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2022-06-23
Il gas è un incubo, l’inflazione un flagello
L’8 maggio del 2021 La Verità titolava: «L’inflazione è già qui, prepariamoci a pagarla». Una semplice analisi che si limitava a unire i puntini del post pandemia. «Usa e Cina spingono i prezzi delle materie prime, dall’acciaio al rame fino a stagno e legno», scrivevamo. Per l’Italia e l’Ue il problema è doppio: «Importiamo beni troppo cari mentre perdiamo potere d’acquisto, in più l’export cede competitività». A quel punto, dopo aver posto alcuni interrogativi sulle scelte delle Banche centrali, ci si limitava a chiedere maggiore sovranità per contrastare l’inflazione. Già allora non era difficile capire che si era di fronte alle fase due della pandemia e alla necessaria comprensione che la sicurezza nazionale non sarebbe passata solo dai vaccini ma anche dal possesso o dal controllo della filiera delle materie prime. In fondo, vaccini, microchip o marmitte catalitiche si producono allo stesso modo. Eppure lo scorso anno come oggi il sistema rimane basato su una filiera lunga e spesso spezzata su due o tre continenti. Al contrario chi come Usa e Cina è riuscito a comprimere la filiera sul proprio territorio sovrano riuscirà a garantirsi una marcia in più.
Nell’ultimo anno, la Cina ha scelto una strada di chiusura, mentre gli Usa hanno spinto il piede sull’acceleratore della guerra. L’Europa è rimasta tendenzialmente ferma. Schiacciata tra i due estremi e, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, esposta pure al fianco Est. Nel frattempo - è bene ricordarlo ora che l’inflazione è esplosa - le autorità finanziarie sono andate avanti a negare l’inflazione o a definirla un colpo di tosse passeggero fino all’ultimo. Praticamente fino al momento in cui hanno deciso di cambiare rotta e alzare i tassi d’interesse con l’intento di comprimere i consumi e schiacciare verso il basso il costo del denaro. Il problema è che, in tempo di guerra economica, non bastano le mosse finanziarie né monetarie. Bisogna tornare a essere padroni della filiera produttiva. Dal gas all’energia fino alle barre d’acciaio. Passando per grano, farina o microchip. Anche se la situazione è veramente complessa non possiamo non notare che l’Ue e i governo europei si sono trastullati con il Recovery plan e con i bonus o l’italianissimo reddito di cittadinanza. Fino ad arrivare agli estremi del Pd che si è spinto a dare la colpa a Vladimir Putin dell’attuale inflazione. La guerra è stata ulteriore benzina sul fuoco, ma sappiamo tutti che il Pnrr è debito che produce inflazione che a sua volta si somma su quella importata dall’estero. Risultato, solo adesso ci accorgiamo che l’inflazione comincia a mordere la vita di tutti i giorni. La benzina oltre ai 2 euro al litro spinge gli automobilisti a ridurre il più possibile gli spostamenti. Al supermercato nelle ultime settimane hanno cominciato ad apparire confezioni di pasta con il prezzo invariato ma dal peso ridotto anche del 30%. La pratica ha un nome preciso in inglese, shrink Inflation, da noi sgrammatura. Serve a non far percepire l’aumento dei prezzi. Un passaggio psicologico che spiega tante cose della dinamica tra aziende e clienti. Una pratica possibile solo in certi settori. Altri hanno tenuto duro fino a oggi. Il problema è che ormai siamo arrivati al punto di non ritorno. La tassa inflattiva adesso ricadrà sulle spalle dei cittadini. A dirlo è Pietro Labriola, ad di Tim, in occasione della relazione annuale davanti all’organo di vigilanza. «Come già accaduto in numerosi Paesi europei, si possono prevedere adeguamenti verso l’alto e indicizzazioni all’inflazione dei prezzi delle offerte Tlc retail e wholesale», ha detto l’ad parlando sia dei costi finali per gli utenti comuni, sia delle tariffe per le società telefoniche che si appoggiano alla rete Tim.
