2022-05-29
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: la tavola delle cerimonie
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Geopolitica economica. L’America ha modificato la strategia di condizionamento dell’Iran da quella del falco (pressione via distruzioni) a una del boa constrictor (soffocamento) via blocco navale delle partenze e arrivi nei porti iraniani e caccia con sequestro delle residue navi (commerciali) nemiche in mare aperto.
Tale scelta, oltre che dalla priorità di evitare rischiose operazioni terrestri, deriva dalla necessità di risparmiare mezzi offensivi e relativi costi e allo stesso tempo aumentare la pressione su Teheran attraverso la negazione di risorse finanziarie. Non si tratta di abbandono totale della strategia del falco utile per deterrenza, ma di sua secondarizzazione come eventualità di ultima istanza. Tra gli analisti prevale l’idea che la strategia del boa abbia notevole efficacia non solo contro l’Iran, ma anche per convincere la Cina, molto danneggiata per il calo di circa la metà dei suoi rifornimenti petroliferi a causa del blocco di Hormuz e porti iraniani, a fare più pressione sull’Iran per una resa. In questo quadro - pur continuamente mobile - ho annotato un particolare rilevante che tocca le scelte strategiche degli europei e dell’Italia: Washington ha dichiarato di non avere fretta, cioè punta a uno strangolamento anche lento per far accettare a Teheran le sue condizioni.
Potrebbe l’America veramente sostenere una crisi prolungata dei traffici globali che se anche non tocca le sue disponibilità di energie fossili ha un notevole impatto inflazionistico interno (già visibile) via moltiplicatore finanziario dei prezzi? Se i costi per l’elettorato statunitense non scendessero entro i prossimi mesi, l’amministrazione Trump sarebbe punita nelle elezioni parlamentari di novembre e perderebbe la maggioranza repubblicana quasi certamente alla Camera e probabilmente al Senato. Alcuni colleghi statunitensi con cui cerco di probabilizzare lo scenario stimano in ipotesi preliminare che Washington potrebbe, in teoria, tenere il blocco fino ad agosto per poi ottenere vittoria e riduzione rapida dei costi petroliferi in settembre e ottobre, invertendo in tal modo il gap corrente di consenso per Donald Trump. Ma, se questo scenario fosse realistico, gli europei e molti asiatici dovrebbero affrontare una crisi di scarsità energetica generativa di inflazione già verso fine maggio con picco recessivo pesante in estate. Non ho dati sulla resilienza delle nazioni arabe/sunnite del Golfo, ma sentendone riservatamente le lamentele ritengo che i loro calcoli portino a scenari economicamente catastrofici se il blocco di Hormuz durasse oltre maggio. Inoltre, si intravede un’azione molto attiva e riservata della Cina per riempire lo spazio di influenza geopolitica dell’America reso contendibile dall’insufficiente rispetto delle esigenze di sicurezza economica degli alleati. Semplificando, l’affermazione che l’America non abbia alcuna fretta di chiudere il caso - anche considerando il vantaggio nell’aumento della dipendenza globale dal suo petrolio e gas e una cointeressenza della Russia per un prolungamento della crisi di Hormuz - non mi sembra realistica.
Soluzioni? Una crisi geopolitica ad alto impatto economico in forma di scarsità diffusa di materie di rilevanza sistemica quali l’energia ha soluzioni geopolitiche e non finanziarie. Per gli europei e l’Italia la soluzione di generare a debito un contrasto all’inflazione può essere una soluzione solo di breve termine. In teoria c’è anche la soluzione di sostituire i traffici via Hormuz, ma tale opzione prenderebbe almeno tre anni creando un periodo di scarsità/inflazione generativo di gravi rischi recessivi. Mosca sta aspettando/sperando che gli europei le chiedano aiuto riaprendo i rifornimenti di gas e petrolio in cambio dell’accettazione della sua vittoria sull’Ucraina, ma al momento tale ipotesi è esclusa. Resta una soluzione per gli europei: riconvergere con l’America che è in difficoltà, fatto derivabile dalla frustrazione rabbiosa di Trump per la mancata collaborazione degli europei stessi nell’azione militare contro l’Iran.
