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2022-06-23
Il gas è un incubo, l’inflazione un flagello
L’8 maggio del 2021 La Verità titolava: «L’inflazione è già qui, prepariamoci a pagarla». Una semplice analisi che si limitava a unire i puntini del post pandemia. «Usa e Cina spingono i prezzi delle materie prime, dall’acciaio al rame fino a stagno e legno», scrivevamo. Per l’Italia e l’Ue il problema è doppio: «Importiamo beni troppo cari mentre perdiamo potere d’acquisto, in più l’export cede competitività». A quel punto, dopo aver posto alcuni interrogativi sulle scelte delle Banche centrali, ci si limitava a chiedere maggiore sovranità per contrastare l’inflazione. Già allora non era difficile capire che si era di fronte alle fase due della pandemia e alla necessaria comprensione che la sicurezza nazionale non sarebbe passata solo dai vaccini ma anche dal possesso o dal controllo della filiera delle materie prime. In fondo, vaccini, microchip o marmitte catalitiche si producono allo stesso modo. Eppure lo scorso anno come oggi il sistema rimane basato su una filiera lunga e spesso spezzata su due o tre continenti. Al contrario chi come Usa e Cina è riuscito a comprimere la filiera sul proprio territorio sovrano riuscirà a garantirsi una marcia in più.
Nell’ultimo anno, la Cina ha scelto una strada di chiusura, mentre gli Usa hanno spinto il piede sull’acceleratore della guerra. L’Europa è rimasta tendenzialmente ferma. Schiacciata tra i due estremi e, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, esposta pure al fianco Est. Nel frattempo - è bene ricordarlo ora che l’inflazione è esplosa - le autorità finanziarie sono andate avanti a negare l’inflazione o a definirla un colpo di tosse passeggero fino all’ultimo. Praticamente fino al momento in cui hanno deciso di cambiare rotta e alzare i tassi d’interesse con l’intento di comprimere i consumi e schiacciare verso il basso il costo del denaro. Il problema è che, in tempo di guerra economica, non bastano le mosse finanziarie né monetarie. Bisogna tornare a essere padroni della filiera produttiva. Dal gas all’energia fino alle barre d’acciaio. Passando per grano, farina o microchip. Anche se la situazione è veramente complessa non possiamo non notare che l’Ue e i governo europei si sono trastullati con il Recovery plan e con i bonus o l’italianissimo reddito di cittadinanza. Fino ad arrivare agli estremi del Pd che si è spinto a dare la colpa a Vladimir Putin dell’attuale inflazione. La guerra è stata ulteriore benzina sul fuoco, ma sappiamo tutti che il Pnrr è debito che produce inflazione che a sua volta si somma su quella importata dall’estero. Risultato, solo adesso ci accorgiamo che l’inflazione comincia a mordere la vita di tutti i giorni. La benzina oltre ai 2 euro al litro spinge gli automobilisti a ridurre il più possibile gli spostamenti. Al supermercato nelle ultime settimane hanno cominciato ad apparire confezioni di pasta con il prezzo invariato ma dal peso ridotto anche del 30%. La pratica ha un nome preciso in inglese, shrink Inflation, da noi sgrammatura. Serve a non far percepire l’aumento dei prezzi. Un passaggio psicologico che spiega tante cose della dinamica tra aziende e clienti. Una pratica possibile solo in certi settori. Altri hanno tenuto duro fino a oggi. Il problema è che ormai siamo arrivati al punto di non ritorno. La tassa inflattiva adesso ricadrà sulle spalle dei cittadini. A dirlo è Pietro Labriola, ad di Tim, in occasione della relazione annuale davanti all’organo di vigilanza. «Come già accaduto in numerosi Paesi europei, si possono prevedere adeguamenti verso l’alto e indicizzazioni all’inflazione dei prezzi delle offerte Tlc retail e wholesale», ha detto l’ad parlando sia dei costi finali per gli utenti comuni, sia delle tariffe per le società telefoniche che si appoggiano alla rete Tim.