La preoccupazione ai vertici delle Tlc è che la sostenibilità del settore sia messa a rischio dal contesto di mercato. Labriola ha ricordato che Tim «è il secondo consumatore a livello nazionale di energia, ma non siamo considerati azienda energivora perché il consumo di energia è distribuito sul territorio». Ha infine tenuto a precisare che è il momento di «rivedere le priorità del settore rispetto al passato e il modello industriale, abbandonando la guerra dei prezzi e le logiche di distruzione del valore, puntando invece a strategie di posizionamento premium improntato alla logica: valore rispetto ai volumi». L’intervento di Labriola non è per nulla secondario. Lancia due alert importanti. Primo, l’uso dei telefoni e dei dati è ormai parte integrante della vita degli italiani e non è un consumo comprimibile. Secondo, se il business delle Tlc non è sostenibile si ferma lo sviluppo del Paese, un bel pezzo di Pnrr. Con tutto ciò che ne deriva. Restando sul tema, sempre Labriola ha evidenziato che il progetto di separazione della rete è basato su considerazioni industriali e ha l’obiettivo di creare entità autonome, più efficaci e competitive di quanto non lo siano restando integrate in un’unica società. Ciò potrebbe portare a sinergie, risparmi, in poche parole a un mini salvagente contro l’inflazione. Il tema è però uno solo: l’urgenza. Tutti i dossier che sono in mano alla politica non possono più essere rimandati. L’inflazione corre e i portafogli si svuotano.
«Bisogna tenersi pronti all’addio totale al gas russo». L’Ue deciderà dopo l’estate
Festina lente. «Affrettati lentamente». Sembra essere questo il motto scelto dal governo e dall’Ue per affrontare la crisi energetica. Come ha scritto Camilla Conti su La Verità di ieri, il Comitato per l’emergenza gas di due giorni fa, presieduto dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, ha ritenuto di non dover alzare il livello di allerta, nonostante la situazione critica. Il Comitato ha dato comunque mandato a Snam di procedere senza indugio al riempimento degli stoccaggi. La giacenza di gas in Italia cresce troppo lentamente rispetto alle necessità di accumulare gas per l’inverno. Parlando della sola Stogit, per arrivare con gli stoccaggi pieni a inizio inverno sarebbe necessario un ritmo di riempimento di 60 milioni di metri cubi al giorno in iniezione.
Oggi siamo a una media inferiore ai 45 milioni di metri cubi al giorno, per diversi motivi. Il primo è che le regole per lo stoccaggio sono state emanate dal governo in grave ritardo, a stagione di riempimento già iniziata, e non hanno tenuto conto in maniera adeguata delle difficoltà degli operatori a utilizzare gli stoccaggi in presenza di prezzi estivi altissimi. Il secondo è che nel frattempo il complesso del sistema Italia, pur avendo subito una riduzione dei flussi dalla Russia, in alcuni giorni è risultato «lungo» di volumi, per cui abbiamo assistito a esportazioni anziché a iniezioni in stoccaggio. In una situazione di emergenza quale quella attuale, forse sarebbe stato meglio che quei volumi fossero rimasti in Italia e utilizzati per incrementare la giacenza. Appare bizzarro che lo stesso ministro che afferma di volere un tetto al prezzo del gas dichiari poi di non poter vietare le esportazioni.
Peraltro, proprio mentre Cingolani raccontava di come e quanto l’idea italiana del tetto al prezzo del gas piaccia in Europa, si è chiarito che nel Consiglio europeo di oggi e domani l’argomento non sarà affrontato. In quel di Bruxelles, i capi di Stato e di governo discuteranno della guerra in Ucraina, di allargamento dell’Unione, di concessione di status di candidato membro a Ucraina e Moldova, di Grande Europa e di dialogo con i Paesi balcanici. Il tema energetico, rivelano fonti dell’Unione, «è una priorità» e sarà sul tavolo della discussione, ma l’incontro di oggi e domani potrebbe essere al massimo «l’occasione per progettare il lavoro per settembre o ottobre». Dunque, a dispetto delle roboanti dichiarazioni di Cingolani e della compunta menzione della proposta fatta da Mario Draghi alle Camere, a Bruxelles non sembra esserci molta fretta di affrontare a livello intergovernativo una discussione sulla proposta italiana di un tetto al prezzo del gas. I contenuti della proposta, peraltro, rimangono avvolti dal mistero, mentre una buona parte degli esperti di settore esprimono scetticismo sulla reale efficacia dello strumento, posto che il prezzo del gas russo cui si vorrebbe mettere un tetto è in realtà il prezzo del Ttf.
