True
2022-06-23
Il gas è un incubo, l’inflazione un flagello
L’8 maggio del 2021 La Verità titolava: «L’inflazione è già qui, prepariamoci a pagarla». Una semplice analisi che si limitava a unire i puntini del post pandemia. «Usa e Cina spingono i prezzi delle materie prime, dall’acciaio al rame fino a stagno e legno», scrivevamo. Per l’Italia e l’Ue il problema è doppio: «Importiamo beni troppo cari mentre perdiamo potere d’acquisto, in più l’export cede competitività». A quel punto, dopo aver posto alcuni interrogativi sulle scelte delle Banche centrali, ci si limitava a chiedere maggiore sovranità per contrastare l’inflazione. Già allora non era difficile capire che si era di fronte alle fase due della pandemia e alla necessaria comprensione che la sicurezza nazionale non sarebbe passata solo dai vaccini ma anche dal possesso o dal controllo della filiera delle materie prime. In fondo, vaccini, microchip o marmitte catalitiche si producono allo stesso modo. Eppure lo scorso anno come oggi il sistema rimane basato su una filiera lunga e spesso spezzata su due o tre continenti. Al contrario chi come Usa e Cina è riuscito a comprimere la filiera sul proprio territorio sovrano riuscirà a garantirsi una marcia in più.
Nell’ultimo anno, la Cina ha scelto una strada di chiusura, mentre gli Usa hanno spinto il piede sull’acceleratore della guerra. L’Europa è rimasta tendenzialmente ferma. Schiacciata tra i due estremi e, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, esposta pure al fianco Est. Nel frattempo - è bene ricordarlo ora che l’inflazione è esplosa - le autorità finanziarie sono andate avanti a negare l’inflazione o a definirla un colpo di tosse passeggero fino all’ultimo. Praticamente fino al momento in cui hanno deciso di cambiare rotta e alzare i tassi d’interesse con l’intento di comprimere i consumi e schiacciare verso il basso il costo del denaro. Il problema è che, in tempo di guerra economica, non bastano le mosse finanziarie né monetarie. Bisogna tornare a essere padroni della filiera produttiva. Dal gas all’energia fino alle barre d’acciaio. Passando per grano, farina o microchip. Anche se la situazione è veramente complessa non possiamo non notare che l’Ue e i governo europei si sono trastullati con il Recovery plan e con i bonus o l’italianissimo reddito di cittadinanza. Fino ad arrivare agli estremi del Pd che si è spinto a dare la colpa a Vladimir Putin dell’attuale inflazione. La guerra è stata ulteriore benzina sul fuoco, ma sappiamo tutti che il Pnrr è debito che produce inflazione che a sua volta si somma su quella importata dall’estero. Risultato, solo adesso ci accorgiamo che l’inflazione comincia a mordere la vita di tutti i giorni. La benzina oltre ai 2 euro al litro spinge gli automobilisti a ridurre il più possibile gli spostamenti. Al supermercato nelle ultime settimane hanno cominciato ad apparire confezioni di pasta con il prezzo invariato ma dal peso ridotto anche del 30%. La pratica ha un nome preciso in inglese, shrink Inflation, da noi sgrammatura. Serve a non far percepire l’aumento dei prezzi. Un passaggio psicologico che spiega tante cose della dinamica tra aziende e clienti. Una pratica possibile solo in certi settori. Altri hanno tenuto duro fino a oggi. Il problema è che ormai siamo arrivati al punto di non ritorno. La tassa inflattiva adesso ricadrà sulle spalle dei cittadini. A dirlo è Pietro Labriola, ad di Tim, in occasione della relazione annuale davanti all’organo di vigilanza. «Come già accaduto in numerosi Paesi europei, si possono prevedere adeguamenti verso l’alto e indicizzazioni all’inflazione dei prezzi delle offerte Tlc retail e wholesale», ha detto l’ad parlando sia dei costi finali per gli utenti comuni, sia delle tariffe per le società telefoniche che si appoggiano alla rete Tim.
