2022-03-13
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: come servire i liquori
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 30 marzo con Carlo Cambi
L’ultimo contatto è stato il 18 luglio quando Prevost ha chiamato Netanyahu dopo i bombardamenti della chiesa di Gaza per dire: cessate il fuoco e non fate diventare i luoghi di culto bersagli. Poi un lungo silenzio nonostante Leone XIV abbia ribadito «non tolleriamo l’antisemitismo e lo combattiamo, vogliamo approfondire il dialogo con i fratelli ebrei nonostante i malintesi attuali».
Ma ieri non è stato un malinteso è, come ha detto il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, bensì «un’offesa, non solo per i credenti». Benjamin Netanyahu è andato molto oltre il consentito. La polizia israeliana ha impedito al Patriarca di Gerusalemme il cardinale Pierbattista Pizzaballa - che ha ottimi rapporti col rabbinato italiano - e al Custode di Terra Santa padre Francesco Ielpo di entrare nella chiesa del Santo Sepolcro, nella parte antica di Gerusalemme, per celebrare la Messa della Domenica delle Palme: liturgia essenziale ed esiziale per i cattolici. Sono stati bloccati e costretti a forza dai gendarmi a tornare indietro. Non era mai avvenuto prima. Il patriarcato di Gerusalemme ha reagito: «Questa decisione affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie, rappresenta un’estrema violazione dei principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello status quo». Dal Patriarcato si sottolinea: «Si tratta di un grave precedente, s’ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme».
Il cardinale Pizzaballa ha fatto sapere che le «autorità religiose hanno sempre rispettato le disposizioni di sicurezza» con padre Ielpo «esprimono il loro profondo rammarico ai fedeli cristiani in Terra Santa e in tutto il mondo per il fatto che la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano sia stata così impedita». Sul monte degli Ulivi si è comunque tenuta una celebrazione senza fedeli né giornalisti. Dal Getsemani Pizzaballa ha ribadito: «Oggi i nostri fratelli e sorelle non possono unirsi alle voci della processione, oggi portiamo la croce. Una croce che non è un peso per noi, ma la fonte della vera pace». Il Vaticano ha reagito con forza, con Papa Leone XIV, che pensa a Pizzaballa come successore del cardinale Pietro Parolin alla segreteria di Stato, che ha lanciato, durante l’Angelus di ieri, un segnale chiaro: «Siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani in Medioriente che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi».
Il rifiuto d’Israele si è invece trasformato in un caso diplomatico tra Roma e Tel Aviv. Giorgia Meloni ha telefonato a Pizzaballa esprimendolo a lui e padre Ielpo la solidarietà del Governo italiano e ha sottolineato: «Il Santo Sepolcro di Gerusalemme è luogo sacro della cristianità, e in quanto tale da preservare e tutelare per la celebrazione dei riti sacri». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato per oggi l’ambasciatore israeliano e ha dato mandato al nostro ambasciatore in Israele di esprimere «il nostro sdegno e confermare la posizione italiana a tutela, sempre ed in ogni circostanza, della libertà di religione; piena solidarietà al cardinale Pizzaballa e padre Ielpo, è inaccettabile aver loro impedito di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro».
Dello stesso tenore le dichiarazioni di Guido Crosetto, Matteo Salvini, Stefania Craxi e del presidente della Camera Lorenzo Fontana. La segretaria del Pd Elly Schlein accusa: «La violenza cieca e la protervia senza limiti del Governo israeliano ha raggiunto anche uno dei luoghi più sacri della Cristianità, offendendo la dignità dei credenti e umiliando l’intera comunità cristiana. Il Governo italiano esprima forte la sua condanna e prenda una volta per tutte le distanze dal criminale Governo Netanyahu». Anche il presidente francese Emmanuel Macron su X si è espresso: «Condanno la decisione della polizia israeliana che si aggiunge alla preoccupante moltiplicazione delle violazioni dello statuto dei luoghi santi di Gerusalemme; la libertà di culto deve essere garantita per tutte le confessioni».
Mentre a Gaza padre Gabriele Romanelli con decine di fedeli riuniti per «le palme» nella chiesa della Sacra Famiglia esortava a pregare «per la comunità cristiana di Gerusalemme, che quest’anno non può celebrare questa solennità come al solito» da Tel Aviv hanno tentato una qualche spiegazione. L’ambasciatore in Italia Jonathan Peled illustra: «I Luoghi Sacri di Gerusalemme, incluso il Muro del Pianto, sono attualmente chiusi ai fedeli di tutte le religioni: ebraica, cristiana e musulmana. Ciò si è reso necessario a seguito dei missili lanciati verso Israele dal regime iraniano, ma Israele sta lavorando per individuare una soluzione alternativa, ribadendo che la protezione della vita umana deve prevalere su ogni altra considerazione».
Secondo la polizia di Gerusalemme il cardinal Pizzaballa era stato ampiamente avvertito: la sua richiesta esaminata sabato scorso non poteva essere approvata esclusivamente per motivi di sicurezza, con l’obiettivo primario di salvaguardare la vita umana dato che i luoghi santi sono sprovvisti di rifugi. Secondo la polizia il porporato cattolico avrebbe forzato il blocco da qui l’allontanamento perché «la libertà di culto continuerà ad essere tutelata, fatte salve le necessarie restrizioni».