Si apprende, nel frattempo, che la Commissione europea ha inviato agli Stati membri un questionario nel quale chiede precise indicazioni di quanti e quali sarebbero i settori industriali colpiti da un eventuale blocco improvviso delle forniture di gas dalla Russia.
La rilassatezza con cui le istituzioni stanno affrontando il problema rischia di essere un clamoroso errore alla luce dei fatti. La sottovalutazione dell’urgenza appare evidente. Dopo i primi blocchi nei confronti di Paesi periferici, e dopo la secca riduzione delle forniture a Germania, Italia e Austria, l’eventualità di un blocco totale e improvviso dei flussi di gas dalla Russia verso l’Europa appare quanto mai prossima. È di questo avviso anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), che ieri ha avvertito l’Europa di prepararsi «immediatamente» allo stop del gas russo e di mettere in atto misure di contenimento della domanda e incremento dell’offerta energetica (carbone e nucleare). Secondo il presidente dell’Iea Fatih Birol, che ha rilasciato un’intervista al Financial Times, i tagli progressivi nelle forniture cui abbiamo assistito sono precursori di tagli ulteriori.
I prezzi del gas al Ttf ieri hanno fatto registrare un leggero rialzo, con la quotazione del future sul gas con consegna a luglio che ha chiuso a 127 euro. Sul fronte dei prezzi, anche il governo nonostante gli annunci sul price cap non sembra aspettarsi novità positive: nel decreto per rinnovare i tagli alle bollette, approvato ieri dal cdm, è stata inserita anche la proroga della tassa sugli extraprofitti dal 1° luglio 2022 al 31 marzo 2023 senza indicare la percentuale del prelievo.
I quantitativi in ingresso in Italia rimangono costanti su una media di circa 187 milioni di metri cubi al giorno. A Tarvisio, il gas in arrivo dalla Russia fa segnare a giugno una media di 30 milioni di metri cubi al giorno, lontana dalla media di 40 milioni di aprile.
Infine, per la settimana prossima è prevista una ulteriore ondata di calore, che potrebbe mettere in crisi il settore elettrico, sotto stress per la mancanza d’acqua che ha ridotto la produzione idroelettrica e che ostacola il raffreddamento delle centrali termoelettriche. Un po’ di pioggia aiuterebbe.
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L’Iea avverte: «Prepararsi subito allo stop delle forniture russe». Ma l’Ue rinvia le decisioni: inverno ad alto rischio. Intanto l’aumento dei prezzi interessa ormai tutti i settori. Le aziende, dopo aver ridotto i loro margini per mesi, ora non possono più assorbire l’aumento dei costi. Tim: «Adeguamenti tariffari verso l’alto». Il futuro delle tlc fondamentale per lo sviluppo, la politica ascolti.Il Consiglio che parte oggi rimanda le scelte a settembre. Assieme a un mini taglia-bollette, il governo proroga a marzo 2023 la tassa sui profitti.Lo speciale contiene due articoli.L’8 maggio del 2021 La Verità titolava: «L’inflazione è già qui, prepariamoci a pagarla». Una semplice analisi che si limitava a unire i puntini del post pandemia. «Usa e Cina spingono i prezzi delle materie prime, dall’acciaio al rame fino a stagno e legno», scrivevamo. Per l’Italia e l’Ue il problema è doppio: «Importiamo beni troppo cari mentre perdiamo potere d’acquisto, in più l’export cede competitività». A quel punto, dopo aver posto alcuni interrogativi sulle scelte delle Banche centrali, ci si limitava a chiedere maggiore sovranità per contrastare l’inflazione. Già allora non era difficile capire che si era di fronte alle fase due della pandemia e alla necessaria comprensione che la sicurezza nazionale non sarebbe passata solo dai vaccini ma anche dal possesso o dal controllo della filiera delle materie prime. In fondo, vaccini, microchip o marmitte catalitiche si producono allo stesso modo. Eppure lo scorso anno come oggi il sistema rimane basato su una filiera lunga e spesso spezzata su due o tre continenti. Al contrario chi come Usa e Cina è riuscito a comprimere la filiera sul proprio territorio sovrano riuscirà a garantirsi una marcia in più. Nell’ultimo anno, la Cina ha scelto una strada di chiusura, mentre gli Usa hanno