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2019-10-08
Genitori di Renzi condannati per false fatturazioni. Ma i processi non sono finiti
Ansa
Nei giorni scorsi Matteo Renzi aveva messo le mani avanti: «Abituiamoci ad aspettare le sentenze della Cassazione». Forse lo stuolo di avvocati che da mesi seguono le numerose inchieste che coinvolgono i suoi genitori gli aveva preconizzato che il primo processo che sarebbe arrivato a sentenza, quello per l'emissione di due presunte false fatture da 195.200 euro, non avrebbe avuto l'esito sperato. E ieri, lunedì 7 ottobre, l'infausto vaticinio si è trasformato in realtà. Aruspice il giudice monocratico Fabio Gugliotta, che poco prima delle 16.30 di ieri, dopo circa 100 minuti di camera di consiglio ha annunciato la condanna: 1 anno e 9 mesi a testa di reclusione per Tiziano Renzi e Laura Bovoli, oltre al pagamento delle spese processuali, a cui ha aggiunto come pene accessorie l'interdizione per un anno dai pubblici uffici e per sei mesi dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, il divieto per un anno di trattare con le pubbliche amministrazioni, oltre all'interdizione (perpetua) dall'ufficio di componente di commissione tributaria e (di un anno) dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria. Il loro coimputato Luigi Dagostino, ex titolare della Tramor Srl che pagò le fatture, è stato invece condannato, oltre che alle pene accessorie, a due anni per utilizzo a fini fiscali delle false fatture e per truffa a danni della stessa Tramor, che su sua indicazione, dopo essere passata al gruppo Kering, pagò le parcelle ai Renzi.
L'imprenditore dovrà risarcire i danni subiti dalla parte civile (lo stesso gruppo Kering) che il giudice ha liquidato in 190.000 euro oltre agli interessi legali e alle spese processuali (3.100 euro). Entro 90 giorni verranno redatte le motivazioni della sentenza, che in forma di estratto dovrà essere pubblicata sul sito del ministero della Giustizia per quindici giorni.
Ai due genitori il giudice ha concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena. Ma, purtroppo per loro, sono in corso molti altri processi ed eventuali condanne anche in questi potranno poi cumularsi tra di loro, ponendo a rischio l'ombrello della condizionale.
I due genitori infatti sono indagati a Firenze per il concorso nella bancarotta di tre cooperative (Marmodiv, Delivery Italia service ed Europe service) e false fatturazioni, la mamma è già alla sbarra a Cuneo con la stessa accusa per il crac della Direkta srl; a questi procedimenti bisogna aggiungere i due fascicoli per traffico di influenze illecite che coinvolgono Tiziano a Firenze e a Roma, dove il 14 ottobre ci sarà un'udienza in cui il babbo rischia l'imputazione coatta per i suoi rapporti scivolosi con l'imprenditore Alfredo Romeo, imputato nella cosiddetta inchiesta Consip.
Va detto che la prima tappa di questa via crucis giudiziaria poteva essere più dolorosa per la coppia, infatti la pm Christine von Borries non ha voluto accanirsi e ha chiesto la pena base (il reato di false fatturazione può essere punito con pene che vanno da 1 anno e sei mesi a 6 anni di reclusione) con l'aggiunta di tre mesi per la continuazione (fattispecie che può portare anche alla triplicazione della pena). Una richiesta che il giudice ha accolto alla lettera. Alla fine i due genitori sono stati condannati perché dopo un approfondito processo è risultato chiaro che le due fatture erano state pagate per prestazioni effettivamente inesistenti. La prima, emessa dalla Party Srl e datata 15 giugno 2015, dell'importo di 24.400 euro, Iva compresa, non era in effetti supportata da nessuna lettera di incarico o progetto e l'oggetto era un generico studio di fattibilità «per un'area destinata al food». La fattura 202 della Eventi 6, datata 30 giugno 2015, era invece supportata da tre paginette di uno studio per «una struttura ricettiva e food con i relativi incoming asiatici e la logistica da e per i vari trasporti pubblici (Ferrovie-aeroporti ecc.)» e da cinque planimetrie che durante le indagini sono risultate essere state realizzate da uno studio di architettura di Milano (su incarico di Dagostino) e successivamente leggermente modificate dalla Eventi 6.
Evidentemente il «progettino», come è stato definito dallo stesso imprenditore pugliese in un'intercettazione ambientale, non è stato considerato dal giudice neanche una piccola prestazione sovrafatturata o pagata in modo non congruo. Lo stesso Dagostino, durante le spontanee dichiarazioni di luglio, ammise: «Dico la verità, quando ho ricevuto le fatture sono rimasto abbastanza perplesso per l'importo. Però loro in quel momento erano i genitori del presidente del Consiglio… non ho ritenuto di contestare le fatture perché ho subito un po' la sudditanza psicologica».