La preoccupazione ai vertici delle Tlc è che la sostenibilità del settore sia messa a rischio dal contesto di mercato. Labriola ha ricordato che Tim «è il secondo consumatore a livello nazionale di energia, ma non siamo considerati azienda energivora perché il consumo di energia è distribuito sul territorio». Ha infine tenuto a precisare che è il momento di «rivedere le priorità del settore rispetto al passato e il modello industriale, abbandonando la guerra dei prezzi e le logiche di distruzione del valore, puntando invece a strategie di posizionamento premium improntato alla logica: valore rispetto ai volumi». L’intervento di Labriola non è per nulla secondario. Lancia due alert importanti. Primo, l’uso dei telefoni e dei dati è ormai parte integrante della vita degli italiani e non è un consumo comprimibile. Secondo, se il business delle Tlc non è sostenibile si ferma lo sviluppo del Paese, un bel pezzo di Pnrr. Con tutto ciò che ne deriva. Restando sul tema, sempre Labriola ha evidenziato che il progetto di separazione della rete è basato su considerazioni industriali e ha l’obiettivo di creare entità autonome, più efficaci e competitive di quanto non lo siano restando integrate in un’unica società. Ciò potrebbe portare a sinergie, risparmi, in poche parole a un mini salvagente contro l’inflazione. Il tema è però uno solo: l’urgenza. Tutti i dossier che sono in mano alla politica non possono più essere rimandati. L’inflazione corre e i portafogli si svuotano.
«Bisogna tenersi pronti all’addio totale al gas russo». L’Ue deciderà dopo l’estate
Festina lente. «Affrettati lentamente». Sembra essere questo il motto scelto dal governo e dall’Ue per affrontare la crisi energetica. Come ha scritto Camilla Conti su La Verità di ieri, il Comitato per l’emergenza gas di due giorni fa, presieduto dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, ha ritenuto di non dover alzare il livello di allerta, nonostante la situazione critica. Il Comitato ha dato comunque mandato a Snam di procedere senza indugio al riempimento degli stoccaggi. La giacenza di gas in Italia cresce troppo lentamente rispetto alle necessità di accumulare gas per l’inverno. Parlando della sola Stogit, per arrivare con gli stoccaggi pieni a inizio inverno sarebbe necessario un ritmo di riempimento di 60 milioni di metri cubi al giorno in iniezione.
Oggi siamo a una media inferiore ai 45 milioni di metri cubi al giorno, per diversi motivi. Il primo è che le regole per lo stoccaggio sono state emanate dal governo in grave ritardo, a stagione di riempimento già iniziata, e non hanno tenuto conto in maniera adeguata delle difficoltà degli operatori a utilizzare gli stoccaggi in presenza di prezzi estivi altissimi. Il secondo è che nel frattempo il complesso del sistema Italia, pur avendo subito una riduzione dei flussi dalla Russia, in alcuni giorni è risultato «lungo» di volumi, per cui abbiamo assistito a esportazioni anziché a iniezioni in stoccaggio. In una situazione di emergenza quale quella attuale, forse sarebbe stato meglio che quei volumi fossero rimasti in Italia e utilizzati per incrementare la giacenza. Appare bizzarro che lo stesso ministro che afferma di volere un tetto al prezzo del gas dichiari poi di non poter vietare le esportazioni.
Peraltro, proprio mentre Cingolani raccontava di come e quanto l’idea italiana del tetto al prezzo del gas piaccia in Europa, si è chiarito che nel Consiglio europeo di oggi e domani l’argomento non sarà affrontato. In quel di Bruxelles, i capi di Stato e di governo discuteranno della guerra in Ucraina, di allargamento dell’Unione, di concessione di status di candidato membro a Ucraina e Moldova, di Grande Europa e di dialogo con i Paesi balcanici. Il tema energetico, rivelano fonti dell’Unione, «è una priorità» e sarà sul tavolo della discussione, ma l’incontro di oggi e domani potrebbe essere al massimo «l’occasione per progettare il lavoro per settembre o ottobre». Dunque, a dispetto delle roboanti dichiarazioni di Cingolani e della compunta menzione della proposta fatta da Mario Draghi alle Camere, a Bruxelles non sembra esserci molta fretta di affrontare a livello intergovernativo una discussione sulla proposta italiana di un tetto al prezzo del gas. I contenuti della proposta, peraltro, rimangono avvolti dal mistero, mentre una buona parte degli esperti di settore esprimono scetticismo sulla reale efficacia dello strumento, posto che il prezzo del gas russo cui si vorrebbe mettere un tetto è in realtà il prezzo del Ttf.
