2022-03-13
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: come servire i liquori
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L’Ucraina apre alla possibilità di un cessate il fuoco per le festività pasquali mentre il conflitto con la Russia continua a svilupparsi su più piani, tra operazioni militari, tensioni diplomatiche e nuove iniziative strategiche. Il presidente Volodymyr Zelensky ha dichiarato che Kiev è pronta a sospendere temporaneamente le ostilità, sottolineando però che «qualsiasi compromesso non riguarderà la nostra dignità e sovranità». Zelensky ha affermato che Kiev è pronta a qualsiasi cessate il fuoco, anche sull’energia, e sospenderebbe le ritorsioni contro le infrastrutture russe se Mosca smettesse di colpire quelle ucraine. Secondo il leader ucraino, una tregua limitata non consentirebbe a Mosca di rafforzare significativamente le proprie posizioni sul campo. Dal Cremlino è arrivata solo una risposta indiretta alle ipotesi di escalation.
Il portavoce Dmitri Peskov ha negato che sia in preparazione una nuova mobilitazione, definendo la questione «non all’ordine del giorno». La dichiarazione è giunta dopo le parole del presidente finlandese Alexander Stubb, secondo cui l’esercito russo perderebbe fino a 30.000 soldati al mese, un ritmo che Mosca faticherebbe a sostenere nel lungo periodo. Alcuni analisti collegano il rallentamento di Internet in Russia e le ipotesi di limitazioni a Telegram a possibili preparativi per una chiamata dei riservisti, scenario che il Cremlino sembra voler evitare dopo i disordini seguiti alla mobilitazione parziale del 2022. Allo stesso tempo, le tensioni diplomatiche si sono intensificate con l’espulsione di un diplomatico britannico da parte delle autorità russe. L’Fsb ha revocato l’accreditamento al secondo segretario dell’ambasciata accusandolo di attività di intelligence «sovversive», ordinandogli di lasciare il Paese entro due settimane. Il ministero degli Esteri russo ha inoltre convocato l’incaricato d’affari del Regno Unito, alimentando un ulteriore deterioramento dei rapporti tra Mosca e Londra.
Sul terreno proseguono gli attacchi incrociati. Nella città russa di Togliatti, nella regione di Samara, droni hanno colpito il grande impianto chimico KuibyshevAzot, provocando incendi e dense colonne di fumo. Si tratta del secondo raid contro lo stesso sito nel mese di marzo. L’aeronautica ucraina ha invece riferito di aver intercettato 150 dei 164 droni lanciati dalla Russia nella notte tra il 29 e il 30 marzo. A Taganrog, nel sud della Russia, un attacco attribuito a Kiev ha causato un morto, otto feriti e danni a edifici residenziali e industriali. Il governatore della regione di Rostov ha disposto l’evacuazione dell’area colpita, mentre le squadre di emergenza sono intervenute per spegnere gli incendi. Un episodio ha coinvolto anche la Finlandia, dove due droni ucraini sono precipitati nel sud del Paese. Kiev ha presentato scuse ufficiali, spiegando che i velivoli sarebbero stati deviati da interferenze elettroniche russe e che non erano diretti verso il territorio finlandese.
Sul piano energetico e politico, la Serbia ha ottenuto una proroga di tre mesi del contratto sul gas con la Russia dopo una telefonata tra il presidente Aleksandar Vucic e Vladimir Putin. L’accordo consente a Belgrado di continuare ad acquistare circa sei milioni di metri cubi di gas al giorno a condizioni favorevoli. La Serbia resta fortemente dipendente dalle forniture russe, mentre sono in corso negoziati sulla compagnia petrolifera NIS e sulla vendita della quota russa al gruppo ungherese MOL entro la scadenza fissata dagli Stati Uniti. Il Cremlino ha ribadito di essere pronto a restare «un fornitore affidabile» per i mercati globali. Nel frattempo, Kiev ha avviato una nuova iniziativa strategica nella regione mediorientale. L’Ucraina ha concordato la condivisione dell’expertise maturata nella guerra navale asimmetrica e nella tecnologia dei droni marittimi con i Paesi del Golfo interessati alla sicurezza dello stretto di Hormuz. Durante una missione diplomatica, Zelensky ha visitato Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Giordania, mentre il segretario del Consiglio per la sicurezza e la difesa nazionale Rustem Umerov è rimasto nella regione per proseguire i colloqui. Il presidente ucraino ha spiegato che Kiev ha condiviso metodi per proteggere infrastrutture civili ed energetiche e ha avviato accordi strategici pluriennali sulla cooperazione militare e tecnologica. Secondo Zelensky, si tratta di intese «storiche», con una dimensione decennale e basate su assistenza reciproca. Kiev è interessata in particolare allo sviluppo di capacità antibalistiche e a soluzioni per affrontare le sfide energetiche. I droni navali Magura V5 e Sea Baby, utilizzati con efficacia contro la Flotta russa del Mar Nero e per aprire il corridoio delle esportazioni, sono stati indicati come esempio delle tattiche condivise con i partner mediorientali per garantire la sicurezza delle rotte energetiche. Sul piano industriale e militare è esplosa intanto la polemica per le dichiarazioni del Ceo di Rheinmetall, Armin Papperger, che ha definito la produzione di droni ucraini paragonabile a «giochi Lego costruiti da casalinghe». Zelensky ha replicato ironicamente, sostenendo che, «se le casalinghe ucraine sono in grado di costruire droni, potrebbero anche guidare l’azienda tedesca». Rheinmetall ha successivamente precisato di nutrire «il massimo rispetto per gli sforzi dell’Ucraina». Sempre sul piano logistico, Zelensky ha annunciato un accordo per forniture di gasolio all’Ucraina per un anno, ritenuto essenziale per il funzionamento delle forze armate e del settore agricolo.