Da ieri la pm von Borries, giallista per hobby, può appuntarsi una medaglia al petto: quella di aver portato a casa la prima condanna in un processo penale contro Tiziano Renzi e Laura Bovoli. In gergo sportivo il suo si definirebbe un percorso netto: infatti il giudice ha accolto quasi alla lettera le sue richieste, arrivate al termine di una requisitoria lunga più di un'ora e condotta con tono pacato, ma fermo. Certo l'impresa della von Borries non è stata semplice, visto lo spiegamento di legali degli imputati, nomi di prestigio come quelli di Alessandro Traversi, uno dei principi del foro e miniera di dotte citazioni, del sempre arguto ed efficace Federico Bagattini, del pugnace ed eloquente Lorenzo Pellegrini e di due tributaristi di vaglia come i professori Marco Miccinesi e Francesco Pistolesi. Una specie di dream team che purtroppo per i Renzi non è riuscito a evitare l'inevitabile. Troppo farlocche le fatture che l'imprenditore Luigi Dagostino aveva pagato e fatto pagare tra il 17 giugno e il 21 luglio 2015 alla Party Srl e alla Eventi 6. L'ultimo romanzo pubblicato dalla pm trionfatrice si intitola A noi donne basta uno sguardo, ma di certo un po' di intuito l'abbiamo avuto anche noi, che quando la vicenda non interessava a nessuno (ieri l'aula, invece, brulicava di cronisti e telecamere) raccontammo gli albori dell'inchiesta e l'iscrizione sul registro degli indagati dei due genitori. Nel gennaio di quest'anno aggiungemmo un tassello e collegammo il pagamento da 24.400 euro all'incontro ottenuto da Dagostino, grazie ai buoni uffici di babbo Tiziano, al cospetto di Luca Lotti a Palazzo Chigi per un magistrato pugliese, Antonio Savasta, poi arrestato per corruzione in atti giudiziari. Un'intuizione felice, visto che qualche settimana dopo la Procura di Firenze ha aperto un fascicolo ai danni di Dagostino e Renzi senior per traffico di influenze illecite e ieri la pm von Borries ha ricordato nella sua requisitoria quella visita nel palazzo del governo, quasi a indicare il vero oggetto del pagamento: l'attività di lobbista del babbo dell'ex premier.
L'avvocato Traversi, difensore di Dagostino, ha sottolineato «l'assoluta inconferenza di questi riferimenti (Palazzo Chigi, Lotti, Savasta) che saranno oggetto di eventuali altri procedimenti», ma che in quello per false fatturazioni sono destinati «a creare confusione e niente più». Nessuno degli argomenti degli avvocati, però, deve aver fatto breccia nel cuore del giudice. Anche se il collegio difensivo dei Renzi ieri ha visto il bicchiere mezzo pieno e ha sottolineato con un comunicato come la sentenza dimostri che «non c'è mai stata alcuna evasione»: «Il giudice concede la sospensione condizionale e irroga una pena mite solo se l'imputato ha provveduto a risarcire i danni erariali (…) risarcimento che in questo caso non è avvenuto proprio perché mancava ogni profilo di danno tributario». I difensori hanno annunciato che ricorreranno in appello. Per loro i prossimi mesi saranno pieni di lavoro.
Giacomo Amadori
Salvini punge: «Felice che i miei siano dei tranquilli pensionati»
Un'ondata di garantismo ha avvolto la politica, un sentimento di muto rispetto ha accolto la notizia della condanna dei genitori di Matteo Renzi. Il fair play è il nuovo stile dominante, è come se tutti avessero abbandonato il clima da stadio per indossare grisaglia e pochette alla Giuseppi. Il governo che vuole mandare in carcere gli evasori partecipa in silenzio al dolore di uno dei suoi azionisti di riferimento. Non una parola si alza dalla maggioranza a commentare i guai giudiziari della famiglia Renzi, in un imbarazzo collettivo, nel terrore che il minimo alito di vento possa scuoterne i fragili equilibri. Soltanto Ettore Rosato, uno dei democratici trasferitosi a Italia viva, tra i più stretti collaboratori dell'ex premier, azzarda una difesa: «Massimo rispetto per la giustizia, come sempre. Rispettiamo i giudici e aspettiamo le sentenze definitive, quelle della Cassazione», dice il vicepresidente della Camera. Secondo il quale, dunque, si dovrebbe parlare dello scandalo solamente fra qualche annetto.
Sulle reti sociali è tutto l'opposto. Da Twitter a Facebook è partito il tam tam di chi si chiede che cosa sarebbe successo se una condanna avesse per caso colpito i genitori di qualche altro politico di primo piano. La domanda è legittima, anche se priva di una risposta inconfutabile. In qualche modo se ne fa interprete Matteo Salvini. Il leader leghista ieri era a Narni, nel cuore dell'Umbria, per l'ennesimo tour pre elettorale. I giornalisti lo circondano sotto il palco del comizio, l'interrogativo è d'obbligo. Salvini la tocca piano: «Non commento le condanne altrui, sono contento che i miei genitori siano pensionati tranquilli, si dedichino ai nipoti e siano incensurati». Pacifici, isolati, incensurati. L'allusione è indiretta ma chiara. Fosse toccato a lui, sarebbe scoppiato il finimondo. Ma Salvini preferisce non infierire con Renzi: «Non faccio battaglia politica sulle condanne dei parenti», aggiunge. Pochi minuti prima, quando le agenzie di stampa avevano cominciato a diffondere la notizia della condanna di Firenze, l'ex ministro dell'Interno si era limitato a rilanciare su Twitter lo scarno flash di poche parole senza aggiungere alcun commento.
Anche sulla sponda leghista, dunque, sembra prevalere un clima completamente diverso da quando le colpe di altri genitori venivano fatte ricadere pesantemente sulle spalle dei figli. O delle figlie, come nel caso di Maria Elena Boschi, finita sulla graticola per il crac di Banca Etruria di cui il padre era tra gli amministratori. Ne sa qualcosa anche l'ex ministro Maurizio Lupi, costretto alle dimissioni per un Rolex regalato al figlio da indagati che poi sarebbero usciti immacolati dalle inchieste. Allora fu soprattutto il M5s ad accanirsi sulla ministra dell'epoca. Ma il movimento non era ancora imborghesito dal potere.