Si apprende, nel frattempo, che la Commissione europea ha inviato agli Stati membri un questionario nel quale chiede precise indicazioni di quanti e quali sarebbero i settori industriali colpiti da un eventuale blocco improvviso delle forniture di gas dalla Russia.
La rilassatezza con cui le istituzioni stanno affrontando il problema rischia di essere un clamoroso errore alla luce dei fatti. La sottovalutazione dell’urgenza appare evidente. Dopo i primi blocchi nei confronti di Paesi periferici, e dopo la secca riduzione delle forniture a Germania, Italia e Austria, l’eventualità di un blocco totale e improvviso dei flussi di gas dalla Russia verso l’Europa appare quanto mai prossima. È di questo avviso anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), che ieri ha avvertito l’Europa di prepararsi «immediatamente» allo stop del gas russo e di mettere in atto misure di contenimento della domanda e incremento dell’offerta energetica (carbone e nucleare). Secondo il presidente dell’Iea Fatih Birol, che ha rilasciato un’intervista al Financial Times, i tagli progressivi nelle forniture cui abbiamo assistito sono precursori di tagli ulteriori.
I prezzi del gas al Ttf ieri hanno fatto registrare un leggero rialzo, con la quotazione del future sul gas con consegna a luglio che ha chiuso a 127 euro. Sul fronte dei prezzi, anche il governo nonostante gli annunci sul price cap non sembra aspettarsi novità positive: nel decreto per rinnovare i tagli alle bollette, approvato ieri dal cdm, è stata inserita anche la proroga della tassa sugli extraprofitti dal 1° luglio 2022 al 31 marzo 2023 senza indicare la percentuale del prelievo.
I quantitativi in ingresso in Italia rimangono costanti su una media di circa 187 milioni di metri cubi al giorno. A Tarvisio, il gas in arrivo dalla Russia fa segnare a giugno una media di 30 milioni di metri cubi al giorno, lontana dalla media di 40 milioni di aprile.
Infine, per la settimana prossima è prevista una ulteriore ondata di calore, che potrebbe mettere in crisi il settore elettrico, sotto stress per la mancanza d’acqua che ha ridotto la produzione idroelettrica e che ostacola il raffreddamento delle centrali termoelettriche. Un po’ di pioggia aiuterebbe.
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L’Iea avverte: «Prepararsi subito allo stop delle forniture russe». Ma l’Ue rinvia le decisioni: inverno ad alto rischio. Intanto l’aumento dei prezzi interessa ormai tutti i settori. Le aziende, dopo aver ridotto i loro margini per mesi, ora non possono più assorbire l’aumento dei costi. Tim: «Adeguamenti tariffari verso l’alto». Il futuro delle tlc fondamentale per lo sviluppo, la politica ascolti.Il Consiglio che parte oggi rimanda le scelte a settembre. Assieme a un mini taglia-bollette, il governo proroga a marzo 2023 la tassa sui profitti.Lo speciale contiene due articoli.L’8 maggio del 2021 La Verità titolava: «L’inflazione è già qui, prepariamoci a pagarla». Una semplice analisi che si limitava a unire i puntini del post pandemia. «Usa e Cina spingono i prezzi delle materie prime, dall’acciaio al rame fino a stagno e legno», scrivevamo. Per l’Italia e l’Ue il problema è doppio: «Importiamo beni troppo cari mentre perdiamo potere d’acquisto, in più l’export cede competitività». A quel punto, dopo aver posto alcuni interrogativi sulle scelte delle Banche centrali, ci si limitava a chiedere maggiore sovranità per contrastare l’inflazione. Già allora non era difficile capire che si era di fronte alle fase due della pandemia e alla necessaria comprensione che la sicurezza nazionale non sarebbe passata solo dai vaccini ma anche dal possesso o dal controllo della filiera delle materie prime. In fondo, vaccini, microchip o marmitte catalitiche si producono allo stesso modo. Eppure lo scorso anno come oggi il