La preoccupazione ai vertici delle Tlc è che la sostenibilità del settore sia messa a rischio dal contesto di mercato. Labriola ha ricordato che Tim «è il secondo consumatore a livello nazionale di energia, ma non siamo considerati azienda energivora perché il consumo di energia è distribuito sul territorio». Ha infine tenuto a precisare che è il momento di «rivedere le priorità del settore rispetto al passato e il modello industriale, abbandonando la guerra dei prezzi e le logiche di distruzione del valore, puntando invece a strategie di posizionamento premium improntato alla logica: valore rispetto ai volumi». L’intervento di Labriola non è per nulla secondario. Lancia due alert importanti. Primo, l’uso dei telefoni e dei dati è ormai parte integrante della vita degli italiani e non è un consumo comprimibile. Secondo, se il business delle Tlc non è sostenibile si ferma lo sviluppo del Paese, un bel pezzo di Pnrr. Con tutto ciò che ne deriva. Restando sul tema, sempre Labriola ha evidenziato che il progetto di separazione della rete è basato su considerazioni industriali e ha l’obiettivo di creare entità autonome, più efficaci e competitive di quanto non lo siano restando integrate in un’unica società. Ciò potrebbe portare a sinergie, risparmi, in poche parole a un mini salvagente contro l’inflazione. Il tema è però uno solo: l’urgenza. Tutti i dossier che sono in mano alla politica non possono più essere rimandati. L’inflazione corre e i portafogli si svuotano.
«Bisogna tenersi pronti all’addio totale al gas russo». L’Ue deciderà dopo l’estate
Festina lente. «Affrettati lentamente». Sembra essere questo il motto scelto dal governo e dall’Ue per affrontare la crisi energetica. Come ha scritto Camilla Conti su La Verità di ieri, il Comitato per l’emergenza gas di due giorni fa, presieduto dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, ha ritenuto di non dover alzare il livello di allerta, nonostante la situazione critica. Il Comitato ha dato comunque mandato a Snam di procedere senza indugio al riempimento degli stoccaggi. La giacenza di gas in Italia cresce troppo lentamente rispetto alle necessità di accumulare gas per l’inverno. Parlando della sola Stogit, per arrivare con gli stoccaggi pieni a inizio inverno sarebbe necessario un ritmo di riempimento di 60 milioni di metri cubi al giorno in iniezione.
Oggi siamo a una media inferiore ai 45 milioni di metri cubi al giorno, per diversi motivi. Il primo è che le regole per lo stoccaggio sono state emanate dal governo in grave ritardo, a stagione di riempimento già iniziata, e non hanno tenuto conto in maniera adeguata delle difficoltà degli operatori a utilizzare gli stoccaggi in presenza di prezzi estivi altissimi. Il secondo è che nel frattempo il complesso del sistema Italia, pur avendo subito una riduzione dei flussi dalla Russia, in alcuni giorni è risultato «lungo» di volumi, per cui abbiamo assistito a esportazioni anziché a iniezioni in stoccaggio. In una situazione di emergenza quale quella attuale, forse sarebbe stato meglio che quei volumi fossero rimasti in Italia e utilizzati per incrementare la giacenza. Appare bizzarro che lo stesso ministro che afferma di volere un tetto al prezzo del gas dichiari poi di non poter vietare le esportazioni.
Peraltro, proprio mentre Cingolani raccontava di come e quanto l’idea italiana del tetto al prezzo del gas piaccia in Europa, si è chiarito che nel Consiglio europeo di oggi e domani l’argomento non sarà affrontato. In quel di Bruxelles, i capi di Stato e di governo discuteranno della guerra in Ucraina, di allargamento dell’Unione, di concessione di status di candidato membro a Ucraina e Moldova, di Grande Europa e di dialogo con i Paesi balcanici. Il tema energetico, rivelano fonti dell’Unione, «è una priorità» e sarà sul tavolo della discussione, ma l’incontro di oggi e domani potrebbe essere al massimo «l’occasione per progettare il lavoro per settembre o ottobre». Dunque, a dispetto delle roboanti dichiarazioni di Cingolani e della compunta menzione della proposta fatta da Mario Draghi alle Camere, a Bruxelles non sembra esserci molta fretta di affrontare a livello intergovernativo una discussione sulla proposta italiana di un tetto al prezzo del gas. I contenuti della proposta, peraltro, rimangono avvolti dal mistero, mentre una buona parte degli esperti di settore esprimono scetticismo sulla reale efficacia dello strumento, posto che il prezzo del gas russo cui si vorrebbe mettere un tetto è in realtà il prezzo del Ttf.
Si apprende, nel frattempo, che la Commissione europea ha inviato agli Stati membri un questionario nel quale chiede precise indicazioni di quanti e quali sarebbero i settori industriali colpiti da un eventuale blocco improvviso delle forniture di gas dalla Russia.