La Settimana rimane Santa anche a Gerusalemme. E le funzioni prepasquali e pasquali saranno garantite nel Santo Sepolcro con un accordo che ricorda il periodo della pandemia: i celebranti ammessi nei luoghi sacri, i fedeli a casa (no assembramenti) ad assistere alle dirette streaming. È il punto d’equilibrio raggiunto dal governo israeliano e dal Patriarcato cristiano per garantire lo svolgimento di liturgie e cerimonie, e al tempo stesso tutelare la sicurezza dei cittadini dentro una città in guerra.
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, ha inteso chiudere il caso diplomatico (lui e il custode di Terrasanta padre Francesco Ielpo fermati dalla polizia mentre si recavano nel Santo Sepolcro per celebrare la domenica delle Palme) con una sintetica spiegazione: «Avevamo chiesto una piccola cerimonia privata, nulla di pubblico. Ci sono stati dei fraintendimenti, non ci siamo capiti ed è accaduto questo. Non era mai successo, dispiace che sia avvenuto. Ma tutto è avvenuto in maniera educata, dobbiamo pensare al contesto generale, c’è gente che sta molto peggio di noi». Dopo una giornata di fibrillazioni, l’abbassamento dei toni è evidente. E la secolare presenza dei sacerdoti nei luoghi della Redenzione è garantita.
Nel comunicato ufficiale del Patriarcato Latino arriva l’amen definitivo: «Le questioni relative alle celebrazioni della Settimana Santa e della Pasqua al Santo Sepolcro sono state affronta e risolte in coordinamento con le autorità competenti. Le autorità religiose esprimono sincera gratitudine a Isaac Herzog, presidente dello Stato di Israele, per il suo intervento tempestivo e decisivo, così come è stata espressa gratitudine anche ai capi di Stato e ai funzionari che si sono attivati rapidamente, molti dei quali hanno manifestato personalmente la propria vicinanza e sostegno». In particolare Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron. Sul tema si sono spesi anche gli Usa: «Abbiamo espresso a Israele le nostre preoccupazioni in merito alla chiusura di questi luoghi sacri», ha detto ieri la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt.
La mediazione del presidente Herzog, responsabile istituzionale dei rapporti con le confessioni religiose, è stata fondamentale nel riportare il caso dentro un perimetro di rispetto reciproco. E la «non menzione» di Benjamin Netanyahu fra i ringraziati lascia trasparire una punta di polemica dopo l’uscita infelice del premier: «Sfortunatamente Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan». In realtà gli accordi «per il coordinamento delle celebrazioni con le autorità competenti» non potevano che passare dalla polizia gestita dal ministero dell’Interno, quindi dal falco Moshe Arbel. Nelle scorse settimane le ragioni di sicurezza avevano prevalso e il 21 marzo i frati francescani del Santo Sepolcro avevano fatto sapere che «l’accesso alla basilica è impedito ai fedeli anche se la preghiera continua ininterrottamente».