spinto il piede sull’acceleratore della guerra. L’Europa è rimasta tendenzialmente ferma. Schiacciata tra i due estremi e, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, esposta pure al fianco Est. Nel frattempo - è bene ricordarlo ora che l’inflazione è esplosa - le autorità finanziarie sono andate avanti a negare l’inflazione o a definirla un colpo di tosse passeggero fino all’ultimo. Praticamente fino al momento in cui hanno deciso di cambiare rotta e alzare i tassi d’interesse con l’intento di comprimere i consumi e schiacciare verso il basso il costo del denaro. Il problema è che, in tempo di guerra economica, non bastano le mosse finanziarie né monetarie. Bisogna tornare a essere padroni della filiera produttiva. Dal gas all’energia fino alle barre d’acciaio. Passando per grano, farina o microchip. Anche se la situazione è veramente complessa non possiamo non notare che l’Ue e i governo europei si sono trastullati con il Recovery plan e con i bonus o l’italianissimo reddito di cittadinanza. Fino ad arrivare agli estremi del Pd che si è spinto a dare la colpa a Vladimir Putin dell’attuale inflazione. La guerra è stata ulteriore benzina sul fuoco, ma sappiamo tutti che il Pnrr è debito che produce inflazione che a sua volta si somma su quella importata dall’estero. Risultato, solo adesso ci accorgiamo che l’inflazione comincia a mordere la vita di tutti i giorni. La benzina oltre ai 2 euro al litro spinge gli automobilisti a ridurre il più possibile gli spostamenti. Al supermercato nelle ultime settimane hanno cominciato ad apparire confezioni di pasta con il prezzo invariato ma dal peso ridotto anche del 30%. La pratica ha un nome preciso in inglese, shrink Inflation, da noi sgrammatura. Serve a non far percepire l’aumento dei prezzi. Un passaggio psicologico che spiega tante cose della dinamica tra aziende e clienti. Una pratica possibile solo in certi settori. Altri hanno tenuto duro fino a oggi. Il problema è che ormai siamo arrivati al punto di non ritorno. La tassa inflattiva adesso ricadrà sulle spalle dei cittadini. A dirlo è Pietro Labriola, ad di Tim, in occasione della relazione annuale davanti all’organo di vigilanza. «Come già accaduto in numerosi Paesi europei, si possono prevedere adeguamenti verso l’alto e indicizzazioni all’inflazione dei prezzi delle offerte Tlc retail e wholesale», ha detto l’ad parlando sia dei costi finali per gli utenti comuni, sia delle tariffe per le società telefoniche che si appoggiano alla rete Tim. La preoccupazione ai vertici delle Tlc è che la sostenibilità del settore sia messa a rischio dal contesto di mercato. Labriola ha ricordato che Tim «è il secondo consumatore a livello nazionale di energia, ma non siamo considerati azienda energivora perché il consumo di energia è distribuito sul territorio». Ha infine tenuto a precisare che è il momento di «rivedere le priorità del settore rispetto al passato e il modello industriale, abbandonando la guerra dei prezzi e le logiche di distruzione del valore, puntando invece a strategie di posizionamento premium improntato alla logica: valore rispetto ai volumi». L’intervento di Labriola non è per nulla secondario. Lancia due alert importanti. Primo, l’uso dei telefoni e dei dati è ormai parte integrante della vita degli italiani e non è un consumo comprimibile. Secondo, se il business delle Tlc non è sostenibile si ferma lo sviluppo del Paese, un bel pezzo di Pnrr. Con tutto ciò che ne deriva. Restando sul tema, sempre Labriola ha evidenziato che il progetto di separazione della rete è basato su considerazioni industriali e ha l’obiettivo di creare entità autonome, più efficaci e competitive di quanto non lo siano restando integrate in un’unica società. Ciò potrebbe portare a sinergie, risparmi, in poche parole a un mini salvagente contro l’inflazione. Il tema è però uno solo: l’urgenza. Tutti i dossier che sono in mano alla politica non possono più essere rimandati. L’inflazione corre e i portafogli si svuotano.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gas-incubo-inflazione-flagello-2657546643.