Domanda da un milione di euro: il vino fa bene o male al cuore? Abbiamo sottoposto il quesito - papale papale - all’Intelligenza artificiale, IA per gli amici. Ecco la risposta: «Questa è davvero la domanda da un milione di euro, il dilemma che fa litigare cardiologi, ricercatori e appassionati di vino da decenni».
Solo da decenni? Ma se è dall’inizio della mitica storia della vigna e del vino che sono nati i pro e i contro il «sangue dell’uva», come il vino è definito nella Bibbia (Genesi, 49, 11-12).
All’indomani della prima vendemmia di Noè dopo il diluvio (Genesi, 9), il Gran patriarca diventato agricoltore e viticoltore, dopo aver spremuto il succo dei primi grappoli, bevve e ribevve quel vino novello fino a ubriacarsi, a spogliarsi completamente nudo nella sua tenda, a essere rispettosamente ricoperto con un mantello dai figli Sem e Jafet che camminarono all’indietro pur di non vedere la nudità del padre e mancargli di rispetto. Noè, passata la sbornia, maledì Cam, il terzo figlio, il quale, avendolo visto nudo era andato a strombazzare la notizia ai fratelli. «Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli!», lo bollò Noè. Una maledizione che costò cara ai poveri discendenti africani di Cam: fu presa a pretesto dai negrieri per giustificare per secoli la tratta degli schiavi.
Sia il Vecchio Testamento sia il Nuovo, a differenza di molte teorie scientifiche moderne, non condannano il vino, ma l’uso sconveniente che ne fa l’uomo. «Il vino è beffardo, la bevanda alcolica è turbolenta; chiunque se ne lascia sopraffare non è saggio». Tra la Bibbia e il Vinitaly di Verona, edizione 58 (2026), ci sta tutta la storia dell’umanità aggrappata ai tralci di quell’alberello stortignaccolo e tozzo di vitis vinifera, vite che oggi si mostra ordinata in moderne spalliere come i soldati alla parata del 2 giugno, lungo le coste, nelle pianure, sui declivi delle colline, sui fianchi delle vallate e ancora più su fino all’alta montagna dove la vite tocca il cielo dopo aver toccato il mare. Vitigni eroici, li chiamano. Lungo questa linea storica millenaria c’è di tutto e di più: la Genesi, il salmo 104, il profeta Isaia, le nozze di Cana, l’Ultima cena. Ci sono il vino farmaco degli antichi Egizi, il vino filosofo dei Greci, Ippocrate, Galeno, i monaci benedettini, Santa Ildegarda, il Rinascimento, Galileo Galilei, i proverbi, la saggezza popolare, la poesia, Khayyam, Pablo Neruda, Giuseppe Verdi con il «Libiamo ne’ lieti calici», il paradosso francese, il resveratrolo, la dieta mediterranea, l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Europa che tratta il vino alla stregua delle sigarette («Nuoce gravemente alla salute»), il ricercatore Silvio Garattini e l’immunologa padovana Antonella Viola («Vade retro vino»), il nutrizionista Giorgio Calabrese e il docente universitario di chimica biologica Fulvio Ursini che predicano in tutto il mondo, su basi altrettanto scientifiche, contro l’inutile e, a loro giudizio, dannoso neoproibizionismo.
«Benedici il Signore, anima mia», inneggia il salmo 104 che canta la grandezza di Dio e gli splendori della sua Creazione. Al verso 15 leggiamo: «Il vino che allieta il cuore dell’uomo; l’olio che fa brillare il suo volto e il pane che sostiene il suo vigore». Non è forse, con millenni d’anticipo, la triade dei cibi sui quali poggia la dieta mediterranea? Il profeta Isaia (25, 6) predice il banchetto che il Signore preparerà per tutti i popoli: «Un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti». E conclude il versetto rimarcando: «Di cibi succulenti, di vini raffinati».