Possibile? La divergenza euroamericana è forte e motivata dai dazi, dall’obbligo ricattatorio per maggiori spese di sicurezza, dagli insulti e, soprattutto, dal fatto che la strategia statunitense iniziale ha calcolato male lo scenario del conflitto contro l’Iran. Inoltre, i dati di consenso nell’area europea mostrano in maggioranza ostilità totale alla conduzione Trump dell’America. Ma il rischio di crisi economica per gli europei è troppo elevato. Pertanto la soluzione più razionale è l’attivazione di un ingaggio di una coalizione di europei per la sicurezza del canale di Hormuz che integri le forze statunitensi insufficienti per farlo da sole e solo sufficienti per un blocco navale lontano dalle coste. L’idea è già allo studio della coalizione dei volonterosi con l’interesse di decine di nazioni, in particolare del Pacifico e delle nazioni arabe-sunnite del Golfo. L’America vorrà mostrare che riesce da sola a condizionare l’Iran? Probabilmente, ma resterà comunque (in assenza di un cambio di regime in Iran) il problema della sicurezza dei transiti nello stretto di Hormuz che implica un presidio di polizia che da sola l’America non può fare. In conclusione, serve una riconvergenza euroamericana per evitare il peggio. Come? L’America aggiunga al blocco navale un corridoio di sicurezza per transiti non iraniani e gli europei e altri alleati del Pacifico mandino mezzi di sicurezza per difenderlo. Questa soluzione sarebbe di massimo vantaggio/minor rischio per l’Italia.
Siamo costretti a sforare il Patto di stabilità per l’alta evasione e l’incapacità di recuperare le imposte non versate, oltre all’eredità dei bonus edilizi e soprattutto del 110%, lasciati dai precedenti governi.
Quel 3,1% del rapporto deficit/pil che impedisce all’Italia di uscire dalla procedura d’infrazione in base alle regole europee si sarebbe potuto correggere già da tempo, se tutti pagassero le tasse. Il governo non sarebbe stato costretto a chiedere a Bruxelles una deroga al Patto di stabilità (ciò che è stato negato) e ci sarebbero più soldi a disposizione per una manovra economica espansiva, ovvero più risorse per i servizi pubblici, a cominciare dalla sanità, più investimenti in infrastrutture, più fondi per famiglie e imprese.
Le cifre sono impressionanti e fotografano un Paese che si regge perlopiù su pensionati e lavoratori dipendenti, le uniche due categorie che non possono sottrarsi al pagamento delle imposte poiché hanno una ritenuta alla fonte. Dall’Osservatorio dei conti pubblici dell’Università Cattolica, su dati dell’Agenzia delle entrate, emerge che, tra evasione e vari bonus edilizi, c’è un buco nel bilancio pubblico pari a 1.500 miliardi di euro. Abbiamo infatti 90 miliardi di Irpef evasa, 1.200 miliardi di imposte non versate che non si riescono a recuperare e 230 miliardi quale eredità dal Superbonus. I crediti inesigibili sono pari quasi a mezzo anno di Pil. Un ammanco, nonostante questo governo sia riuscito a fare passi da gigante nel recupero dell’evasione. Nel 2025, è stato registrato un nuovo record storico nella lotta all’evasione, anche al netto dell’inflazione e in rapporto al Pil. Sono rientrati nelle casse dello Stato circa 36,2 miliardi di euro, 2,8 in più rispetto al 2024. Un risultato che prosegue il trend positivo del 2024 (33,4 miliardi), segnando un aumento di oltre il 43% rispetto al 2022, grazie ad azioni mirate dell’Agenzia delle entrate e nuove norme. Dell’importo recuperato, 29 miliardi erano dovuti allo Stato e 7,2 miliardi incassati dall’Agenzia delle entrate-Riscossione, erano dovuti ad altri enti (Inps, Inail e altri come Comuni e Regioni). Gran parte del recupero è strutturale, passato dall’1,3 all’1,4% del Pil. Nel 2025, il recupero ordinario è stato di 31,5 miliardi, l’87% del totale, una percentuale in aumento rispetto al biennio precedente, anche se non un massimo storico. Le misure straordinarie (condoni, rottamazioni e altro) hanno contato per meno di 5 miliardi. Prosegue dunque il miglioramento strutturale della capacità di riscossione, dopo un calo nel 2023, quando l’aumento rispetto al 2022 proveniva dai condoni.
