2024-05-12
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: come si mangia il sushi
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Referendum, the day after.
L’ex magistrato Gherardo Colombo al Tg3: «Sono molto contento che i cittadini si siano accorti di quanto è importante tutelare l’indipendenza della magistratura, che consente di evitare che il potere invada i diritti dei fragili».
Primo sussulto.
Poi largo allo squillo di trombe (con eloquio un po' involuto, ma anche vagamente minaccioso): «Se verificare se personaggi politici, o strutture politiche, rispettano o meno le regole è considerata invasione (di campo), allora sì: la magistratura continuerà a invadere».
Secondo sussulto.
La stessa reazione avuta davanti alle parole di Pierluigi Bersani in un comizio prima del voto: «Noi dobbiamo al libero pensiero e alle idee di tanti magistrati un avanzamento dei valori costituzionali di questo Paese».
Capito? Non la loro difesa, ma addirittura il loro «avanzamento» è dovuto al «libero pensiero e alle idee di tanti magistrati».
Non basta: «Noi vogliamo che i magistrati abbiano idee e che la loro politicità sia quella costituzionale».
In che senso?
«Nel senso che si applica la Costituzione là dove è prescrittiva, nel senso che dove c’è il dubbio si manda gli atti alla Corte Costituzionale, nel senso che -nel dubbio- il magistrato si fa ispirare dalla Costituzione».
E qui la vertigine ti assale, perché l’immagine di un magistrato «ispirato» rimanda a una concezione quasi artistica, creativa, della sua azione (nota a margine, quanto alle parti prescrittive: attendo sempre che qualcuno domandi a Maurizio Landini, segretario Cgil - uno dei più lesti a comparire in tv per mettere il cappello sulla vittoria dei No, presentandosi come defensor fidei, un pasdaran a guardia del rispetto del dettato costituzionale - come mai i sindacati abbiano sempre fatto muro contro l’art. 39 della Carta, che prevede la regolamentazione della personalità giuridica dei sindacati medesimi).
Conclusione dell’arringa bersaniana: «Così hanno fatto i magistrati tante volte, sostituendo Parlamento e governo».
E qui uno alza bandiera bianca, davanti a un sagace politico che fa coming out, denunciando quasi con voluttà la propria marginalità istituzionale.
E legittimando la funzione «supplente» di pm e giudici.
Sembra quasi compiacersi, Bersani: per fortuna che a colmare ritardi e «vuoti» legislativi provvedono le toghe!
Con il riconoscimento di quel ruolo proattivo, interpretato a metà degli anni Settanta dai «pretori d’assalto».
Tali autorevoli testimonianze mi rafforzano nella convinzione che molti sostenitori del No non hanno tanto a cuore la democrazia liberale, con i tre poteri sullo stesso piano, con funzioni e missioni diverse: il governo amministra, il Parlamento legifera, la magistratura applica le leggi.
No: hanno in mente la Democrazia giudiziaria, titolo di un bel libro di Carlo Guarnieri e Patrizia Pederzoli (Il Mulino, 1997: non proprio un editore sovversivo di destra).
Non la Repubblica di Platone né quella di Eugenio Scalfari, dunque, bensì quella dei giudici.
Pronti al colpo di Stato, se necessario.
Provocazione che mi consento grazie a un volume della collana «Giustizia giusta», Il golpe dei giudici, pubblicato nell’ottobre 1994 a firma di Mauro Mellini.
Avvocato, già parlamentare radicale, che lo scrisse appena lasciato il Csm di cui era consigliere.
Per rappresentare l’andazzo in quel Csm che sarebbe da riformare perché ostaggio delle mefitiche logiche correntizie (contro cui si scagliò nel 2019 Nino Di Matteo in un’intervista al Corriere della Sera: «L’appartenenza a una cordata è l’unico mezzo per fare carriera e avere tutela quando si è attaccati e isolati, e questo è un criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso»), Mellini dettagliò la storia di un magistrato il cui riassunto lascio alla penna di Stefano Livadiotti, valente giornalista progressista, una delle firme più note dell’Espresso, che nel 2009 mandò in libreria Magistrati - L’ultracasta (Bompiani), ben 12 anni prima, quindi, delle rivelazioni del «pentito» dell’Anm Luca Palamara.