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bisogna-tenersi-pronti-alladdio-totale-al-gas-russo-lue-decidera-dopo-lestate" data-post-id="2657546643" data-published-at="1655924561" data-use-pagination="False"> «Bisogna tenersi pronti all’addio totale al gas russo». L’Ue deciderà dopo l’estate Festina lente. «Affrettati lentamente». Sembra essere questo il motto scelto dal governo e dall’Ue per affrontare la crisi energetica. Come ha scritto Camilla Conti su La Verità di ieri, il Comitato per l’emergenza gas di due giorni fa, presieduto dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, ha ritenuto di non dover alzare il livello di allerta, nonostante la situazione critica. Il Comitato ha dato comunque mandato a Snam di procedere senza indugio al riempimento degli stoccaggi. La giacenza di gas in Italia cresce troppo lentamente rispetto alle necessità di accumulare gas per l’inverno. Parlando della sola Stogit, per arrivare con gli stoccaggi pieni a inizio inverno sarebbe necessario un ritmo di riempimento di 60 milioni di metri cubi al giorno in iniezione. Oggi siamo a una media inferiore ai 45 milioni di metri cubi al giorno, per diversi motivi. Il primo è che le regole per lo stoccaggio sono state emanate dal governo in grave ritardo, a stagione di riempimento già iniziata, e non hanno tenuto conto in maniera adeguata delle difficoltà degli operatori a utilizzare gli stoccaggi in presenza di prezzi estivi altissimi. Il secondo è che nel frattempo il complesso del sistema Italia, pur avendo subito una riduzione dei flussi dalla Russia, in alcuni giorni è risultato «lungo» di volumi, per cui abbiamo assistito a esportazioni anziché a iniezioni in stoccaggio. In una situazione di emergenza quale quella attuale, forse sarebbe stato meglio che quei volumi fossero rimasti in Italia e utilizzati per incrementare la giacenza. Appare bizzarro che lo stesso ministro che afferma di volere un tetto al prezzo del gas dichiari poi di non poter vietare le esportazioni. Peraltro, proprio mentre Cingolani raccontava di come e quanto l’idea italiana del tetto al prezzo del gas piaccia in Europa, si è chiarito che nel Consiglio europeo di oggi e domani l’argomento non sarà affrontato. In quel di Bruxelles, i capi di Stato e di governo discuteranno della guerra in Ucraina, di allargamento dell’Unione, di concessione di status di candidato membro a Ucraina e Moldova, di Grande Europa e di dialogo con i Paesi balcanici. Il tema energetico, rivelano fonti dell’Unione, «è una priorità» e sarà sul tavolo della discussione, ma l’incontro di oggi e domani potrebbe essere al massimo «l’occasione per progettare il lavoro per settembre o ottobre». Dunque, a dispetto delle roboanti dichiarazioni di Cingolani e della compunta menzione della proposta fatta da Mario Draghi alle Camere, a Bruxelles non sembra esserci molta fretta di affrontare a livello intergovernativo una discussione sulla proposta italiana di un tetto al prezzo del gas. I contenuti della proposta, peraltro, rimangono avvolti dal mistero, mentre una buona parte degli esperti di settore esprimono scetticismo sulla reale efficacia dello strumento, posto che il prezzo del gas russo cui si vorrebbe mettere un tetto è in realtà il prezzo del Ttf. Si apprende, nel frattempo, che la Commissione europea ha inviato agli Stati membri un questionario nel quale chiede precise indicazioni di quanti e quali sarebbero i settori industriali colpiti da un eventuale blocco improvviso delle forniture di gas dalla Russia. La rilassatezza con cui le istituzioni stanno affrontando il problema rischia di essere un clamoroso errore alla luce dei fatti. La sottovalutazione dell’urgenza appare evidente. Dopo i primi blocchi nei confronti di Paesi periferici, e dopo la secca riduzione delle forniture a Germania, Italia e Austria, l’eventualità di un blocco totale e improvviso dei flussi di gas dalla Russia verso l’Europa appare quanto mai prossima. È di questo avviso anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), che ieri ha avvertito l’Europa di prepararsi «immediatamente» allo stop del gas russo e di mettere in atto misure di contenimento della domanda e