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2019-10-08
Genitori di Renzi condannati per false fatturazioni. Ma i processi non sono finiti
Ansa
Nei giorni scorsi Matteo Renzi aveva messo le mani avanti: «Abituiamoci ad aspettare le sentenze della Cassazione». Forse lo stuolo di avvocati che da mesi seguono le numerose inchieste che coinvolgono i suoi genitori gli aveva preconizzato che il primo processo che sarebbe arrivato a sentenza, quello per l'emissione di due presunte false fatture da 195.200 euro, non avrebbe avuto l'esito sperato. E ieri, lunedì 7 ottobre, l'infausto vaticinio si è trasformato in realtà. Aruspice il giudice monocratico Fabio Gugliotta, che poco prima delle 16.30 di ieri, dopo circa 100 minuti di camera di consiglio ha annunciato la condanna: 1 anno e 9 mesi a testa di reclusione per Tiziano Renzi e Laura Bovoli, oltre al pagamento delle spese processuali, a cui ha aggiunto come pene accessorie l'interdizione per un anno dai pubblici uffici e per sei mesi dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, il divieto per un anno di trattare con le pubbliche amministrazioni, oltre all'interdizione (perpetua) dall'ufficio di componente di commissione tributaria e (di un anno) dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria. Il loro coimputato Luigi Dagostino, ex titolare della Tramor Srl che pagò le fatture, è stato invece condannato, oltre che alle pene accessorie, a due anni per utilizzo a fini fiscali delle false fatture e per truffa a danni della stessa Tramor, che su sua indicazione, dopo essere passata al gruppo Kering, pagò le parcelle ai Renzi.
L'imprenditore dovrà risarcire i danni subiti dalla parte civile (lo stesso gruppo Kering) che il giudice ha liquidato in 190.000 euro oltre agli interessi legali e alle spese processuali (3.100 euro). Entro 90 giorni verranno redatte le motivazioni della sentenza, che in forma di estratto dovrà essere pubblicata sul sito del ministero della Giustizia per quindici giorni.
Ai due genitori il giudice ha concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena. Ma, purtroppo per loro, sono in corso molti altri processi ed eventuali condanne anche in questi potranno poi cumularsi tra di loro, ponendo a rischio l'ombrello della condizionale.
I due genitori infatti sono indagati a Firenze per il concorso nella bancarotta di tre cooperative (Marmodiv, Delivery Italia service ed Europe service) e false fatturazioni, la mamma è già alla sbarra a Cuneo con la stessa accusa per il crac della Direkta srl; a questi procedimenti bisogna aggiungere i due fascicoli per traffico di influenze illecite che coinvolgono Tiziano a Firenze e a Roma, dove il 14 ottobre ci sarà un'udienza in cui il babbo rischia l'imputazione coatta per i suoi rapporti scivolosi con l'imprenditore Alfredo Romeo, imputato nella cosiddetta inchiesta Consip.
Va detto che la prima tappa di questa via crucis giudiziaria poteva essere più dolorosa per la coppia, infatti la pm Christine von Borries non ha voluto accanirsi e ha chiesto la pena base (il reato di false fatturazione può essere punito con pene che vanno da 1 anno e sei mesi a 6 anni di reclusione) con l'aggiunta di tre mesi per la continuazione (fattispecie che può portare anche alla triplicazione della pena). Una richiesta che il giudice ha accolto alla lettera. Alla fine i due genitori sono stati condannati perché dopo un approfondito processo è risultato chiaro che le due fatture erano state pagate per prestazioni effettivamente inesistenti. La prima, emessa dalla Party Srl e datata 15 giugno 2015, dell'importo di 24.400 euro, Iva compresa, non era in effetti supportata da nessuna lettera di incarico o progetto e l'oggetto era un generico studio di fattibilità «per un'area destinata al food». La fattura 202 della Eventi 6, datata 30 giugno 2015, era invece supportata da tre paginette di uno studio per «una struttura ricettiva e food con i relativi incoming asiatici e la logistica da e per i vari trasporti pubblici (Ferrovie-aeroporti ecc.)» e da cinque planimetrie che durante le indagini sono risultate essere state realizzate da uno studio di architettura di Milano (su incarico di Dagostino) e successivamente leggermente modificate dalla Eventi 6.
Evidentemente il «progettino», come è stato definito dallo stesso imprenditore pugliese in un'intercettazione ambientale, non è stato considerato dal giudice neanche una piccola prestazione sovrafatturata o pagata in modo non congruo. Lo stesso Dagostino, durante le spontanee dichiarazioni di luglio, ammise: «Dico la verità, quando ho ricevuto le fatture sono rimasto abbastanza perplesso per l'importo. Però loro in quel momento erano i genitori del presidente del Consiglio… non ho ritenuto di contestare le fatture perché ho subito un po' la sudditanza psicologica».
