True
2019-10-08
Genitori di Renzi condannati per false fatturazioni. Ma i processi non sono finiti
Ansa
Nei giorni scorsi Matteo Renzi aveva messo le mani avanti: «Abituiamoci ad aspettare le sentenze della Cassazione». Forse lo stuolo di avvocati che da mesi seguono le numerose inchieste che coinvolgono i suoi genitori gli aveva preconizzato che il primo processo che sarebbe arrivato a sentenza, quello per l'emissione di due presunte false fatture da 195.200 euro, non avrebbe avuto l'esito sperato. E ieri, lunedì 7 ottobre, l'infausto vaticinio si è trasformato in realtà. Aruspice il giudice monocratico Fabio Gugliotta, che poco prima delle 16.30 di ieri, dopo circa 100 minuti di camera di consiglio ha annunciato la condanna: 1 anno e 9 mesi a testa di reclusione per Tiziano Renzi e Laura Bovoli, oltre al pagamento delle spese processuali, a cui ha aggiunto come pene accessorie l'interdizione per un anno dai pubblici uffici e per sei mesi dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, il divieto per un anno di trattare con le pubbliche amministrazioni, oltre all'interdizione (perpetua) dall'ufficio di componente di commissione tributaria e (di un anno) dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria. Il loro coimputato Luigi Dagostino, ex titolare della Tramor Srl che pagò le fatture, è stato invece condannato, oltre che alle pene accessorie, a due anni per utilizzo a fini fiscali delle false fatture e per truffa a danni della stessa Tramor, che su sua indicazione, dopo essere passata al gruppo Kering, pagò le parcelle ai Renzi.
L'imprenditore dovrà risarcire i danni subiti dalla parte civile (lo stesso gruppo Kering) che il giudice ha liquidato in 190.000 euro oltre agli interessi legali e alle spese processuali (3.100 euro). Entro 90 giorni verranno redatte le motivazioni della sentenza, che in forma di estratto dovrà essere pubblicata sul sito del ministero della Giustizia per quindici giorni.
Ai due genitori il giudice ha concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena. Ma, purtroppo per loro, sono in corso molti altri processi ed eventuali condanne anche in questi potranno poi cumularsi tra di loro, ponendo a rischio l'ombrello della condizionale.
I due genitori infatti sono indagati a Firenze per il concorso nella bancarotta di tre cooperative (Marmodiv, Delivery Italia service ed Europe service) e false fatturazioni, la mamma è già alla sbarra a Cuneo con la stessa accusa per il crac della Direkta srl; a questi procedimenti bisogna aggiungere i due fascicoli per traffico di influenze illecite che coinvolgono Tiziano a Firenze e a Roma, dove il 14 ottobre ci sarà un'udienza in cui il babbo rischia l'imputazione coatta per i suoi rapporti scivolosi con l'imprenditore Alfredo Romeo, imputato nella cosiddetta inchiesta Consip.
Va detto che la prima tappa di questa via crucis giudiziaria poteva essere più dolorosa per la coppia, infatti la pm Christine von Borries non ha voluto accanirsi e ha chiesto la pena base (il reato di false fatturazione può essere punito con pene che vanno da 1 anno e sei mesi a 6 anni di reclusione) con l'aggiunta di tre mesi per la continuazione (fattispecie che può portare anche alla triplicazione della pena). Una richiesta che il giudice ha accolto alla lettera. Alla fine i due genitori sono stati condannati perché dopo un approfondito processo è risultato chiaro che le due fatture erano state pagate per prestazioni effettivamente inesistenti. La prima, emessa dalla Party Srl e datata 15 giugno 2015, dell'importo di 24.400 euro, Iva compresa, non era in effetti supportata da nessuna lettera di incarico o progetto e l'oggetto era un generico studio di fattibilità «per un'area destinata al food». La fattura 202 della Eventi 6, datata 30 giugno 2015, era invece supportata da tre paginette di uno studio per «una struttura ricettiva e food con i relativi incoming asiatici e la logistica da e per i vari trasporti pubblici (Ferrovie-aeroporti ecc.)» e da cinque planimetrie che durante le indagini sono risultate essere state realizzate da uno studio di architettura di Milano (su incarico di Dagostino) e successivamente leggermente modificate dalla Eventi 6.