La rilassatezza con cui le istituzioni stanno affrontando il problema rischia di essere un clamoroso errore alla luce dei fatti. La sottovalutazione dell’urgenza appare evidente. Dopo i primi blocchi nei confronti di Paesi periferici, e dopo la secca riduzione delle forniture a Germania, Italia e Austria, l’eventualità di un blocco totale e improvviso dei flussi di gas dalla Russia verso l’Europa appare quanto mai prossima. È di questo avviso anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), che ieri ha avvertito l’Europa di prepararsi «immediatamente» allo stop del gas russo e di mettere in atto misure di contenimento della domanda e incremento dell’offerta energetica (carbone e nucleare). Secondo il presidente dell’Iea Fatih Birol, che ha rilasciato un’intervista al Financial Times, i tagli progressivi nelle forniture cui abbiamo assistito sono precursori di tagli ulteriori.
I prezzi del gas al Ttf ieri hanno fatto registrare un leggero rialzo, con la quotazione del future sul gas con consegna a luglio che ha chiuso a 127 euro. Sul fronte dei prezzi, anche il governo nonostante gli annunci sul price cap non sembra aspettarsi novità positive: nel decreto per rinnovare i tagli alle bollette, approvato ieri dal cdm, è stata inserita anche la proroga della tassa sugli extraprofitti dal 1° luglio 2022 al 31 marzo 2023 senza indicare la percentuale del prelievo.
I quantitativi in ingresso in Italia rimangono costanti su una media di circa 187 milioni di metri cubi al giorno. A Tarvisio, il gas in arrivo dalla Russia fa segnare a giugno una media di 30 milioni di metri cubi al giorno, lontana dalla media di 40 milioni di aprile.
Infine, per la settimana prossima è prevista una ulteriore ondata di calore, che potrebbe mettere in crisi il settore elettrico, sotto stress per la mancanza d’acqua che ha ridotto la produzione idroelettrica e che ostacola il raffreddamento delle centrali termoelettriche. Un po’ di pioggia aiuterebbe.
Continua a leggereRiduci
L’Iea avverte: «Prepararsi subito allo stop delle forniture russe». Ma l’Ue rinvia le decisioni: inverno ad alto rischio. Intanto l’aumento dei prezzi interessa ormai tutti i settori. Le aziende, dopo aver ridotto i loro margini per mesi, ora non possono più assorbire l’aumento dei costi. Tim: «Adeguamenti tariffari verso l’alto». Il futuro delle tlc fondamentale per lo sviluppo, la politica ascolti.Il Consiglio che parte oggi rimanda le scelte a settembre. Assieme a un mini taglia-bollette, il governo proroga a marzo 2023 la tassa sui profitti.Lo speciale contiene due articoli.L’8 maggio del 2021 La Verità titolava: «L’inflazione è già qui, prepariamoci a pagarla». Una semplice analisi che si limitava a unire i puntini del post pandemia. «Usa e Cina spingono i prezzi delle materie prime, dall’acciaio al rame fino a stagno e legno», scrivevamo. Per l’Italia e l’Ue il problema è doppio: «Importiamo beni troppo cari mentre perdiamo potere d’acquisto, in più l’export cede competitività». A quel punto, dopo aver posto alcuni interrogativi sulle scelte delle Banche centrali, ci si limitava a chiedere maggiore sovranità per contrastare l’inflazione. Già allora non era difficile capire che si era di fronte alle fase due della pandemia e alla necessaria comprensione che la sicurezza nazionale non sarebbe passata solo dai vaccini ma anche dal possesso o dal controllo della filiera delle materie prime. In fondo, vaccini, microchip o marmitte catalitiche si producono allo stesso modo. Eppure lo scorso anno come oggi il sistema rimane basato su una filiera lunga e spesso spezzata su due o tre continenti. Al contrario chi come Usa e Cina è riuscito a comprimere la filiera sul proprio territorio sovrano riuscirà a garantirsi una marcia in più. Nell’ultimo anno, la Cina ha scelto una strada di chiusura, mentre gli Usa hanno spinto il piede sull’acceleratore della guerra. L’Europa è rimasta tendenzialmente ferma. Schiacciata tra i due estremi e, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, esposta pure al fianco Est. Nel frattempo - è bene ricordarlo ora che l’inflazione è esplosa - le autorità finanziarie sono andate avanti a negare l’inflazione o a definirla un colpo di tosse passeggero fino all’ultimo. Praticamente fino al momento in cui hanno deciso di cambiare rotta e alzare i tassi d’interesse con l’intento di comprimere i consumi e schiacciare verso il basso il costo del denaro. Il problema è che, in tempo di guerra economica, non bastano le mosse finanziarie né monetarie. Bisogna tornare a essere padroni della filiera produttiva. Dal gas