Da ieri la pm von Borries, giallista per hobby, può appuntarsi una medaglia al petto: quella di aver portato a casa la prima condanna in un processo penale contro Tiziano Renzi e Laura Bovoli. In gergo sportivo il suo si definirebbe un percorso netto: infatti il giudice ha accolto quasi alla lettera le sue richieste, arrivate al termine di una requisitoria lunga più di un'ora e condotta con tono pacato, ma fermo. Certo l'impresa della von Borries non è stata semplice, visto lo spiegamento di legali degli imputati, nomi di prestigio come quelli di Alessandro Traversi, uno dei principi del foro e miniera di dotte citazioni, del sempre arguto ed efficace Federico Bagattini, del pugnace ed eloquente Lorenzo Pellegrini e di due tributaristi di vaglia come i professori Marco Miccinesi e Francesco Pistolesi. Una specie di dream team che purtroppo per i Renzi non è riuscito a evitare l'inevitabile. Troppo farlocche le fatture che l'imprenditore Luigi Dagostino aveva pagato e fatto pagare tra il 17 giugno e il 21 luglio 2015 alla Party Srl e alla Eventi 6. L'ultimo romanzo pubblicato dalla pm trionfatrice si intitola A noi donne basta uno sguardo, ma di certo un po' di intuito l'abbiamo avuto anche noi, che quando la vicenda non interessava a nessuno (ieri l'aula, invece, brulicava di cronisti e telecamere) raccontammo gli albori dell'inchiesta e l'iscrizione sul registro degli indagati dei due genitori. Nel gennaio di quest'anno aggiungemmo un tassello e collegammo il pagamento da 24.400 euro all'incontro ottenuto da Dagostino, grazie ai buoni uffici di babbo Tiziano, al cospetto di Luca Lotti a Palazzo Chigi per un magistrato pugliese, Antonio Savasta, poi arrestato per corruzione in atti giudiziari. Un'intuizione felice, visto che qualche settimana dopo la Procura di Firenze ha aperto un fascicolo ai danni di Dagostino e Renzi senior per traffico di influenze illecite e ieri la pm von Borries ha ricordato nella sua requisitoria quella visita nel palazzo del governo, quasi a indicare il vero oggetto del pagamento: l'attività di lobbista del babbo dell'ex premier.
L'avvocato Traversi, difensore di Dagostino, ha sottolineato «l'assoluta inconferenza di questi riferimenti (Palazzo Chigi, Lotti, Savasta) che saranno oggetto di eventuali altri procedimenti», ma che in quello per false fatturazioni sono destinati «a creare confusione e niente più». Nessuno degli argomenti degli avvocati, però, deve aver fatto breccia nel cuore del giudice. Anche se il collegio difensivo dei Renzi ieri ha visto il bicchiere mezzo pieno e ha sottolineato con un comunicato come la sentenza dimostri che «non c'è mai stata alcuna evasione»: «Il giudice concede la sospensione condizionale e irroga una pena mite solo se l'imputato ha provveduto a risarcire i danni erariali (…) risarcimento che in questo caso non è avvenuto proprio perché mancava ogni profilo di danno tributario». I difensori hanno annunciato che ricorreranno in appello. Per loro i prossimi mesi saranno pieni di lavoro.
Giacomo Amadori
Salvini punge: «Felice che i miei siano dei tranquilli pensionati»
Un'ondata di garantismo ha avvolto la politica, un sentimento di muto rispetto ha accolto la notizia della condanna dei genitori di Matteo Renzi. Il fair play è il nuovo stile dominante, è come se tutti avessero abbandonato il clima da stadio per indossare grisaglia e pochette alla Giuseppi. Il governo che vuole mandare in carcere gli evasori partecipa in silenzio al dolore di uno dei suoi azionisti di riferimento. Non una parola si alza dalla maggioranza a commentare i guai giudiziari della famiglia Renzi, in un imbarazzo collettivo, nel terrore che il minimo alito di vento possa scuoterne i fragili equilibri. Soltanto Ettore Rosato, uno dei democratici trasferitosi a Italia viva, tra i più stretti collaboratori dell'ex premier, azzarda una difesa: «Massimo rispetto per la giustizia, come sempre. Rispettiamo i giudici e aspettiamo le sentenze definitive, quelle della Cassazione», dice il vicepresidente della Camera. Secondo il quale, dunque, si dovrebbe parlare dello scandalo solamente fra qualche annetto.
Sulle reti sociali è tutto l'opposto. Da Twitter a Facebook è partito il tam tam di chi si chiede che cosa sarebbe successo se una condanna avesse per caso colpito i genitori di qualche altro politico di primo piano. La domanda è legittima, anche se priva di una risposta inconfutabile. In qualche modo se ne fa interprete Matteo Salvini. Il leader leghista ieri era a Narni, nel cuore dell'Umbria, per l'ennesimo tour pre elettorale. I giornalisti lo circondano sotto il palco del comizio, l'interrogativo è d'obbligo. Salvini la tocca piano: «Non commento le condanne altrui, sono contento che i miei genitori siano pensionati tranquilli, si dedichino ai nipoti e siano incensurati». Pacifici, isolati, incensurati. L'allusione è indiretta ma chiara. Fosse toccato a lui, sarebbe scoppiato il finimondo. Ma Salvini preferisce non infierire con Renzi: «Non faccio battaglia politica sulle condanne dei parenti», aggiunge. Pochi minuti prima, quando le agenzie di stampa avevano cominciato a diffondere la notizia della condanna di Firenze, l'ex ministro dell'Interno si era limitato a rilanciare su Twitter lo scarno flash di poche parole senza aggiungere alcun commento.