sistema rimane basato su una filiera lunga e spesso spezzata su due o tre continenti. Al contrario chi come Usa e Cina è riuscito a comprimere la filiera sul proprio territorio sovrano riuscirà a garantirsi una marcia in più. Nell’ultimo anno, la Cina ha scelto una strada di chiusura, mentre gli Usa hanno spinto il piede sull’acceleratore della guerra. L’Europa è rimasta tendenzialmente ferma. Schiacciata tra i due estremi e, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, esposta pure al fianco Est. Nel frattempo - è bene ricordarlo ora che l’inflazione è esplosa - le autorità finanziarie sono andate avanti a negare l’inflazione o a definirla un colpo di tosse passeggero fino all’ultimo. Praticamente fino al momento in cui hanno deciso di cambiare rotta e alzare i tassi d’interesse con l’intento di comprimere i consumi e schiacciare verso il basso il costo del denaro. Il problema è che, in tempo di guerra economica, non bastano le mosse finanziarie né monetarie. Bisogna tornare a essere padroni della filiera produttiva. Dal gas all’energia fino alle barre d’acciaio. Passando per grano, farina o microchip. Anche se la situazione è veramente complessa non possiamo non notare che l’Ue e i governo europei si sono trastullati con il Recovery plan e con i bonus o l’italianissimo reddito di cittadinanza. Fino ad arrivare agli estremi del Pd che si è spinto a dare la colpa a Vladimir Putin dell’attuale inflazione. La guerra è stata ulteriore benzina sul fuoco, ma sappiamo tutti che il Pnrr è debito che produce inflazione che a sua volta si somma su quella importata dall’estero. Risultato, solo adesso ci accorgiamo che l’inflazione comincia a mordere la vita di tutti i giorni. La benzina oltre ai 2 euro al litro spinge gli automobilisti a ridurre il più possibile gli spostamenti. Al supermercato nelle ultime settimane hanno cominciato ad apparire confezioni di pasta con il prezzo invariato ma dal peso ridotto anche del 30%. La pratica ha un nome preciso in inglese, shrink Inflation, da noi sgrammatura. Serve a non far percepire l’aumento dei prezzi. Un passaggio psicologico che spiega tante cose della dinamica tra aziende e clienti. Una pratica possibile solo in certi settori. Altri hanno tenuto duro fino a oggi. Il problema è che ormai siamo arrivati al punto di non ritorno. La tassa inflattiva adesso ricadrà sulle spalle dei cittadini. A dirlo è Pietro Labriola, ad di Tim, in occasione della relazione annuale davanti all’organo di vigilanza. «Come già accaduto in numerosi Paesi europei, si possono prevedere adeguamenti verso l’alto e indicizzazioni all’inflazione dei prezzi delle offerte Tlc retail e wholesale», ha detto l’ad parlando sia dei costi finali per gli utenti comuni, sia delle tariffe per le società telefoniche che si appoggiano alla rete Tim. La preoccupazione ai vertici delle Tlc è che la sostenibilità del settore sia messa a rischio dal contesto di mercato. Labriola ha ricordato che Tim «è il secondo consumatore a livello nazionale di energia, ma non siamo considerati azienda energivora perché il consumo di energia è distribuito sul territorio». Ha infine tenuto a precisare che è il momento di «rivedere le priorità del settore rispetto al passato e il modello industriale, abbandonando la guerra dei prezzi e le logiche di distruzione del valore, puntando invece a strategie di posizionamento premium improntato alla logica: valore rispetto ai volumi». L’intervento di Labriola non è per nulla secondario. Lancia due alert importanti. Primo, l’uso dei telefoni e dei dati è ormai parte integrante della vita degli italiani e non è un consumo comprimibile. Secondo, se il business delle Tlc non è sostenibile si ferma lo sviluppo del Paese, un bel pezzo di Pnrr. Con tutto ciò che ne deriva. Restando sul tema, sempre Labriola ha evidenziato che il progetto di separazione della rete è basato su considerazioni industriali e ha l’obiettivo di creare entità autonome, più efficaci e competitive di quanto non lo siano restando integrate in un’unica società. Ciò potrebbe portare a sinergie, risparmi, in poche parole a un mini salvagente contro l’inflazione. Il tema è però uno solo: l’urgenza. Tutti i dossier che sono in mano alla politica non possono più essere rimandati. L’inflazione corre e i portafogli si svuotano.