all’energia fino alle barre d’acciaio. Passando per grano, farina o microchip. Anche se la situazione è veramente complessa non possiamo non notare che l’Ue e i governo europei si sono trastullati con il Recovery plan e con i bonus o l’italianissimo reddito di cittadinanza. Fino ad arrivare agli estremi del Pd che si è spinto a dare la colpa a Vladimir Putin dell’attuale inflazione. La guerra è stata ulteriore benzina sul fuoco, ma sappiamo tutti che il Pnrr è debito che produce inflazione che a sua volta si somma su quella importata dall’estero. Risultato, solo adesso ci accorgiamo che l’inflazione comincia a mordere la vita di tutti i giorni. La benzina oltre ai 2 euro al litro spinge gli automobilisti a ridurre il più possibile gli spostamenti. Al supermercato nelle ultime settimane hanno cominciato ad apparire confezioni di pasta con il prezzo invariato ma dal peso ridotto anche del 30%. La pratica ha un nome preciso in inglese, shrink Inflation, da noi sgrammatura. Serve a non far percepire l’aumento dei prezzi. Un passaggio psicologico che spiega tante cose della dinamica tra aziende e clienti. Una pratica possibile solo in certi settori. Altri hanno tenuto duro fino a oggi. Il problema è che ormai siamo arrivati al punto di non ritorno. La tassa inflattiva adesso ricadrà sulle spalle dei cittadini. A dirlo è Pietro Labriola, ad di Tim, in occasione della relazione annuale davanti all’organo di vigilanza. «Come già accaduto in numerosi Paesi europei, si possono prevedere adeguamenti verso l’alto e indicizzazioni all’inflazione dei prezzi delle offerte Tlc retail e wholesale», ha detto l’ad parlando sia dei costi finali per gli utenti comuni, sia delle tariffe per le società telefoniche che si appoggiano alla rete Tim. La preoccupazione ai vertici delle Tlc è che la sostenibilità del settore sia messa a rischio dal contesto di mercato. Labriola ha ricordato che Tim «è il secondo consumatore a livello nazionale di energia, ma non siamo considerati azienda energivora perché il consumo di energia è distribuito sul territorio». Ha infine tenuto a precisare che è il momento di «rivedere le priorità del settore rispetto al passato e il modello industriale, abbandonando la guerra dei prezzi e le logiche di distruzione del valore, puntando invece a strategie di posizionamento premium improntato alla logica: valore rispetto ai volumi». L’intervento di Labriola non è per nulla secondario. Lancia due alert importanti. Primo, l’uso dei telefoni e dei dati è ormai parte integrante della vita degli italiani e non è un consumo comprimibile. Secondo, se il business delle Tlc non è sostenibile si ferma lo sviluppo del Paese, un bel pezzo di Pnrr. Con tutto ciò che ne deriva. Restando sul tema, sempre Labriola ha evidenziato che il progetto di separazione della rete è basato su considerazioni industriali e ha l’obiettivo di creare entità autonome, più efficaci e competitive di quanto non lo siano restando integrate in un’unica società. Ciò potrebbe portare a sinergie, risparmi, in poche parole a un mini salvagente contro l’inflazione. Il tema è però uno solo: l’urgenza. Tutti i dossier che sono in mano alla politica non possono più essere rimandati. L’inflazione corre e i portafogli si svuotano.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gas-incubo-inflazione-flagello-2657546643.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="bisogna-tenersi-pronti-alladdio-totale-al-gas-russo-lue-decidera-dopo-lestate" data-post-id="2657546643" data-published-at="1655924561" data-use-pagination="False"> «Bisogna tenersi pronti all’addio totale al gas russo». L’Ue deciderà dopo l’estate Festina lente. «Affrettati lentamente». Sembra essere questo il motto scelto dal governo e dall’Ue per affrontare la crisi energetica. Come ha scritto Camilla Conti su La Verità di ieri, il Comitato per l’emergenza gas di due giorni fa, presieduto dal ministro per la Transizione ecologica Roberto Cingolani, ha ritenuto di non dover alzare il livello di allerta, nonostante la situazione critica. Il Comitato ha dato comunque mandato a Snam di procedere senza indugio al riempimento degli stoccaggi. La giacenza di gas in Italia cresce troppo lentamente rispetto alle necessità di accumulare gas per l’inverno. Parlando della sola Stogit, per arrivare con gli stoccaggi pieni a inizio inverno sarebbe necessario un ritmo di riempimento di 60 milioni di metri cubi al giorno in iniezione. Oggi siamo a una media inferiore ai 45 milioni di metri cubi al giorno, per diversi motivi. Il primo è che le regole per lo stoccaggio sono