Nella Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva 2025, le indicazioni relative all’anno 2022 - ultimo per il quale le informazioni rilevanti sono disponibili - confermano la tendenza di medio-lungo periodo a una contrazione del rapporto fra le entrate complessivamente sottratte alla finanza pubblica a causa dell’evasione (il cosiddetto tax gap) e il gettito potenziale. Nel 2022, il gap complessivo (tributario e contributivo) è risultato compreso fra 98,1 e 102,5 miliardi di euro, in dipendenza delle due diverse ipotesi di lavoro adottate nel corso della stima circa il comparto del lavoro dipendente, con un incremento rispetto al 2021, in ambedue i casi considerati, prossimo ai 3,5 miliardi di euro. Con riferimento all’obbligo contributivo, il gap si è attestato nel 2022 in un intervallo compreso fra 8,4 e 11,6 miliardi di euro, in dipendenza delle diverse ipotesi di lavoro adottate nel corso della stima. Rispetto al 2021, l’incremento è compreso fra 0,5 e 0,7 miliardi di euro. Per mancate entrate tributarie, il gap è risultato pari a 89,7-90,9 miliardi. In termini di imposta potenziale, nel 2022, la propensione all’evasione si è attestata al 16,9-17%. Rispetto al 2021 si è quindi registrato un incremento pari a 2,9 miliardi. Nella media del quinquennio 2018-2022, per il quale si dispone di un quadro completo delle valutazioni, il gap complessivo risulta di circa 102,8 miliardi di euro, di cui 90,8 miliardi di mancate entrate tributarie e 11,9 miliardi di mancate entrate contributive. Nello stesso periodo si osserva una riduzione di circa un quarto dell’evasione, per 5,9 miliardi di euro, quasi interamente dovuta alla riduzione del tax gap relativo alle entrate tributarie (4,7 miliardi). Oltre il 50% di questa riduzione, pari a circa 3,2 miliardi, è dovuta alla riduzione del gap Iva.
I risultati positivi realizzati nel 2025 sono stati ottenuti grazie a una serie di misure come la cessazione delle partite Iva «apri e chiudi», cioè di attività che rimangono aperte solo per brevi periodi, nei quali emettono fatture senza versare l’Iva, e poi chiudono prima che l’Agenzia delle entrate avvii controlli, al contrasto ai crediti d’imposta fittizi legati ai bonus edilizi e al blocco dei falsi crediti di imposta usati in F24. Eppure, nonostante questi provvedimenti e l’uso di tecnologie all’avanguardia, il sommerso resta pesante e a quanto pare, difficile da debellare.
Le divisioni sulla crisi energetica provano che l’Unione rimane un comitato d’affari, che si aggrappa a zerovirgola e nemici esterni perché non ha legittimità democratica.
Morto un Orbán se n’è fatto quasi un altro, ma questo promette di non disturbare il manovratore europeo, fintantoché il manovratore europeo non disturberà lui. Così, adesso che Budapest ha messo via la mannaia dei veti, adesso che alle riunioni dei capi di governo, come ha scritto il polacco Donald Tusk, non ci sono più i russi a origliare per interposti ungheresi, l’Europa può finalmente guardarsi allo specchio. Per scoprire che il suo problema non era Orbán, bensì l’Europa stessa.
