2022-01-09
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: netiquette dei messaggi
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Quanto vale la vita di un tabaccaio o anche di un semplice commerciante? A quanto pare meno di quella di un rapinatore. Lo so che verrò accusato di semplificare, ma non mi riesce di fare altro se non di andare al sodo.
Di fronte alla sentenza con cui il tribunale di Venezia ha condannato un rapinatore albanese che ha assassinato l’uomo che lo sorprese a rubare in casa propria, infatti, non ho voglia di girare intorno alle cose. Leonard Shehu, lo straniero che massacrò a colpi di chiave inglese il tabaccaio, dovrà scontare 15 anni di carcere e risarcire i fratelli della vittima con 45.000 euro a testa di provvisionale immediatamente esecutiva. Nessun riconoscimento invece, per i cinque nipoti dell’uomo assassinato i quali, se vorranno, dovranno rivolgersi al giudice civile.
Perché dico dunque che la vita di un tabaccaio vale meno di quella di un ladro, anzi di un rapinatore? Perché leggendo la notizia della sentenza di condanna mi sono venuti in mente altri casi, dove le condanne sono state più pesanti, almeno dal punto di vista del risarcimento, ma a dover mettere mano al portafogli erano le vittime.
Prendete la vicenda di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che nel 2021 sparò ai rapinatori che erano entrati nel suo negozio, minacciando la moglie e la figlia. Il commerciante, dopo che i banditi avevano arraffato i preziosi e si preparavano a fuggire, sparò ai malviventi uccidendone due e ferendone un terzo. Nonostante i suoi legali avessero invocato la legittima difesa, Roggero è stato condannato in primo grado a 17 anni e nel secondo a 14 e nove mesi. In pratica, la reazione a una rapina con inseguimento dei rapinatori è stata messa sullo stesso piano di un assassinio compiuto da un ladro che si era introdotto in casa del povero tabaccaio. Per lo Stato, reagire a una rapina o compierla sono evidentemente la stessa cosa se ci sono di mezzo una o più vittime. Tuttavia, ciò che invece fa pendere la bilancia della giustizia dalla parte dei criminali è il risarcimento. Il gioielliere, infatti, è stato condannato a pagare 780.000 euro ai parenti delle vittime, cioè dei malviventi, mentre nel caso dell’assassino del commerciante il «rimborso» si limita a 45.000 euro a testa per i due fratelli della vittima e niente per i cinque nipoti del sessantaquattrenne. Ora, basta prendere il dispositivo dei giudici piemontesi e metterlo a confronto con quello dei magistrati veneti per rendersi conto della differenza di valutazione a favore dei famigliari dei banditi. A Venezia, da un lato si è negata la provvisionale per i parenti di secondo grado molto legati al tabaccaio, tra i quali anche il nipote che ha ritrovato il cadavere. A Torino invece, sono stati risarciti in via preliminare pure la convivente di un rapinatore e persino il convivente della madre di un bandito ucciso. Il malvivente rimasto ferito nella sparatoria poi ha reclamato il danno biologico, perché, sebbene sia stato lui a indicare ai complici la gioielleria da svaligiare, a causa dei colpi ricevuti dice di aver subito un danno permanente del 35 per cento.
Ma non c’è solo il caso di Venezia a spiegarci che le vite dei rapinati valgono meno di quelle dei rapinatori. Anni fa i famigliari di Pietro Raccagni, un macellaio bresciano ucciso a bottigliate dai banditi, ricevettero 7.000 euro, mentre i parenti del gioielliere milanese Giovanni Veronesi, massacrato con 42 colpi di cacciavite, si videro risarciti dallo Stato (l’assassino era nullatenente) con 50.000 euro, da dividersi fra il figlio e la sorella del commerciante. Infine, agli eredi di un siriano rimasto ucciso durante la sparatoria con un carabiniere, per il quale La Verità ha raccolto fondi con una sottoscrizione, sono andati 125.000 euro, soldi stanziati anche per rimborsare i parenti residenti all’estero che da anni non vedevano più il congiunto. E a proposito di bilancia della giustizia che pende dalla parte sbagliata, sapete a quanti anni è stato condannato lo zio di Saman per aver assassinato la nipote? All’immigrato pakistano è stata inflitta una pena di 14 anni di carcere, nove mesi meno di Roggero. Il quale ha agito d’impulso, sotto effetto dello choc di aver visto puntare un’arma contro moglie e figlia. Danish Hasnain invece, non aveva una pistola alla fronte quando strangolò la nipote, ma questo non gli ha impedito di ammazzarla per la sola ragione che voleva amare chi le pareva. E questo è il Paese dove la legge è uguale per tutti.