D'altra parte, i grillini sanno bene che cosa vuol dire avere un genitore alle prese con la giustizia: chiedere conferma a Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Antonio Di Maio pagò per anni gli operai in nero, fu costretto lui stesso ad ammetterlo e a riparare per chiudere le polemiche. Idem per Di Battista senior, nella cui azienda si lavorava in nero per evitare che colasse definitivamente a picco, travolta dai debiti. Beppe Grillo invece ha un figlio indagato in Sardegna per una vicenda di violenze su una ragazza, su cui è calato il silenzio.
Restano però anche oggi i familiari di serie A e quelli delle categorie inferiori. Una quindicina di giorni fa uno dei figli di Umberto Bossi si è allontanato dal ristorante senza pagare con la scusa di andare a prelevare al bancomat. Il titolare del locale l'ha denunciato. Fossimo un Paese moderno come lo vogliono Conte e Renzi, il ristoratore avrebbe dovuto accettare il pagamento con il bancomat, e non lasciare che il povero Riccardo Bossi se la svignasse verso lo sportello automatico. Fatto sta che per qualche giorno l'Italia si è fermata davanti allo scandalo di cotanto figlio che ha fatto il furbetto per 60 euro. Per due fatture false targate Renzi, invece, il silenzio è d'obbligo, oltre che d'oro.
Stefano Filippi
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Hanno inventato prestazioni per 195.200 euro: pena di 1 anno e 9 mesi ciascuno. Restano indagati anche per bancarotta e, nel caso del babbo, traffico di influenze.Il leader del Carroccio Matteo Salvini: «Mia madre e mio padre sono incensurati e si dedicano ai nipotini». In difesa dell'ex segretario dem parla soltanto Ettore Rosato: «Aspettiamo la sentenza definitiva».Lo speciale contiene due articoli Nei giorni scorsi Matteo Renzi aveva messo le mani avanti: «Abituiamoci ad aspettare le sentenze della Cassazione». Forse lo stuolo di avvocati che da mesi seguono le numerose inchieste che coinvolgono i suoi genitori gli aveva preconizzato che il primo processo che sarebbe arrivato a sentenza, quello per l'emissione di due presunte false fatture da 195.200 euro, non avrebbe avuto l'esito sperato. E ieri, lunedì 7 ottobre, l'infausto vaticinio si è trasformato in realtà. Aruspice il giudice monocratico Fabio Gugliotta, che poco prima delle 16.30 di ieri, dopo circa 100 minuti di camera di consiglio ha annunciato la condanna: 1 anno e 9 mesi a testa di reclusione per Tiziano Renzi e Laura Bovoli, oltre al pagamento delle spese processuali, a cui ha aggiunto come pene accessorie l'interdizione per un anno dai pubblici uffici e per sei mesi dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, il divieto per un anno di trattare con le pubbliche amministrazioni, oltre all'interdizione (perpetua) dall'ufficio di componente di commissione tributaria e (di un anno) dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria. Il loro coimputato Luigi Dagostino, ex titolare della Tramor Srl che pagò le fatture, è stato invece condannato, oltre che alle pene accessorie, a due anni per utilizzo a fini fiscali delle false fatture e per truffa a danni della stessa Tramor, che su sua indicazione, dopo essere passata al gruppo Kering, pagò le parcelle ai Renzi. L'imprenditore dovrà risarcire i danni subiti dalla parte civile (lo stesso gruppo Kering) che il giudice ha liquidato in 190.000 euro oltre agli interessi legali e alle spese processuali (3.100 euro). Entro 90 giorni verranno redatte le motivazioni della sentenza, che in forma di estratto dovrà essere pubblicata sul sito del ministero della Giustizia per quindici giorni. Ai due genitori il giudice ha concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena. Ma, purtroppo per loro, sono in corso molti altri processi ed eventuali condanne anche in questi potranno poi cumularsi tra di loro, ponendo a rischio l'ombrello della condizionale. I due genitori infatti sono indagati a Firenze per il concorso nella bancarotta di tre cooperative (Marmodiv, Delivery Italia service ed Europe service) e false fatturazioni, la mamma è già alla sbarra a Cuneo con la stessa accusa per il crac della Direkta srl; a questi procedimenti bisogna aggiungere i due fascicoli per traffico di influenze illecite che coinvolgono Tiziano a Firenze e a Roma, dove il 14 ottobre ci sarà un'udienza in cui il babbo rischia l'imputazione coatta per i suoi rapporti scivolosi con l'imprenditore Alfredo Romeo, imputato nella cosiddetta inchiesta Consip. Va detto che la prima tappa di questa via crucis giudiziaria poteva essere più dolorosa per la coppia, infatti la pm Christine von Borries non ha voluto accanirsi e ha chiesto la pena base (il reato di false fatturazione può essere punito con pene che vanno da 1 anno e sei mesi a 6 anni di reclusione) con l'aggiunta di tre mesi per la continuazione (fattispecie che può portare anche alla triplicazione della pena). Una richiesta che il giudice ha accolto alla lettera. Alla fine i due genitori sono stati condannati perché dopo un approfondito processo è risultato chiaro che le due fatture erano state pagate per prestazioni effettivamente inesistenti. La prima, emessa dalla Party Srl e datata 15 giugno 2015, dell'importo di 24.400 euro, Iva compresa, non era in effetti supportata