I pirati magiari, in fondo, sono solo una delle bande che tirano dalla loro parte l’Unione, con il rischio di stracciarla.
Se n’è avuta l’ennesima riprova al Consiglio informale di Cipro, dove i Paesi cosiddetti frugali (mica tanto frugali, visto che la Germania ha stanziato 1.000 miliardi per la Difesa) hanno alzato una muraglia contro tutte le proposte dei mediterranei - Spagna e Italia - per fronteggiare la crisi di Hormuz: scorporare le spese per caro bollette e caro carburanti dal calcolo del deficit; allentare i vincoli di finanza pubblica per gli investimenti energetici; istituire un fondo tipo Safe per gli approvvigionamenti; prolungare il Recovery fund per garantire l’impiego delle risorse inutilizzate. Il premier olandese, Rob Jetten, e il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, non sono d’accordo. Berlino ha ribadito anche il niet al debito comune, che invece piace a Emmanuel Macron, favorevole altresì a dilazionare i rimborsi delle obbligazioni Ue contratte in era Covid.
La solidarietà continentale, in definitiva, è un miraggio. E quella sbandierata ai tempi della pandemia fu una messinscena: serviva alla Germania, perciò entrò nell’agenda. Stesso copione che s’è visto sui migranti: per anni i teutonici hanno pensato di cavarsela sfruttando le conseguenze giuridiche dei regolamenti di Dublino, cioè scaricando sui Paesi d’approdo l’onere di gestire centinaia di migliaia di sbarchi. Poi, quando hanno capito che gli stranieri correvano verso Nord e, magari, portavano scompiglio nelle città con attentati all’arma bianca, hanno deciso che era ora di imprimere una svolta.
Non potrebbe essere altrimenti: l’Unione europea è sovranazionale; le democrazie sono nazionali. Ed è ancora agli elettori dei singoli Stati che i leader rispondono. Nel grande squadrone, ognuno è entrato con la casacca del proprio team.
Anche i vertici dell’Ue sono stati chiari: le regolette sullo zerovirgola non si toccano, perché la situazione non è ancora abbastanza grave. E, verrebbe da aggiungere, con Ennio Flaiano, nemmeno sufficientemente seria. Il concetto lo hanno affermato e ripetuto Dan Jorgensen, commissario per l’Energia; Valdis Dombrovskis, commissario per l’Economia; nonché Ursula von der Leyen in persona. In Europa, il paziente non si cura finché non è moribondo. All’Italia non resta che fare da sé, dando seguito alle ipotesi del ministro Giancarlo Giorgetti e sfidando il giudizio dei superni mercati.
Dunque, nonostante l’uscita di scena di Viktor Orbán, le grane sono le solite: c’è sempre chi pianta le banderuole, che siano i volenterosi, i frugali, i falchi o gli ultraconservatori dell’Est. Il risultato è che l’Ue non riesce a portare a termine niente e, quando decide, tendenzialmente scontenta i più deboli.
Ma non è soltanto per le pressioni delle coalizioni di interessi che l’esecutivo si aggrappa con tanta ostinazione ai pallottolieri. O meglio, è anche per quel motivo, nella misura in cui la competizione tra gruppi rivali rappresenta non un’alterazione del progetto europeo, bensì la sua condizione strutturale. Ciò che ha costretto l’Unione a tenersi ben al di sotto delle più ambiziose aspirazioni dei suoi fondatori, condannandola a rimanere un comitato d’affari, anziché a maturare in quanto soggetto politico.