L’opposizione da sempre ha scelto la via dell’ostruzionismo in commissione Covid, e adesso che diventa davvero problematico, per l’ex premier Giuseppe Conte, non rispondere a precise domande sulla gestione della pandemia quando commissario per l’emergenza era Domenico Arcuri, si alzano barricate anche in Aula.
Ieri, alla Camera, in apertura dei lavori sul decreto lavoro, esponenti del M5s e del Pd ne hanno contestato il funzionamento.
Per primo ha chiesto la parola il deputato pentastellato Alfonso Colucci, denunciando «gravissime criticità nella gestione della commissione Covid» e in particolare sugli «interrogatori in commissariato di persone informate dei fatti da parte di soggetti esterni alla commissione, consulenti nominati da Fratelli d’Italia, in spregio dell’attività della commissione». Colucci ha rinnovato la richiesta di rimuovere il presidente Marco Lisei in quanto si sarebbe «di fonte a gravissime violazioni di natura costituzionale e regolamentare». Richiesta avanzata nel pomeriggio anche dal capogruppo M5s al Senato Luca Pirondini, per il quale «la misura è colma».
Basterebbe che il suo partito convincesse Conte a parlare, invece di serrare i ranghi. «C’è un muro di silenzio su quanto emerso in commissione Covid. Due avvocati, già colleghi di studio di Giuseppe Conte, chiedevano il pagamento di ricche consulenze per facilitare ordinativi di materiale. Chi ha pagato ha fatto affari milionari, chi si è rifiutato è stato tartassato di controlli. Fratelli d’Italia chiede verità e giustizia», ha dichiarato Lucio Malan senatore di Fdi, sottolineando quanto sia grave che durante la pandemia ci fosse chi «faceva affari con delle consulenze milionarie», come i 454.000 euro versati dalla Adaltis Srl agli avvocati Luca Di Donna e Valerio De Luca, secondo quanto emerso due giorni fa dalla testimonianza del manager Marco Spadaccioli.
La vicecapogruppo di Fdi alla Camera, Augusta Montaruli, rincara la dose: «Conte metta giù la maschera». E, dopo quanto sta emergendo, ribadisce la necessità che l’ex premier «si faccia audire». L’avvocato di Volturara Appula, invece, sceglie di attaccare il governo che «colleziona un fallimento dopo l’altro» e stampa, tv, social dove «si moltiplicano le calunnie».
Non lo fa in commissione ma su Facebook, dove fornisce le sue spiegazioni. «Non so nulla delle attività professionali svolte dall’avvocato Di Donna, né delle attività legali svolte da altri avvocati. Ripeto ancora una volta che non ho mai incontrato né scambiato informazioni con questi avvocati durante la mia presidenza del Consiglio. Chiarisco, inoltre, che con tutte le strutture pubbliche che hanno lavorato per salvare il Paese durante la pandemia, che si tratti della Protezione civile diretta da Borrelli o della struttura commissariale coordinata da Arcuri o altre ancora, non ho mai parlato di avvocati o imprenditori che potevano essere coinvolti nella fornitura di materiali o servizi».
L’ex premier affida ai socia, i chiarimenti che a gran voce chiede la maggioranza. Poi annuncia: «Da oggi chi persevera nella calunnia sarà querelato e, tengo a chiarirlo per massima trasparenza, verrà querelato non solo per l’oggi ma anche per tutte le falsità diffuse negli ultimi anni».
Per Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione Fdi, c’è da preoccuparsi per il silenzio mediatico su quanto emerso in commissione d’inchiesta. «Vorrei chiedere un parere sui 454.000 euro che dallo studio di Conte venivano chiesti per avere appalti sulle mascherine», ha fatto notare, parlando di «scarsa attenzione». Occorre far chiarezza, dichiara Antonella Zedda, vicepresidente di Fratelli d’Italia al Senato e componente della commissione parlamentare d’indagine sul Covid, perché «sono soldi degli italiani che finivano nelle tasche degli ex colleghi di Giuseppe Conte sotto forma di consulenze per l’acquisto di mascherine e tamponi».