da nessuna lettera di incarico o progetto e l'oggetto era un generico studio di fattibilità «per un'area destinata al food». La fattura 202 della Eventi 6, datata 30 giugno 2015, era invece supportata da tre paginette di uno studio per «una struttura ricettiva e food con i relativi incoming asiatici e la logistica da e per i vari trasporti pubblici (Ferrovie-aeroporti ecc.)» e da cinque planimetrie che durante le indagini sono risultate essere state realizzate da uno studio di architettura di Milano (su incarico di Dagostino) e successivamente leggermente modificate dalla Eventi 6. Evidentemente il «progettino», come è stato definito dallo stesso imprenditore pugliese in un'intercettazione ambientale, non è stato considerato dal giudice neanche una piccola prestazione sovrafatturata o pagata in modo non congruo. Lo stesso Dagostino, durante le spontanee dichiarazioni di luglio, ammise: «Dico la verità, quando ho ricevuto le fatture sono rimasto abbastanza perplesso per l'importo. Però loro in quel momento erano i genitori del presidente del Consiglio… non ho ritenuto di contestare le fatture perché ho subito un po' la sudditanza psicologica». Da ieri la pm von Borries, giallista per hobby, può appuntarsi una medaglia al petto: quella di aver portato a casa la prima condanna in un processo penale contro Tiziano Renzi e Laura Bovoli. In gergo sportivo il suo si definirebbe un percorso netto: infatti il giudice ha accolto quasi alla lettera le sue richieste, arrivate al termine di una requisitoria lunga più di un'ora e condotta con tono pacato, ma fermo. Certo l'impresa della von Borries non è stata semplice, visto lo spiegamento di legali degli imputati, nomi di prestigio come quelli di Alessandro Traversi, uno dei principi del foro e miniera di dotte citazioni, del sempre arguto ed efficace Federico Bagattini, del pugnace ed eloquente Lorenzo Pellegrini e di due tributaristi di vaglia come i professori Marco Miccinesi e Francesco Pistolesi. Una specie di dream team che purtroppo per i Renzi non è riuscito a evitare l'inevitabile. Troppo farlocche le fatture che l'imprenditore Luigi Dagostino aveva pagato e fatto pagare tra il 17 giugno e il 21 luglio 2015 alla Party Srl e alla Eventi 6. L'ultimo romanzo pubblicato dalla pm trionfatrice si intitola A noi donne basta uno sguardo, ma di certo un po' di intuito l'abbiamo avuto anche noi, che quando la vicenda non interessava a nessuno (ieri l'aula, invece, brulicava di cronisti e telecamere) raccontammo gli albori dell'inchiesta e l'iscrizione sul registro degli indagati dei due genitori. Nel gennaio di quest'anno aggiungemmo un tassello e collegammo il pagamento da 24.400 euro all'incontro ottenuto da Dagostino, grazie ai buoni uffici di babbo Tiziano, al cospetto di Luca Lotti a Palazzo Chigi per un magistrato pugliese, Antonio Savasta, poi arrestato per corruzione in atti giudiziari. Un'intuizione felice, visto che qualche settimana dopo la Procura di Firenze ha aperto un fascicolo ai danni di Dagostino e Renzi senior per traffico di influenze illecite e ieri la pm von Borries ha ricordato nella sua requisitoria quella visita nel palazzo del governo, quasi a indicare il vero oggetto del pagamento: l'attività di lobbista del babbo dell'ex premier. L'avvocato Traversi, difensore di Dagostino, ha sottolineato «l'assoluta inconferenza di questi riferimenti (Palazzo Chigi, Lotti, Savasta) che saranno oggetto di eventuali altri procedimenti», ma che in quello per false fatturazioni sono destinati «a creare confusione e niente più». Nessuno degli argomenti degli avvocati, però, deve aver fatto breccia nel cuore del giudice. Anche se il collegio difensivo dei Renzi ieri ha visto il bicchiere mezzo pieno e ha sottolineato con un comunicato come la sentenza dimostri che «non c'è mai stata alcuna evasione»: «Il giudice concede la sospensione condizionale e irroga una pena mite solo se l'imputato ha provveduto a risarcire i danni erariali (…) risarcimento che in questo caso non è avvenuto proprio perché mancava ogni profilo di danno tributario». I difensori hanno annunciato che ricorreranno in appello. Per loro i prossimi mesi saranno pieni di lavoro. Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/genitori-di-renzi-condannati-per-false-fatturazioni-ma-i-processi-non-sono-finiti-2640876702.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-punge-felice-che-i-miei-siano-dei-tranquilli-pensionati" data-post-id="2640876702" data-published-at="1777964801" data-use-pagination="False"> Salvini punge: «Felice che i miei siano dei tranquilli pensionati» Un'ondata di garantismo ha avvolto la politica, un sentimento di muto rispetto ha accolto la notizia della condanna dei genitori di Matteo Renzi. Il fair play è il nuovo stile dominante, è come se tutti avessero abbandonato il clima da stadio per indossare grisaglia e pochette alla Giuseppi. Il governo che vuole mandare in carcere gli evasori partecipa in silenzio al dolore di uno dei suoi azionisti di riferimento. Non una parola si alza dalla maggioranza a commentare i guai giudiziari della famiglia Renzi, in un imbarazzo collettivo, nel terrore che il minimo alito di vento possa scuoterne i fragili equilibri. Soltanto Ettore Rosato, uno dei democratici