Anche sulla sponda leghista, dunque, sembra prevalere un clima completamente diverso da quando le colpe di altri genitori venivano fatte ricadere pesantemente sulle spalle dei figli. O delle figlie, come nel caso di Maria Elena Boschi, finita sulla graticola per il crac di Banca Etruria di cui il padre era tra gli amministratori. Ne sa qualcosa anche l'ex ministro Maurizio Lupi, costretto alle dimissioni per un Rolex regalato al figlio da indagati che poi sarebbero usciti immacolati dalle inchieste. Allora fu soprattutto il M5s ad accanirsi sulla ministra dell'epoca. Ma il movimento non era ancora imborghesito dal potere.
D'altra parte, i grillini sanno bene che cosa vuol dire avere un genitore alle prese con la giustizia: chiedere conferma a Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Antonio Di Maio pagò per anni gli operai in nero, fu costretto lui stesso ad ammetterlo e a riparare per chiudere le polemiche. Idem per Di Battista senior, nella cui azienda si lavorava in nero per evitare che colasse definitivamente a picco, travolta dai debiti. Beppe Grillo invece ha un figlio indagato in Sardegna per una vicenda di violenze su una ragazza, su cui è calato il silenzio.
Restano però anche oggi i familiari di serie A e quelli delle categorie inferiori. Una quindicina di giorni fa uno dei figli di Umberto Bossi si è allontanato dal ristorante senza pagare con la scusa di andare a prelevare al bancomat. Il titolare del locale l'ha denunciato. Fossimo un Paese moderno come lo vogliono Conte e Renzi, il ristoratore avrebbe dovuto accettare il pagamento con il bancomat, e non lasciare che il povero Riccardo Bossi se la svignasse verso lo sportello automatico. Fatto sta che per qualche giorno l'Italia si è fermata davanti allo scandalo di cotanto figlio che ha fatto il furbetto per 60 euro. Per due fatture false targate Renzi, invece, il silenzio è d'obbligo, oltre che d'oro.
Stefano Filippi
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Hanno inventato prestazioni per 195.200 euro: pena di 1 anno e 9 mesi ciascuno. Restano indagati anche per bancarotta e, nel caso del babbo, traffico di influenze.Il leader del Carroccio Matteo Salvini: «Mia madre e mio padre sono incensurati e si dedicano ai nipotini». In difesa dell'ex segretario dem parla soltanto Ettore Rosato: «Aspettiamo la sentenza definitiva».Lo speciale contiene due articoli Nei giorni scorsi Matteo Renzi aveva messo le mani avanti: «Abituiamoci ad aspettare le sentenze della Cassazione». Forse lo stuolo di avvocati che da mesi seguono le numerose inchieste che coinvolgono i suoi genitori gli aveva preconizzato che il primo processo che sarebbe arrivato a sentenza, quello per l'emissione di due presunte false fatture da 195.200 euro, non avrebbe avuto l'esito sperato. E ieri, lunedì 7 ottobre, l'infausto vaticinio si è trasformato in realtà. Aruspice il giudice monocratico Fabio Gugliotta, che poco prima delle 16.30 di ieri, dopo circa 100 minuti di camera di consiglio ha annunciato la condanna: 1 anno e 9 mesi a testa di reclusione per Tiziano Renzi e Laura Bovoli, oltre al pagamento delle spese processuali, a cui ha aggiunto come pene accessorie l'interdizione per un anno dai pubblici uffici e per sei mesi dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese, il divieto per un anno di trattare con le pubbliche amministrazioni, oltre all'interdizione (perpetua) dall'ufficio di componente di commissione tributaria e (di un anno) dalle funzioni di rappresentanza e assistenza in materia tributaria. Il loro coimputato Luigi Dagostino, ex titolare della Tramor Srl che pagò le fatture, è stato invece condannato, oltre che alle pene accessorie, a due anni per utilizzo a fini fiscali delle false fatture e per truffa a danni della stessa Tramor, che su sua indicazione, dopo essere passata al gruppo Kering, pagò le parcelle ai Renzi. L'imprenditore dovrà risarcire i danni subiti dalla parte civile (lo stesso gruppo Kering) che il giudice ha liquidato in 190.000 euro oltre agli interessi legali e alle spese processuali (3.100 euro). Entro 90 giorni verranno redatte le motivazioni della sentenza, che in forma di estratto dovrà essere pubblicata sul sito del ministero della Giustizia per quindici giorni. Ai due genitori il giudice ha concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena. Ma, purtroppo per loro, sono in corso molti altri processi ed eventuali condanne anche in questi potranno poi cumularsi tra di loro, ponendo a rischio l'ombrello della condizionale. I due genitori infatti sono indagati a Firenze per il concorso nella bancarotta di tre cooperative (Marmodiv, Delivery Italia service ed Europe service) e false fatturazioni, la mamma è già alla sbarra a Cuneo con la stessa accusa per il crac della Direkta srl; a questi procedimenti bisogna aggiungere i due fascicoli per traffico di influenze illecite che coinvolgono Tiziano a Firenze e a Roma, dove il 14 ottobre ci sarà un'udienza in cui il babbo rischia l'imputazione coatta per i suoi rapporti scivolosi con l'imprenditore Alfredo Romeo, imputato nella cosiddetta inchiesta Consip. Va