Non era una sorpresa, ma il dialogo ha vinto. Il luogo più sacro della cristianità all’interno delle mura della città santa, poco distante dalla porta di Giaffa, terrà aperto simbolicamente il portale dei crociati per i fedeli di tutto il mondo. Quella che viene considerata dal Vaticano «una decisione affrettata» aveva portato al punto più critico degli ultimi decenni nei rapporti fra Chiesa cattolica e Israele. Tutto sembra risolto e ieri a Tv2000 il cardinal Pizzaballa ha spiegato: «Non volevamo forzare la mano ma usare la situazione per vedere di chiarire meglio cosa fare nei prossimi giorni, nel rispetto della sicurezza di tutti ma anche del diritto alla preghiera». Lo stupore per la decisione chiusurista deriva anche dal fatto che perfino durante la pandemia - mentre in Italia le chiese furono sprangate per mesi con il beneplacito di papa Francesco - in Israele i luoghi sacri rimasero aperti. Nel comunicato del Patriarcato si sottolinea che «la fede religiosa rappresenta un valore umano supremo, condiviso da tutte le religioni: ebrei, cristiani, musulmani, drusi e altri. Soprattutto nei momenti di difficoltà e conflitto, come quello attuale, la tutela della libertà di culto viene indicata come un dovere fondamentale e condiviso». Va ricordato che i cristiani in Israele sono 185.000, in aumento rispetto a una decina di anni fa.
La vicenda non poteva non avere conseguenze politiche. Ieri l’ambasciatore di Israele a Roma, Jonathan Peled, è stato convocato alla Farnesina e il ministro degli Esteri Antonio Tajani gli ha ribadito che «l’Italia chiede di rispettare l’esercizio della libertà religiosa, considerando tutti i credenti che in Gerusalemme vedono la culla della propria fede. Il governo ritiene assolutamente comprensibili e totalmente condivisibili le ragioni e le modalità di protesta che il cardinale Pizzaballa ha ritenuto di adottare; non ritiene che ulteriori commenti da parte di funzionari possano aiutare a far progredire il dialogo».
Il riferimento è proprio a una dichiarazione di Peled, che aveva gettato qualche ombra sulla sollecitudine del Patriarca di Gerusalemme nel sollevare il polverone. «Avremmo potuto agire tutti in modo diverso: magari anche le nostre forze di polizia… Forse il Patriarca è stato un po’ avventato. Il governo italiano si è affrettato a condannare l’accaduto. Credo che tutti abbiamo imparato la lezione». Più diplomatico l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Yaron Sideman: «Sono contento che la questione sia stata risolta con rapidità ed efficienza, in un modo che tutela la libertà di preghiera e protegge al tempo stesso la vita umana». Per tutti è importante stemperare la crisi nella settimana della speranza. Nel segno di papa Leone XIV quando afferma: «Dio non può essere arruolato dalle tenebre».
È un alone d’incertezza quello che continua ad aleggiare sull’iniziativa diplomatica volta a tentare di chiudere la guerra in Iran. Ieri, secondo Reuters, un funzionario pakistano ha affermato di ritenere improbabili dei colloqui diretti tra Washinton e Teheran questa settimana. Sempre ieri, il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei, ha inoltre bollato le proposte della Casa Bianca come «irrealistiche, illogiche ed eccessive». «La nostra posizione è chiara. Siamo sotto aggressione militare. Pertanto, tutti i nostri sforzi e le nostre energie sono concentrati sulla nostra difesa», ha aggiunto, specificando altresì che il parlamento iraniano starebbe valutando di abbandonare il Trattato di non proliferazione nucleare.
Parole, quelle di Baghaei, che non sono passate inosservate, innescando la reazione di Donald Trump. «Gli Stati Uniti d’America sono impegnati in serie discussioni con un nuovo regime, più ragionevole, per porre fine alle nostre operazioni militari in Iran. Sono stati compiuti grandi progressi, ma se per qualsiasi motivo non si raggiungerà presto un accordo, cosa che probabilmente accadrà, e se lo Stretto di Hormuz non sarà immediatamente “aperto agli affari”, concluderemo il nostro piacevole “soggiorno” in Iran facendo saltare in aria e distruggendo completamente tutte le loro centrali elettriche, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg (e forse anche tutti gli impianti di desalinizzazione!), che abbiamo volutamente lasciato intatti», ha tuonato il presidente americano su Truth. «Questo sarà un atto di rappresaglia per i nostri numerosi soldati, e non solo, che l’Iran ha massacrato e ucciso durante i 47 anni di “regno del terrore” del vecchio regime», ha continuato. Sempre ieri, parlando con il New York Post, Trump ha confermato che l’interlocutore di Washington a Teheran è il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf: a tal proposito, ha precisato che, entro una settimana, si capirà se costui sia realmente disposto a collaborare con gli Usa. L’inquilino della Casa Bianca ha poi aggiunto che sarebbe arrivata «a breve» la risposta statunitense al danneggiamento della raffineria israeliana di Haifa, avvenuto a seguito di un attacco missilistico della Repubblica islamica.