trasferitosi a Italia viva, tra i più stretti collaboratori dell'ex premier, azzarda una difesa: «Massimo rispetto per la giustizia, come sempre. Rispettiamo i giudici e aspettiamo le sentenze definitive, quelle della Cassazione», dice il vicepresidente della Camera. Secondo il quale, dunque, si dovrebbe parlare dello scandalo solamente fra qualche annetto. Sulle reti sociali è tutto l'opposto. Da Twitter a Facebook è partito il tam tam di chi si chiede che cosa sarebbe successo se una condanna avesse per caso colpito i genitori di qualche altro politico di primo piano. La domanda è legittima, anche se priva di una risposta inconfutabile. In qualche modo se ne fa interprete Matteo Salvini. Il leader leghista ieri era a Narni, nel cuore dell'Umbria, per l'ennesimo tour pre elettorale. I giornalisti lo circondano sotto il palco del comizio, l'interrogativo è d'obbligo. Salvini la tocca piano: «Non commento le condanne altrui, sono contento che i miei genitori siano pensionati tranquilli, si dedichino ai nipoti e siano incensurati». Pacifici, isolati, incensurati. L'allusione è indiretta ma chiara. Fosse toccato a lui, sarebbe scoppiato il finimondo. Ma Salvini preferisce non infierire con Renzi: «Non faccio battaglia politica sulle condanne dei parenti», aggiunge. Pochi minuti prima, quando le agenzie di stampa avevano cominciato a diffondere la notizia della condanna di Firenze, l'ex ministro dell'Interno si era limitato a rilanciare su Twitter lo scarno flash di poche parole senza aggiungere alcun commento. Anche sulla sponda leghista, dunque, sembra prevalere un clima completamente diverso da quando le colpe di altri genitori venivano fatte ricadere pesantemente sulle spalle dei figli. O delle figlie, come nel caso di Maria Elena Boschi, finita sulla graticola per il crac di Banca Etruria di cui il padre era tra gli amministratori. Ne sa qualcosa anche l'ex ministro Maurizio Lupi, costretto alle dimissioni per un Rolex regalato al figlio da indagati che poi sarebbero usciti immacolati dalle inchieste. Allora fu soprattutto il M5s ad accanirsi sulla ministra dell'epoca. Ma il movimento non era ancora imborghesito dal potere. D'altra parte, i grillini sanno bene che cosa vuol dire avere un genitore alle prese con la giustizia: chiedere conferma a Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Antonio Di Maio pagò per anni gli operai in nero, fu costretto lui stesso ad ammetterlo e a riparare per chiudere le polemiche. Idem per Di Battista senior, nella cui azienda si lavorava in nero per evitare che colasse definitivamente a picco, travolta dai debiti. Beppe Grillo invece ha un figlio indagato in Sardegna per una vicenda di violenze su una ragazza, su cui è calato il silenzio. Restano però anche oggi i familiari di serie A e quelli delle categorie inferiori. Una quindicina di giorni fa uno dei figli di Umberto Bossi si è allontanato dal ristorante senza pagare con la scusa di andare a prelevare al bancomat. Il titolare del locale l'ha denunciato. Fossimo un Paese moderno come lo vogliono Conte e Renzi, il ristoratore avrebbe dovuto accettare il pagamento con il bancomat, e non lasciare che il povero Riccardo Bossi se la svignasse verso lo sportello automatico. Fatto sta che per qualche giorno l'Italia si è fermata davanti allo scandalo di cotanto figlio che ha fatto il furbetto per 60 euro. Per due fatture false targate Renzi, invece, il silenzio è d'obbligo, oltre che d'oro. Stefano Filippi
Marco Rubio (Ansa)
Si tratta di una missione, quella di Rubio, particolarmente delicata. Non dimentichiamo infatti che, il mese scorso, Donald Trump ha polemizzato sia con Leone che con la stessa Meloni. Al primo ha rimproverato di essere «debole» su crimine e politica estera, mentre ha accusato la seconda di non aver fornito adeguata assistenza agli Usa nella crisi di Hormuz.
Fibrillazioni significative, i cui strascichi, a oggi, non si sono ancora del tutto sopiti. La scorsa settimana, Leone ha messo a capo della diocesi di Wheeling-Charleston un prelato che, oltre a entrare illegalmente negli Stati Uniti da adolescente, è un aperto critico delle politiche migratorie di Trump. Inoltre, proprio ieri, il Papa ha ricevuto i rappresentanti delle Catholic Charities degli Stati Uniti: enti con cui l’attuale amministrazione americana è ai ferri corti sull’immigrazione. Al contempo, sempre ieri, la Meloni ha continuato a mostrare una certa freddezza verso la Casa Bianca. «È una scelta che non dipende da me e che personalmente non condividerei», ha dichiarato, riferendosi all’eventualità, ventilata da Trump, di ritirare le truppe americane dall’Italia. «L’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni, ha mantenuto tutti gli impegni che ha sottoscritto, lo ha sempre fatto. Lo abbiamo fatto particolarmente in ambito Nato, lo abbiamo fatto anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti: lo abbiamo fatto in Afghanistan, lo abbiamo fatto in Iraq», ha anche detto l’inquilina di Palazzo Chigi, per poi aggiungere: «Quindi alcune cose che sono state dette nei nostri confronti non le considero corrette, anche perché a livello di Patto Atlantico nessuno si è presentato in una sede formale a chiedere un sostegno degli alleati sulle scelte che stava facendo».