detto che la prima tappa di questa via crucis giudiziaria poteva essere più dolorosa per la coppia, infatti la pm Christine von Borries non ha voluto accanirsi e ha chiesto la pena base (il reato di false fatturazione può essere punito con pene che vanno da 1 anno e sei mesi a 6 anni di reclusione) con l'aggiunta di tre mesi per la continuazione (fattispecie che può portare anche alla triplicazione della pena). Una richiesta che il giudice ha accolto alla lettera. Alla fine i due genitori sono stati condannati perché dopo un approfondito processo è risultato chiaro che le due fatture erano state pagate per prestazioni effettivamente inesistenti. La prima, emessa dalla Party Srl e datata 15 giugno 2015, dell'importo di 24.400 euro, Iva compresa, non era in effetti supportata da nessuna lettera di incarico o progetto e l'oggetto era un generico studio di fattibilità «per un'area destinata al food». La fattura 202 della Eventi 6, datata 30 giugno 2015, era invece supportata da tre paginette di uno studio per «una struttura ricettiva e food con i relativi incoming asiatici e la logistica da e per i vari trasporti pubblici (Ferrovie-aeroporti ecc.)» e da cinque planimetrie che durante le indagini sono risultate essere state realizzate da uno studio di architettura di Milano (su incarico di Dagostino) e successivamente leggermente modificate dalla Eventi 6. Evidentemente il «progettino», come è stato definito dallo stesso imprenditore pugliese in un'intercettazione ambientale, non è stato considerato dal giudice neanche una piccola prestazione sovrafatturata o pagata in modo non congruo. Lo stesso Dagostino, durante le spontanee dichiarazioni di luglio, ammise: «Dico la verità, quando ho ricevuto le fatture sono rimasto abbastanza perplesso per l'importo. Però loro in quel momento erano i genitori del presidente del Consiglio… non ho ritenuto di contestare le fatture perché ho subito un po' la sudditanza psicologica». Da ieri la pm von Borries, giallista per hobby, può appuntarsi una medaglia al petto: quella di aver portato a casa la prima condanna in un processo penale contro Tiziano Renzi e Laura Bovoli. In gergo sportivo il suo si definirebbe un percorso netto: infatti il giudice ha accolto quasi alla lettera le sue richieste, arrivate al termine di una requisitoria lunga più di un'ora e condotta con tono pacato, ma fermo. Certo l'impresa della von Borries non è stata semplice, visto lo spiegamento di legali degli imputati, nomi di prestigio come quelli di Alessandro Traversi, uno dei principi del foro e miniera di dotte citazioni, del sempre arguto ed efficace Federico Bagattini, del pugnace ed eloquente Lorenzo Pellegrini e di due tributaristi di vaglia come i professori Marco Miccinesi e Francesco Pistolesi. Una specie di dream team che purtroppo per i Renzi non è riuscito a evitare l'inevitabile. Troppo farlocche le fatture che l'imprenditore Luigi Dagostino aveva pagato e fatto pagare tra il 17 giugno e il 21 luglio 2015 alla Party Srl e alla Eventi 6. L'ultimo romanzo pubblicato dalla pm trionfatrice si intitola A noi donne basta uno sguardo, ma di certo un po' di intuito l'abbiamo avuto anche noi, che quando la vicenda non interessava a nessuno (ieri l'aula, invece, brulicava di cronisti e telecamere) raccontammo gli albori dell'inchiesta e l'iscrizione sul registro degli indagati dei due genitori. Nel gennaio di quest'anno aggiungemmo un tassello e collegammo il pagamento da 24.400 euro all'incontro ottenuto da Dagostino, grazie ai buoni uffici di babbo Tiziano, al cospetto di Luca Lotti a Palazzo Chigi per un magistrato pugliese, Antonio Savasta, poi arrestato per corruzione in atti giudiziari. Un'intuizione felice, visto che qualche settimana dopo la Procura di Firenze ha aperto un fascicolo ai danni di Dagostino e Renzi senior per traffico di influenze illecite e ieri la pm von Borries ha ricordato nella sua requisitoria quella visita nel palazzo del governo, quasi a indicare il vero oggetto del pagamento: l'attività di lobbista del babbo dell'ex premier. L'avvocato Traversi, difensore di Dagostino, ha sottolineato «l'assoluta inconferenza di questi riferimenti (Palazzo Chigi, Lotti, Savasta) che saranno oggetto di eventuali altri procedimenti», ma che in quello per false fatturazioni sono destinati «a creare confusione e niente più». Nessuno degli argomenti degli avvocati, però, deve aver fatto breccia nel cuore del giudice. Anche se il collegio difensivo dei Renzi ieri ha visto il bicchiere mezzo pieno e ha sottolineato con un comunicato come la sentenza dimostri che «non c'è mai stata alcuna evasione»: «Il giudice concede la sospensione condizionale e irroga una pena mite solo se l'imputato ha provveduto a risarcire i danni erariali (…) risarcimento che in questo caso non è avvenuto proprio perché mancava ogni profilo di danno tributario». I difensori hanno annunciato che ricorreranno in appello. Per loro i prossimi mesi saranno pieni di lavoro. Giacomo Amadori<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/genitori-di-renzi-condannati-per-false-fatturazioni-ma-i-processi-non-sono-finiti-2640876702.