«Nel 1973 un magistrato di 41 anni è sorpreso in un cinema di periferia dove ha promesso soldi a un ragazzino per appartarsi con lui. Arrestato, viene sospeso dal lavoro. Poi però, dopo tre gradi di giudizio e grazie a un’amnistia, tutto è annullato. E il Csm lo riabilita. Con una sentenza grottesca».
Mellini: «A conclusione della vicenda il magistrato non solo aveva ripreso servizio, ma era stato promosso a consigliere di Cassazione. Ma siccome la qualifica era arrivata con un ritardo di molti anni, e avendo nel frattempo accumulato molti scatti di anzianità sul suo stipendio di consigliere d’appello, per il principio del trascinamento si portò dietro lo stipendio più elevato, superiore a quello dei suoi colleghi promossi a scadenze naturali. Che, grazie all’istituto del galleggiamento, ottennero un adeguamento della loro retribuzione a quella sua».
E quindi? «Pare che tale marchingegno abbia comportato per lo Stato un onere di svariate decine di miliardi di lire».
Quanti? Livadiotti: «Una fellatio da 70 miliardi. Tanto è costato ai contribuenti italiani il caldo pomeriggio del pedofilo in toga» (essì, perché il giovane era minorenne).
Ma per carità: giù le mani dal Csm. Perchè «la Costituzione non si tocca e non si cambia» (dissero quelli che nel 2001 realizzarono da soli la modifica del titolo V della Carta, che ha aperto le porte all’autonomia differenziata... che adesso combattono! È tutto meraviglioso).
Sempre quel Csm che non prese provvedimenti - perché «gli errori capitano» e «chi mangia pane fa molliche» - nei confronti dei magistrati che avevano contribuito al calvario giudiziario di Enzo Tortora.
Non sanzionati, e anzi promossi.
Non fu il caso del giudice d’appello Michele Morello che ai colleghi del processo di primo grado (che avevano condannato Tortora) riservò un trattamento con i fiocchi: «Ogni magistrato decide con la propria testa ma il libero convincimento non significa libero arbitrio, non può servire a colmare vuoti probatori. Se non ci sono prove non si può condannare. La semplice parola del pentito non è sufficiente».
E poi musica per le orecchie di chi ama la Costituzione ed è un sincero garantista: «Il magistrato oggi lotta contro determinati fenomeni sociali, mentre il suo unico compito è quello di giudicarli. Da questo malcostume nasce l’abbassamento del livello del rispetto delle regole».
Financial Times, 20 giugno 2008 (20 anni dalla morte di Tortora, 16 anni prima del referendum di domenica): «In Italia negli ultimi anni i giudici hanno goduto di un grado di potere unico nel mondo occidentale».
E così sarà in saecula saeculorum.
Amen.
I pasdaran minano l’isola strategica da cui passa il 90% del greggio iraniano dopo gli attacchi americani del 14 marzo. Il piccolo avamposto del Golfo Persico si trasforma in zona d’interdizione militare e possibile epicentro dell’escalation tra Washington e Teheran.
L’isola di Kharg è tornata al centro della guerra tra Stati Uniti e Iran. Secondo le informazioni diffuse da media internazionali e rilanciate dalla Cnn, negli ultimi giorni Teheran avrebbe intensificato le misure difensive sul piccolo avamposto del Golfo Persico, tra cui il posizionamento di mine e «trappole» lungo le coste e nelle aree interne. Un segnale che viene letto come preparazione a un’eventuale operazione di terra americana, mentre la crisi militare tra Washington e Teheran continua ad allargarsi su più fronti.
