, isolati, incensurati. L'allusione è indiretta ma chiara. Fosse toccato a lui, sarebbe scoppiato il finimondo. Ma Salvini preferisce non infierire con Renzi: «Non faccio battaglia politica sulle condanne dei parenti», aggiunge. Pochi minuti prima, quando le agenzie di stampa avevano cominciato a diffondere la notizia della condanna di Firenze, l'ex ministro dell'Interno si era limitato a rilanciare su Twitter lo scarno flash di poche parole senza aggiungere alcun commento.
Anche sulla sponda leghista, dunque, sembra prevalere un clima completamente diverso da quando le colpe di altri genitori venivano fatte ricadere pesantemente sulle spalle dei figli. O delle figlie, come nel caso di Maria Elena Boschi, finita sulla graticola per il crac di Banca Etruria di cui il padre era tra gli amministratori. Ne sa qualcosa anche l'ex ministro Maurizio Lupi, costretto alle dimissioni per un Rolex regalato al figlio da indagati che poi sarebbero usciti immacolati dalle inchieste. Allora fu soprattutto il M5s ad accanirsi sulla ministra dell'epoca. Ma il movimento non era ancora imborghesito dal potere.
D'altra parte, i grillini sanno bene che cosa vuol dire avere un genitore alle prese con la giustizia: chiedere conferma a Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Antonio Di Maio pagò per anni gli operai in nero, fu costretto lui stesso ad ammetterlo e a riparare per chiudere le polemiche. Idem per Di Battista senior, nella cui azienda si lavorava in nero per evitare che colasse definitivamente a picco, travolta dai debiti. Beppe Grillo invece ha un figlio indagato in Sardegna per una vicenda di violenze su una ragazza, su cui è calato il silenzio.
Restano però anche oggi i familiari di serie A e quelli delle categorie inferiori. Una quindicina di giorni fa uno dei figli di Umberto Bossi si è allontanato dal ristorante senza pagare con la scusa di andare a prelevare al bancomat. Il titolare del locale l'ha denunciato. Fossimo un Paese moderno come lo vogliono Conte e Renzi, il ristoratore avrebbe dovuto accettare il pagamento con il bancomat, e non lasciare che il povero Riccardo Bossi se la svignasse verso lo sportello automatico. Fatto sta che per qualche giorno l'Italia si è fermata davanti allo scandalo di cotanto figlio che ha fatto il furbetto per 60 euro. Per due fatture false targate Renzi, invece, il silenzio è d'obbligo, oltre che d'oro.
Stefano Filippi
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Hanno inventato prestazioni per 195.200 euro: pena di 1 anno e 9 mesi ciascuno. Restano indagati anche per bancarotta e, nel caso del babbo, traffico di influenze.Il leader del Carroccio Matteo Salvini: «Mia madre e mio padre sono incensurati e si dedicano ai nipotini». In difesa dell'ex segretario dem parla soltanto Ettore Rosato: «Aspettiamo la sentenza definitiva».Lo speciale contiene due articoli Nei giorni scorsi Matteo Renzi aveva messo le mani avanti: «Abituiamoci ad aspettare le sentenze della Cassazione». Forse lo stuolo di avvocati che da mesi seguono le numerose inchieste che coinvolgono i suoi genitori gli aveva preconizzato che il primo processo che sarebbe arrivato a sentenza, quello per l'emissione di due presunte false fatture da 195.200 euro, non avrebbe avuto l'esito sperato. E ieri, lunedì 7 ottobre, l'infausto vaticinio si è trasformato in realtà. Aruspice il giudice monocratico Fabio Gugliotta, che poco prima delle 16.30 di ieri, dopo circa 100 minuti di camera di consiglio ha annunciato la condanna: 1 anno e 9 mesi a testa di reclusione per Tiziano Renzi e Laura Bovoli, oltre al pagamento delle spese processuali, a cui ha aggiunto come pene accessorie l'interdizione per un anno dai pubblici uffici e per sei mesi dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, il divieto per un anno di trattare con le pubbliche amministrazioni, oltre all'interdizione (perpetua) dall'ufficio di componente di commissione tributaria e (di un anno) dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria. Il loro coimputato Luigi Dagostino, ex titolare della Tramor Srl che pagò le fatture, è stato invece condannato, oltre che alle pene accessorie, a due anni per utilizzo a fini fiscali delle false fatture e per truffa a danni della stessa Tramor, che su sua indicazione, dopo essere passata al gruppo Kering, pagò le parcelle ai Renzi. L'imprenditore dovrà risarcire i danni subiti dalla parte civile (lo stesso gruppo Kering) che il giudice ha liquidato in 190.000 euro oltre agli interessi legali e alle spese processuali (3.100 euro). Entro 90 giorni verranno redatte le motivazioni della sentenza, che in forma di estratto dovrà essere pubblicata sul sito del ministero della Giustizia per quindici giorni. Ai due genitori il giudice ha concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena. Ma, purtroppo per loro, sono in corso molti altri processi ed eventuali condanne anche in questi potranno poi cumularsi tra di loro, ponendo a rischio l'ombrello della condizionale. I due genitori infatti sono indagati a Firenze per il concorso nella bancarotta di tre cooperative (Marmodiv, Delivery Italia service ed Europe service) e false fatturazioni, la mamma è già alla sbarra a Cuneo con la stessa accusa per il crac della Direkta srl; a questi procedimenti bisogna aggiungere i due fascicoli per traffico di influenze illecite che coinvolgono Tiziano a Firenze e a Roma, dove il 14 ottobre ci sarà un'udienza in cui il babbo rischia l'imputazione coatta per i suoi rapporti scivolosi con l'imprenditore Alfredo Romeo, imputato nella cosiddetta inchiesta Consip. Va detto che la prima tappa di questa via crucis giudiziaria poteva essere più dolorosa per la coppia, infatti la pm Christine von Borries non ha voluto accanirsi e ha chiesto la pena base (il reato di false fatturazione può essere punito con pene che vanno da 1 anno e sei mesi a 6 anni di reclusione) con l'aggiunta di tre mesi per la continuazione (fattispecie che può portare anche alla triplicazione della pena). Una richiesta che il giudice ha accolto alla lettera. Alla fine i due genitori sono stati condannati perché dopo un approfondito processo è risultato chiaro che le due fatture erano state pagate per prestazioni effettivamente inesistenti. La prima, emessa dalla Party Srl e datata 15 giugno 2015, dell'importo di 24.400 euro, Iva compresa, non era in effetti supportata da nessuna lettera di incarico o progetto e l'oggetto era un generico studio di fattibilità «per un'area destinata al food». La fattura 202 della Eventi 6, datata 30 giugno 2015, era invece supportata da tre paginette di uno studio per «una struttura ricettiva e food con i relativi incoming asiatici e la logistica da e per i vari trasporti pubblici (Ferrovie-aeroporti ecc.)» e da cinque planimetrie che durante le indagini sono risultate essere state realizzate da uno studio di architettura di Milano (su incarico di Dagostino) e successivamente leggermente modificate dalla Eventi 6. Evidentemente il «progettino», come è stato definito dallo stesso imprenditore pugliese in un'intercettazione ambientale, non è stato considerato dal giudice neanche una piccola prestazione sovrafatturata o pagata in modo non congruo. Lo stesso Dagostino, durante le spontanee dichiarazioni di luglio, ammise: «Dico la verità, quando ho ricevuto le fatture sono rimasto abbastanza perplesso per l'importo. Però loro in quel momento erano i genitori del presidente del Consiglio… non ho ritenuto di contestare le fatture perché ho subito un po' la sudditanza psicologica». Da ieri la pm von Borries, giallista per hobby, può appuntarsi una medaglia al petto: quella di aver portato a casa la prima condanna in un processo penale contro Tiziano Renzi e Laura