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-punge-felice-che-i-miei-siano-dei-tranquilli-pensionati" data-post-id="2640876702" data-published-at="1780129801" data-use-pagination="False"> Salvini punge: «Felice che i miei siano dei tranquilli pensionati» Un'ondata di garantismo ha avvolto la politica, un sentimento di muto rispetto ha accolto la notizia della condanna dei genitori di Matteo Renzi. Il fair play è il nuovo stile dominante, è come se tutti avessero abbandonato il clima da stadio per indossare grisaglia e pochette alla Giuseppi. Il governo che vuole mandare in carcere gli evasori partecipa in silenzio al dolore di uno dei suoi azionisti di riferimento. Non una parola si alza dalla maggioranza a commentare i guai giudiziari della famiglia Renzi, in un imbarazzo collettivo, nel terrore che il minimo alito di vento possa scuoterne i fragili equilibri. Soltanto Ettore Rosato, uno dei democratici trasferitosi a Italia viva, tra i più stretti collaboratori dell'ex premier, azzarda una difesa: «Massimo rispetto per la giustizia, come sempre. Rispettiamo i giudici e aspettiamo le sentenze definitive, quelle della Cassazione», dice il vicepresidente della Camera. Secondo il quale, dunque, si dovrebbe parlare dello scandalo solamente fra qualche annetto. Sulle reti sociali è tutto l'opposto. Da Twitter a Facebook è partito il tam tam di chi si chiede che cosa sarebbe successo se una condanna avesse per caso colpito i genitori di qualche altro politico di primo piano. La domanda è legittima, anche se priva di una risposta inconfutabile. In qualche modo se ne fa interprete Matteo Salvini. Il leader leghista ieri era a Narni, nel cuore dell'Umbria, per l'ennesimo tour pre elettorale. I giornalisti lo circondano sotto il palco del comizio, l'interrogativo è d'obbligo. Salvini la tocca piano: «Non commento le condanne altrui, sono contento che i miei genitori siano pensionati tranquilli, si dedichino ai nipoti e siano incensurati». Pacifici, isolati, incensurati. L'allusione è indiretta ma chiara. Fosse toccato a lui, sarebbe scoppiato il finimondo. Ma Salvini preferisce non infierire con Renzi: «Non faccio battaglia politica sulle condanne dei parenti», aggiunge. Pochi minuti prima, quando le agenzie di stampa avevano cominciato a diffondere la notizia della condanna di Firenze, l'ex ministro dell'Interno si era limitato a rilanciare su Twitter lo scarno flash di poche parole senza aggiungere alcun commento. Anche sulla sponda leghista, dunque, sembra prevalere un clima completamente diverso da quando le colpe di altri genitori venivano fatte ricadere pesantemente sulle spalle dei figli. O delle figlie, come nel caso di Maria Elena Boschi, finita sulla graticola per il crac di Banca Etruria di cui il padre era tra gli amministratori. Ne sa qualcosa anche l'ex ministro Maurizio Lupi, costretto alle dimissioni per un Rolex regalato al figlio da indagati che poi sarebbero usciti immacolati dalle inchieste. Allora fu soprattutto il M5s ad accanirsi sulla ministra dell'epoca. Ma il movimento non era ancora imborghesito dal potere. D'altra parte, i grillini sanno bene che cosa vuol dire avere un genitore alle prese con la giustizia: chiedere conferma a Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Antonio Di Maio pagò per anni gli operai in nero, fu costretto lui stesso ad ammetterlo e a riparare per chiudere le polemiche. Idem per Di Battista senior, nella cui azienda si lavorava in nero per evitare che colasse definitivamente a picco, travolta dai debiti. Beppe Grillo invece ha un figlio indagato in Sardegna per una vicenda di violenze su una ragazza, su cui è calato il silenzio. Restano però anche oggi i familiari di serie A e quelli delle categorie inferiori. Una quindicina di giorni fa uno dei figli di Umberto Bossi si è allontanato dal ristorante senza pagare con la scusa di andare a prelevare al bancomat. Il titolare del locale l'ha denunciato. Fossimo un Paese moderno come lo vogliono Conte e Renzi, il ristoratore avrebbe dovuto accettare il pagamento con il bancomat, e non lasciare che il povero Riccardo Bossi se la svignasse verso lo sportello automatico. Fatto sta che per qualche giorno l'Italia si è fermata davanti allo scandalo di cotanto figlio che ha fatto il furbetto per 60 euro. Per due fatture false targate Renzi, invece, il silenzio è d'obbligo, oltre che d'oro. Stefano Filippi
Giorgia Meloni (Ansa)
La sveglia all’Unione europea l’ha data ieri Giorgia Meloni. Il premier ha inviato una lettera alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, al presidente di turno del Consiglio Ue, Nikos Christodoulides, e al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, riguardo la situazione epidemiologica in Africa collegata al recente focolaio di Ebola in Congo e in Uganda per sollecitare, «nel rispetto delle prerogative nazionali in materia di tutela della salute», un «coordinamento rafforzato della vigilanza alle frontiere attraverso regole comuni per la gestione degli arrivi diretti e indiretti dalle zone colpite». La situazione, ha scritto Meloni, richiede la «massima attenzione».