Kharg si trova in una posizione cruciale nel Golfo Persico, vicino allo Stretto di Hormuz, il principale corridoio mondiale per il transito del petrolio. Da qui passa circa il 90% delle esportazioni di greggio iraniano. Non si tratta quindi solo di un’area militare sensibile, ma di un’infrastruttura strategica per la sopravvivenza economica del Paese. Il controllo o la neutralizzazione dell’isola avrebbe effetti immediati sulla capacità dell’Iran di esportare petrolio e, di conseguenza, sulla stabilità energetica globale.
Lo scorso 14 marzo, le forze statunitensi del Centcom hanno condotto un attacco di precisione contro Kharg, colpendo depositi di mine navali, bunker per missili e oltre 90 obiettivi militari. L’operazione, secondo quanto riportato, avrebbe evitato danni diretti agli impianti petroliferi, concentrandosi sulle infrastrutture militari. Da allora, l’isola è diventata uno dei punti più sensibili dell’intero conflitto. Le ultime informazioni diffuse in queste ore indicano un ulteriore irrigidimento della situazione. L’Iran, secondo fonti citate dai media statunitensi, avrebbe rafforzato le difese sull’isola trasferendo sistemi missilistici e aumentando la presenza di reparti militari. In particolare, viene segnalata la diffusione di mine antiuomo e anticarro, anche lungo le aree costiere, dove un eventuale sbarco anfibio statunitense potrebbe teoricamente avvenire.

La scelta delle mine non è solo difensiva, ma cambia la natura stessa dello scenario operativo. Rende infatti più complessa qualsiasi ipotesi di intervento diretto via mare e segnala la volontà iraniana di trasformare Kharg in un’area di interdizione, difficile da occupare o controllare senza perdite rilevanti. È anche per questo che diversi analisti militari, citati dai media internazionali, considerano l’isola uno dei possibili epicentri di una ulteriore escalation.
La tensione si inserisce in un quadro già esteso. Nelle stesse ore, gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro presenza nella regione con l’invio di ulteriori truppe aviotrasportate e unità dei Marines. Parallelamente, si moltiplicano le segnalazioni di attacchi reciproci tra Iran, Israele e forze alleate nella regione, mentre il conflitto si estende dal Golfo Persico al Mar Nero e al Mediterraneo. Secondo alcune ricostruzioni, la Casa Bianca continua a sostenere una linea che combina pressione militare e apertura diplomatica. Donald Trump avrebbe espresso ai propri collaboratori la volontà di chiudere il conflitto in poche settimane, anche se sul terreno gli scontri continuano e non emergono segnali concreti di una tregua imminente. Nel frattempo, si parla di possibili colloqui mediati da Paesi terzi, tra cui Pakistan e Turchia, ma senza conferme ufficiali. Sul fronte iraniano, la posizione resta improntata alla deterrenza. Teheran, attraverso i propri vertici militari e politici, ha più volte lasciato intendere che ogni tentativo di occupazione di isole strategiche verrebbe risposto con attacchi contro infrastrutture considerate vitali in Paesi terzi della regione. Un messaggio che si inserisce nella logica di una guerra che si combatte anche attraverso la minaccia di ritorsioni su scala regionale. Kharg, in questo contesto, rappresenta un nodo doppio: militare ed economico. Oltre al suo valore strategico diretto, è anche una leva negoziale. La sua vulnerabilità o il suo controllo potrebbero influenzare eventuali trattative future sul programma nucleare iraniano e sugli assetti di sicurezza nello Stretto di Hormuz.
Resta però un elemento centrale: l’isola è oggi al tempo stesso obiettivo, scudo e potenziale detonatore. Le mine segnalate lungo le coste non sono solo un dettaglio tattico, ma il segnale più evidente di un conflitto che si sta avvicinando a una fase più rischiosa, in cui il controllo del territorio potrebbe diventare la variabile decisiva.
Nei continui sommovimenti tellurici che il ridestato vulcano della geopolitica ha provocato, è probabile che la prossima scossa riguarderà L’Avana. A oltre sessant’anni dalla rivoluzione del 1959, Cuba vive oggi intrappolata in una doppia gabbia: da un lato la pressione economica degli Stati Uniti, dall’altro un sistema politico che continua a reprimere il dissenso e a rimandare riforme profonde.