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gas-incubo-inflazione-flagello-2657546643.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bisogna-tenersi-pronti-alladdio-totale-al-gas-russo-lue-decidera-dopo-lestate" data-post-id="2657546643" data-published-at="1655924561" data-use-pagination="False"> «Bisogna tenersi pronti all’addio totale al gas russo». L’Ue deciderà dopo l’estate Festina lente. «Affrettati lentamente». Sembra essere questo il motto scelto dal governo e dall’Ue per affrontare la crisi energetica. Come ha scritto Camilla Conti su La Verità di ieri, il Comitato per l’emergenza gas di due giorni fa, presieduto dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, ha ritenuto di non dover alzare il livello di allerta, nonostante la situazione critica. Il Comitato ha dato comunque mandato a Snam di procedere senza indugio al riempimento degli stoccaggi. La giacenza di gas in Italia cresce troppo lentamente rispetto alle necessità di accumulare gas per l’inverno. Parlando della sola Stogit, per arrivare con gli stoccaggi pieni a inizio inverno sarebbe necessario un ritmo di riempimento di 60 milioni di metri cubi al giorno in iniezione. Oggi siamo a una media inferiore ai 45 milioni di metri cubi al giorno, per diversi motivi. Il primo è che le regole per lo stoccaggio sono state emanate dal governo in grave ritardo, a stagione di riempimento già iniziata, e non hanno tenuto conto in maniera adeguata delle difficoltà degli operatori a utilizzare gli stoccaggi in presenza di prezzi estivi altissimi. Il secondo è che nel frattempo il complesso del sistema Italia, pur avendo subito una riduzione dei flussi dalla Russia, in alcuni giorni è risultato «lungo» di volumi, per cui abbiamo assistito a esportazioni anziché a iniezioni in stoccaggio. In una situazione di emergenza quale quella attuale, forse sarebbe stato meglio che quei volumi fossero rimasti in Italia e utilizzati per incrementare la giacenza. Appare bizzarro che lo stesso ministro che afferma di volere un tetto al prezzo del gas dichiari poi di non poter vietare le esportazioni. Peraltro, proprio mentre Cingolani raccontava di come e quanto l’idea italiana del tetto al prezzo del gas piaccia in Europa, si è chiarito che nel Consiglio europeo di oggi e domani l’argomento non sarà affrontato. In quel di Bruxelles, i capi di Stato e di governo discuteranno della guerra in Ucraina, di allargamento dell’Unione, di concessione di status di candidato membro a Ucraina e Moldova, di Grande Europa e di dialogo con i Paesi balcanici. Il tema energetico, rivelano fonti dell’Unione, «è una priorità» e sarà sul tavolo della discussione, ma l’incontro di oggi e domani potrebbe essere al massimo «l’occasione per progettare il lavoro per settembre o ottobre». Dunque, a dispetto delle roboanti dichiarazioni di Cingolani e della compunta menzione della proposta fatta da Mario Draghi alle Camere, a Bruxelles non sembra esserci molta fretta di affrontare a livello intergovernativo una discussione sulla proposta italiana di un tetto al prezzo del gas. I contenuti della proposta, peraltro, rimangono avvolti dal mistero, mentre una buona parte degli esperti di settore esprimono scetticismo sulla reale efficacia dello strumento, posto che il prezzo del gas russo cui si vorrebbe mettere un tetto è in realtà il prezzo del Ttf. Si