Riprenderemo la galoppata storica ma, visto che parliamo di grasse vivande e vini eccellenti, saltiamo qualche millennio per planare nel 1992, anno in cui la rivista scientifica The Lancet pubblicò uno studio di due ricercatori francesi, Serge Renaud e Michel de Longeril. Epidemiologo il primo, cardiologo il secondo, avevano constatato come i francesi, nonostante le pappate di burro, di formaggi grassissimi tipo Reblochon, Camembert, Brie, il consumo di foie gras, di lardo e compagnia butirrosa, fossero meno colpiti dall’infarto e dalle malattie cardiovascolari di altri popoli che, come loro, amavano cibi pieni di grassi saturi. Ohibò, si chiesero i due scienziati, come può accadere questo? Qual è l’armatura, la difesa che i francesi hanno e altri popoli no? Credettero di individuarla nel vino rosso. I francesi amanti di Borgogna, Bordeaux, Beaujolais e altri tannici prodotti di «sangue dell’uva», conclusero Renaud e Longeril, trovavano protezione nel resveratrolo, un polifenolo con qualità antiossidanti, antinfiammatorie, protettore cardiovascolare che, potenziando le sirtuine - sono gli enzimi della longevità - riduce l’invecchiamento delle cellule. Tanta roba, per usare un brutto modo di dire oggidì in voga.
Il paradoxe français scatenò la corsa all’acquisto dei vini rossi anche in Italia dove non sono mai mancati i grandi vini granati, di grande corpo, taluni ancora più ricchi di resveratrolo di quelli d’Oltralpe. Per esempio, il veronese Amarone che, nascendo dalle uve appassite della Valpolicella - Corvina, Corvinone, Rondinella - succhia dalle bucce quantità industriali di resveratrolo. Altri vini italiani primatisti di sostanze antiossidanti sono il Sagrantino, la Croatina, l’Aglianico, il Primitivo, il Perricone siciliano. Naturalmente, paradosso o no, valgono sempre le solite raccomandazioni: consumo consapevole, preferire il vino rosso al bianco, fratello pallido e smunto di polifenoli, berlo durante i pasti, non assumerlo come medicina. Il vino è cultura? Allora godetevelo così, cari buongustai, magari abbinandolo a buoni piatti.
Il paradosso durò poco, suppergiù una dozzina d’anni. Intorno al 2000 avanzò l’ipotesi che le statistiche dei due francesi fossero sbagliate. Non truccate, ma male impostate e male interpretate: non era solo il vino, ma i cibi freschi, mediterranei, lo stile di vita ad aiutare il cuore, le arterie e gli altri vasi sanguigni dei cugini gallici. Prove in laboratorio con i topi dimostrarono che il resveratrolo, in un bicchiere di rosso, non era sufficiente a scongiurare le malattie cardiache: per avere antiossidanti in misura ideale dal vino, uno dovrebbe bere una damigiana di Amarone o di Nero d’Avola o di Barolo al giorno. E qui casca l’asino: i danni sarebbero infinitamente più gravi dei vantaggi. Cosa accadde dopo il 2000? Tutti a dare addosso al vino. L’Oms, Organizzazione mondiale della sanità, ricorda che l’alcol etilico è cancerogeno, che l’abuso dell’alcol può provocare ipertensione, aritmie cardiache. Scienziati e ricercatori, vedi i citati Garattini e Viola, che raccomandano: «Nemmeno una goccia».
Finisce così? Aboliamo il vino per tutta la vita per vivere, come sottolineava argutamente lo scrittore Cesare Marchi, «un’esistenza da ammalati per morire sani»? Cancelliamo dai libri della saggezza popolare proverbi come «Carne fa carne, vino fa sangue»? E ancora: «L’acqua divide gli uomini, il vino li unisce»? E pure l’assennato: «Pane finché dura, ma il vino a misura». E magari aboliamo anche il saggio motto veneto rivolto agli uomini che invecchiano: «Quando la barba la tira al grisin, lassa la dona e butate al vin». Cancelliamo dal Vangelo il miracolo delle nozze di Cana dove Gesù trasformò 600 litri di acqua in ottimo vino? O, Dio ci scampi, l’offerta che Cristo fa agli Apostoli nell’Ultima cena (Matteo 26, 27-28) porgendo loro il calice del vino: «Bevetene tutti perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti in remissione dei peccati»?
No, nessuna rinuncia, nessun brano evangelico ritoccato a cancellato. Sulla vigna, la vite e il vino la ricerca e il dibattito sono ancora aperti. Perfino la Società europea di cardiologia riconosce che un moderato consumo di vino, in una dieta giusta (come la mediterranea) e con un sano stile di vita e di attività fisica, vanno bene. Cardiologi, epidemiologi illustri consigliano: «Due bicchieri di vino rosso al giorno per gli uomini e uno per le donne sono associati a un minor rischio di malattie e mortalità cardiovascolari». La storia tra il vino e il cuore continua.