incremento dell’offerta energetica (carbone e nucleare). Secondo il presidente dell’Iea Fatih Birol, che ha rilasciato un’intervista al Financial Times, i tagli progressivi nelle forniture cui abbiamo assistito sono precursori di tagli ulteriori. I prezzi del gas al Ttf ieri hanno fatto registrare un leggero rialzo, con la quotazione del future sul gas con consegna a luglio che ha chiuso a 127 euro. Sul fronte dei prezzi, anche il governo nonostante gli annunci sul price cap non sembra aspettarsi novità positive: nel decreto per rinnovare i tagli alle bollette, approvato ieri dal cdm, è stata inserita anche la proroga della tassa sugli extraprofitti dal 1° luglio 2022 al 31 marzo 2023 senza indicare la percentuale del prelievo. I quantitativi in ingresso in Italia rimangono costanti su una media di circa 187 milioni di metri cubi al giorno. A Tarvisio, il gas in arrivo dalla Russia fa segnare a giugno una media di 30 milioni di metri cubi al giorno, lontana dalla media di 40 milioni di aprile. Infine, per la settimana prossima è prevista una ulteriore ondata di calore, che potrebbe mettere in crisi il settore elettrico, sotto stress per la mancanza d’acqua che ha ridotto la produzione idroelettrica e che ostacola il raffreddamento delle centrali termoelettriche. Un po’ di pioggia aiuterebbe.
L'amministratore delegato e direttore generale di Simest Regina Corradini D'Arienzo
Al «Giorno della Verità» nel dialogo L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa è intervenuta Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest. Al centro del confronto il sostegno alle imprese colpite dallo shock energetico, il ruolo delle Pmi, la filiera produttiva e le prospettive dell’export italiano.
Un miliardo di euro per sostenere le imprese che hanno subito lo shock energetico e il rischio di un rallentamento degli investimenti, soprattutto per le piccole e medie imprese. È uno dei passaggi chiave del dialogo andato in scena al «Giorno della Verità» nel panel L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa, con protagonista Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest, intervistata dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin.
L’intervento ha messo al centro la necessità di evitare un freno alla crescita delle imprese dopo la fase di shock energetico. Le risorse stanziate, è stato spiegato, nascono dalla volontà di sostenere la continuità degli investimenti attraverso un’iniezione immediata di liquidità e un contributo a fondo perduto fino al 30%.
Nel ragionamento, un ruolo centrale è stato attribuito al concetto di filiera, indicato come elemento chiave per la tenuta del sistema produttivo italiano. L’eventuale blocco degli investimenti, è stato sottolineato, rappresenterebbe infatti un rischio significativo per la competitività complessiva.
Ampio spazio anche al tema dell’export italiano e alla sua evoluzione. Secondo quanto illustrato, la forza delle imprese italiane risiede nella diversificazione settoriale e nella struttura familiare delle aziende, considerata un punto di forza nella capacità di resistere agli shock esterni, anche in contesti geopolitici complessi.
Tra i dati citati, la prospettiva di un export italiano in crescita fino a 700 miliardi di euro entro il 2027. Un obiettivo che, è stato osservato, richiede un sistema in grado non solo di sostenere ma anche di incentivare l’internazionalizzazione delle imprese.
Attualmente, meno del 9% delle aziende italiane esporta: un dato che, secondo quanto emerso dal confronto, evidenzia la necessità di ampliare la platea delle imprese attive sui mercati esteri. Per questo motivo, è stato spiegato, gli strumenti di sostegno sono stati estesi anche alle piccole e medie imprese, con l’obiettivo di rafforzare l’intera filiera produttiva.
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Francesco Lollobrigida e Massimo De Manzoni
«Le Tecniche di Evoluzione Assistita non sono OGM. Con la Tea la scienza non modifica la natura ma la mette in condizione di affrontare nuove sfide. L'intervista di Massimo De Manzoni al ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida.