Il più evidente segnale della crisi è l’esodo migratorio che ha svuotato l’isola di centinaia di migliaia di persone. La popolazione cubana è ormai scesa sotto i 10 milioni di abitanti, con un calo demografico senza precedenti nella storia recente del Paese: tra il 2019 e il 2024 quasi 1 milione di cubani è arrivato negli Stati Uniti e, se si includono altre destinazioni, dall’America Latina all’Europa, il numero complessivo è ancora più alto.
Durante l’epoca di Hugo Chávez e poi di Nicolás Maduro, Caracas ha fornito all’isola greggio a condizioni estremamente vantaggiose, spesso in cambio dell’invio di medici e personale sanitario. Quel sistema ha cominciato a incrinarsi con il progressivo collasso economico del Venezuela, e la rottura definitiva è arrivata il 3 gennaio 2026, quando l’operazione militare statunitense ha portato alla cattura del presidente venezuelano Maduro e alla conseguente sospensione delle forniture di petrolio verso Cuba. Per L’Avana è stato un colpo durissimo: senza il greggio venezuelano, e con le sanzioni americane che scoraggiano altri fornitori, l’isola si è ritrovata improvvisamente con il sistema energetico praticamente al collasso.
In questo contesto, torna inevitabilmente al centro il tema dell’embargo economico statunitense, in vigore dal 1962. Il sistema di sanzioni limita fortemente il commercio tra Stati Uniti e Cuba, impedisce alle imprese americane di investire sull’isola e rende molto più difficili le transazioni finanziarie internazionali. L’impatto sulla vita quotidiana dei cubani è reale. Le sanzioni aumentano i costi delle importazioni, rendono complicato l’accesso al credito e isolano l’economia cubana da molti circuiti finanziari. Colpire un’intera popolazione nella speranza che la sofferenza produca un cambiamento politico è una logica che finisce inevitabilmente per penalizzare soprattutto i cittadini comuni e, come l’esperienza insegna, non è detto che produca l’esito auspicato da Washington.
Allo stesso tempo, però, è bene chiarire che sarebbe sbagliato sostenere che l’embargo spieghi tutto, come ha fatto per decenni il governo cubano costruendo la narrazione per cui ogni difficoltà economica viene attribuita esclusivamente all’embargo statunitense. Molti problemi dell’economia cubana derivano anche da fattori interni: un sistema produttivo inefficiente, una burocrazia soffocante e uno Stato che continua a controllare gran parte delle attività economiche, lasciando poco spazio all’iniziativa privata.
Ovviamente la crisi economica ha inevitabilmente prodotto tensioni sociali e politiche. Lo si è visto con chiarezza nel luglio del 2021, quando migliaia di cubani sono scesi in strada in diverse città dell’isola chiedendo libertà, cibo e migliori condizioni di vita. È stata la più grande ondata di proteste dalla rivoluzione del 1959. La risposta dello Stato è stata rapida e dura: centinaia di arresti, processi e condanne severe per molti manifestanti. Ancora oggi numerosi attivisti e oppositori sono in carcere o sotto stretta sorveglianza.
In mezzo, tra pressioni americane e ottusità del governo, c’è il popolo cubano e le sue sofferenze. Il quale, al pari di noi, eviterà di prendere seriamente in considerazione la ridicola scampagnata dell’improbabile «pasionaria» Ilaria Salis e della Cgil di Maurizio Landini verso l’isola urlando slogan anti americani, contro il blocco, e in completo silenzio, invece, verso Miguel Díaz-Canel, presidente di una Cuba senza democrazia e diritti. Bisogna essere sinceri: 77 anni dopo la rivoluzione, Cuba ha il diritto di uscire da questa impasse storica. Il diritto di costruire istituzioni democratiche, un’economia più aperta e una società in cui dissentire non significhi rischiare il carcere.