Evidentemente il «progettino», come è stato definito dallo stesso imprenditore pugliese in un'intercettazione ambientale, non è stato considerato dal giudice neanche una piccola prestazione sovrafatturata o pagata in modo non congruo. Lo stesso Dagostino, durante le spontanee dichiarazioni di luglio, ammise: «Dico la verità, quando ho ricevuto le fatture sono rimasto abbastanza perplesso per l'importo. Però loro in quel momento erano i genitori del presidente del Consiglio… non ho ritenuto di contestare le fatture perché ho subito un po' la sudditanza psicologica».
Da ieri la pm von Borries, giallista per hobby, può appuntarsi una medaglia al petto: quella di aver portato a casa la prima condanna in un processo penale contro Tiziano Renzi e Laura Bovoli. In gergo sportivo il suo si definirebbe un percorso netto: infatti il giudice ha accolto quasi alla lettera le sue richieste, arrivate al termine di una requisitoria lunga più di un'ora e condotta con tono pacato, ma fermo. Certo l'impresa della von Borries non è stata semplice, visto lo spiegamento di legali degli imputati, nomi di prestigio come quelli di Alessandro Traversi, uno dei principi del foro e miniera di dotte citazioni, del sempre arguto ed efficace Federico Bagattini, del pugnace ed eloquente Lorenzo Pellegrini e di due tributaristi di vaglia come i professori Marco Miccinesi e Francesco Pistolesi. Una specie di dream team che purtroppo per i Renzi non è riuscito a evitare l'inevitabile. Troppo farlocche le fatture che l'imprenditore Luigi Dagostino aveva pagato e fatto pagare tra il 17 giugno e il 21 luglio 2015 alla Party Srl e alla Eventi 6. L'ultimo romanzo pubblicato dalla pm trionfatrice si intitola A noi donne basta uno sguardo, ma di certo un po' di intuito l'abbiamo avuto anche noi, che quando la vicenda non interessava a nessuno (ieri l'aula, invece, brulicava di cronisti e telecamere) raccontammo gli albori dell'inchiesta e l'iscrizione sul registro degli indagati dei due genitori. Nel gennaio di quest'anno aggiungemmo un tassello e collegammo il pagamento da 24.400 euro all'incontro ottenuto da Dagostino, grazie ai buoni uffici di babbo Tiziano, al cospetto di Luca Lotti a Palazzo Chigi per un magistrato pugliese, Antonio Savasta, poi arrestato per corruzione in atti giudiziari. Un'intuizione felice, visto che qualche settimana dopo la Procura di Firenze ha aperto un fascicolo ai danni di Dagostino e Renzi senior per traffico di influenze illecite e ieri la pm von Borries ha ricordato nella sua requisitoria quella visita nel palazzo del governo, quasi a indicare il vero oggetto del pagamento: l'attività di lobbista del babbo dell'ex premier.
L'avvocato Traversi, difensore di Dagostino, ha sottolineato «l'assoluta inconferenza di questi riferimenti (Palazzo Chigi, Lotti, Savasta) che saranno oggetto di eventuali altri procedimenti», ma che in quello per false fatturazioni sono destinati «a creare confusione e niente più». Nessuno degli argomenti degli avvocati, però, deve aver fatto breccia nel cuore del giudice. Anche se il collegio difensivo dei Renzi ieri ha visto il bicchiere mezzo pieno e ha sottolineato con un comunicato come la sentenza dimostri che «non c'è mai stata alcuna evasione»: «Il giudice concede la sospensione condizionale e irroga una pena mite solo se l'imputato ha provveduto a risarcire i danni erariali (…) risarcimento che in questo caso non è avvenuto proprio perché mancava ogni profilo di danno tributario». I difensori hanno annunciato che ricorreranno in appello. Per loro i prossimi mesi saranno pieni di lavoro.