L’intervento del premier italiano mette a nudo i cortocircuiti dell’Ue nella gestione di flussi migratori e sicurezza sanitaria. Il quadro epidemiologico globale appare infatti frammentato: dopo la determinazione dell’epidemia come emergenza sanitaria pubblica, lo scorso 17 maggio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha innalzato il livello di allerta in Congo a «molto alto», pur considerandolo «alto» su scala regionale e «basso» nel mondo. In Europa, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie ha valutato come «molto bassa» la probabilità di trasmissione secondaria del virus nell’Ue. Ma Bruxelles ha mandato messaggi contraddittori: da una parte, nell’invitare gli operatori sanitari a una «maggiore consapevolezza», ha chiesto, di fatto, di controllare i potenziali sintomi per le persone che «tornano» dalle aree colpite; dall’altra ha sollecitato screening ma soltanto in uscita, stabilendo che quello dei passeggeri in ingresso negli aeroporti europei non è attualmente necessario. «Non ci sono prove», ha scritto la Commissione, «che dimostrino che lo screening delle persone che tornano dalle regioni colpite in Ue sia efficace nel prevenire l’ingresso della malattia in Europa. Pertanto, il Comitato per la sicurezza sanitaria Ue conclude che non sono necessarie misure aggiuntive al momento dell’ingresso in Europa». Secondo la Commissione Ue, insomma, non esistendo dati scientifici che dimostrino l’utilità dello screening all’arrivo per bloccare il virus, è inutile introdurre barriere sanitarie ai confini continentali. Guai, dunque, a cercare di controllare l’immigrazione selvaggia.
Meloni ha proposto l’inserimento del tema della gestione delle frontiere all’ordine del giorno del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno 2026. In vista di questo appuntamento, il governo ha chiesto di convocare una videoconferenza dei ministri della Salute europei già la prossima settimana, per definire le priorità operative nel Consiglio Epsco del 16 giugno, che riunirà i ministri del Lavoro, delle Politiche sociali, della Salute e della Tutela dei consumatori di tutti gli Stati membri. Inoltre, già questo fine settimana l’Italia invierà a Kinshasa, in Congo, una squadra di esperti dell’Istituto Spallanzani di Roma per fornire assistenza tecnica, consegnare materiale sanitario e medicinali, e rafforzare la sorveglianza epidemiologica. A livello nazionale, a ogni modo, i controlli alle frontiere sono attivi: «Il ministero della Salute, in raccordo con la Protezione civile, ha emanato circolari per attivare», recita la nota di Palazzo Chigi, «una sorveglianza sanitaria mirata e protocolli di vigilanza per i viaggiatori in rientro dalle regioni colpite», negli scali di Roma Fiumicino e Milano Malpensa.
Da Bruxelles, invece, la risposta dell’esecutivo europeo si muove nel segno dell’ambiguità e del paradosso. La Commissione «risponderà a tempo debito», ha dichiarato una delle portavoci, raccomandando, al tempo stesso, «misure di screening delle persone che provengono dalle zone colpite» (dunque dei passeggeri in entrata nell’Ue) ma sottolineando anche che «la misura più importante da adottare è lo screening in uscita dalle regioni colpite». Un doppio binario che fotografa la consueta incertezza comunicativa europea.
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Il capo di Confindustria, Emanuele Orsini (Ansa)
Soprattutto da quando Bruxelles si è data la mission di «salvare il pianeta» con un processo di decarbonizzazione a marce forzate. È una posizione trasversale, è la reazione di gran parte del mondo produttivo che percepisce l’Europa più come una camicia di forza che come un volano. L’ultima critica, in ordine di tempo, è venuta dall’assemblea di Confindustria, dove il presidente, Emanuele Orsini, pur ribadendo di «credere nell’Europa», ha sottolineato che «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività», artefice di una burocrazia «lunare» che mette sotto scacco le istituzioni del Vecchio continente. E, come esempio, ha citato le 72 condizioni poste dalla Commissione per il via libera al decreto Bollette, definendole come «l’ultima conferma» della sua tesi. Di qui l’appello: «Fermatela!».
In trincea è soprattutto l’automotive, prima del Green deal fiore all’occhiello dell’industria europea, ora ruota di scorta delle case cinesi. A più riprese le associazioni di categoria, a cominciare da quelle tedesche, hanno evidenziato come le tempistiche per l’elettrificazione forzata non siano compatibili con la realtà e che la politica Ue abbia causato l’invasione di prodotti cinesi. Critiche alla mobilità sostenibile, come riferisce Politico, sono venute perfino dai commissari dell’Ue, che hanno manifestato profonda irritazione per i disagi logistici legati all’uso di auto elettriche durante gli spostamenti da Bruxelles a Strasburgo. Questo mentre la Commissione valuta l’introduzione di regole stringenti per costringere le grandi imprese ad acquistare o a prendere a noleggio a lungo termine quote elevate di auto a corrente.
Gli effetti delle rigidità normative di Bruxelles si fanno sentire anche sull’agricoltura e scatenano le proteste delle associazioni di categoria. La Coldiretti ha lanciato un forte appello alla Commissione europea per la sospensione del Cbam (Carbon border adjustment mechanism) e del sistema Ets (il sistema di scambio di quote di emissione di CO2), due pilastri del Green deal ritenuti oggi insostenibili. Per Coldiretti la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, non è assolutamente in grado di gestire il ruolo istituzionale che ricopre mentre oggi c’è bisogno di un’Europa diversa, più coraggiosa, meno ideologica e più vicina ai problemi reali.
Contro la Commissione si è mobilitata l’industria del tabacco dopo l’accelerazione dell’Unione europea sulla revisione della direttiva che regola produzione, etichettatura e vendita di sigarette, elettroniche incluse. La revisione legislativa è attesa entro fine anno. Troppo presto, dice la filiera. Il cambiamento dell’attuale assetto regolatorio metterebbe a repentaglio un comparto strategico dal punto di vista economico e occupazionale.