I partiti d’opposizione dovrebbero collaborare all’operazione trasparenza, invece di lamentarsi che «è molto grave apprendere che dei semplici cittadini siano stati interrogati su delega in un commissariato di polizia da delegati consulenti del presidente», come ha fatto ieri in Aula il deputato del Pd, Paolo Ciani. Mentre si tratterebbe di «magistrati e alti esponenti delle forze dell’ordine», ha puntualizzato Malan, ricordando che si tratta di procedure «da sempre seguite dalle commissioni d’inchiesta» e che erano state «decise dall’ufficio di presidenza alla presenza dei rappresentanti anche dell’opposizione».
Il presidente della Commissione Marco Lisei , ieri a Radio Radicale, ha precisato che i commissariati nei quali si sono svolte le audizioni tanto contestate dalla sinistra «sono luoghi dello Stato, come una Procura, una commissione d’inchiesta, a garanzia di chi viene sentito». È inopportuno, anzi strumentale, fingere di scandalizzarsi perché «è assolutamente normale ed è già avvenuto in passato» che si svolgano atti d’indagine importanti in differenti luoghi dello Stato», ha aggiunto il senatore. Se torneranno le opposizioni in commissione? «Ne sarei felice», ha risposto il presidente, «ma non possono ostacolare i lavori di ricerca della verità».
«If we import the third world, we become the third world». Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo. La frase originale è di Donald Trump Jr. e risale al dicembre 2025.
È stata pronunciata durante un discorso pubblico a sostegno delle politiche del padre sull’immigrazione negli Stati Uniti e poi ripresa, anche in Italia, dai sostenitori della remigrazione. Ma al di là delle declinazioni politiche, oggi, sembra l’unica adatta a descrivere pienamente la violenza gratuita e diffusa che negli ultimi giorni ha messo a dura prova diverse località turistiche del nostro Paese.
Pestaggi, risse, aggressioni: tutte messe in atto da gruppi di giovani, quasi sempre immigrati, tutte caratterizzate da una foga senza scopo né inibizioni che certamente, non trova origini nella nostra cultura.
A Jesolo, per esempio, la stagione turistica ha preso il via all’insegna delle botte senza senso tra bande di maranza, a Viareggio padre e figlio sono stati pestati senza la minima ragione da cinque immigrati ubriachi e quando le forze dell’ordine hanno provato ad arrestarli è scoppiata una rissa che ha richiesto l’intervento di altri agenti. Infine qualche giorno fa anche nella tranquilla Sardegna, solitamente poco colpita dal fenomeno, si è ritrovata per strada decine di giovani immigrati che si affrontavano a suon di pugni, calci e catenate.
Ma partiamo dalla località più rinomata del Veneto, meta ogni anno di decine di migliaia di giovanissimi: negli ultimi due week end le strade di Jesolo sono diventate teatro di due maxi risse tra giovanissimi. La prima è scoppiata sabato 30 maggio e ha coinvolto una trentina di ragazzi tra i 15 e i 16 anni, la seconda, nel week end scorso, capeggiata da un venticinquenne tunisino che ha tirato pugni in faccia a un connazionale dando il via ad uno scontro di gruppo che nonostante l’intervento delle forze dell’ordine, è durato, alla spicciolata, fino al giorno successivo, quando è stato sedato da un intervento congiunto di polizia locale e carabinieri. La stessa notte, poi, due minorenni sono stati aggrediti mentre passavano davanti a un bar. Senza preavviso un gruppo di giovani seduti ad un tavolo - tra cui due poi fermati originari dell’Est Europa- si sono alzati e li hanno circondati e derubati con violenza.
Ma è forse quanto accaduto a Viareggio, due sere fa, a dare bene l’idea di quanto la misura sia stata ormai superata. Domenica sera, nella zona del molo, un adolescente e suo padre intenti a pescare sono stati aggrediti da un gruppo di uomini, tutti nordafricani, pesantemente ubriachi. Gli energumeni si sono avvicinati con le bottiglie in mano, schernendo i due e toccando l’attrezzatura da pesca. Alla reazione infastidita del padre non ci hanno pensato un attimo: hanno rotto le bottiglie e con i cocci hanno minacciato l’uomo e il ragazzo terribilmente spaventati. Il padre è stato spinto in acqua e il giovane raggiunto da un pugno, mentre qualcuno del branco rubava i cellulari e materiale sportivo, per darsela poi a gambe.
Due tra gli aggressori sono stati rintracciati poco dopo in stazione, ma mentre i militari cercavano di arrestarli, a pochi metri di distanza e probabilmente non a caso, è scoppiata una rissa violentissima tra immigrati anche questi ubriachi e frequentatori abituali della stazione. Gli scontri sono stati talmente violenti che i carabinieri hanno dovuto chiedere rinforzi ai colleghi della Polizia di Stato e solo l’intervento congiunto ha permesso di sedare la rissa.