Giacomo Amadori
Salvini punge: «Felice che i miei siano dei tranquilli pensionati»
Un'ondata di garantismo ha avvolto la politica, un sentimento di muto rispetto ha accolto la notizia della condanna dei genitori di Matteo Renzi. Il fair play è il nuovo stile dominante, è come se tutti avessero abbandonato il clima da stadio per indossare grisaglia e pochette alla Giuseppi. Il governo che vuole mandare in carcere gli evasori partecipa in silenzio al dolore di uno dei suoi azionisti di riferimento. Non una parola si alza dalla maggioranza a commentare i guai giudiziari della famiglia Renzi, in un imbarazzo collettivo, nel terrore che il minimo alito di vento possa scuoterne i fragili equilibri. Soltanto Ettore Rosato, uno dei democratici trasferitosi a Italia viva, tra i più stretti collaboratori dell'ex premier, azzarda una difesa: «Massimo rispetto per la giustizia, come sempre. Rispettiamo i giudici e aspettiamo le sentenze definitive, quelle della Cassazione», dice il vicepresidente della Camera. Secondo il quale, dunque, si dovrebbe parlare dello scandalo solamente fra qualche annetto.
Sulle reti sociali è tutto l'opposto. Da Twitter a Facebook è partito il tam tam di chi si chiede che cosa sarebbe successo se una condanna avesse per caso colpito i genitori di qualche altro politico di primo piano. La domanda è legittima, anche se priva di una risposta inconfutabile. In qualche modo se ne fa interprete Matteo Salvini. Il leader leghista ieri era a Narni, nel cuore dell'Umbria, per l'ennesimo tour pre elettorale. I giornalisti lo circondano sotto il palco del comizio, l'interrogativo è d'obbligo. Salvini la tocca piano: «Non commento le condanne altrui, sono contento che i miei genitori siano pensionati tranquilli, si dedichino ai nipoti e siano incensurati». Pacifici, isolati, incensurati. L'allusione è indiretta ma chiara. Fosse toccato a lui, sarebbe scoppiato il finimondo. Ma Salvini preferisce non infierire con Renzi: «Non faccio battaglia politica sulle condanne dei parenti», aggiunge. Pochi minuti prima, quando le agenzie di stampa avevano cominciato a diffondere la notizia della condanna di Firenze, l'ex ministro dell'Interno si era limitato a rilanciare su Twitter lo scarno flash di poche parole senza aggiungere alcun commento.
Anche sulla sponda leghista, dunque, sembra prevalere un clima completamente diverso da quando le colpe di altri genitori venivano fatte ricadere pesantemente sulle spalle dei figli. O delle figlie, come nel caso di Maria Elena Boschi, finita sulla graticola per il crac di Banca Etruria di cui il padre era tra gli amministratori. Ne sa qualcosa anche l'ex ministro Maurizio Lupi, costretto alle dimissioni per un Rolex regalato al figlio da indagati che poi sarebbero usciti immacolati dalle inchieste. Allora fu soprattutto il M5s ad accanirsi sulla ministra dell'epoca. Ma il movimento non era ancora imborghesito dal potere.
D'altra parte, i grillini sanno bene che cosa vuol dire avere un genitore alle prese con la giustizia: chiedere conferma a Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Antonio Di Maio pagò per anni gli operai in nero, fu costretto lui stesso ad ammetterlo e a riparare per chiudere le polemiche. Idem per Di Battista senior, nella cui azienda si lavorava in nero per evitare che colasse definitivamente a picco, travolta dai debiti. Beppe Grillo invece ha un figlio indagato in Sardegna per una vicenda di violenze su una ragazza, su cui è calato il silenzio.
Restano però anche oggi i familiari di serie A e quelli delle categorie inferiori. Una quindicina di giorni fa uno dei figli di Umberto Bossi si è allontanato dal ristorante senza pagare con la scusa di andare a prelevare al bancomat. Il titolare del locale l'ha denunciato. Fossimo un Paese moderno come lo vogliono Conte e Renzi, il ristoratore avrebbe dovuto accettare il pagamento con il bancomat, e non lasciare che il povero Riccardo Bossi se la svignasse verso lo sportello automatico. Fatto sta che per qualche giorno l'Italia si è fermata davanti allo scandalo di cotanto figlio che ha fatto il furbetto per 60 euro. Per due fatture false targate Renzi, invece, il silenzio è d'obbligo, oltre che d'oro.