Bovoli. In gergo sportivo il suo si definirebbe un percorso netto: infatti il giudice ha accolto quasi alla lettera le sue richieste, arrivate al termine di una requisitoria lunga più di un'ora e condotta con tono pacato, ma fermo. Certo l'impresa della von Borries non è stata semplice, visto lo spiegamento di legali degli imputati, nomi di prestigio come quelli di Alessandro Traversi, uno dei principi del foro e miniera di dotte citazioni, del sempre arguto ed efficace Federico Bagattini, del pugnace ed eloquente Lorenzo Pellegrini e di due tributaristi di vaglia come i professori Marco Miccinesi e Francesco Pistolesi. Una specie di dream team che purtroppo per i Renzi non è riuscito a evitare l'inevitabile. Troppo farlocche le fatture che l'imprenditore Luigi Dagostino aveva pagato e fatto pagare tra il 17 giugno e il 21 luglio 2015 alla Party Srl e alla Eventi 6. L'ultimo romanzo pubblicato dalla pm trionfatrice si intitola A noi donne basta uno sguardo, ma di certo un po' di intuito l'abbiamo avuto anche noi, che quando la vicenda non interessava a nessuno (ieri l'aula, invece, brulicava di cronisti e telecamere) raccontammo gli albori dell'inchiesta e l'iscrizione sul registro degli indagati dei due genitori. Nel gennaio di quest'anno aggiungemmo un tassello e collegammo il pagamento da 24.400 euro all'incontro ottenuto da Dagostino, grazie ai buoni uffici di babbo Tiziano, al cospetto di Luca Lotti a Palazzo Chigi per un magistrato pugliese, Antonio Savasta, poi arrestato per corruzione in atti giudiziari. Un'intuizione felice, visto che qualche settimana dopo la Procura di Firenze ha aperto un fascicolo ai danni di Dagostino e Renzi senior per traffico di influenze illecite e ieri la pm von Borries ha ricordato nella sua requisitoria quella visita nel palazzo del governo, quasi a indicare il vero oggetto del pagamento: l'attività di lobbista del babbo dell'ex premier. L'avvocato Traversi, difensore di Dagostino, ha sottolineato «l'assoluta inconferenza di questi riferimenti (Palazzo Chigi, Lotti, Savasta) che saranno oggetto di eventuali altri procedimenti», ma che in quello per false fatturazioni sono destinati «a creare confusione e niente più». Nessuno degli argomenti degli avvocati, però, deve aver fatto breccia nel cuore del giudice. Anche se il collegio difensivo dei Renzi ieri ha visto il bicchiere mezzo pieno e ha sottolineato con un comunicato come la sentenza dimostri che «non c'è mai stata alcuna evasione»: «Il giudice concede la sospensione condizionale e irroga una pena mite solo se l'imputato ha provveduto a risarcire i danni erariali (…) risarcimento che in questo caso non è avvenuto proprio perché mancava ogni profilo di danno tributario». I difensori hanno annunciato che ricorreranno in appello. Per loro i prossimi mesi saranno pieni di lavoro. Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/genitori-di-renzi-condannati-per-false-fatturazioni-ma-i-processi-non-sono-finiti-2640876702.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-punge-felice-che-i-miei-siano-dei-tranquilli-pensionati" data-post-id="2640876702" data-published-at="1781031744" data-use-pagination="False"> Salvini punge: «Felice che i miei siano dei tranquilli pensionati» Un'ondata di garantismo ha avvolto la politica, un sentimento di muto rispetto ha accolto la notizia della condanna dei genitori di Matteo Renzi. Il fair play è il nuovo stile dominante, è come se tutti avessero abbandonato il clima da stadio per indossare grisaglia e pochette alla Giuseppi. Il governo che vuole mandare in carcere gli evasori partecipa in silenzio al dolore di uno dei suoi azionisti di riferimento. Non una parola si alza dalla maggioranza a commentare i guai giudiziari della famiglia Renzi, in un imbarazzo collettivo, nel terrore che il minimo alito di vento possa scuoterne i fragili equilibri. Soltanto