apprende, nel frattempo, che la Commissione europea ha inviato agli Stati membri un questionario nel quale chiede precise indicazioni di quanti e quali sarebbero i settori industriali colpiti da un eventuale blocco improvviso delle forniture di gas dalla Russia. La rilassatezza con cui le istituzioni stanno affrontando il problema rischia di essere un clamoroso errore alla luce dei fatti. La sottovalutazione dell’urgenza appare evidente. Dopo i primi blocchi nei confronti di Paesi periferici, e dopo la secca riduzione delle forniture a Germania, Italia e Austria, l’eventualità di un blocco totale e improvviso dei flussi di gas dalla Russia verso l’Europa appare quanto mai prossima. È di questo avviso anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), che ieri ha avvertito l’Europa di prepararsi «immediatamente» allo stop del gas russo e di mettere in atto misure di contenimento della domanda e incremento dell’offerta energetica (carbone e nucleare). Secondo il presidente dell’Iea Fatih Birol, che ha rilasciato un’intervista al Financial Times, i tagli progressivi nelle forniture cui abbiamo assistito sono precursori di tagli ulteriori. I prezzi del gas al Ttf ieri hanno fatto registrare un leggero rialzo, con la quotazione del future sul gas con consegna a luglio che ha chiuso a 127 euro. Sul fronte dei prezzi, anche il governo nonostante gli annunci sul price cap non sembra aspettarsi novità positive: nel decreto per rinnovare i tagli alle bollette, approvato ieri dal cdm, è stata inserita anche la proroga della tassa sugli extraprofitti dal 1° luglio 2022 al 31 marzo 2023 senza indicare la percentuale del prelievo. I quantitativi in ingresso in Italia rimangono costanti su una media di circa 187 milioni di metri cubi al giorno. A Tarvisio, il gas in arrivo dalla Russia fa segnare a giugno una media di 30 milioni di metri cubi al giorno, lontana dalla media di 40 milioni di aprile. Infine, per la settimana prossima è prevista una ulteriore ondata di calore, che potrebbe mettere in crisi il settore elettrico, sotto stress per la mancanza d’acqua che ha ridotto la produzione idroelettrica e che ostacola il raffreddamento delle centrali termoelettriche. Un po’ di pioggia aiuterebbe.
Il premier dal Salone del Mobile di Milano: «Sul decreto Sicurezza, che io non considero un pasticcio, stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati e trasformeremo quei rilievi in un provvedimento ad hoc, perché non c’erano margini di tempo sulla conversione del decreto per correggere la norma. Ma la norma rimane, perché è una norma di assoluto buon senso e francamente mi stupisce quello che ho sentito dire dalle opposizioni in questi giorni».
«Non mi è esattamente chiara la ragione per la quale noi che riconosciamo il gratuito patrocinio all’avvocato che assiste il migrante, che fa ricorso contro un decreto di espulsione — ha aggiunto — non dobbiamo invece riconoscere il lavoro di quel professionista che assiste un migrante quando volontariamente sceglie di essere rimpatriato. A me non è chiaro».
Vannacci e Renzi con Fedez durante la puntata di Pulp Podcast
Venerdì aveva già punzecchiato l’ex generale sulla sua eNews: «Se Vannacci crede in quello che dice, deve rompere con Meloni». È l’asso nella manica che serve alla sinistra per tornare in partita.
Sulla sicurezza, Renzi apre il discorso dicendo: «Io gioco all’attacco, non sono in difesa». Vannacci replica che le problematiche che ci sono oggi sono «figlie dei governi precedenti» e di «quella mentalità di sinistra del giustificazionismo in nome della giustizia sociale, del “facciamoli entrare tutti perché poverini”».
Renzi risponde che negli ultimi 25 anni al governo «c’è stata molto più la destra che la sinistra e Meloni è stata al governo sette anni, quattro anni da premier e tre da ministra».