D’altronde, che la situazione diplomatica stia attraversando una fase complicata è stato ammesso anche dal segretario di Stato americano, Marco Rubio. «È evidente che ci sono persone che ci parlano in modi diversi da quelli in cui si sono espressi i precedenti responsabili dell’Iran. Ma dobbiamo anche essere preparati al fatto che questo tentativo potrebbe fallire. Abbiamo a che fare con un regime che dura da 47 anni e al cui interno sono ancora coinvolte molte persone che non sono necessariamente grandi sostenitrici della diplomazia e della pace», ha dichiarato. «Se ora al comando ci sono nuove persone con una visione più ragionevole del futuro, questa sarebbe una buona notizia per noi, per loro e per il mondo intero. Ma dobbiamo anche essere preparati alla possibilità, forse persino alla probabilità, che non sia così», ha continuato. Rubio ha inoltre detto che «non esiste la Nato senza gli Stati Uniti», per poi sottolineare che lo Stretto di Hormuz riaprirà «in un modo o nell’altro». Dal canto suo, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, oltre a sostenere che i colloqui starebbero «procedendo bene», ha affermato che Teheran pagherà «un prezzo altissimo» in caso di mancato accordo, per poi annunciare che Trump potrebbe chiedere ai Paesi arabi di contribuire a sostenere i costi della guerra.
Insomma, la situazione resta sospesa. Nonostante le critiche di Baghaei, non è ancora arrivata una risposta ufficiale al piano di pace statunitense da parte dell’Iran. Il regime khomeinista è d’altronde spaccato tra un’ala dialogante e un’altra che, legata soprattutto ai pasdaran, non ne vuole sapere di negoziati con Washington. Al contempo, Trump, mentre lavora per isolare internamente le Guardie della rivoluzione, deve fare attenzione. Il presidente americano sta valutando di schierare truppe di terra sia per conquistare l’isola di Kharg, da cui dipende circa il 90% dell’export di greggio iraniano, sia per sequestrare 450 chili di uranio arricchito attualmente in mano al regime. Oltre a impedire a Teheran di dotarsi dell’arma atomica, Trump punterebbe a occupare Kharg per mettere economicamente sotto pressione i pasdaran e costringerli così a riaprire Hormuz. Non è detto che l’azione non gli riesca, ma dovrebbe comunque esporsi a un rischio notevole. Schierando soldati americani sul terreno, Trump non potrebbe infatti aprioristicamente escludere lo scenario di un pantano con ricadute negative sul consenso interno. Dall’altra parte, la sua natura di scommettitore potrebbe convincerlo a tentare. Il problema è che i pasdaran hanno tutto l’interesse a prolungare il conflitto, per tenere alto il costo dell’energia e danneggiare politicamente Trump in vista delle Midterm di novembre. Non a caso, secondo The Hill, l’Iran, in caso di conquista americana di Kharg, potrebbe intensificare i bombardamenti contro le infrastrutture energetiche del Golfo e bloccare lo Stretto di Bab El Mandeb. Insomma, a meno che la diplomazia non si sblocchi, quella che si delinea all’orizzonte è una guerra di nervi tra chi dei due contendenti cederà per primo.
Il governo italiano ha negato agli Stati Uniti l’utilizzo della base di Sigonella, in Sicilia. La decisione, assunta nella notte di venerdì 27 marzo ma rimasta riservata fino a oggi, è stata confermata da fonti di governo dopo le anticipazioni di stampa.
A intervenire è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, informato dal capo di Stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, di un piano di volo che prevedeva l’atterraggio di alcuni asset aerei statunitensi a Sigonella, con successiva partenza verso il Medio Oriente. Il programma, secondo quanto ricostruito, non era stato sottoposto né a richiesta di autorizzazione né a preventiva consultazione con le autorità italiane. La comunicazione del piano sarebbe arrivata quando gli aerei erano già in volo. A quel punto sono state avviate verifiche da parte dello Stato maggiore dell’Aeronautica, dalle quali è emerso che i voli in questione non rientravano tra quelli di natura logistica previsti dagli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti. Alla luce di questi elementi, Crosetto ha dato mandato di negare l’autorizzazione all’atterraggio. A trasmettere formalmente la decisione al comando statunitense è stato lo stesso Portolano. Tra i fattori considerati anche la presenza, nei piani di volo, del cosiddetto «caveat», che limita l’atterraggio a situazioni di emergenza.
Il ministro della Difesa aveva più volte ribadito in Parlamento che ogni operazione non prevista dai trattati deve essere sottoposta a un passaggio parlamentare. Una linea che, secondo quanto riferito, è stata seguita anche in questa circostanza. Secondo le informazioni disponibili, non si registrano al momento reazioni ufficiali da parte dell’amministrazione americana. Resta tuttavia il potenziale impatto della decisione sui rapporti tra Roma e Washington.
La base di Sigonella è già stata in passato al centro di tensioni tra Italia e Stati Uniti, in particolare durante la crisi del 1985, sotto il governo guidato da Bettino Craxi e con Ronald Reagan alla Casa Bianca.