Ettore Rosato, uno dei democratici trasferitosi a Italia viva, tra i più stretti collaboratori dell'ex premier, azzarda una difesa: «Massimo rispetto per la giustizia, come sempre. Rispettiamo i giudici e aspettiamo le sentenze definitive, quelle della Cassazione», dice il vicepresidente della Camera. Secondo il quale, dunque, si dovrebbe parlare dello scandalo solamente fra qualche annetto. Sulle reti sociali è tutto l'opposto. Da Twitter a Facebook è partito il tam tam di chi si chiede che cosa sarebbe successo se una condanna avesse per caso colpito i genitori di qualche altro politico di primo piano. La domanda è legittima, anche se priva di una risposta inconfutabile. In qualche modo se ne fa interprete Matteo Salvini. Il leader leghista ieri era a Narni, nel cuore dell'Umbria, per l'ennesimo tour pre elettorale. I giornalisti lo circondano sotto il palco del comizio, l'interrogativo è d'obbligo. Salvini la tocca piano: «Non commento le condanne altrui, sono contento che i miei genitori siano pensionati tranquilli, si dedichino ai nipoti e siano incensurati». Pacifici, isolati, incensurati. L'allusione è indiretta ma chiara. Fosse toccato a lui, sarebbe scoppiato il finimondo. Ma Salvini preferisce non infierire con Renzi: «Non faccio battaglia politica sulle condanne dei parenti», aggiunge. Pochi minuti prima, quando le agenzie di stampa avevano cominciato a diffondere la notizia della condanna di Firenze, l'ex ministro dell'Interno si era limitato a rilanciare su Twitter lo scarno flash di poche parole senza aggiungere alcun commento. Anche sulla sponda leghista, dunque, sembra prevalere un clima completamente diverso da quando le colpe di altri genitori venivano fatte ricadere pesantemente sulle spalle dei figli. O delle figlie, come nel caso di Maria Elena Boschi, finita sulla graticola per il crac di Banca Etruria di cui il padre era tra gli amministratori. Ne sa qualcosa anche l'ex ministro Maurizio Lupi, costretto alle dimissioni per un Rolex regalato al figlio da indagati che poi sarebbero usciti immacolati dalle inchieste. Allora fu soprattutto il M5s ad accanirsi sulla ministra dell'epoca. Ma il movimento non era ancora imborghesito dal potere. D'altra parte, i grillini sanno bene che cosa vuol dire avere un genitore alle prese con la giustizia: chiedere conferma a Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Antonio Di Maio pagò per anni gli operai in nero, fu costretto lui stesso ad ammetterlo e a riparare per chiudere le polemiche. Idem per Di Battista senior, nella cui azienda si lavorava in nero per evitare che colasse definitivamente a picco, travolta dai debiti. Beppe Grillo invece ha un figlio indagato in Sardegna per una vicenda di violenze su una ragazza, su cui è calato il silenzio. Restano però anche oggi i familiari di serie A e quelli delle categorie inferiori. Una quindicina di giorni fa uno dei figli di Umberto Bossi si è allontanato dal ristorante senza pagare con la scusa di andare a prelevare al bancomat. Il titolare del locale l'ha denunciato. Fossimo un Paese moderno come lo vogliono Conte e Renzi, il ristoratore avrebbe dovuto accettare il pagamento con il bancomat, e non lasciare che il povero Riccardo Bossi se la svignasse verso lo sportello automatico. Fatto sta che per qualche giorno l'Italia si è fermata davanti allo scandalo di cotanto figlio che ha fatto il furbetto per 60 euro. Per due fatture false targate Renzi, invece, il silenzio è d'obbligo, oltre che d'oro. Stefano Filippi
Niente algoritmi, niente satelliti, niente highlights furbetti. Era l’istinto a dominare, quello che servirebbe per capire quali saranno i giocatori-sorpresa dei Mondiali trumpiani al via in Usa, Messico e Canada. Con 48 squadre (un luna park) vuoi non trovare un terzino di buon livello che costi meno dei 55 milioni non di un Camavinga ma di un Marco Palestra?