state emanate dal governo in grave ritardo, a stagione di riempimento già iniziata, e non hanno tenuto conto in maniera adeguata delle difficoltà degli operatori a utilizzare gli stoccaggi in presenza di prezzi estivi altissimi. Il secondo è che nel frattempo il complesso del sistema Italia, pur avendo subito una riduzione dei flussi dalla Russia, in alcuni giorni è risultato «lungo» di volumi, per cui abbiamo assistito a esportazioni anziché a iniezioni in stoccaggio. In una situazione di emergenza quale quella attuale, forse sarebbe stato meglio che quei volumi fossero rimasti in Italia e utilizzati per incrementare la giacenza. Appare bizzarro che lo stesso ministro che afferma di volere un tetto al prezzo del gas dichiari poi di non poter vietare le esportazioni. Peraltro, proprio mentre Cingolani raccontava di come e quanto l’idea italiana del tetto al prezzo del gas piaccia in Europa, si è chiarito che nel Consiglio europeo di oggi e domani l’argomento non sarà affrontato. In quel di Bruxelles, i capi di Stato e di governo discuteranno della guerra in Ucraina, di allargamento dell’Unione, di concessione di status di candidato membro a Ucraina e Moldova, di Grande Europa e di dialogo con i Paesi balcanici. Il tema energetico, rivelano fonti dell’Unione, «è una priorità» e sarà sul tavolo della discussione, ma l’incontro di oggi e domani potrebbe essere al massimo «l’occasione per progettare il lavoro per settembre o ottobre». Dunque, a dispetto delle roboanti dichiarazioni di Cingolani e della compunta menzione della proposta fatta da Mario Draghi alle Camere, a Bruxelles non sembra esserci molta fretta di affrontare a livello intergovernativo una discussione sulla proposta italiana di un tetto al prezzo del gas. I contenuti della proposta, peraltro, rimangono avvolti dal mistero, mentre una buona parte degli esperti di settore esprimono scetticismo sulla reale efficacia dello strumento, posto che il prezzo del gas russo cui si vorrebbe mettere un tetto è in realtà il prezzo del Ttf. Si apprende, nel frattempo, che la Commissione europea ha inviato agli Stati membri un questionario nel quale chiede precise indicazioni di quanti e quali sarebbero i settori industriali colpiti da un eventuale blocco improvviso delle forniture di gas dalla Russia. La rilassatezza con cui le istituzioni stanno affrontando il problema rischia di essere un clamoroso errore alla luce dei fatti. La sottovalutazione dell’urgenza appare evidente. Dopo i primi blocchi nei confronti di Paesi periferici, e dopo la secca riduzione delle forniture a Germania, Italia e Austria, l’eventualità di un blocco totale e improvviso dei flussi di gas dalla Russia verso l’Europa appare quanto mai prossima. È di questo avviso anche l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), che ieri ha avvertito l’Europa di prepararsi «immediatamente» allo stop del gas russo e di mettere in atto misure di contenimento della domanda e incremento dell’offerta energetica (carbone e nucleare). Secondo il presidente dell’Iea Fatih Birol, che ha rilasciato un’intervista al Financial Times, i tagli progressivi nelle forniture cui abbiamo assistito sono precursori di tagli ulteriori. I prezzi del gas al Ttf ieri hanno fatto registrare un leggero rialzo, con la quotazione del future sul gas con consegna a luglio che ha chiuso a 127 euro. Sul fronte dei prezzi, anche il governo nonostante gli annunci sul price cap non sembra aspettarsi novità positive: nel decreto per rinnovare i tagli alle bollette, approvato ieri dal cdm, è stata inserita anche la proroga della tassa sugli extraprofitti dal 1° luglio 2022 al 31 marzo 2023 senza indicare la percentuale del prelievo. I quantitativi in ingresso in Italia rimangono costanti su una media di circa 187 milioni di metri cubi al giorno. A Tarvisio, il gas in arrivo dalla Russia fa segnare a giugno una media di 30 milioni di metri cubi al giorno, lontana dalla media di 40 milioni di aprile. Infine, per la settimana prossima è prevista una ulteriore ondata di calore, che potrebbe mettere in crisi il settore elettrico, sotto stress per la mancanza d’acqua che ha ridotto la produzione idroelettrica e che ostacola il raffreddamento delle centrali termoelettriche. Un po’ di pioggia aiuterebbe.
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
Continua a leggereRiduci
Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
Continua a leggereRiduci
Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
Continua a leggereRiduci
Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
Continua a leggereRiduci