L'agricoltura italiana è la prima per valore aggiunto in Europa. Sono dati del 2024, confermati nel 2025. Il nostro export tocca quasi i 73 miliardi. Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura e delle Foreste Francesco Lollobrigida intervistato dal codirettore della Verità Massimo De Manzoni. Frutto di un governo che ha investito 16, 8 miliardi di euro nel settore. «Mai nessun governo ha impegnato così tanto in un settore primario e noi abbiamo investito non speso» ha spiegato Lollobrigida. Investimenti che secondo uno studio di Ambrosetti genereranno 245 miliardi di euro di impatto nel settore.
Lollobrigida ha l'occasione di rivendicare il lavoro fatto per normare la commercializzazione della carne sintetica: «Una poltiglia cellulare che qualcuno ambiva a chiamare carne. Un alimento pensato per i poveri, non per tutti. Noi abbiamo chiesto di normare il prodotto. In Parlamento la legge è passata con il centrodestra, l’appoggio di altri e l’astensione di parte del Pd. Ci accusarono di restare isolati in Europa, ma poi in molti invece con noi. Così anche nel resto del mondo, dove qualcuno ha ripreso la nostra legge. Una vittoria che ha dimostrato che avevamo ragione. Non si potrà chiamare carne ma l’obiettivo è bannarla». Sulle Tecniche di Evoluzione Assistita risponde: «non sono OGM. Gli OGM intervengono tra specie diverse forzando la natura, mentre le TEA sono operazioni intraspecie: si accelera con la scienza qualcosa che la natura potrebbe realizzare da sola». Il Ministro fa un esempio: «Grazie alle TEA, la scienza non modifica la natura ma la mette in condizione di affrontare nuove sfide. Tra le sperimentazioni che stiamo conducendo come Italia, c'è il riso senza acqua. Sembra una cosa impossibile, ma stiamo sperimentando per raggiungere questo risultato». Sull'energia solare chiarisce: «Non siamo contro energia solare, ma siamo contro la speculazione dei terreni agricoli». Interrogato dal codirettore sulla possibilità di ricadute nel settore dovute al duro scambio tra Trump e Meloni, Lollobrigida risponde: «La rappresaglia di Trump è un rischio che vedo relativamente perché c’è una grande richiesta da parte del mercato americano».
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Il presidente esecutivo di BF Spa (Bonifiche Ferraresi) Federico Vecchioni
Il presidente esecutivo di BF Spa, intervistato dal condirettore Massimo de' Manzoni sul palco del Giorno della Verità, spiega perché il mondo agricolo rappresenta una priorità nazionale e non può essere separato dall'economia e dalla politica.
Cibo, filiere e sovranità. Intervistato dal condirettore Massimo de’ Manzoni in occasione de il Giorno della Verità, il presidente esecutivo di BF Spa (Bonifiche Ferraresi) Federico Vecchioni ha fatto il punto sull'importanza del mondo agricolo e sulle sue potenzialità palco nazionale (e non solo).
In vista della complessità dell'attuale contesto mondiale, afferma Vecchioni, si potrebbe dire che l'agricoltura abbia finalmente riacquistato il suo reale valore, acquisendo persino un importante ruolo geostrategico. «C’è una percezione internazionale che quello agricolo sia un tema di rilevanza non solo economica, ma anche sociale. Basti pensare che l’emergenza alimentare in aree di scarsità agricola abbia causato tensioni preoccupanti e strutturali in ambito planetario. Per questo, il mondo agroalimentare è tornato a un’attenzione non più solo di settore. «Il ministero dell'Agricoltura è politico. E l’agricoltura non può essere collocata ai margini dell’economia: sarebbe un grave errore di tipo politico».
«Ma se da un lato la rilevanza del cibo è tornata di tutti i Paesi (non solo quelli più poveri), dall’altra» sostiene il presidente esecutivo di BF Spa «abbiamo il dovere quasi morale di dare al comparto della produzione agricola una priorità di allenza tra governi, in primis l’Europa e le scelte fatte dal 1957. Allora si pensava al reddito agricolo, poi lo si è a lungo dimenticato».
Bonifiche Ferraresi, nella visione di Vecchioni, «è un ecosistema molto flessibile di imprese che hanno deciso di creare un’infrastuttura industriale con natura privata ma con la consapevolezza di una rilevanza istituzionale. Dobbiamo quindi intervenire sul tessuto sociale: con un sano tessuto sociale ci sarà un sano tessuto produttivo. In caso contrario no».