In tanti - da ultimo, il politologo della Luiss Lorenzo De Sio, nel suo saggio per Laterza, Democrazia addio? - hanno deplorato il modo in cui le istituzioni di Bruxelles, pesantemente infiltrate dalla logica tecnocratica, si sono prestate a cristallizzare le dinamiche perverse della globalizzazione, favorendo lo squilibrio nei rapporti tra capitale e lavoro, a discapito dei salari e del welfare. Il punto è che una ripoliticizzazione dell’Europa è impossibile e, al limite, non auspicabile. Dovrebbe avvenire sotto la forma di un ennesimo imperialismo, riproducendo dunque l’egemonia della potenza o dell’élite di potenze soverchianti. Col solo pregio che ciò renderebbe esplicito quello che oggi è a malapena occultato da un velo di ipocrisia. Interi corpi elettorali resterebbero orbati di adeguata rappresentanza, tanto più se l’obiettivo è eliminare completamente il principio dell’unanimità.
E poi, a un’Unione del genere, continuerebbe a mancare la legittimazione ideologica: se ogni impero, come scrisse Massimo Cacciari nelle sue riflessioni sul katéchon, aspira a «fare epoca», per costruire la sua epopea non gli basta certo il moralismo retorico che ad ora costituisce il nucleo del soft power europeo. Specie in una fase storica in cui riesplode, brutale, la dialettica tra le grandi potenze.
Ecco perché, in assenza di tale elemento fondativo, le classi dirigenti si incaponiscono sui parametri ragionieristici: essi sono il tragicomico surrogato della politica. Ed ecco spiegato anche il paradossale entusiasmo per i piani di riarmo, al di là delle ghiotte opportunità di business: alla faccia dei settant’anni di pace, la comparsa di un nemico esterno ha offerto una prospettiva identitaria all’Ue, secondo il più torvo criterio schmittiano.
In ogni caso, dalle disavventure comunitarie esce sempre perdente la democrazia: l’unico deficit davvero drammatico - e, guarda caso, l’unico di cui nessuno si preoccupa - è quello di rispondenza del sistema ai bisogni e ai desideri delle persone. Può darsi che, ai Consigli europei, la smetteranno di entrare di soppiatto i russi. Solo che il problema non è chi entra, ma chi rimane fuori: noialtri.
Se mi è concesso vorrei tornare sul carbone, giacché su esso, pur cruciale per il nostro benessere, v’è la convinzione diffusa che sia tra i peggiori mali del mondo.
La convinzione ha preso corpo nelle vostre menti grazie all’orchestrata propaganda ambientalista che, per qualche misteriosa ragione, ogni volta che l’umanità si dota di un bene - offerto vuoi dalla natura, vuoi dall’ingegno umano - che brilla per economicità, efficacia ed efficienza, ecco che esso viene additato come un male da combattere e da sostituire immediatamente con qualcos’altro, tipicamente molto costoso, molto inefficace e molto inefficiente. Anzi, quanto più costoso, inefficace e inefficiente è la sostituzione (la chiamano transizione), tanto più assordante è la propaganda.
Faccio fatica a capacitarmi di come la propaganda riesca a prendere piede. Pensate ad esempio alla plastica, un meraviglioso materiale senza il quale - la vulgata non sembra comprendere - vivremmo come si viveva 100 anni fa. O, ancora, pensate al Ddt, ai fertilizzanti, ai conservanti, all’energia nucleare, alle onde elettromagnetiche, e a decine di altri veri doni di Dio che gli ambientalisti vi hanno convinto a odiare.
Per oltre vent’anni ho predicato la necessità di riavviare la produzione elettronucleare in casa. Era il 15 maggio 2012 quando, relatore ad una conferenza al Parlamento di Bruxelles, pronunciavo queste testuali parole: «Negli ultimi anni la Ue ha sprecato ingenti somme di denaro in inutili impianti della green economy nel vano tentativo di governare il clima, e ha rallentato irresponsabilmente lo sviluppo del nucleare, con l’inevitabile conseguenza di dover aumentare l’uso del gas naturale. Perseguendo tale politica i leader della Ue hanno scavato la nostra fossa, e stanno continuando a farlo».