Sul piede di guerra pure i sindacati. La Ces, la Confederazione europea dei sindacati, punta l’indice contro i piani della Commissione europea di consentire alle imprese di registrarsi in Paesi con standard inferiori, compromettendo in questo modo i diritti dei lavoratori europei. «Secondo la proposta della Commissione, esiste il forte rischio che i lavoratori siano tutelati dalla legislazione del lavoro del Paese di registrazione dell’impresa, e non da quella del Paese di impiego», ammonisce la Ces.
Il settore siderurgico e metallurgico è tra i più critici. Il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, ha sempre detto che «la riduzione delle emissioni attribuita ai settori Ets è fuorviante: il calo deriva in gran parte dalla generazione elettrica, che ha avuto accesso a incentivi alle rinnovabili estranei all’Ets».
Le norme green impattano anche sul settore immobiliare. L’Ance, l’Associazione dei costruttori, contesta la perentorietà delle scadenze per l’efficientamento energetico del patrimonio immobiliare. Senza massicci incentivi pubblici europei i costi ricadranno su imprese e proprietari.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Intanto, Giorgia Meloni chiede che al prossimo Consiglio europeo del 18 e 19 giugno in programma a Bruxelles si parli di regole comuni in tema di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite dal virus Ebola, mentre Raffaele Fitto insiste con l’idea di utilizzare per far fronte alla crisi energetica i Fondi di coesione, ovvero le risorse destinate a ridurre i divari economici, sociali e territoriali tra le diverse regioni europee, ma la sua idea non entusiasma: arriva un secco «no» sia dalle stesse regioni dell’Unione che da esponenti politici italiani di maggioranza e opposizione, tra i quali Letizia Moratti di Forza Italia, Enzo Amendola del Pd e Roberto Fico del M5s. Intanto, non viene accolta (almeno per il momento) la richiesta di Giorgia Meloni di concedere agli Stati membri della Ue margini di flessibilità sui vincoli economici per affrontare l’aumento dei prezzi dei carburanti.
Iniziamo dai contentini: la Commissione Ue, nell’Analisi sugli squilibri macroeconomici, consultata dall’Ansa, mette nero su bianco giudizi lusinghieri per il governo italiano: «L’Italia», si legge nel documento, «ha continuato ad attuare misure che migliorano la qualità delle finanze pubbliche, ridurre l’evasione fiscale e sostenere la sostenibilità di bilancio. Inoltre ha introdotto diverse misure contro l’evasione fiscale negli ultimi anni», attraverso «un sistema completo di compliance fiscale digitale», che si basa su fatturazione elettronica e trasmissione digitale dei dati. «Sono attesi ulteriori miglioramenti nella riscossione nel medio termine», si legge ancora e non mancano i complimenti sul rafforzamento del settore bancario e i «livelli record» del mercato del lavoro.
Manco a dirlo, però, arrivano pure le bacchettate: secondo la Commissione, «ulteriori interventi di politica economica dovrebbero dare priorità a tre obiettivi fondamentali: favorire la crescita delle imprese e le fusioni tra piccole e medie imprese, professionalizzandone la gestione e riducendo le soglie normative e gli incentivi legati alla dimensione che incoraggiano le aziende a rimanere piccole».
Per quel che riguarda la richiesta italiana di discutere di vigilanza sanitaria sugli ingressi dalle zone colpite da Ebola, Bruxelles fa sapere che «la tutela della salute pubblica è la priorità assoluta della Commissione. Stiamo seguendo da vicino», sottolinea Eva Hrncirova, portavoce della Commissione, «l’evolversi della situazione. Si tratta di una situazione che richiede vigilanza e coordinamento. Disponiamo dei canali e degli strumenti necessari per agire rapidamente. L’Ue sta mobilitando aiuti, risorse logistiche, supporto di esperti e strumenti di sicurezza sanitaria per aiutare i Paesi colpiti a contenere l’epidemia e a ridurre il rischio di ulteriore trasmissione».
Continua a suscitare perplessità, invece, la proposta del Commissario europeo, Raffaele Fitto, di utilizzare i fondi di coesione, quelli destinati alle regioni europee più disagiate, per affrontare il caro-carburanti. A Fitto aveva risposto duramente la presidente del Comitato europeo delle Regioni, Kata Tutto: «I fondi di coesione non sono un bancomat e sono già stati impegnati». Ieri sono piovute critiche da altri esponenti politici: «Proporre di toccare i fondi Ue di coesione per far fronte alla crisi energetica», dice il deputato Pd Enzo Amendola, ex ministro degli Affari europei, a La7, «è come dire allora siamo alla frutta perché più di questo Bruxelles non può fare. La lettera di Fitto agli Stati membri, per Amendola «conferma che l’Unione europea non può concedere scostamenti di bilancio, invitando quindi a utilizzare tutte le risorse che si hanno: è come dire vi abbiamo dato miliardi di euro per le politiche di coesione e miliardi con il Pnrr, e più di questo non si può fare».
Perplessità sull’idea di Fitto anche da parte di Letizia Moratti, eurodeputata di Forza Italia: «Le preoccupazioni espresse dalle Regioni europee», argomenta la Moratti, «meritano grande attenzione. Le risorse della politica di coesione sono nate per ridurre i divari territoriali, sostenere la competitività, favorire l’innovazione, le infrastrutture, la formazione e lo sviluppo locale. Deviare tali fondi verso finalità diverse rischia di mettere in seria difficoltà amministrazioni regionali, imprese, artigiani e intere filiere produttive che hanno programmato investimenti e progetti sulla base di risorse già assegnate».