Ecco i calciatori da tenere d’occhio per le squadre italiane con le pezze al sedere, che fra settlement agreement Uefa (Juventus e Roma), debiti pregressi (Inter) e braccino delle proprietà straniere in confusione (Milan) non riescono più a ingaggiare campioni di prima fila. Un paniere di portieri, esterni a tutta fascia, mezze ali e punte più o meno spuntate che potrebbero fare al caso nostro. Con un avviso ai naviganti: sarebbero da opzionare al volo, prima che facciano passerella globale. Perché se uno sconosciuto segna un gol di gluteo o fa un assist di sponda ai Mondiali, il prezzo passa in automatico da due datteri a 20 milioni.
A custodire la porta svizzera c’è un tipaccio che può fare la differenza. Dopo gli exploit di Yann Sommer (ora bollito) ai mondiali di Russia e Qatar, tocca a Gregor Kobel. Armadio di Zurigo tutt’altro che ignoto, anche se non conosciutissimo dal tifoso canottierato da divano. È il numero uno del Borussia Dortmund e piace parecchio al Newcastle che potrebbe pure spendere 40 milioni per portarlo a casa. Sicuro fra i pali, felino in uscita e buono nel lavoro con i piedi, pur avendo 28 anni è un emotivo e talvolta entra in corto circuito con se stesso favorendo la papera. Per informazioni sulla sindrome, chiedere a Gigio Donnarumma.
Un altro portiere da tenere d’occhio è Yahia Fofana, francese naturalizzato ivoriano, estremo difensore della Costa D’Avorio. Ha 25 anni e ottimi riflessi, è esplosivo e nelle parate d’istinto somiglia ad André Onana. Come per il collega, i problemi cominciano quando deve pensare. Nonostante l’altezza (1.96) non è sicurissimo nelle uscite, nel senso che tende a sfarfallare. Per questo verrebbe via dal Caykur Rizespor (Turchia) a poco: meno di 10 milioni. Il terzo da segnalare è un turco vero e proprio, Ugurcan Cakir, estremo difensore del Galatasaray, 30 anni, esperto, pure pararigori. Servono 18 milioni come minimo.
Nel calcio woke tutto impostazione e gente multitasking i difensori rocciosi ormai sono pochi e chi li ha se li tiene. Tre comprimari di livello vanno però segnalati. Il primo è Julian Ryerson, vikingo di 31 anni del Borussia attorno al quale ruota la retroguardia della Norvegia. Le sue sono partite da mal di testa, visto che lo squadrone del grande Nord punta tutto su attaccanti del livello di Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa (quelli che hanno schiantato l’Italia), quindi spesso si sbilancia lasciando praterie per gli avversari. Costa 25 milioni, 12 in più del suo collega Leo Ostigard, che gioca nel Genoa e potrebbe diventare un fattore. Se la Norvegia si conferma, quest’ultimo potrebbe vedere il valore salire e diventare un uomo mercato. Occhio anche ad Armando Obispo, mastino del Psv Eindhoven, 26 anni, pilastro della cenerentola Curaçao. Secondo Transfertmarkt non costa più di 4 milioni, un affarone già prima del fischio d’inizio.
Oggi le partite si decidono sulle fasce, e allora via con la squadra dei velocisti da cento polmoni. Douglas Santos, brasiliano dello Zenit di San Pietroburgo, ha la sua bella età (32) ma garantisce corsa ed esperienza. Soprattutto è in saldo: 7,5 milioni. Per Europa League o Conference basta e avanza. Ben diverso lo scenario per un piccolo fenomeno come Valentín Barco, argentino dello Strasburgo, 21 anni, destinato alle platee più nobili. Vale 40 milioni e il Chelsea gli ha messo le mani sopra. Poiché gli inglesi hanno a bilancio una quarantina di calciatori, potrebbe essere un prestito vincente. Stessa squadra, destino simile per Guela Douè, (23) ai Mondiali con la maglia della Costa d’Avorio. Qualche giorno fa ha dato un dispiacere alla Francia in amichevole. È uno dei rookies più attesi: per puntarlo servono 20 milioni a salire, astenersi perditempo. Un nome di ritorno è Tajon Buchanan, canadese di 27 anni, che dopo il fallimento all’Inter ha vissuto una resurrezione divina al Villarreal come ala destra: 7 gol, quasi sempre titolare. Prezzo di partenza 12 milioni ma se la sua nazionale va avanti il valore lievita.