In tutto questo, il comunicato con cui il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato il viaggio romano di Rubio è apparso particolarmente stringato. «Il segretario Rubio incontrerà i vertici della Santa Sede per discutere della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale. Gli incontri con le controparti italiane si concentreranno sugli interessi di sicurezza condivisi e sull’allineamento strategico», si legge nella breve nota. Tuttavia, al di là della freddezza del comunicato, è comunque una notizia che Rubio arrivi in Italia per parlare con Leone e con la Meloni: il che significa che, al netto della retorica, Trump ha interesse a questa doppia ricucitura. Del resto, oltre a essere cattolico, Rubio, all’interno dell’attuale amministrazione statunitense, è la figura meno ostile alla Nato e, più in generale, al Vecchio Continente. Non solo. Oltre a essere segretario di Stato, il diretto interessato riveste anche il ruolo di consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca: il che ne fa, insieme a JD Vance, l’uomo attualmente più vicino al presidente statunitense.
Ma in che cosa risiede esattamente l’importanza del viaggio di Rubio? Partiamo dalla Santa Sede. Trump ha necessità di ricomporre la frattura con Leone per una serie di ragioni. Dal punto di vista geopolitico, la rottura con l’attuale pontefice rischia indirettamente di rafforzare quei settori filocinesi della Chiesa cattolica che erano usciti sconfitti dal conclave dell’anno scorso. In secondo luogo, Trump, a livello interno, vuole mantenere la presa su quell’elettorato cattolico che, nel 2024, lo votò in larga maggioranza: un elettorato di cui il presidente ha bisogno in vista delle Midterm di novembre e di cui avranno bisogno anche Rubio e Vance, entrambi cattolici, alle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Dall’altra parte, è vero che i vescovi statunitensi sono ai ferri corti con Trump su immigrazione clandestina e guerra in Iran. Ma è altrettanto vero che la gerarchia cattolica americana continua a temere l’ala woke di quel Partito democratico che, quando guidò la Casa Bianca con Joe Biden, non solo portò avanti politiche ferreamente abortiste ma utilizzò anche l’Fbi per mettere nel mirino i cattolici tradizionalisti. Va d’altronde rilevato che, secondo un sondaggio di Fox News, il gradimento dell’attuale presidente americano tra gli elettori cattolici a fine aprile è aumentato rispetto al mese precedente: segno, questo, del fatto che non sempre la base elettorale cattolica statunitense è politicamente allineata all’episcopato locale.
Venendo al governo italiano, è significativo che Trump invii Rubio a Roma proprio mentre sta inasprendo il suo scontro con Berlino. La Casa Bianca ha del resto sempre trovato nel governo Meloni una sponda contro quei leader europei che, da Emmanuel Macron a Pedro Sánchez, hanno cercato di spingere Bruxelles tra le braccia della Cina. Dall’altra parte, la forza dell’inquilina di Palazzo Chigi sul piano internazionale è storicamente in gran parte connessa ai suoi stretti legami con Washington (sia ai tempi di Biden che con Trump). Tutto questo per dire che, al netto delle difficoltà, tutti e tre gli attori in gioco - Usa, Italia e Santa Sede - hanno un interesse a ricomporre le fratture. Rubio è chiamato a portare a termine questo compito. Missione non facile, ma neppure impossibile.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 maggio con Carlo Cambi
Lo scontro nello Stretto di Hormuz entra in una fase sempre più critica, tra attacchi, incidenti in mare e dichiarazioni contrapposte che rendono il quadro estremamente instabile. Nelle ultime ore, il corridoio strategico per il traffico energetico globale è tornato al centro di un’escalation che coinvolge direttamente Iran e Stati Uniti, con effetti su tutta la regione del Golfo. I primi segnali arrivano dal fronte asiatico. La Corea del Sud ha annunciato verifiche su un possibile attacco contro una nave battente bandiera sudcoreana nello stretto. Secondo l’agenzia Yonhap, non ci sarebbero vittime, ma restano da accertare danni e responsabilità.
Teheran ha poi dichiarato di aver esploso «colpi di avvertimento» contro unità militari statunitensi che si sarebbero avvicinate senza rispondere agli avvisi radio. La televisione di Stato iraniana parla di missili da crociera e droni impiegati per intimidire i cacciatorpediniere americani. In precedenza, l’agenzia Fars aveva sostenuto che una fregata Usa fosse stata colpita da due missili, notizia poi smentita dal Comando centrale degli Stati Uniti. Sul fronte iraniano, il tono si è ulteriormente alzato anche sul piano retorico. Un portavoce del Corpo delle guardie rivoluzionarie ha dichiarato che «stasera si aprirà un nuovo capitolo di potere, uno che i nemici non hanno mai visto prima», mentre i vertici militari continuano a rivendicare il controllo dell’area.