De' Manzoni concentra quindi l'attenzione sul modo in cui creare un sano tessuto sociale, in questo mondo di scarse risorse e di un'intelligenza artificiale che le assorbe ulteriormente, mentre al contrario diminuiscono le terre coltivabili. Vecchioni spiega tuttavia che, fortunatamente, «in realtà nel mondo esiste ancora molta terra da preservare e restituire alle future generazioni». Inoltre, afferma, «BF Spa non compra terreni, ma gestisce valore per realizzare un'infrastruttura che può essere replicata anche in altri contesti (le cosiddette model farm), ma che al tempo stesso opera con la comunità (dai piccoli agricoltori alle istituzioni).
Nella fase finale dell'intervento, Vecchioni ha ricordato l'importanza di tornare a investire sui giovani: «Nel 2022 gli iscritti alla facoltà universitaria di Scienze agrarie erano 4.200, mentre oggi sono meno di 2.000. Eppure, nello stesso momento, aumentano gli iscritti a Ingegneria agraria. La differenza la fa proprio la parola "ingegneria", che nell'immaginario dei giovani li fa pensare di avere un lavoro più sicuro se si iscrivono a questa facoltà rispetto a quella di agronomia». Con la consapevolezza rassicurante che «l’ia non sostituirà mai la professione dell’agricoltore».
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Al «Giorno della Verità» sono intervenuti Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, in un confronto moderato dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin. Al centro del dibattito la trasformazione della competitività italiana tra mobilità sostenibile, infrastrutture digitali e logistica integrata.
Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, insieme al vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin che ha moderato il panel. Sono i protagonisti del confronto La fabbrica del futuro, andato in scena al «Giorno della Verità», dedicato alla sfida della competitività nella rivoluzione digitale italiana.
Al centro del dibattito l’idea di una fabbrica del futuro più veloce, connessa e integrata tra sistemi di trasporto, logistica e infrastrutture digitali. Un modello in cui, è stato sottolineato, la circolazione delle merci e delle informazioni diventa elemento decisivo di sviluppo.
Gufler ha descritto la mobilità come una sfida centrale per lo sviluppo sostenibile dei territori, illustrando l’attività di Doppelmayr Italia, società attiva da oltre 130 anni e con più di 600 installazioni realizzate in Italia tra impianti turistici e urbani. Tra i punti chiave del suo intervento, il ruolo dei sistemi a fune come soluzione complementare alle infrastrutture tradizionali, con tempi di realizzazione più rapidi e costi inferiori rispetto ad altre opere, oltre a benefici in termini di impatto ambientale e consumo di suolo.
Nel panel è stato inoltre citato un progetto realizzato a Parigi, con cinque stazioni collegate alla rete metropolitana e ferroviaria, che avrebbe consentito una riduzione dei tempi di percorrenza di circa 22 minuti.
Ampio spazio anche alla digitalizzazione delle infrastrutture. Paggi ha richiamato il ruolo di FiberCop e l’obiettivo di estendere la connessione veloce a circa 20 milioni di unità tra famiglie e imprese, sottolineando la centralità della rete come infrastruttura strategica per la competitività del Paese.
Sul fronte logistico, Giuliani ha illustrato il ruolo degli interporti come nodi fondamentali per lo smistamento delle merci. In Italia ne esistono circa trenta, ha ricordato, e rappresentano una componente ancora poco conosciuta ma strategica della catena logistica nazionale. L’interporto di Marghera è stato indicato come esempio di crescita recente, con oltre un milione e mezzo di tonnellate movimentate nell’anno.
Nel dibattito è emersa anche la necessità di rafforzare il trasporto intermodale e le connessioni con i traffici marittimi e le direttrici europee, così come la possibilità di utilizzare sistemi innovativi anche per il cosiddetto «ultimo miglio» urbano.
Infine, è stato affrontato il tema delle tecnologie avanzate, dall’intelligenza artificiale alla crittografia quantistica, considerate strumenti destinati a incidere sia sull’elaborazione dei dati sia sulla sicurezza delle reti digitali.
In chiusura, una riflessione sul bisogno di accelerare il cambiamento infrastrutturale e produttivo del Paese, tra investimenti, innovazione e superamento delle resistenze alla trasformazione.
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