Il Pakistan nei prossimi giorni potrebbe diventare il terreno di confronto fra Iran e Stati Uniti, dove aprire un tavolo di trattative dopo 27 giorni di guerra. La nazione asiatica fa anche parte del gruppo di stati come Cina, Malesia e India che stanno cercando di trovare una soluzione per il passaggio delle navi nello stretto di Hormuz.
Islamabad vanta un rapporto molto forte con l’amministrazione di Donald Trump, grazie soprattutto al brigadier generale Asim Munir, comandante in capo delle forze armate del paese asiatico. Munir è particolarmente vicino ai vertici militari del Pentagono e anche allo staff del tycoon americano. Negli ultimi mesi il generale pachistano ha incontrato più volte inviati di Washington e a giugno 2025 è stato il primo capo militare del Pakistan ad essere ricevuto alla Casa Bianca, non in veste di leader politico. In questo colloquio Trump aveva pubblicamente lodato la profonda conoscenza di Munir della realtà iraniana ed i due si sarebbero sentiti telefonicamente anche la settimana scorsa. Dopo questo incontro il primo ministro di Islamabad Shehbaz Sharif ha chiamato il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, dimostrando concretamente come il Pakistan possa fare da tramite fra i due.
Islamabad infatti continua ad avere rapporti stabili anche con Teheran, nonostante una presa di posizione particolarmente dura dopo l’attacco contro l’Arabia Saudita, nazione con cui il Pakistan ha siglato un accordo di mutua difesa, anche nucleare. Nel 2024 si erano verificati una serie di attacchi lungo il confine fra Iran e Pakistan, ma quella volta era stata la Cina a mediare una tregua. Un ruolo crescente quello pachistano, come sottolinea Tahir Andrabi, portavoce del ministero degli Esteri. «Se le parti lo desiderano, Islamabad è disposta ad ospitare dei colloqui significativi e conclusivi tra Stati Uniti e Iran, per una soluzione globale che ponga fine alla guerra in Medio Oriente. Siamo una grande nazione, rispettata da tutti e accogliamo con grande favore gli sforzi per perseguire il dialogo con l’obiettivo di porre fine allo scontro e per la stabilità di tutta la regione».
Alcuni media turchi hanno riportato la notizia che una delegazione statunitense dovrebbe arrivare in Pakistan entro due o tre giorni per aprire colloqui con l’Iran, una sorta di sherpa da entrambe le parti per capire se ci sia spazio di manovra. «Non ho nessun commento sul possibile arrivo di inviati da Washington in questi giorni, ma posso dire che la diplomazia ed i negoziati spesso richiedono che certe questioni vengano affrontate con estrema discrezione e per questo motivo invito i media ad evitare ogni tipo di speculazione che potrebbe danneggiare il percorso che stiamo faticosamente avviando. Il Pakistan è in prima linea per far terminare la guerra, possiamo e vogliamo essere un ponte e lo facciamo perché il Medio Oriente possa trovare finalmente una pace definitiva».
Per Islamabad questa è una grande occasione per acquisire uno status di potenza geopolitica che non ha mai realmente avuto. Ti avrebbe già informato il Pakistan di ritenere inaccettabile il piano in 15 punti proposto dal presidente statunitense, ma la diplomazia pachistana continua a lavorare. Il suo ruolo da mediatore sarebbe visto molto negativamente dallo storico nemico indiano.
Nonostante la soluzione del conflitto avvantaggerebbe anche Nuova Delhi, garantendole la sicurezza dei rifornimenti energetici, il successo di Islamabad farebbe naufragare la strategia di isolamento del rivale che il Primo ministro indiano Narendra Modi persegue da tempo. L’India ha firmato un accordo commerciale con gli Stati Uniti ad inizio febbraio che alleggerisce i dazi sui prodotti indiani, ma se il Premier Shehbaz Sharif riuscirà a farsi garante del cessate il fuoco, il peso pachistano crescerà enormemente, sia a livello regionale che globale.