Un secco «no» arriva anche dal presidente della regione Campania, Roberto Fico, del M5s: «Io credo che quei fondi vadano usati per altri scopi e quindi non condivido questa proposta. Non penso», aggiunge Fico, «che sia una proposta adeguata al raggiungimento dell’obiettivo».
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iStock
Qui, più o meno un alunno su tre è arabo o bengalese e pochi anni fa la comunità islamica aveva chiesto la somministrazione a scuola di carne halal, ottenendo in cambio un’ampia disponibilità ad assicurare tutti i pasti vegetariani necessari. Non solo, ma a Mestre è attivo un servizio di recupero del cibo scolastico che avanza ogni giorno, gestito dal sindacato cattolico delle Acli, che ha fatto una vasta opera di sensibilizzazione nella lotta contro gli sprechi alimentari.
In questo contesto non poteva passare sotto silenzio quanto accaduto mercoledì scorso, puntualmente raccontato dal Gazzettino di Venezia. Quel giorno era l’Eid al-Ahda, o «Festa del sacrificio» e a Mestre si sono ritrovati centinaia di pasti non ritirati, totalmente a sorpresa. Il dirigente delle scuole primarie Grimani e Visintini di Marghera, Massimo Cono Pietropaolo, non ha chinato la testa e ha preso carta e penna. «Oggi, mercoledì 27 maggio, il servizio mensa dell’Ic Grimani ha buttato via oltre 200 pasti a causa delle assenze di bambine e bambini che non erano state comunicate, con un evidente sperpero di risorse pubbliche che ricadono anche sulla comunità», ha scritto in una lettera ai genitori. Duecento è solo un numero di partenza, perché nelle due scuole ci sono 600 bambini, ma non sono le uniche. Tanto per chiarire lo spirito della missiva, il preside ha aggiunto: «Sia chiaro che si tratta di un discorso che vale per qualsiasi religione e per qualunque assenza. La nostra scuola ha una procedura interna per la mensa che deve essere rispettata, proprio con l’obiettivo di evitare gli sprechi». Ogni famiglia ha a disposizione un’app per la refezione, con la quale basta un clic per bloccare il servizio di giorno in giorno. E si può avvertire anche a scuola, telefonando entro le nove di mattina del giorno stesso. Insomma, non avvertire è proprio sciatteria.
Il servizio mensa è gestito da una controllata del Comune di Venezia (Ames spa), che lo ha ceduto in appalto a una ditta esterna: costa mediamente sui cinque euro a pasto e viene proposto a quattro. Maika Canton, architetto e assessore con delega alle politiche educative di Fdi, ha annunciato verifiche scuola per scuola su quanto è accaduto e ha sottolineato: «Si è trattato di uno spreco assurdo. Eticamente trovo profondamente scorretto dover buttare via del cibo per una mancanza di questo tipo». Di fronte alla figuraccia, almeno una voce critica si è alzata dalla comunità islamica. È quella di Kamrul Islam Regan, papà di una bambina della Grimani, uno dei leader locali della comunità del Bangladesh, che ha un negozio di servizi internet e ha sposato una donna italiana. «Qui non ci sono vacanze da scuola nei giorni dell’Eid (le feste islamiche, ndr)», ha scritto, «ma la maggior parte delle famiglie musulmane non manda i propri figli a scuola. Sia che tu abbia cibo gratis o che paghi, pensaci prima che il cibo venga sprecato».
Già, perché la beffa nella beffa, se di beffa si è trattato, è che il Comune di Venezia da tempo appoggia il progetto «La mensa che non spreca» per recuperare il cibo dalle scuole. Un progetto che a Mestre tutti conoscono, che è molto rodato, ma non è attrezzato per gestire un simile evento imprevisto, anche solo per mancanza di celle frigorifere.
Lo scorso mese di marzo le Acli provinciali, insieme ad Ames, hanno fatto un appello per la ricerca di nuovi volontari, dotati anche di patente auto. I pasti recuperati nelle scuole finiscono ogni sera nelle mense solidali gestite dalla Casa dell’Ospitalità, dai frati Cappuccini e dalla Caritas di Venezia e di Marghera. Nella sola Marghera, partecipano al progetto sei istituti scolastici comprensivi e, secondo i dati forniti dalle Acli, nel 2024-2025 sono stati recuperati 5.737 chilogrammi di eccedenze, che sono divenuti circa 21.000 pasti, serviti a una media di 150 persone al giorno.
Mestre è dunque una piazza di buon esempio, anche se non tutti, evidentemente, l’hanno colto appieno. Per il resto, com’è noto, ha subito un’immigrazione pesante. E il caso di questi giorni riporta alla memoria la singolare richiesta che a settembre del 2019 fu avanzata dai genitori bengalesi musulmani: carne halal nelle mense scolastiche. I presidi di alcune scuole risposero: fate richiesta di menù alternativi alla carne e verrete accontentati. Poi si mise di traverso la Lega e cercò di spiegare che pretendere la propria carne «purificata» non era integrazione. Alla fine, probabilmente, si trattava solo del tentativo di una comunità islamica di piantare una bandiera. I volontari delle Acli e della Caritas non lo fanno e questo, evidentemente, viene scambiato per un segno di debolezza.
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