Stefano Filippi
Continua a leggereRiduci
Hanno inventato prestazioni per 195.200 euro: pena di 1 anno e 9 mesi ciascuno. Restano indagati anche per bancarotta e, nel caso del babbo, traffico di influenze.Il leader del Carroccio Matteo Salvini: «Mia madre e mio padre sono incensurati e si dedicano ai nipotini». In difesa dell'ex segretario dem parla soltanto Ettore Rosato: «Aspettiamo la sentenza definitiva».Lo speciale contiene due articoli Nei giorni scorsi Matteo Renzi aveva messo le mani avanti: «Abituiamoci ad aspettare le sentenze della Cassazione». Forse lo stuolo di avvocati che da mesi seguono le numerose inchieste che coinvolgono i suoi genitori gli aveva preconizzato che il primo processo che sarebbe arrivato a sentenza, quello per l'emissione di due presunte false fatture da 195.200 euro, non avrebbe avuto l'esito sperato. E ieri, lunedì 7 ottobre, l'infausto vaticinio si è trasformato in realtà. Aruspice il giudice monocratico Fabio Gugliotta, che poco prima delle 16.30 di ieri, dopo circa 100 minuti di camera di consiglio ha annunciato la condanna: 1 anno e 9 mesi a testa di reclusione per Tiziano Renzi e Laura Bovoli, oltre al pagamento delle spese processuali, a cui ha aggiunto come pene accessorie l'interdizione per un anno dai pubblici uffici e per sei mesi dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, il divieto per un anno di trattare con le pubbliche amministrazioni, oltre all'interdizione (perpetua) dall'ufficio di componente di commissione tributaria e (di un anno) dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria. Il loro coimputato Luigi Dagostino, ex titolare della Tramor Srl che pagò le fatture, è stato invece condannato, oltre che alle pene accessorie, a due anni per utilizzo a fini fiscali delle false fatture e per truffa a danni della stessa Tramor, che su sua indicazione, dopo essere passata al gruppo Kering, pagò le parcelle ai Renzi. L'imprenditore dovrà risarcire i danni subiti dalla parte civile (lo stesso gruppo Kering) che il giudice ha liquidato in 190.000 euro oltre agli interessi legali e alle spese processuali (3.100 euro). Entro 90 giorni verranno redatte le motivazioni della sentenza, che in forma di estratto dovrà essere pubblicata sul sito del ministero della Giustizia per quindici giorni. Ai due genitori il giudice ha concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena. Ma, purtroppo per loro, sono in corso molti altri processi ed eventuali condanne anche in questi potranno poi cumularsi tra di loro, ponendo a rischio l'ombrello della condizionale. I due genitori infatti sono indagati a Firenze per il concorso nella bancarotta di tre cooperative (Marmodiv, Delivery Italia service ed Europe service) e false fatturazioni, la mamma è già alla sbarra a Cuneo con la stessa accusa per il crac della Direkta srl; a questi procedimenti bisogna aggiungere i due fascicoli per traffico di influenze illecite che coinvolgono Tiziano a Firenze e a Roma, dove il 14 ottobre ci sarà un'udienza in cui il babbo rischia l'imputazione coatta per i suoi rapporti scivolosi con l'imprenditore Alfredo Romeo, imputato nella cosiddetta inchiesta Consip. Va detto che la prima tappa di questa via crucis giudiziaria poteva essere più dolorosa per la coppia, infatti la pm Christine von Borries non ha voluto accanirsi e ha chiesto la pena base (il reato di false fatturazione può essere punito con pene che vanno da 1 anno e sei mesi a 6 anni di reclusione) con l'aggiunta di tre mesi per la continuazione (fattispecie che può portare anche alla triplicazione della pena). Una richiesta che il giudice ha accolto alla lettera. Alla fine i due genitori sono stati condannati perché dopo un approfondito processo è risultato chiaro che le due fatture erano state pagate per prestazioni effettivamente inesistenti. La prima, emessa dalla Party Srl e datata 15 giugno 2015, dell'importo di 24.400 euro, Iva compresa, non era in effetti supportata da nessuna lettera di incarico o progetto e l'oggetto era un generico studio di fattibilità «per un'area destinata al food». La fattura 202 della Eventi 6, datata 30 giugno 2015, era invece supportata da tre paginette di uno studio per «una struttura ricettiva e food con i relativi incoming asiatici e la logistica da e per i vari trasporti pubblici (Ferrovie-aeroporti ecc.)» e da cinque planimetrie che durante le indagini sono risultate essere state realizzate da uno studio di architettura di Milano (su incarico di Dagostino) e successivamente leggermente modificate dalla Eventi 6. Evidentemente il «progettino», come è stato definito dallo stesso imprenditore pugliese in un'intercettazione ambientale, non è stato considerato dal giudice neanche una piccola prestazione sovrafatturata o pagata in modo non congruo. Lo stesso Dagostino, durante le spontanee dichiarazioni di luglio, ammise: «Dico la verità, quando ho ricevuto le fatture sono rimasto abbastanza perplesso per l'importo. Però loro in quel momento erano i genitori del presidente del Consiglio… non ho ritenuto di contestare le fatture perché ho subito un po' la sudditanza psicologica». Da ieri la pm von Borries, giallista per hobby, può appuntarsi una medaglia al petto: quella di aver portato a casa la prima condanna in un processo penale contro Tiziano Renzi e Laura Bovoli. In gergo sportivo il suo si definirebbe un percorso netto: infatti il giudice ha accolto quasi alla lettera le sue richieste, arrivate al termine di una requisitoria lunga più di un'ora e condotta con tono pacato, ma fermo. Certo l'impresa della von Borries non è stata semplice, visto lo spiegamento di legali degli imputati, nomi di prestigio come quelli di Alessandro Traversi, uno dei principi del foro e miniera di dotte citazioni, del sempre arguto ed efficace Federico Bagattini, del pugnace ed eloquente Lorenzo Pellegrini e di due tributaristi di vaglia come i professori Marco Miccinesi e Francesco Pistolesi. Una specie di dream team che purtroppo per i Renzi non è riuscito a evitare l'inevitabile. Troppo farlocche le fatture che l'imprenditore Luigi Dagostino aveva pagato e fatto pagare tra il 17 giugno e il 21 luglio 2015 alla Party Srl e alla Eventi 6. L'ultimo romanzo pubblicato dalla pm trionfatrice si intitola A noi donne basta uno sguardo, ma di certo un po' di intuito l'abbiamo avuto anche noi, che quando la vicenda non interessava a nessuno (ieri l'aula, invece, brulicava di cronisti e telecamere) raccontammo gli albori dell'inchiesta e l'iscrizione sul registro degli indagati dei due genitori. Nel gennaio di quest'anno aggiungemmo un tassello e collegammo il pagamento da 24.400 euro all'incontro ottenuto da Dagostino, grazie ai buoni uffici di babbo Tiziano, al cospetto di Luca Lotti a Palazzo Chigi per un magistrato pugliese, Antonio Savasta, poi arrestato per corruzione in atti giudiziari. Un'intuizione felice, visto che qualche settimana dopo la Procura di Firenze ha aperto un fascicolo ai danni di Dagostino e Renzi senior per traffico di influenze illecite e ieri la pm von Borries ha ricordato nella sua requisitoria quella visita nel palazzo del governo, quasi a indicare il vero oggetto del pagamento: l'attività di lobbista del babbo dell'ex premier. L'avvocato Traversi, difensore di Dagostino, ha sottolineato «l'assoluta inconferenza di questi riferimenti (Palazzo Chigi, Lotti, Savasta) che saranno oggetto di eventuali altri procedimenti», ma che in quello per false fatturazioni sono destinati «a creare confusione e niente più». Nessuno degli argomenti degli avvocati, però, deve aver fatto breccia nel cuore del giudice. Anche se il collegio difensivo dei Renzi ieri ha visto il bicchiere mezzo pieno e ha sottolineato con un comunicato come la sentenza dimostri che «non c'è mai stata alcuna evasione»: «Il giudice concede la sospensione condizionale e irroga una pena mite solo se l'imputato ha provveduto a risarcire i danni erariali (…) risarcimento che in questo caso non è avvenuto proprio perché mancava ogni profilo di danno tributario». I difensori hanno annunciato che ricorreranno in appello. Per loro i prossimi mesi saranno pieni di lavoro. Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/genitori-di-renzi-condannati-per-false-fatturazioni-ma-i-processi-non-sono-finiti-2640876702.