Vannacci manda un alert al governo Meloni: «Ho tracciato delle linee rosse belle chiare, da destra pura… Una volta che si è stabilito che quelle non sono valicabili o sono d’accordo con me o me ne vado da solo. Se non seguiranno la linea di Futuro nazionale su sicurezza e immigrazione, correremo da soli». E chiede «più poteri alle forze dell’ordine, revisione della legittima difesa, uso meno vincolato della forza e rimpatri più rapidi. Gli esponenti di questo governo hanno agito con timidezza».
Renzi è in un brodo di giuggiole e si comporta come un comico sul palco di Zelig: «Generale, sei un doroteo. Anzi: un paraculo. La verità è che se vai da solo, la destra perde». Vannacci lo sa e ribatte: «Vedi? Hai capito». E l’ex premier replica: «Sembro scemo, ma non sono mica come tutti quelli che frequenti tu. O molli la destra e la destra perde le elezioni. O stai con la destra e perdi la faccia».
Il generale (in pensione) ribadisce: «Io voglio far vincere la destra, c’è una destra forte che però si è slavata, è sbiadita, allora bisogna riportare la barra dritta». Renzi pungola: «Prima tu sei l’invincibile Hulk, non ne sbagli mezza. Io ero così, ve lo ricordate, prima del referendum? Poi sbagli la prima e ti fanno un mazzo tanto, ti accoltellano alle spalle, soprattutto quelli che ti erano più vicini. Alla Meloni sta accadendo la stessa cosa. Meloni non è più invincibile. Vannacci fa un’operazione intelligente: li costringe o a spostarsi a destra o a perdere quel pezzo di destra incazzato nero con Meloni su sicurezza e immigrazione. Vuole essere quello che sposta a destra l’alleanza, così come io voglio spostare al centro la mia. Io faccio la scommessa che alla fine al generale converrà andare da solo».
Il punto è se il centrodestra sceglierà di allearsi con Vannacci, e viceversa. La strana coppia fa ridere, ma non troppo. Renzi rivendica il ruolo del centro per la vittoria alle prossime elezioni, «con opposizioni unite alle prossime elezioni, Meloni va a casa», mentre Vannacci, tronfio di ego, dice di «sognare la doppia cifra, intercettando un elettorato critico nei confronti di questo governo», con la possibilità di «correre anche fuori dalle logiche di coalizione. Sono stupefatto perché il nostro è un partito che è nato 45 giorni fa e siamo oggi a 26.000 iscritti, con sondaggi che ci danno al 4%».
Su Donald Trump sono tutti e due d’accordo. Viene indicato da Renzi come «una variabile negativa capace di ribaltare gli equilibri politici globali. Ne combina una più di Bertoldo. Trump ha fatto vincere la sinistra anche in Canada, Australia e Groenlandia. Se riesce a fare anche il miracolo di far vincere la sinistra in Italia, Donald santo subito». Anche Vannacci critica il presidente americano, affermando che: «Non mi innamoro delle persone ma dei principi, dei valori. A me andava bene il Trump sovranista del “Make America great again”, non mi piace il Trump che fa il gendarme del mondo».
Talmente diversi che sembrano uguali.
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Mentre il Papa torna a essere l'unica autorità morale che parla di pace e teologia, per il tycoon esiste un solo "scelto da Dio" che non siede a Roma ma nello Studio Ovale.
L’obiettivo è ambizioso: sviluppare una serra multipiano adattiva capace di funzionare sia su stazioni orbitali sia sulla Luna. «Entro maggio concluderemo lo studio di fattibilità», ha spiegato Malerba.
Le piante, ha sottolineato, saranno fondamentali per il futuro dell’esplorazione spaziale: non solo per migliorare la dieta degli astronauti nelle missioni di lunga durata in orbita terrestre, ma soprattutto per garantire autonomia nelle missioni lunari.
«Sulla Luna non avremo a disposizione il fruttivendolo — ha osservato — quindi ci converrà portare dei semi, farli crescere gradualmente e costruire una forma di sostenibilità anche in un ambiente così difficile».
Il progetto punta dunque a rendere più autosufficienti le missioni spaziali, integrando produzione alimentare e supporto alla vita in condizioni estreme.
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