A centrocampo brillano tre stelline vecchie e nuove. Tomas Soucek (31) è un pilastro della Repubblica Ceca, mediano o regista senza problemi, specialista nei calci piazzati. È retrocesso con il West Ham, quindi è sul mercato per ripianare i debiti e costa poco: 10 milioni, un affare per chi lo prende. Ben altro profilo è quello di una baby star del Marocco, che arriva ai Mondiali con l’obiettivo di raggiungere almeno i quarti: Ayyoub Bouaddi ha 18 anni, un’enorme personalità, sembra Adrien Rabiot, gioca (per ora) nel Lille ed è sul taccuino di mezza Europa. Bayern, Arsenal, Manchester United. Base d’asta 40 milioni. Chi non può permetterselo dovrà consolarsi con Richard Rios, colombiano del Benfica, 26 anni, medianone dal dribbling letale. Si parte da 25 milioni.
I rifinitori alla Paulo Dybala sono merce rarissima. Accendiamo il lanternino per scoprire chi c’è oltre i grandi 10 da sogno, quindi fuori budget. Un profilo interessante sarebbe Lennart Karl, tedesco di 19 anni, che salterà i Mondiali per infortunio ma che il Bayern potrebbe mandare a farsi le ossa in una squadra italiana come ha fatto il Real Madrid con Nico Paz. Il ct Julian Nagelsmann ha convocato al suo posto Assane Ouedraogo (20 anni) del Lipsia; se ha spazio è un fattore sicuro. Per 30 milioni può fare felice qualunque tifoseria. Come Kerim Alajbegovic, il bosniaco che ci ha eliminato nello spareggio della vergogna: 18 anni e un grande futuro davanti a sé. Il Salisburgo lo valuta 22 milioni, avanti chi ha coraggio.
Poiché alcune signore hanno il diritto di guardarsi le partite in senso estetico, due consigli sexy: il portiere tedesco Kevin Trapp e il difensore olandese del Tottenham Mickey Vandeven sono tipacci da pubblicità della schiuma da barba. Dopo il siparietto, riflettori sulle punte, quelli che fanno gol e vedono lievitare il valore a ogni centro. Il più atteso è un bambino che arriva dall’Ecuador, Kendry Páez (19), con lampi da fenomeno e al River Plate utilizzato come fantasista. Il cartellino dice 8 milioni ma suona falso perché è già del solito Chelsea, la kinderheim d’Europa, che difficilmente se ne priverà. Un altro caratterino è Gianluca Prestianni (20), argentino del Benfica, protagonista della famosa rissa razzista con Vinicius junior, difeso a spada tratta da Josè Mourinho. Costa 20 milioni ma sembra avere bisogno di un tutor.
Si va sul sicuro con Folarin Balogun (24) centravanti del Monaco e degli Stati Uniti. Sarà l’idolo di casa, costo 40 milioni sempre che la sua gigantografia non finisca a Times Square. Un sogno impossibile per quasi tutti è Yan Diomandé (22) che indossa la maglia della Costa d’Avorio; nel Lipsia ha segnato 13 gol più 9 assist. Il club ha fatto il prezzo: 100 milioni. Per stizza verrebbe voglia di ripiegare sul più abbordabile Raul Jiménez, nonno messicano delle aree di rigore, puntero del Fulham, destinato a fare coppia con Santi Gimenez del Milan. E a consolarlo. Raul ha il record del saldo: 3 milioni. Anche perché ha 35 anni suonati.
Per chi ama il tutto gratis c’è un’occasione imperdibile. È un monumento panamense, idolo locale per aver segnato il gol che ha mandato la sua nazionale al Mondiale. Ha 37 anni e si chiama Cecilio Waterman. Andrebbe ingaggiato solo per il nome.
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@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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