Washington, dal canto suo, rivendica il controllo della situazione. Il Centcom ha annunciato che due navi mercantili statunitensi hanno attraversato lo Stretto sotto scorta militare nell’ambito dell’operazione «Project Freedom», parlando di «libertà di navigazione ristabilita». Il segretario all’Economia, Scott Bessent, lo ha detto in maniera ancora più chiara: «Abbiamo il completo controllo di «Hormuz». Teheran ha però smentito, affermando che «nessuna nave commerciale ha attraversato lo Stretto di Hormuz nelle ultime ore». A rafforzare la linea americana è intervenuto Donald Trump. Il presidente ha minacciato che, in caso di attacchi contro le navi americane impegnate a scortare il traffico commerciale, l’Iran verrebbe «cancellato dalla faccia della Terra», secondo quanto riportato da Fox News. Allo stesso tempo, Trump ha indicato un possibile spiraglio negoziale, affermando che Teheran sarebbe oggi «più malleabile» nelle trattative grazie alla pressione esercitata da Washington. Alla dichiarazione ha risposto l’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai pasdaran, sostenendo che Trump «bluffa» e parlando di «nuovo bluff» del presidente americano. La stessa agenzia ha inoltre affermato che l’Iran avrebbe già «aperto il fuoco contro navi da guerra americane nella regione», alimentando ulteriormente la guerra di narrazioni. Il regime ha inoltre affermato, per bocca del comandante in capo dell’esercito Amir Hatami, che la sicurezza dello Stretto è la sua linea rossa.
Attenzione a quello che si muove sul fronte politico interno statunitense. Un gruppo ristretto di senatori repubblicani sta lavorando a un’autorizzazione all’uso della forza militare contro l’Iran, da attivare nel caso di una ripresa delle ostilità. La proposta potrebbe essere esaminata con procedura accelerata grazie al War Powers Act, consentendo un rapido voto al Senato. Il testo allo studio prevederebbe limiti all’impiego di truppe di terra e una durata definita del conflitto. Le mosse politiche si inseriscono in un contesto operativo sempre più teso. Gli Stati Uniti hanno infatti ammesso di aver modificato le regole d’ingaggio, autorizzando attacchi preventivi contro minacce imminenti, incluse le imbarcazioni veloci dei pasdaran e le postazioni missilistiche iraniane. Secondo fonti militari americane, sei piccole imbarcazioni iraniane sono state neutralizzate mentre cercavano di interferire con la navigazione commerciale, e sono stati intercettati missili e droni lanciati da Teheran. L’inasprimento dello scontro ha avuto effetti immediati anche su Israele. Un funzionario militare ha riferito che lo Stato ebraico è entrato in «stato di massima allerta» proprio dopo l’intercettazione dei vettori iraniani da parte degli Stati Uniti. «L’esercito israeliano sta monitorando attentamente la situazione e rimane in stato di massima allerta», ha spiegato la fonte, segnalando il timore di un allargamento del conflitto. Teheran, dal canto suo, continua a rilanciare sul piano comunicativo. I media statali hanno diffuso una mappa che attribuirebbe all’Iran il controllo di fatto dell’intero Stretto, estendendo simbolicamente la propria influenza fino alle coste emiratine. Una rappresentazione più politica che militare, accompagnata dall’ipotesi di consentire il transito alle navi non legate a Stati Uniti o Israele previo pagamento di un pedaggio. Intanto proseguono i contatti diplomatici con l’Oman per definire un protocollo di sicurezza marittima, ma le posizioni restano distanti. Teheran accusa Washington di avanzare richieste «massimaliste», mentre gli Stati Uniti insistono su una strategia di pressione. Sul terreno si registrano nuovi episodi. In Oman, a Bukha, un edificio residenziale è stato colpito in circostanze ancora da chiarire, causando due feriti. Nelle stesse ore, una nave mercantile è stata fermata dalle autorità iraniane per un controllo, mentre una petroliera ha segnalato di essere stata colpita al largo di Fujairah. «Ogni centimetro di queste acque è sotto il nostro controllo», ha scritto su X sempre il capo dell’esercito iraniano Amir Hatami. Una dichiarazione che sintetizza il clima di contrapposizione crescente.
Si ricomincia: altri raid sugli Emirati
Dopo quasi un mese di tregua nei cieli degli Emirati Arabi Uniti, le allerte missilistiche sono scattate di nuovo ieri. Stando a quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, il regime iraniano ha lanciato quattro missili da crociera diretti contro il Paese: tre sono stati intercettati, mentre l’ultimo è precipitato nelle acque del Golfo.
Poco dopo l’annuncio, come riportato dal Khaleej Times, le autorità degli Emirati hanno comunicato lo scoppio di un incendio nell’impianto petrolifero di Fujairah, a seguito di un attacco con droni. Nel raid «tre cittadini indiani hanno riportato ferite di media entità e sono stati trasportati in ospedale per le cure».
Le allerte negli Emirati sono scattate a partire dalle 17.00, con i residenti che hanno ricevuto sui cellulari almeno quattro alert. Come ha mostrato una fonte della Verità presente sul posto, negli avvisi la popolazione è stata invitata «a cercare immediatamente un luogo sicuro nell’edificio protetto più vicino, tenendosi lontani da finestre, porte e aree aperte». A distanza di dieci minuti dal primo avviso, è arrivato un altro messaggio in cui si comunicava il cessato allarme. Successivamente però sono seguiti altri tre avvisi, a breve distanza l’uno dall’altro. Il ministero della Difesa emiratino ha poi confermato su X che «i rumori uditi in varie parti del Paese sono il risultato dell’intercettazione di missili balistici, missili da crociera e droni da parte dei sistemi di difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti». Come rivelato dalla Cnn, Israele avrebbe svolto un ruolo cruciale nell’intercettazione dei vettori: una fonte ha spiegato che Tel Aviv avrebbe schierato «segretamente» negli Emirati Arabi Uniti un sistema di difesa aerea Iron Dome.