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-punge-felice-che-i-miei-siano-dei-tranquilli-pensionati" data-post-id="2640876702" data-published-at="1767738071" data-use-pagination="False"> Salvini punge: «Felice che i miei siano dei tranquilli pensionati» Un'ondata di garantismo ha avvolto la politica, un sentimento di muto rispetto ha accolto la notizia della condanna dei genitori di Matteo Renzi. Il fair play è il nuovo stile dominante, è come se tutti avessero abbandonato il clima da stadio per indossare grisaglia e pochette alla Giuseppi. Il governo che vuole mandare in carcere gli evasori partecipa in silenzio al dolore di uno dei suoi azionisti di riferimento. Non una parola si alza dalla maggioranza a commentare i guai giudiziari della famiglia Renzi, in un imbarazzo collettivo, nel terrore che il minimo alito di vento possa scuoterne i fragili equilibri. Soltanto Ettore Rosato, uno dei democratici trasferitosi a Italia viva, tra i più stretti collaboratori dell'ex premier, azzarda una difesa: «Massimo rispetto per la giustizia, come sempre. Rispettiamo i giudici e aspettiamo le sentenze definitive, quelle della Cassazione», dice il vicepresidente della Camera. Secondo il quale, dunque, si dovrebbe parlare dello scandalo solamente fra qualche annetto. Sulle reti sociali è tutto l'opposto. Da Twitter a Facebook è partito il tam tam di chi si chiede che cosa sarebbe successo se una condanna avesse per caso colpito i genitori di qualche altro politico di primo piano. La domanda è legittima, anche se priva di una risposta inconfutabile. In qualche modo se ne fa interprete Matteo Salvini. Il leader leghista ieri era a Narni, nel cuore dell'Umbria, per l'ennesimo tour pre elettorale. I giornalisti lo circondano sotto il palco del comizio, l'interrogativo è d'obbligo. Salvini la tocca piano: «Non commento le condanne altrui, sono contento che i miei genitori siano pensionati tranquilli, si dedichino ai nipoti e siano incensurati». Pacifici, isolati, incensurati. L'allusione è indiretta ma chiara. Fosse toccato a lui, sarebbe scoppiato il finimondo. Ma Salvini preferisce non infierire con Renzi: «Non faccio battaglia politica sulle condanne dei parenti», aggiunge. Pochi minuti prima, quando le agenzie di stampa avevano cominciato a diffondere la notizia della condanna di Firenze, l'ex ministro dell'Interno si era limitato a rilanciare su Twitter lo scarno flash di poche parole senza aggiungere alcun commento. Anche sulla sponda leghista, dunque, sembra prevalere un clima completamente diverso da quando le colpe di altri genitori venivano fatte ricadere pesantemente sulle spalle dei figli. O delle figlie, come nel caso di Maria Elena Boschi, finita sulla graticola per il crac di Banca Etruria di cui il padre era tra gli amministratori. Ne sa qualcosa anche l'ex ministro Maurizio Lupi, costretto alle dimissioni per un Rolex regalato al figlio da indagati che poi sarebbero usciti immacolati dalle inchieste. Allora fu soprattutto il M5s ad accanirsi sulla ministra dell'epoca. Ma il movimento non era ancora imborghesito dal potere. D'altra parte, i grillini sanno bene che cosa vuol dire avere un genitore alle prese con la giustizia: chiedere conferma a Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Antonio Di Maio pagò per anni gli operai in nero, fu costretto lui stesso ad ammetterlo e a riparare per chiudere le polemiche. Idem per Di Battista senior, nella cui azienda si lavorava in nero per evitare che colasse definitivamente a picco, travolta dai debiti. Beppe Grillo invece ha un figlio indagato in Sardegna per una vicenda di violenze su una ragazza, su cui è calato il silenzio. Restano però anche oggi i familiari di serie A e quelli delle categorie inferiori. Una quindicina di giorni fa uno dei figli di Umberto Bossi si è allontanato dal ristorante senza pagare con la scusa di andare a prelevare al bancomat. Il titolare del locale l'ha denunciato. Fossimo un Paese moderno come lo vogliono Conte e Renzi, il ristoratore avrebbe dovuto accettare il pagamento con il bancomat, e non lasciare che il povero Riccardo Bossi se la svignasse verso lo sportello automatico. Fatto sta che per qualche giorno l'Italia si è fermata davanti allo scandalo di cotanto figlio che ha fatto il furbetto per 60 euro. Per due fatture false targate Renzi, invece, il silenzio è d'obbligo, oltre che d'oro. Stefano Filippi
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
Continua a leggereRiduci
iStock
La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
Continua a leggereRiduci
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
Continua a leggereRiduci