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Inevitabile quindi, fisiologico probabilmente, ma andare al voto anticipato a questo punto è un’opzione diventata improvvisamente percorribile per questo esecutivo. Erano in molti a dire che in caso di vittoria del Sì, si sarebbero potute anticipare le elezioni, in pochissimi ragionavano su questa possibilità in caso di vittoria del No. Ma qui siamo perché l’esito del referendum ha segnato uno spartiacque, c’è un prima e c’è un dopo, Meloni lo sa e resta da capire se guidare o subire quello che verrà.
Nel frattempo, come spiegato dal direttore Maurizio Belpietro, tra le dimissioni e il voto c’è di mezzo il Colle. Non è nei poteri dell’esecutivo indire elezioni, è una facoltà che spetta al presidente della Repubblica che potrebbe ricorrere a consultazioni per formare un governo tecnico. Formalmente però non ci sono i numeri per tenerlo in piedi, ma guardando all’orizzonte vitalizio (si raggiunge ad aprile 2027) tutto può succedere.
Sono in tanti a sperare che si vada presto al voto. «Può aiutare l’economia» dice Francesco Giavazzi economista e già braccio destro di Mario Draghi. Una frase che ricorda un po’ quel «fate presto», il titolo che nel 2011 il Sole 24 Ore ripropose quando lo spread era alle stelle e tutti chiedevano le dimissioni di Silvio Berlusconi. Quello che è successo dal 2011 in poi è storia ben nota: governo Monti, austerity e tutto ciò che ne è seguito.
Oggi di nuovo le leve sono quella economica e quella del tempo. «Prendere tempo», spiega Giavazzi, «significa effettivamente perdere tempo, e l’Italia oggi non può permettersi di perdere tempo». E prosegue: «L’Italia ha un problema serio di crescita asfittica, di salari compressi, di risposte sull’energia che non riescono a essere all’altezza della situazione» e il governo, «ha al suo interno ministri ben più dannosi dei soggetti che si sono dimessi in queste ore». L’economista fa riferimento, al ministro dello Sviluppo Adolfo Urso sfiduciato a parole anche «dal presidente di Confindustria».
E Confindustria da alleata di governo, in queste ore sembra si sia unita allo stormo di avvoltoi con la scusa del dl Fisco approvato venerdì in cdm e che ha rivisto gli impegni presi alla luce di «uno choc esterno paragonabile a quello della crisi in Ucraina», ha chiarito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che costringe ora l’esecutivo «a fare delle riflessioni su cosa fare, chi aiutare, chi incentivare». A Confindustria questo non è piaciuto: «Il fatto di non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del Governo mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni e delle misure di incentivo e scoraggia chi vorrebbe continuare a fare impresa in Italia». Insomma è il momento del «piove, governo ladro». In questi momenti di acque agitate il più bravo a navigare resta l’ex premier Matteo Renzi: «È solo l'antipasto di ciò che accadrà nei prossimi mesi. Il governo Dracula ha portato ai massimi la pressione fiscale e finalmente le imprese iniziano a farlo notare». Opposizioni, parti sociali ma anche i giornali. Sono in molti a chiedere il voto anticipato, alcuni per interesse, altri per opportunità. Tra i leader di opposizione sicuramente ne gioverebbe la segretaria dem Elly Schlein. Con poco tempo per andare al voto potrebbero non esserci le primarie e questo le consentirebbe di evitare il confronto diretto con il temutissimo Giuseppe Conte, assicurandosi così la guida del campo largo. Nel centrodestra c’è chi suggerisce che avere Elly come leader di opposizione significherebbe assicurarsi una nuova vittoria e chi dice invece che andare avanti fino a fine mandato potrebbe tradursi in una lunga agonia.
Quello che è certo è che votare è un rischio, ma si considera poco un aspetto: Giorgia Meloni non ha paura di perdere e chi la conosce da tempo lo sa. Meloni viene da un mondo che ha perso tanto e questo non le ha mai impedito di prendere la decisione giusta e di andare avanti. A Meloni adesso interessa sapere se ha o meno il mandato degli italiani per continuare a governare. I sondaggi dicono di sì. Nonostante quello che racconta il campo largo, il centrodestra non solo tiene, ma resta saldamente al primo posto nelle intenzioni di voto (45,2% contro 44,3% anche senza Vannacci, secondo la Ghisleri).
Resta quindi l’ipotesi rimpasto, sconfessata però da due big del governo.
Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute, «non lo vede all’orizzonte», e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida spiega: «Se dovesse servire il mio posto è sempre a disposizione ma non mi pare che ci sia questo tipo di richiesta».
Intanto il ministero del Turismo rimane guidato ad interim da Meloni, ma in ballo c’è Luca Zaia, l’ex presidente veneto che in molti vorrebbero al governo e di lui si parla anche per la guida del Mimit al posto di Urso. Due posti in quota Fratelli d’Italia però e affidarne uno a Zaia e quindi alla Lega comporterebbe anche altri ragionamenti. Insomma si prende tempo, niente fretta per evitare scelte sbagliate, con buona pace degli economisti del «fate presto».