Mentre il Paese non si è fatto cogliere impreparato, sono già state annunciate alcune misure precauzionali. Il ministero dell’Istruzione emiratino ha comunicato che in tutto il Paese sarà introdotta «la didattica a distanza» per tutte le scuole, a partire da oggi fino almeno all’8 maggio. Nel frattempo, i raid iraniani hanno già avuto un impatto diretto sullo spazio aereo. Diversi voli diretti negli Emirati, a Dubai e a Sharjah, sono stati sospesi o dirottati verso Muscat.
Le parole di condanna da parte di Abu Dhabi non si sono fatte attendere. Il ministero degli Esteri degli Emirati, tramite una nota su X, ha affermato che «la ripresa degli attacchi da parte della Repubblica Islamica rappresenta una pericolosa escalation, un’azione inaccettabile e una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità del Paese». E il Paese del Golfo si è riservato «il pieno e legittimo diritto di risposta alle aggressioni». Stando a quanto riferito da Channel 12, anche un alto funzionario emiratino avrebbe confermato: «Il regime iraniano ha iniziato ad attaccarci, noi reagiremo».
Inizialmente, Teheran ha rispedito le accuse al mittente: una fonte militare del regime ha reso noto all’agenzia Tasnim che l’Iran non ha alcun piano di colpire gli Emirati Arabi Uniti. Poco dopo, però, sembra che il regime abbia ammesso «l’errore». La televisione iraniana, riportando quanto affermato da un alto funzionario iraniano, ha comunicato che Teheran «non aveva intenzione di colpire gli Emirati Arabi Uniti».
Peraltro, l’agenzia di stampa dell’Oman ha reso noto che a Bukha, vicino allo Stretto di Hormuz, è stato colpito un edificio in cui risiedono gli expat. Nel momento in cui scriviamo, le autorità dell’Oman stanno ancora indagando sull’origine dell’attacco.
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Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica)
Breve riassunto delle puntate precedenti. Ospite di È sempre cartabianca su Rete 4, il giornalista ha raccontato che, secondo una fonte non verificata, il ministro della Giustizia era stato visto al Gin tonic, il ranch di Punta del Este in Uruguay di proprietà di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio aveva telefonato in diretta, smentendo l’illazione, provocando il balbettio del giornalista nei confronti del quale si riservava di valutare l’azione giudiziaria. Firmata dal direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, la Rai inviava la lettera di richiamo al conduttore di Report per violazione delle regole aziendali (l’uscita doveva riguardare la presentazione di un libro), decidendo nel contempo di ritirare le tutele legali al giornalista. Il ministro scioglieva la riserva e confermava la causa anche a Mediaset che ha ospitato l’esternazione del conduttore.
Il quale aveva approfittato dell’ospitalità di Bianca Berlinguer per dare appuntamento al pubblico sintonizzato in quel momento su Rete 4, nonostante la contemporanea presenza di Mario Giordano, a sua volta conduttore di Fuori dal Coro, con un «promo» un po’ spericolato, non particolarmente rispettoso del contesto. Dalla puntata di Report ci si attendevano, perciò, succosi sviluppi. Sebbene Ranucci sottolinei spesso di non guardare in faccia nessuno, la scaletta era monotona: il licenziamento di Beatrice Venezi dalla direzione musicale della Fenice, il mancato finanziamento da parte della commissione del ministero della Cultura del documentario su Giulio Regeni, i cavalieri bianchi impegnati a salvare la società Visibilia di Daniela Santanchè. Un menù vario e imprevedibile come una distesa del Sahara. Che, tuttavia, ha consentito al programma di Rai 3 di attrarre 1,8 milioni di telespettatori e il 10,3% di share (senza per altro intaccare quello di Fuori dal Coro che con il 6,14% ha superato la sua media abituale).
Quanto alla trama della serie più gettonata, invece, zero passi avanti. Chiacchiere sulle agenzie di modelle di Paolo Zampolli, voyeurismi sulle «globetrotter del sesso a pagamento», citazioni di Harvey Weinstein e degli Epstein files che fanno sempre colpo. La pista da verificare riguardo la presenza di Nordio al Gin tonic non porta, invece, da nessuna parte. Vicolo cieco. Nessuna fonte si è palesata. Tanto che «sono caduto in un eccesso», ha finalmente ammesso Ranucci che un paio di giorni prima, alla Verità che gli aveva chiesto se fosse stato avventato a parlare del ministro nel ranch, aveva risposto di no: «Semmai, sono stato troppo generoso». Insomma, una retromarcia in piena regola: «Mi copro il capo di cenere», ha concesso. Prima di avventurarsi in una precisazione che sa di sofisma di sesto grado. «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia», ha cavillato. Toccherà ai giudici del tribunale che esamineranno la causa intentata dal ministro cogliere la differenza. Provando a dare dignità al suo azzardo, Ranucci ha rivendicato con orgoglio che dal suo «eccesso» sono derivate due notizie inedite. Ovvero, che Nordio è stato in Uruguay e che è amico di Arrigo Cipriani, padre di Giuseppe. Spiace deludere il principe degli inchiestisti, ma in entrambi i casi si tratta di due non notizie. Quella di Nordio a Montevideo del 1° marzo 2025 era una visita ufficiale per l’insediamento del nuovo presidente uruguaiano, Yamandoù Orsi. Mentre per uno che è stato 40 anni magistrato in quel di Venezia la frequentazione del celebre Harry’s Bar di Arrigo Cipriani è quanto di più normale e consueto.
Non rinunciando a sventolare il vessillo della libertà di stampa «diritto inalienabile dell’umanità», Ranucci ha fatto sapere che affronterà il giudizio a sue spese. Buona fortuna.
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