Di tutta evidenza ho fallito, e m’è rimasta solo la magra soddisfazione di ascoltare, poche settimane fa, Ursula von der Leyen denunciare «l’errore strategico del mancato ulteriore sviluppo dell’elettronucleare in Europa». Ora, siccome per l’Italia è di tutta evidenza diventato complicatissimo installare nuovi impianti nucleari, il carbone è rimasto l’ultima nostra spiaggia.
A dispetto della propaganda in Ue, negli ultimi vent’anni la produzione di carbone è aumentata del 50% e il suo commercio via mare è raddoppiato. La nostra vita dipende anche dal carbone, due terzi del quale è usato per produrre elettricità, e il resto dalle industrie che bisognano di calore ad alta temperatura, che producono acciaio, cemento, e persino gli impianti d’energia alternativi, impossibili da avere se non ci fosse il carbone.
Dei 100 miliardi di tonnellate di materie prime estratte ogni anno dalle viscere della Terra, di carbone vengono estratte meno di 10 miliardi di tonnellate, eppure esso produce oltre un terzo dell’elettricità mondiale; gli impianti che lo bruciano non richiedono tecnologia particolarmente avanzata, sono economici, efficaci, efficienti, non dipendono dal sole o dal vento, non esplodono, possono dotarsi di scorte enormi senza complessi problemi di stoccaggio, inquinano meno di un distributore di benzina. Accertate per 100 anni, stimate per 1.000 anni, e ampiamente distribuite nel globo, quelle di carbone sono risorse democratiche di cui il mondo fa largo uso checché ne dica la Ue.
Tornando alla produzione elettrica, giova fare un confronto tra il 2005 e il 2025, cioè 8 trilioni di euro dopo: tanto è stato l’impegno economico del mondo su eolico e fotovoltaico nel corso degli ultimi vent’anni. Seguite il filo del discorso sui dati, cioè sui fatti, senza farvi illudere dai desideri. Confrontiamo il mix di produzione elettrica, nel 2005 e nel 2025, per mondo, Ue, Italia e Corea del Sud. Quest’ultima l’ho aggiunta perché, forse il Paese più moderno e tecnologicamente più avanzato al mondo, è di dimensione e popolazione simile all’Italia e, come l’Italia, non ha molte risorse energetiche in casa, e deve importarle.
Nel 2005, la produzione elettrica mondiale da combustibili fossili era al 67% del totale. Vent’anni e 8 trilioni d’euro dopo, passa al 68%: niente male come decarbonizzazione. Ue e Italia fanno meglio, per così dire: i combustibili fossili stanno nel mix con 20 punti percentuali di meno. Ma a che prezzo? Il prezzo è quel che stiamo pagando tutti noi, sia in Ue che in Italia: energia elettrica alle stelle per le famiglie e a prezzi non competitivi per le imprese. Per l’Italia la cosa è un vero disastro, con praticamente zero elettricità da carbone, e men che zero quella da nucleare, visto che la importiamo. Se, dicevo sopra, eolico e fotovoltaico han pesato 1.000 euro per ogni abitante il pianeta, per l’Italia sono stati 120 miliardi, 2000 euro per ogni italiano. Contribuiscono al 25% della nostra produzione elettrica, ma lo faranno per solo 20 anni e non hanno permesso la chiusura di alcun impianto a gas. Con 120 miliardi avremmo potuto installare oltre 15 GW nucleari, che avrebbero fornito, e per 60 anni, il 50% dell’elettricità che ci serve.
Guardiamo infine la Corea del Sud. Ha mantenuto inalterato la produzione elettrica da combustibili fossili (62% nel 2005 e 61% nel 2025), l’uso del carbone è allineato alla media mondiale, e il nucleare contribuisce per un terzo. Risultato: le imprese sudcoreane pagano l’elettricità la metà di quelle italiane; le famiglie coreane la pagano un terzo delle famiglie italiane.
Non serve aggiungere altro: ascoltare quei fenomeni del campo largo attribuire le elevate bollette elettriche al non sufficiente impegno su eolico e fotovoltaico ci lascia di sasso.