Due giorni fa anche Sassari è diventata teatro di pestaggi: in questo caso a darsele di santa ragione sotto gli occhi sconcertati dei passanti e dei turisti sono stati due gruppi di rider, probabilmente rivali per la gestione delle zone di consegna. In pochi istanti dalla urla si è passati alle mani e poi alle cinghiate e infine al corpo a corpo, con tanto di catene e lucchetti utilizzati come armi.
Il fragile cessate il fuoco tra Israele ed Hezbollah sembra ormai compromesso. Nelle ultime ore il movimento sciita libanese sostenuto dall’Iran ha rivendicato 16 attacchi contro le Forze israeliane nel Libano meridionale.
Hezbollah sostiene di aver colpito con droni un veicolo per le comunicazioni nei pressi del castello di Beaufort e una postazione di artiglieria israeliana nell’area di Odaisseh.
La risposta di Israele è arrivata nel giro di poche ore. Il portavoce in lingua araba dell’Idf, Avichay Adraee, ha invitato tutta la popolazione ad abbandonare immediatamente Tiro, comprese le aree cristiane della città e i campi profughi circostanti. «Alla luce della violazione dell’accordo di cessate il fuoco da parte del partito terroristico Hezbollah e degli attacchi contro il fronte interno israeliano, le Forze di difesa sono costrette ad agire con forza», ha dichiarato Adraee. Israele ha precisato di non voler colpire la popolazione civile, sostenendo tuttavia che combattenti e infrastrutture di Hezbollah sono presenti anche nelle zone interessate dagli ordini di evacuazione. Poco dopo l’avvertimento, l’aviazione israeliana ha effettuato diversi raid nel Libano meridionale, compresa la città di Tiro. Secondo la Protezione civile locale, almeno nove persone sono rimaste uccise in un attacco contro una zona residenziale particolarmente popolata.
Il bilancio complessivo delle ultime 24 ore è però ben più grave. Il ministero della Sanità libanese riferisce che almeno 29 persone sono morte e altre 133 sono rimaste ferite nei bombardamenti israeliani condotti in diverse aree del Paese. Dall’inizio della nuova fase del conflitto, ripresa il 2 marzo scorso, le vittime sarebbero salite a 3.666, mentre i feriti hanno raggiunto quota 11.321. L’inclusione del quartiere cristiano di Tiro negli ordini di evacuazione rappresenta uno degli elementi più significativi di questa nuova escalation. Fino a oggi, quella zona era stata sostanzialmente esclusa dalle principali operazioni militari, ma l’esercito israeliano sostiene che Hezbollah abbia esteso la propria presenza anche in quelle aree. Nel frattempo Hezbollah ha ringraziato apertamente l’Iran per aver colpito Israele in risposta ai recenti attacchi dell’Idf contro Beirut. Il gruppo sciita ha invitato il governo libanese a rafforzare i rapporti con Teheran, affermando che «è l’Iran a sostenere il Libano, non il contrario» e chiedendo una normalizzazione delle relazioni ufficiali tra i due Paesi. Una posizione che si scontra con quella espressa dal presidente libanese Joseph Aoun: «Non abbiamo altra scelta che negoziare». Aoun ha spiegato di voler sfruttare l’interesse di Donald Trump per favorire una soluzione diplomatica e ha parlato della possibilità di un accordo di sicurezza o di non aggressione, escludendo però un vero trattato di pace.
La crisi mediorientale ha intanto provocato nuove tensioni anche tra Roma e Gerusalemme. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha duramente criticato il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, dopo le sue dichiarazioni contro l’Italia («Paese delle ciabatte»), arrivate in seguito all’iscrizione di quest’ultimo nel registro degli indagati della Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sulla Global Sumud Flotilla. «Le sue parole sono inaccettabili e non degne di un ministro», ha dichiarato Tajani, ricordando di aver chiesto all’Unione europea di valutare sanzioni nei confronti di Ben-Gvir. Pronta la risposta da Gerusalemme: «Israele respinge con fermezza le vergognose misure adottate da governi stranieri contro cittadini israeliani, entità israeliane e un ministro del governo», si legge sull’account X del ministero degli Esteri israeliano anche in riferimento alle misure adottate da diversi Paesi occidentali nei confronti di coloni e al divieto di ingresso imposto dalla Francia al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.

